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A. Donate, Il club delle lettere segrete

“Il club delle lettere segrete”, un romanzo di Angeles Duarte,
Universale Economica Feltrinelli, 2018

di Mario Coviello

In un periodo in cui le uniche lettere che riceviamo sono le bollette e le comunicazioni, anche se scritte e più o meno lunghe, avvengono in tempo reale, le catene di lettere mi fanno pensare alle cartoline della mia adolescenza, alle lettere d’amore che ho scritto alla mia donna quando per tredici mesi e mezzo ho fatto il servizio militare a Udine alla caserma “ Cavarzerani”. Quando ho vissuto un luglio indimenticabile a Parigi in un’albergo di quart’ordine.

Invece no: pur non rifiutando la modernità — Sara e Rodolfo, due dei personaggi principali comunicano prevalentemente via chat — “Il club delle lettere segrete” il romanzo di Angeles Donate, Universale Economica Feltrinelli che vi consiglio, è un omaggio all’arte di scrivere le lettere. Uno strumento antichissimo, fragile e potente che dovremmo preservare. Le lettere non sono un semplice mezzo di comunicazione o un esercizio di scrittura, bensì “scampoli di vita” che vanno trattati con rispetto, in grado di trasmettere emozioni, dare conforto nei momenti di tristezza, esprimere amore.

L’inverno è arrivato a Porvenir, e ha portato con sé cattive notizie: per mancanza di lettere, l’ufficio postale sta per chiudere e tutto il personale verrà trasferito altrove. Sms, email e whatsapp hanno avuto la meglio persino in questo paesino arroccato tra le montagne. Sara,40 anni, abbandonata dal marito e con tre figli, l’unica postina della zona, è nata e cresciuta a Porvenir e passa molto tempo con la sua vicina Rosa, un’arzilla ottantenne che farebbe qualsiasi cosa pur di non separarsi da lei e risparmiarle un dispiacere. Ma cosa può inventarsi Rosa per evitare che la vita di una delle persone che le stanno più a cuore venga completamente stravolta?

Forse potrebbe scrivere una lettera che rimanda da ben sessant’anni e invitare la persona che la riceverà a fare altrettanto, scrivendo a sua volta a qualcuno. La lettera di Rosa si conclude con la raccomandazione di aiutare Sara. “Come? Semplice, come ho fatto io: scrivi una lettera. Non importa se è lunga o corta, né che sia scritta bene o male. Mandala ad un’altra donna in paese, perché di sicuro lei potrà capire quanto è difficile crescere i figli lontano da casa propria. Anche se non la conosci, condividi con lei pochi minuti della tua vita. Formiamo una catena di parole talmente lunga da arrivare fino in città, e talmente forte che nessuno la potrà spezzare. “ (p. 25)

Pian piano, quel piccolo gesto darà il via a una catena epistolare che coinvolgerà una giovane poetessa decisa a fondare un bookclub nella biblioteca locale, una donna delle pulizie peruviana, la solitaria operatrice di una chat e tanti altri, rimettendo improvvisamente in moto il lavoro di Sara e creando non poco trambusto tra gli abitanti del piccolo borgo. Perché — come ben sanno tutti quelli che sobbalzano davanti alla casella della posta e affondano il naso nella carta per sentirne il profumo — una lettera tira l’altra, come un bacio. E può cambiare il mondo.

Nel romanzo “Il club delle lettere segrete” troverete anche molto sull’amicizia e la virtù preziosa e intrinseca che essa apporta pure tra persone di età lontane, oltre che il valore benefico del ritorno nei luoghi felici dell’infanzia. E ancora le vicissitudini di una poetessa di fama mondiale in incognito a Porvenir perchè da tre anni non riesce a scrivere un solo verso, la creazione del primo book-club locale e l’inizio di due belle storie d’amore, una frutto di seconde possibilità, e quindi ancor più portatrice di speranza.

Di sicuro “Il club delle lettere segrete” è un’ode e un incitamento alla scrittura vecchia maniera, quella con carta e penna .

Tre aggettivi mi vengono in mente per descrivere questo libro: particolare, divertente, commovente. La scrittrice è attenta a non demonizzare la nuova tecnologia e i suoi progressi, e celebra la magia della lettera scritta, l’incanto del foglio bianco che via via si riempie di parole che ci vengono da dentro, lo stupore un po’ infantile che vive il destinatario quando si vede arrivare la busta inaspettata.

Angeles Donate con questa trama riesce a far capire l’immenso potere della comunicazione scritta fra le persone, purchè si tratti di comunicazione vera e sincera, non di parole di “business”, pubblicità o altro. La scrittura consente di far chiarezza verso sé stessi, è la molla per chiarire e raccontare quello che di noi è rimasto invisibile, nascosto, chiuso dentro le facciate e le maschere di ogni giorno. Una lettera, sembra dirci la scrittrice, è molto più di una serie di informazioni: una lettera è l’anima che si esprime, è un disegno di idee, un seme di rinnovamento.

È questo un romanzo che parla di solidarietà, amore, responsabilità e rinascita. Di chi è partito, di chi è rimasto e di chi ritorna.

“Ma invece di scrivere la terza riga, la penna si è animata di vita propria…Le dita non obbediscono più a te, ma alla penna. Corrono leggere e tu diventi un mero spettatore che può solo leggere la scia che lasciano sulla carta”.

Ángeles Doñate è nata a Barcellona, dove vive. Ha studiato giornalismo, collabora con varie riviste e quotidiani e si occupa di comunicazione in ambito sociale. Ha scritto saggi e un libro di viaggio. Feltrinelli ha pubblicato Il club delle lettere segrete (2015) e La posta del cuore della señorita Leo (2018).

A. Dikele DiStefano, Chi sta male non lo dice

Antonio Dikele DiStefano, una voce autentica tra due civiltà

di Antonio Stanca

Antonio Dikele DiStefano è nato a Busto Arsizio nel 1992 da genitori provenienti entrambi dall’Angola. Da bambino e adolescente è vissuto a Ravenna. Suoi primi interessi sono stati quelli della musica. Nel 2015 sono cominciate a comparire sue opere di narrativa. Aveva ventitré anni e poi ha continuato a scrivere mostrandosi rivolto alla rappresentazione di particolari condizioni umane e sociali, dei difficili rapporti che generalmente si verificano tra l’ambiente e le persone diverse che vi giungono da lontano, da altri continenti e che sono costrette ad abitarci, a viverci, dei problemi che i più giovani soffrono nelle famiglie immigrate poiché costretti a stare tra esse e l’esterno, tra i genitori ed i coetanei di altre famiglie.

Sociale, psicologico si potrebbe dire del genere di romanzi del DiStefano e tra questi si potrebbe far rientrare uno degli ultimi, Chi sta male non lo dice. Risale al 2017 ma a Giugno del 2018 è comparsa la prima edizione tascabile nella serie “I Miti” della casa editrice Mondadori di Milano.

Nell’opera l’autore dice della vicenda vissuta da due ragazzi, due adolescenti, Yannick e Ifem, entrambi figli di immigrati ed entrambi studenti di una scuola periferica di un grosso centro urbano italiano.

I due s’innamorano appena si vedono e niente di quanto avverrà tra loro sfuggirà più al DiStefano, ogni particolare del loro rapporto, dei loro pensieri, dei loro sentimenti, delle loro azioni sarà colto dallo scrittore. Sarà come se il romanzo procedesse seguendo i due giovani in ogni loro dire e fare. Succederà così che entrambi si scopriranno in una condizione priva di certezze, entrambi si diranno di essere alla ricerca di qualcosa che colmasse il vuoto del loro animo, le mancanze del loro spirito. Stando insieme crederanno di aver risolto il problema ma questo ritornerà soprattutto per lui, Yannick. Non sarà mai convinto, sicuro di star bene o di poter star bene, di quel che dice, di quel che pensa. Solo all’inizio Ifem sembrerà di aver appagato i suoi bisogni ma basterà poco tempo perché torni a sentirsi insoddisfatto, inquieto come prima. Ifem scoprirà che si droga, neanche lei si sentirà sicura con lui, comincerà a pensare ad altro, si separeranno, si ritroveranno, finirà il loro rapporto come era finito quello dei loro genitori. Per nessuno erano stati possibili dei riferimenti, delle certezze e a questo voleva giungere lo scrittore, a dire di un’umanità persa perché privata di quanto le appartiene, di quanto le serve per sentirsi sicura.

Dalla particolare situazione dei due ragazzi il discorso del DiStefano si estende sempre più, comprende le loro famiglie, i problemi di queste prima che diventassero immigrate e dopo, si trasforma in un confronto tra civiltà diverse, in uno dei problemi attuali più gravi e più discussi senza, però, che sia possibile intravedere una soluzione, senza che si riesca a stabilire come fare per stare meglio. DiStefano è uno scrittore che ha vissuto questi problemi, la sua famiglia, la sua vita non ne sono state libere ed ora ne sta facendo i temi della sua scrittura, che, perciò, risulta una delle più vere, delle più autentiche.

R. Saviano, La paranza dei bambini

“La paranza dei bambini”, un romanzo di Roberto Saviano
Universale Economica Feltrinelli, 2018

 di Mario Coviello

Dieci ragazzini in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Tra social, «roba», canne e frequentazione di locali che ricordano un po’ gli anni Ottanta, “ La paranza dei bambini” di Roberto Saviano che potete acquistare a 9,90 euro con un’altro romanzo sempre della UE Feltrinelli,racconta l’ascesa di una paranza, un gruppo di fuoco legato alla camorra, e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo detto Maraja. Poi ci sono Briato’, Tucano, Dentino, Drago’, Lollipop, Pesce Moscio, Stavodicendo, Drone, Biscottino e Cerino, soprannomi innocui di ragazzi che si muovono tra innocenza e sopraffazione. «Sono bambini, stanno arrivando e vogliono tutto», soprattutto i soldi che «li ha chi se li prende». Per loro giusti e ingiusti, buoni e cattivi sono tutti uguali. La vera distinzione è tra forti e deboli. E nella storia entrano anche i genitori, le madri, come quella di Nicolas che arriva in questura, dopo che il figlio è stato beccato con il «fumo», come «una belva».

«Impegnarsi vale la pena? Lavorare vale la pena? Chi si impegna e chi ha talento davvero prende posti di responsabilità, o si vince solo con furbizia, strategia e tattica? “ Questi sono i ragionamenti che attraversano le periferie del mondo — ha spiegato lo scrittore -. Oggi cosa dice un quattordicenne, quindicenne: cosa vale? Il cash, il denaro. Tutto e subito. Il loro pensiero è: “non raccontiamocela, è impossibile che io possa realizzarmi con le mie forze. Ci sarà sempre un raccomandato, un protetto che ce la farà. E allora meglio sparare prima di essere sparati”.

Appollaiati sui tetti della città, imparano a sparare con pistole semiautomatiche e AK-47 mirando alle parabole e alle antenne, poi scendono per le strade a seminare il terrore in sella ai loro scooter. A poco a poco ottengono il controllo dei quartieri, sottraendoli alle paranze avversarie, stringendo alleanze con vecchi boss in declino.

La paranza è un tipo di pesca che si svolge nelle ore notturne, quelle in cui i pesci abbandonano i fondali e le tane, facilitata dall’uso di grosse lampade che attirano il branco, ingannandolo, guidandolo nel centro delle reti per una più facile cattura. Si pescano così i totani, i cefali, i branzini, le spigole, i piccoli tonni destinati a fare bella mostra di sé sui banchi dei mercati ittici. La parte più magra del bottino della giornata di lavoro, banale e insapore, è data dai pesci piccoli e piccolissimi che rimangono impigliati sul fondo della rete, presi in trappola dal trascinio sui fondali; questi ultimi, cucinati uno per uno non hanno neanche un gusto particolare. Invece preparati in frittura tutti insieme creano una piccola prelibatezza, detta appunto “frittura di paranza”, a riprova una volta di più dell’antico detto “l’unione fa la forza”. Questo accade nella difficile realtà sociale dei quartieri più poveri e degradati di Napoli.

Il romanzo spiega direttamente, meglio di qualsiasi trattato sociopolitico, la malsana influenza, gli scempi e gli abusi della camorra a carico di questo gruppo di dieci ragazzini, nati e cresciuti nei quartieri di Napoli. I dieci bambini, sono come i pesci piccoli sul fondo della rete, presi uno per uno in apparenza non contano granché, in realtà sono comuni ragazzini, con tanto di buono in loro, basti pensare appunto che messi tutti insieme possono dar luogo ad una frittura prelibata, un condensato di innocenza, intelligenza, vitalità e civile consistenza. Come i piccoli pesci sul fondo della rete, sono attirati dalla luce delle paranze: luce che nel caso specifico è il richiamo abbagliante del facile denaro e del potere conseguente. E appunto come falene questa luce li incenerirà portandoli alla rovina: è inevitabile, Saviano ne è consapevole e testimone, con dolorosa amarezza.

Così Roberto Saviano “L’immagine che resta impressa è quella di un ragazzino che sfida un vecchio boss che lo minaccia per lasciare il quartiere. Il ragazzo gli dice: “Per diventare bambino ci ho messo 10 anni, per spararti in faccia ci metto un secondo”. Raccontiamo ragazzini criminali, che prendono per la prima volta nella storia il potere colmando lo spazio vuoto dei boss in carcere o latitanza. Quindicenni in grado di gestire il narcotraffico che smuove milioni di euro e che sono capaci di uccidere a sangue freddo, eppure dormono ancora nella loro stanzetta accanto ai genitori”.

Per raccontare questi adolescenti armati, quindicenni che non temono il carcere né la morte, Saviano ha seguito il metodo di Franco Rosi nel film `Le mani sulla città´ dove, come spiega lo stesso autore nella nota che chiude il libro, «personaggi e fatti narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce».

Da pag 18 del libro si legge:«Forcella è materia di Storia. Materia di carne secolare. Materia viva. Sta lì, nelle rughe dei vicoli che la segnano come una faccia sbattuta dal vento, il senso di quel nome. Forcella. Una andata e una biforcazione. Un’incognita, che ti segnala sempre da dove partire, ma mai dove si arriva, e se si arriva. Una strada simbolo. Di morte e resurrezione. Ti accoglie con il ritratto immenso di san Gennaro dipinto su un muro, che dalla facciata di una casa ti osserva entrare, e con i suoi occhi che tutto comprendono ti ricorda che non è mai tardi per risollevarsi, che la distruzione, come la lava, si può fermare…… A Forcella anche le pietre sono vive, anche loro respirano. I palazzi sono attaccati ai palazzi, i balconi si baciano davvero a Forcella. E con passione. Anche quando ci passa in mezzo una strada. E se non sono i fili del bucato che li tengono uniti, sono le voci che si stringono la mano, che si chiamano per dirsi che quello che passa sotto non è asfalto ma un fiume attraversato da ponti invisibili. Ogni volta che Nicolas a Forcella passava davanti al Cippo provava la stessa allegria. Si ricordava di quando, due anni prima, ma parevano secoli, erano andati a rubare l’albero di Natale in galleria Umberto e lo avevano portato lì, dritto dritto, con tutte le sue palline lucenti, che lucenti non erano più dato che non c’era corrente ad alimentarle. Così si era fatto notare da Letizia, che uscendo di casa la mattina dell’Antivigilia e voltando l’angolo aveva visto apparire la punta, come in quelle fiabe in cui semini la sera e quando il sole sorge, opla’, ecco che è cresciuto un albero che tocca il cielo. Quel giorno lei l’aveva baciato».

Alberto Asor Rosa su Repubblica ha scritto:«In Saviano, ad onta della sua fama di polemista e di “denunciatore, la natura prevalente è quella del narratore. Qualunque cosa Saviano dica o denunzi, lui innanzi tutto la racconta. Il suo genio naturale è questo. “La paranza dei bambini” lo ri-dimostra eloquentemente.»

Nell’inserto domenicale del Corriere della Sera “ La Lettura” leggiamo «Con questo romanzo, adda murì mammà, Saviano ha “scassato i ciessi!”, ha spaccato tutto.»

D. Robasto, Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola

Daniela Robasto, Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola. Metodi e indicazioni operative, Roma, Carocci, 2017, 143pp.

Più grande è il senso di appartenenza, maggiori sono le possibilità di successo (p. 25)

Daniela Robasto, ricercatrice in Pedagogia Sperimentale dell’Università degli Studi di Parma e vincitrice del Premio Italiano di Pedagogia nel 2017, nel libro Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola. Metodi e indicazioni operative (Roma, Carocci, 2017, 143pp.) indaga la spinta innovativa introdotta dal D.P.R. 80/2013, ne coglie aspetti concreti ricavati da un’analisi di 150 Rapporti di Autovalutazione (estratti casualmente dal portale “Scuola in chiaro”) e di 100 Piani di Miglioramento (di cui 71 correlati ai RAV esaminati nella prima ricerca e 26 tratti liberamente dal siti web delle scuole), propone la strada per la stesura di un RAV e di un PdM di qualità. Com’è noto, il fine ultimo dell’intero processo coincide con il miglioramento dei risultati di apprendimento e, più in generale, con il successo formativo di alunni e studenti.

Il lettore di riferimento è il docente comune che deve formarsi in relazione all’impegno verso l’autovalutazione e il miglioramento dell’istituzione scolastica. Concetti chiave, che vengono chiariti ed esemplificati, sono tra l’altro quelli di ‘obiettivo di processo’, di ‘piano di formazione’, di ‘bisogno formativo’, di ‘coerenza tra obiettivi e azioni’, di ‘esito atteso’ e di ‘finalità’.

L’autrice passa in rassegna le caratteristiche di una serie di strumenti di rilevazione dei dati per il monitoraggio del PdM che vanno da questionari molto strutturati a tecniche con basso grado di strutturazione (interviste, brainstorming, focus group, analisi swot, scala delle priorità obbligate). Invita poi a non abbandonare i dati alla carta ma ad analizzarli (in questo consiglia di utilizzare fogli di calcolo o questionari online – costruiti, per esempio, con Google Moduli – che consentono di filtrare le informazioni).

Il suggerimento che viene dato nel capitolo conclusivo è quello di raccordare il senso del cambiamento con quello dell’apprendimento, questo per permettere agli insegnanti di non perdere mai di vista il processo: “il cambiamento di un’organizzazione non può che passare per l’apprendimento delle persone che nell’organizzazione vi operano” (pp. 113-114) consolidando e supportando il nesso – anche provocatorio, ma di certo fondante del sistema-scuola – tra obiettivo di processo e obiettivo di apprendimento. Lo sforzo dell’apprendimento deve essere accettato da tutti, fuggendo dalla tentazione di rifugiarsi nel ‘basso continuo’ (indagine talis 2013 citata a p.38) di una professione docente che tende rigenerarsi più in contesti informali e legati al quotidiano che in contesti formativi che permettano di cogliere feedback sulla propria azione didattica, oltre che a calibrare la formazione rispetto alle necessità dell’istituzione scolastica di appartenenza. Palese appare la spinta ad abbandonare l’idea di affidare l’autovalutazione e la redazione del PdM a personale esterno delegando all’esterno il compito invece di sviluppare valore aggiunto all’interno dell’organizzazione.
Dopo un’analisi attenta del modello di Kirkpatrick in relazione alla formazione del personale, la studiosa consiglia, infine, di raccordare formazione continua e miglioramento scolastico e fornisce una serie di quesiti metodologici che rappresentano una traccia propedeutica alla rilettura del RAV e alla pianificazione del cambiamento visto come parte integrante del ciclo “autovalutazione-formazione- cambiamento-miglioramento”.

Il percorso, per gradi e attraverso domande-stimolo, conduce il lettore a pensare a “cosa le persone che operano nella scuola dovrebbero apprendere per poter migliorare l’organizzazione scolastica” (pp. 18-19) e consente pure di prefigurare le strade in cui quando “il piano si sposta nella concretezza dei comportamenti (e quindi anche sull’eventuale cambiamento del comportamento) allora emergono tutte le resistenze al cambiamento che fino ad allora erano rimaste latenti” (p. 69); stimola così a riflettere e, ad un tempo, ad apprendere come agire in modo differente.

Emerge, in controluce, la necessità della diffusione di una cultura dell’evidenza (sulla scorta dell’Evidence Based Education diffusa in Italia, tra l’altro, da Calvani e Vivanet e dalla società scientifica SAPIE – Società per l’Apprendimento e l’Istruzione informati da Evidenza) che possa guidare le scuole verso un miglioramento consapevole e mosso dall’autoriflessione dei singoli attori coinvolti e aiutare il personale a individuare, passo dopo passo, i propri obiettivi sia sul piano formativo, sia sul fronte della didattica che su quello del cambiamento organizzativo. Gli spunti offerti possono essere utili in un momento che vede le scuole orientarsi verso la Rendicontazione sociale del ciclo 2014-2019 e, ad un tempo, preparare la redazione del PTOF 2019-2022.

Laura Nascimben

G. Sacchi, L’innovazione scolastica a Piacenza

Giancarlo Sacchi, L’innovazione scolastica a Piacenza

Edizioni “Scritture”
Anno: 2018
Collana: Uomini E Luoghi
Pagine: 304
Prezzo: 18,00 Euro
ISBN: 978-88-89864-77-7

L’Innovazione scolastica a  Piacenza documenta i cambiamenti avvenuti nel sistema scolastico dell’ultimo quarto del secolo scorso, con particolare riferimento alle scuole piacentine ed alle loro iniziative di sperimentazione.

Si affronta il dibattito sull’innovazione,  entrando nel merito delle proposte formulate dai vari movimenti politici e culturali di quel periodo e le loro influenze sulle scuole. Vengono passati in rassegna i progetti sperimentali elaborati dalle realtà scolastiche piacentine e le loro  modalità di partecipazione al cambiamento. Sono stati quindi raccolti alcuni articoli dell’autore pubblicati sul quotidiano di Piacenza Libertà inerenti le diverse problematiche affrontate nel mondo scolastico locale. La conclusione costituisce  una riflessione sulle riforme del sistema scolastico.

Il lettore ha modo di ripercorrere i principali motivi inerenti  il più significativo movimento riformatore della scuola nell’ultimo novecento, in relazione ad un profondo mutamento sociale. Si può vedere come direttamente o indirettamente sono state influenzate le scuole piacentine nei loro processi innovativi. Un contributo di approfondimento sui principali problemi che interessano il sistema scolastico e le sue prospettive future ci auguriamo possa riprendere un proficuo dibattito sulla politica scolastica che sembra essere stato abbandonato.

AA.VV., Camilleri sono

È a uno tra i più grandi scrittori italiani a cavallo degli ultimi due secoli, Andrea Camilleri, che MicroMega ha deciso di dedicare il quinto numero dell’anno, in edicola, libreria, ebook e iPad da giovedì 26 luglio.

Un omaggio al bardo novantatreenne conosciuto al grande pubblico soprattutto per i gialli con protagonista il commissario Salvo Montalbano, nonostante la sua produzione letteraria sia sterminata, e includa anche straordinari romanzi storici.

Il numero si apre con una ricca testimonianza dello stesso Camilleri che racconta i suoi esordi da piccolo poeta ‘fascista’, i lunghi anni dedicati al teatro, il passaggio alla letteratura, la faticosa invenzione del vigatese, il ‘ricatto’ di Montalbano, le donne dei suoi romanzi e della sua vita, il suo impegno civile e politico fino al recente ritorno in teatro, con un monologo su Tiresia scritto da lui stesso: un modo per chiudere e riaprire il cerchio della sua vita artistica e letteraria che proprio in teatro era iniziata, nel 1947.

Alle peculiarità della scrittura di Camilleri è dedicata una prima sezione del numero con interventi di Salvatore Silvano Nigro, che spiega perché i due filoni narrativi dello scrittore (quello dei gialli e quello dei romanzi storici) costituiscono due parti di uno stesso ‘sistema’ letterario; Nunzio La Fauci ne analizza nel dettaglio le particolarità linguistiche; Giuseppe Marci racconta come e perché ha ‘adottato’ le opere dello scrittore agrigentino all’università; e infine Marilù Oliva ci conduce alla scoperta delle straordinarie figure femminili nella narrativa storica di Camilleri.

Una seconda sezione è invece incentrata sulle trasposizioni televisive dei romanzi di Camilleri. Luca Zingaretti racconta come ha fatto a dare un volto al commissario Montalbano; Alberto Sironi spiega le scelte di regia che stanno dietro alla serie più famosa della tv italiana; il produttore Carlo Degli Esposti descrive come è nata l’idea e come è stato possibile mantenere un tale livello di qualità negli anni; lo scenografo Luciano Ricceri spiega perché ha deciso di ambientare i film nel ragusano; Michele Riondino e Gianluca Maria Tavarelli raccontano la sfida di mettere in scena Il giovane Montalbano; Franco Piersanti rivela come è nata la colonna sonora della serie; e infine Francesco Bruni illustra il modo in cui dal romanzo si passa alla sceneggiatura dei film.

Quello di Camilleri è peraltro un successo planetario, nonostante tradurre i suoi romanzi in altre lingue sia un’operazione particolarmente complicata. Quattro tra i suoi traduttori – Stephen Sartarelli per l’inglese, Pau Vidal per il catalano, Moshe Kahn per il tedesco e Serge Quadruppani per il francese – ci raccontano cosa significa immergersi nella selva linguistica dello scrittore, quali sono le difficoltà principali e quali i ‘trucchi’ per superarle.

Al Camilleri dell’impegno civile e politico è dedicata un’altra parte del numero nella quale lo scrittore Maurizio de Giovanni spiega perché l’autore di Montalbano sia il padre nobile di tutti i giallisti italiani contemporanei, sia dal punto di vista letterario sia da quello dell’impegno civile; Giovanni De Luna illustra perché nei romanzi di Camilleri gli storici del futuro troveranno fonti preziose per ricostruire il nostro tempo e Tomaso Montanari ricorda tutti i momenti in cui Camilleri è intervenuto in maniera diretta nel dibattito pubblico, con la coerenza e l’integrità che caratterizzano i veri intellettuali.

Chiude il numero la sezione intitolata ‘Il mio Camilleri’ in cui Valentina Alferj, sua storica collaboratrice, ripercorre la storia di questo sodalizio umano e professionale; il poliziotto Corrado Empoli ricorda con nostalgia e affetto le lunghe conversazioni con ‘il professore’; Antonio Sellerio descrive il rapporto della casa editrice palermitana con il suo scrittore di punta; e infine Simonetta Agnello Hornby spiega perché Camilleri sarebbe degno del Nobel ma è il Nobel a non essere degno di lui.

SOMMARIO

NEL CORSO DI UNA VITA

Andrea Camilleri – Camilleri sono
Lo scorso giugno, a quasi novantatré anni e dopo quasi quarant’anni di assenza dalla scena, ormai cieco, Andrea Camilleri è tornato in teatro, recitando un monologo su Tiresia scritto da lui stesso. Un modo per chiudere e riaprire il cerchio della sua vita artistica e letteraria che proprio in teatro era iniziata nel 1947. In questa lunga testimonianza lo scrittore racconta i suoi esordi da piccolo poeta ‘fascista’, i lunghi anni dedicati al teatro, il passaggio alla letteratura, la faticosa invenzione del vigatese, il ricatto di Montalbano, le donne dei suoi romanzi e della sua vita, il suo impegno civile e politico. Un intellettuale sempre coerente, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento.

ICEBERG 1 – Camilleri scrittore-scrittore
Salvatore Silvano Nigro – Il sistema Camilleri
La ‘verità’ non è mai in bianco e nero nei romanzi di Camilleri, i ‘buoni’ non è detto che siano sempre completamente buoni, e la stessa cosa dicasi per i ‘cattivi’. Questo vale sicuramente per i romanzi storici, ma anche per i gialli, nei quali la scoperta dell’assassino non è la principale spinta ad andare avanti nella lettura. A Montalbano e ai suoi lettori interessano sempre meno le finali manette ai polsi, li appaga l’investigazione in sé, con il coinvolgimento emotivo che comporta. Questo sguardo, insieme a quell’originalissima lingua d’invenzione che è il vigatese, è ciò che tiene insieme tutta la sterminata produzione letteraria di Camilleri in un unico sistema.

Nunzio La Fauci – L’oceano linguistico di Camilleri
Bisogna distinguere due ‘Andrea Camilleri’: la persona e la funzione. Come persona, suscita un’ammirazione inesauribile e merita una permanente gratitudine per il suo generoso contributo allo spasso dell’umanità. La funzione ‘Andrea Camilleri’ è anzitutto un fenomeno linguistico, incarnando in una forma pressoché perfetta l’identità linguistica italiana, la cui essenza sta,a differenza di altre, nella commistione tra italiano standard e varietà dialettali. Camilleri però non si limita a mescolare italiano e siciliano, ma plasma il materiale linguistico a suo piacimento, creando dei giochi del tutto originali che non corrispondono a nessuna parlata reale. In una produzione letteraria che chiede anche la complicità del lettore e nella quale l’incidenza dell’apparire è cresciuta sempre più sopra quella dell’essere.

Giuseppe Marci – CamillerIndex. Il valore etico e letterario dell’opera camilleriana
Tutto nasce da un incontro in aeroporto in cui Camilleri si trova davanti “Montalbano in persona, con sotto braccio una copia del Birraio di Preston”. Si trattava in realtà del professore di Letteratura dell’Università di Cagliari che lo aveva invitato per un seminario. Da allora inizia un lungo sodalizio personale e letterario, culminato in molte iniziative, dai Quaderni camilleriani all’Index delle sue opere.

Marilù Oliva – Mogli, buttane e regine. Le fìmmine nella narrativa storica di Camilleri
Dalle donne metamorfiche della trilogia mitologica alla viceregina di La rivoluzione della luna, il caleidoscopio delle figure femminili nei romanzi e nei racconti storici di Camilleri è ricco e complesso. L’atto rivoluzionario dell’autore girgentino è stato infatti proprio quello di non essersi appiattito nello stereotipo della donna angelo del focolare o in quello della licenziosa, ma di aver dipinto figure dotate di spirito intraprendente, intelligenza, consapevolezza, arguzia, autodeterminazione.

ICEBERG 2 – sul piccolo schermo
Luca Zingaretti – Un personaggio in cerca d’attore
Incappò in un libro su Montalbano per puro caso e fu subito amore per quel personaggio da cui si sentiva tirato per la giacca. L’attore che ha dato il proprio volto al commissario più famoso della tv italiana racconta il suo primo incontro (all’Accademia nazionale d’arte drammatica, dove ha studiato tre anni) con quello che poi sarà il padre del suo personaggio, la scoperta del Camilleri scrittore, l’approdo alla serie e il lavoro sul set, in questa sorta di ‘bolla magica’ che si crea durante le riprese grazie a uno staff che da vent’anni lavora dando sempre il massimo.

Alberto Sironi – La creazione del cinema televisivo italiano
Paesaggi, musiche, cast, costumi: costruire cinematograficamente un mondo richiede pazienza e ricerca. Se poi quel mondo è la Sicilia del commissario Montalbano, vale a dire la Sicilia dell’infanzia di Andrea Camilleri, il lavoro è ancora più complesso: perché occorre richiamare un odore di antico all’interno di storie contemporanee. Dal provino di Luca Zingaretti – che scalzò da subito ogni altro candidato – alle straordinarie ambientazioni, il regista Alberto Sironi racconta passo passo la nascita del prodotto televisivo di maggior successo della televisione italiana, che ha creato un modello capace di conquistare i network mondiali.

Carlo Degli Esposti – La sfida di Montalbano in tv
Sono più di 30 i film per la televisione tratti dai romanzi e dai racconti sul commissario Montalbano. Alcune puntate fanno numeri da finali calcistiche. ‘Montalbano sono’ è ormai un modo di dire, i silenzi di Salvo mentre mangia o le sue lunghe nuotate mattutine sono entrati nell’immaginario collettivo. La serie tv tratta dai romanzi di Camilleri ha centrato un obiettivo difficilissimo: tenere insieme altissima qualità del prodotto e straordinaria popolarità. Il suo produttore ci racconta genesi e ‘segreti’ di un successo senza precedenti.

Luciano Ricceri – Alla ricerca di Vigàta
Vigàta non esiste, è un luogo immaginario della fantasia di Camilleri, che evoca una Sicilia fuori dal tempo. Ed è questa atmosfera quasi ‘metafisica’ che lo scenografo ha voluto ricreare percorrendo la Sicilia in lungo e in largo, e decidendo di fermarsi poi nel Ragusano. In quel fazzoletto di terra, mettendo insieme spicchi presi da diversi paesini, svuotando piazze e strade, è nata la Vigàta che tutti noi conosciamo e riconosciamo sul piccolo schermo.

Michele Riondino – Il rischio del ‘secondo’ Montalbano
Dalle incertezze iniziali – quando pensava che quella del Giovane Montalbano fosse un’operazione meramente commerciale – al primo incontro con Andrea Camilleri, che lo persuase a buttarsi nell’avventura: Michele Riondino racconta la costruzione del suo giovane Montalbano nonché l’impegno per la trasposizione televisiva del romanzo storico La mossa del cavallo, che lo ha visto ugualmente protagonista.

Gianluca Maria Tavarelli – Da Il giovane Montalbano al romanzo storico
Dalla scommessa di portare sullo schermo Il Giovane Montalbano alla sfida di trasporre televisivamente per la prima volta uno dei romanzi storici di Andrea Camilleri – cui l’autore è particolarmente legato: La mossa del cavallo. Il regista che ha compiuto entrambe le ‘imprese’ racconta genesi e sviluppo dei due progetti e in particolare i passaggi fondamentali di quel processo di ricerca di una propria identità, necessario per costruire un immaginario nuovo e diverso rispetto alla serie sul commissario con Luca Zingaretti.

Franco Piersanti – Montalbano Suite
La sigla di Montalbano è ormai diventata un’‘icona’ musicale, parte integrante e inscindibile della serie tv, al pari dell’ambientazione. Una musica con una forte identità, immediatamente riconoscibile eppure quasi irriproducibile, trattandosi di un brano molto lontano dai facili motivetti. “Una specie di tango ansimante che, in realtà, contiene qualcosa del teatro dei pupi. Dietro c’è l’ombra di un dialetto che racconta le favole, favole che sono anche capaci di fare paura”. Il compositore che l’ha creata ci racconta com’è nato quel brano e tutti gli altri che costituiscono la colonna sonora di Montalbano, ormai divenuta una vera e propria libreria musicale.

Francesco Bruni – La sceneggiatura un esercizio di equilibrio
I gialli, per gli sceneggiatori, sono il paradigma perfetto della narrazione, perché, almeno teoricamente, nessuna scena è inutile, ma tutto spinge in una precisa direzione: la scoperta della verità. Il lavoro si fa però più arduo (ma anche più avvincente) se l’autore è uno scrittore della portata di Andrea Camilleri, perché i suoi sono gialli di grande ricchezza e complessità narrativa. Lo sceneggiatore della serie più di successo della tv italiana racconta il processo che dalla pagina porta allo schermo.

ICEBERG 3 – Il vigatese in giro per il mondo
Stephen Sartarelli – La chiave è l’invenzione
L’espediente più comune quando si ha di fronte un testo che mischia la lingua standard con un dialetto è tradurre quest’ultimo con un dialetto della propria lingua. Errore madornale, in cui sono caduti anche traduttori di altissimo livello. Perché ogni dialetto è inestricabilmente legato al luogo in cui è nato e sentire mafiosi o poliziotti siciliani parlare come dei pastori delle highlands sarebbe più che ridicolo. Come affrontare allora l’‘ascesa’ di tradurre Camilleri? Affidandosi alla fantasia. E come Camilleri ha inventato il vigatese, il suo traduttore inglese ha inventato il suo vigatese anglo-americano da collage.

Pau Vidal – Enigmistica e pirotecnica per Camilleri in catalano

Dall’invidia nei confronti del primo traduttore provata leggendo La concessione del telefono alla ‘sfacciata’ proposta che quel lavoro venisse affidato a lui, forte della sua esperienza di autore di giochi enigmistici per El País. II traduttore catalano di Andrea Camilleri racconta il percorso che, tra tentativi ed esperimenti linguistici, lo ha condotto ad affinare la sua strategia per affrontare la pirotecnia verbale dello scrittore siciliano.

Moshe Kahn – Ogni traduzione è una nuova sfida

Tradurre non significa semplicemente rendere il senso di una frase, ma anche l’atmosfera, il ritmo, lo stile. È quindi un’operazione letteraria complessa, nella quale per Camilleri si aggiunge l’ulteriore livello del vigatese. Non c’è una regola universale per rendere in una lingua diversa dall’originale questi linguaggi particolari, perché un espediente che ha funzionato con un autore non è detto che funzioni per un altro. Ogni traduzione è una sfida a sé. Una sfida più semplice quando il traduttore può affidarsi alla solidità della narrazione, come nel caso di Camilleri.

Serge Quadruppani – Contro il grammaticalmente corretto

È nella ricca biblioteca della sua compagna dell’epoca che, nel 1997, il futuro traduttore francese di Andrea Camilleri scopre quella lussureggiante selva di lingue, parole, immagini e significati nata dalla penna del padre di Montalbano. Una selva in cui la difficoltà principale, come scoprirà ben presto, è quella di rendere il camillerese, questo italiano sicilianizzato che è una creazione tutta personale dell’autore e che richiederà di sfuggire alla dittatura della ‘fluidità’ e del ‘grammaticalmente corretto’ che aveva imposto a generazioni di lettori francesi un’idea troppo vaga dello stile reale di tanti autori.

ICEBERG 4 – Camilleri scrittore civile

Maurizio de Giovanni – Maestro di scrittura e di vita

Oggi la letteratura mainstream è sostanzialmente letteratura borghese. Gli unici a fare romanzi sociali, magari inconsapevolmente, sono i giallisti tra i quali, in Italia, si contano autori di grande qualità, tutti debitori di chi ha dato a questo genere la dignità letteraria che merita: Andrea Camilleri. Un intellettuale a tutto tondo, che non si è mai sottratto all’impegno civile e politico, che secondo de Giovanni è responsabilità e dovere di chi, a qualsiasi titolo, ha un “microfono in mano”. Un maestro di tutti noi, di scrittura e di vita.

Giovanni De Luna – Una fonte per gli storici del futuro

Gli studiosi che fra qualche tempo vorranno ricostruire le vicende italiane degli ultimi trent’anni troveranno nei romanzi di Camilleri un gigantesco giacimento documentario e archivistico al quale attingere. C’è infatti nei suoi libri la capacità di rispecchiare quell’insieme di scelte, comportamenti, bisogni, emozioni che definiscono l’esistenza collettiva di un paese. Ma c’è, soprattutto, una particolare efficacia nell’aiutarci a penetrare nelle profondità del rapporto tra realtà e rappresentazione della realtà, svelandone la finzione, abituandoci a una consapevolezza critica da usare come antidoto nei confronti di mitologie che appartengono oggi al mercato e ai media, così come in passato appartenevano ai regimi totalitari.

Tomaso Montanari – La scrittura e l’impegno

Una delle caratteristiche principali di Camilleri, tra gli autori italiani contemporanei più amati, è il suo cristallino e generoso impegno civile e politico, che lo scrittore non ha mai sentito disgiunto dalla sua attività letteraria. Un intellettuale a tutto tondo, di quelli che oggi scarseggiano nel nostro paese, capace di prendere posizioni nette senza guardare in faccia nessuno, né il potente di turno né i propri lettori.

ICEBERG 5 – Il ‘mio’ Camilleri

Valentina Alferj – La ‘magarìa’ di un incontro

“Mi sono ricordato dei tuoi occhi intelligenti e ti volevo chiedere di venire a lavorare per me”. È così che inizia il rapporto professionale e di amicizia tra Andrea Camilleri e Valentina Alferj, che qui ripercorre questi sedici anni di fruttuosa collaborazione: dai primi tempi, in cui andava a casa dello scrittore qualche pomeriggio a settimana per rispondere alle lettere e agli inviti, a oggi che ne è diventata gli occhi e la penna.

Corrado Empoli – Un poliziotto per amico

Le lunghe chiacchierate al Bar Vigàta a Porto Empedocle, le telefonate, i racconti di aneddoti della vita reale di chi lavora ogni giorno in commissariato. Corrado Empoli, poliziotto siciliano a capo della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Bologna, a lungo impegnato ad Agrigento, racconta del suo rapporto con ‘il professore’ rivelando alcuni dettagli del suo lavoro che sono finiti nei romanzi di Camilleri. Un’amicizia di cui va molto fiero e che gli ha lasciato tanto: “Come uomo e come poliziotto, gli insegnamenti del professore hanno avuto un grande peso nel tracciare il mio percorso di buonsenso e imparzialità”.

Antonio Sellerio – Camilleri in blu

Dal primo incontro come scrittore – con La stagione della caccia, che gli provocò un piacere nella lettura raramente provato prima – a quello dal vivo, in cui fu subito palese che, al di là del talento, fosse una persona con un carisma straordinario, fino alla dolorosa perdita dei genitori, periodo in cui lo sentì più vicino che mai: l’erede di Elvira ed Enzo Sellerio racconta il suo rapporto con Andrea Camilleri.

Simonetta Agnello Hornby – Il Nobel non è degno di Camilleri

Lo amava già come scrittore, poi sentendolo parlare in pubblico decide che la presentazione del suo primo libro avrebbe dovuto farla lui. È così che, tra lo scetticismo di amici e parenti, l’allora neoscrittrice Simonetta Agnello Hornby prende carta e penna e scrive una lettera al già celebre Andrea Camilleri per sondare la sua disponibilità. Passano tre giorni e poi, inaspettata, la telefonata di Andrea: “Venga a trovarmi”.

www.micromega.net

F. Abate, Torpedone Trapiantati

Francesco Abate e della sua umanità “trapiantata”

di Antonio Stanca

Francesco Abate è un nome abbastanza noto nell’ambito dei programmi radiofonici, della televisione, del cinema, del giornalismo, della narrativa.

E’ nato a Cagliari nel 1964, ha cinquantaquattro anni e a quattordici ha esordito come disc jockey presso Radio Alter. Lavorerà, in seguito, presso altre Radio, gli impegni saranno di diverso genere anche se quello della musica sarà l’ambito nel quale tutti potranno rientrare. Verrà poi l’attività giornalistica ed infine, nel 1994, l’esordio nella narrativa con il racconto L’oratorio- Vietato ai minori di 14 anni. Altri racconti scriverà Abate ma anche e soprattutto romanzi che gli procureranno molti riconoscimenti e saranno tradotti in molte lingue straniere.

Scriverà alcuni romanzi in collaborazione con altri autori ma questo non ridurrà, non modificherà il tono, gli scopi che Abate scrittore si prefigge, quelli, cioè, di irrompere nella realtà, nella quotidianità e mettere in evidenza, in modo sempre diviso tra il serio e il faceto, le contraddizioni, i problemi, che ancora oggi sono rimasti senza soluzione. Fa ridere Abate e intanto fa vedere, fa sapere quanto ancora non funziona nella vita di ogni giorno. E’ la sua maniera di essere scrittore: attenta ai particolari trascurati, a quanto manca, a quanto viene omesso e capace di farne motivo d’ironia.

Così succede pure nell’ultimo romanzo Torpedone Trapiantati, pubblicato recentemente dalla Einaudi, nella serie Stile Libero Big. Non si capisce mai quanto, in ogni situazione, di ogni argomento presentato, l’autore vada in profondità o rimanga in superficie, quanto voglia far riflettere, pensare o far ridere, divertire.

Riesce, tuttavia, a costruire un ampio e vario quadro di vita attuale tramite l’idea di rappresentare la gita compiuta da due gruppi di persone che hanno avuto, ognuna a suo tempo, il trapianto di un organo. I gruppi sono abbastanza numerosi, vi partecipano anche i familiari dei “trapiantati” e due sono gli autobus necessari per trasportare tanta gente. La Sardegna, i suoi luoghi più rinomati, costituiranno le mete di una gita che non è destinata a durare molto ma che nel suo breve percorso farà sapere di stati dell’animo, di condizioni dello spirito completamente insolite perché vissute, sentite da chi insolitamente è destinato a vivere, a pensare, a fare. Chi ha accolto nel proprio corpo un organo diverso dal suo ha attraversato un’esperienza unica già dall’inizio, ha accettato di seguire regole diverse da quelle comuni, ha visto cambiati i rapporti con i familiari, è entrato in una dimensione diversa dalla normale, in un’altra vita e ognuno vive a proprio modo una simile situazione. Ci sono motivi, momenti che possono dirsi “comuni” a tutti i “trapiantati” ma sono di breve durata perché ogni “trapiantato” tende a rientrare quanto prima nei propri pensieri, nella propria vita, quella che si è fatta, si è costruita dopo il trapianto.

Che Abate sia riuscito a mostrare tante di queste persone, che le abbia messe insieme, le abbia confrontate ed abbia fatto risaltare i loro tanti modi di pensare e di fare, è da considerare un’operazione degna di merito perché ha mostrato come sia possibile vivere di sé anche quando questo sé è soltanto una malattia e poi perché ha ricavato da questi sé una varietà, un’ampiezza tale da poterli far costituire un’umanità alternativa a quella “normale”, un’umanità formata anch’essa da uomini e donne, giovani e vecchi anche se separati ognuno nel proprio mondo e tutti dal mondo degli altri.

Sono due problemi ancora senza soluzione: i “trapiantati” stanno divisi tra loro, e sono esclusi dall’esterno. Solo chi sta dall’altra parte potrebbe aiutarli a superare questi problemi. Basterebbe capire che lo scambio di un organo è simile a qualsiasi altro, che come ogni altro scambio non separa ma unisce.

Anche Abate è un “trapiantato” e non solo il suo libro ma anche la sua vita vuole essere un richiamo, un appello a non vedere, a non fare differenze tra chi è composto per intero e chi solo per parte.

F. Nirenstein, In Israele

Di nuovo la Nirenstein tra i suoi Ebrei

di Antonio Stanca

E’ nata a Firenze nel 1945, è un’italiana di origine ebrea, è laureata in Storia Moderna e nel 1976 col giornale Paese Sera ha iniziato la sua attività giornalistica che in seguito l’ha vista presente su molti settimanali italiani, in particolare L’Europeo, Panorama ed Epoca. Agli inizi i suoi interessi erano concentrati sulla politica italiana. Quando aveva cominciato a scrivere, negli anni Settanta, era ancora in corso il movimento studentesco del ’68 e c’erano ancora le Brigate Rosse. Poi i suoi interessi si sono spostati verso la politica estera e in particolar modo verso quanto avveniva in Medio Oriente, verso le tante complicazioni alle quali si andavano esponendo gli stati di quella parte del mondo con particolare riguardo ad Israele.

Si chiama Fiamma Nirenstein, oltre che giornalista è scrittrice ed anche programmi televisivi ha curato segnando ogni sua attività, ogni suo impegno di un carattere non solo politico ma pure umano, morale, civile, sociale, perseguendo ogni volta finalità che andavano oltre la circostanza, la vicenda particolare perché rivolte al raggiungimento di un bene superiore, di una condizione di vita improntata agli ideali della pace, del progresso, della civiltà.

Molti libri ha scritto la Nirenstein, molti riconoscimenti ha ottenuto e come nei servizi sui giornali anche nei libri intenti profondamente umanitari ha sempre perseguito, dalla parte degli offesi, degli sconfitti si è sempre messa, alla ricerca della verità, della giustizia è sempre stata. Molti capi di stato ha incontrato, intervistato, incarichi politici ha ricoperto. Il suo, però, è stato un pacifismo rimasto inascoltato, un umanesimo che ha visto annullati i suoi appelli, i suoi richiami ai valori più alti dello spirito, alle necessità prime della natura umana. Niente ha potuto la Nirenstein quando con i suoi giornali, i suoi libri ha denunciato il pericolo, la violenza che incombevano in tante zone di quel Medio Oriente che sarebbe diventato il suo argomento più trattato perché il più esposto agli orrori della moderna barbarie.

Anche nel recente breve volume In Israele, uscito quale supplemento de Il Giornale e dedicato al 70° anniversario della fondazione d’Israele, la Nirenstein esprime il suo dissenso, la sua condanna per quanto di difficile, di complicato, di pericoloso, di mortale, di crudele ha dovuto sopportare il popolo ebreo prima e dopo aver ottenuto una terra nella quale potesse riconoscere il proprio Stato, la propria patria. Sempre esposti a soprusi, a rivendicazioni sono stati gli ebrei e nonostante tutto si sono mostrati sempre capaci di raggiungere risultati positivi in ogni settore della vita, da quello economico a quello tecnologico, scientifico, culturale, letterario. Sempre in progresso si sono fatti vedere. Anche mentre sostenevano attentati, scontri non trascuravano la condizione della loro vita. E’ questa tanto importante per loro, tanto importante è lo spirito di partecipazione ai bisogni, ai problemi comuni da essere diventato la nota distintiva degli ebrei, quella che li segnala tra tante altre popolazioni. Nessun popolo come quello ebreo vive, sente i problemi della propria terra, del proprio Stato, della propria gente, nessuno come quello ebreo partecipa alla loro soluzione si tratti anche di andare in guerra, di rischiare la vita. Questa volontà, questo bisogno di stare meglio, di stare insieme, di sentirsi uniti, di essere solidali, di aiutarsi, ha fatto sì che gli ebrei superassero gli infiniti ostacoli che hanno segnato la loro esistenza, che giungessero oggi ad essere un popolo, a volersi un popolo migliore di tanti altri nonostante si sia tante volte tentato di cancellarlo.

Molta ammirazione esprime, nell’opera, la Nirenstein a proposito di tale indole dell’uomo ebreo ma anche molta riprovazione riguardo a quel che è finito col diventare un accanimento da parte di altri popoli, vicini o lontani, contro gli ebrei. Col libro vorrebbe se non risolvere un problema tanto antico quanto grave, almeno mostrarlo nelle infinite manifestazioni che ha assunto, ripercorrerlo nei tempi, farlo giungere ad un pubblico più vasto affinché diventi un elemento costitutivo della cultura generale, del sapere popolare, una parte di esso che non si può trascurare.

Modernità quale pericolo

Modernità quale pericolo

di Antonio Stanca

Tempo fa a proposito del matrimonio di un giovane discendente dei “reali d’Inghilterra” con una donna di provenienza completamente diversa, si è tornato a dire se ancora valgono le distanze, le differenze tra condizioni sociali diverse o tra altre situazioni siano sessuali, economiche, culturali, linguistiche, siano di razza, di ceto, di costume, siano di altro genere. Si è osservato che i tempi nuovi, la modernità hanno comportato anche la fine di certe divisioni che erano durate per secoli e che avevano fatto dell’umanità una serie di classi separate ognuna con le proprie regole. La caduta di tante differenze, la possibilità di scambiare, di stare con persone diverse, in luoghi diversi, di fare quanto prima non si era neanche pensato erano state viste come un vantaggio, un progresso, come un segno di civiltà, una conquista. I moderni e sempre più diffusi mezzi di comunicazione avevano accelerato tale processo, non solo differenze ma neppure distanze sembrava ci fossero più tra gli abitanti della terra, tra le varie parti del mondo. Nel segno di un profitto sempre più esteso, di un beneficio sempre più diffuso si pensava ormai di dover procedere ma non è passato molto tempo prima che le vecchie divisioni tornassero a farsi vedere, a farsi sentire, a riprendere il loro posto, ad esigere il loro riconoscimento. Non è passato molto tempo prima che si tornasse a scontrarsi in nome dei propri diritti, delle proprie credenze, della propria forza non solo morale, religiosa, politica ma anche materiale, militare, armata. Non molto è passato e il mondo è tornato a mostrarsi diverso nelle sue parti, è tornato in guerra e con una tale crudeltà e ferocia da superare ogni orrore precedente, da non far pensare ad una possibile soluzione dei problemi emersi, ad una riappacificazione tra i contendenti.

Non di scambio, di comunicazione è diventato sinonimo la modernità ma di scontro, di soppressione. Non c’è luogo oggi che non sia esposto al pericolo dell’assalto, della violenza. Anche a livello privato questi sono diventati ormai elementi che connotano la vita e niente sembra che riesca a contenerli.

Un mondo, una storia, una vita che hanno scelto di essere crudeli sembrano quelli moderni, che sono venuti meno ad ogni aspettativa, che non vogliono essere corretti, che si sono tanto immedesimati nel fenomeno da cercare ognuno nella propria violenza il proprio spettacolo, il proprio protagonismo.

E’ una situazione allarmante specie per chi ancora è rimasto a credere nei valori della pace, del bene, dell’amore e ormai non sa con chi, con quale istituzione identificarli. Quelle della casa, della famiglia, della scuola, della chiesa sembrano le uniche positività nelle quali si possa credere senza, però, ricavarne convinzioni che siano definitive, che aiutino per sempre visto che anche tali istituzioni sono esposte al confronto con un esterno diventato sempre più minaccioso, sono sempre più ridotte nella loro funzione, nel loro valore.

Una modernità diventata sinonimo di pericolo è la nostra contrariamente a quanto si era previsto negli anni precedenti e senza che sia possibile individuare, isolare le cause, tanto sono ramificate, e intervenire su di esse.

Fallito è l’uomo nel suo proposito di riportare la terra entro i confini di un bene comune, fallita è la sua intenzione di fare della guerra una vicenda di altri tempi, la sua fiducia in soluzioni dei contrasti completamente diverse, la sua speranza a sapersi vicino, unito non lontano, diviso.

L.G. Luccone, Questione di virgole

“Punteggiatura e ortografia sono l’abito che fa il monaco, sono il condimento che fa il primo piatto, sono una vasta parte dell’essenziale. Se la sintassi è quella porzione della lingua che incatena il contenuto al pensiero e lo rende organicamente espresso, la punteggiatura rappresenta il segno del comando; e l’ortografia è la capacità di stare al mondo. Il contenuto deve fluire liscio, senza rumore, senza subire disturbi. Una cattiva punteggiatura rende un testo come una strada accidentata. Certo che la si può percorrere, specie se si ha un fuoristrada, ma perché sobbalzare a ogni buca? Perché procedere con il rischio di rimanere in panne?”

“Dimenticatevi vita natural durante che la virgola possa travestirsi da punto e da punto e virgola. Facciamogli fare la virgola, che è già gravoso come officio. Chiamo ‘virgole cannibali’, o più bonariamente ‘virgole mangione’, quelle virgole che s’appropriano del mestiere altrui. Ci sono scrittori che amano segmentare tanto e prevalentemente con le virgole. Ci divertiremo con una gragnola di esempi autorevoli. Speriamo, però, che non li legga D’Annunzio, che non doveva amare particolarmente questo modo di procedere, visto che col suo stile smargiasso s’è spinto a dire: ‘Costrutto molto virgolato è costrutto molto bacato’.”

“Il punto e virgola è il nostro grigio sulla tavolozza del bianco e nero. Anzi è tutti i grigi. Per questo lo vogliono far fuori, perché è pieno di gente che non ama le mezzetinte.”

“A scuola, l’abbiamo ricordato, con la punteggiatura non ci si spezza certo la schiena, non si va a fondo e gli studenti escono dal liceo confusi. Più di un ragazzo ha ammesso: ‘Non so mai quando devo usarlo». Il punto e virgola è circondato da una nebbiolina d’incertezza’.”

Per gioco e sul serio

A Firenze la presentazione del volume Indire “Per gioco e sul serio”

Un catalogo sulla letteratura giovanile italiana dagli anni ‘20 alla fine degli anni ‘70

 La storia della letteratura giovanile italiana, raccolta nel volume “Per gioco e sul serio. Libri di ricreazione e libri di lettura del Fondo Antiquario di letteratura giovanile Indire”, a cura di  Pamela Giorgi, Irene Zoppi e Marta Zangheri, sarà al centro di un incontro che si terrà martedì 12 giugno alle ore 16 a Firenze, nella Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana (via de’ Ginori, 7).

L’opera raccoglie circa 550 volumi e 58 testate di periodici italiani, pubblicati tra i primi anni dell’Ottocento e la prima metà del Novecento: una realtà quasi unica nel panorama del nostro Paese, che testimonia la nascita e l’evolversi della letteratura per ragazzi e dell’editoria specializzata nel settore. Il periodo storico preso in considerazione ha inizio nel 1923, durante la Mostra Didattica Nazionale a Firenze, in cui furono esposti i risultati della Riforma Gentile, e termina nella metà degli anni ‘70.

Il volume verrà introdotto da Diana Marta Toccafondi, responsabile della Soprintendenza Archivistica per la Toscana, a cui farà seguito la ricercatrice di Indire, Pamela Giorgi, responsabile dell’Archivio storico dell’Istituto, che illustrerà il percorso di valorizzazione del patrimonio documentario e bibliografico di Indire. Il pedagogista Franco Cambi guiderà il pubblico tra testi e iconografie all’interno del Fondo, alla ricerca di possibili itinerari didattici. Marta Zangheri, ex bibliotecaria della “Marucelliana” di Firenze, e Irene Zoppi, collaboratrice nell’Archivio storico di Indire, presenteranno il volume. L’incontro terminerà con l’intervento sul futuro dell’editoria giovanile di Carla Ida Salviati, studiosa di storia dell’editoria e a lungo direttrice dei periodici scolastici di Giunti.

Il valore della raccolta è testimoniato dalla presenza nel Fondo Antiquario di Letteratura giovanile di grandi e famosi autori come Emma Perodi, Carlo Collodi, Luigi Capuana, Emilio Salgari e Vamba. A ciò si aggiungono una varietà editoriale e di tematiche, oltre a una differenziazione dei destinatari dei libri, dai bimbi più piccoli fino alle giovinette, completi di “istruzioni” per un comportamento consono al ruolo della donna.

Inoltre, sono presenti le illustrazioni che accompagnano le opere del Fondo: dalle novelle e le filastrocche per i più “piccini”, le varie edizioni illustrate di Pinocchio, fino a quelle inserite nei racconti per i giovani, nei testi destinati alle “giovinette” e nei periodici per ragazzi del Novecento.

A. Bennett, La cerimonia del massaggio

Bennett e la sua altra vita

di Antonio Stanca

Aveva sessantotto anni lo scrittore inglese Alan Bennett quando scrisse il breve romanzo La cerimonia del massaggio. Era il 2002 e in Italia fu pubblicato dalla casa editrice Adelphi di Milano che ora lo ripropone con la traduzione di Giulia Arborio Mella e Marco Rossari.

Bennett è nato a Leeds (Yorkshire Occidentale) nel 1934, ha studiato a Oxford e dopo la laurea in Storia è stato ricercatore e docente presso la stessa Università. Ha abbandonato poi l’attività accademica per dedicarsi al teatro. Sarebbe stato attore e autore di molte commedie, avrebbe collaborato alla loro trasposizione cinematografica e intanto avrebbe iniziato a scrivere di narrativa. Un autore molto noto in Inghilterra e all’estero sarebbe diventato.

Ora ha ottantaquattro anni e fino a tempi recenti sono comparsi suoi lavori teatrali e di narrativa. In entrambe queste direzioni Bennett si è mostrato sempre impegnato, anche attraverso quella maniera ironica che sarà sua propria, a mettere in evidenza i problemi di carattere individuale o sociale, privato o pubblico che stanno dietro quanto della vita appare, si vede. Alla ricerca dei segreti della vita, delle verità nascoste si è messo il Bennett drammaturgo e scrittore. E sempre interessante, sempre sorprendente è riuscito giacché comune, quotidiana è la vita nella quale egli va ad indagare, una vita che non fa mai pensare di nascondere tante cose. Questo della sorpresa, della rivelazione, è il motivo che gli ha procurato tanta notorietà.

Anche La cerimonia del massaggio contiene la storia di una persona comune, il giovane massaggiatore inglese Clive Dunlop morto in Perù a trentaquattro anni senza che ancora si sappia se la causa sia stata l’AIDS o la puntura di un insetto velenoso. Ad alcuni mesi di distanza dalla morte lo si vuole commemorare in una chiesa di Londra. Alla cerimonia sono presenti numerose personalità del mondo dello spettacolo televisivo e cinematografico. E’ questa una stranezza e tale risulta anche per il parroco che ha organizzato la cerimonia e che conosceva Clive, le sue origini piuttosto umili, la sua condizione piuttosto modesta.

Molti presenti sono soli ma molti altri sono accompagnati dalle rispettive mogli e tutti si mostrano partecipi, vicini alle parole del parroco circa la grave perdita che la morte di Clive ha rappresentato essendo avvenuta in età tanto giovane. Ma procedendo la cerimonia perde ogni aspetto religioso, ogni riferimento al sacro, al divino e si trasforma in uno spettacolo al quale ognuno dei presenti apporta il suo contributo. Si scoprirà così che tutti, signori e signore, erano lì convenuti perché tutti conoscevano Clive, tutti erano passati attraverso i suoi massaggi, si erano compiaciuti, si erano innamorati di lui fino ad averne fatto tutti, uomini e donne, il loro amante. Sarà una scoperta gravissima, scandalosa per ogni marito ed ogni moglie, sarà una paura terribile quella che si diffonderà al pensiero che Clive possa essere morto di AIDS e che avendo tutti “goduto” del “suo amore” tutti ne fossero stati contagiati.

La notizia, riferita da un ragazzo che era stato con Clive in Perù e che sosteneva che fosse morto per la puntura di un insetto velenoso, servirà a calmare gli animi ma non il chiasso, il frastuono che ormai si era creato in chiesa e che il parroco non riusciva a contenere giacché inutili si rivelavano i suoi continui inviti a pregare, a rivolgersi a Dio, a chiedere a Dio di essere buono per l’anima di Clive e per la vita degli altri. Si concluderà così quella che doveva essere una semplice cerimonia commemorativa e Bennett si mostrerà ancora una volta capace di muovere dalla vita quotidiana e mostrare quanto si cela dietro le apparenze, quante altre realtà stanno oltre l’evidenza, quanta altra vita c’è accanto a quella che si vede. Non è una scoperta, una rivelazione, una novità quella di Bennett ma nuovo è il modo col quale la fa apparire, la rappresenta, nuove sono le situazioni che crea con la sua scrittura e nuova soprattutto è l’ironia con la quale si esprime e che in questo romanzo raggiunge livelli esilaranti, diventa comicità pura.

AA.VV., Parole ostili

In libreria e nelle scuole italiane “Parole ostili”, il primo libro edito dal Salone Internazionale del Libro di Torino in collaborazione con Laterza e con il sostegno dell’Associazione Parole O_Stili e il MIUR.

10 scrittori per 10 racconti, ispirati ciascuno a un principio del Manifesto della comunicazione non ostile.

Il libro verrà presentato il 14 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino e il 6 giugno a Trieste, in occasione della seconda edizione di Parole O_Stili.

Dal 14 maggio il MIUR renderà disponibile per i docenti una copia gratuita dell’ebook scaricabile dal sito www.generazioniconnesse.it
Loredana Lipperini (a cura di)
Tommaso Pincio – Giordano Meacci – Giuseppe Genna – Diego De Silva – Helena Janeczek – Alessandra Sarchi – Fabio Geda – Nadia Terranova – Christian Raimo – Simona Vinci
Parole ostili 10 racconti
Collana: i Robinson / Letture Prezzo: 15 euro ISBN 9788858131879 Pagine 186
Maggio 2018 – 10 scrittori per 10 racconti, ciascuno liberamente ispirato a un principio del Manifesto della comunicazione non ostile: arriva in libreria, e nelle scuole italiane, “Parole ostili – 10 racconti”, il libro edito da Laterza e dal Salone internazionale del Libro di Torino, a cura di Loredana Lipperini e nato dalla collaborazione tra il progetto “Parole O_Stili” e il MIUR.

Raccontare, commentare, confrontarsi, conoscersi, accogliere, comprendersi: la rete fa tutto questo essenzialmente con le parole. Parole che talvolta feriscono, denigrano, danneggiano. Le parole, quindi, sono importanti, hanno un potere enorme.

A partire da queste riflessioni, nelle pagine di “Parole ostili – 10 racconti” alcune fra le voci più interessanti della narrativa contemporanea – Tommaso Pincio, Giordano Meacci, Giuseppe Genna, Diego De Silva, Helena Janeczek, Alessandra Sarchi, Fabio Geda, Nadia Terranova, Christian Raimo, Simona Vinci – riflettono sull’uso del linguaggio in rete, attraverso lo strumento del racconto.

Dal 14 maggio il MIUR renderà disponibile per tutti i docenti di ogni ordine e grado una copia gratuita dell’ebook, insieme a 10 schede didattiche per lavorare con il libro in classe. Sarà possibile scaricare il libro e i materiali sul sito www.generazioniconnesse.it previa registrazione e inserimento del codice promozionale ricevuto attraverso una circolare dedicata.

Lo scopo? Dare una risposta concreta al bisogno di affrontare le tematiche dell’ostilità̀ in rete attraverso strumenti d’azione concreti. A partire da pochi, basilari principi come ‘Virtuale è reale’ (dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona), ‘Le parole hanno conseguenze’ (so che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi) o ‘Prima di parlare bisogna ascoltare’ (nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura).

“Le parole hanno un peso, spesso possono far male. Siamo in un tempo – ha dichiarato la Ministra Valeria Fedeli – in cui ogni affermazione è gridata, esagerata, amplificata anche dai social e dalla Rete. Ben vengano, quindi, progetti come quello dell’associazione no profit ‘Parole O_Stili’ che ha redatto il ‘Manifesto della comunicazione non ostile’. Dieci punti, dieci principi di stile che mirano a ridurre, arginare e combattere i linguaggi negativi che si espandono facilmente nel web. Un decalogo che ha dato lo spunto per questo libro, pubblicato anche col patrocinio del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il MIUR già da tempo collabora convintamente con “Parole O_Stili”: i dieci principi del Manifesto sono già entrati nelle scuole e sono stati adottati dalle insegnanti e dagli insegnanti e dalle classi. Perché siamo convinti che il ruolo della scuola sia essenziale. Dalla scuola si comincia: si formano cittadine e cittadini, si insegna l’uso della Rete e si mostrano le libertà che essa concede ma sempre nel rispetto degli altri. Studentesse e studenti, native e nativi digitali devono trovare nella scuola un’occasione di crescita e sviluppo anche nella consapevolezza del linguaggio”.

“Questa raccolta di racconti è frutto di un’inedita alleanza che unisce il sostegno del MIUR, la convinta adesione del Salone Internazionale del Libro di Torino e della casa editrice Laterza, l’associazione Parole O_Stili, la curatrice e i dieci autori che hanno accettato la sfida di lavorare sui principi del Manifesto. Una sfida magnifica, resa possibile grazie a tutti coloro che – leggendo, ragionando, immaginando – hanno partecipato a questo percorso. E dunque, a tutti, grazie”, dichiara Rosy Russo, Presidente dell’Associazione Parole O_Stili.

Attraverso il sostegno al progetto “Parole O_Stili”, il Salone internazionale del Libro di Torino ha fatto propria la riflessione sulla cura del linguaggio e sulla sua importanza basilare per una pacifica convivenza civile.

“Se oltre all’uso della lingua ciò che ci distingue dalle altre specie è il possesso del libero arbitrio (o perlomeno di un arbitrio non del tutto precluso), allora usare le parole per evolverci o tornare a essere dei bruti è il nostro banco di prova quotidiano. Perché una nostra parola può essere un attentato contro la specie. Preferisco vederla in un altro modo: in qualunque parola che pronunciamo può nascondersi, ogni giorno, il segreto della nostra liberazione”, dalla prefazione di Nicola Lagioia, Direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Nel libro ogni principio del Manifesto della comunicazione non ostile diventa un racconto immaginato da ciascun autore. E ogni racconto un mondo noto o un universo da scoprire, accogliente o pauroso. Futuri possibili anticipati dal nostro presente o che svelano ciò che nel presente passa inosservato e che tuttavia condiziona e regola il nostro modo di essere e di interagire con gli altri. Alcuni racconti mettono alla prova il lettore, altri ci accarezzano, nessuno dà certezze. Perché la letteratura non risponde alle domande, ma ne pone di nuove. E il porsi domande rende più consapevole chi legge: non è per questo che scriviamo e leggiamo, del resto?

La storia da cui parte tutto, da cui traggono origine le dieci storie raccolte nel libro, è quella del Manifesto della comunicazione non ostile, 10 princìpi di stile nati per per ridurre, arginare e combattere i linguaggi negativi che si propagano facilmente in Rete. Nato dal lavoro collettivo di oltre cento professionisti della comunicazione, il Manifesto esprime una duplice volontà:
. Lanciato a Trieste nel febbraio 2017, in pochi mesi si diffonde non solo in Italia, ma in tutta Europa, e viene tradotto in 17 lingue. Oggi è al centro di un grande e ambizioso progetto di educazione collettiva promosso dall’Associazione Parole O_Stili, impegnata nella sensibilizzazione ed educazione contro l’ostilità delle parole online e offline.

Sono numerose le iniziative che, negli ultimi mesi, si sono sviluppate intorno al Manifesto, dalla comunicazione tra Pubblica Amministrazione e cittadini, alla comunicazione d’impresa, a quella politica. In particolare, grazie a una stretta collaborazione con il MIUR, i dieci princìpi del Manifesto sono entrati nelle scuole, e sono stati adottati dagli insegnanti e dalle classi in tutta Italia. Tutte le iniziative sono consultabili su: paroleostili.com

La presentazione del libro si terrà in occasione della seconda edizione di Parole O_Stili, in programma il giorno successivo, che vedrà un’ampia community di esperti della Rete, giornalisti, comunicatori, politici, giuristi e altre professionalità provenienti da tutta Italia riunirsi nuovamente a Trieste giovedì 7 giugno.

A partire dal quinto principio del manifesto, “Quando le parole sono un ponte”, filo conduttore della giornata, il programma si aprirà con una sessione plenaria per poi proseguire con una serie di panel di approfondimento, dedicati a giornalismo, social media e scritture, parole come ponti, politica, business, scuola ed educazione, disinformazione, PA, fact-checking e fake news, per affrontare il tema in tutte le sue sfumature fra esperienze, settori e stili diversi.

Programma e iscrizioni su: http://paroleostili.com/seconda-edizione-2018/ rendere la Rete un luogo migliore, meno violento, più rispettoso e civile e responsabilizzare ed educare gli utenti a praticare forme di comunicazione non ostile

A Trieste, il 6 e 7 giugno per Parole O_Stili
Dopo il Salone Internazionale del Libro a Torino, il libro verrà presentato a Trieste mercoledì 6 giugno alle ore 18 al Caffè San Marco. Interverranno Annamaria Testa, esperta di comunicazione, blogger, saggista, Rosy Russo, Presidente dell’Associazione Parole O_Stili, e i due autori Alessandra Sarchi e Tommaso Pincio.

La curatrice
Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, collabora da anni con le pagine culturali de “la Repubblica” e conduce Fahrenheit su Radio 3 Rai. Dal 2004 scrive sul blog www.lipperatura.it. Tra i suoi libri: Ancora dalla parte delle bambine (2008), Non è un paese per vecchie (2010) e Di mamma ce n’è più d’una (2013) per Feltrinelli; Morti di fama (con Giovanni Arduino, 2013) per Corbaccio; il racconto per ragazzi Pupa (2014) per Rrose Sélavy; L’arrivo di Saturno (2017) per Bompiani. Per Laterza ha pubblicato “L’ho uccisa perché l’amavo”. Falso! (con Michela Murgia, 2013) e Questo trenino a molla che si chiama il cuore. La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini (2014).

Gli autori

Diego De Silva è nato a Napoli nel 1964. Tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.

Fabio Geda è nato a Torino, dove vive. Si è occupato per anni di disagio minorile. Ha pubblicato diversi romanzi tra cui Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi, 2010), Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014), Anime scalze (Einaudi, 2017) e la saga Berlin (Mondadori, 2015-2017) scritta insieme a Marco Magnone.

Giuseppe Genna (Milano, 1969) è autore di numerosi romanzi, principalmente editi da Mondadori e di cui alcuni pubblicati all’estero, tra cui Dies Irae (2006), Hitler (2008) e il recente History (2017).

Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera nel 1964 in una famiglia ebreo-polacca, risiede in Italia da oltre trent’anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per le opere di narrativa Lezioni di tenebra (Guanda, 1997), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010). Il suo ultimo romanzo La ragazza con la Leica (Guanda, 2017) ha vinto il Premio Bagutta. Ha co-fondato «Nazione Indiana» (www.nazioneindiana.com), uno dei primi blog letterari italiani. Vive a Gallarate con un figlio e due gatti.

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato il reportage narrativo Improvviso il Novecento. Pasolini professore (minimum fax, 1999, 2015), il saggio Fuori i secondi. Guida ai personaggi minori (Rizzoli, 2002), la raccolta di racconti Tutto quello che posso (minimum fax, 2005) e il romanzo Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax, 2016). Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015); e con Francesca Serafini Principe libero (2018). Da settembre 2017 conduce su Rai Radio 3 La lingua batte.

Tommaso Pincio (Roma, 1963) è autore di vari romanzi tra cui Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), Cinacittà (Einaudi, 2008) e Panorama (NN editore, 2015). Dipinge e traduce dall’inglese. Per Laterza ha pubblicato Hotel a zero stelle (2012).

Christian Raimo (Roma, 1975) è nato, è cresciuto e vive a Roma. Ha pubblicato per minimum fax tre raccolte di racconti: Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004), Le persone, soltanto le persone (2014). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Il peso della grazia (2012), Tranquillo prof, la richiamo io (2015) e La parte migliore (2017), e il saggio Tutti i banchi sono uguali (2017). Nel 2018 per Piemme ha pubblicato il pamphlet Ho 16 anni e sono fascista.

Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971) vive e lavora a Bologna. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti Segni sottili e clandestini (Diabasis Edizioni), nel 2012 è uscito con Einaudi Stile Libero il suo primo romanzo Violazione, vincitore del Premio Paolo Volponi, opera prima. Nel 2014, sempre con Einaudi Stile Libero, il romanzo L’amore normale, vincitore del Premio internazionale Scrivere per Amore. Suoi racconti sono usciti in varie riviste e antologie. Il suo terzo romanzo La notte ha la mia voce (Einaudi Stile Libero, 2017) ha vinto il Premio Mondello opera italiana ed è stato finalista al Premio Campiello 2017. Collabora con «la Lettura», inserto culturale del «Corriere della Sera», e con il settimanale «l’Espresso» e scrive per i blog leparoleelecose.it, doppiozero.com e La ricerca.it.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, fra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi, 2015), vincitore fra gli altri dei premi Bagutta Opera Prima e The Bridge Book Award. Collabora con «la Repubblica» e altre testate ed è fra gli autori della trasmissione Pascal su Rai Radio 2.

Simona Vinci (Milano, 1970) ha debuttato nel 1997 con Dei bambini non si sa niente (Einaudi). Il suo romanzo La prima verità (Einaudi, 2016) ha vinto il Premio Campiello nel 2016. Il suo ultimo libro è Parla, mia paura (Einaudi, 2017).