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Progetto culturale Basilicata-Matera 2019-Magna Grecia

Matera 2019: firmato Accordo Quadro tra Miur ed enti locali per coinvolgere ragazze e ragazzi di tutta Italia nell’anno della Capitale della cultura europea

(Lunedì, 22 gennaio 2018) Percorsi di Alternanza Scuola-Lavoro presso i comuni di Matera e Policoro e la Regione Basilicata. Progetti legati alla cultura, all’archeologia e all’enogastronomia del territorio lucano, allo sport. Un decalogo sul turismo scolastico che favorisca il coinvolgimento delle studentesse e degli studenti del territorio lucano e di tutto il territorio nel programma di Matera Capitale della Cultura 2019.

Sono i contenuti dell’Accordo Quadro “Progetto culturale Basilicata-Matera 2019-Magna Grecia” siglato questa mattina presso la Sala Consiliare del Comune di Policoro (Mt), dal Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Vito De Filippo, dal Presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella, dal Sindaco di Matera Raffaello Giulio De Ruggeri e dal Sindaco di Policoro Enrico Mascia.

La firma dell’Accordo è avvenuta nel corso di una mattinata di dibattito e confronto sulle attività che verranno realizzate nel corso del 2019, anno in cui Matera sarà Capitale della cultura europea. Sono intervenuti, tra gli altri, l’Assessore alle Politiche di sviluppo, lavoro, formazione e ricerca della Regione Basilicata Roberto Cifarelli, la Presidente della Fondazione Matera 2019 Aurelia Sole e il Direttore generale degli Ordinamenti scolastici del Miur Maria Palermo.

L’Accordo mira a promuovere e favorire gemellaggi e scambi scolastici e culturali a livello nazionale ed europeo; a organizzare convegni, seminari, corsi e manifestazioni che valorizzino il patrimonio dei territori coinvolti; a consentire a studentesse e studenti di effettuare percorsi di alternanza scuola-lavoro; a valorizzare il patrimonio artistico e culturale del territorio materano e dell’antica Magna Grecia lucana.

“Già da tempo il Miur collabora con il sistema territoriale per un rapporto virtuoso affinché le istituzioni scolastiche possano al meglio contribuire alla valorizzazione del patrimonio culturale – ha dichiarato il Sottosegretario Vito De Filippo – Tra gli obiettivi di questo Accordo Quadro vi è la partecipazione attiva delle nostre studentesse e dei nostri studenti lucani alla creazione di percorsi culturali che la Basilicata intera, sulla scia di #Matera2019, può offrire alle scolaresche nazionali e internazionali”.

La pelle dei professori

La pelle dei professori

di Maurizio Tiriticco

“La pelle dei professori”: un bel volumetto pubblicato da Feltrinelli agli inizi degli anni Settanta, nel quale “si raccontava” delle lotte studentesche e del sostegno che veniva loro dato da alcuni insegnanti (io c’ero!), in verità non molti, ma comunque motivati per un rinnovamento radicale della scuola. Da quelle lotte nacquero poi il Cidi e il Sindacato scuola CGIL!!! Una cosa davvero inconcepibile allora per molti cosiddetti benpensanti: Ma come! Gli insegnanti si confondono con gli operai? Non c’è più religione! Ebbene, ruit hora fortunatamente!

Ma, purtroppo, sono di questi giorni nuovi attacchi agli insegnanti! La solita solfa: lavorano poco! Hanno vacanze a non finire! In gran maggioranza sono donne e lavorano part time! E via dicendo! Eppure non è così! Sono i peggio pagati in Italia e al mondo e – come se ciò non bastasse – sono sempre sotto attacco! Genitori che li offendono e li picchiano non sono casi isolati! E magari insegnassero soltanto! Purtroppo sono obbligati a riempire carte su carte, imposte da quella cervellotica e assurda legge che è la 107, carte che a nulla servono e che nulla hanno a che fare con l’insegnamento. Riunioni su riunioni, incombenze su incombenze! NO!!! La scuola è in sofferenza, ma la responsabilità è della politica! E’ più che notorio che il Ministero PI non lo vuole mai nessuno! Troppe grane! E così il nostro Miur è il ponticello per chi fa politica nell’ombra e vuole uscire al sole splendente della politica nazionale!

Pensate agli ultimi ministri… pardon, anche alle ultime ministre… meteore! Eppure la scuola impegna centinaia di migliaia di cittadini, tra insegnanti, alunni e genitori! Purtroppo nel nostro Paese è così! La scuola è un elefante difficile da governare! Sono meglio le gazzelle degli Esteri o i cerbiatti degli Interni! O i lupacchiotti dello Sviluppo economico! Ripeto: nel nostro Paese purtroppo è così! La scuola vale quanto il due di briscola! Però un Paese che non scommette sull’Educazione (i valori), sull’Istruzione (le conoscenze e le competenze) e sulla Formazione (la persona), è un paese con la p minuscola e senza futuro! Poi l’Osce ci bacchetta e l’Invalsi impone ai nostri studenti prove sulla base di criteri docimologici che, anche se ovviamente più che corretti, i nostri insegnanti non conoscono! Perché nessuno li ha loro insegnati! Sono soliti valutare da sempre con la valutazione decimale… per non dire poi che i dieci valori non bastano mai, e i più, i meno e i meno meno sovrabbondano… per non dire poi della fatica di giungere a quella media cha i dpr sulla valutazione impongono da sempre! Ma i dpr non parlano mai di moda, mediana, gamma, sigma, punti Z e punti T, se vogliamo dirla tutta in materia di misurazione e di valutazione!

Si varano norme spesso cervellotiche, che i nostri insegnanti, comunque, sono costretti a subire! Risultati? Sbeffeggiati dai genitori, mal pagati dal Miur, sopportati dagli studenti! Ed oggi con i cellulari e tutti le diavolerie delle TIC sempre emergenti, che ne è di una classe di alunni? Quella di una volta, dove l’insegnante insegnava e l’alunno apprendeva, ormai non esiste più! E si tratta di un rapporto docente/alunno (ho usato opportunamente la slash, non la linetta): un rapporto che a poco a poco si sta deteriorando e sul quale non si presta la dovuta attenzione! Anche se a Bologna dal 18 al 20 gennaio si sono svolte le giornate di “Futura”, in cui si è cercato di “porre le basi di una cambiamento necessario e ormai irrimandabile”, come ha detto la Ministra Fedeli.

Mah! Tra un futuro immaginato, anzi immaginario ed incerto, ed una realtà scolastica difficile, ma certa, un cambiamento più immaginario che reale sembra molto problematico! Non so! Mi chiedo: fino a quando reggerà una simile situazione? Eppure tutti sono pronti a riconoscere che la cultura e l’istruzione sono le chiavi di volta per lo sviluppo di un Paese! Verba volant!

Scuola, i “super presidi” di Renzi fanno anche gli avvocati: “Chiamati spesso a rappresentare il ministero in tribunale”

da Il Fatto Quotidiano

Scuola, i “super presidi” di Renzi fanno anche gli avvocati: “Chiamati spesso a rappresentare il ministero in tribunale”

Il fenomeno è iniziato lentamente da un paio d’anni, di recente le deleghe distribuite dagli uffici si sono fatte più numerose. L’ultima ondata è stata registrata in Sardegna, dove il sindacato Udir è insorto contro l’“utilizzazione impropria” dei dipendenti. Ma la posizione del Miur è chiara: “limitatamente al primo grado” nelle controversie di lavoro,i dipendenti possono rappresentare l’amministrazione. Il vero problema? Gli ex Uffici provinciali sono stati svuotati

I sindacati si «arroccano»: stop all’estensione delle superiori a 4 anni e ai nuovi professionali

da Il Sole 24 Ore

I sindacati si «arroccano»: stop all’estensione delle superiori a 4 anni e ai nuovi professionali

di Claudio Tucci

Il fronte sindacale alza il muro, e così il Consiglio superiore della pubblica istruzione, il Cspi, va giù duro sulle due principali innovazioni didattiche che dovrebbero scattare a settembre, vale a dire i nuovi istituti professionali e l’estensione della sperimentazione, da 100 a 192 istituti superiori, della durata di quattro anni (anziché cinque).

I pareri
Per quanto riguarda gli istituti professionali, da quanto si apprende, al sindacato non piace che si possa partire già dal primo settembre, e chiede quindi più tempo. Il rinvio, nei fatti, al prossimo anno. Disco rosso invece sulle superiori a quattro anni: qui si critica, essenzialmente, la scelta (politica) di ridurre di un anno la scuola superiore, mentre si invoca l’ennesima riflessione (che, a dire il vero, va avanti con ogni governo) sul riordino dei cicli scolastici.

Nodo iscrizioni
Il punto è che da diversi giorni famiglie e studenti si stanno iscrivendo sia ai rinnovati istituti professionali, sia alle sperimentazioni già approvate. L’auspicio, ora, è che la ministra Fedeli vada avanti, anche perchè i due pareri del Cspi non sono affatto vincolanti.

L’Anp insorge
L’Associazione nazionale presidi, l’Anp, intanto, insorge: il processo di rinnovamento della scuola italiana non va fermato, dice. Del resto, l’esperienza insegna che quando si rinvia si tende ad affossare. In questo caso, poi, va ricordato che la legge ha già previsto, per i nuovi istituti professionali, cospicui investimenti ed è arrivato anche un placet delle Regioni.

I programmi dei partiti a confronto: Buona Scuola nel mirino e università da riformare

da Il Sole 24 Ore

I programmi dei partiti a confronto: Buona Scuola nel mirino e università da riformare

IL PROGRAMMA DEL PD
Si prova a “ricucire” con il mondo della scuola. L’attenzione principale è alla valorizzazione del personale, docente e non, puntando su incrementi retributivi e “ammorbidimenti” della riforma del 2015. C’è anche un primo tentativo di disegnare un canale formativo professionalizzante, a livello secondario (istituti tecnici) e terziario (Its)

Il nodo
Come garantire la continuità didattica a favore degli studenti, e cosa fare di due strumenti chiave della Buona scuola, la chiamata per competenze e l a valorizzazione del merito

IL PROGRAMMA DEL CENTRODESTRA

Le frizioni all’interno della coalizione di centro-destra rendono molto generiche le priorità sull’Education: sul fronte scuola, si sottolinea la necessità di sostenere «aggiornamento e meritocrazia». Si parla anche di «azzeramento del precariato», e di rilancio dell’istruzione tecnica e del collegamento scuola-lavoro. Per l’università si indica «il rilancio»

Il nodo

Restano sullo sfondo gli strumenti che saranno utilizzati per migliore il link con le imprese

IL PROGRAMMA DI M5S

Si punta ad abolire tout court la Buona Scuola. Nel mirino ci sono soprattutto la chiamata diretta dei presidi, il bonus per i docenti, l’alternanza scuola lavoro. Sull’università la proposta è più selettiva e passa dall’aumento delle borse di studio al rafforzamento della quota premiale del fondo di finanziamento degli atenei al tagliando per l’abilitazione scientifica nazionale

Il nodo

Dove trovare gli oltre 35 miliardi che servono a portare la spesa per l’istruzione dal 7,9 al 10,2% del Pil

IL PROGRAMMA DI LIBERI E UGUALI

Sull’università Liberi e Uguali ha lanciato la proposta forte di rendere gratuita l’università abolendo le tasse universitarie. In pista anche abolizione o ridefinizione dei compiti dell’Anvur. Sulla scuola si propone di cancellare gran parte della riforma del 2015

Il nodo

L’ipotesi di eliminare le tasse universitarie a tutti costa come minimo 1,6 miliardi, ma il costo potrebbe salire se aumentassero l e iscrizioni

Benefits, musei, viaggi d’istruzione: così vanno premiati gli studenti “eccellenti”

da Il Sole 24 Ore

Benefits, musei, viaggi d’istruzione: così vanno premiati gli studenti “eccellenti”

di Claudio Tucci

Arriva il decreto del Miur che riepiloga i criteri e le forme di premiazione degli studenti che hanno partecipato al programma annuale 2016/2017 per la valorizzazione delle eccellenze che, come noto, individua le competizioni, nazionali e internazionali, ripartite nei diversi ambiti disciplinari dei corsi di studio di istruzione secondaria di secondo grado e stabilisce i criteri utili alla determinazione del quantitativo massimale di studenti beneficiari per ciascuna competizione.

Come premiare i ragazzi
Il provvedimento spiega in particolare come la premiazione dei ragazzi dovrà essere effettuata dal dirigente scolastico dell’istituto frequentato secondo le forme di incentivo previste dall’articolo 4 del decreto legislativo n. 262 del 29 dicembre 2007, vale a dire:
a) benefit e accreditamenti per l’accesso a biblioteche, musei, istituti e luoghi della cultura;
b) ammissione a tirocini formativi;
c) partecipazione ad iniziative formative organizzate da centri scientifici nazionali con
destinazione rivolta alla qualità della formazione scolastica;
d) viaggi di istruzione e visite presso centri specialistici;
e) benefici di tipo economico;
f) altre forme di incentivo secondo intese e accordi stabiliti con soggetti pubblici e privati.

Spetterà all’Indire provvedere all’inserimento dei dati relativi agli studenti meritevoli nell’Albo Nazionale delle Eccellenze.

In cattedra meno che in altri Paesi ma stipendi sotto la media Ocse

da Il Messaggero

In cattedra meno che in altri Paesi ma stipendi sotto la media Ocse

A questo proposito nel rapporto OCSE viene fatto notare come l’Italia sia uno degli Stati in cui non viene quantificato in modo preciso il tempo dedicato alle attività al di fuori della classe, a parte le 80 ore da destinare alla partecipazione alle riunioni collegiali dei docenti e ai consigli di classe

ROMA

Meno ore di insegnamento rispetto alla media internazionale, ma anche retribuzioni che risultano normalmente più basse: in questo contesto si muovono gli insegnanti italiani che stanno per rinnovare il contratto di lavoro dopo quasi un decennio di blocco. Quello della scuola è un settore in cui i numeri vanno presi con particolare cautela, perché è difficile definire e quantificare sia l’impegno di chi vi lavora sia i risultati. Ne è ben consapevole anche l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi, che ogni anno nel suo rapporto Education at a glance mette a confronto i sistemi educativi dei 35 Paesi membri. Il primo problema, ben noto agli stessi docenti, sta proprio nel concetto di orario di lavoro, che certo non si esaurisce nell’insegnamento in senso stretto ma comprende altri compiti per certi versi altrettanto fondamentali. A questo proposito nel rapporto viene fatto notare come l’Italia sia uno degli Stati in cui non viene quantificato in modo preciso il tempo dedicato alle attività al di fuori della classe, a parte le 80 ore da destinare alla partecipazione alle riunioni collegiali dei docenti e ai consigli di classe.

L’INDICATORE

Dal confronto sulle sole ore passate dietro ad una cattedra, emerge comunque un impegno leggermente inferiore a quello medio dell’area Ocse. Nella materna gli insegnanti italiani stanno in classe 930 ore l’anno, contro un valore medio di 1001. Nella primaria il confronto è di 752 ore contro 794, nella secondaria di primo grado (le medie) di 616 contro 712, e infine alle superiori di 616 contro 662. Dunque è nella scuola media che si osserva il divario maggiore. Questi valori sono rimasti sostanzialmente stabili negli ultimi 15-20 anni, con una leggera risalita all’inizio di questo decennio, poi riassorbita. Osservando l’attività scolastica da un altro punto di vista, si può fare ricorso ad un indicatore classico come il rapporto numerico tra studenti e docenti. In Italia c’è all’incirca un docente per ogni 12 studenti in tutte le fasce di età: valore che risulta abbastanza più basso della media Ocse e di quella europea per quanto riguarda la scuola primaria, e invece meno distante – se non proprio allineato – relativamente a medie a superiori.
Quanto alle retribuzioni, la situazione risente naturalmente dei mancati rinnovi contrattuali degli ultimi anni. Il confronto internazionale viene fatto in dollari a parità di potere d’acquisto, per neutralizzare le differenze economiche tra i vari Paesi. Concentrandoci sulla scuola media, possiamo osservare un fenomeno interessante: la differenza con gli stipendi medi Ocse è limitata all’inizio ma crescente nel tempo. Così sul salario di ingresso lo scarto è del 6,5 per cento, ma sale al 17,6 dopo 15 anni di carriera, per poi superare il 18 al punto più alto della progressione professionale.

L’ETÀ MEDIA

Limitando il confronto retributivo ai soli Paesi che usano l’euro e guardando i valori nominali, un insegnante della primaria da noi parte con poco più di 23 mila euro lordi per avvicinarsi ai 28 mila dopo 15 anni di attività. Sono livelli non troppo più bassi di quelli della Francia, ma sideralmente lontani da quelli dei colleghi tedeschi, che possono vantare una retribuzione iniziala già vicina ai 45 mila euro. E le cose non vanno molto diversamente nelle scuole superiori, dove un docente italiano inizia con poco meno di 25 mila euro per arrivare in 15 anni poco sopra i 31 mila. In Germania i valori lordi sono pressoché doppi. Infine va ricordato un primato non necessariamente positivo della scuola italiana, quello dell’età media dei docenti: ben oltre i 50 anni sia alle medie che alle superiori, contro una media Ocse che non supera i 45.
Luca Cifoni

Scuola, la richiesta ai professori: dovete lavorare più ore

da Il Messaggero

Scuola, la richiesta ai professori: dovete lavorare più ore

La ministra all’istruzione Valeria Fedeli ha più volte assicurato che il rinnovo sarebbe arrivato in tempi brevi ma le cose non stanno andando come previsto.

ROMA

Gli aumenti per i docenti ci saranno, ma non riguarderanno solo lo stipendio. Ad aumentare dovranno essere anche le ore di lavoro. O almeno questa è la richiesta, che però sta rendendo ancora più complicata la già difficile trattativa per il rinnovo del contratto (scaduto dal 2009). Sembra ormai sfumata la possibilità di chiudere tutto entro le elezioni: troppe le voci contestate nella bozza di contratto consegnata dall’Aran (l’Agenzia di rappresentanza negoziale per le pubbliche amministrazioni) ai sindacati. La ministra all’istruzione Valeria Fedeli ha più volte assicurato che il rinnovo sarebbe arrivato in tempi brevi ma le cose non stanno andando come previsto. Le discussioni sono ancora ferme alla parte del contratto relativa ai rapporti sindacali, su cui non è ancora stato fissato il prossimo appuntamento previsto per questa settimana. Di aumenti retributivi per ora non se ne parla: sarà difficile trovare i fondi per arrivare agli 85 euro in più senza intaccare le risorse destinate al merito e alla formazione. Quello che invece può aumentare a costo zero è l’orario di lavoro. Un argomento che, in ambito scolastico, scalda gli animi da sempre. I docenti italiani infatti, abitualmente accusati di lavorare troppo poco, sottolineano che il loro orario reale è molto più esteso di quello che si vede nelle aule, oltre alle ore di insegnamento previste da contratto ci sono gli altri impegni, la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti, le riunioni di programmazione, gli scrutini. L’orario vero e proprio, così come inteso da contratto, prevede che l’attività di insegnamento si svolga in 25 ore settimanali alla materna, in 22 ore settimanali nella scuola elementare e in 18 ore settimanali nelle scuole medie e superiori, distribuite in non meno di cinque giornate settimanali. Alle 22 ore settimanali di insegnamento per le elementari, vanno aggiunte 2 ore da dedicare, anche in modo flessibile, alla programmazione didattica come ad esempio negli incontri collegiali dei docenti interessati, in tempi non coincidenti con l’orario delle lezioni. Inevitabilmente un orario a 25, 22 o 18 settimanali può generare commenti e critiche da parte di chi, al di fuori della scuola, pensa che siano troppo poche le ore rispetto ad altri lavori. Ma per il personale scolastico, a cui infatti è dedicato un contratto ad hoc rispetto agli altri statali così come succede per il comparto della sanità, vanno considerati molti aspetti del lavoro effettivamente svolto che non si limita alle ore di lezione frontale in classe. Ma ora con il nuovo contratto gli obblighi aumenterebbero, a cominciare dalle attività di potenziamento e dall’alternanza scuola-lavoro.

LA BOZZA

Nella bozza preparata dall’Aran, tra le funzioni del docente si annoverano infatti accanto alle attività di insegnamento anche quelle per il potenziamento dell’offerta formativa e quelle organizzative e amministrative. A decidere come organizzare l’orario sarà il dirigente scolastico: «Prima dell’inizio delle lezioni – si legge infatti nella bozza – il dirigente scolastico adotta, sulla base delle eventuali proposte degli organi collegiali, il piano annuale delle attività e i conseguenti impegni del personale docente». Inoltre, tra le attività funzionali all’insegnamento, vengono confermati gli adempimenti dovuti presenti nel vecchio contratto come la preparazione delle lezioni e delle esercitazioni, la verifica e la valutazione degli elaborati e i rapporti individuali con le famiglie, ma vengono aggiunte due nuove voci: la formazione e il tutoraggio degli alunni nelle attività di alternanza scuola-lavoro, due attività previste dalla legge della Buona scuola. Si tratta di attività previste dalla riforma ma ritenute finora facoltative, non obbligatorie come invece sembra voler intendere l’Aran: «Il potenziamento e l’alternanza esistono già – spiega Pino Turi, segretario nazionale della Uil scuola – ma non possono certo diventare obbligatori. Non possiamo accettare infatti un contratto in cui esiste l’obbligo di un numero imprecisato di ore, retribuite con il salario aggiuntivo. Sul tavolo di trattativa non abbiamo ancora affrontato il discorso ma, qualora dovesse essere confermata l’obbligatorietà, posso dire fin da ora che non firmo».
Lorena Loiacono

“Più ore di lavoro? No, siamo già sovraccarichi e oberati di burocrazia. In classe non si improvvisa”

da La Tecnica della Scuola

“Più ore di lavoro? No, siamo già sovraccarichi e oberati di burocrazia. In classe non si improvvisa”

Orientamenti per l’apprendimento della filosofia nella società della conoscenza

Il 23 gennaio 2018, dalle ore 14  presso la Sala della Comunicazione del Miur, in Viale Trastevere 76/A, si aprirà, con l’intervento del Sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo, il convegno “Orientamenti per l’apprendimento della filosofia nella società della conoscenza”.

A confrontarsi sugli esiti del lavoro del Gruppo tecnico-scientifico di filosofia del Miur e sulle nuove frontiere dell’insegnamento della filosofia saranno, tra gli altri, Umberto Curi, professore emerito di Storia della filosofia dell’Università di Padova, Adriano Fabris, professore ordinario di Filosofia morale dell’Università di Pisa, Roberto Esposito, professore ordinario di Teoretica alla Scuola Normale di Pisa.

L’incontro sarà l’occasione per una prima riflessione sulla proposta di “Sillabo di filosofia per competenze” redatta dal Gruppo tecnico-scientifico di filosofia.

Storia, geografia, BYOD

Storia, geografia, BYOD

di Stefano Stefanel

 

Gian Antonio Stella sul Corriere della sera del 14 dicembre 2016 ha sottolineato la necessità di mettere mano alla conoscenza della storia da parte degli italiani e per raggiungere questo ambizioso obiettivo ha proposto di aumentare le ore di storia nelle scuole italiane. Beppe Severgnini sempre sul Corriere della sera del 16 dicembre 2017 ha precisato che peggio della storia è messa la geografia ed ha invitato la ministra Fedeli a dedicare la sua attenzione alla storia e alla geografia e non all’uso degli smartphone a scuola. Non passa però giorno in cui non si individuino carenza gravi nella preparazione dei nostri studenti e che qualcuno di autorevole inviti il ministero ad aumentare ore di qua o di là: più sport, matematica, inglese, italiano, storia, geografia, e via di seguito. Nessuno ovviamente dice cosa si toglie per far posto a quello che si aggiunge, così si finisce per dare per scontato che lo studente italiano debba stare a scuola cinquanta ore la settimana per undici mesi in modo che tutti i cultori delle varie discipline fondamentali siano accontentati.

Direi che il problema banalmente si può riassumere così: solo un corretto uso degli smartphone a scuola e nella vita può oggi permettere agli studenti e ai cittadini di imparare qualcosa di realmente serio in storia e geografia (e anche negli altri settori, ma qui limitiamo il campo). Le ricette che partono dall’aumento dell’orario non tengono conto del fatto, segnalato più volte da Ocse e Unione Europea, secondo cui la scuola italiana è quella che ha il maggior numero di giorni e il maggior numero di ore d’Europa (se non è prima è seconda, in base a come si conta, ma siamo lì). Detto in soldoni: tanta scuola, modesti risultati. E questo è un problem solving in cui nessuno pare intenzionato ad addentrarsi.

Il problema non è che facciamo poco, ma che facciamo troppo e male. E d’altronde come è possibile che il sistema scolastico italiano sia considerato tra i peggiori del mondo e però tutte le scuole italiane siano buone (trovate – se siete capaci – un genitore o un insegnante o un dirigente che dica che la sua è una scuola pessima)?

Il problema è inverso rispetto a quello segnalato da Stella e Severgnini: non servono più ore, ma servono ore fatte meglio. E serve l’uso corretto dei dispositivi multimediali (smartphone inclusi) perché pensare che i ragazzi di oggi studino e imparino solo sui libri è pura fantascienza. Inoltre servono la geostoria e la geopolitica e dunque non materie rigide con ore aumentate che porterebbero solo a folli orari che si allungano in un tempo pieno insostenibile, ma la capacità e la competenza per uscire dall’enciclopedismo delle classi di concorso ed entrare nel sapere che connette le conoscenze dentro un sistema di rapporti e non di nozioni. Servono competenze per connettere tra loro i saperi, non ulteriori eccessi di disciplinarismo.

Quindi studio della storia, della geografia e del resto con la consapevolezza che il web è un aiuto non un problema. Sennò l’ignoranza aumenter,à perché – come ha ben detto Edgar Morin – solo le teste “ben fatte” riescono a fronteggiare le terribili teste “ben piene”. Piene magari solo di stupidaggini o revisionismi.

Il decalogo ministeriale “Dieci punti per l’uso dei dispositivi multimediali a scuola – BOYD Bring Your On Device” è una buona cosa che permette di ragionare con attenzione sulle opportunità e cominciare ad analizzare seriamente problemi e pericoli. Nel decalogo come nel documento ci possono essere delle cose che non convincono e qualche idea può sembrare eccessiva o obsoleta, ma il documento mostra come la strada intrapresa è senza ritorno. Questa strada non vuole far vendere più dispositivi o cancellare i libri di testo, ma mettere la scuola davanti a cambiamenti che non possono essere valutati con un’alzata di spalle. Nessuna Università, nessun Centro di Ricerca, nessun momento di analisi sulla e della storia o sulla e della geografia prescinde dai dispositivi multimediali e da un’analisi comparata di testi scritti e documenti e dati ricercati sul web. Anche perché nessuno ormai se vuole sapere quando è nato Napoleone lo cerca su un libro se ha uno smartphone a portata di mano e nessuno se vuol conoscere una distanza stradale se la calcola da solo, così come nessuno se vuol sapere chi comanda di Kazakistan o vedere dove sta il Ciad tira fuori giornali o carte geografiche.

Siamo dentro un mondo che cambia con strumenti che stanno rivoluzionando la mappa concettuale del sapere. Ci vogliono competenze migliori per selezionare dati necessari a capire il passato e comprendere il presente. E bisogna dividere la retorica delle invettive di coloro che ritengono che aggiungendo ore alla scuola le conoscenze degli individui migliorino di per sé, dalla seria ricerca pedagogica che inserisce lo studente nel mondo in cui vive qui e oggi.

Tecnologie e valutazione sommativa

Tecnologie e valutazione sommativa: quali scenari nella scuola italiana?

Di quali strumenti tecnologici il docente dispone oggi per procedere alla valutazione sommativa in presenza?

Come individuarli, adattarli alla propria prassi didattica e impiegarli nel pieno rispetto delle criticità connesse all’intero processo valutativo?

Il problema, da insegnante di Matematica di Liceo, mi si è presentato una dozzina di anni fa, allorché nella mia scuola si pensò di somministrare questionari di soddisfazione automatizzati a studenti e famiglie, nell’ambito del progetto Qualità.

Mi sono cimentato con lo sviluppo di uno strumento per gestire Test in presenza nei laboratori dell’istituto: uno strumento di semplice utilizzo, di immediata comprensione nelle sue funzionalità di base, per docenti e studenti, in grado di rispondere ai requisiti di sicurezza imposti dalla ufficialità dei dati acquisiti.

Come prevedibile, la condivisione d’uso con i colleghi ha rapidamente fatto virare il progetto verso i Test disciplinari, coinvolgendo, a cerchi concentrici, la mia materia, quelle “di indirizzo” e, via via, tutte le altre.

eTutor, questo il nome del software, si è imposto alla attenzione di due case editrici, Loescher e De Agostini Scuola, che lo hanno impiegato nello sviluppo di alcuni loro contenuti autoriali e pubblicizzato in molti incontri formativi a supporto delle adozioni.

Dai desiderata di centinaia di colleghi, il progetto si è quindi arricchito ed esteso, assumendo i contorni di una sorta di “media nazionale” delle consuetudini valutative.

Oggi, terminate le collaborazioni con gli editori, eTutor si imbatte nelle stesse problematiche, criticità ed esigenze delle sue origini.

 

Le diverse piattaforme WEB di allenamento messe a disposizione da tutti gli editori scolastici (quantunque performanti), sono progettate per la formazione a distanza e mirate alla adozione dei libri di testo.

L’aspetto valutativo di questi strumenti, quindi, è essenzialmente di tipo formativo e promozionale.

Il docente assegna l’esercitazione con il solo scopo di condurre lo studente ad un auto-apprendimento, più o meno mediato dalla costruzione di un percorso personalizzato, sui contenuti pubblicati dall’editore (di norma accessibili solo in caso di adozione).

Proprio l’aspetto della valutazione sommativa in presenza risulta fortemente trascurato, impattando da una parte con l’obsolescenza delle dotazioni scolastiche, dall’altra con la necessità per il docente di adattare facilmente i Test al proprio linguaggio e ai propri standard didattici.

Le scelte commerciali degli editori, inoltre, spesso non assicurano la continuità di formati e materiali.

Anche il solo cambio di edizione del testo in adozione può comportare, per il docente, la improvvisa inutilizzabilità di contenuti e strumenti fino ad allora impiegati.

Esistono, altresì, software liberi e commerciali per la valutazione in laboratorio.

Per i primi, la complessità di installazione ed uso, rapportata alla carenza di personale tecnico della scuola e alle competenze medie dei docenti, costituisce spesso un freno importante alla loro inclusione nella prassi didattica.

I software liberi, inoltre, posseggono spesso funzionalità (gestione parametri di valutazione, tempi differenziati per gli allievi DSA, ecc..) non conformi alla realtà scolastica italiana, poiché progettati e realizzati in contesti didattici molto differenti (soprattutto USA).

Gli strumenti di valutazione proprietari, più efficienti e dedicati, sono meno diffusi e appannaggio dei laboratori linguistici o aule mobili.

La loro commercializzazione è affidata ai distributori di prodotti hardware e non gode mai di una adeguata assistenza formativa per il docente, in grado di guidarlo in tutte le fasi del processo valutativo (generazione Test, somministrazione, adattamento dei parametri valutativi al contesto, comunicazione esito), affrontandone e dirimendone le criticità.

Si può ragionevolmente affermare (anche se di statistiche ufficiali non ne esistono) che la quasi totalità dei docenti, oggi, non utilizza alcuno strumento tecnologico per la somministrazione dei Test sommativi, costretto ancora alla gestione cartacea, l’unica sicura ed affidabile.

Il sistema eTutor ha l’ambizione di colmare questo vuoto e di condurre i docenti all’uso di un metodo finalmente innovativo e stabile per la valutazione sommativa.

Un’applicazione multipiattaforma efficiente, sicura, di facile utilizzo, completa e flessibile, per agevolare la somministrazione in classe dei Test personali, tanto nei laboratori più obsoleti quanto nelle aule mobili più sofisticate (2.0, 3.0 ecc…), costituisce solo il primo passo dell’esperienza, il cui fine corrisponde a una costituenda comunità di pratica.

Comunità pensata come realtà libera, indipendente da qualsiasi obbligo editorial-adozionale, mirata alla condivisione gratuita dei Test di apprendimento e di uno standard compositivo che garantisca continuità; un ponte tra le tante esperienze sviluppate da insegnanti che, come me, ricorrono regolarmente ai Test strutturati, con metodi tecnologici e non.

Una sfida aperta, dunque, indirizzata a un’esigenza fortemente sentita dal docente di oggi, ma ancora troppo trascurata dagli attori che gravitano nel mondo degli strumenti didattici.

 

Nicolò Blunda

Docente di Matematica all’IIS Aldo Moro di Rivarolo Canavese (TO) e responsabile progetti didattici di EpsilonSoft.

 

http://www.epsilonsoft.it

info@epsilonsoft.it

 

Un codice etico per i professori: “Niente sms né chat con gli alunni”

da La Stampa

Un codice etico per i professori: “Niente sms né chat con gli alunni”

La proposta dei presidi dopo gli abusi al liceo Massimo di Roma Vietati anche i social, gli insegnanti rischiano fino al licenziamento
flavia amabile
roma

Le molestie a scuola vanno condannate senza alcun dubbio. Ma che cosa si fa quando i rapporti tra professori e alunni escono fuori dalla sfera scolastica? Come ci si regola? In questi giorni è in corso all’Aran (l’agenzia che rappresenta gli enti pubblici nella contrattazione collettiva) la trattativa per il rinnovo del contratto dei docenti. Una delle ipotesi circolate negli incontri della settimana scorsa riguarda proprio la necessità di dare regole sull’uso delle chat e dei social nei rapporti tra studenti e insegnanti. Secondo l’Aran, devono essere introdotti divieti veri e propri, con pesanti sanzioni disciplinari per chi non li rispetta. Una possibilità che ha scatenato le proteste delle organizzazioni sindacali ma che invece incontra il favore del mondo dei presidi.

Mario Rusconi, presidente dell’Associazione nazionale presidi del Lazio, ad esempio, chiede l’introduzione di «un codice deontologico» spiegando di non riferirsi a un documento che «deve surrogare le regole nei numerosi codici» ma di pensare a un documento che delinei «i parametri organizzativi della governance» e «le direttrici etico-professionali» che si intende seguire nella scuola unite all’adozione di un «trasparente sistema di valutazione del contesto scolastico». Il dibattito a questo punto è aperto. La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha avvertito che «chi viene giudicato colpevole, dopo il procedimento disciplinare, sarà comunque licenziato». Una norma in questo senso dovrebbe essere inserita nel nuovo contratto per la scuola.

Ma il primo a esprimere dubbi di fronte a una condanna immediata è il ministro della Giustizia Andrea Orlando. La sua è una «perplessità sotto il profilo costituzionale» sulla possibilità di licenziare i professori accusati di molestie, «almeno in assenza di una condanna di primo grado». Quello delle molestie, ha spiegato, «è un reato particolarmente infamante che se non fosse fondato segnerebbe una persona per tutta la vita. Cautela chiede anche Maddalena Gissi, segretaria generale della Cisl scuola: «Centinaia di migliaia di insegnanti ogni giorno svolgono con competenza, serietà, generosità e passione il proprio lavoro: sono loro per primi a non tollerare comportamenti incompatibili con il compito di istruire ed educare le giovani generazioni. Per atti che comunque rappresentano rare eccezioni non ci può essere tolleranza né indulgenza». Tuttavia, severità e prudenza dovrebbero procedere di pari passo visto che «non sono mancati purtroppo casi di linciaggio mediatico rivelatisi poi privi di alcun fondamento».

In ogni caso, per la sindacalista, affrontare il tema delle sanzioni disciplinari nel contratto «significa definire un quadro di garanzie per tutti». Contrario, invece, a un codice etico si dice Francesco Sinopoli della Flc-Cgil perché «si interviene dall’alto nel punto più delicato della didattica che lega ogni docente ai suoi studenti: il rapporto umano e professionale che richiede la fiducia, la credibilità e la responsabilità. Nessuno può dire come dev’essere, quali limiti debba avere, con quale vocabolario e con quale sintassi si debba parlare. Esiste già un’etica, una deontologia, che derivano dalla prassi quotidiana dell’insegnamento. Poi, se emergono casi estremi, ci pensa il Codice penale. E da questo punto di vista, sostengo da tempo che gli studenti debbano anche imparare il coraggio di denunciare atti contrari al rispetto della loro persona, prima ancora del Codice».

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