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P. Reggio, Lo schiaffo di Don Milani

LO SCHIAFFO DI DON LORENZO MILANI E LE BARBIANA D’ITALIA: UN LIBRO E UN CICLO DI INCONTRI DEDICATI AL GRANDE MAESTRO

BARI – Si chiama “Lo schiaffo di Don Milani” il libro di Piergiorgio Reggio pubblicato da edizioni la meridiana. Il libro non è una biografia del sacerdote e dell’educatore, ma una rilettura della sua eredità, avendo in mente educatori ed educatrici, operatori sociali, insegnanti ma anche genitori e giovani incontrati in decenni di attività sociale, educativa e formativa. 

E a partire dal libro, la casa editrice ha organizzato un ciclo di incontri formativi dedicato a “Le Barbiane d’Italia”, esperienze che, in tutta Italia, fanno educazione tenendo aperte le domande che l’esempio di don Milani ha posto a chiunque educa. 

I tre incontri di formazione online sono previsti per il 3, il 17 e il 30 marzo e intendono affrontare un tema educativo specifico, attraverso l’esperienza di realtà educative concrete. Il percorso è rivolto ad insegnanti, educatori, operatori sociali ed educativi. Qui il programma completo àhttps://www.edizionilameridiana.it/ciclo-le-barbiane-feb-mar-2021/

Il ciclo di incontri, grazie alla convenzione con il Centro di Orientamento Don Bosco di Andria, ente accreditato MIUR, è valida per la formazione docenti e fornisce la certificazione prevista dalla Legge 107. Al termine della formazione saranno rilasciati attestati comprovanti la partecipazione. Iscrizioni aperte fino al 2 marzo.

Ufficio stampa edizioni la meridiana
Paola Natalicchio

Didattica della grammatica valenziale

Scuola, il 22 febbraio il convegno online sulla grammatica valenziale in classe

I risultati della ricerca presentati durante la diretta Facebook alle ore 15

INDIRE organizza il 22 febbraio una tavola rotonda per presentare il volume Didattica della grammatica valenziale: dal modello teorico al laboratorio di grammatica in classe. Una ricerca sul campoedito da Carocci e curato dalla ricercatrice Indire Loredana Camizzi.

L’evento – che sarà trasmesso in diretta sul canale Facebook di INDIRE, dalle ore 15 alle ore 18 – sarà un’opportunità di confronto e riflessione tra gli autori del volume ed esperti che, a vario titolo, si occupano dell’applicazione didattica del modello teorico della grammatica valenzialeParteciperanno accademici, formatori, ricercatori e docenti, tra cui Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, e Maria Giuseppa Lo Duca, docente di Lingua italiana all’Università di Padova.

Durante la presentazione verranno approfonditi alcuni temi sulla base dei risultati della sperimentazione svolta negli anni 2016-2018 in 41 classi, dalla scuola primaria al biennio della secondaria di II grado, durante la quale è stato possibile verificare come l’adozione di un modello più scientifico di studio della lingua, quale quello valenziale, produca modifiche anche nelle modalità di insegnamento.

La necessità di stimolare gli alunni a riflettere ed esplicitare le strutture linguistiche in loro possesso comporta naturalmente un tipo di lezione più interattiva e laboratoriale, in cui gli studenti sono maggiormente coinvolti e protagonisti e quindi più motivati. Sulla scorta dei risultati ottenuti, il libro propone ai docenti di italiano, di ogni ordine e grado, un kit di strumenti per portare in classe la grammatica valenziale.

La grammatica valenziale o grammatica della dipendenza (Tesnière, 1959) è un modello teorico esplicativo della struttura e del funzionamento del sistema della lingua, basato su un approccio semantico: il verbo è il centro e il motore della frase e di tutte le sue componenti, e attrae gli altri elementi necessari a “saturare” il suo significato e comporre una frase minima o “nucleare” di significato compiuto. Questa capacità di attrazione del verbo è detta “valenza”, in analogia con quanto avviene tra gli elementi chimici. Di qui grammatica valenziale.

La ricerca fa parte delle azioni del progetto Didattica laboratoriale multidisciplinare, realizzato nell’ambito PON-FSE 2014-2020 “Per la Scuola – Competenze e ambienti per l’apprendimento” ed è finanziato dal Fondo sociale europeo.

G. Carofiglio, La disciplina di Penelope

Gianrico Carofiglio, La disciplina di Penelope, Mondadori, 2021

di Mario Coviello

Ho appena finito di leggere questo libro che vi consiglio perchè racconta di Penelope Spada, e già sia il nome che il cognome sono la migliore presentazione del personaggio, un magistrato che “ha fatto una cazzata” ed è stata la sola a pagare. La incontriamo dopo una notte di sesso con un”culturista”, con in casa una sala attrezzi, che ama fare sesso guardandosi allo specchio e ha nel bagno le creme per il contorno occhi.

Di quest’uomo Penelope non ricorda il nome, va via dalla sua casa la mattina presto per andare in un bar a bere un caffè corretto con il Jack Daniels e incontrare Mario Rossi,un marito a cui hanno ucciso la moglie Giuliana. E’ stato scagionato dall’accusa di omicidio, ma il magistrato,poichè che non è stato trovato il colpevole,ha scritto al termine delle indagini che su di lui gravavano “sospetti inquietanti”. “ Non voglio che mia figlia Sofia, che ha sette anni, da grande possa solo dubitare di me o addirittura convincersi che io possa aver ucciso sua madre. “ Penelope dice subito di no, non se la sente di accettare l’incarico, non ha mai fatto l’investigatrice , ma, quasi contro la sua stessa volontà, comincia ad indagare. La aiutano “ un vecchio cronista di nera Zanardi, una via di mezzo fra un giornalista e uno sbirro, e un commissario Rocco Barbagallo, “ Mano di Pietra” perchè ama il pugilato e a cinquant’anni ancora si allena, anche se i giovani con lui sono “ senza riguardo”. Sono due amici che la stimano per il rigore e la determinazione. E lentamente Penelope, da giovane campionessa di canottaggio che non ha smesso di allenarsi in un parco e riesce a fare le trazioni, perchè “la forza è un’abilità” e perché da piccola si arrampicava sugli alberi, ricomincia a vivere. Si appassiona al caso e ricomincia a “costruire un vocabolario preciso per descrivere le proprie sensazioni interiori, perchè il miglior psicofarmaco è un buon vocabolario”, come le aveva consigliato la psicanalista.

Combatte contro l’insonnia, il bere, il fumo, l’ansia di bruciare il tempo da vivere, e ci fa indagare, in una Milano grigia, le ragioni di una coppia che cade a pezzi perchè Mario è un’uomo senza ambizioni e Giulia, allenatrice e personal trainer, è una donna insoddisfatta che vuole cambiare vita, ma ha una figlia troppo piccola a cui non vuole fare del male.

Leggendo gli atti delle indagini, visitando i luoghi del delitto, interrogando un’amica della vittima, Penelope ha un’intuizione che la porta a risolvere il caso: “Il maschile è la categoria predefinita, il criterio fondamentale della lettura del mondo: Dunque la causa fondamentale della cattiva comprensione del mondo. Si tratti di questioni fondamentali, si tratti di cose della vita quotidiana. Si tratti di indagini..”

Deve tutto ad una cagna Olivia che è sempre “disciplinata, ma non sottomessa.“ Disciplina senza sottomissione: mi piacque molto, mi parve un’intuizione, e forse un insegnamento. Un modo di essere nel mondo. Una cosa cui non avevo mai pensato prima e una possibile soluzione. Una scelta.”

Amerete Penelope Spada che dalla nonna ha imparato le ninne nanne e la cucina, l’indipendenza e la capacità di fare magie. La amerete perché come il cane che riceve in dono.. “ è buonissima con i bambini e con le donne, ma è un pò diffidente con gli uomini..” tanto da portare in tasca un calzino con biglie d’acciaio, oltre il solito spray al peperoncino. La amerete perché, si racconta in prima persona e chi lo fa è un uomo, lo scrittore Gianrico Carofiglio, che, in questa era di pandemia che ha messo in discussione tutti i nostri parametri di vita, vuole darci un suggerimento da accogliere e fare nostro nella vita di tutti i giorni.

Marco Pontis, Autismo, cosa fare (e non)

Marco Pontis, Autismo, cosa fare (e non), Guida rapida per insegnanti, pp. 152, 2021

Difficoltà nel mantenere il contatto visivo, nelle relazioni, nel mettersi “nei panni degli altri”. Ricorso a rituali ripetitivi e rigidi, tendenza a stare da soli, fatica nell’affrontare i cambiamenti: sono solo alcuni degli aspetti del comportamento dei bambini con autismo.

Adottare una didattica aperta, orientata alla valorizzazione delle differenze e accessibile a tutti attraverso l’uso sistematico di alcuni semplici strumenti può aumentare notevolmente le possibilità di comprensione e il piacere di partecipare attivamente, non solo degli alunni con autismo ma anche di tanti altri compagni di classe: da qui nasce l’idea di Autismo, cosa fare (e non), una guida rapida e di pronta applicazione di Marco Pontis per insegnanti.

Ecco tre strategie semplici ma efficaci per migliorare l’apprendimento e il benessere in classe, di tutti:

Perché il bambino ha un repertorio di comportamenti e interessi ristretto?  Perché quando è interessato a un argomento vuole approfondirlo in maniera dettagliata. Cosa fare: Partire da queste attività e cercare di ampliare la sua gamma di interessi proponendo sia argomenti affini, sia argomenti differenti e nuovi. Cosa non fare: non desistere dal cercare di ampliare i suoi interessi, soprattutto quelli condivisibili con i compagni.

Perché ripete parole o frasi? Perché è un modo per tranquillizzarsi. Cosa fare: Cercare di capire la funzione che questo comportamento ha per il singolo bambino. Cosa non fare: non alzare la voce per sovrastare il volume della sua.

Perché non capisce che spesso le persone utilizzano espressioni non letterali (metafore, doppi sensi, battute) per divertirsi? Perché è un pensatore concreto. Cosa fare: Cercare di verificare spesso che il bambino abbia compreso il linguaggio figurato. Cosa non fare: non ridere in sua presenza senza spiegargli il perché.

Marco Pontis, docente di Pedagogia e didattica speciale delle disabilità intellettuali e dei disturbi generalizzati dello sviluppo e di Pedagogia e didattica speciale per la collaborazione multiprofessionale presso l’Università di Bolzano. Da quasi vent’anni lavora con e per le persone con disturbi dello spettro autistico e altre disabilità complesse, collabora costantemente con le associazioni di familiari nella formazione dei genitori e degli operatori scolastici e socio-sanitari e nella supervisione degli interventi educativi evidence-based. Responsabile del Centro CTR per i disturbi dello spettro autistico, collabora con CRS Centro di Ricerca, Sviluppo e studi superiori. È autore di numerosi articoli scientifici, materiali formativi, saggi e testi.

R. Petri, Cuore di furia

Romana Petri, una scrittura difficile

di Antonio Stanca

   Lo scorso Ottobre è comparso, per conto di Marsilio Editori, Cuore di furia, ultimo romanzo della scrittrice Romana Petri. Anche critica letteraria, traduttrice è la Petri nonché collaboratrice di giornali e riviste. E’ nata a Roma nel 1965 e intorno agli anni ’90 ha esordito nella narrativa continuando fino ai giorni nostri. Molto ha scritto e molto tradotta e premiata è stata. E’ figlia del musicista, cantante lirico e attore Mario Petri, del quale ha ripercorso la vita e l’opera nel romanzo biografico Le serenate del Ciclone del 2015. Vive tra Roma e Lisbona.

   In Cuore di furia torna un motivo che quasi ricorre nella produzione narrativa della Petri, quello di un’umanità che si combatte perché divisa tra buoni e cattivi e della possibilità di riconoscerla dai caratteri somatici, più belli i buoni, più brutti i cattivi. Altro motivo solito della Petri e presente nel romanzo è la creazione di situazioni, circostanze così complicate da far pensare a lungo chi le vive, da rendergli difficile la spiegazione e fargli credere che non vi sia una soltanto. E’ una maniera che a volte disturba lo svolgimento dell’opera poiché lo ostacola, lo ritarda e non lo fa capire.

   Tutto questo avviene in Cuore di furia dove si dice del complicato rapporto tra i due protagonisti, Jorge Tripe e la figlia Norama. Lui l’ha lasciata quando era bambina insieme alla moglie e da Barcellona è fuggito a Siviglia dove ha trovato lavoro in un magazzino di granaglie. Qui dedicherà alla lettura e poi alla scrittura il suo tempo libero fino a diventare uno dei maggiori scrittori della letteratura spagnola del ‘900. Molto conosciuti e premiati saranno i suoi romanzi nei quali ricorrerà il tema del Nulla, di quanto non si vede, non si sente, non si tocca eppure esiste. Tutte le sue opere sembreranno i modi diversi usati per dire dello stesso argomento. Dell’annullamento, della distruzione, della negazione, della fine, della morte tratterà la sua scrittura quasi si alimentasse della sua condizione di uomo solitario, ribelle, votato all’irregolare, all’illecito, all’irrazionale. Di carattere burrascoso, scostante, lo era anche con l’amica Dolores, con la quale si frequentava e presso la quale rimaneva qualche volta di notte. Per il resto il magazzino di granaglie era il suo posto preferito, vi dormiva anche quando era diventato un autore noto e il suo editore gli aveva donato una casa. Questa strana condotta si manifesterà maggiormente nei rapporti con la figlia. Diventata adulta e reduce da matrimoni falliti, Norama lo andrà a trovare, lo vorrà conoscere. Ma nemmeno tra loro si avvierà un rapporto di scambio, un discorso che possa legarli. Lei tenterà più volte ma non ci riuscirà, non otterrà quel dialogo per il quale spesso era andata da Barcellona a Siviglia.

   A differenza, però, degli altri rapporti quello tra padre e figlia è più complicato: Norama cerca Jorge come fa l’editore, come la Dolores, ma lo odia pure. Lo ama ma vuole pure vendicarsi per aver egli abbandonato la famiglia tanti anni prima, vuole riscattarsi dei problemi che ha procurato a lei e alla madre, vuole, con i guadagni di lui, rifarsi delle spese, dei debiti ai quali la sua condizione di eterna separata l’ha condannata. C’è molto rancore in lei e Jorge ha paura che la possa indurre ad accusarlo pubblicamente, a far sapere a tutti di cosa è stato capace. Unita al suo carattere introverso questa paura lo fa diventare cattivo con la figlia. Neanche quando morirà, neanche quando Norama rimarrà unica erede dei diritti delle opere da pubblicare postume, si scioglierà questo nodo che ha percorso l’intera opera assumendo i più diversi aspetti, complicandosi oltre ogni previsione, rimanendo sempre senza soluzione. A volte sembrerà che possa interrompere la narrazione tanto grave, tanto estremo diventerà. Si procederà, tuttavia, nel modo faticoso, contorto proprio della scrittura della Petri, quello che a lei sembra il più idoneo per dimostrare di quante verità può comporsi una situazione, quanto difficile può diventare la vita.

S. Modiano, Per questo ho vissuto

Sami Modiano, Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschhwitz- Birkenau e altri esili, Rizzoli, 2021

di Mario Coviello

Per celebrare “ La Giornata della memoria”, in qualità di presidente del Comitato Unicef di Potenza, ho letto ai ragazzi di quinta e della scuola media brani tratti da “ Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschhwitz- Birkenau e altri esili” di Sami Modiano, nell’edizione del gennaio 2021, con la prefazione di Enrico Mentana e la postfazione di Umberto Gentiloni Silveri, Paper First by Il Fatto Quotidiano, BUR Rizzoli.

In 155 pagine, divise in sette capitoli Sami Modiano racconta la sua infanzia felice, di bambino ebreo a Rodi e il momento in cui a ”otto, otto anni e mezzo….ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo..” perché il maestro, mettendogli una mano sulla testa per confortarlo, gli aveva detto che non poteva più frequentare la scuola.

E Sami, che era un bambino studioso ed educato, si sente in colpa e chiede al padre perché è stato cacciato e sente per la prima volta l’espressione “razza ebraica” . “ E io gli dicevo di non vedere differenze con i miei compagni di classe, io ero uguale a loro, non mi sentivo diverso…”

E, a poco a poco, anche a Rodi “l’isola felice” il cerchio si chiude e una mattina, quando Sami ha appena tredici anni e mezzo, con oltre duemila ebrei che vivevano nel Dodecanneso, nell’estate del 44, quando Hitler stava per essere sconfitto, la macchina infernale dello sterminio non si ferma e lo travolge con il padre Giacobbe e la sorella Lucia.

Con un linguaggio piano e sofferto Sami racconta le privazioni del lungo viaggio, l’arrivo sulla rampa di Birkenau, la separazione dalla sorella, il lento spegnersi del padre che lo sostiene fino all’ultimo.
E Sami combatte la fame atroce, il freddo, la fatica di un lavoro che andava avanti per dodici ore al giorno, la crudeltà senza ragione degli aguzzini che lo ha portato più volte a cercare la morte. Sami ce la fa. Con l’amico  Settimio attraversa l’Europa a piedi, si consegna in Austria agli americani, e arriva a Roma, dove scopre la solidarietà della comunità ebraica che lo fa arrivare in Africa da un cugino.

Più volte Sami è costretto a ricominciare perché perde tutto. Ma l’amore della moglie Selma, alla quale dedica il libro,  lo sostiene fino a quando comprende, grazie all’amico ritrovato Piero Terracini che l’unico modo di fare i conti con il suo passato è ricordare. Dal 2005 ha accompagnato migliaia di giovani con il “treno della memoria” a Treblinka e nel 2013 ha scritto questo libro che ha attraversato in questi giorni  la mia vita come quella di tante altre persone, come un piccolo grande regalo. Nei miei incontri con i ragazzi  e le loro maestre e professoresse questo libro è diventato un consiglio di lettura, un invito per chi voleva conoscere qualcosa di più di una storia e del suo protagonista. Questo libro mi ha commosso e fatto riflettere e mi auguro che anche per i miei lettori diventi “un segno prezioso, da accogliere nei suoi risvolti più coinvolgenti di una testimonianza preziosa” . Anche Sami Modiano, che ha novant’anni, in questi mesi è rimasto chiuso nella sua casa di Ostia  con la moglie Selma, circondato dall’affetto dei suoi vicini. Improvvisamente ha dovuto smettere di andare nelle scuole, di spiegare  ai ragazzi che   è rimasto vivo proprio lui perché ha il dovere di testimoniare, di raccontare quei morti che con le sue parole tornano a vivere e danno un senso alla loro sofferenza. “Mi mancano gli incontri con i ragazzi…le possibilità di riconoscere volti e sorrisi di tanti. Ma aspetto fiducioso, – afferma Sami Modiano – verranno tempi migliori per riprendere un cammino interrotto. Andiamo avanti… Caminando  Y ablando…” e leggendo.   

Lo Sport secondo Papa Francesco

Francesco, lo sport come la fede

di Antonio Stanca

   Il 2 Gennaio 2021 in allegato a “La Gazzetta dello Sport”, primo numero del nuovo anno, è uscito a firma di Pier Bergonzi, vicedirettore del giornale, il testo relativo all’intervista che il Papa gli aveva rilasciato alcuni giorni prima riguardo allo sport. S’intitola Lo sport secondo Papa Francesco e contiene la lunga conversazione avvenuta tra il pontefice e il giornalista. Questi gli aveva posto domande che percorrevano l’intero arco della sua vita, che tendevano a far emergere quanto lo sport avesse significato per lui prima e dopo, quando era bambino, ragazzo e quando Papa. Molte erano state le domande e molte le risposte. Da queste si è capito che lo sport ha rappresentato e rappresenta per Francesco un aspetto importante della vita, della società, della storia, un’attività fondamentale per la crescita, lo sviluppo, la formazione dei giovani. Nel rispondere è partito dalla sua esperienza di bambino che aveva giocato con i coetanei nella “piazzetta vicino casa” con una “palla di stracci”, poi a basket quando era ragazzo, ed è giunto alle sue attuali convinzioni. Allora il suo era stato solo un gioco ma gli aveva fatto capire quanto fosse importante, quanto servisse ad avvicinare, a stare insieme, come insegnasse a non ricorrere a sotterfugi, inganni ma a cercare la chiarezza, l’onestà perché giocare, competere significa anche rispettare, come portasse ad accettare qualsiasi risultato, compresa la sconfitta in una gara, a non credere soltanto nel talento, nelle qualità innate, nelle disposizioni naturali ma soprattutto nell’esercizio di queste, nel loro allenamento. Senza allenamento quel talento era destinato a guastarsi, a finire mentre con esso diventava sempre migliore.

   Questi erano i benefici che Francesco, già allora, aveva visto procurati al corpo e allo spirito dall’attività sportiva, quelli che lo avevano portato, in seguito, a favorirla, promuoverla perché capace, appunto, di fare del bene, di portare al bene. Al bene dello sport era giunto a paragonare quello della fede. Come lo sport anche la fede permette di ritrovarsi, collaborare, pensare, fare insieme, scambiare con gli altri pur se diversi, sconosciuti. Anche nella fede c’è un senso di convivialità, uno spirito di unità, di partecipazione. Anche la fede richiama, raccoglie, collega, unisce. Fa evitare le vie nascoste e orienta verso la lealtà, la giustizia, dispone verso risultati anche negativi. Neppure nella fede c’è qualcosa di scontato, di già acquisito poiché serve praticare, mettere alla prova anche i buoni sentimenti. Solo così migliorano, si perfezionano fino a far acquisire un notevole senso di equilibrio, una buona capacità di giudizio, un’elevata dimensione morale capace di tenere lontano dagli eccessi, dalle esagerazioni e di avere una condotta buona, giusta, utile per sé e per gli altri.

   Alla fede assomiglia, quindi, lo sport, è uno dei beni della vita, dice Francesco al Bergonzi che lo intervista, e la Chiesa non ha mai perso di vista questa verità, non ha mai cessato di promuoverlo con le palestre, i campetti dei suoi tanti oratorii. Non lo ha considerato un aspetto secondario ma necessario, fondamentale per la formazione fisica e morale dei giovani.     Anche presso il pubblico lo sport ha i suoi effetti positivi, osserva Francesco, poiché lo fa partecipe di sensazioni, emozioni che lo allontanano da pensieri cattivi e lo conducono sulla via del bene, quella dei suoi campioni preferiti, che in genere vivono semplicemente, senza vizi. Un modo lo si potrebbe considerare per migliorare la vita, la società, per procedere verso un’altra umanità. Non ci si può aspettare molto con i tempi che corrono ma non si può nemmeno negare che ad una soluzione dei problemi che si sono oggi accumulati si va sempre più pensando. E se questa cominciasse a venire da quelle folle che accorrono perché c’è il Papa o un clamoroso evento sportivo? Da quelle folle mosse soltanto da buona volontà? E se si cominciasse a far rientrare tra gli interessi di quelle anche altri che come la religione, lo sport sono ugualmente utili?

V. Ardone, Il treno dei bambini

Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi 2019

di Mario Coviello

Ho amato molto questo libro che vi voglio raccontare per molte ragioni.

E’ scritto in forma piana e il racconto in prima persona del protagonista Amerigo, un bambino dei bassi napoletani di meno di dieci anni, mi ha fatto tornare alla mia infanzia, piena di sacrifici e di rinunce.

Amerigo ha solo la madre, una madre che non sa fargli una carezza, non lo sa abbracciare, una madre di poche parole. Una madre povera che, subito dopo la seconda guerra mondiale,  lava e stira la biancheria per i ricchi ed è complice di uomo che si apparta con lei nell’unica stanza del basso e manda fuori il figlio che non deve vedere. E’ l’uomo che le permette di sopravvivere con la borsa nera. E questa madre accetta di mandare il figlio in Emilia, al Nord, dai comunisti “ che mangiano i bambini” perché la fame è tanta.

E questo è l’altro motivo che mi ha fatto amare questo libro. La mia storia è intrecciata con quella del Partito Comunista Italiano. Mia madre Assunta è stata nel 1956 la prima donna consigliere comunale nel mio paese Bella, in Basilicata. Sono cresciuto con il ricordo della giovane studiosa Annabella Rossi, allieva di Manlio Rossi Doria, che ha raccontato la miseria di San Cataldo, un villaggio dell’Ente di Riforma Fondiaria, che è nel territorio del paese in cui sono nato. Ho mangiato anche io come Amerigo la mortadella,  la marmellata degli americani all’asilo delle suore di Maria Ausiliatrice.  Ho conosciuto e sono cresciuto anche io come Amerigo con uomini e donne che hanno creduto nell’ideale dell’uguaglianza e per esso si sono sacrificati con rigore e coerenza, come mia madre.

E Amerigo impaurito, disperato lascia la mamma e la sua casa e arriva in una vera famiglia. Impara a vivere con fratelli “adottivi”, riceve quel calore di un padre che non ha mai conosciuto. Torna in quella scuola che a Napoli aveva abbandonato perchè era solo una punizione e scopre che è bravo in aritmetica, riesce finalmente a imparare a leggere perché le lettere non si confondono più nella sua testa.

Impara a costruire un violino e scopre che ama la musica, che è capace di suonare.

E poi arriva il momento di tornare a casa. Il distacco è doloroso e la ruvidezza riscoperta della madre lo sconcerta. Ma è quando la madre decide di portare al banco dei pegni il suo violino con il suo nome sopra che  Amerigo scappa di nuovo in Emilia e torna dalla madre solo per il suo funerale.

La napoletana Viola Ardone, professoressa di latino e greco in un liceo, conosce profondamente la sua città e la sa descrivere nei suoi colori umani e disperati raccontando di  donne vive e indomite.  Ha approfondito la storia del Partito Comunista Italiano, che è nato cento anni fa e in queste settimane se ne celebra il centenario. Ha letto, come testimonia la bibliografia che accompagna il libro, Giorgio Amendola e Giulia Buffardi, una delle protagoniste del “ treno dei bambini”. E soprattutto come la Ardone dice.. “ Questa mia storia nasce da tante altre storie: anzitutto quelle che i “bambini” e le “bambine” dei treni mi hanno raccontato di persona , poi quelle che ho scoperto, consultando documenti d’epoca.” Vi consiglio questo libro perché sono sicuro che voi lettori attenti e appassionati ritroverete la vostra infanzia e adolescenza e con Amerigo riscoprirete la vostra fatica di vivere.

A. D’Avenia, L’appello

Alessandro D’Avenia, L’appello

di Mario Coviello

“E se l’appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po’ di più chi lo porta? Allora la risposta “presente!” conterrebbe il segreto per un’adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna.

Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l’appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky… Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa.

A dieci anni dalla rivelazione di “ Bianca come il latte, rossa come il sangue”, Alessandro D’Avenia torna a raccontare la scuola come solo chi ci vive dentro può fare. E nella vicenda di Omero e dei suoi ragazzi distilla l’essenza del rapporto tra maestro e discepolo, una relazione dinamica in cui entrambi insegnano e imparano, disponibili a mettersi in gioco e a guardare il mondo con occhi nuovi. È l’inizio di una rivoluzione? ”

L’appello è un libro lento, un romanzo da leggere con calma e lasciare fermentare. Non è una di quelle letture che divori tutto d’un fiato e che ti fanno sognare e ti strappano dalla tua quotidianità. L’appello ti tiene inchiodato alla realtà e ti obbliga a riflettere sul presente, il tuo presente, le sfaccettature che compongono la tua anima.

Passo un sacco del mio tempo a scrivere per raccontare quello che faccio e perchè lo faccio sulla mia realtà. Ultimamente mi è capitato di realizzare che leggendo e poi scrivendo più che regalare una parte di me agli altri, regalavo una parte di me a me stesso. E penso che questa sia la stessa magia contenuta in questo romanzo; attraverso la storia di un professore e di dieci ragazzi che intraprendono un viaggio alla scoperta di loro stessi, il lettore è portato a riflettere e a portare alla luce qualcosa di sé. C’è così tanto da scoprire in ognuno di noi e la letteratura non cessa mai di essere un modo meraviglioso per farlo. Questo libro mi ha appassionato perchè parla della scuola che è stata ed è la mia vita.

La rivoluzione della scuola di cui si parla nel libro, mi ha riportato alla mente il concetto di scuola come palestra per la vita che mi è stato sempre tanto caro nei miei quarantasei anni nella scuola prima come maestro elementare, poi come professore di scuola media alle superiori e per 14 anni come preside.

“Vi hanno fucilato l’anima, vi hanno spezzato i sogni, vi hanno avvelenato la libertà. Ricordatevi dei ragazzi della Rosa Bianca: avevano la vostra età quando cominciarono a riunirsi di notte per leggere, pensare e rimanere liberi. Voi siete una piccola Rosa Bianca.”

Nella rivoluzione dell’Appello raccontata in maniera dettagliata nelle proposte che i ragazzi dell’appello portano in Parlamento (pag. 296–303), la scuola diventa un luogo da vivere, dove ad ogni individuo viene insegnato a vedersi, farsi vedere ed a vedere gli altri per le proprie unicità, a discapito di un sistema che sembra mirare a standardizzare la cultura più che a personalizzarla per l’uso quotidiano. Un luogo in cui si impara a vedere la realtà, spogliata di tutte le superficialità di cui la ammantiamo, e si impara ad amarla così com’è.

Il finale dolceamaro del romanzo, rappresenta la metafora perfetta della nostra vita; imperfetta, ammaccata e del tutto lontana dall’idea immacolata che ne avevamo costruito, ma lo stesso ricca di significato ed eterna se vissuta con unicità e amore. Se c’è un messaggio che può riassumere questo romanzo è sicuramente quello dell’amore, che vede, accetta e ama comunque. Illumina e porta alla luce.

“Credo che lo stesso accada per la vita. È negli occhi di chi le è più esposto che possiamo vederla, dopo aver ascoltato troppe opinioni e idee. Così è accaduto e accade ogni giorno a me, con i miei studenti. I loro occhi sono come quelli dei marinai: lì ho imparato a guardare la vita, perché niente come l’adolescenza ne trabocca. La scuola è il luogo in cui credevo si insegnasse ai “recenti”, dagli occhi ancora chiusi, ad aprirli sulla realtà per poterla finalmente incontrare. Invece, proprio a scuola, in questi 20 anni di lavoro, ho imparato io ad aprire gli occhi.” (Alessandro D’Avenia).

L. Lanza, Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina

Laura Lanza e la Sicilia dei racconti

di Antonio Stanca

   L’anno scorso da Astoria Edizioni è stato pubblicato il romanzo Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina di Laura Lanza.

   La Lanza è nata a Roma e molto impegnata è stata nell’osservazione, nella valutazione dei fenomeni culturali della capitale e dei tempi moderni. Di essi ha scritto molte volte. Attualmente è caporedattore della rivista “Accademie & Biblioteche d’Italia”. Ha lavorato come bibliotecaria nella Vallicelliana ed ha curato la rubrica “Bibliografia di storia delle istituzioni contemporanee” per la rivista “Le carte e la storia”. Ha fatto parte della redazione di “Bibliografia Romana”. Molto si è mossa in ambito culturale e storico. Questo è il suo primo romanzo, è ambientato nella Sicilia di metà Ottocento, è scritto in una lingua che sta tra l’italiano e il dialetto siciliano, dice di vicende piuttosto comuni, quelle che si verificano in un piccolo paese di montagna, Monteforte, e che permettono di cogliere i modi di pensare, di fare, di vivere di un posto non solo arretrato ma anche isolato, lontano da quanto avveniva in centri urbani quali Palermo, Catania, Siracusa o nel resto della nazione.

   Protagonisti sono una levatrice, Francesca Savasta, detta Ciccina, e un giovane prete, don Peppino Gallo. Tramite uno zio vescovo che operava a Palermo questi aveva avuto l’incarico di provvedere alla piccola chiesa della Madonnuzza, situata nella campagna di Monteforte. Lo zio lo aveva fatto nominare parroco della Madonnuzza perché voleva allontanarlo da ambienti e persone che poco gli piacevano. In quel posto don Peppino aveva faticato a sistemarsi, aveva dovuto rimettere in sesto la chiesa, da tempo abbandonata anche a causa della sua distanza dal paese. L’aveva pulita, arredata, aveva suscitato, durante la messa, l’interesse di chi vi partecipava tramite interventi, discorsi mirati a incuriosire, coinvolgere. L’aveva rivalutata, aveva attirato l’attenzione dei paesani che erano tornati a frequentarla.

   Ciccina era la levatrice del paese e anche quella che aveva l’incarico di soccorrere i bambini abbandonati, provvedere ai loro primi bisogni e procurare loro un posto dove potessero crescere.

   Tra i due, don Peppino e la Ciccina, entrambi venuti da fuori a Monteforte, si stabilirà un’intesa che li porterà a vedersi, ad amarsi, a trascorrere insieme le notti. Nonostante tutto a loro si rivolgeranno le persone del posto per avere un consiglio, un’indicazione, un aiuto di fronte ad una circostanza insolita, ad un problema. Erano stimati, il loro giudizio valeva e così la loro presenza.

  Intorno a loro la scrittrice fa scorrere la vita di Monteforte, quella dei ricchi e dei poveri, dei grossi possidenti e dei contadini, degli onesti e dei briganti, delle signore e delle serve, degli amanti clandestini e dei matrimoni combinati, delle morti vere e di quelle finte. Sono tanti i modi di vivere che la Lanza fa vedere nel libro, sono tante le persone che si muovono in esso, le situazioni che si creano. C’è la vita degli uomini e quella delle donne, degli adulti e dei ragazzi, dei vecchi e dei giovani: a tutti la scrittrice ha dato un ruolo, una voce, tutti mostrano come si stava in Sicilia a quasi duecento anni di distanza, cosa si faceva in pubblico e in privato, in piazza e in famiglia, in chiesa e a scuola, nei campi e all’osteria. Ha scritto la Lanza dei rapporti che correvano tra i diversi posti, tra le persone che li vivevano, delle conseguenze che ne derivavano. E ovunque, in qualsiasi posto o circostanza, ha fatto vedere la levatrice o il prete del paese o entrambi dal momento che sempre erano chiamati o vi accorrevano, che a tutto si pensava potessero servire. E’ come se dai due fossero tirate le fila della vita dell’intera comunità, niente vi succedeva del quale non sapessero o non partecipassero.

   Ci saranno anche situazioni create, inventate, ci saranno momenti da favola che insieme a quelli veri contribuiranno a formare l’ambiente tipico di questi luoghi, l’ambiente del quale negli anni avvenire si dirà, si narrerà senza che si distingua con esattezza tra verità e sogno, tra vita e morte.

   Come si forma un ambiente simile, quello dei racconti dei nonni, fa vedere Lanza tramite la sua opera. A portarcela sarà stata la sua attività di bibliotecaria, la sua conoscenza di libri antichi. L’importante è che sia riuscita nell’intento, che l’abbia realizzato, che vi abbia dato un contenuto ed una forma espressiva tra i più autentici.

D.A. Rocca e P. Marraffa, Verso la Society 5.0

Dora Anna Rocca e Paolo Marraffa, Verso la Society 5.0

Un libro che parla del nostro presente e soprattutto delle prospettive future

Dalla società venatoria o 1.0 si è passati alla agricola o 2.0 e da questa alla industriale o 3.0 che ha dovuto poi fare i conti con la 4.0 o società dell’informazione ma gli autori di Verso la Society 5.0 Dora Anna Rocca e Paolo Marraffa (Gennaio del 2021, Delfino Editoriale) vanno oltre illustrando, la Society 5.0 e le difficoltà e le reticenze esistenti nel realizzarla. Gli autori rispettivamente docente di Scienze al liceo scientifico G. Galilei di Lamezia Terme, oltre che saggista e giornalista la Rocca ed esperto in sostenibilità ambientale e laureato in marketing e comunicazione ala Lumsa di Roma il Marraffa, prendono in esame le varie problematiche del nostro tempo, dalla sostenibilità considerata nei suoi vari ambiti: ambientale, economica sociale alle difficoltà nel conseguire i 17 goals dell’Agenda 2030 dell’Onu, specie in epoca di pandemia, alle attuali reticenze nei confronti del 5G nelle telecomunicazioni e non solo. La trasformazione della società e il miglioramento del benessere sociale ed economico hanno portato ad uno sfruttamento eccessivo dell’ambiente, causando non solo un depauperamento delle sue risorse ma anche un inquinamento ambientale senza precedenti che rischia di compromettere irrimediabilmente la qualità della vita delle generazioni future. Parlare di Society 4 e ancora meglio di Society 5.0, aiuterà a comprendere meglio le sfide del futuro. I recenti accadimenti legati alla pandemia da Covid 19 hanno esasperato le problematiche già esistenti evidenziando tutte le lacune di una società che deve correre ai rimedi cercando disalvaguardare l’ambiente dal degrado e non perdendo di vista i tanti sforzi finora fatti in riferimento al conseguimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu. Scrivono gli autori: “Dalle problematiche del nostro tempo, con un particolare sguardo alla sostenibilità industriale sociale ed ambientale, alle battaglie di Greta Thumberg per il cambiamento climatico, agli oceani di plastica, all’inserimento dell’educazione civica nelle scuole, all’esigenza di una economia circolare. Dai timori legati all’inserimento del 5G nelle telecomunicazioni alle speranze di coloro che spingono per un suo utilizzo auspicando in un cambiamento epocale, niente è stato tralasciato in questo volume che vuol essere un riferimento per tecnici ed appassionati di settore, studenti universitari che si trovano ad affrontare problematiche scientifiche e socio economiche di grande attualità in un’epoca di grandi trasformazioni, studenti di scuola secondaria superiore dell’ultimo anno di corso”. A collaborare alla stesura di questo interessante e attuale volume edito da Editoriale Delfino a Gennaio 2021 i docenti: Agime Gerbeti di sostenibilità ambientale alla Lumsa di Roma, Michela Mayer responsabile per l’Educazione ambientale e alla sostenibilità alla IASS – ItalianAssociation for Sustainability Science e associato di ricerca all’Istituto per le Ricerche e le Politiche Sociali del CNR, Giovanni Tridente docente di Giornalismo d’opinione presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce. L’auspicio è come scrive la docente Gerbetinella prefazione è che il libro sia acquistato, letto e sofferto dal lettore. Un libro dunque che collega l’informazione e la conoscenza con uno stile divulgativo e che merita di essere letto.

Sofferenza e felicità nella poesia di Domenico Godino

Sofferenza e felicità nella poesia di Domenico Godino

di Giovanni Ferrari *

Rimango sempre più affascinato e arricchito nel rileggere le belle poesie del poeta coriglianese Domenico GODINO (detto MECO). Fresco di stampe e appena pubblicato presso la stamperia “rilegando” di Corigliano dicembre 2020, con ulteriore e inedite poesie: la poetica godiniana mi riporta agli anni settanta, quando seguivo i corsi di Letterature Comparate con il grande poeta Mario LUZI sul rapporto poetico tra Charles BAUDELAIRE et Edgar Allan POE presso la prestigiosa Università di URBINO.  Leggendo la sua ultima fatica letteraria, intravedo un nesso inscindibile tra poesia e sofferenza interiore,  perché nessuno meglio di un poeta come  Godino  che soffre sa elevare in versi le sue angosce, le sue paure, i suoi patimenti; sembra quasi che per piacere  e per attirare l’attenzione degli animi più sensibili, una poesia debba nascere da un dispiacere profondo, debba essere l’espressione di un animo inquieto e tormentato; sembra quasi che il suo dolore sia materia di ispirazione per chi si accinge a scrivere e che il poeta sia destinato a soffrire per rendere felici i suoi cari attraverso i suoi versi (sua madre  Carmenia, suo fratello Santino prematuramente scomparso), ma soprattutto la sofferenza dei suoi familiari, in modo particolare suo papà VITO. Per la gioia di quanti amano la poesia, probabilmente il poeta Godino, non  ci avrebbe regalato queste belle e sentite poesie, così toccanti, frutto della sua sofferenza. Queste condizioni esistenziali difficili, stabiliscono, molte volte, la base di emozioni  straordinarie, in quanto la poesia trasmette sempre felicità, anche quando scaturisce dal dolore, in sostanza possiamo affermare che nella poesia godiniana, non è la sofferenza o l’intimo travaglio ma l’energia  e la bellezza delle parole che ci esaltano e ci inebriano, indipendentemente dal loro contenuto di tristezza, pertanto, vale la pena, trarre vantaggio e piacere dalla sofferta esperienza di vita di chi sa nobilitare le sue pene attraverso la poesia, dato che nessuno meglio di chi è stato infelice può darci insegnamenti di quotidiana felicità.

Quando leggo “sempre caro mi fu quest’ermo colle…”, non avverto il dolore del poeta, non ripercorro il suo pessimismo, al contrario rimango estasiato di fronte alla potenza dei versi ed alla bellezza delle descrizioni. Ecco, quindi che la poesia, che nasce dal dolore, diventa per me un momento di gioia, tutto ciò non significa che io sia indifferente al dolore. Posso anche capire ed immedesimarmi nella poetica e nella sofferenza godiniana, in questo caso io percepisco solo la sublimazione della parola, la sua vitalità che mi fa dimenticare da cui scaturisce. Nella poetica godiniana, “Meco”  tocca tante tematiche e mette a fuoco tante sofferenze e tante ingiustizie, riportandoli in versi, cercando di coinvolgere chi legge attraverso la sua rabbia e la sua indignazione.

Le poesie di Domenico GODINO, sono un verbo immacolato, una riserva di consapevolezza e di felicità nell’ascolto, in quanto chi ascolta scopra chi è  e sappia ascoltare sempre meglio, il pensiero e l’espressione del nostro essere, la sofferenza esiste come dato originario: essa ha a che fare con la nascita e con la morte, con il tempo e con il mutamento.

Bellezza e felicità vanno spesso braccetto, e si scrive per tormenti ma anche ebbri di gioia ma anche  chi scrive, scrive come respira, per default, quindi è vero che per scrivere devi avere in quel momento uno stato di rabbia o dolore o fastidio profondo.

(*) Dipartimento di Economia, Società, Politica – Università degli Studi di URBINO “CARLO BO”

AA.VV., Racconti di Natale

Racconti di Natale, un’opera da conoscere

di Antonio Stanca

   In allegato al quotidiano “il Giornale” è da poco uscito il breve volume Racconti di Natale (Autori della tradizione). E’ una raccolta non solo di racconti ma anche di poesie, di favole che si riferiscono al Natale, a quanto, presepe, Epifania, vi è connesso

e che risalgono ad autori del passato, quello compreso tra Ottocento e Novecento. Si va da Manzoni a Verga, da Deledda a Pascoli, da Pirandello a D’Annunzio, da De Amicis a Di Giacomo, da Collodi a Serao, da Alvaro a Gozzano e ad altri di quei secoli.

   Apprezzabile è l’opera poiché permette di cogliere come allora ovunque in Italia, nell’Italia della cultura, dell’arte, si tendesse a mettere in risalto la positività del Natale, a identificarlo con un’occasione, un momento di pace, di amore, di bene, con un invito ad aiutare chi non aveva possibilità, a provvedere ai bisognosi, soprattutto se donne o bambini.

   La raccolta fa vedere come diffuso fosse questo atteggiamento, come autori diversi, di diversa provenienza e formazione, di diverso ambiente geografico e culturale, convenissero nel fare del Natale un evento centrale della vita, della storia, nel vederlo come un messaggio da estendere, da far giungere in ogni posto perché utile, buono. Non c’era differenza, tutti, fossero autori maggiori o minori, la pensavano allo stesso modo, tutti sembravano simili ai bambini ai quali si rivolgevano e averli mostrati con questi loro scritti non può che far ammirare l’iniziativa.

   Sembra un tempo remoto quello degli autori della raccolta poiché oggi tanto è cambiato. Invece non è molto lontano, i suoi sono gli autori che venivano letti nella scuola elementare di qualche tempo fa, quelli che pure adesso potrebbero muovere a pensare, a fare, potrebbero valere.

  E insieme alla funzione di un richiamo a ciò che si è perduto e alla possibilità di recuperarlo, il libro ha anche quella di una testimonianza da tener presente, di una lezione da imparare. Leggendo gli scritti che contiene, osservando la lingua che li esprime ci si accorge di quanto ancora mancasse alla formazione dell’italiano, di come sia stata lenta. Accanto e dopo I Promessi Sposi molto altro è servito, molto altro si è dovuto scrivere per liberarsi di quanto di antico, di vecchio, di straniero, di regionale, di dialettale pesava sull’italiano. Questi scritti ne sono una chiara testimonianza: si era arrivati ai primi del Novecento e ancora l’italiano non si era formato, non si era completato nella sua funzione di lingua autonoma, di lingua di una nazione, ancora conteneva altro, dipendeva da altro, non lo aveva smaltito o assorbito, inglobato, fatto proprio. La cultura religiosa durata tanto a lungo, la lingua di questa, il latino, le diverse dominazioni straniere, le tante parlate locali, i diversi sostrati linguistici, tutto aveva contribuito a ritardare, frenare la formazione di quella lingua libera, nuova che sarebbe dovuta essere l’italiano.

   Il linguaggio dei racconti, delle poesie, delle favole della raccolta mostra i segni di questo processo, fa vedere che pur in tempi non molto lontani c’era ancora tanto di diverso nell’italiano, c’era ancora tanto da fare per raggiungerlo.

   Un valore morale ed uno culturale contiene l’opera ed entrambi sono motivi validi per conoscerla.

M. Balzano, Resto qui

Balzano tra letteratura e storia

di Antonio Stanca

   Marco Balzano è nato a Milano nel 1978, qui insegna Letteratura Italiana negli Istituti Superiori e si applica nella sua attività di studioso e scrittore. Ha pubblicato saggi, poesie e romanzi: un intellettuale si può dire di lui ma anche un autore, un artista. Non è facile conciliare queste tendenze e riuscire a farlo, riuscire ad applicarsi in ambiti così diversi è segno di una sicurezza, di una capacità raggiunta e coltivata.

   Il suo esordio letterario è avvenuto con le poesie della raccolta Particolari in controsenso del 2007. Il primo romanzo è stato Il figlio del figlio del 2010. L’opera vinse il Premio Corrado Alvaro Opera prima e mise in risalto il tema dell’emigrazione, che sarebbe diventato ricorrente nella narrativa del Balzano, sarebbe stato mostrato come fenomeno dettato da necessità inevitabili, da particolari condizioni geografiche, economiche, come esperienza dolorosa, drammatica. Di una perdita, di una sconfitta avrebbe parlato Balzano: emigrare per lui significa partire, lasciare, abbandonare i luoghi, le case, le persone, gli ambienti che hanno fatto parte della propria vita, che l’hanno costituita, determinata, formata moralmente e fisicamente, significa venire a contatto con altri luoghi, altre persone senza sapere di loro, di quale sarà il rapporto, di come si starà, si vivrà con loro. E’ un cambiamento che può diventare definitivo, che può far abbandonare per sempre i posti d’origine, che qualunque forma assuma dallo scrittore viene sempre visto come un problema poiché lo identifica con una riduzione, una privazione.

   Nel romanzo Resto qui del 2018, ora ristampato dalla Einaudi nella serie “Super ET”, il motivo dell’emigrazione è legato a circostanze gravi, altamente drammatiche. Ci sarà, però, chi pur in quelle circostanze non emigrerà, chi “resterà” a costo di terribili conseguenze. Saranno Erich e Trina, marito e moglie, genitori di Michael e Marica, a scegliere di “restare” a Curon, il piccolo paese del Sudtirolo sulle rive dell’Adige, quando sta per scoppiare la seconda guerra mondiale e stanno per iniziare i lavori per la costruzione di una diga che avrebbe comportato l’abbattimento delle poche case che formavano Curon e i paesi vicini. E’ un momento grave, i lavori per la diga si fermeranno a causa della guerra e intanto la gente del posto se ne sarà andata, sarà fuggita in Svizzera, in Austria, in Germania o altrove perché spaventata da quanto sta succedendo.

   In quegli anni nel Sudtirolo ci si sentiva tedeschi, si parlava tedesco, si inneggiava al nazismo, si condannava il fascismo e tutto ciò che sapeva di italiano, lingua compresa. Hitler veniva visto come un salvatore, un restauratore dei danni che il fascismo stava arrecando con i suoi proclami, le sue chiamate alle armi e avrebbe arrecato con la costruzione della diga. C’era confusione, incertezza, paura, povertà, si viveva dei proventi di pochi animali, mucche, pecore, e di pochi campi, si temeva la guerra, non rimaneva che andarsene. Quasi tutti lo avevano fatto ma non Erich e Trina anche se senza figli erano rimasti: Michael si era arruolato volontario nell’esercito tedesco, Marica, che stava con gli zii, era stata portata da questi dove erano fuggiti.

   Quando scoppierà la guerra marito e moglie si rifugeranno in montagna, tra i boschi, i lupi, il freddo, le grotte, le capanne, vivranno di stenti, conosceranno la fame, la malattia, staranno soli per tanto tempo, si incoraggeranno, si aiuteranno tra loro, si riscalderanno con il loro respiro, il loro amore. Torneranno a Curon quando la guerra finirà e quando si sarà visto quanto crudeli erano stati quei tedeschi prima desiderati.

   Una volta a Curon Erich e Trina si sarebbero trovati di nuovo di fronte al problema della diga poiché erano ripresi i lavori e di nuovo i pochi abitanti stavano pensando di andarsene o cominciavano a farlo. Per ben due volte si fuggiva dal Sudtirolo, per ben due volte Erich e Trina non lo faranno e vi rimarranno fino ad assistere al loro paese, alla loro casa sommersi dalle acque dell’Adige quando deviate sarebbero state dalla diga completata. Intanto avevano trovato alloggio nelle baracche appositamente costruite dall’azienda che aveva condotto i lavori. Erich morirà da lì a poco, aveva tanto combattuto, si era tanto impegnato per salvare le sorti di Curon e dei paesi vicini, per impedire la diga che sfinito, stremato, morto ne era uscito. Trina rimarrà sola, addolorata, tormentata dai pensieri, dai ricordi, dei figli non saprà più niente ma convinta sarà ancora di dover continuare, di dover andare avanti, di dover fare, di dover vivere. Un esempio di forza, di coraggio, di amore è stato il suo, unico tra le donne di un tempo, di un luogo di rovina, di morte. In quel tempo, in quel luogo è andato Balzano col suo romanzo perché di essi voleva dire, perché di essi ancora poco si sa, perché anche della loro voleva fare storia d’Italia tramite la letteratura, tramite i modi facili, chiari della sua scrittura.

Collana “Ricerche Indire”

Collana “Ricerche Indire

Un incontro per approfondire le “idee” per la didattica delle Avanguardie Educative

Firenze, 10 dicembre 2020 – La ricerca di INDIRE al servizio della scuola, per fornire strumenti e riflessioni utili ai docenti e ai dirigenti scolastici per la didattica. Con questo obiettivo, domani, venerdì 11 dicembre 2020, dalle 17.00 alle 18.30, è in programma un incontro online di presentazione di 3 volumi della collana Ricerche Indire, edita da Carocci Editore. L’evento è gratuito ed è accessibile dal sito di INDIRE e da quello delle Avanguardie Educative, al seguente link: https://indire.webex.com/indire/j.php?MTID=m7385759d2b9c4cc343661eeba9068edb (password: avanguardie)

Introdurrà il webinar il Presidente di INDIRE, Giovanni Biondi, per illustrare le strategie che hanno portato alla realizzazione di una nuova collana di ricerca, che abbraccia tutte le sperimentazioni e le attività di ricerca svolte dall’Istituto.

Ai lavori parteciperanno i ricercatori di INDIRE che, insieme ad alcuni esperti del mondo della scuola, sono gli autori di questi tre volumi. In particolare, Elisabetta Mughini, dirigente di ricerca INDIRE, Silvia PanzavoltaLaura Parigi e Lorenza Orlandini, ricercatrici di INDIRE, e, tra gli altri, i contributi video di Franco Lorenzoni, maestro di scuola primaria dalla fine degli anni Settanta fino al 2018, attivo nel Movimento di Cooperazione EducativaAluisi Tosolini, Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico, musicale e sportivo “Attilio Bertolucci” di Parma, Mara Krechevsky, Senior Researcher sul progetto Project Zerodella «Harvard Graduate School of Education», che ha diretto il progetto Making Learning Thinking Visible.

I primi tre volumi, oltre a far conoscere le attività dell’Istituto, rendono disponibili gli esiti di ricerche teoriche svolte sul campo nell’ambito del progetto Avanguardie educative. Lo scopo è quello di intercettare le innovazioni provenienti dalle scuole e sistematizzarle attraverso la ricerca educativa.

Nato nel 2014, oggi Avanguardie educative è diventato un vero e proprio Movimento per l’innovazione che vede coinvolte 1200 scuole di ogni ordine e grado, con la partecipazione di oltre 5000 tra docenti e dirigenti scolastici.

Le proposte oggetto dei primi tre volumi della collana sono:

  • Dentro/fuori la scuola – Service Learning. Un modello educativo per le scuole di ogni ordine e grado che mira al rafforzamento del rapporto tra scuola e territorio, attraverso il dialogo continuo con enti locali, istituzioni e stakeholder e l’applicazione dell’approccio pedagogico del Service Learning. Nei progetti che fanno riferimento al Service Learning il territorio diventa un ambiente di apprendimento che qualifica la relazione educativa. Le attività di ricerca connesse alla proposta godono di una collaborazione con la University of Cambridge.
  • MLTV – Rendere visibili pensiero e apprendimento. Un modello educativo per le scuole del secondo ciclo d’istruzione capace di valorizzare e mettere a frutto sia le conoscenze, abilità e competenze di tipo disciplinare che lo sviluppo del pensiero nelle diverse declinazioni: critico, creativo, logico-matematico, riflessivo, decisionale, sistemico. Le attività di ricerca sono realizzate attraverso lo scambio con Project Zero, centro di ricerca della Harvard Graduate School of Education di Boston. 
  • Dialogo euristico. Una tecnica didattica per far incontrare il lavorìo mentale degli alunni del primo ciclo d’istruzione con oggetti di conoscenza che sono portati dal docente o in cui ci si imbatte. Perché i pensieri dei bambini, le loro ipotesi, anche fantastiche, sono strumenti epistemici, modalità per (far) conoscere il mondo. Gli approfondimenti legati alla proposta sono frutto della collaborazione con Casa-Laboratorio Cenci (Amelia, Terni), centro di sperimentazione educativa fondato dal maestro Franco Lorenzoni.

Per registrarsi è necessario cliccare su questo link:

https://indire.webex.com/indire/j.php?MTID=m7385759d2b9c4cc343661eeba9068edb

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Per ulteriori informazioni sul Movimento delle Avanguardie educative:

http://innovazione.indire.it/avanguardieeducative/