Tutti gli articoli di Edscuola

«A lezione di rispetto per fermare la violenza»

da Il Messaggero

«A lezione di rispetto per fermare la violenza»

Intervista alla ministra Fedeli

Un impegno che sia di tutti, a cominciare dalla scuola per finire alla famiglia, ai media, ai social.
Ministro Valeria Fedeli, come si combatte la violenza contro le donne?
«Il primo concetto che va affermato è che non è una questione femminile ma è un problema che riguarda tutti e tutte, e in particolare è decisiva la scelta che faranno gli uomini. Questo è il tema vero».
Cosa intende per scelta?
«Significa intervenire sulla prevenzione, quindi sui soggetti. Ed è qui che entra in campo la scuola, con l’educazione al rispetto e al contrasto alla violenza sulle donne da parte degli uomini. Inoltre, è importante che anche i media facciano la loro parte, perché influiscono sui comportamenti e sui linguaggi. Penso che questa sia un’alleanza fondamentale. Abbiamo il compito di prevenire, e tutti devono fare la loro parte».
Lei ha sempre mostrato grande sensibilità al problema, quali le prossime iniziative del Miur?
«Stiamo lavorando affinché a breve siano rese disponibili le linee guida nazionali per l’attuazione dell’articolo 1 comma 16 della legge 107/2015 (Buona scuola), accompagnate da un più generale piano d’azione che favorisca anche l’inclusione del tema della violenza contro le donne nei programmi di formazione degli insegnanti. Inoltre, abbiamo in programma di avviare un tavolo di lavoro, in collaborazione con l’Associazione editori italiani, per promuovere una riflessione su linguaggio e contenuti dei libri di testo, per la valorizzazione delle tematiche inerenti le differenze di genere, la valorizzazione del contributo delle donne in tutte le discipline, e il superamento degli stereotipi sessisti».
Basterà a cambiare la mentalità?
«Puntiamo a fornire strumenti per comprendere questo fenomeno, per creare consapevolezza e formazione in tutte le categorie. Ho proposto una Commissione parlamentare contro la violenza sulle donne per verificare ogni anno l’attuazione della convenzione di Istanbul che prevede il sostegno alle vittime, finanziamenti ai centri antiviolenza, formazione nei percorsi universitari su questi temi. Intendiamo promuovere all’interno degli atenei percorsi di valorizzazione degli studi di genere e di conoscenza del fenomeno, proprio per formare le figure professionali coinvolte nella prevenzione: dal corpo di polizia, ai medici, agli infermieri, agli assistenti sociali».
Esiste un’emergenza violenza?
«Non è un fenomeno di emergenza, è un fenomeno strutturale che attiene storicamente ai rapporti squilibrati di potere e di costruzione della propria soggettività di uomini e di donne. L’articolo 3 della Costituzione va approfondito proprio quando dice che ciascuna persona è uguale, per sesso, per razza, per religione, per opinione politica. Il primo termine per sesso è fondamentale, non se lo ricorda mai nessuno. Stiamo lavorando su un Piano nazionale per l’educazione al rispetto che prende come riferimento proprio questo articolo e incrocia le linee guida del comma 16 della buona scuola. Il Miur è anche coinvolto in un gruppo di lavoro specifico dell’Osservatorio Nazionale sulla violenza contro le donne, con lo scopo di produrre un nuovo piano nazionale antiviolenza».
Le scuole come stanno rispondendo alle vostre sollecitazioni?
«Io mi muovo sempre nel rispetto dell’autonomia delle scuole, della libertà di insegnamento, ma è un’offerta che facciamo, diamo strumenti ai docenti, e anche ai genitori. Nel piano nazionale per l’educazione al rispetto c’è e ci deve essere il coinvolgimento dei genitori. Sto lavorando con la rappresentanza e l’Associazione nazionale dei genitori, abbiamo un forum ufficiale con gli studenti. Ho affidato un rilancio molto serio e profondo del patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia che presenteremo il 21 di novembre. Nelle prossime settimane, poi, cominceranno le attività in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in occasione della quale prevediamo di coinvolgere in un evento ministeriale le scuole che hanno realizzato progetti eccellenti nell’ambito della prevenzione della violenza e della promozione di una cultura della parità tra i sessi».
La situazione, però, è ancora grave.
«In realtà, ritengo che stia cambiando. Le ragazze e le donne trovano maggior forza nel denunciare e nel sottrarsi ai rapporti violenti e di sopraffazione. I dati evidenziano che chi ha assistito da piccola a violenze in famiglia, è molto più predisposta a subirle nella propria vita, se non sono state affrontate reagendo. La scuola è un osservatorio privilegiato, e per questo ha bisogno di consapevolezza, attenzione e strumenti, e noi li dobbiamo fornire. E’ un’alleanza che dobbiamo tutti insieme affrontare, perché è il modo vero per educare e contrastare questi fenomeni».
Cristiana Mangani

Apprendistato per il diploma: il sistema duale in Italia c’è e funziona

da Corriere della sera

Apprendistato per il diploma: il sistema duale in Italia c’è e funziona

Mille gli studenti coinvolti da programmi di apprendistato scuola lavoro. Il primo monitoraggio ufficiale: le esperienze in Enel, Eni, Allianz. Il segretario Toccafondi: «Migliorano anche i risultati scolastici»

Antonella De Gregorio

Un ponte con il mondo del lavoro, che prepara i ragazzi a una professione, favorisce il ricambio generazionale, sconfigge la dispersione scolastica, accoglie e include, anche i più fragili e i disabili. La via italiana al sistema duale c’è e funziona. Si chiama «apprendistato di primo livello». I ragazzi delle 16 scuole capofila dell’apprendistato di primo livello, che lo hanno vissuto e sperimentato negli ultimi tre anni, e le grandi aziende – Enel, Eni e Allianz – e le start up che li hanno ospitati hanno presentato oggi le loro esperienze, insieme ai risultati del primo monitoraggio ufficiale.

Scuola e lavoro

Una formazione nei luoghi di lavoro per il 35 per cento delle ore curricolari, che ha offerto ai ragazzi di quarta e quinta superiore (soprattutto di istituti tecnici) l’opportunità concreta di mettersi alla prova ed essere partecipi di ciò che apprendono, imparando un mestiere. Lavorano e insieme conquistano un diploma. «Delle novità proposte negli ultimi quattro anni per consentire un più efficace collegamento tra la scuola e il mondo del lavoro, quella dell’apprendistato è la più rivoluzionaria», ha detto il sottosegretario Gabriele Toccafondi.

Non è alternanza

Il percorso è parallelo ma distinto dall’alternanza scuola lavoro, metodologia didattica introdotta nel sistema educativo italiano nel 2003 e sistematizzata con la buona Scuola, nel 2015. A sottolineare le differenze tra i due percorsi formativi è stata la ministra Valeria Fedeli: «Mentre l’alternanza è una fase del percorso formativo grazie alla quale si acquisiscono competenze nuove, che difficilmente maturerebbero nel solo ambito scolastico, l’apprendistato è un rapporto di lavoro che si raccorda con un pezzo della formazione. In apprendistato si impara come si fa un lavoro, in alternanza si incontra un’etica del lavoro», ha detto.

Gli accordi

Varata in via sperimentale nel 2013, con la collaborazione di Enel che siglò accordi con sette istituti tecnici in diverse regioni d’Italia, la novità è stata messa a punto con il decreto legislativo 81/2015 e la legge 107/2015 sull’alternanza nelle scuole. Dopo gli accordi con Enel (progetto rivolto a 160 studenti del quarto e quinto anno degli istituti tecnici industriali a indirizzo tecnologico, in sette città d’Italia) sono arrivati quelli con Eni e Allianz, che hanno coinvolto in tutto mille studenti. Poi sono arrivati accordi con medie e piccole aziende: in 11 regioni e in 16 realtà scolastiche (e con un finanziamento di un milione di euro) hanno consentito di formare quelle «sezioni in apprendistato» in cui gli studenti che scelgono di partecipare al programma e vengono selezionati, fanno formazione in classe ed esperienza pratica in azienda. L’obiettivo è allargare i programmi di «alternanza spinta», coinvolgendo un maggior numero di aziende e di scuole, un collegamento sistematico tra mondo produttivo e una formazione che essere il più completa e mirata possibile, per garantire ai ragazzi di inserirsi nel mondo del lavoro.

«Risultati migliori»

«I ragazzi sono più motivati anche nello studio – ha assicurato il sottosegretario, che a Roma ha presentato i risultati del primo monitoraggio sull’apprendistato di primo livello -. Tutti gli studenti che hanno partecipato al progetto con Enel hanno preso il diploma e più della metà con voti superiori all’80».

Scuole non a norma, ora i presidi le chiudono: meglio interruzione pubblico servizio che il carcere

da La Tecnica della Scuola

Scuole non a norma, ora i presidi le chiudono: meglio interruzione pubblico servizio che il carcere

 

Purtroppo è risaputo che di scuole non a norma in Italia ve ne sono tante, soprattutto perché la metà degli istituti viaggia ormai per il mezzo secolo di vita.
A complicare le cose è il fatto che la nostra Penisola presenta diverse zone sismiche, che trasformano la mancata messa a norma in una spada di Damocle sulla testa di alunni, insegnanti e personale scolastico. Nemmeno l’ingente impegno del Governo Renzi, che ha speso alcuni miliardi di euro per la messa in sicurezza delle nostre scuole, è riuscito sinora a cambiare questo stato di cose.
Fin qui nulla di nuovo. Una novità però c’è: è quella che, nei casi in cui sia accertata la mancanza di sicurezza per chi vive l’edificio, i presidi sembrano diventati più inclini, rispetto al passato, a chiudere gli istituti.
È andata così ad Ostia, la località di mare più vicino alla capitale, dove circa cento alunni di una scuola primaria rimarranno a casa “sine die”.
La scuola, scrivono le agenzie di stampa, è la “via Mar dei Caraibi”, ad Ostia: la dirigente, Lucia Carletti, ha disposto con una Circolare “l’interruzione delle lezioni” delle classi IV e V, sezioni E ed F, “a partire dal giorno 22.09.2017 fino all’individuazione di soluzioni organizzative”.
Il provvedimento fa seguito al verbale dei vigili del fuoco che hanno chiuso l’ala sinistra del plesso: in pratica, è stato interdetto l’accesso alle aule del secondo piano, all’area sottostante i balconi nonché l’uso di una scala e di una parte dello spazio esterno.
La scuola non versa in condizioni ideali: qualche giorno fa ha dovuto affrontare alcuni problemi ai servizi igienici.
Di sicurezza degli edifici scolastici ed eccessivi rischi per i presidi si è parlato il 21 settembre a Montecitorio, presso le commissioni riunite Cultura e Lavoro, alla presenza di esperti sulla sicurezza scolastica e dell’ex giudice di Cassazione Raffaele Guariniello, in occasione di una audizione del sindacato Udir. Il quale sostiene di avere “aperto una breccia su una tematica impantanata da norme strozza-presidi e conservatorismi”: durante l’audizione si sono esaminate le richieste di modifica della normativa vigente, presentate dalla delegazione Udir a Montecitorio.

Esami I ciclo: parere favorevole del CSPI, ma con alcune osservazioni

da La Tecnica della Scuola

Esami I ciclo: parere favorevole del CSPI, ma con alcune osservazioni

 

Pur valutando positivamente la riduzione a tre delle prove scritte e l’esclusione delle Prove Invalsi dall’esame di Stato e la conseguente eliminazione di ogni diretta influenza sulla valutazione finale, il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, con proprio parere del 20 settembre, rileva alcune criticità nello schema di decreto ministeriale sullo svolgimento degli esami conclusivi del I ciclo.

In particolare, viene richiesto un approfondimento sui seguenti aspetti:

la scelta di attribuire al dirigente scolastico la presidenza delle commissioni d’esame del primo ciclo della scuola di titolarità va monitorata al fine di verificarne la funzionalità e l’efficacia, anche nell’ottica di una garanzia di terzietà;

  • nel decreto va precisato che il docente individuato dal dirigente scolastico deve appartenere al ruolo della scuola secondaria e vanno previste le modalità di individuazione del sostituto del dirigente scolastico, nei casi in cui la scuola non disponga di docenti non impegnati nell’esame di stato a cui chiederlo;
  • l’introduzione dell’organico dell’autonomia rende necessario precisare le modalità di composizione dei consigli di classe, per garantire la validità ai fini delle operazioni di scrutinio e dello svolgimento dell’esame;
  • è necessario infine valutare ogni possibile soluzione organizzativa per consentire agli alunni che, per gravi e comprovati motivi non abbiano potuto svolgere le prove INVALSI, di non compromettere l’ammissione agli esami di stato, anche avvalendosi, per analogia, della normativa prevista in questi casi per gli esami di stato.

 

In conclusione il Consiglio esprime parere favorevole allo schema di decreto, a condizione che vengano accolte le osservazioni, raccomandazioni e proposte di modifica espresse nel parere.

Inclusione e lotta al disagio, per i progetti serve il consenso al trattamento dei dati

da La Tecnica della Scuola

Inclusione e lotta al disagio, per i progetti serve il consenso al trattamento dei dati

 

Per l’avvio e la gestione dei moduli formativi dei “Progetti di inclusione sociale e lotta al disagio nonché per garantire l’apertura delle scuole oltre l’orario scolastico soprattutto nella aree a rischio e in quelle periferiche”, destinati agli studenti, è obbligatoria l’acquisizione del consenso scritto dei genitori al trattamento dei dati.

L’eventuale mancato consenso comporta l’impossibilità per lo studente di partecipare alle attività formative e, una volta iniziate le attività, non sarà più possibile revocare tale consenso.

Lo ha precisato il Miur, con nota 35916 del 21 settembre, con la quale ha fornito istruzioni in merito, indicando l’indirizzo al quale scaricare il modulo che dovrà essere firmato da parte dei genitori o dello studente maggiorenne e riconsegnato alla scuola per la conservazione agli atti.

Contestualmente il tutor deve caricare a sistema, per ogni studente di ciascun modulo formativo, la copia dell’informativa firmata (ultima pagina del modulo) e inserire le informazioni nella scheda anagrafica.

Le attività formative possono essere avviate solo se per tutti gli studenti che sono stati iscritti viene caricato il modulo firmato dai genitori e quindi sono state compilate tutte le sezioni dell’anagrafica studenti. L’iscrizione che non ha queste caratteristiche deve essere eliminata, altrimenti non si può procedere con l’avvio dei moduli formativi.
A tale proposito il Miur ricorda che l’eliminazione dell’iscrizione di tali studenti ha ricadute sul calcolo dei costi di gestione e che lo studente che dovesse essere inserito in un secondo momento rispetto alla data di avvio del modulo non potrà avere le presenze fino a quel momento, col limite del 75% ai fini dell’attestazione. Pertanto, il consenso al trattamento dei dati costituisce condizione necessaria per la frequenza dei moduli formativi finanziati nell’ambito del PON “Per la Scuola”.
Quanto sopra non vale solo per l’avviso in questione, ma costituirà una condizione vincolante anche per la gestione degli altri Avvisi relativi al Fondo Sociale Europeo (FSE).

Apprendistato, Toccafondi: ‘Serve un Protocollo di intesa scuola-azienda’

da Tuttoscuola

Apprendistato, Toccafondi: ‘Serve un Protocollo di intesa scuola-azienda’

Presentate il 21 settembre al Miur le esperienze di apprendistato in atto nella scuola italiana. “I ragazzi e le aziende – spiega il Ministero di Viale Trastevere – che stanno portando avanti un modello efficace di apprendistato di primo livello, hanno raccontato quello che hanno vissuto e sperimentato in questi tre anni: una formazione anche nei luoghi di lavoro che ha offerto agli studenti l’opportunità di sperimentarsi in percorsi di apprendimento e inserimento occupazionale“.

La preparazione dei giovani in azienda, affiancata da quelle conoscenze che soltanto la scuola può dare – prosegue – è in primo luogo una strategia ma anche un investimento importante per il nostro Paese, per rendere i nostri giovani maggiormente competitivi e ‘al passo’ con le richieste delle realtà professionali. L’apprendistato è uno strumento fondamentale per realizzare questo percorso“.

Sono 1.000 gli studenti in apprendistato a scuola. Il sistema duale diventa possibile anche in Italia – dichiara il Sottosegretario all’Istruzione, Gabriele ToccafondiÈ un’opportunità e non un obbligo, come invece è diventata l’alternanza scuola-lavoro. Occorre un Protocollo di intesa tra scuola e azienda/e, così i ragazzi che lo desiderano, alla fine del terzo anno, possono partecipare ad una selezione per formare dal quarto anno una sezione in apprendistato che durerà fino all’Esame di Stato“.

Congedo parentale a ore: come funziona?

da Tuttoscuola

Congedo parentale a ore: come funziona?

Sono una docente di ruolo di scuola superiore e madre di una bambina di due anni. Ho letto su alcune riviste che posso fruire del congedo parentale ad ore. Il personale di segreteria del mio istituito e lo stesso dirigente scolastico, interpellati in merito, mi hanno fornito riposte evasive e, a volte, contrastanti. Mi rivolgo a Lei per avere corrette e puntali delucidazioni su tale tipologia di congedo. Attendo, con ansia materna, la sua autorevole risposta.

La risposta dell’esperto

Il congedo parentale (già astensione facoltativa) è stato oggetto, nel 2015, di alcune importanti modifiche. Per coglierle puntualmente richiameremo, prima, la precedente disciplina, poi, in una sorta di contrappasso, illustreremo le novità intervenute con specifico riferimento alle lavoratrici madri che operano in ambito scolastico.

La disciplina previgente

Il precedente regime prevedeva un periodo di congedo parentale pari, complessivamente, a 6 mesi, che la lavoratrice madre poteva utilizzare sino agli 8 anni di età del minore, nel rispetto delle seguenti modalità retributive:

– sino a 3 anni di età del minore, la retribuzione era del 100% per il primo mese e del 30% per gli altri 5 mesi;

– dai 3 ai 6 anni di età del minore, la retribuzione poteva essere corrisposta – secondo gli importi dianzi evidenziati – solo ed unicamente se il reddito della madre richiedente risultava inferiore di 2,5 al minimo pensionabile corrisposto dall’Inps;

– dai 6 agli 8 anni di età del minore, la retribuzione non veniva – in ogni caso – corrisposta.

La disciplina vigente

Con il d.lgs. 15.06.2015, n. 80, che modifica, tra l’altro, gli artt. 32 e 34 del d.lgs. n. 151/2001, il congedo parentale rileva due importanti innovazioni, dapprima introdotte in via temporanea o sperimentale, successivamente rese definitive con altra disposizione legislativa (d.lgs. n.148/2015, art.43,comma 2).

La prima innovazione – che, però, lascia immutato il periodo massimo di fruizione di 6 mesi – concerne il più ampio lasso temporale entro cui la lavoratrice madre può fruire del congedo, elevato sino al compimento del 12° anno di età del minore.

Di conseguenza, vengono rideterminati anche i periodi di indennizzabilità ( cfr. Aran, Orientamento appl.vo SCU_098 del 5.04.2016), ovvero:

– sino al compimento del 6° anno di età del minore, la retribuzione per la lavoratrice madre della scuola è del 100% per il 1°mese e del 30% per gli altri 5 mesi;

– dal 6° all’8° anno del minore, la retribuzione è possibile, in misura identica a quella di cui al punto precedente, subordinatamente al reddito della lavoratrice richiedente, che deve essere inferiore di 2,5 all’importo previsto dal trattamento minimo pensionabile dell’Inps;

– dall’8° al 12° anno del minore non è prevista alcuna forma di retribuzione.

La seconda innovazione introduce la modalità di fruizione oraria del congedo parentale anche per i dipendenti delle Pubbliche amministrazioni che, in passato, ne erano esclusi.

Di seguito, gli aspetti di maggiore rilevanza.

  1. La lavoratrice madre, aggiuntivamente alle modalità già previste (giornaliere, plurigiornaliere o mensili), può fruire del congedo parentale ad ore in misura pari, di norma, alla metà dell’orario medio giornaliero, definito, a sua volta, sulla base dell’orario settimanale di servizio. Nella applicazione di tale criterio, riteniamo possibile – ove il permesso giornaliero ad ore risulti costituito da frazioni orarie, di difficile gestione in ambito scolastico – accordare alla lavoratrice la facoltà di utilizzare permessi orari giornalieri differenziati, senza comunque eccedere il tetto massimo consentito, ovvero la metà dell’orario settimanale di lavoro.
  2. In assenza della contrattazione collettiva, intesa a definire il criterio di calcolo della base oraria e della equiparazione di un determinato monte ore alla singola giornata lavorativa, il computo del congedo avviene, a tutt’oggi, su base giornaliera anche se la fruizione è effettuata in modalità oraria. Come dire, un permesso giornaliero di 2 ore corrisponde ad una giornata intera che concorre, a sua volta, a determinare il periodo massimo del congedo di 6 mesi. Resta, invece, rapportata al periodo orario di congedo parentale fruito la relativa corresponsione economica.
  3. La lavoratrice, nel fruire del congedo parentale può utilizzare le diverse modalità previste: giornate o mesi di congedo possono essere alternate da periodi di permesso orario. Tuttavia, al fine di evitare una fruizione, per cosi dire, “selvaggia”, in grado di indurre disfunzioni nella erogazione del servizio, il legislatore ha previsto la possibilità di addivenire ad un accordo tra il datore di lavoro ( per la scuola, il dirigente scolastico ) e la lavoratrice.
  4. La lavoratrice che articola la propria prestazione di servizio dal lunedì al venerdì e chieda, per tale periodo, il permesso ad ore con prosecuzione anche nella giornata del lunedì successivo, non vede computati d’ufficio anche il sabato e la domenica come congedo parentale, cosa che avviene, invece, per il congedo parentale richiesto a giornate intere. La spiegazione è semplice: nel congedo parentale orario, il sabato e la domenica risultano interposti da giornate ( venerdì e lunedì) in cui viene comunque effettuata l’attività lavorativa, pur se in maniera ridotta.
  5. Il congedo parentale orario – per espresso dettato normativo ( cfr. novellato art. 32, comma 1-ter, d.lgs. n. 151/2001) non è cumulabile, nelle medesime giornate, con altri permessi o riposi previsti dallo stesso Corpus normativo ( il D.lgs. n. 151/2001) e di cui sono parte integrante le innovate disposizioni in commento. In particolare, la lavoratrice madre, nel mentre utilizza il congedo parentale orario, è impedita dal fruire:

– del congedo parentale orario per altro figlio;

– dei permessi per allattamento, anche per altro figlio;

– dei permessi orari (di norma, due ore giornaliere ), in alternativa al prolungamento del congedo parentale a giorni, per l’assistenza ai figli disabili fino al compimento dei tre anni di vita.

Risultano cumulabili, in quanto disciplinati da altre fonti normative:

  • i 3 giorni di permesso mensile fruiti in modalità oraria per assistere parenti e affini con disabilità grave ( La maniera frazionata ad ore delle tre giornate di permesso mensile, però, non è prevista per il personale della scuola. – Cfr. Circ. Funzione pubblica, n.8/2008);
  • i permessi orari giornalieri di 2 ore al giorno, fruiti per se stesso, da parte del lavoratore in situazione di disabilità grave.

Tutto quanto evidenziato ha carattere provvisorio. Toccherà, infatti, alla contrattazione collettiva definire – anche in maniera diversa da quelli attuali – i criteri di compatibilità e incompatibilità per la fruizione del congedo parentale orario.

  1. L’ultima notazione riguarda i termini entro cui presentare la domanda per la fruizione del congedo. Per il congedo parentale a giorni, rimangono validi i termini previsti dal vigente Ccnl, ovvero:
  • in via ordinaria, 15 giorni prima della decorrenza;
  • 48 ore prima dell’astensione dal lavoro, a fronte di particolari situazioni personali da documentare.

Per il congedo parentale ad ore, il termine di preavviso è, invece, di 2 giorni.