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R. Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Come inventare la Preistoria

di Antonio Stanca

   Soprattutto giornalista ed editore è stato l’inglese Roy Lewis. E’ nato a Felixstowe nel 1913 e qui è morto nel 1996 dopo una vita fatta di molte esperienze, attività commerciali, viaggi, lunghe permanenze all’estero, collaborazione con diversi giornali, iniziative editoriali, matrimonio, figlie ed anche opere di narrativa. Poche e tra queste il romanzo che sarebbe risultato il più divertente del ventesimo secolo, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene. Lo scrisse nel 1960, quando aveva quarantasette anni, ed ultimamente è stato ristampato, per l’ennesima volta, dalla casa editrice Adelphi di Milano. Agli inizi l’opera era uscita in sei puntate e già allora era molto piaciuta ai lettori. Nel 2015 aveva avuto una riduzione cinematografica.

   Da vecchio Lewis scriverà alcuni racconti ma sarà questo romanzo a consacrare per sempre la sua fama. Rientra nel genere della fantascienza umoristica. In esso la voce narrante è di Ernest, uno dei figli di quell’uomo scimmia del titolo. Egli dice di tutto quanto la sua famiglia ha dovuto patire prima di giungere ad avere una certa sicurezza, una certa tranquillità, a non soffrire più dei pericoli che venivano dall’esterno.

   Si sta dicendo di una famiglia del Pleistocene, cioè della Preistoria, dell’era quaternaria, di quando comparvero i primi ominidi e Lewis la presenta come se si trattasse di una famiglia dei tempi moderni tanto uguali a quelli che avvengono oggi fa apparire i pensieri, gli scambi, i rapporti tra i familiari di allora. E’ la  nota curiosa della narrazione: in quella famiglia preistorica, numerosa, con tanti figli e tanti parenti, ognuno interpreta un ruolo, ognuno rappresenta un modo, un aspetto della futura umanità. Lewis fa di una situazione di tre milioni di anni fa, periodo del Pleistocene, una vicenda moderna, fa pensare, fa parlare, fa agire delle scimmie come se fossero persone d’oggi. Ogni componente di quella famiglia ha il suo nome, ognuno ha le sue caratteristiche, c’è chi è volenteroso, assiduo nell’applicazione, chi è pigro, svogliato, chi è rivolto alla contemplazione, chi all’attività artistica, chi alla caccia. Tra le donne ci sono quelle che preferiscono il lavoro domestico, la condizione di sottomissione all’uomo e quelle che, invece, vogliono primeggiare. Edward, il capofamiglia, è rivolto all’invenzione, alla scoperta di nuove tecniche, di nuovi strumenti, all’applicazione di nuovi modi di stare, di vivere. Suo fratello, Jan, è, invece, piuttosto restio ad accettare le novità, è piuttosto conservatore.

   Si pensi che nella preistoria nessuno sapeva ancora di modi di stare, che questi sarebbero diventati propri dell’umanità futura, che questa doveva ancora formarsi. Incuriosisce, fa ridere che lo scrittore abbia avuto una simile idea, che abbia inteso rappresentare tramite gli uomini primitivi quelli moderni, che come questi li abbia fatti pensare, parlare, agire. Sembra che il Lewis abbia voluto creare un collegamento, far intravedere una continuità tra prima e dopo pur tenendo conto che quel prima era molto remoto, era preistorico. Ma di là da ogni supposizione, un’invenzione rimane la sua, escogitata e realizzata al solo scopo di riuscire comico, di ottenere effetti umoristici. Né altro poteva aspettarsi lo scrittore quando rappresentava quell’Edward sempre intento a scoprire, ad inventare nuovi mezzi, ad indicare nuove forme di vita quasi fosse uno scienziato, un pensatore d’oggi. Scoprirà il fuoco, imparerà a produrlo, lo utilizzerà per la difesa dei luoghi abitati, per la cottura della carne degli animali uccisi durante la caccia, renderà più robuste le punte delle lance usate per questa, scoprirà l’arco, pur esso molto utile per la caccia, stabilirà che è bene sposarsi tra estranei, non tra familiari. Grazie a lui cambierà completamente la vita delle scimmie che fino ad allora era avvenuta sugli alberi. Cominceranno a vivere per terra e vi rimarranno per sempre.  Ma come ogni inventore, come ogni genio Edward vorrà diffondere la conoscenza delle sue scoperte mentre in casa i figli non intendono farlo perché vogliono essere i soli, gli unici a godere di esse, vogliono farne il loro segno distintivo, il loro privilegio. Fingendo un incidente uccideranno, quindi, il padre dal momento che non riuscivano a ridurlo alle loro idee.

   Finirà così il romanzo del Lewis mostrandosi fino alla fine impegnato ad ammodernare una situazione preistorica, a farla attraversare da molti particolari della vita attuale, a creare questa combinazione, questa alternanza, questa sovrapposizione, a farne motivo continuo di comicità.

S. Viscardi, Abbastanza

Viscardi, una testimone dei tempi

di Antonio Stanca

   Il romanzo Abbastanza di Sofia Viscardi è stato pubblicato da Mondadori nel 2018 ed a Febbraio di quest’anno ha avuto la prima edizione nella collana Oscar Bestsellers della stessa casa editrice. E’ il secondo della scrittrice, che nel 2016 aveva pubblicato il primo, Succede, dal quale è stato tratto il film omonimo.

   La Viscardi, nata a Milano nel 1998, ha ventuno anni e già prima di finire la scuola superiore aveva cominciato ad impegnarsi nell’ambito della comunicazione telematica, dove su Youtube aveva creato un proprio canale per dire di sé, della sua vita. Era riuscita interessante tanto da diventare una nota Youtuber e da meritare nel 2019, insieme ad altri giovani, l’Attestato d’Onore come Alfiere della Repubblica.

   Il mondo, la vita dei giovani, dei ragazzi d’oggi, i loro bisogni, i loro linguaggi  interessano alla Viscardi, i moderni mezzi di comunicazione lei spesso usa per parlarne,  di problemi attuali dice. E così anche nei libri dove completamente nuova è la forma espressiva, la costruzione del discorso, la scelta delle parole. Dialoghi, scambi continui avvengono tra i ragazzi interpreti di Abbastanza, non finiscono mai di parlare tra loro, di dire delle loro cose, di chiedersi se sono abbastanza per gli altri e di concludere sempre che l’importante è essere abbastanza per sè. Sono ragazzi che frequentano l’ultimo anno del Liceo “Virgilio” di Milano. Devono sostenere gli esami di maturità e questo li preoccupa anche se non al punto da rinunciare per lo studio alle loro abitudini, alle loro maniere. Sono i ragazzi della quinta A del “Virgilio” e come tutti i ragazzi d’oggi vivono tra telefonini, auricolari, ritrovi pubblici, bevute, fumo, droghe leggere, brevi amori, piccoli imbrogli e quant’altro è venuto a formare, a riempire il loro mondo. In questo la scrittrice li riprende, in ogni loro momento iniziando dal primo giorno di scuola e arrivando all’ultimo, quello precedente gli esami. Non ci sarà tregua, la Viscardi procederà senza fermarsi. Passerà da un ragazzo all’altro senza che il discorso risulti interrotto, diviso e possibile sarà sempre scoprire nei pensieri, nelle parole di un ragazzo la presenza, l’azione degli altri.

  Nell’opera la scrittrice si muoverà a brevi passi, per paragrafi, per piccole parti intitolate ognuna al nome di uno di quei ragazzi. Trasformerà questi nelle tessere di un mosaico che non cesseranno di comparire e scomparire, di dire e fare, di andare e venire, di cominciare e finire. Un movimento, un processo senza sosta ne risulterà, un percorso che si animerà, si rinnoverà in continuazione poiché il dialogo sarà il modo di comunicare per i ragazzi. I loro dialoghi serrati, i loro discorsi sempre diretti, le loro parole saranno le parti essenziali del libro. Parleranno tutti e sempre. Tutte le loro voci finiranno per diventare una sola, una sola opera, un solo romanzo

   Dei tanti ragazzi che si alterneranno all’inizio il numero si andrà riducendo fino a soltanto quattro, Leo, Marco, Cate e Ange. Saranno loro i protagonisti finali del lungo racconto della Viscardi, tramite loro la scrittrice farà sapere di quant’altro succede intorno, compagni, scuola, famiglie, città.

   All’inizio dell’anno i quattro erano ragazzi completamente diversi, ognuno aveva le sue cose e non sembrava che potessero avvicinarsi, combinarsi. Alla fine, invece, erano diventati amici inseparabili, avevano conservato le loro maniere ma vi avevano fatto rientrare quei sentimenti, quegli affetti che sono propri dell’amicizia e che la fanno durare più d’ogni altro rapporto.    E’ quanto, in effetti, può succedere a quell’età ed oltre a questo aspetto della vita dei giovani tanti altri contiene e rappresenta il libro della Viscardi. Un documento, una testimonianza dei tempi moderni va esso considerato. Ed una delle più autentiche, delle più appassionate poiché compiuta da chi a quei tempi appartiene.

D. Winslow, Palm Desert

Don Winslow, non solo paura…

di Antonio Stanca

   A sessantasei anni Don Winslow è considerato uno dei maggiori scrittori americani di romanzi di genere poliziesco. E’ nato a New York nel 1953, vive a San Diego, California, e in molte direzioni, regia teatrale e televisiva, attore e guida di safari, investigatore privato e consulente legale, si è applicato prima di dedicarsi soltanto alla scrittura. Aveva scritto pure in precedenza, il suo esordio in narrativa era avvenuto mentre era impegnato altrove ma aveva poi finito col dedicarsi completamente ad essa. Sarà autore di romanzi singoli e soprattutto di serie di opere incentrate intorno ad un personaggio principale e generalmente ambientate in California. La prima di queste serie avrebbe avuto inizio nel 1991 col romanzo London Underground al quale sarebbero seguiti China Girl, Nevada Connection, Lady Las Vegas ed infine Palm Desert del 1996, che l’anno scorso è stato ristampato dalla Einaudi di Torino con la traduzione di Alfredo Colitto.

   Questa serie s’intitola Le indagini di Neal Carey che ne è il personaggio centrale, il protagonista. E’ lui l’investigatore privato incaricato di tanti compiti, di svolgere indagini ma anche, come in Palm Desert, di riportare a casa il vecchio, ottantaseienne, Natty Silver che se n’è andato da Palm Desert, California, si è rifugiato a Las Vegas, Nevada, e si pensa perché attirato dalla città, dai locali pubblici, dai teatri dove per tanti anni ha lavorato nello spettacolo come comico, barzellettiere. Era diventato noto, le sue qualità erano state apprezzate da un vasto pubblico. Lo si era visto dal vivo o in televisione, al cinema e, data la natura popolare del suo repertorio, ovunque era giunta la sua fama. Non è questa, però, la causa della sua fuga. Neal Carey, il protagonista investigatore, scoprirà che era fuggito da Palm Desert perché aveva avuto paura di essere stato visto dai banditi che avevano incendiato la loro casa accanto alla sua facendo credere in un incidente per ricavare grosse somme di denaro dall’assicurazione. Aveva pensato che nell’indagine che ne sarebbe seguita la sua testimonianza avrebbe dovuto rivelare la natura dolosa dell’incendio, avrebbe fatto fallire i piani dei banditi e lo avrebbe esposto al pericolo della loro vendetta. Pertanto quelle che nelle previsioni sarebbero dovute essere le poche ore del viaggio da Las Vegas a Palm Desert si trasformeranno, per Neal e Natty, in una serie interminabile di avventure delle quali entreranno a far parte le loro compagne, più giovane quella di Neal, più vecchia quella di Natty, i precedenti banditi e tanti altri personaggi che nell’affare dell’incendio e dell’assicurazione erano implicati. I due correranno tanti pericoli, vivranno situazioni molto rischiose in luoghi sconosciuti ma alla fine giungeranno, rientreranno nella loro città, nelle loro case e premiati si vedranno tutti, anche le loro compagne, degli sforzi compiuti. Sarà un percorso lungo quello del romanzo durante il quale si avrà modo di scoprire tanta di quell’America che, pur pensando di conoscere, non si finisce mai d’imparare, che, pur credendo libera da ogni peccato, non si finisce mai di sapere quanto di oscuro, di torbido in essa si cela.

   Un aspetto umano, sociale assume pure il romanzo del Winslow che, inoltre, è attraversato da una vena comica, da un umorismo a volte evidente, a volte sotteso. Fa parte dello stile dello scrittore. Non rinuncia mai, Winslow, a cogliere di una situazione pur drammatica quanto di essa può far ridere.

  E’ la nota distintiva della sua scrittura, quella che lo fa leggere da milioni di lettori, lo fa tradurre, traspone in film tanti suoi libri.

  Non disconosce Winslow che nella vita ci si può trovare esposti a pericoli, a minacce, a paure ma non smette di credere che il riso possa essere un modo per salvarsi.

  Uno strano genere di romanzo poliziesco risulta il suo dal momento che insieme al tragico contiene il comico, insieme al pianto il riso. Nuovo ha voluto essere lo scrittore e c’è riuscito!

G. Fontana, Un solo paradiso

Fontana, lo scrittore della vita

di Antonio Stanca

   Al 2016 risale Un solo paradiso, ultimo romanzo dello scrittore Giorgio Fontana che fu pubblicato dalla casa editrice Sellerio di Palermo. Fontana vive a Milano, ha trentotto anni, è nato in provincia di Varese nel 1981, si è laureato presso l’Università di Milano ed ha cominciato a scrivere nel 2007. Buoni propositi per l’anno nuovo è stato il suo primo romanzo, seguito nel 2008 da Novalis e dal reportage sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia. Del 2011 saranno il saggio La velocità del buio e il romanzo Per legge superiore che, insieme all’altro del 2014 Morte di un uomo felice, tratterà di temi relativi alla magistratura e alla giustizia in Italia. Le due opere avranno molti premi e molte traduzioni.

   Fontana è, inoltre, attivo collaboratore di numerose testate giornalistiche ed insegna scrittura creativa alla Scuola Holden e alla Naba di Milano.

   Molti sono i modi con i quali ha finora mostrato di volersi impegnare nell’osservazione, nell’esame, nella valutazione della realtà attuale, della vita dei tempi moderni, della società contemporanea. Lo ha fatto da giornalista, da saggista e da scrittore. Non è mai rimasto lontano da quanto accadeva intorno a lui, una testimonianza delle più attente, una presenza delle più partecipi ha voluto che fosse la sua. E alquanto suggestiva è la maniera con la quale, nei romanzi, riesce a ricavare da una circostanza quotidiana, da un avvenimento comune un motivo, un tema che va oltre i limiti dell’accaduto e si carica di altri significati.

   Abile è Fontana pure nell’esposizione sempre sicura, determinata, sempre chiara, precisa anche quando dice di situazioni incerte, confuse, di pensieri, stati d’animo oscuri.

   Anche in Un solo paradiso traspare il Fontana dai contenuti e dalle forme sue solite. Qui si dice di Alessio e Martina, della loro storia d’amore, dell’inizio e della fine di questa. Entrambi vivono a Milano ed entrambi vi sono arrivati da fuori con le loro famiglie, lui dalla montagna, lei dal meridione, lui di famiglia tradizionale, lei di famiglia moderna, lui povero, lei ricca.

   A Milano avevano fatto parte dello stesso gruppo di amici tra universitari e lavoratori, liberi e legati sentimentalmente. Si ritrovavano sistematicamente in determinati posti o locali, sempre avevano da dire, da fare quando non avevano da mangiare o da bere. Tra Alessio e Martina sorgerà una simpatia, un affetto, s’innamoreranno. Lo erano stati in precedenza con altre persone ma ora erano stati presi, travolti da una passione tutta loro. Erano felici, soprattutto Alessio che mai si era sentito tanto corrisposto, tanto desiderato, mai era stato così sicuro di una donna. Senza limiti sarà il loro amore, vorranno stare sempre insieme, vorranno sempre amarsi, non saranno mai contenti, soddisfatti, mai sazi. Col tempo, però, tanto ardore si ridurrà poiché Martina si mostrerà sempre meno partecipe, sempre meno vicina. Lascerà Alessio, non riuscirà a liberarsi dall’attrazione per Michele, suo precedente compagno. Non resisterà al suo pensiero nonostante fosse stato gravemente scorretto nei suoi riguardi.

   Alessio, rimasto solo, si legherà ad un’altra donna ma poi finirà anche con questa e per lui comincerà un periodo di smarrimento che lo porterà prima a viaggiare, poi ad usare l’alcol con sempre maggiore frequenza e quantità, a lasciare il lavoro, a rimanere senza soldi e senza casa, a perdersi per le strade e soprattutto le periferie di una Milano diventata improvvisamente sconosciuta, ostile. Alessio mancherà alla conoscenza di tutti. Nessuno dei tanti amici di una volta saprà come, dove è finito. Nemmeno l’amico col quale era stato una notte intera a Milano in quel bar detto Ritornello dove ai vecchi tempi si ritrovavano tutti. A lui Alessio racconterà la sua storia con Martina e questo racconto sarà il contenuto del romanzo. L’amore tra lui e la donna, il percorso del loro rapporto, l’intensità del loro trasporto, la crisi, la fine: saranno i temi dell’opera del Fontana. Lo scrittore li farà narrare da chi li ha vissuti, da chi ne è uscito rovinato, distrutto perché incapace di rassegnarsi, di capire che anche una relazione come la sua poteva finire.

   Per Martina era stato diverso, lei non aveva avuto molti problemi a smettere con Alessio né li avevano avuti i loro amici comuni a capire che tra loro poteva finire. Solo si era ritrovato tra tutti, solo a non capire e a non essere capito poiché diverso era lui dagli altri, diverse le sue regole, diversa la sua morale. Sono due mondi quelli che Fontana mette a confronto nella sua opera, uno è antico, l’altro è moderno. Al primo appartiene l’uomo, al secondo la donna e gli amici. Da qui il fascino, la suggestione dell’opera, da un confronto che Fontana mostra non sia ancora finito, da un problema non ancora risolto.

   Alessio si troverà di fronte ad un mondo che è cambiato, che non ha posto per lui. Diventerà il suo dramma, la sua fine ma non rinuncerà alla sfida e farà di Fontana un narratore unico, esclusivo poiché ancora una volta impegnato in un problema fondamentale, ancora una volta attento a quanto accade nella vita, a fare di un caso un aspetto dell’esistenza.

Tutti scrittori?

Tutti scrittori?

di Antonio Stanca

   Quella della scrittura sembra diventata un’attrazione, una mania alla quale non sfugge più nessuno. Essere scrittore, scrivere romanzi o almeno uno sembra diventato un desiderio ovunque diffuso. In ambito specifico quasi tutti i nuovi scrittori sono stati o ancora sono giornalisti. Sono, cioè, passati da un tipo di produzione ad un altro convinti di poterlo fare senza alcun problema, pensando che tra i due generi non ci sia nessuna differenza. Hanno continuato, quindi, a scrivere in narrativa come nel giornalismo senza accorgersi di averla fatta scadere, di averla ridotta a cronaca se non ad indagine o analisi generica. L’hanno inaridita, l’hanno privata di quei contenuti, di quell’espressione, di quell’atmosfera necessaria ad attirare, a coinvolgere, ad emozionare il lettore, a trasferirlo in una dimensione diversa da quella che vive.

   Scrittori, tuttavia, non hanno creduto di poterlo essere solo i giornalisti ma tanti altri: tra poco non ci sarà un politico, uno sportivo, un cantante, un attore, un qualunque personaggio noto che non abbia scritto un libro o che non abbia in mente di farlo. In queste opere gli autori spesso scrivono di loro, della loro vita, della loro storia, di un loro caso particolare mentre quegli altri scrivono d’altro, non autobiografiche sono le loro opere nonostante i limiti, i difetti dei quali si diceva.

   Il problema è grave: non solo per gli autori ma anche per i lettori questa sta diventando la nuova produzione narrativa e quelli i nuovi scrittori. Né servono gli esempi, ormai sempre più rari, di vecchi scrittori ancora vivi, delle loro opere, a richiamare l’attenzione, a correggere l’errore. I nuovi mezzi di comunicazione, la pubblicità è capace di far apparire grandi romanzi quelli che non lo sono, di farli premiare, di fare dei loro autori personaggi d’eccezione pur essendo degli sconosciuti.

   E non solo di questo ci si meraviglia ma anche del fatto che nonostante si stia vivendo un’epoca nella quale la visione ha quasi completamente sostituito la lettura, da tante parti, da tante persone si voglia diventare scrittori. Non ci si rende conto che un libro è oggi un successo molto effimero perché rischia di non essere letto da nessuno e di rimanere inutile come i tanti, tantissimi altri che ormai esistono.

   In un libro, nella sua scrittura convergono, invece, le aspirazioni della moltitudine. Col libro, forse, crede di essere ricordata, di diventare immortale poiché scarsamente convinta è del valore delle immagini, delle visioni? Ma nemmeno quel libro vale ché uno scadimento esso rappresenta rispetto a quanto è da intendere per narrativa e visto che ancora non si sono diffuse, non sono state accettate altre concezioni, altre maniere al riguardo.

   Come spiegare quanto sta succedendo? A cosa attribuire il fenomeno?

   Tutti vogliono essere autori di narrativa senza accorgersi di averla travisata al punto da non farla più riconoscere, da non farle più assicurare nessun tipo di notorietà.

 E’ difficile capire ma intanto si continua sulla strada delle “ambizioni sbagliate”.

AA.VV. (a cura di L. Tosi), Fare didattica in spazi flessibili

Uno studio su come progettare, organizzare e utilizzare gli ambienti di apprendimento a scuola

Creare un ambiente accogliente, nel quale progettare percorsi didattici che “escono fuori” dall’aula, senza ulteriori interventi strutturali, ma usufruendo delle risorse disponibili, con l’obiettivo principale di interagire sulla qualità dei processi di apprendimento.

Una serie di approfondimenti raccolti nel volume “Fare didattica in spazi flessibili. Progettare, organizzare e utilizzare gli ambienti di apprendimento a scuola”, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) sulle architetture scolastiche.

Il volume fornisce interessanti spunti di riflessione sul rapporto fra pedagogia e architettura; su come lo spazio fisico possa concretamente contribuire alla qualità della vita scolastica e degli apprendimenti, e quali debbano essere i margini di intervento e gli strumenti che possono aiutare a realizzare un luogo efficace per docenti e studenti.

«Con il gruppo di ricercatori dell’Indire – racconta il curatore del volume Leonardo Tosi, ricercatore di Indire – ci siamo posti una serie di domande sul tema degli spazi fisici di apprendimento e sulle caratteristiche che dovrebbero avere per rispondere alle esigenze di una società oggi profondamente cambiata».

Il volume offre un utile set di strumenti per trasformare l’aula in un ambiente di apprendimento allargato e flessibile; sono ormai molte le evidenze in ambito scientifico che sottolineano come l’ambiente interagisca sulla qualità dei processi di apprendimento. Infine, nel volume sono raccolte dieci Learning Stories raccontate da altrettanti insegnanti che hanno voluto considerare l’ambiente fisico come un elemento strategico per la qualità della vita scolastica e degli apprendimenti.

Il punto di partenza della riflessione è, come spiega il ricercatore Indire Samuele Borri nel suo contributo, il «Manifesto 1+4 Spazi educativi per la scuola del Terzo Millennio», presentato dall’Indire nel 2016. Il documento propone una visione che si discosta dall’idea di scuola come “somma di aule” e si estende, oltre alla dimensione didattica, al contesto sociale e alla capacità di un ambiente di influenzare la qualità delle relazioni sociali.

https://www.scuolastore.it/it/book/fare-didattica-spazi-flessibili

Festa della Donna 2019

Festa della Donna 2019

di Antonio Stanca

Sabato 9 Marzo a Sternatia (Lecce) presso i locali del Centro Studi “Chora-Ma” si è svolta una manifestazione per celebrare la Festa della Donna. Molti sono stati i convenuti come generalmente avviene ogni volta che il Centro Studi organizza una serata. Direttore di “Chora-Ma” è da anni Donato Indino, che ha saputo trasformarlo in un punto di riferimento importante per il recupero e la rivalutazione della lingua “grìka”. Attraverso gruppi di studio, convegni, contatti, scambi con la Grecia ed altre operazioni “Chora-Ma” si è proposto all’attenzione generale nel contesto culturale salentino. Anche altre manifestazioni ha ospitato e ospita e noti personaggi sono venuti a conferire circa le loro opere e i problemi che la cultura sta attualmente attraversando.

   Una prova di questi interessi allargati può essere considerata la manifestazione di Sabato scorso in occasione della Festa della Donna. Di fronte ad un folto pubblico la moderatrice Monia Perrone ha condotto la serata e regolato gli interventi degli ospiti. Tra questi c’era la giornalista Silvia Cazzato che ha intervistato Maria De Giovanni, Ambasciatrice di arte e medicina nonché promotrice dell’associazione “Surprise” a favore degli ammalati, come lei, di sclerosi multipla. La De Giovanni è personaggio noto anche in ambito giornalistico, televisivo e generalmente culturale.

  Dall’intervista è emerso il tema della serata “Donne e volontariato (La sensibilità femminile al servizio della società)”. A questo riguardo la De Giovanni è stata molto chiara e molto partecipe. E’ bastato che parlasse di lei per attirare molta attenzione, che dicesse dei suoi problemi di ammalata e della sua volontà di non arrendersi alla malattia da quando ha iniziato a manifestarsi ma di agire perché divenisse un problema dal quale difendersi, col quale convivere. Numerosi sono stati i successi e i riconoscimenti che in quest’ambito ha ottenuto. Volontaria è stata e continua ad essere la sua azione per quanti soffrono. Il volontariato femminile, ha osservato la De Giovanni, è un’operazione più facile da compiere giacché la donna, essendo moglie e madre, sente più vicina, più sua la partecipazione, la collaborazione ai problemi degli altri. Animata dallo spirito di madre lei ha cominciato con la sua opera di volontariato che si è andata sempre più estendendo fino a portarla oltre i confini della sua terra, a farla conoscere in ambito nazionale e straniero. Dopo l’associazione tante altre sono state e sono le attività da lei avviate, sostenute e svolte affinché il problema della sclerosi multipla venga controllato e ridotto.

   Dopo l’intervista sono intervenute le autorità, provinciali e comunali che hanno riconosciuto il valore e la funzione di quanto fatto finora dalla De Giovanni.

   Infine si è passati ad offrire al pubblico le prelibatezze preparate per l’occorrenza.

   Hanno allietato la serata gli interventi musicali della soprano Giusy Zangari.

J.M Keynes, I libri costano troppo?

Tra libri e lettori

di Antonio Stanca

A Novembre dell’anno scorso per conto della casa editrice Laterza, Bari-Roma, è comparso l’opuscolo intitolato I libri costano troppo? Contiene un articolo che il noto economista inglese Maynard Keynes pubblicò il 12 Marzo 1927 sul giornale “The Nation and Athenaeum”. La traduzione è di Oliviero Pesce, altro importante economista nato in Puglia nel 1938, che è pure l’autore della seconda parte dell’opuscolo.

    Il Keynes era stato una figura di rilievo nell’Inghilterra del secolo scorso. Era nato nel 1883 e morì nel 1946. Studioso, ricercatore, aveva scritto molte opere di economia, aveva tenuto molte conferenze, aveva ricoperto incarichi pubblici e le sue teorie avevano trovato applicazione in ambito mondiale.

   L’articolo riportato in questo libretto s’inserisce in una polemica allora sorta in Inghilterra circa l’industria editoriale. Keynes vi compie una chiara illustrazione di quanto succedeva in quei tempi riguardo agli editori, agli autori, ai librai, ai lettori e a tutto quanto va collegato con la scrittura di un libro, la sua stampa, la sua vendita, la sua lettura. Ne risulta un quadro piuttosto deludente poiché si vede che quanto serve per portare a compimento un libro non viene corrisposto dalle richieste del pubblico, dall’interesse dei lettori. Il motivo è da cercare nei prezzi piuttosto alti dei libri? Si può pensare che prezzi più contenuti farebbero aumentare le vendite, i lettori o che la spiegazione del problema stia nel sempre minor tempo e attenzione che la lettura riesce a trovare per sé? Poco chiare, pure per Keynes, rimangono le risposte. Non è facile capire, dice lo studioso, visto che il fenomeno non è limitato all’ambito privato ma esteso a quello pubblico. Neanche le biblioteche scolastiche, universitarie, comunali, provinciali o altre richiedono molti libri. Di conseguenza in crisi è andata molta attività editoriale.

   Nel suo intervento Pesce ripercorre l’articolo del Keynes e mette in evidenza come rispetto a cento anni fa la situazione oggi si sia aggravata e non solo in Inghilterra ma anche in tante altre nazioni dell’Occidente compresa l’Italia, sulla quale si sofferma in particolar modo nelle pagine conclusive. Secondo Pesce le cause del problema vanno cercate nel tipo di vita, di società che col tempo si è andato costituendo, nei nuovi e più veloci mezzi di comunicazione che si sono andati diffondendo anche in ambito pubblico, nell’uso senza limiti di Internet e dei tanti altri sistemi ad esso correlati. Per lui se ai tempi di Keynes c’era da sperare in una soluzione del problema ora non lo si può poiché le nuove tecniche di apprendimento, istruzione, conoscenza si vanno sempre più perfezionando e vanno sempre più sostituendo le vecchie maniere compresa quella della lettura.    E’ grave ma è una perdita che non è possibile evitare poiché come in ogni progresso ci sono degli aspetti, dei modi di vivere che finiscono e per sempre.    

AA.VV., Atlante dell’arte contemporanea

ATLANTE DELL’ARTE CONTEMPORANEA DE AGOSTINI | PRESENTATO A ROMA IL 15 FEBBRAIO 2019

Francesca Falli tra gli 800 artisti selezionati dal comitato scientifico che ha redatto il prestigioso volume

Venerdì 15 febbraio 2019 è stato presentato a Roma, in presenza di Daniele Radini Tedeschi e Achille Bonito Oliva l’Atlante dell’Arte Contemporanea prodotto dalla prestigiosa Casa Editrice multinazionale DeAgostini di Novara, adesso nelle librerie di tutta Italia. Nel mondo dell’arte italiano è certamente una delle iniziative editoriali più prestigiose e attese da tutti gli artisti, critici d’arte, gallerie d’asta e galleristi che attraverso questo strumento oggi hanno la possibilità di conoscere gli artisti contemporanei più apprezzati dalla critica ufficiale con le quotazioni delle opere che le rendono appetibili e ricercate nel mercato dell’arte internazionale. I collezionisti, gli investitori d’arte, i galleristi, gli stessi critici d’arte e tutti gli artisti, con questo strumento oggi hanno la possibilità di avere dei punti di riferimento certificati dai migliori esperti e critici d’arte italiani rispetto alla qualità delle opere e al loro valore medio nel mercato internazionale dell’arte. Il prodotto editoriale della De Agostini ci consegna un lavoro certosino e attento, durato oltre tre anni, con oltre mille pagine policromatiche che rendono l’opera veramente unica e che certamente farà apprezzare tutti gli artisti e le loro opere catalogate in questa raccolta. Il progetto editoriale ha visto la collaborazione della società Start Group che ha contribuito a rendere il lavoro ricco di informazioni di difficile reperibilità perché sparse in diverse fonti non sempre facilmente rintracciabili. Il lavoro raccoglie 800 artisti contemporanei in attività tra il 1950 e il 2019, classificati con delle schede sintetiche che forniscono al lettore informazioni sulla ricerca artistica, sulle tecniche utilizzate, sul genere d’arte prodotto, in quali gallerie è possibile trovare le opere. Insomma, un vero e proprio archivio con tutte le informazioni utili sugli 800 artisti, la loro arte e i recapiti per contattarli.
L’immane lavoro per realizzare quest’opera è stato coordinato da Daniele Radini Tedeschi e Stefania Pieralice, e dà diversi approcci di lettura, sia alfabetico che per regioni, oltre ad una approfondita conoscenza del sistema dell’arte italiana.

Descrizione dell’Atlante dell’Arte Contemporanea DeAgostini 2019

Questo prestigioso volume che ambisce ad essere il principale strumento internazionale di consultazione per l’arte avrà il grande merito di offrire una guida attenta e dettagliata del panorama artistico contemporaneo italiano, costituendo, su scala regionale, provinciale e comunale, una vera e propria mappa dei migliori talenti. Punto di riferimento per istituzioni museali, artisti, collezionisti, galleristi, case d’asta, e amatori, l’Atlante intende sottolineare le virtù peculiari di pittori, scultori, fotografi, performer, video maker grazie alla decostruzione del mito globalizzato in favore di un’indagine locale e periferica. Come in passato era esistita la scuola senese e quella fiorentina, la pittura veneta e quella napoletana, oggi diventa sempre più necessario ritrovare i segni, le stimmate, di queste peculiarità fin troppo corrose dalla globalizzazione e dal Sistema dell’Arte. Ogni regione, provincia, comune registrerà gli schedari dei singoli artisti, classificati in base al loro stile e descritti attraverso dati quali biografia, mercato, quotazioni, aggiudicazioni d’asta, mentre solo per taluni protagonisti sarà dedicata una sezione particolare con apparati storico-critici. Una parte residuale della pubblicazione analizzerà anche alcuni artisti internazionali. La presentazione ufficiale con anteprima internazionale si è tenuta a Roma presso il Museo dell’Ara Pacis il 15 febbraio 2019. La giornata è stata dedicata anche a diversi incontri che hanno coinvolto importanti personalità della cultura, delle Istituzioni e del collezionismo, tra i quali Daniele Radini Tedeschi e Achille Bonito Oliva. La copertina dell’Atlante, edizione 2018, dedicata a Mimmo Paladino – personalità paradigmatica dell’arte e protagonista della Transavanguardia teorizzata da Achille Bonito Oliva – intende porre l’attenzione sul significato della modernità al di là di ogni categoria, sul valore del simbolo e della spiritualità arcaica. Paladino infatti, al pari dei lavori di Matisse per la cappella di Vence, ha realizzato, nel 2017, assieme alla stilista Alberta Ferretti i paramenti sacri per la cappella Rucellai di Firenze, confermando una sensibilità profonda rivolta al mistero cristiano. Il comitato scientifico, costituito da critici e intellettuali di chiara fama, ha valutato l’inserimento di ogni artista sulla base di parametri selettivi molto stretti rivolgendosi esclusivamente ad artisti professionisti. Diverse le sezioni speciali trattate attraverso degli approfondimenti redazionali: un focus è stato rivolto agli esponenti dell’Estetica Paradisiaca, corrente d’avanguardia nata nel primo decennio del Duemila e largamente diffusa su scala internazionale; un capitolo è stato dedicato alla fotografia contemporanea e ai legami tra arti tradizionali e immagine riprodotta attraverso i video mediante il labile confine tra video art e cortometraggio; infine un paragrafo è stato rivolto alla Biennale di Venezia con interviste e recensioni ai protagonisti delle più recenti esposizioni lagunari. Oltre alla profondità dei contenuti, la notevole cura editoriale, unita ad un gusto grafico moderno e aggiornato, conferisce a questo volume la dovuta attenzione internazionale.

Tra gli artisti selezionati dalla De Agostini e dal comitato scientifico per la redazione del volome, figura l’artista Francesca Falli lavora da sempre nel campo delle arti visive. La Falla ha frequentato l’Istituto d’Arte, L’Istituto Europeo di Design a Roma e l’Accademia di Belle Arti. Ha esposto a: L’Aquila, Pescara, Roma, Genova, Bologna, Venezia, Formentera, Bergamo, Napoli, Milano, Treviso, Salerno, Ischia, Amalfi, Matera, Caserta, Cava dei Tirreni, Malta, Stoccolma, Shangai, Austria, Palestina, Londra, Miami, Mosca, San Pietroburgo, Spagna, Londra, Malta, Motta di Livenza, New York. Le sue opere sono esposte in alcuni musei di arte contemporanea più importanti in Europa. Ha ricevuto premi e riconoscimenti sia in Italia che all’estero. È socia del Centro Interdisciplinare sul Paesaggio Contemporaneo. Ha esposto i suoi “Pollage” nella sezione grandi Gallerie nelle principali Fiere di arte contemporanea italiana accanto alle opere Warhol, Festa, Angeli e Schifano.

G. Celati, Verso la foce

Celati e l’Italia dei problemi

di Antonio Stanca

   Il padre, Antonio, veniva dalla provincia di Ferrara, la madre, Exenia Dolores, da un paesino intorno al delta del Po e questi luoghi d’origine dei genitori, che erano stati anche quelli della sua infanzia e adolescenza, nel 1989 con il libro-diario Verso la foce e nel 2003 con l’interpretazione del film-documentario Mondonuovo di Davide Ferrario, aveva mostrato di aver percorso partendo dall’entroterra romagnolo e giungendo alla foce del Po.

  Di Giovanni Celati, detto Gianni, si sta parlando. A ottantadue anni vive a Brighton, in Inghilterra, e recentemente dalla Feltrinelli di Milano è stato ristampato Verso la foce. Lo scrisse quando aveva cinquantadue anni e voleva dire della prima delle due grandi traversate della pianura padana da lui compiute alla ricerca di quanto aveva fatto parte della vita, della storia dei suoi genitori e della sua.

   Celati era nato nel 1937 a Sondrio, dove la famiglia si era trasferita durante uno dei tanti traslochi compiuti a causa del lavoro del padre, usciere di banca. Dopo il liceo si era laureato in Letteratura Inglese presso l’Università di Bologna e come traduttore di importanti opere della letteratura europea, come autore di articoli per giornali, come saggista prima che come scrittore di romanzi e racconti aveva iniziato la sua attività letteraria. Molto comprenderà questa. Celati sarà pure docente universitario in Italia e all’estero, compirà molti viaggi, sarà regista di alcuni documentari, sarà onorato di molti riconoscimenti. La sua sarà una personalità poliedrica, tante saranno le esperienze da lui vissute e i risultati, le opere che ne deriveranno. Per intero l’immensa complessità del mondo, dei tempi moderni sembrerà trovare riflesso nella sua mente, nella sua opera. Una risposta, un’interpretazione di tutti i problemi della moderna umanità sembrerà poter rappresentare Celati tramite quanto ha pensato, ha fatto, ha detto, ha scritto, ha mostrato. Non ha mai rinunciato alla sua posizione di intellettuale impegnato, di scrittore, di opinionista.

   Anche in Verso la foce, dove dovrebbe solo dire di un lungo viaggio compiuto insieme ad amici o compagni, dove dovrebbe scrivere come in un diario non rinuncerà egli alla posizione dello scrittore, all’impegno del pensatore, alle riflessioni, alle osservazioni che sono loro proprie. Il libro è un diario ma anche un romanzo, è una cronaca ma anche una narrazione.

   Il viaggio sarà accanto, intorno al corso del Po, seguirà il fiume non da dove nasce ma da quando acquista la consistenza, la forma, la forza del grande fiume. Dall’interno, cioè, della pianura padana per tutta quell’Italia che attraversa prima di finire in quell’Adriatico che sempre lo aspetta e sempre lo accoglie.

   Vicino al Po Celati procederà con altri, da solo, a piedi, in macchina, con l’autobus, col treno, con mezzi di fortuna, alloggerà, mangerà adattandosi a diverse situazioni, scriverà anche. Saranno tanti i luoghi che incontrerà, città, strade, paesi, villaggi, case, campagne, foreste, boschi, fiumi, laghi, paludi, tante le persone, uomini, donne, vecchi, giovani, bambini che vedrà, tante le circostanze, buone e cattive, favorevoli e pericolose, che lo riguarderanno, tanta la vita alla quale assisterà, moderna e partecipata nei centri, arretrata e isolata nelle periferie, tanti gli abusi, le violazioni che vedrà compiuti dall’industrializzazione, tante le rovine da questa comportate ad immense distese di terra che sono state abbandonate o sono abitate da poche persone. Una triste realtà fatta di solitudine, di isolamento è quella che per molta parte del viaggio si presenta al Celati, una realtà di case crollate, di paesi deserti, di animali vaganti, di povertà, di ignoranza, di miseria, di malattia, di morte. Grave è, scrive, che di quest’Italia si sappia così poco o niente, che esista da tanto tempo e che mai si sia provveduto al suo risanamento. All’epoca fascista risalgono provvedimenti a suo favore.

   Incolmabile è la distanza, la differenza che si è creata tra il centro e la periferia, tra la città e la campagna e solo percorrendo questa, come ha fatto Celati, ci si può accorgere. Nemmeno i ricordi della sua infanzia, della sua adolescenza riescono a sollevarlo dalla triste scoperta ché niente è rimasto dei tempi di allora e una diffusa condizione di rovina, di fine è quella che ormai esiste. Solo i colori delle acque del fiume, del cielo, del paesaggio riescono a sollevare il suo stato d’animo invaso da tanta angoscia.

   Se poi si pensa che anche all’interno di tante altre parti d’Italia esistono simili condizioni ci si rende conto di quanto diversa dalla realtà sia diventata l’apparenza.

E. Kagge, Camminare (Un gesto sovversivo)

Camminare per vivere

di Antonio Stanca

 Camminare (Un gesto sovversivo) è il titolo di un breve volume del norvegese Erling Kagge. Lo scrisse l’anno scorso ed ora è ricomparso in Italia quale supplemento del quotidiano “la Repubblica”.

   Kagge è nato a Oslo nel 1963, ha cinquantasei anni, ha studiato filosofia presso l’Università di Cambridge, ha fondato la casa editrice Kagge Forlag, che poi ha ampliato con l’acquisto di un’altra casa editrice e che è diventata una delle più importanti società editrici norvegesi. Ha scritto libri da solo o in collaborazione. Nel 2017 una sua opera Silenzio: nell’era del rumore è stata un successo mondiale. Tradotta in molte lingue ha fatto di Kagge uno scrittore noto a livello internazionale.

   In verità Kagge era già conosciuto come l’uomo dei “tre poli”: nel 1990 aveva raggiunto il Polo Nord insieme all’amico Borge Ousland, nel 1992 da solo era arrivato al Polo Sud e nel 1994 aveva scalato una cima dell’Everest. Leggendaria era diventata la sua figura anche perché quelle imprese eccezionali rientravano nella vita quotidiana di un editore, un collezionista d’arte, un imprenditore, un politico. Da quelle traeva alimento la sua scrittura e quelle dal suo spirito di avventura, di esplorazione che ancora oggi lo muove a compiere spedizioni, a fare viaggi. Tra gli ultimi rientrano quelli insieme allo storico e fotografo Steve Duncan nei tunnel delle fogne, della metropolitana di New York e poi nel Sunset Boulevard, l’immenso quartiere di Los Angeles.

  Col tempo la sua passione per il viaggio si è ridotta ma non si è spenta, non è finita.

   Di questo suo eterno suo spirito di avventura, di questo suo infinito bisogno di movimento dice in Camminare, la sua più recente opera di scrittura nella quale insieme a sue esperienze scorrono tanti elementi culturali, intellettuali, tanti argomenti storici, geografici, scientifici che Kagge adduce a sostegno delle sue tesi e a riprova di una preparazione degna di nota.

   Centrale è nel libro la convinzione dei vantaggi che derivano al corpo e all’anima dall’azione del “cammino”, dal fare di essa un’attività abituale, dal farla rientrare, anche se per poco tempo, nella vita di ogni giorno e di ogni persona. Dalla preistoria, nota Kagge, giunge notizia di persone, di popoli che hanno camminato per paesi, per continenti, si viene a sapere che quella del camminare è rientrata tra le regole della vita, non è stata considerata un’azione insolita. A questo si è giunti col tempo, con la modernità, col progresso, con il nuovo tipo di società, di famiglia, di lavoro, con i nuovi luoghi, le nuove case, le nuove strade, i nuovi posti, i nuovi mezzi di trasporto. Qui interviene il Kagge a segnalare il rischio, il pericolo che comporta un simile genere di vita, a richiamare su quanto importante sia il movimento e su quanto danno provenga dal suo abbandono a causa dei nuovi ambienti, della nuova vita. Camminare, secondo Kagge, non aiuta solo il corpo ma anche la mente, non fa bene solo alla materia ma anche allo spirito.

   Mette a contatto con l’esterno che si percorre, che si vede qualunque esso sia, lo fa diventare parte dei pensieri, dei sentimenti di chi cammina, crea una combinazione tra la sua e la vita che fuori avviene, lo fa partecipe di una dimensione più estesa. A questo vantaggio di carattere morale vanno aggiunti altri di carattere materiale, i benefici, cioè, che derivano al corpo, alla sua salute dal camminare. Più sani, più forti oltre che più estesi rende questo e tantissime sono le argomentazioni che l’autore adduce a dimostrazione del suo principio. Non le ricava soltanto dalla sua attività di esploratore e di alpinista ma anche dai tanti autori, dalle tante opere che cita.

   Oltre ogni misura si estende, nel libro, il discorso del Kagge, dalla storia passa alla letteratura, dalla matematica alla filosofia, dagli autori alle loro opere, alle loro parole, a quanto si è pensato, detto, scritto circa la funzione, il valore, la necessità del movimento. Camminare è vedere, vedere è conoscere, conoscere è imparare, imparare è migliorare, migliorare è progredire: dal movimento è venuto tutto, col movimento si sono superati i limiti, i confini che lo stato di fermo comporta.

   Kagge non ha scritto questo libro perché è un camminatore, perché ha voluto dire di sé ma perché importante gli è sembrato trattare di un fenomeno che si sta riducendo al punto da scomparire, di un’azione che l’umanità ha sempre compiuto e che ora ha quasi messo da parte.

   Dovrebbe riprenderla, dichiara Kagge, se vuole tornare a vivere!

Antiche leggende Celtiche, a cura di M. Gardini

Dio e l’uomo nella leggenda

di Antonio Stanca

Ad aprile dell’anno scorso presso le Edizioni del Balbo, Verona, è comparso il volume intitolato Antiche leggende Celtiche e curato da Mario Gardini. Le illustrazioni sono di Francesca Mazzini.
Il Gardini è nato a Milano nel 1961 e a Milano vive. E’ copywriter pubblicitario, insegnante e scrittore. Disegna fumetti e dal 2003 scrive anche canzoni per lo “Zecchino d’oro”. Nella sua scrittura mostra di risentire di elementi, aspetti che provengono dalla mitologia. Suoi interessi specifici sono, infatti, le leggende del Nord Europa, quelle legate alla mitologia celtica e alle tradizioni popolari irlandesi. L’Irlanda, appunto, la sua preistoria, le sue leggende sono l’argomento di questo libro. E come nelle leggende i personaggi, gli ambienti, gli avvenimenti stanno tra l’umano e il divino, tra la terra e il cielo, le finalità perseguite sono quelle del bene, del bello, del giusto ai quali si tende a costo di grandi sacrifici, di gravi sofferenze. Presente è, inoltre, in ogni leggenda quello scontro tra bene e male che finisce sempre con la vittoria del bene.

Re potentissimi, cavalieri invincibili, dame bellissime, palazzi sontuosi, boschi verdissimi, acque limpidissime, divinità propizie, eventi clamorosi, amori senza fine, meraviglie, incantesimi, magie popolano le leggende irlandesi soprattutto quelle più antiche quando appena si distingueva tra l’uomo e Dio poiché entrambi rientravano nella dimensione eroica che era della vita di allora. Col tempo succederà che l’armonia derivata sulla terra irlandese da quell’unione subisca dei danni, si riduca: l’uomo si allontanerà da Dio a causa di quanto di materiale, di venale i tempi inseriranno tra loro.

Ma prima di arrivare a questi tempi dovranno passare secoli, millenni durante i quali nella vita, nel mondo a superare il male, a sconfiggerlo sempre e ovunque sarà il bene, a valere sarà la comunicazione, lo scambio, il patto che l’uomo ha fatto con Dio, con le forme che questi assume per farsi vedere da lui, per parlare con lui, per mettersi alla sua portata, per stare con lui. Anche nel periodo buono c’erano stati gli spiriti del male, gli uomini cattivi, gli animali mostruosi, gli dei contrari ma erano stati superati dalla forza, dalla sicurezza del bene, del bello, del giusto sempre combinate con il sostegno, la partecipazione del sacro, del santo, del divino.

Da qui il valore morale di queste leggende, la loro funzione esemplare. Come quelle di Biancaneve, Pinocchio, Cenerentola, mostrano la via del bene, insegnano come trovarla, come perseguirla. E come quelle non valgono solo per i più giovani ma anche per gli adulti dal momento che tutti sono esposti agli assalti, ai pericoli del male.

Tutte le aree della terra, tutti i popoli del mondo hanno avuto le loro leggende e in tutte queste, a qualunque terra o popolo siano appartenute, si è ripetuto il motivo della lotta tra bene e male e della vittoria del bene. Erano le prime cose che l’uomo aveva cominciato a sentire, a sapere, delle quali aveva cominciato a parlare, non le aveva viste, gli erano giunte da lontano, lontanissimo passando attraverso generazioni e generazioni. Erano diventate leggende.

Non si è sicuri come abbiano avuto origine, sembrano un prodotto del Tempo, sembrano essersi formate da sole. Ogni luogo ha avuto le sue perché ovunque l’uomo è vissuto a lungo con Dio, insieme a lui, ovunque ha avuto bisogno di bene, d’imparare il bene, di fare il bene. Poi ha parlato di questo, poi ne ha scritto perché importante gli è sembrato che non andasse perduto, che valesse anche per gli altri.

E’ assurdo, conclude Gardini, ma il messaggio d’amore che da quelle leggende proviene può rappresentare un modo per salvare il mondo d’oggi devastato da ogni male.

Writers

CON WRITERS LA LETTERATURA DIVENTA UN GIOCO

Maria Rosaria Chirulli, ideatrice del gioco che porta al tavolo i classici, ci spiega come e perché è nata quest’idea. Un esercizio di libertà che fa leva sul naturale istinto ad apprendere, comprendere, crescere, esplorare, divertirsi e socializzare 

D.: Com’è nata l’idea di Writers?

R.: E’ nata a scuola, quattro anni fa. Insegno Materie letterarie nel settore professionale dell’IISS “Leonardo Da Vinci” a Martina Franca, nel plesso dell’ex “Motolese”. Ho un ricordo molto nitido: ero in sostituzione, in una di quelle ore che gli studenti vivonocome spazio liberatorio rispetto all’ordinario svolgimento del tempo scolastico. Quella mattina la classe, era una quarta ad indirizzo grafico, mi chiese di giocare a “Tabù”. Non solo acconsentii, ma volli giocare con loro. L’ora volò piacevolmente,e mi stimolò a inventare un gioco che avesse la stessa efficacia nel promuovere curiosità e piacere rispetto alla letteratura, ai classici che a scuola dovrebbero essere di casa. 

D.: Dovrebbero?

R.:  Purtroppo sì. Sappiamo che l’Italia è agli ultimi posti per la diffusione della lettura in generale. Per la diffusione della lettura dei classici la situazione è ancor più grave. Allora occorrerà ammettere, anche se  ci fa male, che la scuola ha fallito, ma questo deve spronarci a ripensare la pratica della lettura dei classici: i libri letti per dovere raramente aprono ad autentiche esperienze di lettura. La letteratura prescritta come “ricetta” o soluzione dei problemi esistenziali, come qualcosa che ci rende migliori di altri, non funziona. Dove c’è costrizione l’esperienza della lettura diventa sterile. Non sarà certo la letteratura a farci uscire dal labirinto che è la vita. La lettura di un romanzo somiglia al superenalotto: placa temporaneamente, con un appagamento fittizio ma piacevole, il desiderio di dare una svolta alla nostra vita, di immaginare una vita diversa.

D.: E quindi che fare?

R.: Non ho la presunzione di possedere la risposta definitiva, se mai ci fosse. La mia è una proposta, che parte dalla constatazione che gioco e letteratura hanno tanto in comune. In entrambi infatti è contenuta l’idea di una finzione, di una simulazione, di un’azione libera situata fuori dalla vita vera,  ma che al tempo stesso porta il giocatore e il lettore a immedesimarsi. Da qualche anno, quando avvio il percorso letterario con ragazze e ragazzi molto prevenuti rispetto ai classici, uso due esche: i Ching e una citazione di Nobocov. Il primo per far comprendere che la letteratura è nata, in Oriente, come arte divinatoria e le parole di Nabocov (“La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui. Non ha molta importanza che il poverino, per aver mentito troppo spesso, sia stato alla fine divorato da un lupo. L’importante è che tra il lupo del grande prato e il lupo della grande frottola c’è un magico intermediario: questo intermediario, questo prisma, è l’arte della letteratura.”) per sottolineare un aspetto della letteratura che sfugge: l’essere finzione, gioco incantatorio.

D.: Quindi letteratura e gioco hanno tanto in comune.

R.: Proprio così. Ma anche l’esperienza della lettura ha tanto di ludico. E’ evasione, è esercizio di libertà, è piacere, è sospensione del tempo e dell’incredulità. Il lettore, come il giocatore, sa che non trae un utile pratico da ciò che lo impegna, eppure è coinvolto emotivamente. Ci crede, si appassiona!

D.: Ma torniamo all’idea di Writers. Dopo quella mattina sei tornata a casa e…

R.: Mi sono messa a pensare e ho immaginato i volti degli scrittori, sono andata a cercarli in Rete. Ecco, mi sono detta, le prime carte dovranno essere i ritratti dei classici. Era dicembre e mio figlio, studente dell’Accademia di Belle Arti a Roma, da lì a poco sarebbe tornato per le vacanze: gli avrei chiesto di realizzarli per il  gioco che andava costruendosi nella mia mente. 

D.: Mario Petrachi è infatti l’illustratore che, da quel che leggo sul retro della scatola, è anche un tatuatore. Ha   accettato di collaborare all’ idea, anche se veniva dalla mamma?

R.: Sì, in effetti non ne ero certa. In genere i figli giocano a far da Bastian contrario. Ma a Mario l’idea è piaciuta molto. Ci ha creduto e ha voluto dare la propria voce pittorica ai ritratti dei classici. Con matita,  inchiostro di china e acquerelli si è messo all’opera, rivisitando in modo personale i volti delle scrittrici e degli scrittori che sarebbero entrati in Writers. Il passaggio successivo è stato dare una veste grafica e a farlo è stato Francesco Torricelli, un grafico, appunto. Il suo contributo è stato davvero grande. 

D.: Gli autori presenti in Writers sono 21.

R.: No, in realtà erano 28, poi diventati 24, infine si è deciso di utilizzarne 21. Writers ha avuto una lunga gestazione e tanti passaggi. Tra i quali mi preme sottolineare il ruolo di coach svolto dal prof. Roberto Maragliano e la prima sperimentazione del giocoa Civita di Bagnoregio, nell’ambito del Festival Letterario “La parola che non muore”, voluta dal suo direttore artistico Gianfranco Liviano D’Arcangelo, nell’ottobre del 2016. 

D.: C’è una ragione per cui il numero degli scrittori presenti in Writers è 21?

R.: Il 21 in molte culture è considerato il numero della perfezione,in quanto risultato della moltiplicazione fra 3 e 7, a loro volta considerati perfetti. Anche nella religione cattolica sono ventuno le caratteristiche della saggezza e nella religione ebraica le lettere della parola Dio, sommate danno appunto questa cifra. Con Antonio Saccoccio, la cui casa editrice si chiama proprio  Avanguardia 21, abbiamo pensato che sarebbe stato  simpatico che in Writers i classici fossero proprio 21.

D.: Il mazzo si compone di 210 carte. 

R.: Sì, per ciascun autore/autrice ci sono tre carte che contengono aneddoti davvero curiosi, che non si trovano nei manuali scolastici; quattro carte che contengono citazioni tratte dalle loro opere, note e meno note; una carta-oroscopo, perché contiene data e luogo di nascita e data e luogo di morte; e infine una carta jolly. In tutto per ciascun autore ci sono 9 carte da abbinare. 

D.: Quindi si tratta di un gioco combinatorio. Ci sono regole precise da seguire?

R.: Writers, che è accompagnato da un libretto contenente alcune modalità di gioco e le soluzioni degli abbinamenti fra le carte, in realtà è un gioco molto versatile perché offre la possibilità di scegliere liberamente con quali autori/autrici giocare e inventare di volta in volta tantissime modalità di gioco, adattandole al gruppo o alle squadre che potranno gareggiare tra loro. Si possono scegliere  alcuni degli autori con cui  giocare, oppure si può decidere di giocare con tutti e 21 gli autori, utilizzando magari solo le carte degli aneddoti, tirando così a indovinare, per il puro piacere di giocare. L’animatore, ma anche il gruppo stesso, servendosi delle soluzioni contenute nel libretto, può costruire il proprio mazzo e giocarci.

D.: Quindi niente paura:  per giocare a Writers non è  importante non avere una cultura letteraria?  

R.: Assolutamente no. Writers vuole promuovere la cultura letteraria bandendo la paura e quel senso di soggezione e di timore reverenziale, di inadeguatezza rispetto alle opere letterarie. Lo scopo del gioco è giocare, come lo scopo della letteratura è la letteratura che è, o ci auguriamo lo diventi, un bene comune. E perché divenga realmente tale occorre far scendere dalla torre d’avorio i classici. Julio Cortazar ha scritto: “Uno scrittore vero è quello che tende l’arco al massimo mentre scrive, e poi lo appende a un chiodo e se ne va a bere vino con gli amici.” E’ proprio questo l’obiettivo che mi propongo. Umanizzare i classici, portarli al nostro tavolo e giocare con loro e con le loro parole con spirito gioioso, senza dover dimostrare nulla. Non si danno i voti! 

D.: Visto che ti piace giocare. Giochiamo anche noi. Fatti una domanda e datti una risposta.

R.: “Chi te l’ha fatta fare?” La risposta la trovi sul retro della scatola di WRITERS.


WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO ideato da Maria Rosaria Chirulli – illustrazioni di Mario Petrachi
Grafica: Francesco Torricelli
Edizioni Avanguardia 21
Per allievi/e, ragazzi/e da 14 anni in su
Pubblicazione: Novembre 2018
Prezzo E. 30,00
Dal 1 dicembre su Amazon

In WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO compaiono (in ordine alfabetico!): Dante Alighieri, G. Boccaccio, C. Bukowski, I. Calvino, G. D’Annunzio, G. Deledda, F. Dostoevskij, G. Flaubert, C. Goldoni, E. Hemingway, F. Kafka, G. Leopardi, A. Manzoni, E. Morante, A. Moravia. P.P. Pasolini, L. Pirandello, W. Shakespeare, P.V. Tondelli, G. Ungaretti, G. Verga.
Cipyright 2016-Chirulli Maria Rosaria. Depositato SIAE – Reg. Nr. 2016002685 del 29/9/2016

I. Cotroneo, Le voci del sogno

Ivan Cotroneo tra i sogni

di Antonio Stanca

Il napoletano Ivan Cotroneo ha cinquantuno anni ed è scrittore, sceneggiatore e regista. Negli anni ‘90 aveva abbandonato gli studi di Giurisprudenza presso l’Università di Napoli e si era trasferito a Roma dove a ventiquattro anni si era diplomato in sceneggiatura. Aveva cominciato d’allora a prendere contatti con il mondo dello spettacolo, del cinema, con registi che gli avevano affidato incarichi, gli avevano fatto realizzare parti di alcuni film oltre che curare la sceneggiatura. Anche con la televisione Cotroneo ha cercato rapporti e molti sono stati i programmi da lui ideati e realizzati. Né ha trascurato il teatro.
Tra tanti impegni quello per la scrittura narrativa gli ha procurato opere importanti che insieme alle altre del cinema e della televisione lo hanno reso degno di notevoli riconoscimenti.
Un personaggio variamente impegnato, ampiamente noto è diventato quel ragazzo che a vent’anni aveva lasciato l’Università per andare nella capitale. In molte direzioni si è applicato ed ora è una figura di rilievo nell’ambito culturale, intellettuale, artistico del nostro paese. Sono stati soprattutto il cinema e la televisione a farlo conoscere al grande pubblico e sono stati anche i temi molto attuali che il Cotroneo generalmente tratta. La sua produzione letteraria non è meno importante ma meno frequente è risultata ed alcune narrazioni hanno avuto una trasposizione cinematografica ad opera dello stesso Cotroneo. Anche regista è ormai ed anche nell’ultimo scritto, il breve volume Le voci del sogno, che a Dicembre del 2018, è stato pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo di Roma, si possono scoprire collegamenti, richiami con quanto comparso nel suo cinema. Si tratta di quattordici brevissimi brani nei quali ritorna sempre il motivo del sogno. Risalgono ad una circostanza dello scorso autunno quando a Roma, presso il Chiostro del Bramante, fu allestita una mostra di arte contemporanea. Erano quattordici gli artisti che esponevano e quattordici le stanze che li ospitavano. A Cotroneo fu chiesto di preparare delle audioguide, dei brevi commenti che potessero essere sentiti in cuffia dai visitatori e che si riferissero a quanto esposto nelle varie stanze. Quei commenti contiene questo libretto.
Allora ogni artista si era fatto interprete di un sogno attraverso le sue opere. Venissero rappresentati uomini o donne, vecchi o giovani, interni od esterni, case o paesaggi, ogni argomento doveva diventare quello di un sogno, doveva valere come un sogno e Cotroneo doveva trovare per ognuno le parole necessarie a chiarirlo, a spiegarlo. Leggera, lieve, aerea, trasparente era risultata la sua lingua, vicina a quella della poesia, della lirica si era rivelata, non aveva voluto distinguersi dalla dolcezza delle immagini, delle scene delle quali diceva, si era identificata con la loro delicatezza, la loro serenità.
Di sogni era stato chiamato a dire Cotroneo e la lingua dei sogni aveva mostrato di saper usare, di ciò che non si sente, non si vede, non si tocca aveva saputo parlare, ai colori, alle luci delle opere di quegli artisti aveva fatto assomigliare le sue parole. E tanto si era lasciato trasportare da essersi soffermato, alla fine di quella operazione e di questa opera che la raccoglie, a dire anche di quelli che erano stati i suoi sogni durante una notte passata a Napoli a Piazza Mercato, presso casa sua, quando ancora ragazzo gli era sembrato di sentire delle voci, di vedere delle figure, di assistere a dei movimenti che avvenivano intorno a lui e che erano le forme, le mosse assunte dai suoi pensieri, dai suoi sogni. Ora che di sogni stava parlando riconosceva anche i suoi, capiva come anche i sogni abbiano un loro valore, una loro funzione, quanto essi valgano a modificare, migliorare lo stato, la condizione di una persona, di un tempo, di un luogo, come siano stati all’origine del progresso, come diventino idealità, aspirazione.