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Cambia l’articolo 18 anche per la scuola: tetto di 24 mesi ai risarcimenti

da Il Sole 24 Ore 

Cambia l’articolo 18 anche per la scuola: tetto di 24 mesi ai risarcimenti

di Gianni Trovati e Claudio Tucci

Con i due decreti su pubblico impiego e valutazione dei dipendenti approvati ieri in Consiglio dei ministri la riforma della pubblica amministrazione entra nel vivo dell’organizzazione del personale dello Stato e degli enti territoriali.

I testi
I due decreti, varati ieri insieme a quelli su Aci-Pra (si veda il servizio a pagina 50), vigili del fuoco e forze di polizia passano ora all’esame di Parlamento e Consiglio di Stato e soprattutto devono cercare l’intesa con Regioni ed enti locali. La discussione, insomma, non è chiusa, ma le novità sono a tutto campo, dai concorsi ai premi di produttività, dalla gestione dei precari fino alle regole sui procedimenti disciplinari “accelerati”. Nel menu entra soprattutto la prima modifica all’articolo 18 nella pubblica amministrazione, avviando una parziale armonizzazione con le regole del settore privato. Il testo uscito dal Consiglio dei ministri, con la formula «salvo intese», mantiene la “tutela reale” della reintegra nella versione pre-Fornero, ma fissa in 24 mesi il limite ai risarcimenti in caso di sentenza favorevole al dipendente. Oggi, invece, oltre al ritorno in ufficio è previsto un rimborso integrale, relativo cioè a tutto il periodo che passa dall’uscita al ritorno nell’ente. In caso di reintegro, poi, nel decreto è prevista la possibilità per l’amministrazione di tentare l’”appello” entro 60 giorni dalla sentenza.

Le novità
«Il governo prosegue nel suo cammino e lo fa con decisioni molto rilevanti – sottolinea il premier Paolo Gentiloni al termine del Consiglio dei ministri, rivolgendosi sia al dibattito italiano sia «ai nostri amici a Bruxelles» -, ed è chiaro che le operazioni che dobbiamo fare nelle prossime settimane, in particolare con il Def, con la prospettiva che ci aspetta richiedono un’ulteriore accelerazione del ritmo delle riforme». Dopo il primo via libera ai due decreti sul pubblico impiego, ha spiegato invece la ministra per la Pa e la semplificazione Marianna Madia, «sono pronta a fare una direttiva all’Aran e, di fatto, ricominciare un percorso formale per riaprire la stagione contrattuale ferma da diversi anni». La riforma, infatti, serve anche a creare le condizioni per il rinnovo dei contratti, che senza decreti avrebbe dovuto seguire le regole (finora mai applicate) della riforma Brunetta con i parametri rigidi su premi di produttività, rapporto fra legge e contratti e partecipazione sindacale. Il percorso verso il rinnovo, comunque, è ancora lungo, e impone anche la sfida complicata di trovare risorse aggiuntive nella prossima legge di bilancio per arrivare agli aumenti da 85 euro medi promessi dall’accordo fra governo e sindacati del 30 novembre scorso.

I nuovi procedimenti disciplinari
I decreti, però, portano un ventaglio ampio di novità di diretto impatto per i dipendenti pubblici; le nuove regole prevedono di modulare i posti da mettere a concorso sulla base dei «fabbisogni di personale», misurati in termini di servizi resi dalle singole amministrazione, e aprono alla possibilità di riconoscere il titolo di dottore di ricerca quale requisito per specifici profili o livelli di inquadramento, valorizzando anche la conoscenza delle lingue nelle selezioni. Una quota di posti sarà riservata a chi negli ultimi 8 anni ha maturato almeno 3 anni di servizio con la Pa. A cambiare sarà anche il capitolo “Lavoro flessibile” nella Pa: viene delineato l’ambito delle collaborazioni ammesse, con l’obiettivo di superare a regime i co.co.co: le amministrazioni potranno invece utilizzare i rapporti a termine (anche in somministrazione).

A essere riscritta è la normativa sui procedimenti disciplinari, e più in generale della responsabilità disciplinare: sono ampliate le ipotesi di licenziamento ed estese le procedure accelerate (sospensione in 48 ore e licenziamento in 30 giorni) a tutti i casi di flagranza. Anche nei procedimenti ordinari, secondo il testo esaminato ieri l’iter dovrà concludersi in 60 giorni e, dato cruciale, i vizi formali non faranno decadere procedimento e sanzione. In tutto questo si inserisce il primo ritocco all’articolo 18 per gli statali: «Il limite di 24 mesi ai risarcimenti – spiega Pietro Ichino, ordinario di diritto del lavoro e senatore Pd – è doppio rispetto a quello previsto dalla legge Fornero. Meglio che nessun limite, ma obiettivamente è un passo indietro».

Superata la legge Brunetta: sui premi parola ai contratti

da Il Sole 24 Ore 

Superata la legge Brunetta: sui premi parola ai contratti

di G.Tr.

La riforma della valutazione dei dipendenti pubblici fa uscire di scena le griglie rigide previste nel 2009 dalla legge Brunetta, e affida ai contratti nazionali le nuove regole per distribuire i premi.

La novità
L’obiettivo, sempre inseguito e finora mai raggiunto dalle varie regole che si sono succedute negli uffici pubblici, resta quello di evitare che i «premi» di produttività si trasformino nei fatti in una componente fissa della busta paga. Rispetto agli ultimi tentativi, però, c’è un cambio di rotta significativo: la «valutazione delle performance» sarà soprattutto quella «organizzativa», relativa cioè ai risultati ottenuti dall’ufficio nel suo complesso, e sarà quindi meno ancorata alla situazione individuale, come almeno in teoria aveva tentato la riforma del 2009. Le “pagelle”, in pratica, dovranno misurare il livello di organizzazione e di servizio raggiunto dai diversi uffici pubblici più del contributo che ogni singolo dipendente dà al risultato complessivo.

Quello della «meritocrazia» nel pubblico impiego è stato finora un tema parecchio acceso sul piano del dibattito politico ma molto scarso dal punto di vista dei risultati concreti. Sette anni di congelamento dei contratti nazionali, poi, hanno favorito la tendenza a utilizzare i premi di produttività, e quelli «di risultato» per i dirigenti, come una componente più o meno fissa della busta paga, spesso utilizzata per puntellare livelli retributivi medio-bassi e bloccati dalle varie norme approvate nel corso della crisi di finanza pubblica.

L’addio alle fasce
Nel 2009 l’allora ministro per la Pa Renato Brunetta aveva provato a superare la stasi con norme draconiane, che imponevano di dedicare alla produttività individuale la «quota prevalente» (quindi almeno il 50%) delle risorse complessive dei trattamenti accessori, vale a dire quelli che si aggiungono allo stipendio base (tabellare). Fatto questo, si prevedeva una sorta di gara fra i dipendenti che avrebbe azzerato i premi per un quarto del personale, giudicato poco produttivo, li attenuava per il 50% degli organici e li faceva crescere per l’ultimo 25%, giudicato più “brillante”.

Nessuna di queste regole è mai entrata in vigore, per il blocco della contrattazione ma anche per le difficoltà politiche e tecniche di applicare ai diversi enti pubblici griglie rigide uguali per tutti.

Il nuovo peso dei contratti
La nuova riforma riparte dagli obiettivi, prevedendone due livelli. Gli obiettivi «generali» saranno indicati dal governo (d’intesa con gli amministratori nel caso di Regioni ed enti locali) e saranno legati alle «priorità strategiche» del Paese (il rispetto dei tempi di pagamento ai fornitori, l’accelerazione delle procedure o l’aumento dei servizi digitali, solo per fare qualche esempio), mentre quelli specifici di ogni amministrazione saranno fissati dai vertici politici e amministrativi dell’ente. I contratti nazionali dovranno garantire la «significativa differenziazione» dei giudizi, a cui dovrà corrispondere una «effettiva diversificazione dei trattamenti economici». Resta l’obbligo di dedicare ai premi, collettivi e individuali, la «quota prevalente» dei trattamenti accessori: un obbligo che in alcuni settori come la sanità o gli enti locali potrebbe imporre di rivedere altre indennità come quelle per i turni.

Sorpresa da Eurostat: Italia al top Ue per lingue studiate alle medie

da Il Sole 24 Ore 

Sorpresa da Eurostat: Italia al top Ue per lingue studiate alle medie

di Claudio Tucci

L’Italia è terza in Europa per numero di studenti delle medie che imparano più lingue
straniere.

I nuovi dati Eurostat
È quanto emerge dai dati Eurostat. Primo è il Lussemburgo, dove la scolarizzazione avviene per tutti obbligatoriamente sia in francese che in tedesco e quindi registra il 100% di allievi che studiano due lingue straniere. Seconda la Finlandia (98,4%), dove dopo l’inglese lo svedese è obbligatorio come seconda lingua nazionale. Terza appunto l’Italia, con 95,8%, in cui le due lingue più studiate sono l’inglese (98,1%) e il francese (65,4%). A seguire, l’Estonia (95,8%, con inglese e russo) e Romania (95,2%, con inglese e francese).

Italiano sesta lingua più studiata all’estero
L’italiano è poi la sesta lingua straniera più studiata nelle scuole secondarie inferiori dell’Ue, con l’1,1%. A farla da padrone è senza sorprese l’inglese, con il 97,3%, seguito a distanza da francese (33,8%), tedesco (23,1%), spagnolo (13,6%), russo (2,7%) e, infine, italiano (1,1%). L’idioma di Dante risulta essere la seconda lingua straniera più studiata a Malta (57,2%).

Scuola, Fedeli: partirà percorso di conoscenza sulle leggi razziali

da Il Sole 24 Ore 

Scuola, Fedeli: partirà percorso di conoscenza sulle leggi razziali

di Alessia Tripodi

 Sarà avviato in tutte le scuole italiane un percorso di conoscenza sui ciò che è avvenuto con le leggi razziali. Lo ha annunciato ieri la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, in occasione della sua visita alla scuola ebraica di Roma.
Accolta dalla presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, e dai direttori delle scuole ebraiche, rabbino Benedetto Carucci e Milena Pavoncello, la ministra ha visitato alcune classi dell’istituto che tra elementari, medie e liceo
ospita circa 900 studenti, mentre altri 100 bimbi frequentano l’asilo in una sede distaccata.

Rispondendo alle domande dei cronisti a margine della visita, il ministro ha poi assicurato che «sono state già state accantonate» le risorse del Pon (Programma operativo nazionale) da destinare alle scuole paritarie. E ha dichiarato che quella di Erasmus è un’esperienza che «va estesa».

«Impegno di tutti perchè scuola ebraica sia sostenuta»
«Mi sono seduta tra i banchi di una quinta elementare e ho assistito a parte di una lezione – ha raccontato Fedeli – era sui 10 comandamenti e da laica ho ritrovato in quella lezione lo straordinario impegno sancito con l’articolo 3 della nostra Costituzione e cioè il contrasto a ogni discriminazione».
«Queste scuole, fulcro della vita della nostra comunità, devono sopravvivere e trovare, attraverso l’impegno concreto del Governo, motivo per andare avanti» ha osservato Ruth Dureghello. E la ministra le ha assicurato che «c’è l’impegno di tutti a far sì che la scuola ebraica sia sostenuta» perché «è una straordinaria ricchezza». «Senza di voi saremmo tutti più poveri» ha aggiunto dopo aver ricevuto in dono dai bimbi della primaria un album, da loro illustrato, sulle principali ricorrenze ebraiche. «In questa scuola si pratica il nuovo dizionario della Crusca perché c’è scritto ‘alla ministra’» si è rallegrata, sfogliandolo, Valeria Fedeli, che alla declinazione al femminile della sua carica tiene molto. L’inno di Mameli cantato da tutti ha chiuso la visita istituzionale.


«Già accantonate risorse Pon per paritarie»

«Le risorse del Pon da destinare alle scuole paritarie verranno sbloccate nei prossimi giorni, dopo un necessario passaggio burocratico a Bruxelles» ha assicurato Fedeli. Che ha poi spiegato: «C’è una novità nell’ultima legge di bilancio: si prevede che anche le scuole paritarie, quelle davvero verificate e accreditate, partecipino ai bandi per le risorse del Pon scuola, al pari di quelle statali. Una scelta importante perché bisogna rispettare le leggi italiane».
Tuttavia – ha ricordato il ministro – poiché l’accordo di partenariato siglato dal Governo italiano con la Commissione europea vieta la partecipazione delle scuole paritarie, il Miur ha avviato un procedimento di modifica dell’accordo assieme alla Bruxelles.
Nelle more, per consentire comunque l’avvio dell’avviso quadro del Pon (la parte relativa al Fondo sociale europeo) e dei relativi bandi, sono state comunque accantonate le necessarie risorse finanziarie, che consentiranno di partire con l’indizione di bandi specifici per le scuole paritarie, non appena sarà completata la modifica dell’accordo.

«Erasmus è esperienza che va estesa»
L’esperienza Erasmus «va estesa, dando la possibilità a tutti di poter entrare nel progetto» ha dichiarato poi la ministra dell’Istruzione, rispondendo a chi le chiedeva se il programma europeo di mobilità, a 30 anni dal suo varo, avesse bisogno di fare il tagliando.
«La generazione Erasmus è la generazione che ha già costruito l’Europa positiva. Ci si incrocia, si costruiscono culture comuni e studi comuni. Ci si innamora, quindi si creano vite e nativi europei» ha aggiunto Fedeli.

Fedeli: «A settembre tutti i docenti in cattedra sin dall’inizio delle lezioni»

da Corriere della sera

Fedeli: «A settembre tutti i docenti in cattedra sin dall’inizio delle lezioni»

La ministra dell’Istruzione lo annuncia alle Commissioni riunite di Camera e Senato. Ha anche spiegato le regole che si applicheranno alla mobilità dei docenti, che sarà limitata. E le assegnazioni provvisorie? Solo in casi eccezionali

Valentina Santarpia

«Fermamente intenzionata a far sì che il prossimo anno scolastico si apra in maniera regolare e ordinata, con tutti i docenti in cattedra sin dall’inizio delle lezioni»: parola di Valeria Fedeli, la neo ministra dell’Istruzione che, dopo il caos successo all’inizio dello scorso anno scolastico, mette le mani avanti. E assicura che «il Miur da dicembre è intensamente impegnato per assicurare che tutte le attività propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico siano realizzate con circa un mese di anticipo rispetto alla prassi». Quindi, niente più balletti di cattedre nei primi giorni di settembre, niente più spostamenti ad anno già iniziato e soprattutto niente assegnazioni provvisorie, che saranno riservate «ai docenti che ne abbiano particolare necessità per la loro situazione personale e familiare e che abbiano superato il periodo di prova»: quindi, eccezionali e non la prassi, come invece accaduto nel corso di quest’anno, quando sono diventate strumento per evitare i trasferimenti forzati. Almeno queste sono le intenzioni.

Le regole per spostarsi

Il piano per realizzare quella che sembra un’utopia, pur dovendo essere la normalità, passa ovviamente attraverso la mobilità dei docenti. Che non sarà più complessiva, come accaduto lo scorso anno, quando c’erano da sistemare in diverse fasi tutti i prof neoassunti. L’anno scolastico 2017/2018 permetterà a tutti i docenti, anche quelli neo assunti, di fare richiesta di mobilità, come previsto dall’accordo con i sindacati dello scorso dicembre. Ma sul piatto non ci saranno tutte le cattedre. E i posti liberi, disponibili grazie al turn over e alla trasformazione di almeno 20 mila cattedre di fatto in cattedre di diritto, saranno divisi in questo modo: il 30% andrà alla mobilità territoriale dei docenti, cioè a chi chiede di spostarsi da provincia a provincia o all’interno della provincia stessa; un altro 30% (prima era il 25) andrà alle assunzioni dalle graduatorie ad esaurimento; un altro 30% (anche qui era il 25) alle assunzioni dal concorsone; infine, un 10% (anziché il 20) andrà alla mobilità professionale, ovvero ai prof che vogliono spostarsi tra scuole di grado diverso (da una primaria ad un liceo, per esempio). I docenti potranno presentare la domanda in primavera: sarà sempre un algoritmo a valutare le richieste, ma quest’anno non dovrebbero verificarsi gli errori dello scorso anno, perché il bacino di spostamenti sarà sicuramente ridotto

I nodi irrisolti

La ministra ha sottolineato che in Italia circa 2.900 edifici scolastici si trovano in zona a rischio sismico 1 e circa 14.000 in zona a rischio sismico 2. Il Miur, ha annunciato, presenterà un emendamento governativo in sede di conversione del recente decreto legge a favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici, che stanzia 100 milioni di euro per finanziare le indagini di vulnerabilità sismica degli edifici nelle aree a rischio 1 e 2. Un altro fronte aperto è quello del bando di concorso per dirigenti scolastici, che doveva essere bandito entro la fine dell’anno scorso e che invece ancora non è stato «partorito»: la ministra, consapevole delle «gravi carenze numeriche sul territorio e dell’elevato numero di reggenze», ha ribadito il suo impegno ad accelerare i tempi. Non nasconde le criticità anche sul fronte del sostegno, la ministra, che ha annunciato l’intenzione di «consolidare tutti i posti comuni» degli insegnanti di sostegno «che sono aggregabili fino a formare una cattedra intera di 18 ore». Una «revisione» è in programma anche delle cattedre Natta, per «rendere ancora più trasparenti e condivise le procedure», e il bonus docenti, su cui il Miur sta effettuando apposite analisi per migliorarne il funzionamento, ma che va mantenuto perché «valorizza finalmente il merito del personale docente, attraverso un riconoscimento economico per la qualità dell’impegno profuso», ma il cui funzionamento va rivisto e migliorato. Infine, i supplenti: «Continuerò a monitorare costantemente il lavoro degli uffici del Miur – ha assicurato – affinché tutti i supplenti siano pagati con regolarità».

Studio delle lingue straniere alle medie, siamo tra i primi in Europa

da La Tecnica della Scuola

Studio delle lingue straniere alle medie, siamo tra i primi in Europa

Gli studenti italiani sono tra gli europei quelli che sui banchi della scuola media studiano di più le lingue straniere.

Nella classifica del vecchio Continente, siamo al terzo posto, dice Eurostat.

Al primo posti c’è il Lussemburgo, dove la scolarizzazione avviene per tutti obbligatoriamente sia in francese che in tedesco e quindi registra il 100% di allievi che studiano due lingue straniere.

Al secondo posto la Finlandia (98,4%), dove dopo l’inglese lo svedese è obbligatorio come seconda lingua nazionale.

La terza posizione, dicevamo, è dell’Italia, con il 95,8%: le due lingue più studiate risultano l’inglese (98,1%) e il francese (65,4%).

Seguono l’Estonia (95,8%, con inglese e russo) e la Romania (95,2%, con inglese e francese). L’italiano è poi la sesta lingua straniera più studiata nelle scuole secondarie inferiori dell’Ue, anche se con appena l’1,1%.

Ma qual è la lingua più scelta? Comanda l’inglese, con il 97,3%, seguito a distanza da francese (33,8%), tedesco (23,1%), spagnolo (13,6%), russo (2,7%) e, infine, italiano (1,1%).

L’idioma di Dante risulta essere la seconda lingua straniera più studiata a Malta (57,2%): davvero una magra consolazione.

Madia: pronti ad avviare i contratti, ma la legge Brunetta resta

da La Tecnica della Scuola

Madia: pronti ad avviare i contratti, ma la legge Brunetta resta

Il Consiglio dei Ministri si è concluso da poco, con una notizia buona e una meno buona (per lo meno per chi si aspettava un cambio di rotta deciso sulla questione).

Incominciamo con la notizia buona: dopo aver illustrato per sommi capi le modifiche che il Governo ha deciso di apportare alle norme che regolano il funzionamento della Pubblica Amministrazione il ministra Marianna Madia ha concluso annunciando si “essere pronta per inviare all’Aran l’atto di indirizzo per l’avvio delle trattative per il rinnovo dei contratti pubblici”.
Si tratta ora di vedere l’entità delle risorse economiche che verranno messe in campo e i criteri ai quali ci si dovrà attenere per distribuire le gli aumenti stipendiali (uguali per tutti o finalizzati a far recuperare potere di acquisto ai dipendenti con stipendi più bassi o, ancora, con attenzione a chi risulta più “meritevole”?)
Ma c’è anche una notizia che non farà felici i sindacati:il Consiglio dei ministri ha approvato due schemi di decreto in materia di pubblico impiego, uno per la revisione del TU 165 del 2001 e uno per l’aggiornamento del decreto Brunetta 150 del 2009.
Per quanto se ne sa in questo momento (il testo ufficiale dei due provvedimenti sarà noto probabilmente lunedì) in nessuno dei due testi è presente la disposizione che i sindacati si aspettavano: la cancellazione completa dell’articolo 1 della legge Brunetta e il ripristino della disposizione che consente di modificare norme di legge per via contrattuale.