Archivi categoria: Recensioni

A. Bennett, La cerimonia del massaggio

Bennett e la sua altra vita

di Antonio Stanca

Aveva sessantotto anni lo scrittore inglese Alan Bennett quando scrisse il breve romanzo La cerimonia del massaggio. Era il 2002 e in Italia fu pubblicato dalla casa editrice Adelphi di Milano che ora lo ripropone con la traduzione di Giulia Arborio Mella e Marco Rossari.

Bennett è nato a Leeds (Yorkshire Occidentale) nel 1934, ha studiato a Oxford e dopo la laurea in Storia è stato ricercatore e docente presso la stessa Università. Ha abbandonato poi l’attività accademica per dedicarsi al teatro. Sarebbe stato attore e autore di molte commedie, avrebbe collaborato alla loro trasposizione cinematografica e intanto avrebbe iniziato a scrivere di narrativa. Un autore molto noto in Inghilterra e all’estero sarebbe diventato.

Ora ha ottantaquattro anni e fino a tempi recenti sono comparsi suoi lavori teatrali e di narrativa. In entrambe queste direzioni Bennett si è mostrato sempre impegnato, anche attraverso quella maniera ironica che sarà sua propria, a mettere in evidenza i problemi di carattere individuale o sociale, privato o pubblico che stanno dietro quanto della vita appare, si vede. Alla ricerca dei segreti della vita, delle verità nascoste si è messo il Bennett drammaturgo e scrittore. E sempre interessante, sempre sorprendente è riuscito giacché comune, quotidiana è la vita nella quale egli va ad indagare, una vita che non fa mai pensare di nascondere tante cose. Questo della sorpresa, della rivelazione, è il motivo che gli ha procurato tanta notorietà.

Anche La cerimonia del massaggio contiene la storia di una persona comune, il giovane massaggiatore inglese Clive Dunlop morto in Perù a trentaquattro anni senza che ancora si sappia se la causa sia stata l’AIDS o la puntura di un insetto velenoso. Ad alcuni mesi di distanza dalla morte lo si vuole commemorare in una chiesa di Londra. Alla cerimonia sono presenti numerose personalità del mondo dello spettacolo televisivo e cinematografico. E’ questa una stranezza e tale risulta anche per il parroco che ha organizzato la cerimonia e che conosceva Clive, le sue origini piuttosto umili, la sua condizione piuttosto modesta.

Molti presenti sono soli ma molti altri sono accompagnati dalle rispettive mogli e tutti si mostrano partecipi, vicini alle parole del parroco circa la grave perdita che la morte di Clive ha rappresentato essendo avvenuta in età tanto giovane. Ma procedendo la cerimonia perde ogni aspetto religioso, ogni riferimento al sacro, al divino e si trasforma in uno spettacolo al quale ognuno dei presenti apporta il suo contributo. Si scoprirà così che tutti, signori e signore, erano lì convenuti perché tutti conoscevano Clive, tutti erano passati attraverso i suoi massaggi, si erano compiaciuti, si erano innamorati di lui fino ad averne fatto tutti, uomini e donne, il loro amante. Sarà una scoperta gravissima, scandalosa per ogni marito ed ogni moglie, sarà una paura terribile quella che si diffonderà al pensiero che Clive possa essere morto di AIDS e che avendo tutti “goduto” del “suo amore” tutti ne fossero stati contagiati.

La notizia, riferita da un ragazzo che era stato con Clive in Perù e che sosteneva che fosse morto per la puntura di un insetto velenoso, servirà a calmare gli animi ma non il chiasso, il frastuono che ormai si era creato in chiesa e che il parroco non riusciva a contenere giacché inutili si rivelavano i suoi continui inviti a pregare, a rivolgersi a Dio, a chiedere a Dio di essere buono per l’anima di Clive e per la vita degli altri. Si concluderà così quella che doveva essere una semplice cerimonia commemorativa e Bennett si mostrerà ancora una volta capace di muovere dalla vita quotidiana e mostrare quanto si cela dietro le apparenze, quante altre realtà stanno oltre l’evidenza, quanta altra vita c’è accanto a quella che si vede. Non è una scoperta, una rivelazione, una novità quella di Bennett ma nuovo è il modo col quale la fa apparire, la rappresenta, nuove sono le situazioni che crea con la sua scrittura e nuova soprattutto è l’ironia con la quale si esprime e che in questo romanzo raggiunge livelli esilaranti, diventa comicità pura.

AA.VV., Parole ostili

In libreria e nelle scuole italiane “Parole ostili”, il primo libro edito dal Salone Internazionale del Libro di Torino in collaborazione con Laterza e con il sostegno dell’Associazione Parole O_Stili e il MIUR.

10 scrittori per 10 racconti, ispirati ciascuno a un principio del Manifesto della comunicazione non ostile.

Il libro verrà presentato il 14 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino e il 6 giugno a Trieste, in occasione della seconda edizione di Parole O_Stili.

Dal 14 maggio il MIUR renderà disponibile per i docenti una copia gratuita dell’ebook scaricabile dal sito www.generazioniconnesse.it
Loredana Lipperini (a cura di)
Tommaso Pincio – Giordano Meacci – Giuseppe Genna – Diego De Silva – Helena Janeczek – Alessandra Sarchi – Fabio Geda – Nadia Terranova – Christian Raimo – Simona Vinci
Parole ostili 10 racconti
Collana: i Robinson / Letture Prezzo: 15 euro ISBN 9788858131879 Pagine 186
Maggio 2018 – 10 scrittori per 10 racconti, ciascuno liberamente ispirato a un principio del Manifesto della comunicazione non ostile: arriva in libreria, e nelle scuole italiane, “Parole ostili – 10 racconti”, il libro edito da Laterza e dal Salone internazionale del Libro di Torino, a cura di Loredana Lipperini e nato dalla collaborazione tra il progetto “Parole O_Stili” e il MIUR.

Raccontare, commentare, confrontarsi, conoscersi, accogliere, comprendersi: la rete fa tutto questo essenzialmente con le parole. Parole che talvolta feriscono, denigrano, danneggiano. Le parole, quindi, sono importanti, hanno un potere enorme.

A partire da queste riflessioni, nelle pagine di “Parole ostili – 10 racconti” alcune fra le voci più interessanti della narrativa contemporanea – Tommaso Pincio, Giordano Meacci, Giuseppe Genna, Diego De Silva, Helena Janeczek, Alessandra Sarchi, Fabio Geda, Nadia Terranova, Christian Raimo, Simona Vinci – riflettono sull’uso del linguaggio in rete, attraverso lo strumento del racconto.

Dal 14 maggio il MIUR renderà disponibile per tutti i docenti di ogni ordine e grado una copia gratuita dell’ebook, insieme a 10 schede didattiche per lavorare con il libro in classe. Sarà possibile scaricare il libro e i materiali sul sito www.generazioniconnesse.it previa registrazione e inserimento del codice promozionale ricevuto attraverso una circolare dedicata.

Lo scopo? Dare una risposta concreta al bisogno di affrontare le tematiche dell’ostilità̀ in rete attraverso strumenti d’azione concreti. A partire da pochi, basilari principi come ‘Virtuale è reale’ (dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona), ‘Le parole hanno conseguenze’ (so che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi) o ‘Prima di parlare bisogna ascoltare’ (nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura).

“Le parole hanno un peso, spesso possono far male. Siamo in un tempo – ha dichiarato la Ministra Valeria Fedeli – in cui ogni affermazione è gridata, esagerata, amplificata anche dai social e dalla Rete. Ben vengano, quindi, progetti come quello dell’associazione no profit ‘Parole O_Stili’ che ha redatto il ‘Manifesto della comunicazione non ostile’. Dieci punti, dieci principi di stile che mirano a ridurre, arginare e combattere i linguaggi negativi che si espandono facilmente nel web. Un decalogo che ha dato lo spunto per questo libro, pubblicato anche col patrocinio del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il MIUR già da tempo collabora convintamente con “Parole O_Stili”: i dieci principi del Manifesto sono già entrati nelle scuole e sono stati adottati dalle insegnanti e dagli insegnanti e dalle classi. Perché siamo convinti che il ruolo della scuola sia essenziale. Dalla scuola si comincia: si formano cittadine e cittadini, si insegna l’uso della Rete e si mostrano le libertà che essa concede ma sempre nel rispetto degli altri. Studentesse e studenti, native e nativi digitali devono trovare nella scuola un’occasione di crescita e sviluppo anche nella consapevolezza del linguaggio”.

“Questa raccolta di racconti è frutto di un’inedita alleanza che unisce il sostegno del MIUR, la convinta adesione del Salone Internazionale del Libro di Torino e della casa editrice Laterza, l’associazione Parole O_Stili, la curatrice e i dieci autori che hanno accettato la sfida di lavorare sui principi del Manifesto. Una sfida magnifica, resa possibile grazie a tutti coloro che – leggendo, ragionando, immaginando – hanno partecipato a questo percorso. E dunque, a tutti, grazie”, dichiara Rosy Russo, Presidente dell’Associazione Parole O_Stili.

Attraverso il sostegno al progetto “Parole O_Stili”, il Salone internazionale del Libro di Torino ha fatto propria la riflessione sulla cura del linguaggio e sulla sua importanza basilare per una pacifica convivenza civile.

“Se oltre all’uso della lingua ciò che ci distingue dalle altre specie è il possesso del libero arbitrio (o perlomeno di un arbitrio non del tutto precluso), allora usare le parole per evolverci o tornare a essere dei bruti è il nostro banco di prova quotidiano. Perché una nostra parola può essere un attentato contro la specie. Preferisco vederla in un altro modo: in qualunque parola che pronunciamo può nascondersi, ogni giorno, il segreto della nostra liberazione”, dalla prefazione di Nicola Lagioia, Direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Nel libro ogni principio del Manifesto della comunicazione non ostile diventa un racconto immaginato da ciascun autore. E ogni racconto un mondo noto o un universo da scoprire, accogliente o pauroso. Futuri possibili anticipati dal nostro presente o che svelano ciò che nel presente passa inosservato e che tuttavia condiziona e regola il nostro modo di essere e di interagire con gli altri. Alcuni racconti mettono alla prova il lettore, altri ci accarezzano, nessuno dà certezze. Perché la letteratura non risponde alle domande, ma ne pone di nuove. E il porsi domande rende più consapevole chi legge: non è per questo che scriviamo e leggiamo, del resto?

La storia da cui parte tutto, da cui traggono origine le dieci storie raccolte nel libro, è quella del Manifesto della comunicazione non ostile, 10 princìpi di stile nati per per ridurre, arginare e combattere i linguaggi negativi che si propagano facilmente in Rete. Nato dal lavoro collettivo di oltre cento professionisti della comunicazione, il Manifesto esprime una duplice volontà:
. Lanciato a Trieste nel febbraio 2017, in pochi mesi si diffonde non solo in Italia, ma in tutta Europa, e viene tradotto in 17 lingue. Oggi è al centro di un grande e ambizioso progetto di educazione collettiva promosso dall’Associazione Parole O_Stili, impegnata nella sensibilizzazione ed educazione contro l’ostilità delle parole online e offline.

Sono numerose le iniziative che, negli ultimi mesi, si sono sviluppate intorno al Manifesto, dalla comunicazione tra Pubblica Amministrazione e cittadini, alla comunicazione d’impresa, a quella politica. In particolare, grazie a una stretta collaborazione con il MIUR, i dieci princìpi del Manifesto sono entrati nelle scuole, e sono stati adottati dagli insegnanti e dalle classi in tutta Italia. Tutte le iniziative sono consultabili su: paroleostili.com

La presentazione del libro si terrà in occasione della seconda edizione di Parole O_Stili, in programma il giorno successivo, che vedrà un’ampia community di esperti della Rete, giornalisti, comunicatori, politici, giuristi e altre professionalità provenienti da tutta Italia riunirsi nuovamente a Trieste giovedì 7 giugno.

A partire dal quinto principio del manifesto, “Quando le parole sono un ponte”, filo conduttore della giornata, il programma si aprirà con una sessione plenaria per poi proseguire con una serie di panel di approfondimento, dedicati a giornalismo, social media e scritture, parole come ponti, politica, business, scuola ed educazione, disinformazione, PA, fact-checking e fake news, per affrontare il tema in tutte le sue sfumature fra esperienze, settori e stili diversi.

Programma e iscrizioni su: http://paroleostili.com/seconda-edizione-2018/ rendere la Rete un luogo migliore, meno violento, più rispettoso e civile e responsabilizzare ed educare gli utenti a praticare forme di comunicazione non ostile

A Trieste, il 6 e 7 giugno per Parole O_Stili
Dopo il Salone Internazionale del Libro a Torino, il libro verrà presentato a Trieste mercoledì 6 giugno alle ore 18 al Caffè San Marco. Interverranno Annamaria Testa, esperta di comunicazione, blogger, saggista, Rosy Russo, Presidente dell’Associazione Parole O_Stili, e i due autori Alessandra Sarchi e Tommaso Pincio.

La curatrice
Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, collabora da anni con le pagine culturali de “la Repubblica” e conduce Fahrenheit su Radio 3 Rai. Dal 2004 scrive sul blog www.lipperatura.it. Tra i suoi libri: Ancora dalla parte delle bambine (2008), Non è un paese per vecchie (2010) e Di mamma ce n’è più d’una (2013) per Feltrinelli; Morti di fama (con Giovanni Arduino, 2013) per Corbaccio; il racconto per ragazzi Pupa (2014) per Rrose Sélavy; L’arrivo di Saturno (2017) per Bompiani. Per Laterza ha pubblicato “L’ho uccisa perché l’amavo”. Falso! (con Michela Murgia, 2013) e Questo trenino a molla che si chiama il cuore. La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini (2014).

Gli autori

Diego De Silva è nato a Napoli nel 1964. Tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.

Fabio Geda è nato a Torino, dove vive. Si è occupato per anni di disagio minorile. Ha pubblicato diversi romanzi tra cui Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi, 2010), Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014), Anime scalze (Einaudi, 2017) e la saga Berlin (Mondadori, 2015-2017) scritta insieme a Marco Magnone.

Giuseppe Genna (Milano, 1969) è autore di numerosi romanzi, principalmente editi da Mondadori e di cui alcuni pubblicati all’estero, tra cui Dies Irae (2006), Hitler (2008) e il recente History (2017).

Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera nel 1964 in una famiglia ebreo-polacca, risiede in Italia da oltre trent’anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per le opere di narrativa Lezioni di tenebra (Guanda, 1997), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010). Il suo ultimo romanzo La ragazza con la Leica (Guanda, 2017) ha vinto il Premio Bagutta. Ha co-fondato «Nazione Indiana» (www.nazioneindiana.com), uno dei primi blog letterari italiani. Vive a Gallarate con un figlio e due gatti.

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato il reportage narrativo Improvviso il Novecento. Pasolini professore (minimum fax, 1999, 2015), il saggio Fuori i secondi. Guida ai personaggi minori (Rizzoli, 2002), la raccolta di racconti Tutto quello che posso (minimum fax, 2005) e il romanzo Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax, 2016). Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015); e con Francesca Serafini Principe libero (2018). Da settembre 2017 conduce su Rai Radio 3 La lingua batte.

Tommaso Pincio (Roma, 1963) è autore di vari romanzi tra cui Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), Cinacittà (Einaudi, 2008) e Panorama (NN editore, 2015). Dipinge e traduce dall’inglese. Per Laterza ha pubblicato Hotel a zero stelle (2012).

Christian Raimo (Roma, 1975) è nato, è cresciuto e vive a Roma. Ha pubblicato per minimum fax tre raccolte di racconti: Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004), Le persone, soltanto le persone (2014). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Il peso della grazia (2012), Tranquillo prof, la richiamo io (2015) e La parte migliore (2017), e il saggio Tutti i banchi sono uguali (2017). Nel 2018 per Piemme ha pubblicato il pamphlet Ho 16 anni e sono fascista.

Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971) vive e lavora a Bologna. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti Segni sottili e clandestini (Diabasis Edizioni), nel 2012 è uscito con Einaudi Stile Libero il suo primo romanzo Violazione, vincitore del Premio Paolo Volponi, opera prima. Nel 2014, sempre con Einaudi Stile Libero, il romanzo L’amore normale, vincitore del Premio internazionale Scrivere per Amore. Suoi racconti sono usciti in varie riviste e antologie. Il suo terzo romanzo La notte ha la mia voce (Einaudi Stile Libero, 2017) ha vinto il Premio Mondello opera italiana ed è stato finalista al Premio Campiello 2017. Collabora con «la Lettura», inserto culturale del «Corriere della Sera», e con il settimanale «l’Espresso» e scrive per i blog leparoleelecose.it, doppiozero.com e La ricerca.it.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, fra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi, 2015), vincitore fra gli altri dei premi Bagutta Opera Prima e The Bridge Book Award. Collabora con «la Repubblica» e altre testate ed è fra gli autori della trasmissione Pascal su Rai Radio 2.

Simona Vinci (Milano, 1970) ha debuttato nel 1997 con Dei bambini non si sa niente (Einaudi). Il suo romanzo La prima verità (Einaudi, 2016) ha vinto il Premio Campiello nel 2016. Il suo ultimo libro è Parla, mia paura (Einaudi, 2017).

J.-C. Izzo, Vivere stanca

Izzo o della moderna umanità perduta

di Antonio Stanca

Nel 1998 lo scrittore francese Jean-Claude Izzo aveva raccolto nel breve volume Vivere stanca alcuni suoi racconti pubblicati in precedenza su giornali o riviste e recentemente l’opera è stata riproposta dalla casa editrice E/O di Roma con la traduzione di Franca Doriguzzi e le illustrazioni di Joëlle Jolivet.

Izzo era nato a Marsiglia nel 1945 e qui era morto nel 2000 a cinquantacinque anni. Prima di giungere alla narrativa si era applicato in diverse direzioni. Aveva scritto e pubblicato raccolte di poesie, aveva prodotto testi per il cinema, il teatro, la radio, aveva collaborato con giornali e riviste, era stato membro del movimento cattolico “Pax Christi” oltre che del partito socialista e poi di quello comunista. Era vissuto generalmente a Marsiglia, si era separato dalla moglie, poi anche dalla donna venuta dopo ed infine anche da questa.

Spirito irresoluto, irrequieto era stato quello di Izzo, sempre alla ricerca di altro si era mosso, di quanto credeva avesse potuto soddisfare, calmare quei bisogni che non considerava soltanto suoi ma anche di altri, di quelli che nella vita moderna erano rimasti superati dai tempi, dai costumi, dal modo di essere, di fare, che avevano visto finire quei valori che erano sempre stati dello spirito perché sconfitti da quelli della materia. Erano diventati questi i più importanti e contro di essi non solo con le opere aveva combattuto Izzo ma anche con la religione, con la politica. Sempre sospeso, però, era rimasto tra l’aspirazione a recuperare quanto richiesto dall’anima e gli infiniti, insormontabili ostacoli che la realtà gli frapponeva, tra il bisogno di bene e la constatazione di un male che si era ormai tanto diffuso da essere diventato modo di vivere, sistema.

Chiari sarebbero stati, nelle opere di Izzo, i riflessi di questa difficile condizione sofferta dall’autore. La trilogia marsigliese, composta dai romanzi Casino totale del 1993, Chourmo del 1994 e Solea del 1998, ne sarebbe stata la più famosa testimonianza, avrebbe fatto di lui lo scrittore più letto nel contesto della narrativa francese della fine del secolo scorso. Con quei romanzi Izzo si sarebbe rivelato un autore completamente nuovo nei contenuti e nella forma espressiva, avrebbe inaugurato il genere detto del “noir mediterraneo”, di una narrazione, cioè, continuamente percorsa da un senso di paura, continuamente esposta a pericoli incombenti, a disastri imminenti. Ad accrescere questo stato di tensione interveniva la lingua dello scrittore, pur essa completamente nuova perché sintetica, ridotta all’essenziale e sempre interrotta, frenata, framezzata, sempre fatta di frasi minime, di parole sole quasi si trattasse di esclamazioni, sospiri, lamenti.

Fabio Montale sarebbe stato l’eroe di quei romanzi, il personaggio nel quale Izzo si sarebbe trasferito per combattere, tramite lui, contro un mondo che era diventato nemico e per rimanerne vittima.

I racconti di Vivere stanca sono degli anni ’90, gli stessi della trilogia marsigliese e come i romanzi di questa sono ambientati a Marsiglia, come in quei romanzi i loro personaggi, i loro protagonisti sono eroi negativi destinati a perdere nel loro confronto con la vita. Tutti, uomini e donne, vecchi e giovani, sono rappresentati in una situazione di aspirazioni deluse, di speranze fallite, tutti sono mostrati alla ricerca di quanto avrebbe potuto sollevarli, salvarli. Sono dei disperati, non sanno come fare perché hanno perso il lavoro o non si sono mai applicati con costanza, perché hanno debiti o sono rimasti ai margini del posto, dell’ambiente, del quartiere dove vivono, perché sono stati traditi nei loro affetti di padri o madri, mariti o mogli, figli o figlie, fratelli o sorelle, amici o amanti, e soli vivono ormai e di soli ricordi. Alcuni si sono chiusi in sé stessi, hanno fatto della loro sconfitta l’unico pensiero, si sono tanto identificati con esso da giungere a sacrificarsi per esso, a darsi la morte.

Il sesso, l’alcol saranno i modi da tutti cercati per alleviare quanto li opprime ma inalterata rimarrà l’idea che altro sarebbe stato loro possibile, che altra vita avrebbero meritato, che ingiusto era stato non averla ottenuta. Non grandi erano state le loro aspirazioni ma minime, di gente comune e nemmeno erano state possibili. Di questi pensieri, eternamente e vanamente nutriti da quelle persone, dei tormenti della loro coscienza vuole dire la scrittura di Izzo che anche in questi racconti è tanto animata, tanto vicina alle situazioni, alle vicende rappresentate da farle apparire vere, da muoverle come nella realtà. Un discorso continuamente interrotto come quello dello scrittore dà l’impressione che non sia scritto ma parlato e che vada ascoltato più che letto. Sembra la voce di quella moderna umanità perduta la scrittura di Izzo, di quell’umanità della quale ha voluto essere il testimone, l’interprete.

Ancora Sorrentino…

Ancora Sorrentino…

di Antonio Stanca

In questi giorni si è tornato a parlare di Paolo Sorrentino poiché imminente è l’uscita di un altro suo film, Loro, nel quale il regista ripercorre la storia, la vita di Silvio Berlusconi riprendendo quel tono canzonatorio che è stato di altri suoi film dove si procede alla denuncia, all’accusa dei vizi, dei difetti di personaggi noti, alla rivelazione delle gravi verità nascoste dietro grandi apparenze, alla rappresentazione dello stato di crisi, di fallimento nel quale sono precipitate oggi tante istituzioni.

L’atteggiamento dell’investigatore riguardo a quanto succede sembra voler assumere Sorrentino in molti lavori che vanno dal cinema alla televisione, alla produzione narrativa.

Ha quarantotto anni, è nato a Napoli nel 1970 e molto ha fatto. A poco più di vent’anni ha lasciato di studiare per lavorare negli ambienti del cinema, prima come aiuto nelle sceneggiature e nelle regie e poi per conto proprio fino a giungere a successi quali La grande bellezza del 2013, film che gli procurerà riconoscimenti estesi anche in ambito internazionale e nel quale viene rappresentata la difficile condizione vissuta da un noto scrittore che non riesce più a sentirsi ispirato, a scrivere, che si è messo alla ricerca della perduta scrittura, della sua “grande bellezza”, in una Roma dove, invece, finisce tra i bagordi di vecchie e nuove amicizie e dove solo alla fine gli sembrerà di avvertire l’ispirazione per un nuovo romanzo.

Il film, i molti premi ricevuti, faranno di Sorrentino un regista noto anche all’estero. Fama che gli verrà confermata nel 2015 dal secondo film in lingua inglese, Youth-La giovinezza, dove il regista fa vedere due vecchi amici che s’incontrano dopo molto tempo e si soffermano a parlare dei loro tempi passati, della loro giovinezza. Sono addolorati perché è un bene che hanno perso, che è finito, ed uno di loro in particolare rimpiange quei tempi perché con essi è finita la sua attività di compositore, nella quale tanto aveva creduto.

Anche per questo film ci saranno molti riconoscimenti ed altri ancora verranno per The Young Pope, una miniserie televisiva composta da dieci episodi e realizzata da Sorrentino nel 2016. In essa egli ripercorre la vita e l’opera di papa Pio XIII (cardinale italo-americano Lenny Belardo), eletto dal conclave quando era ancora giovane, il cardinale più giovane che, gli altri, eleggendolo, avevano pensato che fosse così fragile da poter ricondurre alle proprie volontà e ambizioni. Ma, nonostante la sua età, Pio XIII si rivelerà capace di frenare ogni pretesa dei suoi subalterni, di controllare ogni loro movimento, di scoprire ogni loro trama. Nella rappresentazione di quanto di oscuro, di segreto, di losco avviene nei palazzi del Vaticano si trasforma The Young Pope, nel ritratto di un papa insolito perché astuto, viziato, dedito più alle cose del mondo che a quelle di Dio, di un papa che discute di Dio, che non è sicuro della sua esistenza e che è convinto che Dio vuole, giustifica il peccato se commesso dal suo rappresentante sulla terra, cioè dal papa.

Un’altra situazione di crisi, di fallimento vuole rappresentare Sorrentino con questo film, un’altra volta vuole indicare i guasti che si nascondono dietro le apparenze, vuole provare che neanche la Chiesa ne è rimasta immune.

Un romanzo avrebbe egli ricavato da questo film e lo avrebbe pubblicato nel 2017 dopo due altri, Hanno tutti ragione del 2010 e Gli aspetti irrilevanti del 2016. Il romanzo s’intitola Il peso di Dio (Il Vangelo di Lenny Belardo) ed è uscito presso Einaudi nella serie “Stile Libero Big”. E’ una trasposizione del film, dei suoi ambienti torbidi, dei suoi personaggi rotti ad ogni nefandezza, ed è un’altra prova che Sorrentino oltre a sceneggiatore e regista sa essere pure scrittore. «Pigro nei movimenti del corpo ma superattivo in quelli della mente…», ha egli dichiarato di essere in un’intervista rilasciata a Giovanni Minoli.

Molto ha fatto e molto ha intenzione di fare perché è convinto di avere molto da dire riguardo ai tempi nei quali si è trovato a vivere. Tempi di crisi di tutto quanto è giunto dal passato, di fine, di fallimento di ogni valore costituito, di ogni regola, di ogni principio tramandato e questa situazione che si è creata, quest’atmosfera che si è definita vuole mostrare Sorrentino sia con i film sia con i libri. La sua, però, non è una polemica, egli non prende posizione in nome di realtà, di verità diverse da quelle constatate, non vede la modernità come un problema da risolvere ma la riporta negli aspetti che ha assunto, in quelli evidenti e in quelli nascosti, la fa vedere per intero e lascia a chi assiste ai suoi film o a chi legge i suoi libri la libertà di pensare.

Questo è il compito che si propone di svolgere Sorrentino con le sue opere ma questo è anche il suo limite giacché un intellettuale, in questo caso un autore, in qualunque senso o modo si esprima non può ridursi alla registrazione, anche se trasfigurata, del problema o dei problemi rilevati ma deve assumere una posizione, deve saper indicare una via da seguire. Non può arrendersi come chiunque altro, non può rimanere nella crisi ma deve sollevarsi su di essa in nome di quanto il suo talento gli suggerisce che possa servire a superarla. Sorrentino non lo fa perché pensa che sia inutile, che il male sia tanto dilagato da non poter essere contenuto. Rimane, quindi, nella condizione dello spettatore e a questa invita chi lo vede o lo legge.

Lo spettacolo, a volte comico, preferisce al suo grave significato.

G. Savatteri, La congiura dei loquaci

La Sicilia di Savatteri

di Antonio Stanca

La congiura dei loquaci è stato il primo romanzo scritto da Gaetano Savatteri. Lo pubblicò nel 2000 presso la casa editrice Sellerio di Palermo che nel 2017 lo ha riproposto nella collana “La memoria”.

Giornalista e scrittore è Savatteri. E’ nato a Milano nel 1964 da genitori siciliani. A Milano è rimasto fino a dodici anni e poi la famiglia si è trasferita in Sicilia, dove Gaetano avrebbe compiuto gli studi classici. Avrebbe pure cominciato a scrivere su giornali locali per poi diventare, una volta stabilitosi a Roma, collaboratore de “L’Indipendente” e di Tg 5.

Col tempo all’attività del giornalista si aggiungerà quella dello scrittore e nel 2000 comparirà La congiura dei loquaci. Altri romanzi e racconti avrebbe scritto Savatteri e quasi sempre si sarebbero potuti scoprire, nella sua narrativa, contenuti e forme espressive che riportavano a quella Sicilia dalla quale provenivano i suoi genitori e nella quale era vissuto per qualche tempo, ad una Sicilia sentita, rappresentata come stato a sé, con regole, leggi proprie, con propri usi e costumi, con un sistema di vita che veniva da lontano, da una storia, da una tradizione che si erano svolte, continuate da sole, diverse da ogni altra comprese quelle italiane.

Di questa Sicilia Savatteri ha voluto essere lo scrittore, ha voluto, con i suoi romanzi, offrire una serie di quadri che la riproducessero, ne fossero il riflesso più fedele.

Ne La congiura dei loquaci ricostruisce, in modo trasfigurato, un episodio realmente accaduto a Racalmuto, in provincia di Agrigento, nel 1944, quando in Sicilia erano presenti le forze alleate, americane e inglesi, sbarcate nel 1943. A Racalmuto durante la sua passeggiata serale il sindaco Ferrauto viene ucciso con un colpo di pistola sparatogli in piazza, tra tante persone. Diversamente da altre circostanze del genere tipicamente siciliane stavolta non si tace circa l’accaduto, non ci si mostra ignari ma si dice, si parla e da parte di molti. Molti affermano, sono sicuri che l’omicida è stato Vincenzo Picipò, detto Centoedieci, che vive di stenti poiché ha perso il lavoro nella miniera di zolfo ed ha una famiglia, moglie e tre figli, da mantenere. Aveva avuto, in precedenza, una lite col sindaco ed anche di questa molti si mostrano al corrente e ne fanno il motivo del grave gesto. Una “congiura” diventa appunto e Picipò viene arrestato, processato e condannato a molti anni di carcere durante i quali la famiglia avrebbe sofferto nonostante l’aiuto da parte di un ufficiale americano che, durante la permanenza in Sicilia, era venuto a conoscenza del caso ed aveva capito che Picipò non era stato l’omicida che molti avevano fatto credere. In verità Picipò non aveva il coraggio di uccidere ma il suo nome era servito per coprire le responsabilità, le colpe di quel sistema clandestino del quale il sindaco era entrato a far parte e che da tempo voleva eliminarlo. Tanto potente era quel sistema da riuscire anche a preparare, ad organizzare una situazione che lo liberasse da ogni sospetto, da ogni accusa e facesse convergere tutto sul povero Picipò tramite la “congiura dei loquaci”.

Un altro esempio di cattiva giustizia ha voluto presentare Savatteri con questo romanzo, un altro caso tipico della Sicilia e lo ha fatto costruendo, come altre volte, ambienti, situazioni, personaggi, linguaggi propri dell’isola, dando luogo ad una rappresentazione così ampia, così complessa, così articolata da poter essere soltanto siciliana. E’ questo, più di ogni altro, l’interesse dello scrittore. Più di quanto accaduto, più del “giallo” che è diventato, più dell’indagine che è seguita a Savatteri interessa dire dei tanti luoghi, delle tante strade, delle tante case, delle tante persone tra le quali tutto si è svolto, interessa mostrare come niente sia stato fatto per evitarlo o almeno correggerlo, interessa far vedere un ambiente dove anche comportamenti così gravi sono diventati una regola. Ed anche se lo fa tramite una scrittura che non diventa mai eccessivamente severa poiché sempre alleggerita da un sotteso umorismo, il suo rimane un atto di accusa, di denuncia riguardo a situazioni che si sono tanto continuate da essere diventate costitutive di certi posti, da avervi trovato la propria spiegazione e giustificazione.

P. Grossi, Pugni

Grossi è per i più giovani

di Antonio Stanca

Pietro Grossi è uno scrittore italiano di quarant’anni, è nato a Firenze nel 1978 e in questa città è rimasto fino a vent’anni. Poi ha girato il mondo, è tornato a Firenze per seguire un corso di studi universitari e, quindi, è andato a Torino per frequentare la Scuola Holden. In seguito, dal 2001 al 2006, è vissuto a New York, dove ha tentato di d’inserirsi negli ambienti del cinema, a Roma e a Milano, dove agli interessi per il cinema ha aggiunto l’attività di traduttore, di correttore di bozze nonché quella di agente pubblicitario.

Alla ricerca di una chiara definizione dei propri interessi, delle proprie capacità, di una soluzione dei propri problemi sembra essere sempre stato Grossi e di questa condizione della sua vita ha fatto il motivo ricorrente delle sue opere di narrativa, da essa ha ricavato lo spirito che anima i loro protagonisti. Dal primo romanzo, Touché, del 2000, alla raccolta di racconti, Pugni, del 2006, al secondo romanzo, L’acchito, del 2007, ai racconti che ne sono seguiti è sempre possibile assistere alla rappresentazione delle difficoltà sofferte da parte di chi non si è ancora inserito nella vita, dei problemi vissuti quando non si è ancora capita la propria posizione, la considerazione, la valutazione che ci è stata riservata.

Più evidente che altrove è risultato questo tema nei tre ampi racconti che compongono Pugni, opera pubblicata la prima volta nel 2006 dalla Sellerio di Palermo e nel 2017 ricomparsa in un’altra collana della stessa casa editrice. Con essa Grossi è giunto alle finali di molti premi letterari e premiato è stato anche nei paesi stranieri dove l’opera è stata tradotta.

Ragazzi sono i protagonisti di questi racconti, ragazzi che ancora stanno a scuola o che da poco l’hanno finita, sono adolescenti o poco più, appartengono a quella fascia di età che sospesa è tra realtà e idealità, verità e immaginazione, ragione ed evasione. E’ il periodo che fa apparire possibile ogni grandezza, che convince di essa, che limitata, finita fa sentire la propria condizione al confronto di quella che si pensa di poter raggiungere. Disorientati, divisi si sta, pertanto, tra quanto si vorrebbe fare e quanto si deve fare, tra la vita sognata e quella vissuta. Così, in questo modo ci si inizia alla vita, si diventa uomini indipendentemente da quel che succederà, se si riuscirà, cioè, a realizzare quei sogni o meno, se si diventerà grandi o se si rimarrà piccoli.

Questa fase di preparazione, d’iniziazione stanno attraversando i ragazzi dei racconti di Pugni. I due, la “Ballerina” e la “Capra”, del primo racconto hanno posto tutte le loro speranze di successo nel pugilato, ai due fratelli del secondo, Natan e Daniel, il padre ha regalato due cavalli con i quali hanno iniziato il loro viaggio nella vita, a Nico, protagonista del terzo racconto, sta succedendo di veder fallire intorno a sé quanto, amicizie, affetti, amori, aveva creduto dovesse durare, sta annaspando tra quel che gli è rimasto, sta cercando altro senza sapere cosa.

Abile è stato Grossi nel rappresentare situazioni così particolari, stati d’animo così complessi. Nessuno dei suoi protagonisti è ancora riuscito nei suoi intenti, nessuno si è ancora chiarita la propria strada e tutti sono esposti ad un turbinio di pensieri, tutti sono in preda a turbamenti, tormenti, ossessioni. E non solo nell’anima soffrono ma anche nel corpo quei ragazzi ché tutto in loro risente del travaglio patito e di tutto, di ogni particolare, scrive Grossi con un linguaggio molto realistico che non rinuncia, però, agli abbandoni poetici, agli effetti lirici, che a volte non dice e lascia intuire.

E’ questa, soprattutto, la sua novità, quella che insieme al contesto, intenzionalmente indeterminato, nel quale colloca le vicende rappresentate, lo distingue dagli altri autori che con questi temi si sono cimentati.

P. Di Paolo, Vite che sono la tua

Di Paolo o di un rinnovato umanesimo

di Antonio Stanca

Col libro Vite che sono la tua, edito l’anno scorso da Laterza, Bari-Roma, Paolo Di Paolo è tornato a mostrarsi impegnato in un’altra operazione di carattere culturale e sociale. Non sono mai risultati distinti questi due ambiti nella sua produzione sia narrativa sia teatrale o saggistica, siano raccolte di interviste a noti personaggi, articoli per giornali e riviste, programmi per la televisione, libri per bambini e ragazzi.

Di Paolo ha trentacinque anni, è nato a Roma nel 1983, si è laureato in Lettere presso “La Sapienza” ed ha svolto un Dottorato di ricerca in Storia letteraria e linguistica italiana presso l’Università di Roma III. Nel 2004, a ventunanni, ha esordito come scrittore con la raccolta di racconti Nuovi cieli, nuove carte, che è stata finalista nel “Premio Italo Calvino per l’inedito”. Avrebbe continuato nella narrativa, altri riconoscimenti avrebbe ottenuto ma anche altre direzioni avrebbe assunto la sua attività e sempre sarebbe stato possibile notare come Di Paolo tenda a recuperare, a difendere i valori della cultura, intesa come storia, letteratura, filosofia, scienza, religione, lingua, di fronte ai pericoli che i tempi moderni rappresentano per essi, di fronte alla massificazione, alla volgarizzazione, alla confusione culturale e linguistica che ormai sono divenute dilaganti.

Specificamente rivolto in questo senso è stato il libro-saggio del 2016 Tempo senza scelte, dove l’autore mette in evidenza come non solo la cultura tradizionale ma anche quella dei tempi a noi più vicini, dei secoli da poco trascorsi, sia stata importante, abbia agito tanto da determinare, definire il pensiero, il costume, la vita che attualmente avviene, si svolge. Una funzione civile, sociale, morale ha avuto quella cultura, è diventata argomento di studio, programma scolastico, è servita a far maturare migliaia di ragazzi, di giovani, li ha trasformati nei suoi eredi, nei suoi continuatori, divulgatori.

Rammaricato, però, si mostra l’autore nella parte finale dell’opera poiché costretto si vede a riconoscere il pericolo che la sopraggiunta cultura di massa rappresenta per quel patrimonio. Essa, infatti, potrebbe livellare, spianare ogni forma di conoscenza, annullare ogni distanza, ogni differenza, conformare, adeguare tutto a modelli prestabiliti impedendo di “scegliere”, di essere diversi dal contesto pena l’esclusione da esso. Ad un impegno maggiore, pertanto, invita Di Paolo affinché questo non succeda. E in tale direzione si muove quando, nel 2017, con Vite che sono la tua riprende a dire della possibilità di riscattarsi dalla situazione corrente, a proporre dei modi per contrastarla, per non rimanerne vittima.

In questo libro Di Paolo presenta parti, brani delle opere narrative più importanti di ventisette scrittori dei tempi moderni. Sono tra i maggiori, tra i più famosi, i loro nomi vanno da Twain a Salinger, da Calvino a Mann, da Roth a Dostoevskij, da Balzac a Truman Capote, Proust, Camus e tanti altri. Le loro nazionalità sono diverse, anche le opere presentate lo sono per i contenuti e i modi espressivi ma uguale è il trattamento che ad ogni brano di esse presentato riserva Di Paolo. Egli non si limita a riportarlo ma lo commenta inserendosi tra le sue righe, frammentandolo, piegandolo ad un discorso da lui creato. Un racconto sembra venirne fuori ogni volta, un racconto nel quale Di Paolo si adopera per mostrare come anche in autori così celebri, anche in opere così alte, si possano scoprire momenti, motivi, ragioni, modi di pensare, di fare che sono di tutti, come tutti possano riconoscersi, ritrovarsi nella scrittura, nel linguaggio di un grande scrittore, come vicino a chi ha scritto possa sentirsi chi legge. E’ un invito quello che Di Paolo vuole formulare con quest’opera affinché ci si impegni a leggere, ci si convinca a superare quella distanza che soprattutto adesso si è creata tra autori e lettori, ci si abitui all’idea che in un libro più che altrove è possibile trovare quanto serve, ricavare indicazioni, suggerimenti. Vicini vuole mostrare gli scrittori, familiari, utili le loro opere.

Di nuovo Di Paolo sostiene il valore, la funzione civile, sociale, morale della cultura, di nuovo vuole salvarla dalle contaminazioni che i tempi moderni vanno diffondendo, di nuovo vede in essa la possibilità di migliorarsi, di resistere alle minacce che incombono.

Una missione sembra ormai diventata quella che Di Paolo svolge, un’opera di mediazione tra quanto è avvenuto e avviene in ambito intellettuale e quanto nella vita quotidiana, un’azione che vorrebbe portare alla comunicazione, allo scambio tra le due dimensioni. Un esempio, tra i più convinti, di un rinnovato umanesimo va considerato il suo.

T. Montefusco, Competenze chiave europee e RAV

Tommaso Montefusco

COMPETENZE CHIAVE EUROPEE E RAV

Quali sono, come si valutano, con quali rubriche

I Quaderni Pearson Academy

Per la Scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado

ISBN: 9788891907790

Le scuole sono chiamate ogni anno a redigere oppure ad aggiornare il Rapporto di Autovalutazione (RAV) che, peraltro, nella scuola dell’infanzia è obbligatorio dall’anno scolastico 2017/2018.

Nel RAV è presente un’area riguardante le competenze chiave europee, sulle quali la scuola deve operare una riflessione autovalutativa, ma a differenza delle altre dieci aree presenti, per le quali l’INVALSI fornisce indicatori precisi ed espliciti, in questa sezione non sono indicati in maniera altrettanto chiara i criteri di valutazione. Questi indicatori tuttavia, secondo l’INVALSI, «contribuiscono a supportare il gruppo di autovalutazione per l’espressione del giudizio su ciascuna delle aree in cui è articolato il Rapporto di Autovalutazione».

Come operare allora? Come predisporre le rubriche di valutazione? Come indicare i punti di forza e di criticità? Sulla base di quali indicatori individuare gli obiettivi di processo e i traguardi misurabili nel Piano di Miglioramento (PDM)? Questo volume traccia una breve storia della genesi delle competenze chiave di cittadinanza, da quelle individuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a quelle proposte dal MIT di Boston e dall’Institute for the Future di Palo Alto, per conto dell’Università di Phoenix. Quindi le confronta con quelle elaborate in Europa e propone un elenco ragionato di numerosi indicatori possibili, validi per varie tematiche e per differenti fasce di età.

A. D’Avenia, Ciò che inferno non è

Ciò che inferno non è, un romanzo di Alessandro D’Avenia, Mondadori, 2014

di Mario Coviello

Una ventata di luminosa aria estiva, un tripudio di sole,  zagara e sale riporta i lettori di “Ciò che inferno non è” di Alessandro D’Avenia con tutti i cinque sensi nella Palermo del 1993. L’ultima estate di Don Pino Puglisi, il prete del quartiere Brancaccio di Palermo ammazzato dalla mafia a 56 anni.

Ho appena finito di leggerlo e lo raccomando alle persone che cercano “Un posto dove scappare dentro. E’ ciò che cercava don Pino insieme ai bambini e ai ragazzi. Li aiutava a scoprire quello spazio dentro di sé, solo così la violenza poteva incontrare un ostacolo.”.

Lo consiglio alle persone che “non smettono di cercare le parole necessarie a tirare fuori la vita dalla vita, per trovare il fuoco del coraggio di non barattare la Bellezza con il Compromesso. E rimanere fedeli ai propri desideri, nel tempo.”Così scrive D’Avenia nella postfazione di un romanzo che mi ha preso e commosso fino alle lacrime.

Durante la mia permanenza a Palermo mi sono fermato a lungo sulla tomba di Don Pino nel duomo e mi ha colpito il suo sorriso che ti attraversa nella foto posata sul marmo bianco. Mi sono chiesto chi ha dato a questo prete il coraggio di sfidare la mafia e di accogliere i suoi carnefici con un sorriso che è rimasto sul suo volto sfregiato da una pallottola alla tempia.

D’Avenia ha conosciuto Don Pino che era il suo professore di religione al Liceo Vittorio Emanuele e aveva promesso ai suoi genitori di scrivere la storia del suo incontro con lui.

Lo fa diventando Federico, uno studente di liceo, di buona famiglia borghese che scopre la realtà, il mondo vero, quando va a Brancaccio per dare una mano a Don Pino in parrocchia con i bambini.

Federico comincia facendo da arbitro in una partita di pallone e si prende un pugno nello stomaco quando non “fa le cose giuste” e torna a casa senza la bici che gli rubano. Federico accompagna Don Pino nelle case del quartiere, nel carcere di Brancaccio, conosce Lucia che sta allestendo una recita con i piccoli e se ne innamora.

Federico deve partire per Oxford per studiare l’inglese è già tutto pagato ma non può più partire. Sfida i genitori e torna nel quartiere mentre la mafia si fa sempre più pericolosa per il prete e il giovane ed entrambi vengono pestati a sangue.

Entrambi non possono fermarsi. Federico non può lasciare solo il suo professore e si affeziona ai bambini che porta al mare a Mondello perché «Se nasci all’inferno hai bisogno di vedere un frammento di ciò che inferno non è». Deve crescere, “farsi una corazza” per dare un senso alle parole, «parole che mettono l’àncora alle cose», «che infilzano la realtà», «parole levigate fino alla trasparenza, essenziali come diamanti ripuliti di materia», deve crescere per dare un senso alla poesia che ama tanto e ci riesce soffrendo per amore, d’amore.

“Ciò che inferno non è” è Palermo “Tuttoporto”, città che accoglie e nutre gli stranieri e divora i suoi figli e “ Spasimo”: ” Questo desiderio infinito che costringe il cuore a spezzarsi, se necessario, i più lo chiamano vuoto e lo risolvono con l’amore. Ma a Palermo ha un nome ben preciso: spasimo, per eccesso di mare da guardare, di viaggi da incominciare.”

Palermo nel romanzo di D’Avenia è l’intrico dei vicoli controllati da uomini che portano soprannomi come il Cacciatore, ‘u Turco, Madre Natura, per i quali il solo comandamento da rispettare è quello dettato da Cosa Nostra. Ma sono anche le strade abitate da Francesco, Maria, Dario, Serena, Totò e tanti altri che non rinunciano a sperare in una vita diversa. Il romanzo si nutre della simpatia disperata dei bambini di Don Pino, di Falcone e soprattutto di Borsellino che Don Pino Puglisi ricorda con una grande festa nel suo quartiere Brancaccio nel primo anniversario della morte.

In una intervista al quotidiano Libero D’Avenia ha raccontato: «Un’unica immagine ha generato il romanzo:il sorriso all’assassino che sta per sparargli. Volevo capire se si trattasse di facile agiografia postuma, o di realtà. L’assassino, quando diventò collaboratore di giustizia, confessò che non dormiva la notte per quel sorriso, ed era uno tra i più efferati criminali della mafia. Aggiungerei anche una chiacchierata con un ragazzo che aveva inquietudini sul suo futuro. Il ragazzo parlò per ore senza interrompersi e quando si rese conto dell’orario si scusò dicendo a don Pino: “Ma perché non mi ha interrotto? È tardi…”, don Pino rispose: “Perché? Hai già finito?”. Il dono del proprio tempo e la capacità di ascoltare: amore vero. Non si sostituiva maia te, ma ti metteva in condizione di prendere in mano la tua libertà e scegliere».

Vi raccomando questo romanzo perché parla di noi, della possibilità — se torniamo a guardare la vita con gli occhi dei bambini che tutti siamo stati — di riconoscere anche in mezzo alla polvere ciò che inferno non è.”

AA.VV., Educare alle immagini e ai media

Bambini, immagini, nuovi media: ecco il manuale per educare i “nativi digitali”, dal primo anno di età. Da Coopselios uno strumento pratico per insegnanti e genitori

Le immagini digitali sono divenute centrali nella vita dei più piccoli sin dai primissimi anni di vita: su tablet, televisione, pc, smartphone confluiscono e convivono enormi quantitativi di immagini, autentiche e manipolate. Possono diventare uno strumento didattico? “Educare alle immagini e ai media. Manuale per un uso consapevole da 0 a 11 anni” (ed. Spaggiari Junior) è un libro voluto dalla cooperativa Coopselios, specializzata nei servizi all’infanzia, come guida pratica per educatori e genitori: propone attività concrete, laboratori ed esperienze sul campo per imparare attraverso le immagini 2.0. Questi percorsi didattici innovativi, sperimentati sul territorio reggiano, sono già realtà presso il nido “Le Corti” di Correggio (RE). Il libro viene presentato il 19 febbraio presso il Teatro Asioli di Correggio dalla curatrice Sabrina Bonaccini, Direttore Tecnico Area Educativa Coopselios, insieme a Lorella Zanardo – autrice, documentarista e scrittrice – che si è occupata della supervisione

I giochi sul tablet sono il peggiore intrattenimento per i nostri figli? No, basta scegliere quelli giusti. Vietare internet ai bimbi? È una battaglia senza senso, meglio educare i più piccoli a sfruttarne le potenzialità e a evitarne i rischi. La tecnologia è un danno per l’apprendimento? Al contrario, se usata correttamente può diventare una grande risorsa.

Oggi i bambini, sin da piccolissimi, sono immersi in un mondo di immagini mediate da uno schermo – soprattutto smartphone e tablet – in modo invasivo: secondo l’Istituto di Neuroscienze del CNR è possibile che in futuro, accanto ai centri del linguaggio, che hanno la loro sede nell’emisfero sinistro del cervello (per i destrimani), si sviluppino centri per il linguaggio digitale.

L’Italia, però, risulta ancora arretrata rispetto all’alfabetizzazione ai media, mentre la necessità di tutelare la crescita dei bambini di fronte ai contenuti mediatici è un tema urgente, non più rinviabile, che coinvolge docenti, insegnanti e genitori. Per questo Coopselios, cooperativa sociale da sempre molto attenta e impegnata nella promozione di tematiche educative contemporanee, ha realizzato con la supervisione di Lorella Zanardo il libro “Educare alle immagini e ai media. Manuale per un uso consapevole da 0 a 11 anni”, edito dalla casa editrice Spaggiari Junior e curato da Sabrina Bonaccini, Direttore Tecnico Area Educativa Coopselios.

Il volume è una bussola riguardo a questi temi e si muove su tre linee guida che sono anche gli obiettivi da raggiungere per una corretta “dieta mediatica” per i nostri bambini: la prima riguarda la promozione – in bambini, insegnanti e genitori, della consapevolezza e dell’abilità nel guardare e comprendere le immagini che arrivano dall’esterno, imparare a riconoscere la distinzione tra finzione e realtà, l’attivazione di azioni di denuncia nei confronti di immagini che si ritengono dannose, discriminanti o lesive della dignità. La seconda è volta alla promozione della capacità di gestire la propria immagine comprendendone il valore, le implicazioni e le conseguenze nel tempo della presenza delle nostre immagini e dei comportamenti che vi sono collegati, in modo da sapersi tutelare nel rispetto di sé e degli altri. Infine, la terza è relativa al piano creativo: promuovere le abilità e le conoscenze per imparare a “fare media”, cioè ideare, progettare e realizzare messaggi e contenuti da promuovere nella “mediasfera”.

Il libro offre numerose proposte didattiche concrete e già sperimentate rivolte agli insegnanti e agli educatori che vogliano iniziare un percorso di ricerca con i bambini e le bambine da 0 a 11 anni. Questi percorsi didattici innovativi, sperimentati su diverse strutture del territorio reggiano gestite da Coopselios, sono già realtà presso il Centro di sperimentazione creativa per l’infanzia “Le Corti” di Correggio (RE): il centro si propone come laboratorio di cultura digitale, dove condividere idee, risorse, opportunità. Atelier creativi, contesti di esplorazione e conoscenze innovativi diventano al Centro “Le Corti” importanti occasioni di apprendimento.

Gli autori

Il volume è curato da Sabrina Bonaccini, Direttore Tecnico Area Educativa Coopselios e pedagogista che da 26 anni si occupa di progettare contesti educativi che sostengono le potenzialità dei bambini e delle bambine, oltre che di formazione, ricerca e innovazione nel campo dei servizi educativi. Il testo è il frutto di un lavoro collegiale e raccoglie diversi contributi di chi opera direttamente nei servizi (pedagogisti, insegnanti, atelieristi e genitori) e vede l’importante contributo e la supervisione di Lorella Zanardo e Cesare Cantù. Lorella Zanardo, autrice, documentarista, scrittrice coautrice del documentario “Il corpo delle donne” e dell’omonimo libro edito da Feltrinelli. Ideatrice con Cesare Cantù del percorso educativo “Nuovi occhi per i media” che propone l’educazione all’immagine per i giovani come strumento di cittadinanza attiva.

L’evento

Coopselios, in collaborazione con il Comune di Correggio (RE), promuove e organizza l’incontro “Educare alle immagini e ai media per diventare cittadini consapevoli”, con la partecipazione di Lorella Zanardo, autrice, documentarista e scrittrice. L’appuntamento è per lunedì 19 febbraio alle 16.30 presso il Teatro Asioli di Correggio.

L’evento, aperto alla cittadinanza e in particolare alle famiglie e agli insegnanti, vuole porre al centro del dibattito una riflessione sull’influenza che le immagini hanno nella vita di ognuno di noi e in particolare sui bambini. E’ un’occasione di confronto e di scambio per riflettere sull’importanza di sostenere i bambini, gli insegnanti e i genitori nell’essere consapevoli e abili nel comprendere la qualità delle immagini che arrivano dall’esterno, nel farne un consumo consapevole e non passivo. Solo in questo modo è possibile educare e crescere una “cittadinanza attiva”.

La scheda del libro

Autore: AA.VV. a cura di Sabrina Bonaccini

Titolo: Educare alle immagini e ai media. Manuale per un uso consapevole da 0 a 11 anni

Editore: Spaggiari Junior

101 pagine

€ 20,00

ISBN 978-88-8434-822-7

J. Tweet e K. Lewis, Mia nonna era un Pesce

Jonathan Tweet e Karen Lewis
Mia nonna era un Pesce
– Il mio primo libro sull’evoluzione –

In occasione del Darwin Day, che il 12 febbraio celebra la nascita di Charles Darwin, il Centro Studi Erickson presenta: Mia nonna era un Pesce di Jonathan Tweet, il primo albo illustrato sull’evoluzione spiegata ai bambini, con un’introduzione di Telmo Pievani. Da sempre le Edizioni Erickson vogliono stimolare la curiosità dei bambini verso l’apprendimento, avvicinandoli, con semplicità e chiarezza, alla scienza (e non solo!).

Da dove veniamo? È una domanda che ci siamo posti tutti, soprattutto da piccoli. Adesso, da grandi, sapremo spiegarla ai bambini? Da oggi non dobbiamo più preoccuparci di trovare le parole giuste, Jonathan Tweet le ha trovate per noi. Stimolando immaginazione e curiosità, Nonna Pesce porta piccoli e grandi dentro l’affascinante storia della vita sul nostro pianeta, spiegando come siamo connessi a tutti gli altri organismi viventi nel grande “Albero della vita”. Colori brillanti e disegni vivaci accompagnano la lettura, rendendo tutto più avvincente.

È vero che discendiamo dalle scimmie? È vero che l’evoluzione culmina con la razza umana? È vero che i pesci si evolvono in rettili e i rettili in mammiferi? È vero che tutti i rettili depongono le uova?

Il libro è corredato da un prontuario che riporta gli errori più comuni in cui rischiamo di imbatterci parlando di evoluzione. La teoria di Darwin non è mai stata così semplice!

Mia nonna era un Pesce è marchiato STEM, acronimo inglese di Scienza-Tecnologia-Ingegneria-Matematica che indica storie e narrazioni che mirano a suscitare la curiosità verso il mondo della scienza. Libri pensati per giovani lettrici e giovani lettori che non temono di sperimentare, inventare, provare.

Jonathan Tweet, game designer da oltre 25 anni. Mia nonna era un pesce è il suo primo libro per bambini.

Karen Lewis, vive a Seattle ed è un’illustratrice di libri per l’infanzia.

Pagine: 44 a colori – più poster
Prezzo: 13,50 €
Autore: Jonathan Tweet
Illustratrice: Karen Lewis
Età: 4+

https://youtu.be/uMwDyKvkHkk