Archivi categoria: Recensioni

K. Gallmann, Elefanti in giardino

Gallmann e la sua Africa

di Antonio Stanca

Nel 2018 è comparsa presso Mondadori, nella serie “Oscar Bestellers”, la ristampa dell’opera Elefanti in giardino della scrittrice italiana, naturalizzata keniota, Kuki Gallmann. L’aveva pubblicata nel 2001 e nello stesso anno era stata edita per la prima volta in Italia da Mondadori. La versione originale è in lingua inglese come ogni altra opera della Gallmann.

  La scrittrice è nata a Treviso nel 1943 e nel 1972 si eratrasferita col figlio Emanuele e il secondo marito Paolo in Kenya dove, dopo qualche anno, avevano acquistato una vasta tenuta denominata Ol ari Nyiro. Si trova sugli altipiani di Laikipia nella parte meridionale del Kenya. Qui avevano costruito la loro casa e qui vivevano tra le colline, i fiumi, i laghi, le foreste, la savana, gli animali di un posto immenso che in parte era ancora inesplorato. Kuki vi era giunta quando aveva ventinove anni e aveva perso il primo marito dal quale aveva avuto Emanuele. In Africa a causa di ripetute disgrazie perderà Paolo nel 1980 ed Emanuele nel 1983. Rimarrà con la figlia Sveva, avuta da Paolo, e con i ricordi mai smessi di una vita vissuta in luoghi, in tempi diversi: in Italia fino alla giovinezza, in Africa nella maturità. Elefanti in giardinoè il libro dedicato a questi ricordi. 

  Successo ha avuto anche come scrittrice la Gallmann, alcune sue opere, Sognavo l’Africa, sono state trasposte in film e nel 2017 ha vinto il Premio Letterario Gambrinus Giuseppe Mazzotti. 

  Elefanti in giardino si compone di due parti, la primadice della vita trascorsa dalla Gallmann nei luoghi della sua nascita e formazione, della sua famiglia, dei suoi parenti, dei suoi compagni di scuola, delle sue prime esperienze, di tutto quanto aveva fatto parte della sua infanzia e adolescenza avvenute durante i dolorosi anni della Seconda guerra mondiale e della Resistenza in un Veneto esposto a pericoli di ogni genere.

E’ tanto animata la scrittura della Gallmann che vicino fa apparire quanto dice, partecipe rende il lettore delle vicende, delle situazioni rappresentate. Sembra un racconto che la scrittrice compie a viva voce e durante il quale non cessa mai di parlare né permette che le si chieda una spiegazione, che la si interrompa. Sempre parla poiché tanto ha da dire e questa maniera diventa più evidente, più accesa quando nel libro si passa alla seconda parte, quella dedicata all’Africa. Qui c’è molto di più da dire, qui la Gallmann non smette di sorprendere, di meravigliare, d’incantare ché infiniti sono gli spazi, i colori, i suoni, le luci, le immagini, le forme della vita umana, animale, vegetale in una regione come il Kenya, in una terra come l’Africa. Nelle sue pagine l’Africa diventa verità e mistero, realtà e magia,storia e leggenda, luce e tenebra, bene e male, vita e morte, presente e passato, finito e infinito, terra e cielo, umano e divino. L’Africa della Gallmann è tutto quanto fin dalle origini ha fatto parte dell’uomo ed ancora sta con lui a riprova che per vita è da intendere la totalità, la varietà dell’essere, che niente finisce di valere, che tutto diventa eterno. Vasta, immensa, infinita è la sua Africa,sterminate sono le sue conoscenze dei nomi, dei luoghi,dei tempi, degli usi, dei costumi che in Africa ci sono stati e ci sono.

  Tuttavia è costretta a riconoscere come pure in Africala modernità abbia iniziato a guastare alcune parti, alcuni aspetti. Per questo ha pensato, già da tempo, di fare della sua tenuta un luogo dove permettere la conservazione di ogni forma di vita esistente, di ogni specie animale e vegetale, l’ha trasformata, a partire dal 1984, nella Gallmann Memorial Foundation. Con questa ha voluto onorare il marito e il figlio persi e unire alla loro attività di ambientalisti anche la sua, ha voluto avviare un’imponente operazione di salvaguardia dell’ambiente in un’Africa che sta perdendo i suoi connotati. La sua speranza è che anche dopo di lei la Fondazione continui a perseguire tali propositi poiché in essi vede l’unica possibilità di salvezza per un’umanità devastata, avvelenata dalla modernità.

D. Pennac, Mio fratello

Come Pennac ricorda il fratello

 di Antonio Stanca

  Lo scrittore francese Daniel Pennac ha settantacinque anni e l’anno scorso ha pubblicato Mio fratello, un’opera composta di narrativa e di teatro che pure l’anno scorso è uscita in Italia per conto della Feltrinelli nella serie “I Narratori”. La traduzione è di Yasmina Melaouah. 

  Pennac è nato a Casablanca nel 1944, ultimo dei quattro figli di una buona famiglia francese che, a causa del lavoro del padre militare, cambiava spesso residenza, si spostava tra l’Africa, l’Asia e l’Europa. Fino alle scuole superiori Daniel aveva avuto grossi problemi, era stato un alunno tra i meno capaci. Poi, all’Università, era riuscito a laurearsi e, stabilitosi a Parigi, aveva iniziato la sua carriera d’insegnante generalmente in scuole di periferia. Intorno agli anni ’70 insieme a questa attività aveva iniziato anche quella di scrittore. Sue prime opere sarebbero state di polemica verso le istituzioni militari, di fantascienza ed altre per ragazzi finché nel 1985 non avrebbe dato inizio alla serie di romanzi di Belleville,quella che avrebbe avuto come protagonisti Benjamin Malaussène nelleterna condizione di capro espiatorio e la sua famiglia. Molto apprezzati sarebbero risultatiquesti romanzi in Francia e all’estero, un autore noto in ambito mondiale avrebbero fatto di Pennac e lo avrebbero mosso a continuare a scrivere anche se opere di diverso genere, dai romanzi ai racconti, ai saggi, al teatro, ai fumetti. Tutte, però, generalmente impegnate a dire della vita comune, quotidiana, dei problemi di questa, delle condizioni degli umili, dei deboli, dei poveri, di quella gente, di quell’umanità con la quale la sua attività d’insegnante di periferia lo aveva messo a contatto. Da questi ambienti, da queste persone ha tratto Pennac le trame di tante opere nelle quali ha raggiunto significati, verità che vanno oltre la situazione, la circostanza particolare, reale, che diventano di carattere morale, ideale. Trascenderà ogni volta, Pennac, la vicenda dalla quale muove per approdare ad acquisizioni più ampie.

 Anche nella recente opera, Mio fratello, avviene questo superamento, anche qui la morte del terzo dei suoi fratelli, Bernard, diventa motivo, occasione per ascendere ad una dimensione diversa da quella reale. A Bernard lui Daniel, il più piccolo, era particolarmente legato, in lui aveva trovato tutto quello che gli serviva per stare meglio, per superare i problemi dell’infanzia e in particolare dell’adolescenza, per sapere di quanto a nessuno si può chiedere. Gli piaceva, inoltre, il suo carattere riservato, silenzioso, alieno dal contesto sociale, dal chiasso, dal rumore, da ogni genere di esibizione, di vanità, soddisfatto di poco. Con Bernard aveva trascorso tanta parte della sua prima vita, con luiaveva continuato ad avere rapporti anche se solo per telefono quando si era sposato e trasferito lontano a causa del suo lavoro. Era morto, però, prematuramente e la sua assenza era diventata per Daniel un problema, una mancanza, un vuoto. Con quest’opera ha pensato di colmare quel vuoto poiché l’ha composta della narrazione di quanto tra lui e Bernard era avvenuto, c’era stato in casa e fuori e della recitazione di quanto del racconto di Herman Melville del 1853, Bartleby lo scrivano, riguarda questa figura e la sua strana condotta. Era stato un personaggio sul quale i due fratelli si erano soffermati a parlare. A Bartleby, alla sua maniera diversa, particolare, ai suoi silenzi, ai suoi rifiuti, al suo riserbo Daniel aveva paragonato Bernard ed ora che questo non c’era più attraverso Bartleby, attraverso la recitazione di quanto nel racconto si dice di lui, aveva pensato di farlo rivivere. Opera narrata e recitata sarà, quindi, Mio fratello e bene riuscirà Pennac come scrittore e come attore, bene riuscirà a rappresentare comera vissuto Bartleby, comera morto ed a farne un antenato di Bernard, dei suoi modi di pensare, di parlare, di fare, della sua maniera di vivere.

   Pennac narra di suo fratello e intanto lo recita tramite l’esempio di Bartleby: gli è sembrato il modo migliore per ricordarlo, risentirlo vicino, stare ancora con lui. Ha scoperto un suo precursore, dei due ha fatto un personaggio unico, l’ha interpretato.

  Non è solo opera di genio ma anche di amore!

S. Al-Neimi, La prova del miele

Un sogno, una realtà

di Antonio Stanca

   Salwa Al-Neimi è nata a Damasco nel 1950, qui ha studiato fino all’Università e gli studi universitari ha continuato alla Sorbona di Parigi, dove ha conseguito un master in Letteratura Araba. A Parigi vive e qui ha cominciato a lavorare come giornalista. Ha intervistato importanti personalità del mondo intellettuale arabo ed europeo, ha pubblicato, soprattutto su riviste arabe, queste interviste. Nel 1997 è stata nominata segretaria capo dell’Istituto del mondo arabo a Parigi.

   Prime opere complete sono state di genere poetico seguite da altre di genere narrativo. Al 2007 risale il primo romanzo La prova del miele che ora ha avuto la seconda edizione nella “Universale Economica” della Feltrinelli di Milano. La traduzione è di Francesca Prevedello. Anche racconti e raccolte di racconti ha pubblicato l’Al-Neimi e sempre, già dalle poesie, si è impegnata in modo da ottenere, da mostrare una versione più libera, più semplice, più nuova della sessualità e del suo linguaggio nel mondo arabo. In La prova del miele la scrittrice è riuscita abbastanza bene in tale intento e di livello internazionale è stato il successo conseguito dal romanzo.

   Un certo autobiografismo percorre, inoltre, sia questa sia le altre sue opere in prosa e in versi. Di sé, della sua vita, della sua storia, vuole dire la scrittrice e la poetessa, la tradizione vuole rivedere con la sua scrittura. Per questo motivo diventerà la protagonista de La prova del miele, la giovane araba, cioè, che da Damasco si è trasferita a Parigi dove lavora all’Università presso la biblioteca del Dipartimento di Arabistica. Da molti anni coltiva un sogno, immagina d’imbattersi in un giovane intellettuale, d’innamorarsi perdutamente di lui e di vivere insieme un amore così intenso, così acceso, così travolgente da farne l’unico interesse della loro vita, da fargli occupare tutto il loro tempo, da farlo intendere come contatto continuo, interminabile, come bisogno dei loro corpi. Anche quello del corpo, anche il sesso è un bisogno, un piacere da godere non una vergogna, uno scandalo. Anche il corpo, non solo l’anima, ha le sue beatitudini. Dal nuovo rapporto, dal nuovo compagno le sta venendo tutto questo, lo sta imparando, si sta liberando da quanto di grave, di oscuro le era provenuto dalle letture clandestine degli antichi testi erotici arabi nonché dai racconti popolari, dalle confidenze con amiche, da tutto quanto aveva contribuito a formare il suo universo erotico, a farglielo intendere come una forma di peccato, un’oscenità, a farglielo vivere con un eterno senso di colpa. La nuova vita, il nuovo amore la stanno liberando da tanto peso e proprio a lei viene chiesto, dal direttore della biblioteca dove lavora, di preparare uno studio che dimostri le ambiguità sempre presenti nella concezione orientale dell’erotismo. Il lavoro servirà per un convegno che si terrà a New York.

   Questo non ci sarà, il nuovo compagno la lascerà, tutto era stato un sogno ma quello studio era stato preparato e nel romanzo dell’Al-Neimi si sarebbe trasformato, la sua autrice sarebbe stata la sua protagonista, il suo messaggio sarebbe stato approvato, il suo intento sarebbe stato raggiunto.    Abile è stata la scrittrice nel costruire l’opera, nel saper ricavare quanto accaduto da quanto immaginato, nel saper scrivere un romanzo seguendo un sogno.

G. Benvenuto e M. Di Menna, 1968/69 quando soffia il vento del cambiamento

Un bel libro sul Sessantotto

di Maurizio Tiriticco

Sul Sessantotto non si finisce mai di scrivere e di imparare! Sembra un luogo comune, ma così non è, se è vero, com’è vero, che il Sessantotto ha segnato l’avvio di un’epoca nuova, e non solo nel nostro Paese. Un periodo che forse non è stato mai sufficientemente studiato! Eppure molti cambiamenti ha apportato, forse più nel costume, nel linguaggio, che non sulla scena politica. E’ una considerazione superficiale la mia, che può essere senz’altro smentita dalla storico! Il fatto è che ancora oggi il Sessantotto – per coloro che come me lo hanno vissuto, ma non da ventenne, da studente, bensì da quarantenne, da insegnante – non è stato sufficientemente studiato, a parer mio, dallo storico di professione. Forse perché i cambiamenti che si sono verificati hanno interessato più il costume, i comportamenti, i rapporti interpersonali, che non la storia, quella con la S maiuscola. Ed hanno interessato anche il linguaggio! I “cioè” abbondavano! Ed anche “a livello di”, quasi a significare la determinatezza del ciò che si voleva dire, ma anche la difficoltà del dirlo! E le circonlocuzioni sono sempre un buon segnale quando una lingua cerca parole nuove per dire cose nuove! E non è un casso che il nostro Dante le “cose nuove” le ha affidate al volgare e non al latino, la lingua dei dotti. Tante erano in quel Sessantotto – o si credeva che fossero – le novità che si andavano producendo! E non solo nel linguaggio e nel costume, ma anche nei fatti, nella politica.
A livello internazionale, soprattutto! Mai come in quel periodo sembrò che il mondo intero fosse scosso da un sommovimento! Ed un sommovimento soprattutto giovanile! Tanti anni prima due guerre mondiali avevano unificato – si fa per dire – il mondo! Ma nel terrore e nel sangue! Nel Sessantotto invece si ricercò l’unità mondiale – l’espressione è grossa e me ne rendo conto – con un ampio e condiviso desiderio di cambiamento, nella pace e nella civiltà! Da Berkley a Pechino, da Parigi a Roma! Un’internazionale di giovani animati da un desiderio comune, da aspirazioni comuni! Ed insegne comuni che contrassegnavano le manifestazioni giovanili, l’occupazione delle Università e delle scuole, i cortei studenteschi. E l’immagine del Che, il Che Guevara, la cui vita e la cui morte erano il simbolo di un riscatto mondiale. Parola grossa, certamente, oggi! Ma una grande bandiera allora! Quando i i carri armati sovietici soffocavano la rivolta di Praga, quella che è poi passata alla storia come la “Primavera di Praga”.
Trattare di questi fatti non è facile per storico di professione! Troppe sono le vicende che si intrecciano nonché i linguaggi nuovi che le veicolano e le sostengono. Però ci hanno provato – se si può dir così – Giorgio Benvenuto e Massimo Di Menna con un bel libro, appunto, come ho detto nel titolo, dal titolo lungo ma significativo: “1968/69 quando soffia il vento del cambiamento”. Ed è doveroso riportare anche il lungo sottotitolo: “Un viaggio nella memoria gradevolissimo. A cinquanta anni dal 1968. Nenni, Pasolini e il 1968. Le esperienze internazionali, Le manifestazioni studentesche in Italia. Alcune esperienze sessantottine. Piccoli importanti avvenimenti. Una spinta per la modernizzazione. Partiti tradizionali della sinistra. Gli scontri e la conflittualità. Il PSI e la modernizzazione della sinistra. L’autunno caldo. Il sindacato di polizia. Partecipazione e decisione. Consigli di zona. Tra Marcuse e La Malfa. La sinistra oggi. La musica”.
Posso dire che il libro scorre veloce e puntuale come un film. Ogni pagina è corredata da un’illustrazione: un corteo, un manifesto, un volto, un corteo, la folla plaudente, la “ciociara” Sophia Loren, Gramsci, il libretto rosso di Mao, il Che, Nenni, Giovanni XXIII, il “sogno” di Martin Luther King, Ho Chi Min, la strage di Piazza Fontana, il primo numero de “il manifesto”, il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi Città del Messico, Cohn Bendith, la manifestazione dei metalmeccanici, una copertina del “il Male”, la copertina de “L’uomo a una dimensione”, il libro di Herbert Marcuse, il sociologo statunitense che denunciò il pericolo di una società industrialmente avanzata di appiattire la realtà dell’uomo alla semplice dimensione del consumatore di prodotti.
Chiude il volume una serie di documenti, tra i quali: una lunga e articolata circolare dell’Uilm, firmata da Giorgio Benvenuto, allora segretario generale, con cui si comunica la felice conclusione della lunga e faticosa vertenza sindacale dei lavoratori metalmeccanici. E non poteva mancare in chiusura il ritratto di Greta Thumberg, accanto al suo manifesto ormai famoso nel mondo ”skolstrik for limate”. Dalle lotte operaie del Sessantotto per migliori salari ed un più alto tenore di vita alla lotta dell’umanità intera oggi per la vita di tutti e la salvezza del pianeta!
PS – Comunque, mi piace ricordare al lettore che anch’io ho scritto del mio Sessantotto: reperibile sul web! In effetti, la mia generazione un po’ lo “ha fatto” il Sessantotto, un po’ dal Sessantotto ha imparato! Anche perché di imparare non si finisce mai! Ed oggi, soprattutto con questa Europa piena di interrogativi, se non di rischi, imparare è necessario, se si vuole fare, e bene!

I giornali e la crisi della cultura

I giornali e la crisi della cultura

di Antonio Stanca

   Soprattutto in ambito umanistico, letteratura, arte, storia, filosofia, da tempo si sta assistendo, in Italia, alla tendenza a recuperare il passato, a volte anche il più remoto. Questa sta diventando la maniera seguita dalle pagine culturali di molti giornali o riviste di livello nazionale: trattare di opere scritte o figurate che risalgono al passato, ad autori scomparsi da secoli. In genere si dice di autori e di opere importanti, molto note, delle quali si è scoperto un particolare finora sconosciuto, si è saputa una notizia nuova, è sorto il sospetto che qualcosa non sia stato ancora detto.

   Altre volte si vuole tornare ad un autore, ad un’opera antica, una raccolta di poesie, un romanzo, un quadro, un testo filosofico, un documento, un avvenimento, un personaggio storico, per il solo motivo di ricordare la sua importanza, recuperare il suo valore, rinnovare l’interesse.

   Con un linguaggio nuovo, quello dei nostri giorni, si scrive di cose vecchie. Di queste, però, non tutti sono al corrente poiché non sono entrate a far parte della cultura di massa. Ancora oggi c’è da noi tanta gente che non conosce neanche i più importanti autori od opere o eventi della storia nazionale. Tuttavia i veri motivi del fenomeno stanno nel fatto che in Italia e in altri paesi dell’Occidente europeo in ambito umanistico non ci sono autori dei quali si ritenga opportuno scrivere sui giornali. Scrittori, poeti, pittori, storici, pensatori si sono omologati alla temperie diffusa dai nuovi mezzi di comunicazione di massa. Fanno, cioè, informazione non arte né pensiero, commentano non creano. Da quando, fine Novecento, è finito il tempo delle correnti letterarie e di pensiero, da quando gli autori sono rimasti soli, senza riferimenti, le loro opere sono scadute. Non ci sono dei motivi, dei linguaggi che le distinguano, spesso dicono di situazioni che si assomigliano con una lingua che si ripete. Non mancano, quindi, gli autori, le opere mancano le qualità, i valori di queste. Non ci si sa orientare tra esse, non le si sa valutare anche perché sono di autori che spesso non hanno precedenti specifici e si improvvisano come tali.

   Sembra di assistere ad un ciclo che si è esaurito, ad una storia che è finita: sarà questo il motivo che ha fatto volgere indietro lo sguardo di chi sui giornali scrive di cultura. Si è preferito dire del passato perché più sicuri ci si muove, più chiari si riesce. E poi c’è l’interesse che questa cultura può suscitare presso la suddetta fascia di popolazione che finora è rimasta all’oscuro.

   Anche in televisione sta succedendo questo, molti programmi sono orientati al recupero del passato, intendono far conoscere, istruire. Che i giornali abbiano accettato di svolgere questo compito è un modo per rimediare alla crisi culturale che da tempo ha investito l’Italia ma è pure il segno di un grave problema. Un organo come il giornale sta rinunciando alla sua funzione, al suo compito che è sempre stato quello di seguire il nuovo, di annunciarlo, di essere la sua voce e questo mentre i suoi lettori vanno diminuendo perché attirati da altri mezzi di informazione: in crisi si è ovunque e quello del passato sta sembrando, come altre volte nella storia, un rimedio per tutto.

G. Cacciatore, Piccola italiana

Cacciatore ai tempi del fascismo

di Antonio Stanca

   Nato a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, nel 1967, Giacomo Cacciatore è sempre vissuto a Palermo. Dopo la laurea in Lingue straniere ha collaborato per molto tempo, tramite racconti e corsivi, con l’edizione siciliana de “la Repubblica”. Con i romanzi ha cominciato nel 2005 e parecchi ne ha scritto senza abbandonare i primi generi della sua produzione. Alcuni romanzi sono stati tradotti all’estero, in particolare in Francia, Germania e Spagna. Altri hanno avuto una trasposizione cinematografica alla quale, a volte, ha lavorato lo stesso autore come sceneggiatore o come regista. Anche al teatro si è applicato Cacciatore ed anche in collaborazione con altri autori ha prodotto. Ha soltanto cinquantadue anni e tanto ha fatto, in tante direzioni si è mosso. Questo, in verità, si chiede oggi ad un autore perché si affermi, perché venga conosciuto. Non lo si pensa come prima, distante, lontano da quanto accade ma impegnato nei problemi della vita, della società, partecipe dei moderni mezzi usati per discuterli siano essi di stampa o di spettacolo. Succede, infatti, che quasi sempre come giornalisti comincino oggi molti scrittori e che anche della televisione o del cinema o del teatro facciano una loro espressione. Cacciatore è uno di questi casi ma a differenza di altri che non sono riusciti a liberarsi dai modi propri del giornalismo tanto poco il loro ingegno ha saputo creare, egli fin dall’inizio si è mosso nei due campi con l’abilità richiesta da ognuno di essi, ha saputo essere giornalista e scrittore senza che nessuna delle attività risultasse ridotta o guastata dall’altra. Un’ennesima prova viene dall’ultimo romanzo Piccola italiana, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Fernandel di Ravenna.

   Lo sguardo dello scrittore è rivolto all’indietro, all’Italia della metà degli anni Trenta, l’Italia del fascismo, quando, avvolta in un panno di lana e poggiata in una cesta insieme ad una lettera di raccomandazione da parte della madre, viene trovata sulla porta di un orfanotrofio una bambina appena nata. Il nome, Agata, veniva dalla lettera, il cognome, Amodio, verrà dall’istituto dove crescerà e studierà nonostante il suo carattere ribelle, bisognoso d’indipendenza, di autonomia, non si concili con il posto, con le sue regole, con le persone alle quali è stata affidata. Le suore prima e le insegnanti poi dovranno lottare per ottenere da Agata il rispetto dovuto, per riportarla entro l’ordine, i principi necessari per una formazione giusta, equilibrata. Molto difficili saranno i loro rapporti anche se qualche volta faranno sperare in un miglioramento.

   Agata si legherà alla coetanea Virginia Levi, di facoltosa famiglia ebrea, messa in istituto solo per un periodo di tempo prestabilito. Insieme le due bambine faranno una coppia inseparabile, stipuleranno un patto di amicizia ma diverse rimarranno. Virginia è dolce, remissiva, non disobbediente come Agata. Non mancheranno gli screzi anche tra loro e, tuttavia, si ricomporrà sempre il loro rapporto, continueranno sempre a stare insieme, rimarranno sempre lontane dalle altre compagne di classe. Ora frequentano la scuola media, siamo nel 1936 e il fascismo è al suo apice. Ovunque imperversa la figura, la voce, l’idea del Duce, si dice addirittura di una sua visita all’orfanotrofio, l’insegnante di quella classe è completamente presa, è innamorata di Mussolini e a lei Agata non risparmia frecciate contro il fascismo. Sarà messa in punizione, in una stanza buia, sporca e fredda, sarà chiamato lo psichiatra perché la riduca alle ragioni richieste dall’ambiente. Non si otterrà molto, continueranno gli scontri con l’insegnante, con le suore, con le altre compagne. Virginia, finito il periodo stabilito, rientrerà a casa ma per essere deportata nei campi di sterminio mentre all’orfanotrofio quell’insegnante verrà trovata morta senza che si capisca se per omicidio o per suicidio e senza che si sappia se Agata rimane o esce dall’istituto.

   Così, con una serie di avvenimenti che succedono contemporaneamente, che si intrecciano, si complicano, si aggravano, si confondono, Cacciatore conclude il romanzo sembrandogli la maniera più degna, la migliore dopo averne fatto una rappresentazione quanto mai lunga di cosa possa succedere nella vita, di come, di quanto si possa star male.    E’ una vita al negativo quella narrata dallo scrittore, è la storia di un dramma non limitato ma esteso, dalla madre abbandonata al carattere della bambina, alla morte dell’insegnante, ai campi di sterminio. E’ una dilatazione alla quale Cacciatore giunge senza trascurare l’indagine psicologica dei personaggi presentati, i particolari dei luoghi della vicenda. Sicuro dei mezzi espressivi, abile nella costruzione dell’opera si dimostra, inoltre, lo scrittore, capace di operare il recupero dettagliato di un passato che sembrava finito e per sempre.

C. Durastanti, La straniera

Claudia Durastanti, La straniera

La Nave di Teseo”, 2019

di Mario Coviello

Per il mio compleanno, per i miei 69 anni, mio figlio Massimiliano mi ha regalato il romanzo di Claudia Durastanti “ La straniera” .
Una donna con i capelli bruni corti e un cappotto rosso,con il viso immerso in una parete rosso fuoco, la copertina del libro, mi ha stranamente colpito. Il sommario delle 281 pagine mi ha incuriosito : Famiglia,Viaggi, Salute, Lavoro& Denaro, Amore, Di che segno sei. E mentre scrivo mi accorgo che i capitoli del libro sono quello che si chiede a un oroscopo, subito dopo aver ricordato a se stessi il proprio segno zodiacale.
“ La straniera” mi ha preso subito, come non mi accadeva da tempo. Vengo da mesi di libri cominciati e lasciati presto, non divorati come facevo un tempo per scoprirmi e ritrovarmi in quello che leggo.La Durastanti scrive in prima persona e con una scrittura folgorante, piana e profonda. Comincia il romanzo raccontando di sua madre e suo padre. Due persone sorde che si sono amate e fatte male, in maniera folle e assoluta. Claudia racconta il rapporto con la madre e il padre, l’ infanzia e l’adolescenza nei mesi estivi in America, presso parenti emigrati, e il resto dell’anno a San Martino d’Agri, in provincia di Matera.
Così ha deciso la madre quando Claudia ha sette anni e da Brooklin arriva in Basilicata, in un piccolo paese sperduto tra i calanchi. Ha imparato solo l’italiano degli emigrati e conosce bene oltre l’inglese, la lingua inventata che usa per comunicare con la madre.
E’ lei a scuola, “la straniera”, figlia della sorda che gira a piedi per i paesi, trascinata dalla madre “strana”, che raccoglie foglie, piume d’uccelli, per fare quadri che non vende.
Claudia ha un rapporto forte con il fratello più grande che la protegge e la sostiene. Deve imparare a vivere non solo con la madre che non ha il necessario per tirare avanti, ma anche con il padre che spesso appare e la sconvolge con la sua rabbia, fino a rapirla per avere l’attenzione della moglie, che si è allontanata da lui per non essere distrutta.
“ La straniera” nella seconda parte diventa un romanzo- saggio sul sud, sugli anni settanta, ottanta, novanta, sulle torri gemelle e la Brexit, su Londra, la letteratura, la scrittura e la traduzione.
“ La straniera diventa un saggio sull’amore. Un saggio ricco di richiami musicali, letterari, sociologici. Claudia Durastanti non si stanca di scavare dentro di sè e nel tempo che ha vissuto e vive. Nelle sue azioni e scelte. Sempre alla ricerca di senso e significato.

Claudia Durastanti
Ho amato meno questa seconda parte del romanzo-saggio, e ho continuato ad ammirarne la scrittura, la profondità della cultura dell’autrice, l’assoluta crudeltà nel sezionarsi.
Vi consiglio questo romanzo perchè aiuta a guardarsi dentro. Perchè racconta quell’infanzia e adolescenza difficile che molti di noi hanno vissuto. Perchè sviscera il rapporto con i genitori e le persone che amiamo e abbiamo amato. Perchè racconta di romanzi e canzoni nelle quali ci siamo ritrovati. Perchè narra la “diversità” e la fatica di viverla e valorizzarla.
Ho scritto di getto queste mie riflessioni subito dopo aver letto le ultime righe de “ La straniera : “ Ho ascoltato mia madre, e non ho dimenticato di essere una “persona”…..Quando tutto cade, indomito l’amore resta. Ma è una storia vera ?”

R. Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Come inventare la Preistoria

di Antonio Stanca

   Soprattutto giornalista ed editore è stato l’inglese Roy Lewis. E’ nato a Felixstowe nel 1913 e qui è morto nel 1996 dopo una vita fatta di molte esperienze, attività commerciali, viaggi, lunghe permanenze all’estero, collaborazione con diversi giornali, iniziative editoriali, matrimonio, figlie ed anche opere di narrativa. Poche e tra queste il romanzo che sarebbe risultato il più divertente del ventesimo secolo, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene. Lo scrisse nel 1960, quando aveva quarantasette anni, ed ultimamente è stato ristampato, per l’ennesima volta, dalla casa editrice Adelphi di Milano. Agli inizi l’opera era uscita in sei puntate e già allora era molto piaciuta ai lettori. Nel 2015 aveva avuto una riduzione cinematografica.

   Da vecchio Lewis scriverà alcuni racconti ma sarà questo romanzo a consacrare per sempre la sua fama. Rientra nel genere della fantascienza umoristica. In esso la voce narrante è di Ernest, uno dei figli di quell’uomo scimmia del titolo. Egli dice di tutto quanto la sua famiglia ha dovuto patire prima di giungere ad avere una certa sicurezza, una certa tranquillità, a non soffrire più dei pericoli che venivano dall’esterno.

   Si sta dicendo di una famiglia del Pleistocene, cioè della Preistoria, dell’era quaternaria, di quando comparvero i primi ominidi e Lewis la presenta come se si trattasse di una famiglia dei tempi moderni tanto uguali a quelli che avvengono oggi fa apparire i pensieri, gli scambi, i rapporti tra i familiari di allora. E’ la  nota curiosa della narrazione: in quella famiglia preistorica, numerosa, con tanti figli e tanti parenti, ognuno interpreta un ruolo, ognuno rappresenta un modo, un aspetto della futura umanità. Lewis fa di una situazione di tre milioni di anni fa, periodo del Pleistocene, una vicenda moderna, fa pensare, fa parlare, fa agire delle scimmie come se fossero persone d’oggi. Ogni componente di quella famiglia ha il suo nome, ognuno ha le sue caratteristiche, c’è chi è volenteroso, assiduo nell’applicazione, chi è pigro, svogliato, chi è rivolto alla contemplazione, chi all’attività artistica, chi alla caccia. Tra le donne ci sono quelle che preferiscono il lavoro domestico, la condizione di sottomissione all’uomo e quelle che, invece, vogliono primeggiare. Edward, il capofamiglia, è rivolto all’invenzione, alla scoperta di nuove tecniche, di nuovi strumenti, all’applicazione di nuovi modi di stare, di vivere. Suo fratello, Jan, è, invece, piuttosto restio ad accettare le novità, è piuttosto conservatore.

   Si pensi che nella preistoria nessuno sapeva ancora di modi di stare, che questi sarebbero diventati propri dell’umanità futura, che questa doveva ancora formarsi. Incuriosisce, fa ridere che lo scrittore abbia avuto una simile idea, che abbia inteso rappresentare tramite gli uomini primitivi quelli moderni, che come questi li abbia fatti pensare, parlare, agire. Sembra che il Lewis abbia voluto creare un collegamento, far intravedere una continuità tra prima e dopo pur tenendo conto che quel prima era molto remoto, era preistorico. Ma di là da ogni supposizione, un’invenzione rimane la sua, escogitata e realizzata al solo scopo di riuscire comico, di ottenere effetti umoristici. Né altro poteva aspettarsi lo scrittore quando rappresentava quell’Edward sempre intento a scoprire, ad inventare nuovi mezzi, ad indicare nuove forme di vita quasi fosse uno scienziato, un pensatore d’oggi. Scoprirà il fuoco, imparerà a produrlo, lo utilizzerà per la difesa dei luoghi abitati, per la cottura della carne degli animali uccisi durante la caccia, renderà più robuste le punte delle lance usate per questa, scoprirà l’arco, pur esso molto utile per la caccia, stabilirà che è bene sposarsi tra estranei, non tra familiari. Grazie a lui cambierà completamente la vita delle scimmie che fino ad allora era avvenuta sugli alberi. Cominceranno a vivere per terra e vi rimarranno per sempre.  Ma come ogni inventore, come ogni genio Edward vorrà diffondere la conoscenza delle sue scoperte mentre in casa i figli non intendono farlo perché vogliono essere i soli, gli unici a godere di esse, vogliono farne il loro segno distintivo, il loro privilegio. Fingendo un incidente uccideranno, quindi, il padre dal momento che non riuscivano a ridurlo alle loro idee.

   Finirà così il romanzo del Lewis mostrandosi fino alla fine impegnato ad ammodernare una situazione preistorica, a farla attraversare da molti particolari della vita attuale, a creare questa combinazione, questa alternanza, questa sovrapposizione, a farne motivo continuo di comicità.

S. Viscardi, Abbastanza

Viscardi, una testimone dei tempi

di Antonio Stanca

   Il romanzo Abbastanza di Sofia Viscardi è stato pubblicato da Mondadori nel 2018 ed a Febbraio di quest’anno ha avuto la prima edizione nella collana Oscar Bestsellers della stessa casa editrice. E’ il secondo della scrittrice, che nel 2016 aveva pubblicato il primo, Succede, dal quale è stato tratto il film omonimo.

   La Viscardi, nata a Milano nel 1998, ha ventuno anni e già prima di finire la scuola superiore aveva cominciato ad impegnarsi nell’ambito della comunicazione telematica, dove su Youtube aveva creato un proprio canale per dire di sé, della sua vita. Era riuscita interessante tanto da diventare una nota Youtuber e da meritare nel 2019, insieme ad altri giovani, l’Attestato d’Onore come Alfiere della Repubblica.

   Il mondo, la vita dei giovani, dei ragazzi d’oggi, i loro bisogni, i loro linguaggi  interessano alla Viscardi, i moderni mezzi di comunicazione lei spesso usa per parlarne,  di problemi attuali dice. E così anche nei libri dove completamente nuova è la forma espressiva, la costruzione del discorso, la scelta delle parole. Dialoghi, scambi continui avvengono tra i ragazzi interpreti di Abbastanza, non finiscono mai di parlare tra loro, di dire delle loro cose, di chiedersi se sono abbastanza per gli altri e di concludere sempre che l’importante è essere abbastanza per sè. Sono ragazzi che frequentano l’ultimo anno del Liceo “Virgilio” di Milano. Devono sostenere gli esami di maturità e questo li preoccupa anche se non al punto da rinunciare per lo studio alle loro abitudini, alle loro maniere. Sono i ragazzi della quinta A del “Virgilio” e come tutti i ragazzi d’oggi vivono tra telefonini, auricolari, ritrovi pubblici, bevute, fumo, droghe leggere, brevi amori, piccoli imbrogli e quant’altro è venuto a formare, a riempire il loro mondo. In questo la scrittrice li riprende, in ogni loro momento iniziando dal primo giorno di scuola e arrivando all’ultimo, quello precedente gli esami. Non ci sarà tregua, la Viscardi procederà senza fermarsi. Passerà da un ragazzo all’altro senza che il discorso risulti interrotto, diviso e possibile sarà sempre scoprire nei pensieri, nelle parole di un ragazzo la presenza, l’azione degli altri.

  Nell’opera la scrittrice si muoverà a brevi passi, per paragrafi, per piccole parti intitolate ognuna al nome di uno di quei ragazzi. Trasformerà questi nelle tessere di un mosaico che non cesseranno di comparire e scomparire, di dire e fare, di andare e venire, di cominciare e finire. Un movimento, un processo senza sosta ne risulterà, un percorso che si animerà, si rinnoverà in continuazione poiché il dialogo sarà il modo di comunicare per i ragazzi. I loro dialoghi serrati, i loro discorsi sempre diretti, le loro parole saranno le parti essenziali del libro. Parleranno tutti e sempre. Tutte le loro voci finiranno per diventare una sola, una sola opera, un solo romanzo

   Dei tanti ragazzi che si alterneranno all’inizio il numero si andrà riducendo fino a soltanto quattro, Leo, Marco, Cate e Ange. Saranno loro i protagonisti finali del lungo racconto della Viscardi, tramite loro la scrittrice farà sapere di quant’altro succede intorno, compagni, scuola, famiglie, città.

   All’inizio dell’anno i quattro erano ragazzi completamente diversi, ognuno aveva le sue cose e non sembrava che potessero avvicinarsi, combinarsi. Alla fine, invece, erano diventati amici inseparabili, avevano conservato le loro maniere ma vi avevano fatto rientrare quei sentimenti, quegli affetti che sono propri dell’amicizia e che la fanno durare più d’ogni altro rapporto.    E’ quanto, in effetti, può succedere a quell’età ed oltre a questo aspetto della vita dei giovani tanti altri contiene e rappresenta il libro della Viscardi. Un documento, una testimonianza dei tempi moderni va esso considerato. Ed una delle più autentiche, delle più appassionate poiché compiuta da chi a quei tempi appartiene.

D. Winslow, Palm Desert

Don Winslow, non solo paura…

di Antonio Stanca

   A sessantasei anni Don Winslow è considerato uno dei maggiori scrittori americani di romanzi di genere poliziesco. E’ nato a New York nel 1953, vive a San Diego, California, e in molte direzioni, regia teatrale e televisiva, attore e guida di safari, investigatore privato e consulente legale, si è applicato prima di dedicarsi soltanto alla scrittura. Aveva scritto pure in precedenza, il suo esordio in narrativa era avvenuto mentre era impegnato altrove ma aveva poi finito col dedicarsi completamente ad essa. Sarà autore di romanzi singoli e soprattutto di serie di opere incentrate intorno ad un personaggio principale e generalmente ambientate in California. La prima di queste serie avrebbe avuto inizio nel 1991 col romanzo London Underground al quale sarebbero seguiti China Girl, Nevada Connection, Lady Las Vegas ed infine Palm Desert del 1996, che l’anno scorso è stato ristampato dalla Einaudi di Torino con la traduzione di Alfredo Colitto.

   Questa serie s’intitola Le indagini di Neal Carey che ne è il personaggio centrale, il protagonista. E’ lui l’investigatore privato incaricato di tanti compiti, di svolgere indagini ma anche, come in Palm Desert, di riportare a casa il vecchio, ottantaseienne, Natty Silver che se n’è andato da Palm Desert, California, si è rifugiato a Las Vegas, Nevada, e si pensa perché attirato dalla città, dai locali pubblici, dai teatri dove per tanti anni ha lavorato nello spettacolo come comico, barzellettiere. Era diventato noto, le sue qualità erano state apprezzate da un vasto pubblico. Lo si era visto dal vivo o in televisione, al cinema e, data la natura popolare del suo repertorio, ovunque era giunta la sua fama. Non è questa, però, la causa della sua fuga. Neal Carey, il protagonista investigatore, scoprirà che era fuggito da Palm Desert perché aveva avuto paura di essere stato visto dai banditi che avevano incendiato la loro casa accanto alla sua facendo credere in un incidente per ricavare grosse somme di denaro dall’assicurazione. Aveva pensato che nell’indagine che ne sarebbe seguita la sua testimonianza avrebbe dovuto rivelare la natura dolosa dell’incendio, avrebbe fatto fallire i piani dei banditi e lo avrebbe esposto al pericolo della loro vendetta. Pertanto quelle che nelle previsioni sarebbero dovute essere le poche ore del viaggio da Las Vegas a Palm Desert si trasformeranno, per Neal e Natty, in una serie interminabile di avventure delle quali entreranno a far parte le loro compagne, più giovane quella di Neal, più vecchia quella di Natty, i precedenti banditi e tanti altri personaggi che nell’affare dell’incendio e dell’assicurazione erano implicati. I due correranno tanti pericoli, vivranno situazioni molto rischiose in luoghi sconosciuti ma alla fine giungeranno, rientreranno nella loro città, nelle loro case e premiati si vedranno tutti, anche le loro compagne, degli sforzi compiuti. Sarà un percorso lungo quello del romanzo durante il quale si avrà modo di scoprire tanta di quell’America che, pur pensando di conoscere, non si finisce mai d’imparare, che, pur credendo libera da ogni peccato, non si finisce mai di sapere quanto di oscuro, di torbido in essa si cela.

   Un aspetto umano, sociale assume pure il romanzo del Winslow che, inoltre, è attraversato da una vena comica, da un umorismo a volte evidente, a volte sotteso. Fa parte dello stile dello scrittore. Non rinuncia mai, Winslow, a cogliere di una situazione pur drammatica quanto di essa può far ridere.

  E’ la nota distintiva della sua scrittura, quella che lo fa leggere da milioni di lettori, lo fa tradurre, traspone in film tanti suoi libri.

  Non disconosce Winslow che nella vita ci si può trovare esposti a pericoli, a minacce, a paure ma non smette di credere che il riso possa essere un modo per salvarsi.

  Uno strano genere di romanzo poliziesco risulta il suo dal momento che insieme al tragico contiene il comico, insieme al pianto il riso. Nuovo ha voluto essere lo scrittore e c’è riuscito!

G. Fontana, Un solo paradiso

Fontana, lo scrittore della vita

di Antonio Stanca

   Al 2016 risale Un solo paradiso, ultimo romanzo dello scrittore Giorgio Fontana che fu pubblicato dalla casa editrice Sellerio di Palermo. Fontana vive a Milano, ha trentotto anni, è nato in provincia di Varese nel 1981, si è laureato presso l’Università di Milano ed ha cominciato a scrivere nel 2007. Buoni propositi per l’anno nuovo è stato il suo primo romanzo, seguito nel 2008 da Novalis e dal reportage sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia. Del 2011 saranno il saggio La velocità del buio e il romanzo Per legge superiore che, insieme all’altro del 2014 Morte di un uomo felice, tratterà di temi relativi alla magistratura e alla giustizia in Italia. Le due opere avranno molti premi e molte traduzioni.

   Fontana è, inoltre, attivo collaboratore di numerose testate giornalistiche ed insegna scrittura creativa alla Scuola Holden e alla Naba di Milano.

   Molti sono i modi con i quali ha finora mostrato di volersi impegnare nell’osservazione, nell’esame, nella valutazione della realtà attuale, della vita dei tempi moderni, della società contemporanea. Lo ha fatto da giornalista, da saggista e da scrittore. Non è mai rimasto lontano da quanto accadeva intorno a lui, una testimonianza delle più attente, una presenza delle più partecipi ha voluto che fosse la sua. E alquanto suggestiva è la maniera con la quale, nei romanzi, riesce a ricavare da una circostanza quotidiana, da un avvenimento comune un motivo, un tema che va oltre i limiti dell’accaduto e si carica di altri significati.

   Abile è Fontana pure nell’esposizione sempre sicura, determinata, sempre chiara, precisa anche quando dice di situazioni incerte, confuse, di pensieri, stati d’animo oscuri.

   Anche in Un solo paradiso traspare il Fontana dai contenuti e dalle forme sue solite. Qui si dice di Alessio e Martina, della loro storia d’amore, dell’inizio e della fine di questa. Entrambi vivono a Milano ed entrambi vi sono arrivati da fuori con le loro famiglie, lui dalla montagna, lei dal meridione, lui di famiglia tradizionale, lei di famiglia moderna, lui povero, lei ricca.

   A Milano avevano fatto parte dello stesso gruppo di amici tra universitari e lavoratori, liberi e legati sentimentalmente. Si ritrovavano sistematicamente in determinati posti o locali, sempre avevano da dire, da fare quando non avevano da mangiare o da bere. Tra Alessio e Martina sorgerà una simpatia, un affetto, s’innamoreranno. Lo erano stati in precedenza con altre persone ma ora erano stati presi, travolti da una passione tutta loro. Erano felici, soprattutto Alessio che mai si era sentito tanto corrisposto, tanto desiderato, mai era stato così sicuro di una donna. Senza limiti sarà il loro amore, vorranno stare sempre insieme, vorranno sempre amarsi, non saranno mai contenti, soddisfatti, mai sazi. Col tempo, però, tanto ardore si ridurrà poiché Martina si mostrerà sempre meno partecipe, sempre meno vicina. Lascerà Alessio, non riuscirà a liberarsi dall’attrazione per Michele, suo precedente compagno. Non resisterà al suo pensiero nonostante fosse stato gravemente scorretto nei suoi riguardi.

   Alessio, rimasto solo, si legherà ad un’altra donna ma poi finirà anche con questa e per lui comincerà un periodo di smarrimento che lo porterà prima a viaggiare, poi ad usare l’alcol con sempre maggiore frequenza e quantità, a lasciare il lavoro, a rimanere senza soldi e senza casa, a perdersi per le strade e soprattutto le periferie di una Milano diventata improvvisamente sconosciuta, ostile. Alessio mancherà alla conoscenza di tutti. Nessuno dei tanti amici di una volta saprà come, dove è finito. Nemmeno l’amico col quale era stato una notte intera a Milano in quel bar detto Ritornello dove ai vecchi tempi si ritrovavano tutti. A lui Alessio racconterà la sua storia con Martina e questo racconto sarà il contenuto del romanzo. L’amore tra lui e la donna, il percorso del loro rapporto, l’intensità del loro trasporto, la crisi, la fine: saranno i temi dell’opera del Fontana. Lo scrittore li farà narrare da chi li ha vissuti, da chi ne è uscito rovinato, distrutto perché incapace di rassegnarsi, di capire che anche una relazione come la sua poteva finire.

   Per Martina era stato diverso, lei non aveva avuto molti problemi a smettere con Alessio né li avevano avuti i loro amici comuni a capire che tra loro poteva finire. Solo si era ritrovato tra tutti, solo a non capire e a non essere capito poiché diverso era lui dagli altri, diverse le sue regole, diversa la sua morale. Sono due mondi quelli che Fontana mette a confronto nella sua opera, uno è antico, l’altro è moderno. Al primo appartiene l’uomo, al secondo la donna e gli amici. Da qui il fascino, la suggestione dell’opera, da un confronto che Fontana mostra non sia ancora finito, da un problema non ancora risolto.

   Alessio si troverà di fronte ad un mondo che è cambiato, che non ha posto per lui. Diventerà il suo dramma, la sua fine ma non rinuncerà alla sfida e farà di Fontana un narratore unico, esclusivo poiché ancora una volta impegnato in un problema fondamentale, ancora una volta attento a quanto accade nella vita, a fare di un caso un aspetto dell’esistenza.

Tutti scrittori?

Tutti scrittori?

di Antonio Stanca

   Quella della scrittura sembra diventata un’attrazione, una mania alla quale non sfugge più nessuno. Essere scrittore, scrivere romanzi o almeno uno sembra diventato un desiderio ovunque diffuso. In ambito specifico quasi tutti i nuovi scrittori sono stati o ancora sono giornalisti. Sono, cioè, passati da un tipo di produzione ad un altro convinti di poterlo fare senza alcun problema, pensando che tra i due generi non ci sia nessuna differenza. Hanno continuato, quindi, a scrivere in narrativa come nel giornalismo senza accorgersi di averla fatta scadere, di averla ridotta a cronaca se non ad indagine o analisi generica. L’hanno inaridita, l’hanno privata di quei contenuti, di quell’espressione, di quell’atmosfera necessaria ad attirare, a coinvolgere, ad emozionare il lettore, a trasferirlo in una dimensione diversa da quella che vive.

   Scrittori, tuttavia, non hanno creduto di poterlo essere solo i giornalisti ma tanti altri: tra poco non ci sarà un politico, uno sportivo, un cantante, un attore, un qualunque personaggio noto che non abbia scritto un libro o che non abbia in mente di farlo. In queste opere gli autori spesso scrivono di loro, della loro vita, della loro storia, di un loro caso particolare mentre quegli altri scrivono d’altro, non autobiografiche sono le loro opere nonostante i limiti, i difetti dei quali si diceva.

   Il problema è grave: non solo per gli autori ma anche per i lettori questa sta diventando la nuova produzione narrativa e quelli i nuovi scrittori. Né servono gli esempi, ormai sempre più rari, di vecchi scrittori ancora vivi, delle loro opere, a richiamare l’attenzione, a correggere l’errore. I nuovi mezzi di comunicazione, la pubblicità è capace di far apparire grandi romanzi quelli che non lo sono, di farli premiare, di fare dei loro autori personaggi d’eccezione pur essendo degli sconosciuti.

   E non solo di questo ci si meraviglia ma anche del fatto che nonostante si stia vivendo un’epoca nella quale la visione ha quasi completamente sostituito la lettura, da tante parti, da tante persone si voglia diventare scrittori. Non ci si rende conto che un libro è oggi un successo molto effimero perché rischia di non essere letto da nessuno e di rimanere inutile come i tanti, tantissimi altri che ormai esistono.

   In un libro, nella sua scrittura convergono, invece, le aspirazioni della moltitudine. Col libro, forse, crede di essere ricordata, di diventare immortale poiché scarsamente convinta è del valore delle immagini, delle visioni? Ma nemmeno quel libro vale ché uno scadimento esso rappresenta rispetto a quanto è da intendere per narrativa e visto che ancora non si sono diffuse, non sono state accettate altre concezioni, altre maniere al riguardo.

   Come spiegare quanto sta succedendo? A cosa attribuire il fenomeno?

   Tutti vogliono essere autori di narrativa senza accorgersi di averla travisata al punto da non farla più riconoscere, da non farle più assicurare nessun tipo di notorietà.

 E’ difficile capire ma intanto si continua sulla strada delle “ambizioni sbagliate”.

AA.VV. (a cura di L. Tosi), Fare didattica in spazi flessibili

Uno studio su come progettare, organizzare e utilizzare gli ambienti di apprendimento a scuola

Creare un ambiente accogliente, nel quale progettare percorsi didattici che “escono fuori” dall’aula, senza ulteriori interventi strutturali, ma usufruendo delle risorse disponibili, con l’obiettivo principale di interagire sulla qualità dei processi di apprendimento.

Una serie di approfondimenti raccolti nel volume “Fare didattica in spazi flessibili. Progettare, organizzare e utilizzare gli ambienti di apprendimento a scuola”, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) sulle architetture scolastiche.

Il volume fornisce interessanti spunti di riflessione sul rapporto fra pedagogia e architettura; su come lo spazio fisico possa concretamente contribuire alla qualità della vita scolastica e degli apprendimenti, e quali debbano essere i margini di intervento e gli strumenti che possono aiutare a realizzare un luogo efficace per docenti e studenti.

«Con il gruppo di ricercatori dell’Indire – racconta il curatore del volume Leonardo Tosi, ricercatore di Indire – ci siamo posti una serie di domande sul tema degli spazi fisici di apprendimento e sulle caratteristiche che dovrebbero avere per rispondere alle esigenze di una società oggi profondamente cambiata».

Il volume offre un utile set di strumenti per trasformare l’aula in un ambiente di apprendimento allargato e flessibile; sono ormai molte le evidenze in ambito scientifico che sottolineano come l’ambiente interagisca sulla qualità dei processi di apprendimento. Infine, nel volume sono raccolte dieci Learning Stories raccontate da altrettanti insegnanti che hanno voluto considerare l’ambiente fisico come un elemento strategico per la qualità della vita scolastica e degli apprendimenti.

Il punto di partenza della riflessione è, come spiega il ricercatore Indire Samuele Borri nel suo contributo, il «Manifesto 1+4 Spazi educativi per la scuola del Terzo Millennio», presentato dall’Indire nel 2016. Il documento propone una visione che si discosta dall’idea di scuola come “somma di aule” e si estende, oltre alla dimensione didattica, al contesto sociale e alla capacità di un ambiente di influenzare la qualità delle relazioni sociali.

https://www.scuolastore.it/it/book/fare-didattica-spazi-flessibili

Festa della Donna 2019

Festa della Donna 2019

di Antonio Stanca

Sabato 9 Marzo a Sternatia (Lecce) presso i locali del Centro Studi “Chora-Ma” si è svolta una manifestazione per celebrare la Festa della Donna. Molti sono stati i convenuti come generalmente avviene ogni volta che il Centro Studi organizza una serata. Direttore di “Chora-Ma” è da anni Donato Indino, che ha saputo trasformarlo in un punto di riferimento importante per il recupero e la rivalutazione della lingua “grìka”. Attraverso gruppi di studio, convegni, contatti, scambi con la Grecia ed altre operazioni “Chora-Ma” si è proposto all’attenzione generale nel contesto culturale salentino. Anche altre manifestazioni ha ospitato e ospita e noti personaggi sono venuti a conferire circa le loro opere e i problemi che la cultura sta attualmente attraversando.

   Una prova di questi interessi allargati può essere considerata la manifestazione di Sabato scorso in occasione della Festa della Donna. Di fronte ad un folto pubblico la moderatrice Monia Perrone ha condotto la serata e regolato gli interventi degli ospiti. Tra questi c’era la giornalista Silvia Cazzato che ha intervistato Maria De Giovanni, Ambasciatrice di arte e medicina nonché promotrice dell’associazione “Surprise” a favore degli ammalati, come lei, di sclerosi multipla. La De Giovanni è personaggio noto anche in ambito giornalistico, televisivo e generalmente culturale.

  Dall’intervista è emerso il tema della serata “Donne e volontariato (La sensibilità femminile al servizio della società)”. A questo riguardo la De Giovanni è stata molto chiara e molto partecipe. E’ bastato che parlasse di lei per attirare molta attenzione, che dicesse dei suoi problemi di ammalata e della sua volontà di non arrendersi alla malattia da quando ha iniziato a manifestarsi ma di agire perché divenisse un problema dal quale difendersi, col quale convivere. Numerosi sono stati i successi e i riconoscimenti che in quest’ambito ha ottenuto. Volontaria è stata e continua ad essere la sua azione per quanti soffrono. Il volontariato femminile, ha osservato la De Giovanni, è un’operazione più facile da compiere giacché la donna, essendo moglie e madre, sente più vicina, più sua la partecipazione, la collaborazione ai problemi degli altri. Animata dallo spirito di madre lei ha cominciato con la sua opera di volontariato che si è andata sempre più estendendo fino a portarla oltre i confini della sua terra, a farla conoscere in ambito nazionale e straniero. Dopo l’associazione tante altre sono state e sono le attività da lei avviate, sostenute e svolte affinché il problema della sclerosi multipla venga controllato e ridotto.

   Dopo l’intervista sono intervenute le autorità, provinciali e comunali che hanno riconosciuto il valore e la funzione di quanto fatto finora dalla De Giovanni.

   Infine si è passati ad offrire al pubblico le prelibatezze preparate per l’occorrenza.

   Hanno allietato la serata gli interventi musicali della soprano Giusy Zangari.

J.M Keynes, I libri costano troppo?

Tra libri e lettori

di Antonio Stanca

A Novembre dell’anno scorso per conto della casa editrice Laterza, Bari-Roma, è comparso l’opuscolo intitolato I libri costano troppo? Contiene un articolo che il noto economista inglese Maynard Keynes pubblicò il 12 Marzo 1927 sul giornale “The Nation and Athenaeum”. La traduzione è di Oliviero Pesce, altro importante economista nato in Puglia nel 1938, che è pure l’autore della seconda parte dell’opuscolo.

    Il Keynes era stato una figura di rilievo nell’Inghilterra del secolo scorso. Era nato nel 1883 e morì nel 1946. Studioso, ricercatore, aveva scritto molte opere di economia, aveva tenuto molte conferenze, aveva ricoperto incarichi pubblici e le sue teorie avevano trovato applicazione in ambito mondiale.

   L’articolo riportato in questo libretto s’inserisce in una polemica allora sorta in Inghilterra circa l’industria editoriale. Keynes vi compie una chiara illustrazione di quanto succedeva in quei tempi riguardo agli editori, agli autori, ai librai, ai lettori e a tutto quanto va collegato con la scrittura di un libro, la sua stampa, la sua vendita, la sua lettura. Ne risulta un quadro piuttosto deludente poiché si vede che quanto serve per portare a compimento un libro non viene corrisposto dalle richieste del pubblico, dall’interesse dei lettori. Il motivo è da cercare nei prezzi piuttosto alti dei libri? Si può pensare che prezzi più contenuti farebbero aumentare le vendite, i lettori o che la spiegazione del problema stia nel sempre minor tempo e attenzione che la lettura riesce a trovare per sé? Poco chiare, pure per Keynes, rimangono le risposte. Non è facile capire, dice lo studioso, visto che il fenomeno non è limitato all’ambito privato ma esteso a quello pubblico. Neanche le biblioteche scolastiche, universitarie, comunali, provinciali o altre richiedono molti libri. Di conseguenza in crisi è andata molta attività editoriale.

   Nel suo intervento Pesce ripercorre l’articolo del Keynes e mette in evidenza come rispetto a cento anni fa la situazione oggi si sia aggravata e non solo in Inghilterra ma anche in tante altre nazioni dell’Occidente compresa l’Italia, sulla quale si sofferma in particolar modo nelle pagine conclusive. Secondo Pesce le cause del problema vanno cercate nel tipo di vita, di società che col tempo si è andato costituendo, nei nuovi e più veloci mezzi di comunicazione che si sono andati diffondendo anche in ambito pubblico, nell’uso senza limiti di Internet e dei tanti altri sistemi ad esso correlati. Per lui se ai tempi di Keynes c’era da sperare in una soluzione del problema ora non lo si può poiché le nuove tecniche di apprendimento, istruzione, conoscenza si vanno sempre più perfezionando e vanno sempre più sostituendo le vecchie maniere compresa quella della lettura.    E’ grave ma è una perdita che non è possibile evitare poiché come in ogni progresso ci sono degli aspetti, dei modi di vivere che finiscono e per sempre.