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A. Parente, ICF

A. Parente, ICF per un’educazione inclusiva
ed. dal Sud, Bari 2019

Il testo, pervaso di speranza pedagogica, analizza le potenzialità e le difficoltà insite nell’uso della classificazione ICF ed ICF-CY, analizzate negli aspetti teorici, pedagogici e didattici.

Il volume propone un graduale approccio alla terminologia, alla codifica e alla decodifica dell’ICF-CY ed un modello di PEI, quale occasione per sperimentare tale classificazione, affinché tutti possano realizzare il proprio progetto individuale in una visione  sistemica, inclusiva ed ecologica.

Rivolto a tutti i docenti in servizio, a quelli che aspirano ad esserlo, a tutti coloro che sono sensibili a queste problematiche, il testo si pone quale “bussola” per migliorare la qualità dell’inclusione e per “orientare” la  proposta educativa in una direzione progettuale che ponga ciascun uomo al centro della società autenticamente educanda e ne promuova l’empowerment.


L’autrice Antonietta Parente, docente, formatrice, e-tutor,  appassionata di problematiche educativo-didattiche, ha elaborato numerosi  contributi su tematiche educativo-didattiche, pedagogiche e metodologiche pubblicati in riviste specialistiche.

Per l’Edizioni dal Sud, nel 2014 ha pubblicato il volume Una scuola inclusiva. Principi, processi, protagonisti, problematiche, progettazioni.

F. Brunini, Due sirene in un bicchiere

Brunini, come scrivere da scrittori

di Antonio Stanca

  Federica Brunini è nata a Busto Arsizio nel 1971, si è laureata in Lettere Moderne, si è diplomata presso la Civica Scuola di Arte Drammatica di Milano e già prima, nel 1994, quando aveva ancora ventitré anni, aveva cominciato a muoversi negli ambienti cinematografici. Aveva frequentato registi importanti, aveva scritto sceneggiature ed anche attrice era stata. Aveva poi iniziato a collaborare con giornali e riviste e si era avventurata in molti viaggi, dei quali aveva scritto e durante i quali si era esercitata nella fotografia, altra sua inclinazione. Alla narrativa sarebbe giunta nel 2013 con il romanzo La matematica delle bionde. Ne sarebbero seguiti altri finché nel 2018 non sarebbe comparso Due sirene in un bicchiere, edito da Feltrinelli ne “I Narratori” e dalla stessa casa editrice ristampato quest’anno nell’“Universale Economica”.

   E’ un’opera molto riuscita, si potrebbe dire che vi trovano espressione tutte le esperienze della Brunini, dal cinema alle altre della fotografia e dei viaggi. Il libro è una serie infinita d’immagini, una composizione che non finisce mai di compiersi dal momento che sempre altri elementi intervengono a completare, arricchire, sostituire quanto già c’era.

   Su una piccola isola del Mediterraneo si svolge la vicenda narrata, tra i tanti posti di quell’isola si muovono i suoi protagonisti, ognuno con il suo segreto, con il suo dolore, con la sua speranza di liberarsene.

   Il B&B delle Sirene Stanche è una locanda non molto grande che Dana e Tamara gestiscono da anni sull’isola e dove accolgono, dietro presentazione di domanda, persone che vorrebbero trascorrervi una breve vacanza al fine di liberarsi, curarsi di quanto assilla il loro animo, dei problemi della loro mente derivati da particolari circostanze vissute e patite. La buona cucina, gli esercizi del corpo, le voci dello spirito, la meditazione, la riflessione, la presa di coscienza, la fiducia nel destino, la pratica del mare, il rapporto con la natura e quant’altro verrà effettuato su consiglio soprattutto di Dana e da lei guidato, si è sempre rivelato utile, è sempre riuscito a correggere, risolvere i problemi di coloro che erano venuti nella locanda.

   Stavolta per guarire dai loro mali erano venute Vera da Londra, le gemelle Lisa e Lara da Milano, Olivia da Barcellona e, unico maschio, Jonas da Dubai. Tutti avevano sofferto o soffrivano un dramma, tutti volevano risolverlo. Nel caso di Vera, però, dietro il suo nome si celava quello della collega e rivale giornalista Eva che era venuta per scoprire quanto successo dieci anni prima nelle acque dell’isola senza che se ne fossero mai capite le cause e conosciute le conseguenze. Erano sparite la famosa popstar Mandala Singer e la piccola figlia Mia e il loro caso era rimasto privo di spiegazioni, non se ne era più parlato. Vera/Eva vuole sapere la verità e farne un argomento esclusivo per il suo giornale, vuole suscitare clamore. Sarà il motivo che percorrerà tutto il romanzo della Brunini, che attraverserà quanto in esso succede, si fa, si dice tra quelle persone che intendono riacquistare la sicurezza, la serenità che hanno perso. Prima, però, che alla verità sulla Singer giunga Vera/Eva vi giungerà Jonas. L’australiano scoprirà che Mandala Singer è ancora viva, che si cela nelle vesti di Tamara e che a morire tanti anni addietro in una disgrazia sul mare era stata solo la piccola Mia. Erano uscite insieme per una gita in barca e, sorprese da una tempesta, la loro era diventata una tragedia. 

   Il caso del loro mistero si è risolto ed anche i casi delle altre persone si sono risolti dopo i dieci giorni di permanenza al B&B delle Sirene Stanche. L’uno e gli altri sono stati molto abilmente combinati dalla scrittrice. Ha saputo la Brunini procedere con chiarezza, con scioltezza tra tante, diverse situazioni, tra tante, diverse esigenze, tra tante, diverse soluzioni. Tra queste ha saputo creare un’atmosfera sempre sospesa, coinvolgente anche se ogni caso ha avuto il suo percorso, ognuno ha seguito il proprio cammino, ha cercato la propria strada. Uniti e divisi si è stati. L’isola poi, i suoi paesaggi, le sue luci, i suoi colori, i suoi suoni, le sue acque, i suoi boschi hanno fatto da sfondo a quanto succedeva nella mente e nel corpo, nei pensieri e nelle azioni di ogni protagonista dell’opera.

   Molto vasta, molto varia la vita che la Brunini ha rappresentato nel romanzo, non ha mai smesso di farvi rientrare aspetti nuovi, diversi: così si scrive da scrittori!

E. De Luca, Impossibile

De Luca, oltre l’umano

di Antonio Stanca

   Lo scorso Settembre l’inesauribile Erri De Luca è stato di nuovo in libreria con Impossibile, un romanzo che ha tutti gli aspetti di un racconto, di un lungo racconto e che è stato pubblicato da Feltrinelli nella collana “I Narratori”.

   De Luca ha sessantanove anni, è nato a Napoli nel 1950 e prima di arrivare alla scrittura narrativa si è impegnato in tanti modi, ha studiato e tradotto testi di antiche religioni, si è dedicato all’apprendimento di lingue straniere, al giornalismo, al teatro, alla poesia. Avrebbe pure scritto di narrativa ma senza mai pubblicare le sue opere. Lo avrebbe fatto solo nel 1989, quando a trentanove anni scrisse il romanzo Non ora, non qui. Ne sarebbero seguiti tanti altri, tra romanzi e racconti, e sempre alla vita, alle sue varie circostanze, alle sue persone, ai suoi casi si sarebbero ispirati riuscendo ogni volta a cogliere significati che superavano la realtà, la quotidianità in nome di principi, valori di carattere ideale, di verità che valessero per tutti e per sempre.

   Anche in Impossibile un caso della vita, una circostanza fortuita diventa un motivo di lunga osservazione e riflessione, un argomento sul quale soffermarsi, dal quale trarre insegnamento, acquista un significato superiore a quello della sua realtà.

  Lungo un sentiero che si snoda tra le montagne dell’Alto Adige e che a tratti procede tra dirupi e burroni due uomini camminano a distanza l’uno dall’altro e questo succede ormai da molti giorni, marciano finché quello che precedeva viene trovato morto nel burrone dove è precipitato senza che si capisca se si è trattato di una caduta accidentale o provocata dall’altro che veniva dietro. Tra questo, arrestato perché accusato di omicidio, e il giudice che conduce l’istruttoria si svolgerà per intero il romanzo, tra le domande di chi inquisisce e le risposte di chi è inquisito. Quest’ultimo si dichiarerà sempre estraneo alla morte del suo compagno di strada, dirà in continuazione di non averlo conosciuto, di non aver avuto nessuno scambio con lui né prima in albergo né dopo lungo quel sentiero. Lo sosterrà anche quando le indagini faranno sapere che nei primi anni del ‘900 i due avevano fatto parte di un’organizzazione clandestina, di un movimento estremista che si opponeva allo Stato e lottava contro le sue regole, la sua polizia. Quello che era morto nel precipizio era stato un delatore, aveva tradito e fatto arrestare molti compagni tra i quali l’altro che ora veniva accusato. Al giudice sembrava una delle cause più plausibili che potevano averlo mosso ad uccidere il vecchio compagno d’azione rivoluzionaria. Ma non poteva essere trascurata la possibilità che una volta incontratisi e riconosciutisi il traditore avesse assalito per primo e che il secondo avesse agito per difesa spingendolo nel burrone. “Impossibile” diventerà stabilire la verità anche perché potrebbe valere la versione dell’imputato, quella che lo vorrebbe estraneo ad ogni evento, fuori da ogni responsabilità.

   Alla fine di quell’interrogatorio, che sarà il contenuto di tutto il libro, l’imputato verrà messo in libertà dal momento che “impossibile” era risultato scoprire il vero colpevole, ricostruire la vicenda di quella morte.

   Risalterà, per l’intera opera, il tono sicuro, convinto, disinvolto che l’accusato assumerà fin dall’inizio. Sarà da attribuire alla sua età piuttosto avanzata, alle sue esperienze di giovane spesso indagato perché partecipe di un movimento di contestazione, di lotta contro le istituzioni, alla padronanza della situazione che viveva perché innocente o perché di fronte ad un giudice molto giovane e molto lontano dalla vita, dalle sue disavventure. Qualunque sia stata la causa quell’uomo uscirà vincitore dal confronto con la giustizia e si aggiungerà alla serie di eroi positivi che De Luca ha costruito, ha raffigurato tramite tante sue opere, di quei personaggi che sono diventati leggendari pur essendo dotati soltanto della loro volontà, della loro forza d’animo, del loro coraggio, di quanto appartiene a chi si è formato da solo, da solo ha superato tante avversità.

   Possono anche aver ucciso, come forse in questo caso, quelle figure ma rimangono grandi, si attestano tra le migliori perché di una dimensione superiore all’umana, perché uniche nella vita, poche nella storia.

AA.VV. (a cura di E. Rota), Manuale di sopravvivenza

Dopo i primi due libri dedicati al tema dei giovani e la fede (Come e perché ho abbandonato la fede – Elledici ed.) e (la felicità è un mondo diverso – Dissensi ed.)  Enos Rota ha impegnato questi due anni in una indagine-ricerca sul difficile e complesso mondo della scuola, raccogliendo le testimonianze degli studenti, degli insegnanti e degli esperti – compresi il Ministro del MIUR,  Alessandro d’Avenia,  Corrado Augias, ecc.  Sono pagine intense non solo di esperienze vissute, di critiche anche aspre al “sistema scolastico” attuale,  ma ricche  di indicazioni, consigli, suggerimenti  di come dovrebbero cambiare le metodologie, le didattiche, i programmi per rendere l’istruzione e l’educazione all’altezza dei tempi e aggiornate alle tecnologie e alle nuove professioni ed esigenze di una Società moderna. 

La scuola oggi dovrebbe fornire ai giovani identità e professionalità, dovrebbe educare al lavoro, alla professione e al vivere in società in modo responsabile. Dovremmo chiederci dunque se e come l’attuale sistema scolastico risponda a questo. Pare di no a giudicare sia dagli esiti evidenziati purtroppo dai risultati internazionali sia dal malessere generalizzato di chi nella scuola si trova o per insegnare o per apprendere.  È evidente allora che il sistema così com’è non funziona e che un cambiamento è necessario. Ma su cosa intervenire? Lo hanno suggerito studenti e insegnanti nei loro interventi…  E a proposito di Insegnanti aggiungo che è sempre più crescente il senso di frustrazione della categoria, con le famiglie ostili, i ragazzi ingestibili, i dirigenti-burocrati, la mancanza di risorse, le riforme inutili  i bonus  che scatenano una competizione assurda per quattro soldi, mentre nella didattica che andrebbe radicalmente rinnovata, non cambia nulla, tanto meno viene riconosciuto ai docenti capaci e meritevoli, un adeguato sviluppo professionale e di carriera…

La scuola di oggi opera in un contesto che è investito in pieno dalle trasformazioni culturali di inizio millennio: postmodernità, complessità, mondo globale, società liquida, multiculturalità, rivoluzioni tecnologiche. Che fare? 

D. Di Pietrantonio, L’Arminuta

Dall’Abruzzo una scrittrice…

di Antonio Stanca

   Dall’Abruzzo viene Donatella Di Pietrantonio: ad Arsita, in provincia di Teramo, è nata nel 1963, a L’Aquila si è laureata in Odontoiatria, a Penne, in provincia di Pescara, risiede e lavora come dentista pediatrica. Qui si dedica pure alle attività di giornalista e scrittrice. Nella narrativa sarà il romanzo Mia madre è un fiume del 2011 a rappresentare il suo esordio, poi, nel 2013, verrà il secondo, Bella mia, chiaramente riferito alle conseguenze del terremoto del 2009, e nel 2017 pubblicherà L’Arminuta, terzo romanzo che ora ha avuto presso Einaudi la sua prima edizione nella serie “Super ET”. Con quest’opera la Di Pietrantonio ha vinto nel 2017 il Premio Campiello e il Premio Napoli. Nel 2019 ne è stato tratto uno spettacolo teatrale. Altri riconoscimenti ha avuto la scrittrice per le altre sue opere, anche tradotte in lingue straniere sono state e tutte ambientate in quell’Abruzzo che lei vive con l’amore per la sua terra d’origine, al quale si sente indissolubilmente legata. Dell’Abruzzo vuole dire, l’Abruzzo vuole mostrare la Di Pietrantonio, i luoghi, gli ambienti, gli usi, i costumi, la lingua di questa terra vuole far vedere, la testimone vuole essere di una storia, di una vita che è rimasta indietro nel tempo, che dimenticata è stata da quel processo che ha assunto il nome di modernità. Soprattutto le zone interne dell’Abruzzo hanno sofferto questo problema e lì è andata la scrittrice a scoprire come si vive, cosa succede, da lì ha tratto i motivi della sua scrittura, i temi della sofferenza, della pena, quelli che derivano dalla povertà, dalla privazione, dalla perdita. Anche ne L’Arminuta scrive di una famiglia povera, numerosa, che negli anni ‘70 vive lontana dal centro urbano, all’interno della sua regione, in montagna, e che ha affidato uno dei suoi figli, una piccola bambina, ad una famiglia agiata, quella di una cugina della madre che non ha figli e vive in città. Questo confronto tra la montagna e la città, tra l’interno e l’esterno dell’Abruzzo, tra la povertà e la ricchezza, percorrerà tutto il romanzo e prenderà maggiore evidenza quando la cugina deciderà di rimandare, di far tornare presso i genitori la piccola che le era stata affidata. Ora aveva tredici anni, l’aveva tenuta da quando era in fasce e madre era stata da lei creduta. Ritornata a casa, tra i veri genitori e i tanti fratelli, soffrirà della differenza tra i due ambienti, non si adatterà allo stato di miseria di quello attuale, vorrà rientrare nella condizione precedente ma non sarà possibile ché separata si era quella cugina dal marito, con un altro uomo si era messa, con questo aveva avuto un figlio e a lui doveva ora badare. Non poteva più essere la madre buona, la madre ricca di prima, non poteva più tenere in casa la ragazza e la situazione per questa diventerà drammatica. Sarà lei “l’arminuta”, la ritornata, e intorno a lei comincerà a crearsi una lunga, interminabile storia fatta di passato e di presente, di genitori creduti e di genitori veri, di fratelli e sorelle sconosciuti, di bene prima vissuto e di male ora sofferto. Saranno tante le situazioni nuove, impreviste che quella ragazza vivrà, tanti i pensieri che attraverseranno la sua mente, gli aspetti che la sua vita assumerà. Sempre incompiuta, però, rimarrà, mai le sarà possibile ordinarla, realizzarla. Mai potrà più stare nella città, nella casa, con la donna che voleva e che aveva creduto madre senza sapere di essere figlia di un’altra. Quella la potrà solo aiutare, sostenere economicamente mentre la vera madre non può fare neanche questo: la situazione che si è creata è la vicenda che la scrittrice fa scorrere nel romanzo e che rimane sospesa, priva di soluzione, che per tutti diventa amara.  

  Un dramma si è rivelata quella che era sembrata la semplice soluzione di un problema tra parenti che tanto si fidavano l’uno dell’altro. Un’opera di letteratura ha fatto la Di Pietrantonio di una storia della sua terra. A nudo ha messo l’interiorità di tante persone, tanti modi di pensare, di vivere ha fatto conoscere, un universo soprattutto femminile ha disvelato e sempre con la semplicità, la facilità propria della sua lingua. In avvenimenti naturali ha trasformato questa situazioni che si andavano sempre più complicando.

   E’ un altro merito della scrittrice!

Y. Reza, Bella figura

Yasmina Reza o dei tempi della rovina

di Antonio Stanca

Nel 2015 è stata scritta, nel 2017 è stata stampata in lingua francese, nello stesso anno è stata rappresentata, in lingua tedesca, alla Schaubühne di Berlino, nel 2019 è stata pubblicata in Italia da Adelphi con la traduzione di Donatella Punturo: s’intitola Bella figura ed è una commedia di Yasmina Reza, drammaturga e scrittrice francese.

E’ nata a Parigi nel 1959 da genitori di lontana origine ebrea, ha iniziato a lavorare in teatro come attrice, al 1983 risale la sua prima opera teatrale, Conversazioni dopo la sepoltura, al 1989 la seconda, Il passaggio dell’inverno. Premiati saranno questi lavori ma il successo vero e proprio, la notorietà in ambito internazionale verrà alla Reza da Arte, scritta nel 1994 erappresentata in molte lingue. Anche adattamenti televisivi hanno avuto le sue opere teatrali.

Nel 1997 ha cominciato con la narrativa. Primo romanzo è stato HammerKlavier, seguito da altri generalmente impegnati, come il suo teatro, a cogliere i problemi dei tempi moderni, a mostrare lo smarrimento, la confusione alla quale ha portato la perdita dei valori, dei principi della tradizione, la crisi di quella moralità, di quella spiritualità che erano state alla base della storia,dell’umanità.

Anche in Bella figura, breve commedia che riprende l’antica tradizione francese del “teatro dei boulevard”, del teatro di strada, della farsa comica e insieme grottesca, la Reza si sofferma a far capire quanti problemi si nascondono dietro le apparenze, dietro l’umorismo, la comicità dei cinque personaggi messi in scena, quante angosce, quanti drammi celano le loro intenzioni di fare “bella figura”, di apparire bene nonostante tutto.

  Boris e la bella Andrea sono gli amanti usciti una sera per cenare in un noto ristorante parigino, Éric e Françoise sono il figlio e la nuora di Yvonne e insieme a questa si sono recati in quel ristorante per festeggiare il compleanno della vecchia. S’incontreranno con gli amanti e con un certo disappunto per tutti dal momento che Françoise è amica di Patricia, la moglie di Boris. Su invito di Eric si fermeranno, tuttavia, a stare, a parlare insieme, a festeggiare insieme quella ricorrenza. Non sarà, però, una festa poiché dalle loro parole, dai loro discorsi, anche se soltanto accennati, non detti, sottintesi, dalle loro domande, dalle loro allusioni, dai loro sguardisi capirà la condizione, la situazione di ognuno, si scopriranno i problemi che lo assillano, il tormento che procurano alla sua anima, il disturbo alla sua salute. Nessuno è contento della propria vita, tutti vivono tra disagi anche se di diverso genere, ognuno ha avuto una propria ambizione, ha seguito una propria via ma nessuno è riuscito nei suoi intenti. Ora non c’è pensiero, discorso nel quale si possano incontrare, non c’è regola che possa valere. Sembra che abbiano esaurito ogni possibilità, che siano arrivati alla fine, che altro non serva, non valga.

   E’ questo il senso di rovina, tema tanto caro alla Rezadrammaturga e scrittrice, quello che la muove a rappresentare, a narrare la minaccia che incombe sulla moderna umanità al punto che è diventato impossibile salvarsi. Nessuno ci riuscirà. Nella commedia Andrea conquisterà tutti quella sera, piacerà anche ai tre che le erano completamente estranei, ma rimarrà a tormentarsi con Boris, non accetterà di essere accompagnata a casa da lui, la farà finita con lui e si proporrà di farlo con tutto quanto si era aspettata dalla vita. Sconfitta, sola, incompresa è rimasta. Di altro genere, economico, sono i problemi di Boris ma sono pur sempre problemi e purela sua, che oltre alla materia coinvolge anche lo spirito, è una fine. Per la vecchia Yvonne, per Françoise ed Éricsembrava diverso il destino ma venuti a contatto con Andrea e Boris si sono accorti di quanto pesa su di loro, di come anche la loro condizione sia grave. Per nessuno c’è scampo e i cinque sono trasformati dalla Reza nei simboli di quell’umanità moderna condannata, qualunque sia il suo aspetto, a soffrire perché privata di quanto voleva, ridotta ad elemento, a parte inanimata di quel complesso e inesorabile meccanismo che è diventata la vita d’oggi.

AA.VV., La Rendicontazione sociale

M. Logozzo, D. Previtali, M.T. Stancarone, La Rendicontazione sociale, luglio 2019, 192 Pagine, Tecnodid

“ECCOCI… SIAMO LA SCUOLA!” COME RENDERE PUBBLICO IL VALORE“SOCIALE” DELLE SCUOLE

di Carlo De Nitti

La rendicontazione sociale è il modo – probabilmente l’unico esistente – per fuoriuscire dalla dimensione dell’autoreferenzialità che sovente ha caratterizzato l’agire scolastico. Rendicontare la propria azione agli Stakeholders significa dimostrare la validità del proprio operare ed anche, perché no?, il diritto ad esigere maggiori risorse ove questo agito sia efficace (oltre che efficiente) e che contribuisca a migliorare le condizioni dei fruitori del proprio servizio di istruzione e formazione.

Si deve alle sodali penne (tastiere?) di preclari esperti della materia – quali Monica Logozzo, Damiano Previtali e Maria Teresa Stancarone – ed ai tipi di Tecnodid, un pregevole recentissimo lavoro su di questo argomento di particolare attualità nel mondo della scuola: La rendicontazione sociale. Come rendere pubblico il valore della scuola Come rendere pubblico il valore della scuola (Napoli, 2019). La rendicontazione sociale, ovvero la pubblicizzazione presso le comunità territoriali di riferimento di quello che le istituzioni scolastiche dotate di autonomia progettano, realizzano e valutano. 

Questo volume a tre mani analizza puntualmente tutti i passaggi di cui la valutazione delle istituzioni scolastiche deve constare affinchè essa non sia un nuovo (ultimo?), mero adempimento formale, ma possa cambiare radicalmente, dal di dentro, le istituzioni scolastiche dotate, ormai da oltre venti anni, di autonomia funzionale alla progettazione ed alla realizzazione dell’offerta formativa (D.P.R. 275/99). A chi scrive piace sottolineare quanto sia assolutamente condivisibile la filosofia che anima gli Autori, sintetizzata da due mirabili citazioni latine (cfr. p.9): “primum non nocere” e ”festina lente”. “Intendiamo dire: la prima attenzione da porsi, per l’introduzione di qualunque novità, è premurarsi di non portare danno, ci si può affrettare, ma con la cautela necessaria” (p.9).  

Attraverso i suoi nove capitoli (corredati da un’utilissimaAppendice e da un’accurata Bibliografia) gli Autori ripercorrono con serietà e competenza pedagogica e giuridica la storia normativa della valutazione delle istituzioni scolastiche. L’autonomia delle istituzioni scolastiche funzionale alla progettazione della realizzazione dell’offerta formativa – delineata con la L. 59/97, definita con il successivo D.P.R. 275/99 ed assurtaal rango costituzionale con la riforma del Titolo V, novellato attraverso la legge costituzionale n° 3/2001 – avrebbe dovuto far approdare le scuole ad una dimensione non più autoreferenziale del loro lavoro, ma a farle essere sempre più espressione della comunità territoriale al servizio della quale esse sono ordinate: i portatori di interessi diffusi presenti sul territorio avrebbero dovuto essere parte in causa della progettazione, della definizione e della realizzazione dell’offerta formativa che si sarebbe configurata non già più come un’offerta di questa o quella scuola ma delle scuole del territorio agenti in perfetta sinergia tra loro e con gli altri enti istituzionali e non solo.

La scuola, cioè, avrebbe dovuto rendere conto di quanto veniva realizzando per lo sviluppo a trecentosessanta gradi della comunità, affinché potesse svilupparsi congiuntamente alla culturadell’autonomia, la cultura della valutazione delle scuole, fino ad allora estranee alla tradizione pedagogica italiana, ma molto presenti, per fare un esempio, nel modello e nella cultura scolastici

anglosassoni. Si parlava, illo tempore, di bilancio sociale. Esso doveva essere <il documento, da realizzare con cadenza periodica, nel quale l’amministrazione riferisce, a beneficio di tutti i suoi interlocutori privati e pubblici, le scelte operate, le attività svolte e i servizi resi […] deve rendere trasparenti e comprensibili le priorità e gli obiettivi dell’amministrazione, gli interventi realizzati e programmati, e i risultati raggiunti> (Direttiva del Ministro della Funzione Pubblica del 17.02.2006, citata a p. 17).

Al bilancio sociale sono dedicati i primi due capitoli del volume(Introduzione alla rendicontazione e Rendicontare nella Pubblica Amministrazione), i passaggi dall’autonomia fino alla rendicontazione sociale sono enucleati nel capitolo tre, Dall’autonomia scolastica alla rendicontazione sociale (cfr. pp. 35 – 47): infatti ”la rendicontazione nella scuola nasce ufficialmente con il Regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazione (D.P.R. 80/2013)” (p. 35). All’art. 6 c. 1 lettera d, essa viene definita come “pubblicazione, diffusione dei risultati raggiunti, attraverso indicatori e dati comparabili, sia in una dimensione di trasparenza sia in una dimensione di condivisione e promozione al miglioramento del servizio con la comunità di appartenenza”.

La rendicontazione sociale non può non configurarsi come un percorso attraverso il quale una comunità professionale illustra la propria opera mirata al conseguimento degli obiettivi fissati: essonon può né deve essere un adempimento cartaceo tra i tanti cui la scuola è tenuta ad adempiere né un ulteriore documento da affiancare al Rapporto di Autovalutazione, al Piano di Miglioramento, al Piano dell’Offerta Formativa al Programma Annuale, al Conto Consuntivo alla Relazione del Dirigente Scolastico al Consiglio di Istituto ovvero quei documenti che, in teoria, rappresentano un’esplicita e formale dichiarazione degli impegni che la scuola assume in carico nei confronti della comunità territoriale al cui servizio si colloca ovvero un bilancio conclusivo che la scuola compie della sua attività per il conseguimento reale e fattivo degli oneri assunti. Chi vive e lavora nelle scuole di ogni ordine e grado sa bene che, sovente, sono solo pratiche rituali compiute da una ristretta minoranza di persone intorno al dirigente scolastico (il D.S.G.A. per la parte amministrativo – contabile di sua competenza, la funzione strumentale per il P.T.O.F. ed il docente vicario, se tutto va bene).

Proprio ai dirigenti scolastici, che nell’opera di costruzione della rendicontazione sociale di un’istituzione scolastica debbono essere sicuramente il fulcro, il punto di riferimento per tutte le altre componenti coinvolte, il volume qui presentato offre un illuminante vademecum affinché il lavoro sia compiuto da un gruppo eterogeneo sì, ma motivato e competente con una visionchiara e distinta, in quanto nessuno, lavorando da solo, puòcoltivare anche la mera speranza di risultare vincente: in campo educativo si vince soltanto tutti insieme sul terreno della qualità dei servizi offerti alla comunità territoriale di riferimento, che è contestualmente, qualità dei processi formativi, qualità degli apprendimenti, qualità dell’organizzazione che non può che essere  apprendere un’organizzazione che apprende, formata da “professionisti riflessivi”, come li chiamava già dagli anni Novanta Donald A. Schön in un testo giustamente molto famoso, divenuto un classico della letteratura sulla materia.

Valutare la qualità dei processi formativi progettati, realizzati e monitorati nelle istituzioni scolastiche autonome, nella loro complessità attraverso lo strumento ermeneutico della rendicontazione sociale è il modo migliore per rendere ragionedella qualità degli apprendimenti, che nelle medesime scuole, vengono realizzati da tutti i discenti, consentendo ai portatori di interessi diffusi di comprendere e giudicare il valore aggiunto costituito dalla scuola nella comunità di riferimento. Se la scuola,cioè è capace di costruire il successo formativo di ogni studente,misurabile attraverso parametri ed indicatori netti, precisi e soprattutto non autoreferenziali.

L’implementazione di uno sviluppo efficace della valutazione delle performances delle scuole, dei dirigenti, del personale tutto e degli esiti dei discenti in momenti topici del loro percorsoscolastico – come esige l’applicazione della normativa – significa cercare di utilizzare razionalmente tutte le risorse a disposizione, evitando i piagnistei, spesso legittimi, sulla loro quantità. Peraltro, tale razionalizzazione è doverosa, considerato che le scuole utilizzano denaro pubblico per funzionare (dalla remunerazione del personale alla dotazione strumentale, dalla manutenzione edilizia alle necessità infrastrutturali) o di privati, portatori di interessi come i genitori dei discenti, che danno contributi finalizzati per finanziare questa o quella attività (laboratori piuttosto che visite di istruzione, corsi di strumento musicale piuttosto che attività sportive o certificazioni linguistiche ed informatiche).

Per il lettore che abbia un ruolo “istituzionale” nell’opera di rendicontazione sociale fondamentale è lo studio del capitolo sette (La rendicontazione sociale nel sistema nazionale di valutazione) e del capitolo otto (Come definire le priorità della scuola per rendicontarle) in cui gli Autori lo guidano, accompagnandolo – quali novelli ‘Virgilio’ – allo studio dell’operatività e delle opportunità della piattaforma messa a disposizione delle scuole all’interno del portale del Sistema Nazionale di Valutazione, notoriamente divisa in quattro sezioni:Contesto e risorse; Risultati raggiunti; Prospettive di sviluppo;Altri documenti di rendicontazione.

Come comunicare la rendicontazione sociale è il pregnante titolo del nono ed ultimo capitolo di questo volume, interessante e di cogente attualità: “la piattaforma, soprattutto nella sua versione navigabile, è stata studiata per prestarsi ad una consultazione autonoma da parte del cittadino interessato, ma deve essere anche occasione per una comunicazione intenzionale, che parta proprio dall’istituzione scolastica e si rivolga sia al suo interno sia all’esterno” (p. 115). La rendicontazione sociale è, quindi, uno strumento nelle mani delle istituzioni scolastiche autonome per comunicare se stesse, la propria immagine reale al fine di rinsaldare il legame con la comunità territoriale di riferimento: “una buona comunicazione interna è sinonimo di condivisione e assunzione partecipata delle scelte di gestione, che nella scuola attengono tanto ai processi educativo-didattici, quanto a quelli di natura organizzativa-amministrativa” (p.116).

Rendere conto del proprio valore aggiunto ai portatori di interessi diffusi – famiglie in primis –seguendo le procedure informatiche dettagliate nell’Appendice di questo volume, potrà essere in futuro uno dei punti di forza delle scuole autonome di ogni ordine e grado, per essere uno dei veri protagonisti del territorio al cui servizio si pongono, volàno della sua crescita scolastica, culturale, sociale e, conseguentemente, economica… che non è poco!

D. Eggers, La parata

Dave Eggers , un’opera allusiva?

di Antonio Stanca

A quarantanove anni l’americano Dave Eggers ha pubblicato La parata, romanzo che in Italia è comparso per conto della Feltrinelli con la traduzione di Francesco Pacifico.

  Eggers è nato a Boston nel 1970. A trent’anni, nel 2000, ha cominciato a scrivere e molti tra romanzi, racconti e saggi avrebbe scritto. Anche editore sarebbe stato, fondatore di scuole di scrittura creativa e di organizzazioni per l’aiuto economico ai ragazzi non abbienti. Anche sceneggiature per film avrebbe curato.

  Vive con la famiglia nel Nord della California ed è considerato uno dei maggiori scrittori americani.

Ne La parata dice di un immaginario paese del Terzo Mondo dove è appena finita una lunga e terribile guerra civile tra Nord e Sud e grave è lo stato di miseria, di degrado materiale e morale nel quale versa la maggior parte della popolazione, soprattutto quella del Meridione. Al fine, però, di correggere questa situazione, di avvicinare, combinare, far incontrare gentetanto diversa è stata progettata una strada che unisca il Sud con il Nord del paese, che scorra dritta da una parte all’altra e che tutti possano percorrere, utilizzare con mezzi privati o pubblici e in base ai propri interessi, ai propri bisogni, alle proprie possibilità. Un’azienda si è incaricata del lavoro ed ha mandato sul posto due tecnici. Uno, di nome Quattro, deve guidare l’asfaltatrice, l’altro, Nove, deve liberare il terreno da asfaltare da ogni impedimento. L’asfaltatrice è un mezzo molto elaborato, altamente perfezionato, riesce ad asfaltare un notevole numero di chilometri in un solo giorno e Quattro, che lo guida, attende al suo lavoro con lo scrupolo proprio di un missionario. Nove, invece, è uno spirito più libero, si concede all’avventura anche perché attirato dai nuovi posti, dalla nuova gente. Parecchie volte rimarrà vittima delle sue stravaganze finché non sarà gravemente ammalato e non costituirà un problema ai fini dei tempi stabiliti per il completamento della strada e l’organizzazione della “parata” che sarebbe seguita per suggellare quell’unione, quella combinazioneche mai era stata raggiunta. Le condizioni di salute di Nove rallenteranno i lavori, richiederanno aiuti locali, Quattro le dovrà far rientrare tra i suoi interessi, dovrà servirsi di altro personale per il lavoro della strada ma, nonostante tutto, riuscirà a completarla come previsto eda permettere che la “parata” venga effettuata. Non porterà essa, però, alla tanto ambita unione tra le due parti del paese, alla loro fusione e alla loro vita in comune ma rappresenterà l’occasione perché esplodano le rivalità, i rancori, le violenze che sempre avevano caratterizzato quel rapporto. Finisce così l’opera dell’Eggers senza che si capisca come sia stato possibile concluderla in maniera tanto contraria a tutte le previsioni enunciate, come si sia tornatiimprovvisamente a parlare di violenza, di morte dopo che ad una nuova vita ci si era preparati.

L’unica spiegazione per un finale così inaspettato, così contradditorio va cercata nel valore allusivo che Eggerssi è proposto di perseguire con quest’opera. Quattro e la sua asfaltatrice, modernissima, che in meno di quindici giorni ha asfaltato circa trecento chilometri di strada,sono il simbolo, la metafora di quell’Occidente che è tanto progredito nel tempo, nella storia da risultare molto lontano da quell’Oriente dove c’è ancora quella vita fatta d’istinto, di natura, di ferocia, quella che ha attirato Nove e lo ha reso quasi inutile. La strada era programmata per unire gli opposti, eliminare le differenze. Se non è servita significa che molto altro è necessario, che quella dell’Occidente rimane alta tecnologia e quella dell’Oriente aberrante arretratezza. Di questa Eggers ha scritto altre volte, in altre opere ed ora avrebbe voluto dire che le due condizioni di vitasono così contrastanti da non poter pensare di annullare facilmente tante differenze.

  Strano è stato, tuttavia, lo scrittore per aver diffuso nell’opera tanta fiducia, tanta speranza e per averleannullate all’improvviso rimandando ad una negazione che non ha fatto neanche intravedere.

R. Postorino, La stanza di sopra

La Postorino e i nuovi giovani

di Antonio Stanca

Nella serie “Universale Economica” della Feltrinelli è uscito quest’anno il romanzo La stanza di sopra della scrittrice calabrese Rosella Postorino. L’opera risale al 2017 quando fu pubblicata da Neri Pozza. Era stato il romanzo d’esordio della scrittrice, quello che aveva mostrato le sue inclinazioni, le sue maniere di esprimersi, le sue argomentazioni.

La Postorino è nata a Reggio Calabria nel 1978, è cresciuta in Liguria e si è trasferita a Roma nel 2002. Il racconto In una capsula è stato il suo primo lavoro, è venuto poi questo romanzo e molti altri sono seguiti quasi tutti meritevoli di riconoscimenti. Molto premiato sarebbe stato Le assaggiatrici del 2018 mentre a La stanza di sopra sarebbe andato il Premio Rapallo Carige Opera Prima. E’ tutto incentrato sulla vita della piccola Ester, una ragazza di quindici anni che va a scuola e che da quando aveva cinque anni vive con la madre, insegnante elementare, e il padre immobilizzato in casa,sul letto della “stanza di sopra”, dopo un grave incidente. Non parla, non si muove, è sempre in cura. E’ pure esposto a crisi che allarmano la moglie e la figlia, che hanno fatto della prima una povera donna logorata, sfinita, in preda a paure, a pensieri assillanti, e della seconda una ragazza confusa, irrequieta, sempre alla ricerca di altro. Ester non sa come regolarsi, cosa pensare, cosa fare in una simile situazione. Non la accetta con pazienza, con rassegnazione, la vede come un limite, un ostacolo e persone, cose diverse cerca con le quali compensare quanto non ha avuto dalla vita. Molti saranno i rischi che correrà in un mondo così insicuro come quello contemporaneo. Il suo comportamento aggraverà le condizioni di salute della madre che assiste alla sua cattiva condotta a scuola e a casa. Inutili saranno i suoi richiami e drammaticamente sola si sentirà tra il marito “perennemente assente” e la figlia sistematicamente disubbidiente.

  In tutto, in altre famiglie, in compagne o compagni di scuola o di strada, nel fumo, nella droga leggera e persino nel sesso Ester cercherà quello che le manca, quello che vorrebbe anche se non l’è ancora chiarito e non se lo chiarirà. Anche sesso farà nonostante l’età ma come ogni altra esperienza invece di sollevarla la deprimerà ancor più, ancor più la confonderà, ladisperderà tra pensieri diversi, contrastanti, mai possibili di ordine, chiarezza, definizione. La solitudineconseguirà ad ogni sconfitta, aggraverà ogni esperienza.

  Abile è stata la Postorino di questo romanzo nel rappresentare la crisi alla quale può trovarsi esposta oggiun’adolescente, nel farla vedere da vicino, in ogni suo risvolto, nel percorrere la vita di lei e dei suoi familiari muovendosi in continuazione tra il passato e il presente, i piaceri e i dolori, l’amore e l’odio, il bene e il male.Profonda conoscitrice dell’animo umano si è rivelata la scrittrice e tale sarebbe stata anche nelle operesuccessive. Anche in queste avrebbe detto dei giovani moderni, della loro vita, dei loro problemi mostrando di saperne e di saperne scrivere.

J. Deaver, Promesse

Il caso Deaver

di Antonio Stanca

   Quello del thriller, del romanzo giallo è il genere che più si sta diffondendo presso gli autori contemporanei poiché attira i lettori più di ogni altro. Sembra un riflesso di quanto da tempo sta avvenendo in televisione dove molto seguiti sono i film carichi di suspence. Di intrighi, di scoperte sensazionali, di atmosfere, cupe, sospese vuole sapere oggi il pubblico dei lettori e l’americano Jeffery Deaver sembra averlo capito abbastanza bene se scrittore di thriller ha voluto diventare, se in questo genere si è specializzato, se sempre e solo di esso scrive.

   E’ nato a Glen Ellyn, presso Chicago, nel 1950, ha cominciato a scrivere per giornali e riviste, ha frequentato la famosa Fordham University di New York e dal 1990 si è dedicato esclusivamente alla narrativa. Nel 1997 con Il collezionista di ossa conobbe il successo internazionale e d’allora è rimasto a questo livello. Molto tradotte e molto lette sono ancora oggi le sue opere. Molti premi gli sono stati attribuiti.

   Oltre a romanzi ha scritto anche racconti, ha curato antologie che raccolgono suoi lavori. La sua produzione si divide in cicli. Il collezionista di ossa è la prima opera del primo ciclo, quello detto di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, quello che ha fatto di Rhyme il suo personaggio più noto, l’interprete di tanti suoi romanzi e l’idolo di tanti lettori. Anche in questo breve libro intitolato Promesse, appena pubblicato da Solferino, Milano, e tradotto da Rosa Prencipe, c’è Lincoln Rhyme che, insieme all’inseparabile Amelia Sachs, provvede a risolvere due casi molto complicati. Sono due i racconti che l’opera contiene ed entrambi rientrano nel primo ciclo del Deaver. In entrambi lo scrittore, nonostante la loro brevità, riesce a costruire, come al suo solito, delle trame così complicate, a far muovere personaggi così misteriosi da avvincere il lettore dalle prime pagine e tenerlo legato fino alla fine. E’ la sua maniera, quella che lo ha reso famoso in tutto il mondo e che continua a procurargli successo.

   Nel primo di questi racconti Promesse, Deaver dice di un caso di avvelenamento che, però, non aveva avuto conseguenze mortali grazie all’abilità, al lavoro compiuto da Rhyme e Sachs.  I due erano andati al lago di Como, si erano sposati in una chiesetta alla presenza di pochi amici e prima di far ritorno in America Rhyme era stato pregato da una signora di far luce su una situazione che per lei era diventata sempre più oscura e inquietante. Aiutato da Sachs lo farà e quasi incredibili risulteranno le verità scoperte.

   Pure nel secondo racconto, In assenza di prove, Rhyme riuscirà a chiarire un caso così difficile da avergli fatto pensare di abbandonarlo. Una bomba scoppiata su un piccolo aereo privato da turismo lo aveva fatto affondare nell’Oceano Atlantico con a bordo il proprietario. Risalire ai mandanti non sarà facile ma Rhyme e Sachs ci riusciranno con meraviglia di quanti stanno loro intorno e diffidano della loro opera.

   Una scrittura che sorprende in continuazione è quella di Deaver perché fatta generalmente di frasi brevi e cariche di significato. Ad una serie di annunci, di avvisi sembra di assistere, ad una corsa che si arresta solo quando giunge al traguardo. Non c’è mai tempo, mai spazio per altro, si pensa solo a quanto si persegue, all’obiettivo da raggiungere. Ed anche la lingua diventa veloce, rapida, immette in un movimento al quale piace partecipare perché fa sentire vicini a chi scrive.    Tanto ha fatto, tanto ha ottenuto Deaver a sessantanove anni, oltre quaranta romanzi ha scritto, in venticinque lingue è tradotto, in centocinquanta paesi è letto.

P.L. Coda, Sherlock Holmes sulle tracce di Dante Alighieri

Pier Luigi Coda, Sherlock Holmes sulle tracce di Dante Alighieri – Il mistero dei robumani
ed. Effatà

In questi tempi così socializzanti e tecnologici si può ancora parlare di Dante ai giovani (e non solo) senza provocare troppi sbadigli? Beh, dopo il positivo riscontro ottenuto, dai docenti e dagli alunni, con “William Shakespeare al Castello della Pietra”, mi sono convinto che è ancora possibile e ci ho provato con il mio ultimo racconto, fresco di stampa. Un giallo fantascientifico che, oltre a parlare delle opere di Dante, tratta molti argomenti importanti come l’arte, l’attenzione alla disabilità, la funzione formativa dello sport, i primi turbamenti dell’adolescenza, il rapporto interattivo ed altro ancora.

Pier Luigi Coda

M. Recalcati, Mantieni il bacio

Recalcati e la nuova psicoanalisi

di Antonio Stanca

Tra Gennaio e Marzo di quest’anno Massimo Recalcati, noto psicoanalista, ha tenuto in televisione su Rai 3 una serie di trasmissioni intitolata Lessico amoroso. Quegli interventi, opportunamente rielaborati e approfonditi, hanno costituito in seguito il breve volume Mantieni il bacio (Lezioni brevi sull’amore) comparso in allegato al quotidiano “la Repubblica”. Sono sette le lezioni contenute in questo saggio che va ad aggiungersi ai numerosi altri pubblicati dallo psicoanalista.
Massimo Recalcati è nato a Milano nel 1959, in questa città si è laureato in Filosofia ma in seguito la conoscenza delle opere del noto filosofo e psicoanalista francese Jacques Lacan avrebbero orientato i suoi interessi verso la Psicologia e la Psicoanalisi. In queste discipline la sua carriera non avrebbe avuto soste, molti, tanti sarebbero stati gli incarichi assegnatigli, molte, tante le iniziative, le fondazioni da lui promosse, molti, tanti i suoi interventi tramite i giornali e la televisione, i suoi libri. Attualmente è professore di Psicopatologia del comportamento alimentare presso l’Università di Pavia e di Psicoanalisi e Scienze Umane presso l’Università di Verona.
Molte sono le traduzioni in lingue straniere che le sue opere hanno avuto. La nota distintiva del pensiero del Recalcati è l’attenzione a quanto di nuovo, di diverso hanno comportato in psiconalisi i tempi moderni, dai problemi legati alla nuova alimentazione alle patologie derivate dai nuovi modi di pensare, di fare, di stare.
Il “Premio Ernest Hemingway” della città di Lignano Sabbiadoro gli è stato assegnato a questo titolo. Mentre il Premio “Il sogno di Piero” gli è stato assegnato dall’Accademia di Belle Arti dell’Università di Urbino che ha voluto elogiare l’interesse prestato dal Recalcati al rapporto tra psicoanalisi e arte.
Nuovo, moderno non solo negli interessi si è mostrato finora ma anche nei risultati raggiunti, nelle valutazioni ottenute. Questo succede pure nelle lezioni contenute in Mantieni il bacio dove lo studioso si dedica all’osservazione del moderno rapporto d’amore, da come inizia a come si svolge, a come finisce. Molti sono gli autori, molte le opere alle quali Recalcati si riferisce nel libro, dalle quali trae sostegno alle sue tesi ma sono soprattutto queste a sorprendere, attirare chi legge perché completamente nuove rispetto a quanto sapeva o credeva di sapere. Sovvertita risulta ogni precedente conoscenza a proposito dell’amore dal momento che sconosciuti erano rimasti tanti aspetti, tanti risvolti di questo fenomeno. Un fenomeno semplice ma oltremodo complesso, un fenomeno che inizia con uno sguardo, un incontro casuale, un caso e si trasforma in un processo che può durare per sempre o finire subito, può rimanere uguale o cambiare, può salvare o rovinare. Nel libro si chiarirà se l’uomo o la donna è più importante nel rapporto d’amore, se l’intensità iniziale dell’amore può finire o durare, se amore è dare di più o solo quello che si ha, se l’amore è conoscenza totale o parziale dell’altro, se è destinato ad esaurirsi nella vita coniugale, matrimonio, figli, o può essere sempre rinnovato, se il tradimento può essere superato, se l’erotismo rientra nell’amore e tanto altro verrà spiegato. Vasta, ampia, immensa diventerà l’analisi che Recalcati compie riguardo al rapporto d’amore. Dal pensiero più antico alle più recenti interpretazioni, alle verità, alle scoperte sue proprie egli conduce. E altro suo merito è il modo col quale procede, cioè il linguaggio chiaro che usa e che favorisce l’attenzione del lettore. Una psicoanalisi facile da capire è quella di Recalcati, una psicoanalisi nuova: è questo il segreto di un successo che non si è mai arrestato.

AA.VV., Il manuale dell’EXPERT TEACHER

Dario Ianes, Sofia Cramerotti, Laura Biancato, Heidrun Demo

Il manuale dell’EXPERT TEACHER
16 competenze chiave per 4 nuovi profili docente

Per essere un buon insegnante non è più sufficiente, come un tempo, «insegnare bene»: occorre sviluppare competenze che comprendano, oltre alla padronanza dei contenuti disciplinari e didattici, abilità relazionali, di gestione della classe e dei gruppi, di progettazione, comunicative, creative e digitali.

Nasce a questo scopo il progetto Expert Teacher del Centro Studi Erickson: un nuovo modello di sviluppo professionale basato sulle competenze, in un’ottica di miglioramento permanente e formazione continua.È il risultato di un processo di ricerca durato quasi due anni, che ha impegnato un gruppo del settore Ricerca e Sviluppo delle Edizioni Erickson, affiancato da un Comitato scientifico e con il supporto finanziario della Provincia Autonoma di Trento. Alla ricerca è stata affiancata una sperimentazione che ha coinvolto oltre 200 insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado.

La prima motivazione di fondo di questo progetto era di identificare un Syllabus di competenze chiave del docente esperto, individuarne degli indicatori di standard professionali e delineare dei profili strategici per la scuola di oggi — strategici per stimolarne il cambiamento nella direzione dell’inclusività e dell’efficacia didattica.

La seconda motivazione era sperimentare un sistema innovativo e prevalentemente digitale di autovalutazione/orientamento, sviluppo delle competenze e assessment autentico dei livelli raggiunti, in modo che potessero essere rilasciati dei badge di certificazione dell’expertise.

La terza motivazione, infine, era quella di valorizzare gli insegnanti esperti rendendo visibili le loro competenze attraverso un «registro» nazionale e sostenendo il loro lifelong professional con una serie di facilitazioni culturali.

L’obiettivo di definire in modo molto preciso un Syllabus delle competenze del docente è partito da una ricerca accurata delle fonti normative nazionali, che a oggi hanno in qualche modo profilato la funzione docente, ma anche da un’analisi e comparazione delle ricerche e dei framework già definiti in altre nazioni, non solo europee.

I riferimenti che hanno guidato la definizione di un Syllabus completo e coerente con le indicazioni che in varie occasioni e momenti sono state emanate dal Ministero dell’Istruzione sono i seguenti:

  • Il profilo professionale nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL 2018) — Area Docenti.
  • Il quadro delle competenze del docente nel Profilo delle competenze INDIRE neoassunti 2017/2018.
  • Il quadro di competenze indicato dal Piano Nazionale di Formazione del personale docente (DM 797 del 19 ottobre 2016).
  • Il Codice deontologico della professione docente stilato dall’Associazione Docenti e Dirigenti Italiani (ADI), approvato e reso pubblico nel 1999, vent’anni fa.

Oltre a questi riferimenti, sono stati presi in considerazione i sistemi formativi di quattro contesti nazionali: Inghilterra, Francia, Spagna e Svizzera italiana.

La Ricerca e Sviluppo Erickson ha dunque individuato 16 competenze del docente innovativo distinte in 3 aree (Area Professione, Didattica e Organizzazione), che spaziano dal possedere competenze digitali al saper valutare e valorizzare i talenti, passando per la conoscenza e l’impiego dell’inglese, l’attuazione di una didattica inclusiva e il saper gestire, progettare e collaborare.

Risultato di questa ricerca sono dunque quattro profili di insegnante esperto:

Esperto in didattica innovativa e inclusiva.

È un docente esperto nella didattica per competenze, nelle metodologie innovative, anche con l’utilizzo degli strumenti digitali, e nel promuovere una cultura inclusiva. È competente nell’analisi dei bisogni degli studenti, nella progettazione didattico-metodologica, organizzazione e attuazione di attività e percorsi mirati, anche attraverso l’ideazione/adattamento di ambienti di apprendimento innovativi.

Esperto in sviluppo professionale continuo.

È un docente esperto nell’analisi dei bisogni formativi, nella progettazione di percorsi di formazione, nell’affiancamento ai colleghi, nelle funzioni di tutoring, counseling, supervisione dello sviluppo professionale peer to peer.

Esperto in organizzazione scolastica.

È un docente esperto nella progettazione d’istituto e nella valutazione di sistema. Collabora attivamente alla progettazione del miglioramento dei processi e degli ambienti di apprendimento innovativi, alla formazione necessaria per perseguirli, all’accompagnamento.

Esperto in orientamento formativo nella progettazione.

È un docente esperto nella progettazione, nel monitoraggio e nella valutazione dei percorsi per lo sviluppo di competenze trasversali. Ha competenze specifiche nell’ambito dell’orientamento formativo, delle relazioni esterne ed esterne alla scuola e di tutoring nei confronti degli studenti.

Come afferma Dario Ianes, docente di pedagogia e didattica speciale alla Libera Università di Bolzano: “Gli insegnanti vanno valorizzati, perché sono la leva del miglioramento della qualità della scuola italiana. Le migliori professionalità e motivazioni devono crescere e porsi con autorevolezza nei nuovi scenari del middle management di una scuola inclusiva ed efficace. A fronte di una complessità crescente e di una cronica carenza di autentica leadership educativa, queste figure di expert teachers possono interpretare molto bene l’esigenza di una leadership distribuita e diffusa.”

Pagine: 405
Libreria: 22 settembre 2019

R. Maragliano, Scrivere – Zona franca

Roberto Maragliano, uno più uno

di Maurizio Tiriticco

“Scrivere” e “Zona franca” sono le due ultime pubblicazioni di Roberto Maragliano, che insieme potrebbero avere come titolo “le nuove grammatiche della scrittura”, nonché, ovviamente, anche “le nuove grammatiche della lettura”. Maragliano è noto per avere insegnato per ben quarant’anni nelle Università di Sassari, Firenze, Salento, Sapienza e Roma Tre! Oggi è felicemente pensionato! Almeno così è formalmente, ma… un cervello pensante e una penna scrivente – per non dire anche di “dita battenti”, dato che la tastiera è ormai una sorta di silenziosa “penna/carta” – difficilmente vanno in pensione, oggi soprattutto, quando è in atto una rivoluzione delle penne e, forse, delle stesse tastiere! Anche perché, tra gli artefici più convinti e produttivi di questa odierna rivoluzione, Maragliano è uno dei più convinti e attivi protagonisti. E di una rivoluzione che in effetti non ha mai fine! Stante il fatto che il progress delle “diavolerie scrittorie” marcia al cubo o, come si suol dire, alla potenza di tre… e domani forse di quattro o di cinque…
Insomma, oggi si scrive e si legge dal mattino alla sera e ovunque! Sulla metropolitana i miei conviaggiatori non fanno altro che smanettare sui cellulari! Mi chiedo: ma che mai avranno da dirsi? Insomma, dal Paese di analfabeti che eravamo al tempo dell’Unità nazionale, ora siamo tutti diventati infaticabili scrittori/lettori. Il web mi dice che, “all’indomani dell’unificazione, nel 1861, l’Italia contava una media del 78% di analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90% in Calabria e Sicilia, bilanciata dai valori minimi del 57% in Piemonte e del 60% in Lombardia”. Oggi invece il 100% degli Italiani – o poco meno – sa leggere e scrivere! Comunque, che cosa scriva e che cosa legga è un altro conto! E di questo si preoccupava il compianto Tullio De Mauro. Il web, il World Wide Web, questa sterminata rete scrittoria mondiale, consente tutto! Quindi, benedetto sia il web, che non mi costringe a cercare fonti e informazioni sulle centinaia di volumi affastellati nella mia libreria! E quando penso che un Dante o un Galileo hanno scritto quelle “cose eccezionali”, penso anche che disponevano senz’altro di un web personale, di una memoria fondante come parte costitutiva della loro intelligenza e della loro competenza produttiva.
Forse, l’assenza del web sollecitava ed esigeva competenze mnemoniche! Ma oggi? Maragliano ci dice che il possesso di una scrittura ricca e complessa è tuttora patrimonio di pochi e che la società non riesce a garantirne un effettivo allargamento (p. 26). Infatti, se pensiamo alle nostre scuole e alle nostre università, “vediamo che sono frequenti, e quasi rituali … le lamentele nei confronti di giovani che, approdando agli studi accademici, e collocandosi dunque, almeno formalmente, nella fascia alta della stratificazione culturale, mostrano una palese, drammatica incapacità di produrre testi di una qualche complessità”. Eppure – dico io – smanettano dal mattino alla sera sui loro cellulari per scambiarsi messaggini. “Messaggini”, appunto, molto ini e con tanto di virgolette. Si tratta di quegli atti comunicativi che Jakobson ha definito tanti anni fa, fàtici, di contatto, appunto: “Io ci sono e tu?” “Ci sono anch’io!”. E così all’infinito, per tutta la giornata e tutti i giorni a seguire! E mai atti – sempre per dirla con Jakobson – metalinguistici e referenziali! Ricchi di informazioni e di significati! Insomma – a mio avviso – è come se l’estrema possibilità comunicativa arricchisca lo strumento ma impoverisca il messaggio.
Pertanto, a mio avviso, quel “verba volant, scripta manent” del buon tempo antico, ricordato anche da Maragliano (p. 53), non ha più senso perché oggi volano sia le parole dette che quelle scritte! E non solo! Con un “canc” tutto sparisce! E chi di noi, “scrittori tecnologici” non ricorda quante volte ha cancellato tutto, solo per un errore di digitazione? Insomma, oggi avanza una strana scrittura! Che rivoluziona tutte le precedenti, quelle che alla fine hanno portato alla “carta/penna”! Prodotti materiali! La gran parte dei quali è giunta fino i nostri giorni! E che, forse, durerà! Oggi prevalgono e dominano prodotti virtuali. Che vivono e muoiono con un click! Afferma Maragliano in una presentazione in ppt reperita sul web: “A seconda della logica di riferimento, il contenuto di ordine e disordine cambia. Scrivere una lettera come una email è disordine, dentro la logica testuale. Scrivere una email come una lettera è disordine, dentro la logica reticolare. Occorre dunque maturare una concezione anfibia della scrittura, dove il rapporto fra ordine e disordine sia costantemente messo in gioco. Occorre accettare e capire che ‘scrivere’ è un verbo transitivo. Insomma, occorre essere ad un tempo testuali e reticolari”.

Ciò che ho scritto fin qui riguarda “Scrivere. Formarsi e formare dentro gli ambienti della comunicazione digitale” (Luca Sossella editore, editore). Ma a questo volume si lega direttamente il secondo volume citato all’inizio: “Zona franca, per una scuola inclusiva del digitale” (Armando editore). Pertanto: quali ricadute sul “fare scuola” provoca questa rivoluzione digitale? Copio dalla quarta di copertina: “Il modello di scuola centrata sul ‘leggere, scrivere, far di conto’, definito nel passaggio tra Ottocento e Novecento in ambito europeo e che attraverso varie vicissitudini si è affermato a livello mondiale, sta mostrando a suo tempo i suoi limiti. E’ entrata definitivamente in crisi la scuola del libro e della scrittura, ove la ricezione agisce attraverso il ricorso esclusivo alla lettura dei testi via via più complessi e la produzione di documenti scritti via via più articolati”.
Il volume è agile, come è nello stile di Maragliano, e ricco di suggestioni e di indicazioni per gli insegnanti. “La proposta che faccio ora è dunque che, con molta modestia, ci si attrezzi (mentalmente soprattutto) al fine di sperimentare un approccio ‘indisciplinato’ al sapere. Si tratta di accettare (e lavorare su) l’idea che la conoscenza si presenta a noi tutti sotto forma di frammenti, alla stregua di mattoncini di esperienza e conoscenza utilizzando i quali, servendoci di modelli, noi andremmo a costituire e costruire il sapere… L’ordinamento disciplinare è un modello di sapere. Su di esso si è edificata la scuola che noi conosciamo e che in buona parte pratichiamo” (p. 87). Mi sovviene la mia considerazione di sempre: il fatto che il nostro fare scuola è strettamente legato al “triangolo delle tre C”… che dovrebbe essere equilatero. A meno che non sia un triangolo delle Bermuda, dove tutto affonda e tutto si perde! Detto in termini scolastici, esiste la Cattedra, su cui siede il depositario di quei saperi che l’in/segnante, con le sue lezioni, “segna”, appunto, sulla testa dell’“alunno”, il soggetto che deve “essere alimentato”, appunto. Esiste la Classe, ovvero un insieme di alunni, e tutti della medesima età, perché si suppone che tutti crescano e apprendano, in ordine all’età, nozioni dopo nozioni, dalla più facile alla più difficile, dalla più semplice alla più complessa. Esiste la Campanella che inesorabilmente scandisce, ora dopo ora, i tempi eguali per tutti, alunni e insegnanti del medesimo edificio scolastico! Per cui, come dicevamo da studenti, tutti attendevamo con ansia l’ultimo frizzante suono perché, “cum campanella sonat, tota canaglia scappat”.
In effetti abbiamo costruito in un passato forse ormai lontano – e in tutto il mondo colto e civile, credo – saperi di cui abbiamo fatto buon uso, fatta eccezione di quell’energia atomica che ha dissolto due città giapponesi nell’ormai lontano 1945. Il fatto è che il sapere non ha una morale! Ed è proprio il sapere di ieri che è messo in discussione. Che era fatti di oggetti sempre nuovi, “accumulati” l’uno dopo l’altro. L’Enciclopedia Treccani, con cui nel lontano 1925 Giovanni Treccani e Giovanni Gentile pensarono do offrire agli italiani lo scibile umano, necessitò ben presto di più volumi aggiuntivi. Perché i saperi aumentano e, appunto, si accumulano. Ma oggi i saperi non si accumulano più! Perché non sono oggetti fisici, ma virtuali. Sullo schermo del mio PC può apparire lo scibile mondiale di oggi e di ieri! La biblioteca di Alessandria di ieri e la biblioteca del Congresso degli Stati Uniti di Washington di oggi “mi fanno un baffo”, per dirla alla romana.
In tale ricco, complesso e stimolante scenario di saperi sempre nuovi, il compito primo e primario della scuola è quello di sapersi costituire, appunto, come una zona franca, inclusiva in primo luogo del digitale. Purtroppo “il digitale è pericoloso per la scuola stessa. Per questa scuola, ovviamente. Ma siamo capaci di pensarne un’altra?” (p. 46). E la scuola è legata ancora alle tre C di sempre! In realtà ancora oggi ogni acquisizione di sapere è misurato fisicamente e temporalmente e la misurazione, fatta di orari e di verifiche e di pagine da studiare, rappresenta la condizione stessa di quelle acquisizioni. Insomma sostiene Maragliano, “il digitale porta rotture su tutti questi fronti, dunque dà fastidio. A meno che non lo si subordini a quell’assetto, rinunciando alle sue prerogative. A meno che non lo si addomestichi”. Insomma il digitale arricchisce. “Con il digitale si è pienamente affermata l’integrazione dei codici, e sono saltati i presupposti della divisione tra mass media scritturali (sapere di scuola) e mass madia audiovisuali (sapere di intrattenimento). Sta, di conseguenza, venendo alla luce una logica di pensiero diversa da quella che abbiamo sempre considerato dominante (il che era giusto) ed esclusiva (il che era sbagliato)” (p. 49).
Ne consegue che le nostre istituzioni scolastiche hanno dinanzi a sé un infinito universo da affrontare e da percorrere, e con successo! Quando, invece, sembrano dimostrare una sorta di “risentimento nei confronti di un mondo visto come opaco, pericoloso, ostile. Ed è proprio qui, su questo modo di essere che dovrebbero lavorare delegittimandone i presupposti non solo con iniziative dal basso, ma anche con una coraggiosa presa di coscienza del problema, da far maturare ai livelli più alti della cultura e della politica” (p. 50). Insomma, è estremamente necessario che nelle scuole si comprenda che oggi non esiste un solo codice per apprendere, conoscere, produrre, ma codici altri che già quotidianamente gli alunni “percorrono” e che la scuola, invece, sembra loro precludere!
Insomma, la scuola deve essere oggi una zona franca, assolutamente inclusiva del digitale!