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P. Cognetti, Senza mai arrivare in cima

Cognetti scrive della montagna

di Antonio Stanca

Nato a Milano nel 1978, Paolo Cognetti ha quarant’anni. Ha cominciato a scrivere nel 2003 dopo aver lasciato gli studi universitari e mentre si dedicava alla realizzazione di documentari di carattere politico, sociale e letterario. Anche la realtà americana e in particolare quella di New York rientreranno tra i suoi interessi di documentarista. Nel 2016 è uscito il suo primo romanzo Le Otto Montagne che avrebbe avuto molti premi, nel 2017 il Premio Strega, e molte traduzioni. Il racconto, però, sarebbe rimasto il genere letterario preferito dal Cognetti e il tema della giovinezza e del suo difficile rapporto col mondo d’oggi quello più ricorrente.

   Lo scrittore vive tra la città e una baita a duemila metri di altezza. Ha compiuto delle lunghe traversate in montagna e dell’ultima ha fatto l’argomento del romanzo Senza mai arrivare in cima (Viaggio in Himalaya), pubblicato quest’anno dalla Einaudi di Torino. La traversata descritta è stata effettuata in carovana, è avvenuta sull’altopiano di Dolpo, una zona della catena montuosa dell’Himalaya tra il Nepal e il Tibet, l’altezza massima raggiunta è stata di cinquemila metri ed oltre. Con questa impresa Cognetti ha voluto celebrare il suo quarantesimo compleanno. A muoverlo verso questo viaggio, a suscitare la sua curiosità per quelle zone del continente asiatico era stato un libro, Il leopardo delle nevi, pubblicato nel 1978, lo stesso anno della sua nascita, dallo scrittore americano Peter Matthiessen, nato nel 1927 a New York e morto nel 2014 a Sagaponack. Scrittore e naturalista oltre che grande viaggiatore era stato il Matthiessen. Anche lui aveva amato la montagna, ne aveva percorso lunghi tratti e in quell’opera aveva scritto di un viaggio compiuto tra le montagne dell’Himalaya. Cognetti nel suo viaggio porta con sé il libro, lo ha letto più volte e continua a leggerlo la sera prima di dormire quando nella tenda rimane con un suo compagno. Lo legge anche per lui ad alta voce.

   Tra mulattieri, personale specializzato per montare e smontare il campo, guide e viaggiatori, sono circa cinquanta le persone che costituiscono la carovana dello scrittore. Molti sono i muli che trasportano quanto necessario. Si cammina di giorno e si riposa di notte. In tenda Cognetti appunta quanto visto, a volte lo disegna, pensando al libro che ne avrebbe ricavato, quello, cioè, appena pubblicato che si compone, appunto,di scrittura e di disegni. Abile è stato lo scrittore nel rendere, in questolibro, la bellezza di certi paesaggi, nel riportare la particolarità di certi posti completamente ed eternamente disabitati, fatti soltanto di terra, acqua, alberi, erba, animali, e di altri abitati, paesi, villaggi, città, case, strade, alcune allo stato selvaggio, altre raggiunte dal processo di civilizzazione.

  Dal libro del Matthiessen Cognetti molto apprende circa il passato di quei luoghi ma molto pure gli viene dalle guide e inebriato si sente nel venire a contatto con quanto di misterioso, di leggendario era sempre rimasto per lui. Sta assaporando il fascino, l’incanto dei monti più lontani, più alti, dei torrenti più articolati, dei fiumi più lunghi, delle valli più estese, dei laghi più profondi, degli animali più rari, degli abitanti più nascosti, degli usi più primitivi, sta vivendo la meraviglia di un mondo che è ancora intatto, che sempre uguale è rimasto nei secoli e puro, immacolato si offre a chi vi giunge da lontano, a chi non c’era mai stato.

   La storia, il mito, la leggenda, la favola, la religione, la divinità, la vita, la natura: ancora senza confini sono rimaste, ancora non sono state separate, in ognuna ci sono tutte le altre.

  Di questa magia, di questa maestà rende partecipi il libro del Cognetti e lo fa dicendo semplicemente del suo viaggio tra luoghi e tempi che vivono ancora di quella spiritualità, di quella sacralità ovunque smarrite. Lo scrittore col suo viaggio ha scoperto il tesoro nascosto e lo ha offerto a chi lo vuole, lo cerca. Dell’ampiezza, dell’estensione da lui raggiunte partecipa anche chi lo legge. Le sue conoscenze, le sue visioni, i suoi ascolti, i suoi contatti, le sue esperienze diventano anche del lettore. Tutto quanto di quell’Asia visitata trapassa in questi tramite lo scrittore. Non ci si stanca mai di leggere il libro, ci si rammarica quando lo si finisce poiché con esso non si è soltanto saputo, imparato ma si è anche vissuto in modo diverso.

   Chiaro è il linguaggio dell’opera, nessuna complicazione giunge mai a disturbarlo.   Scrittore vero è Cognetti di cose vere!

Writers-Letteratura in Gioco

WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO

ideato da Maria Rosaria Chirulli  illustrazioni di Mario Petrachi
Grafica: Francesco Torricelli
Edizioni Avanguardia 21
Per allievi/e, ragazzi/e da 14 anni in su
Pubblicazione: Novembre 2018
Prezzo euro 30,00
dal 1 dicembre su Amazon

Condividere conoscenze e giocarci, educando ed educandosi a mettere in movimento quel che si sa e quel che non si sa del mondo degli scrittori. Questo è il bello e il buono di un’idea, quella di Writers, capace di creare consenso, permanenza e piacere su quanto si impara a scuola”: è quanto sostiene Roberto Maragliano, già docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento presso l’Università Roma Tre, commentando il gioco da tavolo WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO.

Ideato e realizzato da Maria Rosaria Chirulli con le illustrazioni di Mario Petrachi, WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO è acquistabile via Amazon ed è direttamente in vendita pressonu merose librerie indipendenti pugliesi. 

WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO è pubblicato dalla casa editrice Avanguardia 21, che dal 2011 è impegnata in una convinta operazione di rilancio della cultura d’avanguardia, anche dal punto di vista educativo. 

La presentazione ufficiale di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO, per iniziativa del Presidio del libro, si svolge martedì 18 dicembre 2018 a Martina Franca, dove Maria Rosaria Chirulli vive e insegna. L’incontro prevede un intervento del professor Maragliano che ha accompagnato la genesi di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO. I temi che il gioco permette di mettere in evidenza hanno a che fare con il ruolo che la scuola secondaria svolge nella promozione della lettura dei classici e con la possibilità che questo importantissimo ruolo sia svolto attraverso un’impostazione didattica capace di includere la dimensione ludica e lo spirito collaborativo quali elementi motivanti del processo di apprendimento. 

Il mazzo di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO si compone di 210 carte:

  • 21 riproducono immagine e nome dell’autore/autrice
  • 21 contengono elementi biografici dell’autore/autrice (data, luogo di nascita, segno zodiacale, luogo e data di morte)
  • 21 carte sono jolly
  • 63 presentano aneddoti e curiosità su autori/autrici (tre per ciascuno/a)
  • 84 riportano citazioni tratte dalle opere più note degli autori/autrici (quattro per ciascuno/a)

La confezione di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO include un opuscolo dove sono proposte alcune fondamentali modalità di attuazione del gioco e sono indicate le soluzioni degli abbinamenti fra le carte.

WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO si presenta come un gioco di gruppo versatile, che altresì consente all’animatore di scegliere su quali autori/autrici impostarlo e con quali regole svilupparlo, a seconda del gruppo generale di riferimento e delle squadre che si costituiscono. 

La letteratura, sospesa tra realtà e fantasia, crea mondi e ogni volta li illumina di luce nuova. Entrare in questi mondi giocando può essere uno stimolo per incuriosire e portare i ragazzi, ma anche gli adulti, ad amare i classici. E leggerli”: è quanto sostiene Maria Rosaria Chirulli, cui l’idea è nata in classe, osservando un gruppo di studenti che durante un’ora di sostituzione giocavano a “Tabù”.

In WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO compaiono (in ordine alfabetico!): Dante Alighieri, G. Boccaccio, C. Bukowski, I. Calvino, G. D’Annunzio, G. Deledda, F. Dostoevskij, G. Flaubert, C. Goldoni, E. Hemingway, F. Kafka, G. Leopardi, A. Manzoni, E. Morante, A. Moravia. P.P. Pasolini, L. Pirandello, W. Shakespeare, P.V. Tondelli, G. Ungaretti, G. Verga.


Parole appuntite, parole piumate

INFANZIA E DIGITALE
10 COSE DEL WEB CHE GENITORI E EDUCATORI POSSONO SPIEGARE ANCHE AI PIÙ PICCINI

“PAROLE APPUNTITE, PAROLE PIUMATE”: NASCE IL MANIFESTO DELLA COMUNICAZIONE NON OSTILE PER BAMBINI DAI 3 AI 7 ANNI MESSO IN RIMA DA ANNA SARFATTI, ILLUSTRATO DA NICOLETTA COSTA ED EDITO DA
FRANCO COSIMO PANINI EDITORE

Presentazione in anteprima il 30 novembre a Bari, durante l’evento “Parole a scuola”

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Secondo una ricerca curata nel 2018 dal Centro per la Salute del Bambino onlus e dall’Associazione Culturale Pediatri in Italia, 8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono troppo spesso permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno. Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Piuttosto un monito che sottolinea l’importanza di iniziare sin da subito ad educare i bambini ad un corretto utilizzo degli strumenti digitali. Ecco la ragione che ha spinto l’Associazione Parole O_Stili ad aprirsi anche al mondo dei piccolissimi con la pubblicazione di “Parole appuntite, parole piumate”, il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni che verrà presentato in anteprima a Bari (Fiera del Levante) venerdì 30 novembre durante l’evento “Parole a Scuola”, la giornata di formazione gratuita sul tema delle competenze digitali e dell’ostilità nei linguaggi organizzata dall’Associazione Parole O_Stili, Università Cattolica, Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con MIUR e Corecom Puglia.

Il Manifesto, che avrà la forma di un libretto, è scritto da Anna Sarfatti (tra i suoi libri La Costituzione raccontata ai bambini, Al galoppo sotto le stelle, Chiama il diritto, risponde il dovere, I bambini non vogliono il pizzo. La scuola «Giovanni Falcone e Paolo Borsellino»), illustrato da Nicoletta Costa, ideatrice di Giulio Coniglio ed edito da Franco Cosimo Panini Editore.

“Parole appuntite, parole piumate” sarà uno strumento per genitori ed educatori utile per cominciare da subito a spiegare ai bambini il corretto utilizzo degli strumenti digitali, proprio durante gli anni in cui iniziano i primi approcci ai dispositivi mobili.

“La rete non è un gioco”. “In rete bisogna essere gentili”. “Prima di parlare bisogna pensarci: puoi contare fino a 10!”. “Nessuno ha ragione tutte le volte”. “Ci sono delle parole che fanno ridere e stare bene, come una coccola o un abbraccio”. “Le parole cattive graffiano e fanno male”. “La rete è come un bosco: meglio farsi accompagnare da un grande”. “Qualche volta non si va d’accordo: è normale”.
“Offendere non è divertente”. “Qualche volta è bello stare zitti”. 10 semplici concetti che i genitori e gli educatori possono spiegare anche ai più piccini.

“Parole appuntite, parole piumate” nasce quindi per diventare uno strumento utile all’approccio guidato verso tematiche legate alla presenza nel web affrontando l’argomento in modo ragionato, con un codice linguistico e interpretativo adatto ai più piccini.

Il libretto – che sarà acquistabile sullo store online www.francopaniniragazzi.it a partire dal 30 novembre – verrà illustrato ad una platea di oltre 1.000 insegnanti da Rosy Russo – Ideatrice di Parole O_Stili, Francesco Marino – Responsabile comunicazione di Società Italiana Pediatria, Elisa Maria Colombo – Communication Specialist per Nati per leggere e Centro per la Salute del Bambino onlus, Giovanni Scifoni – Attore e creatore di contenuti video a tema famigliare.

Una delle filastrocche che compongono il libretto:

Nessuno ha sempre ragione
Né il topo, né il leone
Né l’aquila, né il girino
Né il poliziotto, né il bambino.
Il segreto per non sbagliare
è così facile, basta ascoltare.
Meglio non dire parole appuntite
Che a volte lasciano delle ferite,
Meglio cercare parole piumate
Che fanno il solletico e suonano risate.

Ecco i 10 concetti che compongono il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni:

  1. (Virtuale è reale)

La rete non è un gioco. È un posto diverso, ma è tutto vero. E anche in rete ci sono i buoni e i cattivi: bisogna stare attenti!

  1. (Si è ciò che si comunica)

In rete bisogna essere gentili. Dietro le foto ci sono persone come noi. Se dici cose cattive, saranno tristi. O penseranno che sei cattivo.

3.(Le parole danno forma al pensiero)

Prima di parlare bisogna pensarci: puoi contare fino a 10! Così riesci a trovare proprio le parole giuste per dire quello che vuoi.

4.(Prima di parlare bisogna ascoltare)

Nessuno ha ragione tutte le volte. Imparare ad ascoltare è molto bello, perché si capiscono i pensieri degli altri e si diventa amici.

  1. (Le parole sono un ponte)

Ci sono delle parole che fanno ridere e stare bene, come una coccola o un abbraccio. E abbracciarsi con le parole è bellissimo!

  1. (Le parole hanno conseguenze)

Le parole cattive graffiano e fanno male. Se tu fai male a qualcuno con le parole, poi non è più tuo amico. Tante parole belle, tanti amici!

  1. (Condividere è una responsabilità)

La rete è come un bosco: meglio farsi accompagnare da un grande. E non dire mai a nessuno il tuo nome, quanti hanni hai, dove abiti.

  1. (Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare)

Qualche volta non si va d’accordo: è normale. Ma non è normale dire parole cattive a un amico se lui non la pensa come te.

  1. (Gli insulti non sono argomenti)

Offendere non è divertente. Gli altri diventano tristi e arrabbiati. Adesso sei grande e sai parlare: non hai più bisogno di urlare.

  1. (Anche il silenzio comunica)

Qualche volta è bello stare zitti. Quando non sai cosa dire, non dire niente! Troverai il momento giusto per dire la cosa giusta.


V. Shanbhag, Ghachar Ghochar

Di Vivek Shanbhag o di un vero scrittore

di Antonio Stanca

Il romanzo breve Ghachar Ghochar (Irrimediabile imbroglio) è dello scrittore indiano Vivek Shanbhag. Lo scrisse nel 2013 in Kannada, lingua dello stato indiano del Karnataka. Nel 2015 alla prima pubblicazione era seguita in India un’altra in lingua inglese e in questa lingua nel 2017 era stato pubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti. Quest’anno è uscito in Italia per conto della casa editrice Neri Pozza di Vicenza nella traduzione che Margherita Emo ha fatto della versione inglese di Srinath Perur.

Shanbhag è autore di altri romanzi, racconti e pièce teatrali. Ha scritto per riviste letterarie e le sue opere sono state tradotte in molte lingue indiane. Noto è diventato soprattutto come scrittore perché capace si è rivelato d’indagare nell’animo umano, di mettere a nudo i pensieri, i sentimenti più riposti ed ancora perché riesce a combinare la particolare vicenda rappresentata con quanto sta succedendo al suo esterno, con il contesto politico, sociale, economico, culturale indiano, con la storia dell’India. La sua scrittura si muove con molta facilità tra le varie situazioni della narrazione, scorre senza mai risultare appesantita. Dall’inizio alla fine tutto avviene con naturalezza giacché tutto riesce Shanbhag a possedere, a tenere presente, a sistemare, a collocare, a ridurre alle sue intenzioni, ai significati che persegue. E’ questa padronanza, questa sicurezza, la qualità del vero scrittore, è questa scrittura la caratteristica del vero romanzo.

Con questi intenti, con questi mezzi ritroviamo Shanbhag in Ghachar Ghochar, dove attraverso la storia, la vita di una famiglia indiana, attraverso le sue vicende lo scrittore fa vedere quanto avveniva nell’India della fine del secolo scorso, in quell’India nuova che stava vivendo un periodo di notevole sviluppo economico ma nella quale permanevano oscure presenze, loschi intrighi.

E’ considerato il migliore romanzo indiano dell’ultimo decennio e tratta della famiglia del narratore. E’ lui il protagonista che, pur diventato abbastanza adulto, non si è ancora sposato e vive in casa dei genitori insieme alla sorella, che si è separata dal marito, e ad uno zio. Le loro condizioni molto modeste sono durate a lungo e sarà lo zio, fratello del padre del protagonista, a cogliere e sfruttare un’occasione favorevole in un’India che stava emergendo dalla sua millenaria arretratezza. Egli procurerà a tutta la famiglia uno stato di agiatezza tale da permettere che ci si trasferisca dalla periferia in una casa più grande e più comoda del centro urbano, che si viva molto meglio, che si goda di un diffuso benessere. Socio nell’azienda avviata dallo zio è il fratello, il padre del narratore, che usufruisce della metà dei guadagni che ormai sono assicurati.

I giovani, fratello e sorella, saranno gli eredi di tanta ricchezza e perciò con molta attenzione si comportano nei riguardi degli anziani, soprattutto dello zio che, diventato imprenditore, elargisce uno stipendio al nipote senza che svolga alcun lavoro e a condizione che non s’impicci di quanto avviene in fabbrica. E’ una condizione accettata da tutti in famiglia e in casa nessuno parla, nessuno sa con precisione come funziona l’azienda, da dove giungano i materiali necessari, come vengano trattati e rivenduti.

Col tempo succederà che il figlio-nipote narratore, dopo esperienze non riuscite, si fidanzi con Anita, figlia di un professore universitario, si sposi e che i due vadano a vivere nella casa di lui. I due sono molto innamorati, molto felici. Faranno il viaggio di nozze, durante il quale lui si accorgerà che Anita non ha quel carattere remissivo che aveva creduto. Tornati a casa, cominceranno le prime incomprensioni, i primi scontri con i familiari di lui e tra loro. Anita non sopporterà che il marito non abbia una sua indipendenza economica, che non si sia preoccupato di averla, che non lavori né accetterà di stare in una casa dove non si può sapere, non si può parlare, non si può chiedere di certi argomenti. Aveva avuto una formazione completamente diversa, la spontaneità, la franchezza, la chiarezza erano state regole in casa sua, non era vissuta tra segreti, misteri, silenzi, sospetti, dubbi e spesso arriverà a vere battaglie soprattutto con la madre e la sorella del marito. Si sentirà soffocata, neanche il marito le sarà di aiuto nonostante soffra e si disperi per quel che sta accadendo. Anita capirà che c’è del clandestino in casa. Vorrà denunciarlo. Verrà eliminata tramite un finto incidente.

Ad un dramma, ad una tragedia aveva portato quella situazione, niente, nessuno era stato capace di evitarla, niente, nessuno lo poteva fare poiché tutto seguiva regole che andavano rispettate, tutti avevano le loro ragioni.

Tanto, presente e passato, privato e pubblico, persone e cose, anima e corpo, amore e odio, bene e male, vita e morte, è riuscito a far rientrare Shanhbag in un romanzo breve, in una scrittura facile!

V. Bellocchio, La festa nera

Bellocchio, tra realtà e fantasia

di Antonio Stanca

A Giugno di quest’anno è stato pubblicato da Chiarelettere, Milano, il romanzo La festa nera di Violetta Bellocchio, nipote del noto regista cinematografico Marco Bellocchio.

Violetta è nata a Milano nel 1977 e insegna presso la Scuola Holden di Torino. Giornalista, saggista e scrittrice va considerata ché tanti sono i giornali e le riviste con le quali ha collaborato e collabora, tanti i romanzi e racconti che ha scritto. Sua prima opera narrativa è stato il romanzo Sono io che me ne vado del 2009 ma è stato il memoriale Il corpo non dimentica del 2014 a procurarle la notorietà. Seguiranno altri romanzi fino a giungere a quest’ultimo che ha sorpreso perché costituito da una situazione perennemente sospesa tra regola ed eccezione, senso e non senso. E’ diventata una nota della produzione narrativa contemporanea quella di andare oltre i limiti del finito, di percorrere spazi, tempi sconosciuti, di cercare significati insoliti, di creare situazioni prive di chiarezza, di comprensione, di logica. In questa tendenza può essere fatta rientrare l’ultima opera della Bellocchio giacché tratta del viaggio particolare che tre giovani, Nicola, Misha e Alì, compiono nelle zone interne dell’Italia centro-settentrionale col proposito di riprendere, tramite la telecamera, quanto avviene, come si vive in alcune comunità che si sono costituite da tempo annullando ogni rapporto con la precedente vita dei loro membri, con la società alla quale appartenevano. Sono gruppi di persone che hanno scelto di darsi regole diverse da quelle diffuse, di vivere un’altra vita. In verità spesso sono state vittime di gravi sconfitte, di perdite irreparabili e soltanto con una vita completamente diversa hanno creduto di rifarsi di quanto avevano perso o era finito per sempre.

Ma anche i tre viaggiatori, in particolare una delle due ragazze, Misha, sono incorsi nei pericoli della moderna condizione sociale, anche loro hanno intrapreso questo viaggio, si sono proposti questo compito perché convinti di liberarsi dei loro ricordi, delle loro pene tramite la visione, la registrazione di quanto per lo stesso scopo viene fatto dagli altri.

Non riusciranno, tuttavia, ad ottenere tanto ché a situazioni, ambienti, modi di stare, di fare, di pensare ancor più gravi di quelli rifiutati assisteranno, ad una vita che, pur volendosi comunitaria, non ha messo da parte differenze, distanze, ad una società che, pur volendo recuperare i principi, i valori originari, non ha smesso di perseguire quelli attuali, ad un’umanità che, pur rifiutando la crudeltà, la violenza, ha continuato ad usarle.

Due di loro, Nicola e Misha, rimarranno vittime di quanto hanno voluto sapere, vedere, filmare. Alì riuscirà a sfuggire al grave pericolo che da una di quelle comunità deriverà loro. Il ricordo dei compagni la inseguirà sempre, erano stati la sua vita e di questa le sembrerà di essere stata privata.

Fantastico, surreale, inquietante è il romanzo della Bellocchio ma non tanto lontano da quello che in verità può accadere oggi a chi si metta alla ricerca di un’altra vita senza pensare che sarebbe meglio impegnarsi per correggere questa, per restituirle quanto ha perso, per liberarla delle gravi impurità sopraggiunte, per riportarla alla sua funzione di un bene per tutti valido.

Non tanti quanti quelli di ogni comunità ribelle possono essere i modelli di vita ma uno solo e da tutti seguito. Soltanto così, soltanto rimanendo insieme, soltanto proponendosi obiettivi uguali si può pensare di raggiungerli, di migliorare, di progredire. Se, invece, ci si divide e gli obiettivi sono diversi non possono essere considerati un progresso quelli raggiunti da un gruppo ma solo un altro segno della sua differenza dagli altri gruppi.

P. Rumiz, Il Ciclope

Rumiz e la sua ricerca dell’uomo

di Antonio Stanca

Paolo Rumiz è un giornalista e scrittore italiano. Ha settantuno anni, è nato a Trieste nel 1947.

Ha molto viaggiato e molto scritto dei suoi viaggi a volte per conto di giornali quali “Il Piccolo” di Trieste o “la Repubblica” di Roma, altre volte per ricavare opere di narrativa. Molti romanzi sono legati ai suoi viaggi. Uno dei più recenti, intitolato Il Ciclope, risale al 2015. Era stato pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli di Milano che ora lo ha riproposto per la seconda volta nella “Universale Economica”. Nel 2016 l’opera ha ricevuto il Premio Procida- Isola di Arturo- Elsa Morante Sezione Mare.

Il Ciclope non narra di un vero e proprio viaggio ma di una lunga sosta, un mese, vissuta dal Rumiz su un’isola del mare Mediterraneo, della quale non dice il nome e sulla quale è collocato un faro con la sua torre alta, la sua luce potente, tanto da far pensare ad “un ciclope”, ad un gigante con un occhio solo. Il motivo che lo aveva spinto a raggiungere l’isola era stato il desiderio di conoscere quanto avveniva in quella “casa della luce” anche perché solo quella vita c’era sull’isola essendo completamente disabitata. Conoscere, vedere i locali di un faro che ancora funzionava era un’occasione unica per sapere quanto era sempre avvenuto in quelle “torri luminose” che ormai sono quasi completamente scomparse a causa dei moderni sistemi di navigazione dotati di guide e orientamenti del tutto diversi. Nel passato aveva voluto immergersi Rumiz con una permanenza così prolungata sull’“isola del faro”, aveva voluto vedere con quale regolarità, con quanta parsimonia, con quale senso della misura, dell’equilibrio erano vissuti i faristi di ogni tempo essendosi trovati lontani dal mondo, isolati e chiamati a procurarsi il necessario per vivere, a misurarlo, a concepire quei pensieri, quegli interessi che li aiutassero a stare soli. Di tanti casi di faristi, vecchi e nuovi, del Mediterraneo e di altri mari, di tante loro azioni esemplari dice il romanzo che è rivolto a mettere in evidenza, tramite l’esempio dei faristi, quanto il passato sia valso a tenere alti i valori dello spirito, a fare dell’uomo un essere coraggioso, sprezzante del pericolo, a fargli credere che solo il bene andava perseguito perché valeva più di tutto.

I fari erano stati alcuni dei posti dove si potevano trovare esempi di questa umanità che ormai era finita insieme a quelli e ad altri posti.

Il Mediterraneo intero, nota Rumiz, era stato guastato dai tempi moderni che oltre ad averlo inquinato ne avevano fatto un luogo di pericolo, di morte essendo continuamente attraversato da imbarcazioni stracariche di persone delle quali molte spesso non giungevano a riva. Era stato un luogo di scambio, di commerci tra i popoli diversi che su di esso si affacciavano, aveva favorito, promosso la comunicazione tra loro, i suoi fari erano stati dei riferimenti sicuri, erano serviti ai tanti che quel mare avevano attraversato, che su quel mare erano vissuti e la loro fine, constata amaramente Rumiz, rappresentava anche la fine di quel tempo, di quell’epoca, di quell’umanità.

Questo senso di umanità perduta percorre tante altre opere di Rumiz si tratti di servizi, reportage, rubriche per i giornali, documentari per la televisione, film, romanzi. Dai suoi viaggi sono venute le sue opere comprese quelle di narrativa, l’Europa e a volte altri continenti sono state le sue mete, nei modi più diversi, compresi quelli in bicicletta o a piedi, da solo o con qualcun altro, ha viaggiato. In quell’Europa, in quei continenti dove più evidenti erano i segni della fine di un modo di sentire, di pensare, di vivere, di una cultura, di una storia che erano state proprie dell’uomo e non delle macchine che gli sono sopraggiunte, è andato Rumiz.

Un viaggiatore, un giornalista, uno scrittore dei suoi viaggi che non si è mai stancato di cercare le tracce più autentiche dell’azione dell’uomo è stato Rumiz, molti riconoscimenti ha ottenuto per questo suo impegno, per le opere che lo hanno espresso.

Il Ciclope è una di queste e come altre è suggestiva, affascinante poiché continuamente arricchita da richiami, riferimenti che vanno dalla cultura più antica alla più recente, dal mito, dalla favola, dalla leggenda alla storia, alla letteratura, all’arte. Sempre percorso è il romanzo da collegamenti e mai risulta appesantito, sempre capace è di attirare il lettore con le infinite curiosità che gli propone riguardo a luoghi, ambienti, usi, costumi che gli erano rimasti lontani e dei quali Rumiz ha voluto essere il testimone, l’interprete.

E’ stato un suo bisogno quello di viaggiare, di mettersi alla ricerca di quanto dell’uomo andava scomparendo o era già scomparso. Poi lo ha trasformato in un messaggio per gli altri, ne ha fatto il motivo della sua scrittura.

P. Adamo – P. Sollecito, DirCi di Sì

Empatiche Diafonie

di Carlo De Nitti

 

Le relazioni umane e le comunicazioni in cui si sostanziano costituiscono il fulcro del volume di PASQUALE ADAMO e PATRIZIA SOLLECITO, DirCi di Sì, recentemente edito a Bari da WIP Edizioni, prefato da Cenzio Di Zanni, giornalista di vaglia.

Un testo empaticamente diafonico che descrive storie e relazioni tra persone, offrendo loro nuove possibilità. PATRIZIA SOLLECITO disegna situazioni umane con poche eccelse parole che, sapientemente forgiate, generano immagini e scolpiscono condizioni esistenziali. PASQUALE ADAMO offre scelte, svela emozioni, apre possibilità di evoluzione di una realtà che non può che essere aperta. Da mental coach, non prospetta soluzioni predeterminate, “ricette”, ma indice percorsi, sentieri, che, al contrario degli heideggeriani Holzwege, conducono verso la luce del vivere con migliore consapevolezza la loro dimensione di vita.

“E poi gli errori stanno lì per essere vissuti” (p. 17).

“La cura è una forma tenerissima di amore” (.p. 30).

Sono esse due paradigmatiche epigrafi del volume: dirsi/dirci reciprocamente / empaticamente di sì è sempre costruire insieme relazioni positive perché “dare è la migliore forma di comunicazione” (p. 53).

I lettori che, c’è da augurare, saranno tantissimi entrano in contatto con le vite: “in queste pagine risuona un inno all’umanità. Che significa coscienza della propria vulnerabilità”, chiosa Cenzio Di Zanni (p. 9). Scoprire le dimensioni patiche dell’esistenza attraverso la scrittura significa entrare in contatto con il mondo plurale della vita, facendosi carico consapevole dei propri “mali” e delle possibili ”cure”. in una società che censura l’errore, il dolore, la stanchezza, la difformità.

Per tutti, autori e lettori, la letto-scrittura è un metodo efficace per guarire e riscrivere la nostra storia da guariti cicatrizzati” (p. 79), da viandanti apolidi che, par hasard, si incontrano, si accolgono, si dicono di sì, proseguono nei loro cammini so(li)dali, ringraziandosi. Forse.

Il Cubosofico

Il Cubosofico
La “gioia del pensare-filosofare”: una sfida di cittadinanza attiva

di Ada Fiore

Immanuel Kant, nelle pagine finali della Critica della Ragion Pura ha affermato come, a suo avviso, non fosse affatto possibile insegnare la filosofia, poiché si può unicamente insegnare a filosofare.

La filosofia, infatti, costituisce un’interrogazione perenne, suscita problemi, incrementa la domanda, trasmette ai discenti  la capacità di sviluppare una riflessione critica rispetto a contenuti e problemi della realtà.

Partendo da queste considerazioni possiamo dire che l’esercizio al pensare-filosofare, non è solo un problema didattico: esso rappresenta una sfida civile e culturale per incrementare e diffondere la democrazia in un paese. Un autentico spirito di cittadinanza attiva per consentire al  cittadino (o futuro tale) di poter meglio riflettere sulle sue stesse idee, sulle sue scelte, e quindi sulla sua vita.

Sviluppare i talenti della propria ragione,quindi, non vuol dire trasformare ogni studente in un filosofo, ma in un “giovane pensatore”, cioè in uno studente che acquisisce progressivamente il gusto critico per riflettere e pensare in modo autonomo.

Gli strumenti a disposizione per raggiungere tale scopo possono essere tra i più vari.

Industria Filosofica, una casa editrice nata per “costruire pensiero”, nell’ambito delle sue innovazioni didattiche, ha  ideato il CUBOSOFICO, un cubo di cartone contenente su 4 lati  delle attività  nella forma dell’esercizio/gioco, finalizzate ad avviare o sostenere  nei ragazzi la capacità di problematizzazione  e interpretazione critica della realtà.

La filosofia, i suoi autori, i suoi testi, diventano, a sorpresa,  degli interlocutori straordinari grazie ai quali esercitare le giovani menti.

Pensare insieme, pensare sfidando, pensare confrontando, pensare criticando, pensare ascoltando: sono tutte modalità didattiche concentrate nelle attività del cubosofico, che, sulla base dei diversi livelli  di apprendimento, può essere utilizzato nelle varie fasce d’età.

Di seguito l’illustrazione di ogni singola attività e le relative competenze da sviluppare:

Attività n. 1

IL GIOCO DI ARISTOTELE

Scopo : riconoscere il significato specifico delle 12 virtù e individuare le azioni ad esse collegate

Competenze chiave:

  • sviluppare flessibilità nel pensare, capacità di orientamento nel presente, consapevolezza della propria autonomia;

  • acquisire linguaggi specifici

Si gioca in due (o due squadre).

Sul primo lato del cubosofico  sono stampate le definizioni di 12 virtù etiche tratte dall’ Etica Nicomachea di Aristotele:

il coraggio, la bonarietà, il garbo, il pudore, la sincerità,la liberalità, la saggezza,la temperanza, la giustizia, la magnificenza, l’ affabilità, la magnanimità.

A ciascun giocatore ( o squadra) saranno consegnati 2 sacchetti contenenti 48 stecchette di legno .

Su ogni stecchetta è riportata un’azione corrispondente ad una virtù.

(Es. “Non sono un vile” corrisponderà al coraggio; “scelgo ciò che è bene” corrisponderà alla saggezza )

L’esercizio/gioco consisterà nel far corrispondere tutte le 48 stecchette (4  per ogni definizione ) alle singole virtù.

Attività n. 2 .

I PIACERI DI SENECA

Scopo dell’attività : riconoscere il testo corrispondente alla domanda e viceversa

Competenze:

  • individuare e analizzare i problemi di natura filosofica

  • problematizzare le teorie filosofiche  valutandone le capacità di risposta agli interrogativi dell’esistenza individuale e collettiva;

  • mettere in rapporto le conoscenze acquisite con il proprio contesto, per cogliere e analizzare questioni del mondo contemporaneo;

  •  confrontarsi in modo dialettico e critico con gli altri compagni o con altri autori studiati potenziare la capacità di riflessione

  • imparare a  problematizzare

  • esercitare l’arte del pensare come arte del domandare.

Si gioca in gruppo

Sul lato del cubo sono elencati  10  “Piaceri della vita”  corrispondenti  a 10    “Lettere a Lucilio” di Seneca.

Piacere n.1:Coltiva una buona coscienza (Lettera: Vivi come se tutti ti osservassero )

Piacere n 2: Renditi ogni giorno migliore (Lettera Invito alla semplicità)

Piacere n.3: Dai il valore giusto ad ogni giornata (Lettera “L’uso del tempo”)

Piacere n.4: Decidi con saggezza (Lettera “ La vera gioia”)

Piacere n.5: Affronta il tuo destino (Lettera “ Il saggio non si preoccupa del futuro”)

Piacere n. 6: Applica i doveri del vero amico (Lettera “ La vera amicizia”)

Piacere n.7: Ricordati che nessuno può avere tutto (Lettera “E’ ricco chi sa disprezzare le ricchezze”

Piacere n.8 : Sollevati verso il più alto grado di felicità umana (“Lettera La vera nobiltà”)

Piacere n.9: Allena uno spirito equilibrato (Lettera “ La lettura che giova”)

Piacere n.10: Impara ad abituarti al poco (Lettera “Molti nostri bisogni sono artificiali”)

Ogni lettera è stata suddivisa in 10 parti e per ogni parte è stata formulata una domanda.

L’attività consisterà nel far corrispondere la parte del testo scelta con domanda giusta..

Attività n. 3

LIKE: il gioco dei veri amici

Scopo dell’attività: riconoscere i testi dei vari autori

Competenze:

  • conoscenza delle fondamentali posizioni filosofiche

  • acquisizione della capacità di attribuire senso e valore in modo ragionato

  • acquisizione della capacità di riflettere

  • comprensione del testo filosofico e confronto sulle varie teorie.

Like è un gioco di carte analogo al gioco dell’Uno

Il mazzo si compone di 108 carte suddivise in quattro colori (fucsia, arancio, verde, azzurro) e nove argomenti di altrettanti filosofi : Tempo (Sant’Agostino); Amicizia (Aristotele); Amore (Platone); Noia (Schopenhauer); Bellezza (Nietzsche); Giustizia (Platone); Morte (Seneca); Felicità ( Epicuro); Tolleranza ( Voltaire)

Si gioca da due  a 10 giocatori (o squadre) ai quali verranno distribuite sette carte ciascuno.

Per giocare occorrerà scartare la carta con lo stesso argomento.

Prima di giocare sarà possibile  ascoltare  i singoli testi per essere facilitati durante lo svolgimento del gioco .

Attività n. 4 :

KALOPOLIS: la città-mondo bella

Scopo dell’attività: costruire un quadro regolatore globale per salvare il mondo dall’autodistruzione .

Competenze:

  • esercitare l’arte del pensare per problematizzare con l’attualità

  • analizzare, discutere e risolvere problemi complessi con approccio razionale e creativo

  • acquisire strumenti per l’esercizio di una cittadinanza piena e responsabile comprendendo i fondamenti dell’agire individuale e collettivo

  • sviluppare il senso civico  e sperimentare forme di cittadinanza attiva

Si gioca  fino ad un max di 5 giocatori o squadre più un’Autorità politica mondiale (amministratore) che garantirà l’intero processo di gioco.

Le missioni con cui costruire il quadro regolatore globale riguardano:

  • utilizzo delle energie alternative

  • gestione delle risorse forestali e marine. Tutela della biodiversità

  • agricoltura sostenibile e diversificata

  • acqua diritto per tutti

  • vita dignitosa per tutti gli uomini della Terra

Le nazioni e i relativi problemi per ogni continente sono:

  1. OCEANIA

AUSTRALIA: tutela della barriera corallina; POLINESIA: salvaguardia dell’atollo Muroroa; MICRONESIA: tutela della biodiversità; NUOVA ZELANDA: tutela delle specie in via d’estinzione

  1. ASIA

GIAPPONE: controllo della pesca eccessiva; INDIA: denuncia dello sfruttamento dei bambini lavoratori; INDONESIA: deforestazione per coltivazione olio di palma; CINA: denuncia dello sfruttamento dei lavoratori; BANGLADESCH: pratica matrimoni precoci;COREA DEL NORD: esperimenti bomba ad idrogeno

  1. AMERICA

STATI UNITI: utilizzo di pesticidi per le coltivazioni ogm; AMERICA CENTRALE: eccessive concezioni minerarie; BRASILE: deforestazione Amazzonia; CALIFORNIA: siccità; CANADA: estrazione sabbie bituminose

  1. EUROPA

ITALIA: inquinamento atmosfera; GRECIA: discariche illegali  e rifiuti; FRANCIA: denuclearizzazione e introduzione energie alternative; REGNO UNITO: spreco alimentare; DANIMARCA: violenza contro le donne

  1. AFRICA

RWANDA: accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici; ZIMBAWE: miglioramento dell’indice di sviluppo umano; SIERRA LEONE: miglioramento del sistema di prevenzione e di assistenza sanitaria; ERITREA: emigrazione e diritti civili; NIGERIA: gestione del petrolio da parte delle multinazionali.

Nella versione Junior (dai 6 ai12 anni), a   Kalopolis si giocherà per risolvere  i seguenti problemi:

spreco dell’ acqua; inquinamento dell’aria, tutela della  biodiversità, gestione dei  rifiuti, ricerca della  bellezza vivere con il  cuore, recuperare la meraviglia, ridurre lo spreco di cibo, evitare la deforestazione, eliminare i pesticidi.

S. Casati Modignani, Festa di famiglia

Sveva Casati Modignani e il bene del mondo

di Antonio Stanca

E’ uscito a Giugno di quest’anno, nella serie “I Miti” della casa editrice Mondadori di Milano, il romanzo Festa di famiglia della scrittrice milanese Sveva Casati Modignani.

La Modignani ha ottantanni, è nata a Milano nel 1938 e in questa città è sempre vissuta. Vi è rimasta anche dopo la morte del marito, Nullo Cantaroni, avvenuta nel 2004. Sotto il nome della scrittrice si cela quello del marito insieme al quale hanno scritto tanta narrativa. Lei aveva cominciato a scrivere negli anni ’80 dopo una serie di esperienze che erano andate dal lavoro in un ufficio di rappresentanza commerciale a quello presso la Galleria del Naviglio all’altro quale giornalista di costume per il quotidiano “La Notte”. Sarà quest’ultima esperienza a metterla in contatto col mondo dello spettacolo, del cinema, della televisione, con i suoi protagonisti, a farle conoscere cosa avveniva, come si viveva tra loro, quanto importante fosse l’influenza di quel mondo sull’opinione pubblica, sul costume, come servisse a stabilire, a diffondere modi di pensare, di fare che non sempre erano positivi.

Molto tempo avrebbe trascorso la Modignani tra questi impegni finché intorno agli anni ’80 avrebbe cominciato a scrivere di narrativa prima sola e poi col marito.

Fino a Festa di famiglia i temi della sua o della loro produzione sarebbero stati di carattere sentimentale, si sarebbero mostrati sempre volti a far emergere il valore, la funzione del giusto mezzo, dell’equilibrio, a mostrare l’importanza della morale e di tutto quanto è sua espressione, sua manifestazione. In un mondo, in un ambiente che sembrano aver perso quanto fa parte dell’interiorità, la scrittrice ha sempre pensato a come recuperare questa perdita, ha sempre creduto che sia possibile farlo, non ha mai temuto i pericoli, gli ostacoli che si frapponevano nella sua impresa.

Questo impegno, questa lotta contro le avversità è, appunto, quel che avviene nelle sue narrazioni, è la loro trama. In esse la scrittrice mostra sempre minacciata quella dimensione buona, sana, giusta che i suoi personaggi rappresentano, sempre mostra questi impegnati a difenderla e sempre li fa riuscire pur a costo di gravi rinunce o amare sofferenze.

Anche in Festa di famiglia le quattro giovani donne milanesi protagoniste, che sono legate da un rapporto di amicizia molto vecchio e molto sentito, si trovano a volte di fronte a situazioni difficili, a problemi gravi. Esse stanno insieme da molto tempo, da anni si ritrovano nello stesso posto, si confidano su tutto, dividono ogni loro cosa ma ognuna ha la sua vita, il suo lavoro, la sua libertà, la sua indipendenza. Ognuna vive una situazione diversa da quella delle altre, ognuna pensa, fa a modo suo fuori dal gruppo: chi è solo fidanzata, chi convivente, chi madre single, chi in attesa di un figlio. Queste esperienze sono la causa dei loro problemi, l’argomento principale dei loro scambi ogni volta che s’incontrano. Lo fanno sistematicamente, è il loro modo di essere amiche, di stare insieme. E loro è anche il modo sistematico col quale durante tali scambi mostrano di perseguire, di fronte ad ogni problema, la soluzione più vicina al bene, all’amore non soltanto loro ma anche di chi sta con loro. Più ampio, più esteso di una misura soltanto individuale risulta il bene che si prefiggono di raggiungere, per tanti, per tutti vorrebbero che valessero le loro intenzioni, le loro azioni.

Molto letta, molto tradotta è la Modignani: significa che con le sue opere interpreta quel diffuso bisogno di bene che i tempi sembrano aver provocato.

A. Donate, Il club delle lettere segrete

“Il club delle lettere segrete”, un romanzo di Angeles Duarte,
Universale Economica Feltrinelli, 2018

di Mario Coviello

In un periodo in cui le uniche lettere che riceviamo sono le bollette e le comunicazioni, anche se scritte e più o meno lunghe, avvengono in tempo reale, le catene di lettere mi fanno pensare alle cartoline della mia adolescenza, alle lettere d’amore che ho scritto alla mia donna quando per tredici mesi e mezzo ho fatto il servizio militare a Udine alla caserma “ Cavarzerani”. Quando ho vissuto un luglio indimenticabile a Parigi in un’albergo di quart’ordine.

Invece no: pur non rifiutando la modernità — Sara e Rodolfo, due dei personaggi principali comunicano prevalentemente via chat — “Il club delle lettere segrete” il romanzo di Angeles Donate, Universale Economica Feltrinelli che vi consiglio, è un omaggio all’arte di scrivere le lettere. Uno strumento antichissimo, fragile e potente che dovremmo preservare. Le lettere non sono un semplice mezzo di comunicazione o un esercizio di scrittura, bensì “scampoli di vita” che vanno trattati con rispetto, in grado di trasmettere emozioni, dare conforto nei momenti di tristezza, esprimere amore.

L’inverno è arrivato a Porvenir, e ha portato con sé cattive notizie: per mancanza di lettere, l’ufficio postale sta per chiudere e tutto il personale verrà trasferito altrove. Sms, email e whatsapp hanno avuto la meglio persino in questo paesino arroccato tra le montagne. Sara,40 anni, abbandonata dal marito e con tre figli, l’unica postina della zona, è nata e cresciuta a Porvenir e passa molto tempo con la sua vicina Rosa, un’arzilla ottantenne che farebbe qualsiasi cosa pur di non separarsi da lei e risparmiarle un dispiacere. Ma cosa può inventarsi Rosa per evitare che la vita di una delle persone che le stanno più a cuore venga completamente stravolta?

Forse potrebbe scrivere una lettera che rimanda da ben sessant’anni e invitare la persona che la riceverà a fare altrettanto, scrivendo a sua volta a qualcuno. La lettera di Rosa si conclude con la raccomandazione di aiutare Sara. “Come? Semplice, come ho fatto io: scrivi una lettera. Non importa se è lunga o corta, né che sia scritta bene o male. Mandala ad un’altra donna in paese, perché di sicuro lei potrà capire quanto è difficile crescere i figli lontano da casa propria. Anche se non la conosci, condividi con lei pochi minuti della tua vita. Formiamo una catena di parole talmente lunga da arrivare fino in città, e talmente forte che nessuno la potrà spezzare. “ (p. 25)

Pian piano, quel piccolo gesto darà il via a una catena epistolare che coinvolgerà una giovane poetessa decisa a fondare un bookclub nella biblioteca locale, una donna delle pulizie peruviana, la solitaria operatrice di una chat e tanti altri, rimettendo improvvisamente in moto il lavoro di Sara e creando non poco trambusto tra gli abitanti del piccolo borgo. Perché — come ben sanno tutti quelli che sobbalzano davanti alla casella della posta e affondano il naso nella carta per sentirne il profumo — una lettera tira l’altra, come un bacio. E può cambiare il mondo.

Nel romanzo “Il club delle lettere segrete” troverete anche molto sull’amicizia e la virtù preziosa e intrinseca che essa apporta pure tra persone di età lontane, oltre che il valore benefico del ritorno nei luoghi felici dell’infanzia. E ancora le vicissitudini di una poetessa di fama mondiale in incognito a Porvenir perchè da tre anni non riesce a scrivere un solo verso, la creazione del primo book-club locale e l’inizio di due belle storie d’amore, una frutto di seconde possibilità, e quindi ancor più portatrice di speranza.

Di sicuro “Il club delle lettere segrete” è un’ode e un incitamento alla scrittura vecchia maniera, quella con carta e penna .

Tre aggettivi mi vengono in mente per descrivere questo libro: particolare, divertente, commovente. La scrittrice è attenta a non demonizzare la nuova tecnologia e i suoi progressi, e celebra la magia della lettera scritta, l’incanto del foglio bianco che via via si riempie di parole che ci vengono da dentro, lo stupore un po’ infantile che vive il destinatario quando si vede arrivare la busta inaspettata.

Angeles Donate con questa trama riesce a far capire l’immenso potere della comunicazione scritta fra le persone, purchè si tratti di comunicazione vera e sincera, non di parole di “business”, pubblicità o altro. La scrittura consente di far chiarezza verso sé stessi, è la molla per chiarire e raccontare quello che di noi è rimasto invisibile, nascosto, chiuso dentro le facciate e le maschere di ogni giorno. Una lettera, sembra dirci la scrittrice, è molto più di una serie di informazioni: una lettera è l’anima che si esprime, è un disegno di idee, un seme di rinnovamento.

È questo un romanzo che parla di solidarietà, amore, responsabilità e rinascita. Di chi è partito, di chi è rimasto e di chi ritorna.

“Ma invece di scrivere la terza riga, la penna si è animata di vita propria…Le dita non obbediscono più a te, ma alla penna. Corrono leggere e tu diventi un mero spettatore che può solo leggere la scia che lasciano sulla carta”.

Ángeles Doñate è nata a Barcellona, dove vive. Ha studiato giornalismo, collabora con varie riviste e quotidiani e si occupa di comunicazione in ambito sociale. Ha scritto saggi e un libro di viaggio. Feltrinelli ha pubblicato Il club delle lettere segrete (2015) e La posta del cuore della señorita Leo (2018).

A. Dikele DiStefano, Chi sta male non lo dice

Antonio Dikele DiStefano, una voce autentica tra due civiltà

di Antonio Stanca

Antonio Dikele DiStefano è nato a Busto Arsizio nel 1992 da genitori provenienti entrambi dall’Angola. Da bambino e adolescente è vissuto a Ravenna. Suoi primi interessi sono stati quelli della musica. Nel 2015 sono cominciate a comparire sue opere di narrativa. Aveva ventitré anni e poi ha continuato a scrivere mostrandosi rivolto alla rappresentazione di particolari condizioni umane e sociali, dei difficili rapporti che generalmente si verificano tra l’ambiente e le persone diverse che vi giungono da lontano, da altri continenti e che sono costrette ad abitarci, a viverci, dei problemi che i più giovani soffrono nelle famiglie immigrate poiché costretti a stare tra esse e l’esterno, tra i genitori ed i coetanei di altre famiglie.

Sociale, psicologico si potrebbe dire del genere di romanzi del DiStefano e tra questi si potrebbe far rientrare uno degli ultimi, Chi sta male non lo dice. Risale al 2017 ma a Giugno del 2018 è comparsa la prima edizione tascabile nella serie “I Miti” della casa editrice Mondadori di Milano.

Nell’opera l’autore dice della vicenda vissuta da due ragazzi, due adolescenti, Yannick e Ifem, entrambi figli di immigrati ed entrambi studenti di una scuola periferica di un grosso centro urbano italiano.

I due s’innamorano appena si vedono e niente di quanto avverrà tra loro sfuggirà più al DiStefano, ogni particolare del loro rapporto, dei loro pensieri, dei loro sentimenti, delle loro azioni sarà colto dallo scrittore. Sarà come se il romanzo procedesse seguendo i due giovani in ogni loro dire e fare. Succederà così che entrambi si scopriranno in una condizione priva di certezze, entrambi si diranno di essere alla ricerca di qualcosa che colmasse il vuoto del loro animo, le mancanze del loro spirito. Stando insieme crederanno di aver risolto il problema ma questo ritornerà soprattutto per lui, Yannick. Non sarà mai convinto, sicuro di star bene o di poter star bene, di quel che dice, di quel che pensa. Solo all’inizio Ifem sembrerà di aver appagato i suoi bisogni ma basterà poco tempo perché torni a sentirsi insoddisfatto, inquieto come prima. Ifem scoprirà che si droga, neanche lei si sentirà sicura con lui, comincerà a pensare ad altro, si separeranno, si ritroveranno, finirà il loro rapporto come era finito quello dei loro genitori. Per nessuno erano stati possibili dei riferimenti, delle certezze e a questo voleva giungere lo scrittore, a dire di un’umanità persa perché privata di quanto le appartiene, di quanto le serve per sentirsi sicura.

Dalla particolare situazione dei due ragazzi il discorso del DiStefano si estende sempre più, comprende le loro famiglie, i problemi di queste prima che diventassero immigrate e dopo, si trasforma in un confronto tra civiltà diverse, in uno dei problemi attuali più gravi e più discussi senza, però, che sia possibile intravedere una soluzione, senza che si riesca a stabilire come fare per stare meglio. DiStefano è uno scrittore che ha vissuto questi problemi, la sua famiglia, la sua vita non ne sono state libere ed ora ne sta facendo i temi della sua scrittura, che, perciò, risulta una delle più vere, delle più autentiche.

R. Saviano, La paranza dei bambini

“La paranza dei bambini”, un romanzo di Roberto Saviano
Universale Economica Feltrinelli, 2018

 di Mario Coviello

Dieci ragazzini in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Tra social, «roba», canne e frequentazione di locali che ricordano un po’ gli anni Ottanta, “ La paranza dei bambini” di Roberto Saviano che potete acquistare a 9,90 euro con un’altro romanzo sempre della UE Feltrinelli,racconta l’ascesa di una paranza, un gruppo di fuoco legato alla camorra, e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo detto Maraja. Poi ci sono Briato’, Tucano, Dentino, Drago’, Lollipop, Pesce Moscio, Stavodicendo, Drone, Biscottino e Cerino, soprannomi innocui di ragazzi che si muovono tra innocenza e sopraffazione. «Sono bambini, stanno arrivando e vogliono tutto», soprattutto i soldi che «li ha chi se li prende». Per loro giusti e ingiusti, buoni e cattivi sono tutti uguali. La vera distinzione è tra forti e deboli. E nella storia entrano anche i genitori, le madri, come quella di Nicolas che arriva in questura, dopo che il figlio è stato beccato con il «fumo», come «una belva».

«Impegnarsi vale la pena? Lavorare vale la pena? Chi si impegna e chi ha talento davvero prende posti di responsabilità, o si vince solo con furbizia, strategia e tattica? “ Questi sono i ragionamenti che attraversano le periferie del mondo — ha spiegato lo scrittore -. Oggi cosa dice un quattordicenne, quindicenne: cosa vale? Il cash, il denaro. Tutto e subito. Il loro pensiero è: “non raccontiamocela, è impossibile che io possa realizzarmi con le mie forze. Ci sarà sempre un raccomandato, un protetto che ce la farà. E allora meglio sparare prima di essere sparati”.

Appollaiati sui tetti della città, imparano a sparare con pistole semiautomatiche e AK-47 mirando alle parabole e alle antenne, poi scendono per le strade a seminare il terrore in sella ai loro scooter. A poco a poco ottengono il controllo dei quartieri, sottraendoli alle paranze avversarie, stringendo alleanze con vecchi boss in declino.

La paranza è un tipo di pesca che si svolge nelle ore notturne, quelle in cui i pesci abbandonano i fondali e le tane, facilitata dall’uso di grosse lampade che attirano il branco, ingannandolo, guidandolo nel centro delle reti per una più facile cattura. Si pescano così i totani, i cefali, i branzini, le spigole, i piccoli tonni destinati a fare bella mostra di sé sui banchi dei mercati ittici. La parte più magra del bottino della giornata di lavoro, banale e insapore, è data dai pesci piccoli e piccolissimi che rimangono impigliati sul fondo della rete, presi in trappola dal trascinio sui fondali; questi ultimi, cucinati uno per uno non hanno neanche un gusto particolare. Invece preparati in frittura tutti insieme creano una piccola prelibatezza, detta appunto “frittura di paranza”, a riprova una volta di più dell’antico detto “l’unione fa la forza”. Questo accade nella difficile realtà sociale dei quartieri più poveri e degradati di Napoli.

Il romanzo spiega direttamente, meglio di qualsiasi trattato sociopolitico, la malsana influenza, gli scempi e gli abusi della camorra a carico di questo gruppo di dieci ragazzini, nati e cresciuti nei quartieri di Napoli. I dieci bambini, sono come i pesci piccoli sul fondo della rete, presi uno per uno in apparenza non contano granché, in realtà sono comuni ragazzini, con tanto di buono in loro, basti pensare appunto che messi tutti insieme possono dar luogo ad una frittura prelibata, un condensato di innocenza, intelligenza, vitalità e civile consistenza. Come i piccoli pesci sul fondo della rete, sono attirati dalla luce delle paranze: luce che nel caso specifico è il richiamo abbagliante del facile denaro e del potere conseguente. E appunto come falene questa luce li incenerirà portandoli alla rovina: è inevitabile, Saviano ne è consapevole e testimone, con dolorosa amarezza.

Così Roberto Saviano “L’immagine che resta impressa è quella di un ragazzino che sfida un vecchio boss che lo minaccia per lasciare il quartiere. Il ragazzo gli dice: “Per diventare bambino ci ho messo 10 anni, per spararti in faccia ci metto un secondo”. Raccontiamo ragazzini criminali, che prendono per la prima volta nella storia il potere colmando lo spazio vuoto dei boss in carcere o latitanza. Quindicenni in grado di gestire il narcotraffico che smuove milioni di euro e che sono capaci di uccidere a sangue freddo, eppure dormono ancora nella loro stanzetta accanto ai genitori”.

Per raccontare questi adolescenti armati, quindicenni che non temono il carcere né la morte, Saviano ha seguito il metodo di Franco Rosi nel film `Le mani sulla città´ dove, come spiega lo stesso autore nella nota che chiude il libro, «personaggi e fatti narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce».

Da pag 18 del libro si legge:«Forcella è materia di Storia. Materia di carne secolare. Materia viva. Sta lì, nelle rughe dei vicoli che la segnano come una faccia sbattuta dal vento, il senso di quel nome. Forcella. Una andata e una biforcazione. Un’incognita, che ti segnala sempre da dove partire, ma mai dove si arriva, e se si arriva. Una strada simbolo. Di morte e resurrezione. Ti accoglie con il ritratto immenso di san Gennaro dipinto su un muro, che dalla facciata di una casa ti osserva entrare, e con i suoi occhi che tutto comprendono ti ricorda che non è mai tardi per risollevarsi, che la distruzione, come la lava, si può fermare…… A Forcella anche le pietre sono vive, anche loro respirano. I palazzi sono attaccati ai palazzi, i balconi si baciano davvero a Forcella. E con passione. Anche quando ci passa in mezzo una strada. E se non sono i fili del bucato che li tengono uniti, sono le voci che si stringono la mano, che si chiamano per dirsi che quello che passa sotto non è asfalto ma un fiume attraversato da ponti invisibili. Ogni volta che Nicolas a Forcella passava davanti al Cippo provava la stessa allegria. Si ricordava di quando, due anni prima, ma parevano secoli, erano andati a rubare l’albero di Natale in galleria Umberto e lo avevano portato lì, dritto dritto, con tutte le sue palline lucenti, che lucenti non erano più dato che non c’era corrente ad alimentarle. Così si era fatto notare da Letizia, che uscendo di casa la mattina dell’Antivigilia e voltando l’angolo aveva visto apparire la punta, come in quelle fiabe in cui semini la sera e quando il sole sorge, opla’, ecco che è cresciuto un albero che tocca il cielo. Quel giorno lei l’aveva baciato».

Alberto Asor Rosa su Repubblica ha scritto:«In Saviano, ad onta della sua fama di polemista e di “denunciatore, la natura prevalente è quella del narratore. Qualunque cosa Saviano dica o denunzi, lui innanzi tutto la racconta. Il suo genio naturale è questo. “La paranza dei bambini” lo ri-dimostra eloquentemente.»

Nell’inserto domenicale del Corriere della Sera “ La Lettura” leggiamo «Con questo romanzo, adda murì mammà, Saviano ha “scassato i ciessi!”, ha spaccato tutto.»

D. Robasto, Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola

Daniela Robasto, Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola. Metodi e indicazioni operative, Roma, Carocci, 2017, 143pp.

Più grande è il senso di appartenenza, maggiori sono le possibilità di successo (p. 25)

Daniela Robasto, ricercatrice in Pedagogia Sperimentale dell’Università degli Studi di Parma e vincitrice del Premio Italiano di Pedagogia nel 2017, nel libro Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola. Metodi e indicazioni operative (Roma, Carocci, 2017, 143pp.) indaga la spinta innovativa introdotta dal D.P.R. 80/2013, ne coglie aspetti concreti ricavati da un’analisi di 150 Rapporti di Autovalutazione (estratti casualmente dal portale “Scuola in chiaro”) e di 100 Piani di Miglioramento (di cui 71 correlati ai RAV esaminati nella prima ricerca e 26 tratti liberamente dal siti web delle scuole), propone la strada per la stesura di un RAV e di un PdM di qualità. Com’è noto, il fine ultimo dell’intero processo coincide con il miglioramento dei risultati di apprendimento e, più in generale, con il successo formativo di alunni e studenti.

Il lettore di riferimento è il docente comune che deve formarsi in relazione all’impegno verso l’autovalutazione e il miglioramento dell’istituzione scolastica. Concetti chiave, che vengono chiariti ed esemplificati, sono tra l’altro quelli di ‘obiettivo di processo’, di ‘piano di formazione’, di ‘bisogno formativo’, di ‘coerenza tra obiettivi e azioni’, di ‘esito atteso’ e di ‘finalità’.

L’autrice passa in rassegna le caratteristiche di una serie di strumenti di rilevazione dei dati per il monitoraggio del PdM che vanno da questionari molto strutturati a tecniche con basso grado di strutturazione (interviste, brainstorming, focus group, analisi swot, scala delle priorità obbligate). Invita poi a non abbandonare i dati alla carta ma ad analizzarli (in questo consiglia di utilizzare fogli di calcolo o questionari online – costruiti, per esempio, con Google Moduli – che consentono di filtrare le informazioni).

Il suggerimento che viene dato nel capitolo conclusivo è quello di raccordare il senso del cambiamento con quello dell’apprendimento, questo per permettere agli insegnanti di non perdere mai di vista il processo: “il cambiamento di un’organizzazione non può che passare per l’apprendimento delle persone che nell’organizzazione vi operano” (pp. 113-114) consolidando e supportando il nesso – anche provocatorio, ma di certo fondante del sistema-scuola – tra obiettivo di processo e obiettivo di apprendimento. Lo sforzo dell’apprendimento deve essere accettato da tutti, fuggendo dalla tentazione di rifugiarsi nel ‘basso continuo’ (indagine talis 2013 citata a p.38) di una professione docente che tende rigenerarsi più in contesti informali e legati al quotidiano che in contesti formativi che permettano di cogliere feedback sulla propria azione didattica, oltre che a calibrare la formazione rispetto alle necessità dell’istituzione scolastica di appartenenza. Palese appare la spinta ad abbandonare l’idea di affidare l’autovalutazione e la redazione del PdM a personale esterno delegando all’esterno il compito invece di sviluppare valore aggiunto all’interno dell’organizzazione.
Dopo un’analisi attenta del modello di Kirkpatrick in relazione alla formazione del personale, la studiosa consiglia, infine, di raccordare formazione continua e miglioramento scolastico e fornisce una serie di quesiti metodologici che rappresentano una traccia propedeutica alla rilettura del RAV e alla pianificazione del cambiamento visto come parte integrante del ciclo “autovalutazione-formazione- cambiamento-miglioramento”.

Il percorso, per gradi e attraverso domande-stimolo, conduce il lettore a pensare a “cosa le persone che operano nella scuola dovrebbero apprendere per poter migliorare l’organizzazione scolastica” (pp. 18-19) e consente pure di prefigurare le strade in cui quando “il piano si sposta nella concretezza dei comportamenti (e quindi anche sull’eventuale cambiamento del comportamento) allora emergono tutte le resistenze al cambiamento che fino ad allora erano rimaste latenti” (p. 69); stimola così a riflettere e, ad un tempo, ad apprendere come agire in modo differente.

Emerge, in controluce, la necessità della diffusione di una cultura dell’evidenza (sulla scorta dell’Evidence Based Education diffusa in Italia, tra l’altro, da Calvani e Vivanet e dalla società scientifica SAPIE – Società per l’Apprendimento e l’Istruzione informati da Evidenza) che possa guidare le scuole verso un miglioramento consapevole e mosso dall’autoriflessione dei singoli attori coinvolti e aiutare il personale a individuare, passo dopo passo, i propri obiettivi sia sul piano formativo, sia sul fronte della didattica che su quello del cambiamento organizzativo. Gli spunti offerti possono essere utili in un momento che vede le scuole orientarsi verso la Rendicontazione sociale del ciclo 2014-2019 e, ad un tempo, preparare la redazione del PTOF 2019-2022.

Laura Nascimben