Archivi categoria: Recensioni

P. Di Paolo, Vite che sono la tua

Di Paolo o di un rinnovato umanesimo

di Antonio Stanca

Col libro Vite che sono la tua, edito l’anno scorso da Laterza, Bari-Roma, Paolo Di Paolo è tornato a mostrarsi impegnato in un’altra operazione di carattere culturale e sociale. Non sono mai risultati distinti questi due ambiti nella sua produzione sia narrativa sia teatrale o saggistica, siano raccolte di interviste a noti personaggi, articoli per giornali e riviste, programmi per la televisione, libri per bambini e ragazzi.

Di Paolo ha trentacinque anni, è nato a Roma nel 1983, si è laureato in Lettere presso “La Sapienza” ed ha svolto un Dottorato di ricerca in Storia letteraria e linguistica italiana presso l’Università di Roma III. Nel 2004, a ventunanni, ha esordito come scrittore con la raccolta di racconti Nuovi cieli, nuove carte, che è stata finalista nel “Premio Italo Calvino per l’inedito”. Avrebbe continuato nella narrativa, altri riconoscimenti avrebbe ottenuto ma anche altre direzioni avrebbe assunto la sua attività e sempre sarebbe stato possibile notare come Di Paolo tenda a recuperare, a difendere i valori della cultura, intesa come storia, letteratura, filosofia, scienza, religione, lingua, di fronte ai pericoli che i tempi moderni rappresentano per essi, di fronte alla massificazione, alla volgarizzazione, alla confusione culturale e linguistica che ormai sono divenute dilaganti.

Specificamente rivolto in questo senso è stato il libro-saggio del 2016 Tempo senza scelte, dove l’autore mette in evidenza come non solo la cultura tradizionale ma anche quella dei tempi a noi più vicini, dei secoli da poco trascorsi, sia stata importante, abbia agito tanto da determinare, definire il pensiero, il costume, la vita che attualmente avviene, si svolge. Una funzione civile, sociale, morale ha avuto quella cultura, è diventata argomento di studio, programma scolastico, è servita a far maturare migliaia di ragazzi, di giovani, li ha trasformati nei suoi eredi, nei suoi continuatori, divulgatori.

Rammaricato, però, si mostra l’autore nella parte finale dell’opera poiché costretto si vede a riconoscere il pericolo che la sopraggiunta cultura di massa rappresenta per quel patrimonio. Essa, infatti, potrebbe livellare, spianare ogni forma di conoscenza, annullare ogni distanza, ogni differenza, conformare, adeguare tutto a modelli prestabiliti impedendo di “scegliere”, di essere diversi dal contesto pena l’esclusione da esso. Ad un impegno maggiore, pertanto, invita Di Paolo affinché questo non succeda. E in tale direzione si muove quando, nel 2017, con Vite che sono la tua riprende a dire della possibilità di riscattarsi dalla situazione corrente, a proporre dei modi per contrastarla, per non rimanerne vittima.

In questo libro Di Paolo presenta parti, brani delle opere narrative più importanti di ventisette scrittori dei tempi moderni. Sono tra i maggiori, tra i più famosi, i loro nomi vanno da Twain a Salinger, da Calvino a Mann, da Roth a Dostoevskij, da Balzac a Truman Capote, Proust, Camus e tanti altri. Le loro nazionalità sono diverse, anche le opere presentate lo sono per i contenuti e i modi espressivi ma uguale è il trattamento che ad ogni brano di esse presentato riserva Di Paolo. Egli non si limita a riportarlo ma lo commenta inserendosi tra le sue righe, frammentandolo, piegandolo ad un discorso da lui creato. Un racconto sembra venirne fuori ogni volta, un racconto nel quale Di Paolo si adopera per mostrare come anche in autori così celebri, anche in opere così alte, si possano scoprire momenti, motivi, ragioni, modi di pensare, di fare che sono di tutti, come tutti possano riconoscersi, ritrovarsi nella scrittura, nel linguaggio di un grande scrittore, come vicino a chi ha scritto possa sentirsi chi legge. E’ un invito quello che Di Paolo vuole formulare con quest’opera affinché ci si impegni a leggere, ci si convinca a superare quella distanza che soprattutto adesso si è creata tra autori e lettori, ci si abitui all’idea che in un libro più che altrove è possibile trovare quanto serve, ricavare indicazioni, suggerimenti. Vicini vuole mostrare gli scrittori, familiari, utili le loro opere.

Di nuovo Di Paolo sostiene il valore, la funzione civile, sociale, morale della cultura, di nuovo vuole salvarla dalle contaminazioni che i tempi moderni vanno diffondendo, di nuovo vede in essa la possibilità di migliorarsi, di resistere alle minacce che incombono.

Una missione sembra ormai diventata quella che Di Paolo svolge, un’opera di mediazione tra quanto è avvenuto e avviene in ambito intellettuale e quanto nella vita quotidiana, un’azione che vorrebbe portare alla comunicazione, allo scambio tra le due dimensioni. Un esempio, tra i più convinti, di un rinnovato umanesimo va considerato il suo.

T. Montefusco, Competenze chiave europee e RAV

Tommaso Montefusco

COMPETENZE CHIAVE EUROPEE E RAV

Quali sono, come si valutano, con quali rubriche

I Quaderni Pearson Academy

Per la Scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado

ISBN: 9788891907790

Le scuole sono chiamate ogni anno a redigere oppure ad aggiornare il Rapporto di Autovalutazione (RAV) che, peraltro, nella scuola dell’infanzia è obbligatorio dall’anno scolastico 2017/2018.

Nel RAV è presente un’area riguardante le competenze chiave europee, sulle quali la scuola deve operare una riflessione autovalutativa, ma a differenza delle altre dieci aree presenti, per le quali l’INVALSI fornisce indicatori precisi ed espliciti, in questa sezione non sono indicati in maniera altrettanto chiara i criteri di valutazione. Questi indicatori tuttavia, secondo l’INVALSI, «contribuiscono a supportare il gruppo di autovalutazione per l’espressione del giudizio su ciascuna delle aree in cui è articolato il Rapporto di Autovalutazione».

Come operare allora? Come predisporre le rubriche di valutazione? Come indicare i punti di forza e di criticità? Sulla base di quali indicatori individuare gli obiettivi di processo e i traguardi misurabili nel Piano di Miglioramento (PDM)? Questo volume traccia una breve storia della genesi delle competenze chiave di cittadinanza, da quelle individuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a quelle proposte dal MIT di Boston e dall’Institute for the Future di Palo Alto, per conto dell’Università di Phoenix. Quindi le confronta con quelle elaborate in Europa e propone un elenco ragionato di numerosi indicatori possibili, validi per varie tematiche e per differenti fasce di età.

A. D’Avenia, Ciò che inferno non è

Ciò che inferno non è, un romanzo di Alessandro D’Avenia, Mondadori, 2014

di Mario Coviello

Una ventata di luminosa aria estiva, un tripudio di sole,  zagara e sale riporta i lettori di “Ciò che inferno non è” di Alessandro D’Avenia con tutti i cinque sensi nella Palermo del 1993. L’ultima estate di Don Pino Puglisi, il prete del quartiere Brancaccio di Palermo ammazzato dalla mafia a 56 anni.

Ho appena finito di leggerlo e lo raccomando alle persone che cercano “Un posto dove scappare dentro. E’ ciò che cercava don Pino insieme ai bambini e ai ragazzi. Li aiutava a scoprire quello spazio dentro di sé, solo così la violenza poteva incontrare un ostacolo.”.

Lo consiglio alle persone che “non smettono di cercare le parole necessarie a tirare fuori la vita dalla vita, per trovare il fuoco del coraggio di non barattare la Bellezza con il Compromesso. E rimanere fedeli ai propri desideri, nel tempo.”Così scrive D’Avenia nella postfazione di un romanzo che mi ha preso e commosso fino alle lacrime.

Durante la mia permanenza a Palermo mi sono fermato a lungo sulla tomba di Don Pino nel duomo e mi ha colpito il suo sorriso che ti attraversa nella foto posata sul marmo bianco. Mi sono chiesto chi ha dato a questo prete il coraggio di sfidare la mafia e di accogliere i suoi carnefici con un sorriso che è rimasto sul suo volto sfregiato da una pallottola alla tempia.

D’Avenia ha conosciuto Don Pino che era il suo professore di religione al Liceo Vittorio Emanuele e aveva promesso ai suoi genitori di scrivere la storia del suo incontro con lui.

Lo fa diventando Federico, uno studente di liceo, di buona famiglia borghese che scopre la realtà, il mondo vero, quando va a Brancaccio per dare una mano a Don Pino in parrocchia con i bambini.

Federico comincia facendo da arbitro in una partita di pallone e si prende un pugno nello stomaco quando non “fa le cose giuste” e torna a casa senza la bici che gli rubano. Federico accompagna Don Pino nelle case del quartiere, nel carcere di Brancaccio, conosce Lucia che sta allestendo una recita con i piccoli e se ne innamora.

Federico deve partire per Oxford per studiare l’inglese è già tutto pagato ma non può più partire. Sfida i genitori e torna nel quartiere mentre la mafia si fa sempre più pericolosa per il prete e il giovane ed entrambi vengono pestati a sangue.

Entrambi non possono fermarsi. Federico non può lasciare solo il suo professore e si affeziona ai bambini che porta al mare a Mondello perché «Se nasci all’inferno hai bisogno di vedere un frammento di ciò che inferno non è». Deve crescere, “farsi una corazza” per dare un senso alle parole, «parole che mettono l’àncora alle cose», «che infilzano la realtà», «parole levigate fino alla trasparenza, essenziali come diamanti ripuliti di materia», deve crescere per dare un senso alla poesia che ama tanto e ci riesce soffrendo per amore, d’amore.

“Ciò che inferno non è” è Palermo “Tuttoporto”, città che accoglie e nutre gli stranieri e divora i suoi figli e “ Spasimo”: ” Questo desiderio infinito che costringe il cuore a spezzarsi, se necessario, i più lo chiamano vuoto e lo risolvono con l’amore. Ma a Palermo ha un nome ben preciso: spasimo, per eccesso di mare da guardare, di viaggi da incominciare.”

Palermo nel romanzo di D’Avenia è l’intrico dei vicoli controllati da uomini che portano soprannomi come il Cacciatore, ‘u Turco, Madre Natura, per i quali il solo comandamento da rispettare è quello dettato da Cosa Nostra. Ma sono anche le strade abitate da Francesco, Maria, Dario, Serena, Totò e tanti altri che non rinunciano a sperare in una vita diversa. Il romanzo si nutre della simpatia disperata dei bambini di Don Pino, di Falcone e soprattutto di Borsellino che Don Pino Puglisi ricorda con una grande festa nel suo quartiere Brancaccio nel primo anniversario della morte.

In una intervista al quotidiano Libero D’Avenia ha raccontato: «Un’unica immagine ha generato il romanzo:il sorriso all’assassino che sta per sparargli. Volevo capire se si trattasse di facile agiografia postuma, o di realtà. L’assassino, quando diventò collaboratore di giustizia, confessò che non dormiva la notte per quel sorriso, ed era uno tra i più efferati criminali della mafia. Aggiungerei anche una chiacchierata con un ragazzo che aveva inquietudini sul suo futuro. Il ragazzo parlò per ore senza interrompersi e quando si rese conto dell’orario si scusò dicendo a don Pino: “Ma perché non mi ha interrotto? È tardi…”, don Pino rispose: “Perché? Hai già finito?”. Il dono del proprio tempo e la capacità di ascoltare: amore vero. Non si sostituiva maia te, ma ti metteva in condizione di prendere in mano la tua libertà e scegliere».

Vi raccomando questo romanzo perché parla di noi, della possibilità — se torniamo a guardare la vita con gli occhi dei bambini che tutti siamo stati — di riconoscere anche in mezzo alla polvere ciò che inferno non è.”

AA.VV., Educare alle immagini e ai media

Bambini, immagini, nuovi media: ecco il manuale per educare i “nativi digitali”, dal primo anno di età. Da Coopselios uno strumento pratico per insegnanti e genitori

Le immagini digitali sono divenute centrali nella vita dei più piccoli sin dai primissimi anni di vita: su tablet, televisione, pc, smartphone confluiscono e convivono enormi quantitativi di immagini, autentiche e manipolate. Possono diventare uno strumento didattico? “Educare alle immagini e ai media. Manuale per un uso consapevole da 0 a 11 anni” (ed. Spaggiari Junior) è un libro voluto dalla cooperativa Coopselios, specializzata nei servizi all’infanzia, come guida pratica per educatori e genitori: propone attività concrete, laboratori ed esperienze sul campo per imparare attraverso le immagini 2.0. Questi percorsi didattici innovativi, sperimentati sul territorio reggiano, sono già realtà presso il nido “Le Corti” di Correggio (RE). Il libro viene presentato il 19 febbraio presso il Teatro Asioli di Correggio dalla curatrice Sabrina Bonaccini, Direttore Tecnico Area Educativa Coopselios, insieme a Lorella Zanardo – autrice, documentarista e scrittrice – che si è occupata della supervisione

I giochi sul tablet sono il peggiore intrattenimento per i nostri figli? No, basta scegliere quelli giusti. Vietare internet ai bimbi? È una battaglia senza senso, meglio educare i più piccoli a sfruttarne le potenzialità e a evitarne i rischi. La tecnologia è un danno per l’apprendimento? Al contrario, se usata correttamente può diventare una grande risorsa.

Oggi i bambini, sin da piccolissimi, sono immersi in un mondo di immagini mediate da uno schermo – soprattutto smartphone e tablet – in modo invasivo: secondo l’Istituto di Neuroscienze del CNR è possibile che in futuro, accanto ai centri del linguaggio, che hanno la loro sede nell’emisfero sinistro del cervello (per i destrimani), si sviluppino centri per il linguaggio digitale.

L’Italia, però, risulta ancora arretrata rispetto all’alfabetizzazione ai media, mentre la necessità di tutelare la crescita dei bambini di fronte ai contenuti mediatici è un tema urgente, non più rinviabile, che coinvolge docenti, insegnanti e genitori. Per questo Coopselios, cooperativa sociale da sempre molto attenta e impegnata nella promozione di tematiche educative contemporanee, ha realizzato con la supervisione di Lorella Zanardo il libro “Educare alle immagini e ai media. Manuale per un uso consapevole da 0 a 11 anni”, edito dalla casa editrice Spaggiari Junior e curato da Sabrina Bonaccini, Direttore Tecnico Area Educativa Coopselios.

Il volume è una bussola riguardo a questi temi e si muove su tre linee guida che sono anche gli obiettivi da raggiungere per una corretta “dieta mediatica” per i nostri bambini: la prima riguarda la promozione – in bambini, insegnanti e genitori, della consapevolezza e dell’abilità nel guardare e comprendere le immagini che arrivano dall’esterno, imparare a riconoscere la distinzione tra finzione e realtà, l’attivazione di azioni di denuncia nei confronti di immagini che si ritengono dannose, discriminanti o lesive della dignità. La seconda è volta alla promozione della capacità di gestire la propria immagine comprendendone il valore, le implicazioni e le conseguenze nel tempo della presenza delle nostre immagini e dei comportamenti che vi sono collegati, in modo da sapersi tutelare nel rispetto di sé e degli altri. Infine, la terza è relativa al piano creativo: promuovere le abilità e le conoscenze per imparare a “fare media”, cioè ideare, progettare e realizzare messaggi e contenuti da promuovere nella “mediasfera”.

Il libro offre numerose proposte didattiche concrete e già sperimentate rivolte agli insegnanti e agli educatori che vogliano iniziare un percorso di ricerca con i bambini e le bambine da 0 a 11 anni. Questi percorsi didattici innovativi, sperimentati su diverse strutture del territorio reggiano gestite da Coopselios, sono già realtà presso il Centro di sperimentazione creativa per l’infanzia “Le Corti” di Correggio (RE): il centro si propone come laboratorio di cultura digitale, dove condividere idee, risorse, opportunità. Atelier creativi, contesti di esplorazione e conoscenze innovativi diventano al Centro “Le Corti” importanti occasioni di apprendimento.

Gli autori

Il volume è curato da Sabrina Bonaccini, Direttore Tecnico Area Educativa Coopselios e pedagogista che da 26 anni si occupa di progettare contesti educativi che sostengono le potenzialità dei bambini e delle bambine, oltre che di formazione, ricerca e innovazione nel campo dei servizi educativi. Il testo è il frutto di un lavoro collegiale e raccoglie diversi contributi di chi opera direttamente nei servizi (pedagogisti, insegnanti, atelieristi e genitori) e vede l’importante contributo e la supervisione di Lorella Zanardo e Cesare Cantù. Lorella Zanardo, autrice, documentarista, scrittrice coautrice del documentario “Il corpo delle donne” e dell’omonimo libro edito da Feltrinelli. Ideatrice con Cesare Cantù del percorso educativo “Nuovi occhi per i media” che propone l’educazione all’immagine per i giovani come strumento di cittadinanza attiva.

L’evento

Coopselios, in collaborazione con il Comune di Correggio (RE), promuove e organizza l’incontro “Educare alle immagini e ai media per diventare cittadini consapevoli”, con la partecipazione di Lorella Zanardo, autrice, documentarista e scrittrice. L’appuntamento è per lunedì 19 febbraio alle 16.30 presso il Teatro Asioli di Correggio.

L’evento, aperto alla cittadinanza e in particolare alle famiglie e agli insegnanti, vuole porre al centro del dibattito una riflessione sull’influenza che le immagini hanno nella vita di ognuno di noi e in particolare sui bambini. E’ un’occasione di confronto e di scambio per riflettere sull’importanza di sostenere i bambini, gli insegnanti e i genitori nell’essere consapevoli e abili nel comprendere la qualità delle immagini che arrivano dall’esterno, nel farne un consumo consapevole e non passivo. Solo in questo modo è possibile educare e crescere una “cittadinanza attiva”.

La scheda del libro

Autore: AA.VV. a cura di Sabrina Bonaccini

Titolo: Educare alle immagini e ai media. Manuale per un uso consapevole da 0 a 11 anni

Editore: Spaggiari Junior

101 pagine

€ 20,00

ISBN 978-88-8434-822-7

J. Tweet e K. Lewis, Mia nonna era un Pesce

Jonathan Tweet e Karen Lewis
Mia nonna era un Pesce
– Il mio primo libro sull’evoluzione –

In occasione del Darwin Day, che il 12 febbraio celebra la nascita di Charles Darwin, il Centro Studi Erickson presenta: Mia nonna era un Pesce di Jonathan Tweet, il primo albo illustrato sull’evoluzione spiegata ai bambini, con un’introduzione di Telmo Pievani. Da sempre le Edizioni Erickson vogliono stimolare la curiosità dei bambini verso l’apprendimento, avvicinandoli, con semplicità e chiarezza, alla scienza (e non solo!).

Da dove veniamo? È una domanda che ci siamo posti tutti, soprattutto da piccoli. Adesso, da grandi, sapremo spiegarla ai bambini? Da oggi non dobbiamo più preoccuparci di trovare le parole giuste, Jonathan Tweet le ha trovate per noi. Stimolando immaginazione e curiosità, Nonna Pesce porta piccoli e grandi dentro l’affascinante storia della vita sul nostro pianeta, spiegando come siamo connessi a tutti gli altri organismi viventi nel grande “Albero della vita”. Colori brillanti e disegni vivaci accompagnano la lettura, rendendo tutto più avvincente.

È vero che discendiamo dalle scimmie? È vero che l’evoluzione culmina con la razza umana? È vero che i pesci si evolvono in rettili e i rettili in mammiferi? È vero che tutti i rettili depongono le uova?

Il libro è corredato da un prontuario che riporta gli errori più comuni in cui rischiamo di imbatterci parlando di evoluzione. La teoria di Darwin non è mai stata così semplice!

Mia nonna era un Pesce è marchiato STEM, acronimo inglese di Scienza-Tecnologia-Ingegneria-Matematica che indica storie e narrazioni che mirano a suscitare la curiosità verso il mondo della scienza. Libri pensati per giovani lettrici e giovani lettori che non temono di sperimentare, inventare, provare.

Jonathan Tweet, game designer da oltre 25 anni. Mia nonna era un pesce è il suo primo libro per bambini.

Karen Lewis, vive a Seattle ed è un’illustratrice di libri per l’infanzia.

Pagine: 44 a colori – più poster
Prezzo: 13,50 €
Autore: Jonathan Tweet
Illustratrice: Karen Lewis
Età: 4+

https://youtu.be/uMwDyKvkHkk

G. Duby e R. Mandrou, Storia della civiltà francese

LA RIVOLUZIONE FRANCESE E L’ETA’ NAPOLEONICA

di Giovanni FERRARI

 

PREMESSA:

Due noti studiosi, ricercatori. Storici, intellettuali francesi, Georges DUBY e Robert MANDROU; hanno analizzato in modo particolare “Histoire de la civilisation française”, pubblicato in Francia in due volumi: tome 1, Moyen Age- 16ème siècle; Tome 2, XVIème sIècIe-XXème siècle; tradotto e commentato in Italia; “Storia della civiltà francese”, da Annamaria NACCI e Anna GRISPO.

Questa storia della civiltà francese intende realizzare l’Ideale di una storia completa, a cui centro stanno non solo lo Stato, non le grandi vicende e gli episodi politici ma le strutture e i valori della cultura, dell’economia, della mentalità comune, della vita morale e religiosa. Partendo dall’unità universalistica e indifferenziata del mondo medievale, in cui le linee maestre della civiltà sbocciata a ovest del Reno e delle Alpi, poco da quelle comuni a tutta l’Europa romano-germanica, è così possibile seguire il lento delinearsi della particolare realtà francese. Una civiltà che ha ricevuto l’impulso decisivo da momenti di straordinaria creatività come il XII o XVIII secolo, quando tutta l’Europa ha tratto, della Francia, elementi fondamentali per il destino comune.

Il 1789 segna una svolta decisiva nella storia della Francia , i cui effetti coinvolgeranno l’intera civiltà europea ( se non mondiale) fino ai nostri giorni. Con la Rivoluzione francese inizia un processo controverso, discontinuo ma irreversibile, che porterà all’abbattimento dell’Ancien Regime e all’ affermazione di una società amministrata e diretta dalla borghesia, la cui ascesa ed in seguito emancipazione consentiranno il passaggio dal feudalesimo al capitalismo.

L’ affermazione dei diritti civili e delle libertà costituzionali, portatrice istanze radicalmente innovative e potenzialmente universali, troverà una concreta espressione ne! moderatismo del pensiero politico dei philosophes (sul modello del liberalismo inglese) e una piena attuazione ed interpretazione in chiave borghese. Dal 1789 al 1791 i deputati del III Stato, provenienti dalle fila dell’alta borghesia finanziaria e colta, ottengono le conquiste essenziali per la tutela dei lori interessi:

Abolizione formale dei diritti feudali: i contadini devono riscattare in denaro i diritti reali e a trarne vantaggio sono i proprietari ( nobili e borghesi) e i contadini più benestanti.

Dichiarazione dei diritti dell’uomo: espressione dell’individualismo borghese, afferma il principio della uguaglianza formale di tutte le persone di fronte alla legge, la garanzia esclusiva delle libertà individuali, la intangibilità del diritto di proprietà e introduce il principio meritocratico nell’accesso alle cariche pubbliche, appannaggio di chi possiede mezzi e ricchezze.

fine dell’assolutismo regio: concessione della carta costituzionale e nascita di uno Stato minimo, frutto di un compromesso capace di garantire ai possidenti ( aristocratici e borghesi) il potere effettivo.

Da un punto di vista economico si pongono le basi per un sistema di stampo capitalistico: liberalizzazione degli scambi commerciali, abolizione dei monopoli e soppressione delle dogane interne, in particolare, con la legge Le Chapelier vengono soppresse tutte le associazioni, padronali e operaie, considerate da ostacolo alla libera iniziativa dei singoli individui: i padroni, in assenza di responsabilità e vincoli, sanzionano un avvenire di oppressione della classe operaia, inoltre con la vendita dei beni nazionali (le terre confiscate prima al clero e poi agli emigrés), ad arricchirsi saranno soprattutto le classi più agiate.

Se da un lato si procede allo smantellamento dei privilegi fiscali e giuridici e all’applicazione della stessa legge per tutti, dello stesso regime fiscale o penitenziario su tutto il territorio, dall’altro si escludono, sotto pressioni economiche, i territori d’oltremare sottoposti alla schiavitù.

 

I nuovi potenti, sostenitori di una monarchia costituzionale su base censitaria, delegano l’azione politica ad una plutocrazia fondiaria e immobiliare a spese delle richieste di giustizia sociale ed economica del popolo.

 

Repubblicani, in virtù del tradimento regio, nel breve spazio di un anno i convenzionali montagnardi abbozzavano anche una democrazia sociale ( decreto di distribuzione delle terre: il diritto di proprietà veniva subordinato al diritto di sussistenza; un decreto che darà un’impostazione socializzante alla tradizione giacobina, ma la politica termidoriana segnava una battuta d’arresto. Si recupera il senso autentico della rivoluzione: l’ideale resta la monarchia censitaria; in assenza del Re, la repubblica può essere liberale e borghese, senza essere democratica.

Il consolidamento delle conquiste borghesi, dal 1794 al 1799, si scontrerà con le richieste democratiche del popolo e il pericolo di una restaurazione realista sostenuta dal disordine religioso. Ad alimentare sentimenti reazionari contribuirà la questione religiosa: se da un lato si riduce sensibilmente il monopolio della Chiesa nella vita sociale e politica promuovendo la libertà di coscienza, il pluralismo religioso e un’istruzione laica , dall’altro si crea una sorta d’interferenza dello Stato nella Chiesa( Costituzione civile del clero secondo i principi gallicani, si sottopongono ad un rigido controllo tutte le attività del clero impedendo ogni interferenza del Papa; i beni della Chiesa vengono confiscati e venduti all’asta; i chierici diventano funzionari dello Stato e si aboliscono gli ordini religiosi. Costretto a conservare il suo status dominante sotto un regime di repressione, il Direttorio aprirà la strada a Napoleone Bonaparte, strumento cosciente del trionfo della borghesia sull’antico regime.

ln primis è necessario assicurare la pace civile e la vittoria all’estero e Napoleone riesce ad imporsi sia ai realisti con un abile dosaggio di misure repressive e conciliative, sia ottenendo l’accordo con il Papato e la Chiesa cattolica, pilastro insostituibile dell’ordine sociale (Concordato del 1801). Il primo grande merito attribuitogli dagli ambienti degli affari ( banche e commercio) e dalla borghesia urbana, è la riorganizzazione finanziaria con la creazione della Banca di Francia e di una moneta sicura che garantisce la prosperità del paese e l’attuazione di una politica estera volta a favorire l’economia francese. La promulgazione del Codice civile sigilla le conquiste rivoluzionarie tese a favorire il predominio della classe borghese: pensato per regolamentare questioni riguardanti i contratti di proprietà, consacra l’abolizione di ogni traccia del regime feudale; garantisce la libertà del lavoro (soppressione delle dogane interne e introduzione del libretto del lavoro) che incoraggia lo sviluppo del nascente capitalismo; porta a compimento l’uguaglianza civile tramite la creazione di nuovi incarichi pubblici e la promozione della carriera militare. Infine Napoleone riafferma il principio dell’abolizione della nobiltà come ordine , ma la resuscita come classe sociale camuffandola con armi e titoli nuovi, e ne crea un’ altra a tutela e lustro del regime, ereditaria e legata al censo. Riorganizza il sistema dell’ istruzione a favore degli interessi della borghesia: si disinteressa totalmente all’insegnamento primario e la scuola inferiore torna ad essere a pagamento per i genitori: questo significa che la massa degli operai e dei contadini non puo’ far istruire i propri figli. Concentra tutta la sua attenzione sulle scuole secondarie, affidando ad esse il compito di sfornare funzionari docili, e crea un’università di Stato gerarchizzata e centralizzata, che sarebbe durata , nei suoi principi essenziali, fino al 1968. ln ambito culturale , incoraggia le scienze matematiche, la fisica, la medicina e ostacola le scienze morali e politiche. Nel campo dell’istruzione trascura gli studi di lettere, filosofia, storia moderna, scienze economiche e sociali. ln assai migliori condizioni erano le facoltà destinate a preparare puri tecnici: scienze, medicina, diritto. Una particolare cura era data alle scuole medie perché doveva preparare il gran numero degli impiegati dello stato e degli ufficiali inferiori. La caduta di Napoleone trascinerà tutta l’ Europa nel moto reazionario senza tradursi in un’ integrale restaurazione dell’ Antico regime.

ln sintesi, i protagonisti della rivoluzione e degli anni successivi Sono il re, l’aristocrazia reazionaria e il clero refrattario, portatori di istanze controrivoluzionarie; la borghesia, detentrice delle fila della rivoluzione, pronta a difendere il potere conquistato da qualsiasi attentato proveniente dall’alto o dal basso; e il popolo, che insorge, accelera il ritmo lento delle istituzioni e diventa “massa di manovra” degli interessi di potere.

Dopo il 1789 i francesi vivono con diversa intensità gli eventi rivoluzionari. I parigini partecipano quotidianamente alla vita politica grazie ai club e alle sezioni. Ciò che accade a Parigi condizionerà tutta la Francia. ln provincia, le masse popolari sono meno informate di quelle della capitale , seguono gli avvenimenti parigini Con un certo distacco e con una diversa consapevolezza della scelte politiche. Infine, la popolazione delle campagne è totalmente impegnata nelle ultime lotte contro i beneficiari dei decreti del feudali. Insomma, al di là di Parigi, l’organico rivoluzionario comincia a rarefarsi, come si evincerà dalle tendenze controrivoluzionarie a partire dalla primavera del 1793.

 

ln definitiva, l’istituzione dell’uguaglianza diventa una precisa manifestazione di classe e si concretizza nella lotta contro i privilegi dell’aristocrazia feudale: al privilegio antico del sangue si sostituisce quello “nuovo” della ricchezza. La nuova società del XIX secolo è una società senza ordini ma egualitaria più nei principi che nella realtà quotidiana: la borghesia condivide con gli antichi privilegiati una condizione di predominio. Spariscono i segni esteriori della superiorità e si comincia a delineare in modo inafferrabile (in quanto non definibile giuridicamente) la supremazia di una classe su un’altra.

 

La libertà, in nome della quale s’insediano i vari governi rivoluzionari e si conducono le conquiste dei popoli, viene intesa nella sua accezione puramente negativa (assenza di vincoli esterni, libertà da ogni forma di potere collettivo) attraverso la fondazione di un sistema giuridico e politico basato sulla difesa dei diritti esclusivamente individuali ( solidali con il diritto di proprietà e altri diritti di natura economica L’unico ostacolo all’esercizio di questa libertà è la libertà dell’altro: i rapporti umani sono, dunque, rapporti necessariamente vincolati e limitati dalla relazionalità stessa. Si profila cosi un tipo di società individualistica, segnata dalla separazione del singolo dal tessuto comunitario. LO Stato non ha altra funzione che quella di garantire questa eguale libertà, mantenendo l’ordine, e ciò equivale in pratica a lasciare che parte dei cittadini prenda il sopravvento sugli altri grazie alle loro capacità e soprattutto alla loro ricchezza. L’importante riconoscimento della libertà di pensiero e di stampa, riconosciuta di fatto a chi possiede i mezzi e ricchezze, diventa strumento di potere e viene puntualmente annullata nei riguardi della parte soccombente e riservata alla parte vincitrice. D’altro canto, sulla scia di Rousseau, pensatore illuminista solitario, la politica giacobina, forte degli appoggi popolari, proverà a realizzare una democrazia reale introducendo il suffragio universale e, grande innovazione, alcuni diritti sociali: assistenza ai poveri, agli anziani e istruzione gratuita per tutti. Sospende le libertà dei liberali perseguendo l’ideale democratico di una libertà positiva (partecipazione), intesa come autonomia, indipendenza economica e quindi culturale. L’intenzione del decreto di ventoso (redistribuzione delle ricchezze ai più poveri) è quella di dare a tutti la possibilità di essere soggetti delle iniziative delle vita politica, sociale e culturale. La democrazia giacobina fonda, dunque, la libertà su una limitazione delle differenze economiche e sociali : in questo consiste il significato profondo del suffragio universale. Tuttavia l’istituzione di una democrazia effettiva è impossibile da affermare in un momento in cui la Rivoluzione giunge a sancire il dominio borghese e l’individualismo egoistico. I termidoriani reclamano le libertà che il governo di Robespierre ha dovuto accantonare per difendere la patria dai nemici interni ( moderati, realisti, cattolici) ed esterni e tutta la politica termidoriana sarà tesa a rafforzare il potere della borghesia con l’affossamento dei principi democratici e il prevalere di egoismi e rivalità personali, Si ritorna ai principi dell’89 e alle disposizioni del 1791: introduzione del sistema censitario, liberalismo economico e intangibilità della proprietà privata. Al tempo stesso, la Convenzione montagnarda consegnerà alla Francia e al mondo un’ideale democratico: subito dopo le giornate del luglio 1830, sorge una tradizione repubblicana che si arricchisce e si differenzia prima nell’opposizione alla monarchia borghese e a Napoleone III, poi nell’esercizio del potere.

 

Infine, la fraternità, nella sua accezione universalistica o nazionalistica, sebbene alimenti, con accenti diversi, la solidarietà tra popoli, la coesione sociale, la valorizzazione delle specifiche identità culturali, entrerà troppo spesso in conflitto con la libertà fornendo l’alibi alle guerre espansionistiche e favorendo totalitarismi di destra e sinistra. L’imperialismo francese, prima repubblicano e poi napoleonico, difende la diffusione per via militare delle idee rivoluzionarie, facendone una sorta di precorritrice dell’idea attuale dell’esportabilità con la forza della democrazia, e della cosiddetta responsability to protect.

Sotto l’insegna della libertà, si procede alla conquista e alla spoliazione dei territori invasi attraverso una politica economica che subordina gli interessi dei paesi vassalli a quelli della Francia. Mentre fonda a Parigi la sua monarchia imperiale, Napoleone è l’artefice di quella modernizzazione delle istituzioni europee (sul modello francese) che susciterà, per adesione e per contrasto, la promozione dei popoli alla sovranità e provocherà al tempo stesso una strana alleanza della reazione con il patriottismo.

 

Sebbene terminata ufficialmente con il periodo imperiale-napoleonico e con la Restaurazione, la Rivoluzione francese mantiene intatte le conquiste essenziali, quelle del 1789-1791. Ha ispirato le rivoluzioni che si verificano nella prima metà del XIX secolo, dando definitivo impulso alla nascita di un nuovo sistema politico, sotto il nome di Stato di diritto o Stato liberale, in cui la borghesia diventa la classe dominante, prodromi a sua volta della nascita dei moderni stati democratici del XX secolo.

Dopo Napoleone si entra in un lungo periodo di lotte di popoli contro sovrani, di borghesi contro aristocratici, di operai contro padroni per affermare il loro diritto alla Vita, in una Francia declassata e controllata che non troverà’ più l’ egemonia smisurata dell’ Impero. Sul terreno religioso la Chiesa Romana tende a riprendere il controllo delle coscienze e delle idee dominanti incoraggiando il libertinaggio e l’ anticlericalismo. Politicamente esclusa dal continente, la Francia vivrà nel ricordo di Napoleone.

L’ epoca delle rivolte romantiche è caratterizzata da una reazione al razionalismo dei lumi in nome del sentimento, della sensibilità e della fiducia nelle verità metafisiche. Dal Confronto con l’ eredità della Rivoluzione francese scaturisce un nostalgico rivolgimento verso il passato che si traduce da un lato nell’ esaltazione della fede religiosa e dell’ istituzione monarchica (corrente tradizionalista); dall’ altro in una critica alla civiltà del progresso non tanto per i ricavi quanto per i costi che comporta. Da ciò ne consegue la presa di coscienza di un’ alienazione dell’individuo dal proprio ruolo sociale che porterà all’ avvento di nuove ideologie: socialismo, comunismo, ereditarie dell’ egualitarismo giacobino. La società e lo Stato borghese vengono sottoposti un’ attenta e disincantata analisi che individua le cause dei profondi mali sociali nel capitalismo liberista. Queste ideologie, nate in contrapposizione ai valori dell’ individualismo borghese, rivendicano la preminenza degli interessi globali della collettività su quelli dei singoli cittadini, al fine di evitare le storture economiche del regime liberista, quanto le gravi disparità politiche e sociali fra i ristretti gruppi detentori del potere economico e i vasti ceti proletari.

 

La lotta iniziata per approdare alla conquista dei diritti fondamentali dei cittadini ( innanzitutto intesi come lavoratori), ha visto il riconoscimento istituzionale di tali garanzie, ma non è stata corrisposta da una reale emancipazione umana. Se da un lato l’ impiego delle macchine nel lavoro consente un aumento della produttività in termini di velocità e resa, d’ altro canto manca di un’ adeguata riqualificazione delle risorse umane, diminuendo la necessità di impiego di personale e riducendo il valore del contributo dato dall’ apporto dell’ intervento dell’ individuo.

 

L’avvento di una civiltà tecnico-industriale aliena gli uomini dalle loro dimensioni naturali e genera una nuova forma di oppressione degli individui dando luogo ad una società tecnicizzata e massificata(sostanzialmente totalitaria, anche se rivestita di forma democratiche) nella quale l’individuo, privato di ogni potere decisionale, risulta asservito a delle élite economiche e politiche, che detengono il monopolio dei mezzi di comunicazione e il potere di influenzare e controllare l’ opinione pubblica.

A partire dal secondo dopoguerra, prende piede, in materia di politica estera, il fenomeno della decolonizzazione. Le potenze coloniali avevano giustificato il loro operato sulla base di uno scambio ‘paritario”: esse avevano il compito di portare alle popolazioni indigene la civiltà e il progresso, in cambio le colonie contribuivano con lo sfruttamento delle proprie risorse a favore dei bisogni materiali del mondo moderno. Le potenze coloniali si occuparono di creare nelle colonie un sistema sanitario, molte infrastrutture e un sistema di scolarizzazione, ma gli Europei si preoccuparono per IO più di indirizzare la coltura delle terre verso il loro esclusivo interesse, con un conseguente sfruttamento delle popolazioni locali e un’ ampia appropriazione del territorio, la costituzione di entità capitalistiche ( banche, società minerarie e commerciali) e il controllo della manodopera indigena. Tuttavia dal progresso economico, dell’ istruzione e dell’ urbanizzazione nacquero le cosiddette “borghesie indigene” che assunsero la guida del movimento nazionalista. Avendo avuto accesso all’ insegnamento occidentale, queste élite locali utilizzarono le armi intellettuali e ideologiche che avevano ricevuto per aizzare le masse popolari al fine di rivendicare la loro indipendenza.

Dopo aver conquistato l’ indipendenza rimane in molte colonie la necessità di definire una strategia di sviluppo e di acquisizione di legittimità internazionale. ln generale i nuovi Stati finiscono per essere influenzati dall’ ex potenza coloniale, l’ avvento del neocolonialismo incatena i territori coloniali nella posizione di stati clienti delle principali potenze industriali-capitalistiche, con il capitale straniero utilizzato per lo sfruttamento, anziché per il progresso, delle parti meno sviluppate del mondo.

 

L’opera, in sostanza, si muove sulla scia dell’indirizzo tracciato da Marc BLOCH e da Lucien FEBVRE. Questa storia della civiltà francese tenta di attuare, in un tema di straordinaria vastità ed Importanza, l’ideale caratteristico dalla scuola della rivista “Annales d’histoire économique et sociale”, tuttora esistente e pubblicata dal 1994 con il titolo “Annales”. Si può parlare di una storia “integrale”, capace di far rivivere nella complessità del loro intreccio i più vari aspetti della realtà in cui si muovono gli uomini e le collettività.

 

Al centro stanno dunque non solo lo Stato, ma la società, non i grandi fatti della politica ma le strutture e i valori della cultura, economia, vita morale e religiosa. Dalla differenziata unità del mondo medioevale, in cui le linee maestre della civiltà germinata a ovest del Reno e delle Alpi differiscono poco da quelle comuni a tutta l’Europa romano-germanica, è così possibile seguire il lento delinearsi della particolare realtà francese, che ha ricevuto una impronta decisiva da momenti di straordinaria creatività come il XII o il XVIII secolo, quando tutta la civiltà europea ha tratto, dalla Francia, elementi fondamentali e apporti decisivi per il comune destino. Questo libro ripercorre dunque le vicende di uno dei centri di più intensa vitalità storica che l’umanità abbia mai conosciuto, dalle sue origini prima del Mille sino ai giorni nostri, in uno sforzo di rievocazione critica sempre vigile a richiamarsi, al di la dell’esterna trama dei particolari e dei dati di fatto, ai valori umani e alle mentalità che stanno dietro di essi, e che con essi sono venute crescendo e sviluppandosi. Non è un libro di storia nel senso tradizionale. Non vi si trovano descrizioni dettagliate con nomi, date, battaglie ecc. Niente di simile ad un libro di storia manualistico. Tutt’altro. Qui si parla sì di storia, ma di ‘‘storia della civiltà”, che si muove sempre ovviamente sulla storia come generalmente la intendiamo, ma ne approfondisce un aspetto particolare. Il libro è scritto da due autori diversi, uno studioso del Medioevo e l’altro dell’età moderna, e abbraccia un arco temporale molto ampio: dall’anno 1000 fino alla Quinta Repubblica. E vi si narra come il popolo francese, a partire dai piccoli villaggi in cui viveva si sia sviluppato; di come lentamente le varie lingue che vi si parlavano abbiano ceduto il passo dinanzi quello che poi diverrà il francese; di come le campagne si siano sviluppate lentamente dal punto di vista delle colture; di come Parigi abbia cominciato ad assumere il ruolo indubbio di capitale che ancora tutti le riconoscono. Sì può senza timore di smentita dire che in questo libro, tolti i nomi importanti a cui per necessità si deve far riferimento, si può vedere come la Storia, in fin dei conti, la facciano tutti, anche gli ultimi, quelli che non si penserebbe mai abbiano potuto dare alcun contributo, ma in fondo la storia della civiltà è proprio la storia di tutti. La parte di nostro interesse va dalla Rivoluzione francese alla Seconda Guerra Mondiale e al decennio posteriore al secondo conflitto mondiale.

 

Dal 1789 al 1794 la Rivoluzione è un moto di progressione continua, abbattuto l’Ancien Regime, la costituente costruisce il nuovo, sino al 1815 quando interviene Napoleone che rilancia l’idea della conquista d’Europa (regime personale che si distacca sia dalla tradizione che dalla rivoluzione).

 

All’origine della Rivoluzione francese vi è la Grande Paura, il semplice panico popolare è all’origine di questo immenso moto sociale contro il regime feudale (non sembra vi siano altri esempi simili nella storia del mondo). La Grande Paura conduce all’esplosione di gioia con la quale il contadino s’è liberato dei pesi feudali. (Decreto della Convenzione 17/07/1793) La Rivoluzione è stata vissuta dai francesi con varia intensità, maggiormente dai parigini (che partecipano alla vita politica quotidianamente), in maniera marginale nelle campagne. Solo la questione religiosa seguita ad appassionare ed è meno drammatica di quanto la si sia creduta (la fede popolare, religiosa e politica è raccolta nei Cahier de doléances).

 

Nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo il termine maggiormente apprezzato dall’uomo è uguaglianza: uguaglianza fiscale (concretizzata in una migliore ripartizione delle imposte}, uguaglianza civile (apertura delle cariche a tutti e non solo ai nobili), uguaglianza amministrativa (riordinamento amministrativo della Francia: dipartimenti, circondari, cantoni…), uguaglianza economica (padroni e compagnons sono considerati pari anche se solo formalmente), uguaglianza politica (sovranità della Nazione, ma distinzione dei cittadini in attivi e passivi, ma questi ultimi non possono partecipare alla vita politica, e sono almeno un terzo. La ricchezza è la sola discriminante).

 

La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo definisce le libertà indispensabili al cittadino. Libertà di coscienza (nessuno può essere molestato per le sue opinioni, neppure religiose). La Chiesa cattolica non può più essere quella di prima; i protestanti riottengono il loro diritto alla vita nel regno. Ma l’attaccamento dei giacobini alle libertà è provato dalle loro aspirazioni sociali incentrali sui decreti per la redistribuzione delle terre, perché non può esistere vera libertà finché il cittadino non abbia un pezzo di terra che gli dia garanzia. La democrazia giacobina è egalitaria nei principi, fonda la sua libertà su una limitazione delle differenze economiche e sociali, senza mai arrivare all’uguaglianza. Anche nei periodi successivi alla Rivoluzione si è visto quanto fosse difficile l’esercizio della libertà.

 

La tappa Napoleonica consente il trionfo della borghesia sull’Ancien Regime. Napoleone fonda a Parigi la monarchia imperiale e in Europa la Rivoluzione contro l’antico regime, egli riorganizza le finanze pubbliche, crea la Cassa di ammortamento, la Banca di Francia. Ristabilisce la pace religiosa ed il clero ritrova posto nella vita quotidiana. I francesi perdono la libertà a vantaggio di uguaglianza, prosperità economica, tranquillità religiosa. Nel 1804 perdono anche l’uguaglianza sociale, la nobiltà imperiale può assicurarsi la trasmissione ereditaria. II momento napoleonico è l’espressione di una volontà di grandezza: l’Europa occidentale e in parte centrale diventa francese (1810). L’amministrazione diventa ordinata e gerarchica. La suddivisione amministrativa fa crollare i privilegi locali e feudali ed anche i beni del clero sono secolarizzati (specialmente in Italia). La presenza francese ha fatto nascere negli Stati europei la solidarietà nazionale ed un sentimento xenofobo che mette fine alla dominazione francese.

 

La caduta napoleonica crea la restaurazione, ma in alcuni Paesi si salvaguardano le costituzioni liberali introdotte dai francesi, ed anche in Francia stessa con Luigi XVIII si rende conto che non si può tornare ad una piena restaurazione.

 

La Francia borghese può basarsi sui proprietari delle prime ferriere e delle industrie tessili. Raddoppia la popolazione, sia borghesi che nobili investono in terreni. I borghesi si preoccupano di avere un buon sistema educativo, Collegi, scuole centrali, scuole provinciali, l’organizzazione dell’università resta quella dell’impero napoleonico, tanto che fino al 1850 le congregazioni religiose reclamano per la Chiesa libertà d’insegnamento e fine del monopolio ( l’università restava ispirata allo spirito volterriano). Le principali sono la Sorbona e il Collège de France. Nel 1833 la prima costituzione all’insegnamento primario (con la legge Guizot una minoranza delle giovani generazioni comincia ad andare a scuola, sotto il controllo del clero). La borghesia francese è consapevole di avere una funzione dirigente.

 

I. Le rivolte romantiche:

La fase post-napoleonica è caratterizzata da malcontento, miseria, fame e freddo. Ogni anno muoiono tanti francesi e non solo tra le persone meno abbienti. La sconfitta di Waterloo e il tradimento colpiscono l’immaginazione. Stendhal attribuisce ai suoi personaggi ammirazione per Napoleone. Tra il 1846-47 falliscono le compagnie ferroviarie e conseguentemente banche e finanziatori. La vita agricola condiziona l’intera vita economica. La carestia, il rialzo del prezzo del grano, sono seguiti dalla crisi industriale e commerciale, dalla disoccupazione e dalla miseria, che avranno ripercussioni sugli avvenimenti del 1848.

 

Temi e stili del romanticismo francese sono: proteste contro il trionfo borghese, un rifiuto dello straniero, una reazione al razionalismo in favore della sensibilità e della fede religiosa. I romantici rimettono in onore il sentimento; Balzac vuole lavorare per la monarchia e per la religione. Sensibilità e irrazionalità prendono il sopravvento, il rifiuto della mediocrità e del grigiore, l’invocazione alle muse, l’appello al fantastico, la partecipazione alla vita soprannaturale, il genio che interroga il suo cuore.

 

II. Civiltà francese e civiltà

Il XX secolo vede un moto accelerato. Vi è la presa di coscienza della collettività che è in atto un immenso progresso (stampa, cinema, radio, televisione, automazione, scoperta degli antibiotici). Città e campagne restano comunque immancabilmente distinte. Parigi conserva la sua supremazia, vive su scala mondiale, rifugio del cittadino del mondo, sede dell’UNESCO. Nonostante le molte istituzioni unificatrici ( quadri amministrativi, educazione nazionale…) non esiste un’unica civiltà, ma varie civiltà di raffinatezza e splendore diseguali. La seconda guerra mondiale ha sollecitato un incontro senza precedenti tra diverse civiltà e culture, tra Occidente e Oriente, Europa, Asia e Africa. Il mondo visto dai francesi si amplia. E’ una guerra che coinvolge ogni francese: fame, prigionia (1.500.000 detenuti in Germania), deportazione,

l’esistenza di una linea immaginaria che taglia in due il Paese… La lotta è presente ogni giorno! Il peso dell’occupazione è stato più sentito a Nord. Il Paese è diviso tra collaborazionisti da una parte (per lo più la borghesia benestante, commercianti, industriali) e i resistenti dall’altra. La guerra ha insegnato il valore della solidarietà di tutto il mondo (una realtà più europea che mondiale). Alla fine della guerra, dopo la liberazione, si è sviluppata un’opinione favorevole delle Nazioni Unite, viste come stato liberatore, ed anche dell’URSS, e il partito comunista si è assicurato le simpatie di un quarto dell’elettorato adulto. Il primo governo francese della liberazione trasformò l’economia francese con la nazionalizzazione delle Banche, la trasformazione della Renault in azienda statale, la creazione della Sécurité Sociale per garantire assistenza per malattie, infortuni e pensioni. Alimentata dai versamenti dei datori di lavoro ha potuto contribuire a nuove attrezzature e alle pubbliche ricerche mediche. La seconda guerra mondiale ha fatto progredire il socialismo e l’economia francese passa sotto la direzione dello stato. Si risveglia anche il sentimento nazionalista, una profonda consapevolezza del posto che il Paese occupa nel mondo. É importante sottolineare che la Francia d’oltremare non è stata mai così presente ai francesi come in quegli anni del colonialismo. L’originalità delle civiltà indigene cominciano a farsi sentire, invocano i diritti della persona e dei popoli. I quadri indigeni sono incapaci di pianificare su vasta scala e la metropoli non ha mezzi economici da investire in tutta l’unione francese (manca ricchezza di uomini e di mezzi). La Francia deve far fronte a una nuova rivoluzione industriale. Le distruzioni pesano molto sui dieci anni che seguono il 1945, la fame ha ridato vita alla campagna. I governi hanno dovuto aumentare le sovvenzioni, i diritti e le tasse (per il grano). Fame e mercato nero hanno dato impulso al commercio. Il maggior carico è sulle finanze pubbliche. L’organizzazione professionale opera più per la conservazione con minima spesa che per l’ammodernamento dell’attrezzatura scientifica. Scienze, tecniche e scienze umane fanno un passo avanti, particolarmente la biologia con l’utilizzo degli antibiotici (si debellano le malattie e l’età media supera i 60 anni). Il periodo successivo alla guerra è definito terza rivoluzione industriale o rivoluzione scientifica. Dopo il 1945 la Francia ha cercato impieghi pacifici dopo la scoperta della bomba atomica (ricerche di fisica nucleare e di medicina) che hanno favorito la nascita di nuove industrie e la conseguente decongestione della regione parigina. Altrettanto sconvolgente è il progresso nel campo dell’automazione, ricerche elettromeccaniche, telefoniche e radiofoniche. L’automazione del lavoro industriale con macchine a buon mercato ha consentito la riduzione del personale operaio, la riqualificazione della manodopera, l’aumento della produzione, la riduzione dell’orario lavorativo,

un nuovo equilibrio dei salari e dei prezzi. Le macchine elettroniche, in grado di redigere i conti di 60/100 clienti, sollevano anche il problema della disoccupazione e le discussioni tra padroni e sindacati, anche per spostamenti e riqualificazioni. La consapevolezza di questo rinnovamento nazionale, sociale e tecnico scientifico è avvertita in maniera molto ineguale dai 43 milioni di francesi. Per favorire una maggiore conoscenza e informazione si ritiene necessario effettuare una riforma scolastica con l’intento di specializzare e intensificare la formazione superiore scientifica e tecnica. Con le dovute eccezioni, gran parte delle zone rurali francesi rifiuta la velocità della tecnologia, televisione, cinema e cinema non sono visti di buon occhio. Fa eccezione la radio.

Il francese è sempre più parlato e soppianta il vernacolo. La vita religiosa cattolica o protestante ha perso il suo fervore, le donne manifestano comunque osservanza, gli uomini non se ne sono staccati del tutto. Le campagne si evolvono lentamente, la chiesa, la scuola e il municipio restano i punti di riferimento. Il borgo o il capoluogo più vicino sono l’orizzonte a loro conosciuto. I passatempi: il ballo tra amici e il circo ambulante. Le cause di tale lentezza restano ovviamente di carattere economico. Fanno eccezione alcune località turistiche che si gonfiano di popolazione per svariati mesi (Vichy, Lourdes…). C’è tanta differenza nella mentalità tra il commerciante cittadino che può avvalersi dell’informazione professionale (sindacati, scuole, giornali quotidiani) e il contadino che resta chiuso negli orizzonti locali fatti di grossisti, rivenditori etc. Il cittadino prende consapevolezza dei problemi salariali, dello sviluppo o declino economico di una città o di una regione. Se una regione economica è colpita dalla disoccupazione tutta la regione ne risente. Quando uno stabilimento importante è colpito da un conflitto di lavoro tutta la città entra in causa, scoppia lo sciopero che trascina a volte tutti i lavoratori. I capitali regionali (soprattutto nel settore tessile) sono più o meno legati ai capitali europei e mondiali e soggetti a variazioni e adattamenti. Ciò trova espressione nella ripresa del risparmio e della speculazione borsistica già dal 1953. Vanno scemando le attività culturali e spirituali, aumentano quelle sportive soprattutto le squadre di football o rugby. Tutte le attività connesse sono sostenute non dall’alta borghesia ma dalla borghesia commerciale e dai medi funzionari (banchetti, manutenzione degli stadi..). I cittadini, attraverso una pluralità di sindacati, partecipano tutti ad un’ampia vita sociale che ha anche collegamenti con movimenti internazionali.

Non vi sono grandissime riforme nel settore dell’istruzione. E’ difficile valutare il peso della televisione; mentre, libri, cinema, cineclub e riviste cinematografiche caratterizzano la vita culturale francese. Ognuna delle grandi città ha la sua caratteristica peculiare (capitali monumentali e centri di intensa vita religiosa…), ma tutte ricevono dalla capitale la parte migliore (Parigi accoglie un sesto dell’intera popolazione, quasi sette milioni di francesi). Si può dire che Parigi resta il cuore e il cervello della Francia. La centralizzazione politico-amministrativa, la rete di mezzi di trasporto di ogni tipo, la concentrazione bancaria, la sede di tutte le principali società del paese, le grandi scuole e le facoltà più importanti, l’editoria, la stampa, il Centro nazionale della ricerca scientifica, sede di importanti biblioteche e musei, sede di tante culture di serra ( agopuntura cinese, nŏ giapponese). Sul piano della vita spirituale forte è l’attività dei Gesuiti (gioventù cattolica ACJF) e dei Domenicani (edizioni del Cervo). A Parigi convivono avanguardia (gruppi politici minori, trozkisti della quarta Internazionale, nuova sinistra, socialisti, repubblicani, etc.) e rinascita cattolica, una minoranza operante che lotta contro un mondo scristianizzato. È pur vero che Parigi ha quartieri e villaggi che vivono ciascuno con una funzione predominante che la caratterizza. Chi non può permettersi il vestito di Dior mostra comunque nella scelta dell’abbigliamento il riflesso dell’eleganza di Parigi. Tutta la cultura si trasmette tanto al figlio d’arte quanto al facchino. Parigi è anche al tempo stesso il più fecondo crogiuolo di una civiltà mondiale, molto lontana ancora dall’essere una realtà.

 

SINTESI STORIOGRAFICA SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE:

La Rivoluzione Francese è uno snodo fondamentale della storia europea, un evento epocale, ma anche un argomento ‘caldo’ che ha contrapposto e che continua a contrapporre i tanti storici e studiosi che dell’argomento si sono occupati.

Il dibattito sulla rivoluzione è iniziato con la rivoluzione stessa e durante tutto 1’800 si è intrecciato con la lotta politica.

Punto di riferimento per i detrattori della rivoluzione furono inizialmente Le Riflessioni sulla rivoluzione francese dell’irlandese Edmund Burke (1790), che respingeva in blocco l’evento rivoluzionario che aveva provocato un’inutile rottura con le tradizioni storiche, vero fondamento della civiltà. Vanno oltre Joseph de Maistre (1796) che nelle sue Considerazioni sulla Francia, giudica la rivoluzione come una catena di crimini contro l’ordine naturale voluto da Dio e l’abate Augustin Barruel che nelle Memorie per servire alla storia del giacobinismo (1797) elabora, per la prima volta, una teoria che avrebbe avuto grande successo: la rivoluzione sarebbe il risultato di un complotto diabolico, illuminista e massonico, contro il trono e l’altare.

Relativamente positivo, invece, il giudizio di Benjamin Constant, che introduceva una visione, anche questa destinata ad avere grande seguito, di una rivoluzione distinta in due fasi profondamente differenti: la prima, positiva, legata alle conquiste liberali del 1789; la seconda, scaturita dalla ‘deriva’ giacobina del 1793, sanguinosa e drammatica.

 

Nel corso dell ‘800, storici liberali conservatori come Madame de Staël, François Guizot, Adolphe Thiers, svilupparono questa visione di una “doppia rivoluzione”, rivendicando i risultati positivi della rivoluzione liberale dell’89. Rivoluzione liberale difesa anche da Alexis de Tocqueville, nel suo “L ‘Antico regime e la Rivoluzione”, del 1856, dove la “borghesia” è la grande protagonista degli eventi rivoluzionari.

L’ottica cambia con lo storico repubblicano Jules Michelet che per primo cominciò a porre “la folla” e il “popolo” al centro del suo racconto nella Storia della Rivoluzione (1847-53). Hippolyte Taine, Jean Jaurès, Alphonse Aulard seguirono questa linea interpretativa. In particolare Jaurès pose le basi di una lettura “sociale” della rivoluzione, come rivoluzione antifeudale, e il movimento socialista sarebbe stato l’erede delle ideologie egualitarie rivoluzionarie. Albert Mathiez, Gorge Lefebvre e Albert Soboul si sarebbero posti su questa linea, dando vita a quella che sarebbe stata definita “l ‘ interpretazione classica” della Rivoluzione Francese.

 

Nel XX secolo questa interpretazione sarebbe stata attaccata da nuovi storici: Alfred Cobban, François Furet e Denis Richet, attenti soprattutto al significato politico e non sociale della Rivoluzione e sugli elementi di continuità, piuttosto che sulle fratture.

 

Interessanti anche le riflessioni di Daniel Roche, Robert Darnton, Roger Chiartier che, con i loro studi sulla sociabilità accademica, sulla lettura, sull’alfabetizzazione, hanno spostato la loro attenzione sui rapporti tra Lumi e rivoluzione.

 

Negli ultimi decenni molte e variegate sono state le tematiche affrontate dagli storici: la storia delle mentalità, delle rappresentazioni simboliche, del linguaggio; gli studi di storia locale che analizzano le realtà sociali e politiche nelle comunità nei villaggi e nelle città francesi; l’ analisi della lotta politica di ‘lungo periodo; ecc.

 

PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE, OLTRE AGLI AUTORI ‘CLASSICI’ SU CITATI , CONSIGLEREI LA SEGUENTE BREVISSIMA BIBLIOGRAFIA:

Benigno F., Specchi della rivoluzione. Conflitto e identità politica nell’Europa moderna, (capitolo 1), Roma 1999

Bongiovanni B., Guerci L. (a cura di), L ‘albero della rivoluzione. Le interpretazioni della rivoluzione francese, Torino 1989

Burstin H., (a cura di), Rivoluzione francese. La forza delle idee e la forza delle cose, Milano 1990

Chartier R., Le origini culturali della rivoluzione francese Roma-Bari 1991

Furet F., Critica della rivoluzione francese, Roma-Bari 1980

Vovelle M., La scoperta della politica. Geopolitica della Rivoluzione francese, Roma-Bari 1995

Id—I giacobini e il giacobinismo- Roma-Rari 1998-

AA.VV., Educazione linguistica e apprendimento/insegnamento delle discipline matematico-scientifiche

Educazione linguistica e apprendimento/insegnamento delle discipline matematico-scientifiche

A cura di Francesco De Renzo, Maria Emanuela Piemontese
Milena Bandiera, Carlo Bernardini, Mariangela Bertino, Silvia Marianna Bollone, Giorgio Bolondi, Aldo Borsese, Gianluigi Bozzolo, Laura Branchetti, Stefania Cavagnoli, Dario Cillo, Tullio De Mauro, Valter Deon, Eggersen Dorte, Pier Luigi Ferrari, Federica Ferretti, Simone Fornara, Flavia Fornili, Lucia Grugnetti, François Jaquet, Barbara Mallarino, Clara Manca, Maria Antonietta Marchese, Annarita Miglietta, Luisa Milia, Giancarlo Navarra, Irene Parrachino, Annalisa Piantadosi, Maria Emanuela Piemontese, Maria Polo, Ilaria Rebella, Mario Ricci, Carla Romagnino, Cinzia Sammartano, Roberta Sartori, Silvia Sbaragli, Maria Teresa Serafini, Alberto Sobrero, Mirella Vezzio, Matteo Viale, Rosetta Zan

pagine: 420
formato: 14 x 21
ISBN: 978-88-255-0030-1
data pubblicazione: Dicembre 2016
editore: Aracne
collana: I quaderni del GISCEL | 2


Il volume offre una riflessione sul rapporto tra l’educazione linguistica e l’apprendimento/insegnamento delle discipline matematico–scientifiche. Il Giscel aveva dedicato, già nel 1986, il suo terzo convegno al tema dell’educazione linguistica e dei linguaggi delle scienze. Chi lavora nella scuola, però, avverte tuttora la sensazione di una difficoltà comune tra i docenti di materie letterarie e quelli delle discipline scientifiche. In questo volume il Giscel raccoglie, valorizza e mette in comune il ricco patrimonio di conoscenze e di esperienze didattiche accumulato negli ultimi anni.


INDICE

Francesco De Renzo
Introduzione (pag. 11-25)

Tullio De Mauro
Non solo parole, non senza parole: la conquista dei linguaggi scientifici (pag. 27-35)

Rosetta Zan
Dimensione narrativa e dimensione logica nei problemi di matematica: una convivenza difficile (pag. 37-55)

Carla Romagnino
La specificità del linguaggio scientifico e le ambiguità derivanti dalla sua parziale sovrapposizione con la lingua parlata (pag. 57-70)

Aldo Borsese
Linguaggio naturale, ambito scientifico (e chimico, in particolare) (pag. 71-81)

Lucia Grugnetti, François Jaquet
Pensare, scrivere e… costruire matematica (pag. 83-99)

Milena Bandiera
Insegnare la Biologia: che Dio c’è la mandi buona! (pag. 101-113)

Pier Luigi Ferrari
Linguaggio della matematica e difficoltà degli studenti tra secondaria e università (pag. 115-126)

“Il doppio di 120 è 140”. le risposte aperte ai questionari INVALSI di matematica: difficoltà matematiche o difficoltà linguistiche? (pag. 127-138)

Silvia Marianna Bollone, Eggersen Dorte, Roberta Sartori
La componente linguistica nell’insegnamento delle sscienze: esperienze europee a confronto (Italia, Danimarca, Galles) (pag. 139-154)

Giorgio Bolondi, Laura Branchetti, Federica Ferretti
Correlazioni tra competenza linguistica e capacità di lavoro su un testo matematico (pag. 155-171)

Giorgio Bolondi, Matteo Viale
Abilità linguistiche e discipline scientifiche (pag. 173-185)

Stefania Cavagnoli
Educazione linguistica plurilingue (pag. 187-198)

Aldo Borsese, Barbara Mallarino, Irene Parrachino, Ilaria Rebella
La definizione nel processo di insegnamentocon particolare riferimento all’ambito scientifico (pag. 199-209)

Simone Fornara, Silvia Sbaragli
Italmatica. L’importanza del dizionario nella risoluzione di problemi matematici (pag. 211-224)

Prove tecniche di ragionamento* (pag. 225-238)

Giancarlo Navarra
“Cinque per tre fa quin. . . ?” “. . . dici”“Bravo!”. La metodologia delle trascrizioni pluricommentate (pag. 239-252)

Luisa Milia, Maria Polo
Trasversalità dell’educazione linguisticae dell’educazione matematica in un curricolo verticale. Studio di caso sulla fissità funzionale del lessico (pag. 253-271)

Annalisa Piantadosi, Mario Ricci
Eclettiche eclittiche. Traiettorie di riscrittura di un paragrafo del manuale di scienze (pag. 273-286)

Flavia Fornili, Maria Teresa Serafini
Parole mattone” e “parole calce”nei testi scientifici (pag. 287-305)

Cinzia Sammartano, Mirella Vezzio
Scienza in scena (pag. 307-318)

Mariangela Bertino, Gianluigi Bozzolo, Clara Manca
Geografia “al confine” (pag. 319-331)

Dario Cillo, Annarita Miglietta
Sulle nuove tecnologie per i testi di scienze. Esperimenti, risultati, prospettive (pag. 333-344)

Valter Deon, Maria Antonietta Marchese
Usi della lingua. Competenze e sensibilità linguistiche nello studio delle discipline matematico–scientifiche (pag. 345-386)

Carlo Bernardini, Maria Emanuela Piemontese, Alberto Sobrero
Tra lingue e scienze a confronto (pag. 387-410)

Autori (pag. 411-414)

E. Clesis, Guardrail

La Clesis e le sue storie di vita vissuta

di Antonio Stanca

Eva Clesis è una scrittrice italiana di trentotto anni, è nata a Bari nel 1980 e attualmente vive tra Bari, Roma e altre città.

Ha cominciato a scrivere a ventiquattro anni, cioè nel 2004, quando si trovava a Parigi e sua prima scrittura era stata quella di articoli per giornali e saggi per riviste francesi. Aveva scritto di pittura, di arte dadaista, di poesia beat. Rientrata in Italia ha continuato a scrivere per giornali e riviste. Suoi articoli, suoi saggi di cultura, di costume, sono comparsi in raccolte antologiche. Anche con siti telematici ha collaborato e intanto s’impegnava nella produzione di racconti e romanzi. A cena con Lolita, nel 2005, è stato il suo primo romanzo, Guardrail, nel 2008, il secondo e di questo ad Ottobre del 2017 la Las Vegas Edizioni di Torino ha pubblicato una nuova edizione nella collana “i jackpot”.

Una storia di vita vissuta contiene Guardrail e così le altre narrazioni della Clesis. Sempre vera, sempre naturale, sempre attuale nel contenuto e nella forma è risultata la scrittrice. Niente della sua narrativa sembra costruito, immaginato, inventato, tutto sembra succedere come nella vita di ogni giorno, quella fatta di ambienti comuni, di persone comuni e dei problemi che pure in questi ambienti, pure tra queste persone possono sorgere, aggravarsi, complicarsi in modo da superare ogni previsione, annullare ogni regola, rovinare ogni rapporto.

Guardrail dice di una ragazza, Alice, nata ad Asti da un padre che proveniva dal Sud d’Italia ed una madre inglese. I due si erano sposati poco dopo essersi conosciuti ma erano morti, in un incidente stradale, poco dopo la nascita della bambina. Questa era stata affidata prima ad un orfanotrofio, poi alla nonna paterna, che risiedeva in Puglia, vecchia insegnante elementare, tra quelle “terribili” di una volta. Alice crescerà priva degli affetti, delle attenzioni, di tutte quelle cure che una bambina può richiedere, che le sono necessarie per sentirsi, per stare bene, per acquistare fiducia in sé stessa, per avere buoni rapporti con gli altri specie con i coetanei. Neanche economicamente si era sentita sicura ché molto avara, oltre che molto severa, era stata la nonna nei suoi riguardi. Alice non accetterà passivamente tante privazioni e ad esse reagirà, contro di esse protesterà fino a diventare impulsiva, collerica, violenta, fino a giungere spesso alle mani e a rubare nei negozi o altrove senza mai sentirsi in colpa. Il suo modo di pensare, però, insieme a quello di fare, di vestire, di parlare, mai correttamente, i suoi problemi in casa con la nonna, a scuola con gli insegnanti a causa della mancata applicazione nello studio e della cattiva condotta, la isoleranno, ne faranno un’esclusa. Soprattutto con le compagne i rapporti diventeranno difficili e a volte violenti. L’avversione, la rabbia, l’odio che Alice ha accumulato verso tutto e verso tutti non tenderanno mai ad acquietarsi ma si aggraveranno e le faranno concepire l’idea di andare lontano, di fuggire da quei posti dove ormai era diventata “un caso” tristemente e ampiamente conosciuto. Penserà di raggiungere Londra, dove vivono i nonni materni, di cercarli perché è convinta di stare meglio con loro. Con i soldi ricavati da un lavoro al quale la nonna l’ha fatta attendere, a soli sedici anni, presso un’azienda visto che i risultati scolastici lasciavano sempre più a desiderare, penserà di pagare il biglietto per l’aereo mentre con l’autostop penserà di compiere il resto del viaggio. E sarà, appunto, con il proprietario della macchina che si è fermato per darle un passaggio fino all’aeroporto di Brindisi, da dove avrebbe dovuto prendere l’aereo per Londra, che Alice avrà uno scambio, una conversazione abbastanza lunga, quanto la durata del loro viaggio. Tra i due si giungerà, però, ad un rapporto che li renderà diffidenti, sospettosi, che spaventerà Alice e la farà scappare alla prima occasione. Una fuga che la esporrà ai pericoli della strada e la farà finire in un letto d’ospedale.

Qui i nonni materni, avvertiti dalla polizia poiché erano gli unici suoi parenti, verranno a trovarla, faranno, cioè, quello che Alice aveva pensato di fare nei loro riguardi.

Dopo tanto male sembra essere giunti ad un bene finale. Come in una favola sembra succedere che le sofferenze, i dolori vengano alla fine ripagati, compensati.

Strano, però, risulta che il romanzo della Clesis acquisti questa dimensione solo nelle poche righe delle ultime pagine mentre per il resto la sua maniera era stata quella di una realtà spietata. Una realtà che la scrittrice ha reso con un linguaggio così autentico da accogliere anche le volgarità che sono proprie di certi ambienti, di certi modi di vivere, e da non far mai pensare alla possibilità di una modifica.

Coco di Lee Unrich e Adrian Molina

Coco, un film d’animazione Usa 2017, di Lee Unrich e Adrian Molina

di Mario Coviello

Coco è un film d’animazione della Pixar, quella di “Inside out”,di “Up”, che nel periodo natalizio è arrivato nelle sale cinematografiche italiane e che vi consiglio vivamente perché è profondo, intelligente, divertente e commovente.

Se in “Inside out” per la prima volta un cartone animato ha affrontato il tema delle emozioni e ci ha insegnato a distinguerle e a fare i conti con esse, con Coco il tema principale è la morte. Quante volte avremmo voluto chiedere ai nostri genitori, che ci allontanavano da casa quando un nostro caro moriva, dove andava?, cosa c’era nell’aldilà?

Ma abbiamo tenuto per noi questa domanda perché anche questo era uno di quegli argomenti che avremmo capito da grandi. Eppure il post mortem è un luogo di vita per adulti e bambini e anche oggi in un mondo in cui tutti dobbiamo essere eternamente giovani, belli e in salute, la morte è un tabù che non si racconta.

Coco racconta la storia di Miguel, un ragazzino messicano che coltiva un sogno: vuole suonare la chitarra e cantare. Ma nella sua famiglia la musica è proibita perché un suo antenato ha abbandonato la trisavola Imelda e la figlia Coco, che è l’ anziana ed inferma bisnonna di Miguel, per diventare un musicista famoso.

Nella notte dei morti che si festeggia in Messico offrendo cibo ai cari defunti, ricordati in ogni casa con altari e foto e illuminando i cimiteri, Miguel decide di rubare al cimitero la chitarra del più famoso cantante del suo paese per potersi finalmente esibire in piazza e seguire il suo sogno.

Il furto lo catapulta nel mondo dei morti e solo la sua famiglia di cari defunti lo potrà far ritornare nel mondo dei vivi.

Quello dei morti è un mondo di colori caldi, rutilanti e gli scheletri conservano i caratteri che le persone avevano in vita.

Ancora una volta a Miguel verrà chiesto di scegliere fra la famiglia e il suo sogno di diventare musicista e sarà il legame familiare a prevalere perché i nostri cari defunti non moriranno mai del tutto se noi saremo capaci di ricordarli. Quelli che muoiono veramente sono solo quelli che nessuno ricorda e non omaggia con dolci e bevande.

Il film è da vedere perché ci immerge nella cultura messicana e, mentre Trump parla di paesi “schifosi” e il mondo ha sempre più paura degli “altri che ci invadono”, ribadisce che l’altro è ricchezza, completamento.

Coco è un film da vedere perché la cultura messicana ci viene raccontata con i ritmi delle sue canzoni e i caldi colori della sua pittura,la bellezza della sua fotografia in bianco e nero, arrivando a ironizzare perfino su figure mitiche come quella di Frida Khalo.

Coco è un viaggio, il viaggio della vita che ci matura facendoci affrontare prove, superare ostacoli, rafforzando la capacità di credere in noi stessi. Morire significa dimenticare, non avere più memoria. Non è l’allontanamento di un corpo il tema di Coco, ma il recupero con l’aiuto del ricordo, della memoria di qualcuno che non è più tra noi ma il cui spirito aleggia in un ponte tra morte e vita. E non è un caso che in una delle scene più belle e commoventi del film, questo ponte lo rappresenti la musica, uno degli arieti più spontanei, uno dei mezzi espressivi più poetici e al tempo stesso potenti. Originale e realistica, la musica accompagna Miguel nel suo viaggio, al termine del quale, morti e vivi danzeranno insieme, uniti in un cammino, etereo e formale, divertito e elegiaco, coinvolgente e commovente.

M. Cohen Corasanti, Come il vento tra i mandorli

Come il vento tra i mandorli di Michelle Cohen Corasanti
Universale Economica Feltrinelli,  2015

di Mario Coviello

In questo tempo di paura verso i milioni di profughi che attraversano il Mediterraneo per sfuggire alla guerra e alla fame, il romanzo di Michelle Cohen Carasanti “ Come il vento tra i mandorli” è un libro necessario.

Questo è un libro che parla di israeliani e di palestinesi, fin dall’alba del loro dolore. Ne parla un’israeliana dalla parte della pace, che in quanto a rinunce non porta meno dolore della guerra. Consiglio ai docenti di comprarlo e leggerlo in classe perché con Baba,il padre di Ichmad, il protagonista, insegna che “Non si può vivere di rabbia”.

In 374 pagine, divise in quattro parti: 1955–1966–1974–2009,che si leggono d’un fiato, il palestinese Ichmad racconta la vita della sua famiglia in un villaggio sotto la dominazione di Israele.

E’ una storia cruda, violenta, dura. Ichmad, che è un vero genio in matematica, è costretto a lasciare la scuola perche deve mantenere la famiglia quando il padre viene messo in prigione per 14 anni con l’accusa di terrorismo.

Con il fratello Abbas, che viene buttato giù da un’impalcatura e rimane storpio, si spezza la schiena tutti i giorni e a stento riesce ad assicurare un po’ di cibo per la madre e il resto della famiglia.

Il professore di Ichmad lo spinge a partecipare ad un concorso per vincere una borsa di studio per l’università di Tel Aviv e anche se vestito di stracci e con i sandali cuciti dalla mamma con dei pneumatici vince il primo premio dopo una gara serratissima.

La scienza, lo studio, la ricerca sono la vita di Ichmad che è odiato a morte dal professore di fisica Sharon che fa di tutto per farlo cacciare dall’università.

Ma sarà proprio il professor Sharon che gli spianerà la strada per la carriera universitaria in America e insieme i due vincono il premio Nobel per la fisica.

Con Ichmad il lettore compie il difficile cammino verso la consapevolezza che bisogna crescere con radici profonde come quelle degli ulivi che resistono alle aggressioni e continuano a dare i loro frutti per secoli, perché non bisogna consentire a nessuno di “portarti via l’anima” e con chiunque ci si incontra bisogna “sforzarsi di trovare un interesse comune.”

Questo romanzo ci ricorda che “ Siamo stati noi arabi a inventare lo zero nel 967 a.c. e gli occidentali ci hanno messo fino al tredicesimo secolo per comprenderlo. Abbiamo inventato l’algebra, abbiamo insegnato al mondo come distinguere la trigonometria dall’astronomia.”

E’ un romanzo capace di raccontare la bellezza della cultura araba che vive insieme i momenti importanti della vita dal matrimonio ai funerali. “ Come il vento tra i mandorli “ è un romanzo che ha al centro la forza della famiglia, l’amore di un padre verso i figli, l’amore di una donna per il suo uomo.

La ricerca della pace si nutre del talento e dei sogni di questo ragazzino, che riesce a insegnarci la vita anche dove la vita sembra non potersi più vivere. Il libro è scritto in uno stile giornalistico che non lascia spazio a sentimentalismi e raggiunge sicuramente lo scopo di far riflettere sugli anni che hanno cambiato il corso della storia nel mediterraneo. Più in generale, su come si possa non farsi snaturare dalla violenza se si cede all’amore per la propria gente e, in ultima analisi, per se stessi.

V. Roghi, La lettera sovversiva

Leggere don Milani

di Bijoy M. Trentin

Nell’anno del cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani (LM, 1923-1967) e della pubblicazione di Lettera a una professoressa (LP), sono stati vari i volumi pubblicati su di lui e sui suoi scritti, oltre all’edizione in due tomi, nei Meridiani Mondadori, di Tutte le opere (OO), diretta da Alberto Melloni e curata da Federico Ruozzi, Anna Carfora, Valentina Oldano, Sergio Tanzarella. Tra gli studi, risalta, senza dubbio, quello della storica Vanessa Roghi, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole (RO), pubblicato dagli Editori Laterza: è la storia a tutto tondo di LP, di quale ne sia stato l’iter generativo e quale ne sia stata la ricezione nel tempo. Con profondità filologica e acribia archeologica, Roghi, negli intrecci della storia della cultura, dell’educazione e dell’istruzione, individua le tappe, le motivazioni e le finalità che hanno condotto alla composizione e alla pubblicazione di LP e vaglia gli usi e abusi che, mediante le molteplici letture, ne sono stati fatti (capitoli: 1. Se la storia non si fosse buttata contro; 2. Barbiana, Vicchio, Italia; 3. Vho e dintorni; 4. Il dibattito sulla lingua; 5. Un canto di fede nella scuola: Lettera a una professoressa; 6. Il libretto rosso di una generazione; 7. La scuola buona; 8. Nel mondo; 9. Santo santino impostore, o del «donmilanismo»).

Appena esce (poco piú di un mese prima della morte del suo autore), il piccolo libro «viene accolto dai linguisti come un prontuario di indicazioni pratiche per una pedagogia linguistica moderna. Dai professori come un vademecum per una scuola alternativa. Dagli studenti come un viatico per la rivoluzione» (RO 115). Roghi analizza e decostruisce le interpretazioni formatesi da súbito e quelle stratificatesi nel tempo degli scritti e della persona di LM, comprese quelle che lo santificano o lo demonizzano, recuperando il senso originario e autentico dell’opera milaniana, non evitando di metterne in evidenza l’attualità, per ciò che concerne l’attenzione alla forza oppressiva o liberatrice della parola, al diritto di ognuno di imparare, all’istituzione e ai compiti della scuola, che molto ha fatto per l’istruzione e la democratizzazione del Paese, ma che davvero molto ancora deve fare (si pensi alla dispersione scolastica, al mancato raggiungimento del successo formativo, e non solo scolastico, per tutti e ciascuno). Nel processo educativo, è considerato fondativo e decisivo il potere trasformativo delle parole: lo «sguardo illuministico [di don Milani] sulla forza dell’educazione è qualcosa che scuote in profondo l’anima, fa riflettere, si pone come un macigno sulle coscienze di chi pensa che la parola sia qualcosa da dare e non da far conquistare» (RO 30).

«Lettera a una professoressa non è altro che la messa in atto di un metodo di ricerca e lavoro che consiste nell’osservare le cose e dare loro un nome. L’inchiesta sociale è rivoluzionaria» (RO 137). Il recupero dell’aderenza tra verba e res, praticato con rigore fin dall’inizio, come mostrano anche le Esperienze pastorali (1958), è continua ricerca in grado di mettere in discussione le disuguaglianze culturali e sociali, senza sconto alcuno: lo slancio utopico non è sterile ascesi, ma tenace tentativo di eliminazione delle ingiustizie che vengono perpetrate nei confronti dei piú indifesi, degli esclusi, di chi non ha mezzi linguistici sufficienti a far fronte ai soprusi dell’affermazione delle disparità. «[…] Il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta [un attivista del PCI], non ti fidar di me, quel giorno ti tradirò. Quel giorno io non resterò lí con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai piú fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degna d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”» (Lettera a Pipetta, OO II.148). Cosí, nel 1950, LM chiarisce che la sua personale missione non potrà dirsi mai conclusa, nella piena conoscenza e consapevolezza delle contraddizioni del mondo.

La parola, a cui viene riconosciuta una centralità essenziale ed esistenziale, può essere utilizzata per cambiare il mondo, nel quale ognuno può comprendere gli altri e farsi comprendere: «Io sono sicuro che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola» (Giovani di montagna e giovani di città. Lettera di un parroco su uno dei problemi fondamentali del nostro tempo, «Giornale del Mattino» 20/05/1956, OO I.1011). Il potenziale democratico che la lingua può attuare si esplica in un principio di uguaglianza: «[…] è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli» (LP, OO I.761). «Il senso della Lettera non è poter parlare di tutto, bensí poter parlare, alla pari, con tutti» (RO 147). Dunque, per abbattere le disuguaglianze, «serve […] un’educazione linguistica come vera e propria lotta di classe per chi gli ostacoli “se li porta dentro”» (RO 21): soprattutto tra gli anni ’50 e ’70, «parlare di lingua significa fare politica» (RO 84), significa, in un contesto di trasformazioni sociali, schierandosi, ideare e proporre tipi di società differenti, o confermando i divari socio-culturali o intendendo sopprimerli. La modalità con cui LM affronta la questione linguistica è eminentemente politica (LP è, per i genitori, «un invito a organizzarsi» [OO I.685]), è «il rifiuto dell’esclusione dal linguaggio e il rifiuto del linguaggio escludente» (Melloni in OO I.LXI), e, in quanto questione politica, è quindi risolvibile, rifuggendo da riduzioni paternalistiche: «i poveri non hanno bisogno dei signori. I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo di espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere» (Lettera a Nadia Neri, 07/01/1966, OO II.1222).

Quando LM sale a Barbiana per la prima volta (7 dicembre 1954), non vi è nemmeno una strada vera e propria, ma solo una mulattiera, che si percorre, di certo, non agilmente. Non è questo a scoraggiare il Priore («la grandezza d’una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui s’è svolta, ma da tutt’altre cose» [lettera alla madre del 28/12/1954, OO II.326]), che ha come principale preoccupazione quella di avviare la scuola per i «piccoli montanari»: «del resto anche il far scuola produce strade» (lettera all’amico Meucci, 2/3/1955, OO II.350). L’esperienza pedagogica di LM non è esportabile, non è riducibile a ricette didattiche. Ma è tutta la Scuola di Barbiana (LM con i suoi otto ragazzi), in LP, a enucleare un principio pedagogico fondamentale e regolativo, scarno e applicabile, pur nella sua formulazione paradossale e iperbolica: «la pedagogia così com’è io la leverei. Ma non ne son sicuro. Forse se ne faceste di più si scoprirebbe che ha qualcosa da dirci. Poi forse si scoprirà che ha da dirci una cosa sola. Che i ragazzi son tutti diversi, son diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, son diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie. Allora di tutto il libro basterebbe una paginetta che dicesse questo e il resto si potrebbe buttar via» (OO I.780-1). È dall’immersione nel mondo del prossimo emarginato ed escluso e dalla presa in carica della cura dell’altro che emerge e si impone chiaramente la direzione da seguire: «il cuore della Lettera a una professoressa giace qui, in questa infinita fiducia nella possibilità, nella capacità degli insegnanti di andare oltre l’esperienza, delle cose viste nelle strade, nelle case, nei boschi, trasformandola in conoscenza. Ma andare oltre non significa negare, ignorare cancellare. Significa fare tesoro di ciò che si vede, di ciò che si sa» (RO 97).

G. Fiori, Trappola per tipi

Voglio presentarvi una piccola commedia giallo-comica che ho scritto, Trappola per tipi, e che è stata registrata da un gruppo di giovani attori con la regia di Irene Loesch. 

I tipi sono quelli del giallo classico: un maggiordomo, i parenti stretti e un amico del morto.

Il luogo è una vasta e ricca biblioteca.

Ma il detective vuole cambiare le classiche regole del gioco per scoprire il colpevole, così inventa una trappola in cui rischiano di cadere anche gli altri personaggi. Fino alla sorpresa finale ad opera di una commissaria… che ha decisamente una chance in più.

Il titolo della mia commedia  allude alla famosa e plurirappresentata commedia di Agatha Christie “The Mousetrap”, nella speranza che le porti fotuna!

E ora veniamo alla piattaforma di crowdfunding  Produzioni dal Basso 

https://www.produzionidalbasso.com/project/trappola-per-tipi/

che raccoglierà la somma necessaria per finanziare lo spettacolo a teatro: come leggerete, con un contributo minimo di € 20, riceverete un cofanetto con il CD della registrazione della commedia e il relativo libretto.

Buon divertimento, ringrazio fin d’ora tutti coloro che vorranno avere il piacere di contribuire alla messa in scena del mio lavoro da parte della regista e dei giovani attori che hanno registrato “Trappola per tipi”.

Buon anno nuovo a tutti voi
Giuseppe Fiori
www.giuseppefiori.com

A. Camilleri , La targa

Ancora Camilleri…

di Antonio Stanca

Recentemente è stato ristampato, per conto della Rizzoli di Milano, il breve romanzo La targa, che Andrea Camilleri scrisse nel 2015, quando aveva novant’anni e dopo quella lunghissima serie di romanzi polizieschi che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Camilleri è nato in Sicilia nel 1925 ed ha cominciato a scrivere, poesie e racconti, quando era molto giovane. Ha poi abbandonato la scrittura per dedicarsi alla regia teatrale e televisiva, alla sceneggiatura. Alla fine degli anni ’70, però, quando era ormai maturo e da tempo viveva a Roma, sarebbe tornato alla scrittura con romanzi di genere realista, ambientati nella sua Sicilia e tendenti a rappresentare casi di vita complicati, intrecciati, ad essere percorsi da una vena umoristica. Nel 1994 avrebbe pubblicato La forma dell’acqua, il romanzo col quale sarebbe iniziata la serie di polizieschi che sarebbe durata fino ai giorni nostri. Sarebbe stata ambientata nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigàta, avrebbe avuto come protagonista il commissario Salvo Montalbano e sarebbe stata espressa con un linguaggio sapientemente composto di italiano e dialetto siciliano. A questi romanzi, rappresentati pure in televisione, Camilleri ha legato e da molto tempo il suo nome e la sua fama. Scrittore ampiamente conosciuto in ambito nazionale e straniero, scrittore molto tradotto è ormai e a novantadue anni non ha ancora smesso di pensare alla sua attività, di farsi sentire, d’intervenire quando le circostanze lo richiedono.

Nella narrativa di Camilleri le vicende, le situazioni presentate sono inventate, immaginate ma i luoghi, i tempi, la storia, la vita, la gente, la lingua sono quelli della sua Sicilia: è stata questa la realtà con la quale lo scrittore ha sempre combinato la sua fantasia al punto da far riuscire difficile distinguere tra i due aspetti delle sue opere. E’ tanto capace Camilleri di far procedere insieme quello che pensa possa avvenire in un ambiente come il siciliano e quello che in verità ad esso appartiene che tutto in lui diventa reale, tutto vero. Da qui l’interesse per i suoi romanzi, da qui il numero incalcolabile di lettori: mentre s’impegnano a seguire gli sviluppi del “caso” rappresentato vengono a sapere di luoghi rimasti per tanto tempo sconosciuti, di tradizioni, usi, costumi remoti che ancora valgono e che lo scrittore fa apparire come il necessario, naturale contorno di quanto sta immaginando. Verità e invenzione si amalgamano così bene in Camilleri da attirare, coinvolgere chi legge fin dall’inizio di ogni narrazione, da non finire mai di sorprenderlo.

E’ questo il motivo comune a tutta la sua produzione narrativa, è la maniera con la quale va identificato lo scrittore Camilleri, è la spiegazione del suo successo.

Anche ne La targa ritorna questo aspetto essenziale del suo narrare. Qui manca il commissario Montalbano e le indagini circa il “caso” immaginato vengono condotte da più persone, della polizia o private. Le vie percorse sono numerose, fanno aumentare le scoperte, le rivelazioni e rendono l’opera più interessante.

Ne La targa succede che nell’eterna Vigàta ci si trovi nell’anno 1940, quando in Italia il fascismo è al potere e nella città ci sono molti rappresentanti del regime, il Podestà, il Federale e i militari al loro servizio. Tra gli abitanti i fascisti sono in maggior numero e tra questi si fa spesso notare il nobiluomo don Emanuele Persico che ha novantasei anni e vanta di essere stato squadrista, di aver partecipato alla marcia su Roma, di aver conosciuto Mussolini e di essersi adoperato in molte azioni gradite al regime.

Don Emanuele si troverà, però, in una particolare situazione e pubblicamente, nella piazza di Vigàta, gli sarà insinuato di aver avuto prima della militanza fascista delle esperienze completamente diverse. Il nobiluomo rimarrà esterrefatto, subirà un colpo apoplettico, morirà. I funerali saranno solenni, a lui si penserà d’intitolare una strada importante del paese, alla giovane e bellissima moglie di assegnare una pensione e intanto gli squadristi vogliono condannare a morte il pubblico accusatore. Ma ci si astiene da ogni decisione per permettere che siano svolte le indagini sul “caso Persico” anche se contro la volontà dei capi fascisti. Le indagini, alle quali prenderanno parte privati cittadini, saranno lunghe, produrranno verità sempre parziali che faranno continuamente discutere sul tipo di pena per chi ha accusato don Emanuele, sull’assegnazione o meno della pensione alla moglie e sulle parole da usare nella “targa” che dovrebbe essere apposta alla strada da intitolargli.

Sarà questo l’aspetto comico della vicenda, quello che percorrerà l’intera narrazione la quale si concluderà con le gravi verità che uno studioso del posto rivelerà.

Si saprà che da ragazzo don Emanuele era stato maldestro, aveva rubato e sciupato i soldi che con una colletta erano stati raccolti per aiutare una chiesa, aveva assalito una ragazza per ottenere i propri piaceri. Da giovane poi era passato al fascismo per nascondere di aver sparato e ucciso, lui socialista, un fascista.

Tutto, delle iniziative in corso, si fermerà, il romanzo si concluderà e Camilleri ancora una volta mostrerà di essere riuscito a fare di una vicenda immaginata una storia vera, di non aver permesso a chi legge di distinguere tra quanto veniva dalla sua fantasia e quanto dalla realtà. Mostrerà che a muoverlo in ogni romanzo alla ricerca della verità tramite il suo Montalbano o altri è un’esigenza umana, morale, è un bisogno del suo spirito, quello che vuole lottare contro le apparenze in un mondo che vive soprattutto di queste. Soggiacciono questi motivi ad ogni suo scritto ma sono i più importanti.

F. Bocca, L’emozione in ogni passo

La Bocca scrive di donne

di Antonio Stanca

Fioly Bocca nel 2015 scrisse il romanzo Ovunque tu sarai: era il suo esordio e fu un successo del passaparola. Fu tradotto in cinque lingue straniere ed ancora oggi è un’opera che suscita interesse. Nel 2016 fu la volta del romanzo L’emozione in ogni passo e nel 2017 quella del romanzo Un luogo a cui tornare.

La Bocca vive, con la famiglia, sulle colline del Monferrato, si è laureata in Lettere presso l’Università di Torino e si è specializzata in redazione editoriale. Sembra che sia diventata scrittrice per caso visto che niente lo lasciava supporre fino a qualche anno fa. E siccome nelle sue opere si dice di situazioni sentimentali piuttosto travagliate, di vicende affettive molto complicate, si potrebbe dedurre che siano il riflesso di quanto è successo nella vita sentimentale della Bocca, che sia stata questa a muoverla verso la scrittura. Che, del resto, non è particolarmente elaborata ma spontanea, immediata, veloce come di chi, appunto, abbia urgenza di dire quanto gli è successo o gli sta succedendo. Altro motivo che farebbe pensare ad una Bocca diventata scrittrice per dire di sé sono le figure femminili sempre protagoniste delle storie rappresentate, sempre capaci di attirare l’attenzione della scrittrice, d’indurla a soffermarsi su di esse in modo particolare.

Così succede in Ovunque tu sarai, dove Anita, che assiste da anni la madre malata e che da anni ha un fidanzato che non mostra alcuna intenzione di sposarla, si metterà con Arun, un giovane che ha conosciuto casualmente e che le farà pensare di liberarla da una condizione che ormai era diventata la sua pena.

Molto studiato, molto osservato risulterà il personaggio di Anita, sarà il motivo principale dell’opera. Niente verrà trascurato di quanto avviene nella sua interiorità, tutto, intorno a lei, diventerà meno importante.

Un caso sarà anche quello che in Un luogo a cui tornare farà incontrare Argea e Zeligo, un rifugiato, un senzatetto, col quale la donna crederà di poter risolvere il travaglio che da tempo la perseguita. E importante era stato il caso anche in L’emozione in ogni passo, il secondo romanzo che a Giugno di quest’anno la casa editrice Giunti, Firenze-Milano, ha pubblicato nella prima edizione tascabile. Qui ci sono due donne, Alma e Frida, che s’incontrano, si conoscono, fanno insieme il Cammino per Santiago de Compostela, nella Galizia spagnola, diventato da anni, da secoli il Cammino che tante, tantissime persone di ogni parte del mondo compiono in ogni periodo per liberarsi dai tormenti che le assillano, per purgarsi da quelle che credono siano state le loro colpe, per pregare i santi della maestosa, leggendaria cattedrale, per chiedere aiuto, sollievo alle sofferenze del loro corpo, del loro spirito.

Per compiere il Cammino Alma ha chiuso la sua libreria a Bologna, Frida il suo studio psichiatrico a Torino. Entrambe soffrono un dramma: Alma è stata lasciata da Bruno, l’uomo nel quale aveva riposto tutte le sue speranze, Frida ha perso Manuel, il marito medico del quale era tanto innamorata e che è morto in una delle missioni che aveva compiuto per Medici senza frontiere. Niente sembra possa colmare il vuoto che nelle due donne hanno lasciato queste perdite. Niente sembra possa sollevarle dalla loro pena e penseranno al Cammino come ad una possibilità di salvezza. Non sarà così, i problemi rimarranno, si aggraveranno, diventeranno la loro condanna a morte. Dei loro problemi le due parleranno per tutto il tempo del viaggio di andata e ritorno: non ci sarà piega del loro animo che la scrittrice non farà emergere, tutto dirà della loro interiorità, sarà la voce del loro spirito, farà delle due donne due esempi, due simboli di quell’umanità destinata a diventare e rimanere per sempre vittima.

Due storie che possono accadere a tante persone sono quelle di Alma e Frida, due storie che possono rientrare nella realtà quotidiana e la scrittrice ha saputo far loro assumere un significato così importante da renderle uniche, da farle valere per tutti, per sempre, da procurare loro una dimensione superiore.

E’ una scrittura quella della Bocca che coinvolge, appassiona, emoziona, una scrittura che arriva subito a chi legge e lo muove a continuare ché sempre altro sembra promettergli. Molti, tanti sono gli aspetti dei quali ogni volta, ad ogni argomento si dice, niente viene tralasciato.

E’ la maniera di essere scrittrice per la Bocca, è la maniera che l’ha fatta conoscere e ammirare!