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J.M Keynes, I libri costano troppo?

Tra libri e lettori

di Antonio Stanca

A Novembre dell’anno scorso per conto della casa editrice Laterza, Bari-Roma, è comparso l’opuscolo intitolato I libri costano troppo? Contiene un articolo che il noto economista inglese Maynard Keynes pubblicò il 12 Marzo 1927 sul giornale “The Nation and Athenaeum”. La traduzione è di Oliviero Pesce, altro importante economista nato in Puglia nel 1938, che è pure l’autore della seconda parte dell’opuscolo.

    Il Keynes era stato una figura di rilievo nell’Inghilterra del secolo scorso. Era nato nel 1883 e morì nel 1946. Studioso, ricercatore, aveva scritto molte opere di economia, aveva tenuto molte conferenze, aveva ricoperto incarichi pubblici e le sue teorie avevano trovato applicazione in ambito mondiale.

   L’articolo riportato in questo libretto s’inserisce in una polemica allora sorta in Inghilterra circa l’industria editoriale. Keynes vi compie una chiara illustrazione di quanto succedeva in quei tempi riguardo agli editori, agli autori, ai librai, ai lettori e a tutto quanto va collegato con la scrittura di un libro, la sua stampa, la sua vendita, la sua lettura. Ne risulta un quadro piuttosto deludente poiché si vede che quanto serve per portare a compimento un libro non viene corrisposto dalle richieste del pubblico, dall’interesse dei lettori. Il motivo è da cercare nei prezzi piuttosto alti dei libri? Si può pensare che prezzi più contenuti farebbero aumentare le vendite, i lettori o che la spiegazione del problema stia nel sempre minor tempo e attenzione che la lettura riesce a trovare per sé? Poco chiare, pure per Keynes, rimangono le risposte. Non è facile capire, dice lo studioso, visto che il fenomeno non è limitato all’ambito privato ma esteso a quello pubblico. Neanche le biblioteche scolastiche, universitarie, comunali, provinciali o altre richiedono molti libri. Di conseguenza in crisi è andata molta attività editoriale.

   Nel suo intervento Pesce ripercorre l’articolo del Keynes e mette in evidenza come rispetto a cento anni fa la situazione oggi si sia aggravata e non solo in Inghilterra ma anche in tante altre nazioni dell’Occidente compresa l’Italia, sulla quale si sofferma in particolar modo nelle pagine conclusive. Secondo Pesce le cause del problema vanno cercate nel tipo di vita, di società che col tempo si è andato costituendo, nei nuovi e più veloci mezzi di comunicazione che si sono andati diffondendo anche in ambito pubblico, nell’uso senza limiti di Internet e dei tanti altri sistemi ad esso correlati. Per lui se ai tempi di Keynes c’era da sperare in una soluzione del problema ora non lo si può poiché le nuove tecniche di apprendimento, istruzione, conoscenza si vanno sempre più perfezionando e vanno sempre più sostituendo le vecchie maniere compresa quella della lettura.    E’ grave ma è una perdita che non è possibile evitare poiché come in ogni progresso ci sono degli aspetti, dei modi di vivere che finiscono e per sempre.    

AA.VV., Atlante dell’arte contemporanea

ATLANTE DELL’ARTE CONTEMPORANEA DE AGOSTINI | PRESENTATO A ROMA IL 15 FEBBRAIO 2019

Francesca Falli tra gli 800 artisti selezionati dal comitato scientifico che ha redatto il prestigioso volume

Venerdì 15 febbraio 2019 è stato presentato a Roma, in presenza di Daniele Radini Tedeschi e Achille Bonito Oliva l’Atlante dell’Arte Contemporanea prodotto dalla prestigiosa Casa Editrice multinazionale DeAgostini di Novara, adesso nelle librerie di tutta Italia. Nel mondo dell’arte italiano è certamente una delle iniziative editoriali più prestigiose e attese da tutti gli artisti, critici d’arte, gallerie d’asta e galleristi che attraverso questo strumento oggi hanno la possibilità di conoscere gli artisti contemporanei più apprezzati dalla critica ufficiale con le quotazioni delle opere che le rendono appetibili e ricercate nel mercato dell’arte internazionale. I collezionisti, gli investitori d’arte, i galleristi, gli stessi critici d’arte e tutti gli artisti, con questo strumento oggi hanno la possibilità di avere dei punti di riferimento certificati dai migliori esperti e critici d’arte italiani rispetto alla qualità delle opere e al loro valore medio nel mercato internazionale dell’arte. Il prodotto editoriale della De Agostini ci consegna un lavoro certosino e attento, durato oltre tre anni, con oltre mille pagine policromatiche che rendono l’opera veramente unica e che certamente farà apprezzare tutti gli artisti e le loro opere catalogate in questa raccolta. Il progetto editoriale ha visto la collaborazione della società Start Group che ha contribuito a rendere il lavoro ricco di informazioni di difficile reperibilità perché sparse in diverse fonti non sempre facilmente rintracciabili. Il lavoro raccoglie 800 artisti contemporanei in attività tra il 1950 e il 2019, classificati con delle schede sintetiche che forniscono al lettore informazioni sulla ricerca artistica, sulle tecniche utilizzate, sul genere d’arte prodotto, in quali gallerie è possibile trovare le opere. Insomma, un vero e proprio archivio con tutte le informazioni utili sugli 800 artisti, la loro arte e i recapiti per contattarli.
L’immane lavoro per realizzare quest’opera è stato coordinato da Daniele Radini Tedeschi e Stefania Pieralice, e dà diversi approcci di lettura, sia alfabetico che per regioni, oltre ad una approfondita conoscenza del sistema dell’arte italiana.

Descrizione dell’Atlante dell’Arte Contemporanea DeAgostini 2019

Questo prestigioso volume che ambisce ad essere il principale strumento internazionale di consultazione per l’arte avrà il grande merito di offrire una guida attenta e dettagliata del panorama artistico contemporaneo italiano, costituendo, su scala regionale, provinciale e comunale, una vera e propria mappa dei migliori talenti. Punto di riferimento per istituzioni museali, artisti, collezionisti, galleristi, case d’asta, e amatori, l’Atlante intende sottolineare le virtù peculiari di pittori, scultori, fotografi, performer, video maker grazie alla decostruzione del mito globalizzato in favore di un’indagine locale e periferica. Come in passato era esistita la scuola senese e quella fiorentina, la pittura veneta e quella napoletana, oggi diventa sempre più necessario ritrovare i segni, le stimmate, di queste peculiarità fin troppo corrose dalla globalizzazione e dal Sistema dell’Arte. Ogni regione, provincia, comune registrerà gli schedari dei singoli artisti, classificati in base al loro stile e descritti attraverso dati quali biografia, mercato, quotazioni, aggiudicazioni d’asta, mentre solo per taluni protagonisti sarà dedicata una sezione particolare con apparati storico-critici. Una parte residuale della pubblicazione analizzerà anche alcuni artisti internazionali. La presentazione ufficiale con anteprima internazionale si è tenuta a Roma presso il Museo dell’Ara Pacis il 15 febbraio 2019. La giornata è stata dedicata anche a diversi incontri che hanno coinvolto importanti personalità della cultura, delle Istituzioni e del collezionismo, tra i quali Daniele Radini Tedeschi e Achille Bonito Oliva. La copertina dell’Atlante, edizione 2018, dedicata a Mimmo Paladino – personalità paradigmatica dell’arte e protagonista della Transavanguardia teorizzata da Achille Bonito Oliva – intende porre l’attenzione sul significato della modernità al di là di ogni categoria, sul valore del simbolo e della spiritualità arcaica. Paladino infatti, al pari dei lavori di Matisse per la cappella di Vence, ha realizzato, nel 2017, assieme alla stilista Alberta Ferretti i paramenti sacri per la cappella Rucellai di Firenze, confermando una sensibilità profonda rivolta al mistero cristiano. Il comitato scientifico, costituito da critici e intellettuali di chiara fama, ha valutato l’inserimento di ogni artista sulla base di parametri selettivi molto stretti rivolgendosi esclusivamente ad artisti professionisti. Diverse le sezioni speciali trattate attraverso degli approfondimenti redazionali: un focus è stato rivolto agli esponenti dell’Estetica Paradisiaca, corrente d’avanguardia nata nel primo decennio del Duemila e largamente diffusa su scala internazionale; un capitolo è stato dedicato alla fotografia contemporanea e ai legami tra arti tradizionali e immagine riprodotta attraverso i video mediante il labile confine tra video art e cortometraggio; infine un paragrafo è stato rivolto alla Biennale di Venezia con interviste e recensioni ai protagonisti delle più recenti esposizioni lagunari. Oltre alla profondità dei contenuti, la notevole cura editoriale, unita ad un gusto grafico moderno e aggiornato, conferisce a questo volume la dovuta attenzione internazionale.

Tra gli artisti selezionati dalla De Agostini e dal comitato scientifico per la redazione del volome, figura l’artista Francesca Falli lavora da sempre nel campo delle arti visive. La Falla ha frequentato l’Istituto d’Arte, L’Istituto Europeo di Design a Roma e l’Accademia di Belle Arti. Ha esposto a: L’Aquila, Pescara, Roma, Genova, Bologna, Venezia, Formentera, Bergamo, Napoli, Milano, Treviso, Salerno, Ischia, Amalfi, Matera, Caserta, Cava dei Tirreni, Malta, Stoccolma, Shangai, Austria, Palestina, Londra, Miami, Mosca, San Pietroburgo, Spagna, Londra, Malta, Motta di Livenza, New York. Le sue opere sono esposte in alcuni musei di arte contemporanea più importanti in Europa. Ha ricevuto premi e riconoscimenti sia in Italia che all’estero. È socia del Centro Interdisciplinare sul Paesaggio Contemporaneo. Ha esposto i suoi “Pollage” nella sezione grandi Gallerie nelle principali Fiere di arte contemporanea italiana accanto alle opere Warhol, Festa, Angeli e Schifano.


G. Celati, Verso la foce

Celati e l’Italia dei problemi

di Antonio Stanca

   Il padre, Antonio, veniva dalla provincia di Ferrara, la madre, Exenia Dolores, da un paesino intorno al delta del Po e questi luoghi d’origine dei genitori, che erano stati anche quelli della sua infanzia e adolescenza, nel 1989 con il libro-diario Verso la foce e nel 2003 con l’interpretazione del film-documentario Mondonuovo di Davide Ferrario, aveva mostrato di aver percorso partendo dall’entroterra romagnolo e giungendo alla foce del Po.

  Di Giovanni Celati, detto Gianni, si sta parlando. A ottantadue anni vive a Brighton, in Inghilterra, e recentemente dalla Feltrinelli di Milano è stato ristampato Verso la foce. Lo scrisse quando aveva cinquantadue anni e voleva dire della prima delle due grandi traversate della pianura padana da lui compiute alla ricerca di quanto aveva fatto parte della vita, della storia dei suoi genitori e della sua.

   Celati era nato nel 1937 a Sondrio, dove la famiglia si era trasferita durante uno dei tanti traslochi compiuti a causa del lavoro del padre, usciere di banca. Dopo il liceo si era laureato in Letteratura Inglese presso l’Università di Bologna e come traduttore di importanti opere della letteratura europea, come autore di articoli per giornali, come saggista prima che come scrittore di romanzi e racconti aveva iniziato la sua attività letteraria. Molto comprenderà questa. Celati sarà pure docente universitario in Italia e all’estero, compirà molti viaggi, sarà regista di alcuni documentari, sarà onorato di molti riconoscimenti. La sua sarà una personalità poliedrica, tante saranno le esperienze da lui vissute e i risultati, le opere che ne deriveranno. Per intero l’immensa complessità del mondo, dei tempi moderni sembrerà trovare riflesso nella sua mente, nella sua opera. Una risposta, un’interpretazione di tutti i problemi della moderna umanità sembrerà poter rappresentare Celati tramite quanto ha pensato, ha fatto, ha detto, ha scritto, ha mostrato. Non ha mai rinunciato alla sua posizione di intellettuale impegnato, di scrittore, di opinionista.

   Anche in Verso la foce, dove dovrebbe solo dire di un lungo viaggio compiuto insieme ad amici o compagni, dove dovrebbe scrivere come in un diario non rinuncerà egli alla posizione dello scrittore, all’impegno del pensatore, alle riflessioni, alle osservazioni che sono loro proprie. Il libro è un diario ma anche un romanzo, è una cronaca ma anche una narrazione.

   Il viaggio sarà accanto, intorno al corso del Po, seguirà il fiume non da dove nasce ma da quando acquista la consistenza, la forma, la forza del grande fiume. Dall’interno, cioè, della pianura padana per tutta quell’Italia che attraversa prima di finire in quell’Adriatico che sempre lo aspetta e sempre lo accoglie.

   Vicino al Po Celati procederà con altri, da solo, a piedi, in macchina, con l’autobus, col treno, con mezzi di fortuna, alloggerà, mangerà adattandosi a diverse situazioni, scriverà anche. Saranno tanti i luoghi che incontrerà, città, strade, paesi, villaggi, case, campagne, foreste, boschi, fiumi, laghi, paludi, tante le persone, uomini, donne, vecchi, giovani, bambini che vedrà, tante le circostanze, buone e cattive, favorevoli e pericolose, che lo riguarderanno, tanta la vita alla quale assisterà, moderna e partecipata nei centri, arretrata e isolata nelle periferie, tanti gli abusi, le violazioni che vedrà compiuti dall’industrializzazione, tante le rovine da questa comportate ad immense distese di terra che sono state abbandonate o sono abitate da poche persone. Una triste realtà fatta di solitudine, di isolamento è quella che per molta parte del viaggio si presenta al Celati, una realtà di case crollate, di paesi deserti, di animali vaganti, di povertà, di ignoranza, di miseria, di malattia, di morte. Grave è, scrive, che di quest’Italia si sappia così poco o niente, che esista da tanto tempo e che mai si sia provveduto al suo risanamento. All’epoca fascista risalgono provvedimenti a suo favore.

   Incolmabile è la distanza, la differenza che si è creata tra il centro e la periferia, tra la città e la campagna e solo percorrendo questa, come ha fatto Celati, ci si può accorgere. Nemmeno i ricordi della sua infanzia, della sua adolescenza riescono a sollevarlo dalla triste scoperta ché niente è rimasto dei tempi di allora e una diffusa condizione di rovina, di fine è quella che ormai esiste. Solo i colori delle acque del fiume, del cielo, del paesaggio riescono a sollevare il suo stato d’animo invaso da tanta angoscia.

   Se poi si pensa che anche all’interno di tante altre parti d’Italia esistono simili condizioni ci si rende conto di quanto diversa dalla realtà sia diventata l’apparenza.

E. Kagge, Camminare (Un gesto sovversivo)

Camminare per vivere

di Antonio Stanca

 Camminare (Un gesto sovversivo) è il titolo di un breve volume del norvegese Erling Kagge. Lo scrisse l’anno scorso ed ora è ricomparso in Italia quale supplemento del quotidiano “la Repubblica”.

   Kagge è nato a Oslo nel 1963, ha cinquantasei anni, ha studiato filosofia presso l’Università di Cambridge, ha fondato la casa editrice Kagge Forlag, che poi ha ampliato con l’acquisto di un’altra casa editrice e che è diventata una delle più importanti società editrici norvegesi. Ha scritto libri da solo o in collaborazione. Nel 2017 una sua opera Silenzio: nell’era del rumore è stata un successo mondiale. Tradotta in molte lingue ha fatto di Kagge uno scrittore noto a livello internazionale.

   In verità Kagge era già conosciuto come l’uomo dei “tre poli”: nel 1990 aveva raggiunto il Polo Nord insieme all’amico Borge Ousland, nel 1992 da solo era arrivato al Polo Sud e nel 1994 aveva scalato una cima dell’Everest. Leggendaria era diventata la sua figura anche perché quelle imprese eccezionali rientravano nella vita quotidiana di un editore, un collezionista d’arte, un imprenditore, un politico. Da quelle traeva alimento la sua scrittura e quelle dal suo spirito di avventura, di esplorazione che ancora oggi lo muove a compiere spedizioni, a fare viaggi. Tra gli ultimi rientrano quelli insieme allo storico e fotografo Steve Duncan nei tunnel delle fogne, della metropolitana di New York e poi nel Sunset Boulevard, l’immenso quartiere di Los Angeles.

  Col tempo la sua passione per il viaggio si è ridotta ma non si è spenta, non è finita.

   Di questo suo eterno suo spirito di avventura, di questo suo infinito bisogno di movimento dice in Camminare, la sua più recente opera di scrittura nella quale insieme a sue esperienze scorrono tanti elementi culturali, intellettuali, tanti argomenti storici, geografici, scientifici che Kagge adduce a sostegno delle sue tesi e a riprova di una preparazione degna di nota.

   Centrale è nel libro la convinzione dei vantaggi che derivano al corpo e all’anima dall’azione del “cammino”, dal fare di essa un’attività abituale, dal farla rientrare, anche se per poco tempo, nella vita di ogni giorno e di ogni persona. Dalla preistoria, nota Kagge, giunge notizia di persone, di popoli che hanno camminato per paesi, per continenti, si viene a sapere che quella del camminare è rientrata tra le regole della vita, non è stata considerata un’azione insolita. A questo si è giunti col tempo, con la modernità, col progresso, con il nuovo tipo di società, di famiglia, di lavoro, con i nuovi luoghi, le nuove case, le nuove strade, i nuovi posti, i nuovi mezzi di trasporto. Qui interviene il Kagge a segnalare il rischio, il pericolo che comporta un simile genere di vita, a richiamare su quanto importante sia il movimento e su quanto danno provenga dal suo abbandono a causa dei nuovi ambienti, della nuova vita. Camminare, secondo Kagge, non aiuta solo il corpo ma anche la mente, non fa bene solo alla materia ma anche allo spirito.

   Mette a contatto con l’esterno che si percorre, che si vede qualunque esso sia, lo fa diventare parte dei pensieri, dei sentimenti di chi cammina, crea una combinazione tra la sua e la vita che fuori avviene, lo fa partecipe di una dimensione più estesa. A questo vantaggio di carattere morale vanno aggiunti altri di carattere materiale, i benefici, cioè, che derivano al corpo, alla sua salute dal camminare. Più sani, più forti oltre che più estesi rende questo e tantissime sono le argomentazioni che l’autore adduce a dimostrazione del suo principio. Non le ricava soltanto dalla sua attività di esploratore e di alpinista ma anche dai tanti autori, dalle tante opere che cita.

   Oltre ogni misura si estende, nel libro, il discorso del Kagge, dalla storia passa alla letteratura, dalla matematica alla filosofia, dagli autori alle loro opere, alle loro parole, a quanto si è pensato, detto, scritto circa la funzione, il valore, la necessità del movimento. Camminare è vedere, vedere è conoscere, conoscere è imparare, imparare è migliorare, migliorare è progredire: dal movimento è venuto tutto, col movimento si sono superati i limiti, i confini che lo stato di fermo comporta.

   Kagge non ha scritto questo libro perché è un camminatore, perché ha voluto dire di sé ma perché importante gli è sembrato trattare di un fenomeno che si sta riducendo al punto da scomparire, di un’azione che l’umanità ha sempre compiuto e che ora ha quasi messo da parte.

   Dovrebbe riprenderla, dichiara Kagge, se vuole tornare a vivere!

Antiche leggende Celtiche, a cura di M. Gardini

Dio e l’uomo nella leggenda

di Antonio Stanca

Ad aprile dell’anno scorso presso le Edizioni del Balbo, Verona, è comparso il volume intitolato Antiche leggende Celtiche e curato da Mario Gardini. Le illustrazioni sono di Francesca Mazzini.
Il Gardini è nato a Milano nel 1961 e a Milano vive. E’ copywriter pubblicitario, insegnante e scrittore. Disegna fumetti e dal 2003 scrive anche canzoni per lo “Zecchino d’oro”. Nella sua scrittura mostra di risentire di elementi, aspetti che provengono dalla mitologia. Suoi interessi specifici sono, infatti, le leggende del Nord Europa, quelle legate alla mitologia celtica e alle tradizioni popolari irlandesi. L’Irlanda, appunto, la sua preistoria, le sue leggende sono l’argomento di questo libro. E come nelle leggende i personaggi, gli ambienti, gli avvenimenti stanno tra l’umano e il divino, tra la terra e il cielo, le finalità perseguite sono quelle del bene, del bello, del giusto ai quali si tende a costo di grandi sacrifici, di gravi sofferenze. Presente è, inoltre, in ogni leggenda quello scontro tra bene e male che finisce sempre con la vittoria del bene.

Re potentissimi, cavalieri invincibili, dame bellissime, palazzi sontuosi, boschi verdissimi, acque limpidissime, divinità propizie, eventi clamorosi, amori senza fine, meraviglie, incantesimi, magie popolano le leggende irlandesi soprattutto quelle più antiche quando appena si distingueva tra l’uomo e Dio poiché entrambi rientravano nella dimensione eroica che era della vita di allora. Col tempo succederà che l’armonia derivata sulla terra irlandese da quell’unione subisca dei danni, si riduca: l’uomo si allontanerà da Dio a causa di quanto di materiale, di venale i tempi inseriranno tra loro.

Ma prima di arrivare a questi tempi dovranno passare secoli, millenni durante i quali nella vita, nel mondo a superare il male, a sconfiggerlo sempre e ovunque sarà il bene, a valere sarà la comunicazione, lo scambio, il patto che l’uomo ha fatto con Dio, con le forme che questi assume per farsi vedere da lui, per parlare con lui, per mettersi alla sua portata, per stare con lui. Anche nel periodo buono c’erano stati gli spiriti del male, gli uomini cattivi, gli animali mostruosi, gli dei contrari ma erano stati superati dalla forza, dalla sicurezza del bene, del bello, del giusto sempre combinate con il sostegno, la partecipazione del sacro, del santo, del divino.

Da qui il valore morale di queste leggende, la loro funzione esemplare. Come quelle di Biancaneve, Pinocchio, Cenerentola, mostrano la via del bene, insegnano come trovarla, come perseguirla. E come quelle non valgono solo per i più giovani ma anche per gli adulti dal momento che tutti sono esposti agli assalti, ai pericoli del male.

Tutte le aree della terra, tutti i popoli del mondo hanno avuto le loro leggende e in tutte queste, a qualunque terra o popolo siano appartenute, si è ripetuto il motivo della lotta tra bene e male e della vittoria del bene. Erano le prime cose che l’uomo aveva cominciato a sentire, a sapere, delle quali aveva cominciato a parlare, non le aveva viste, gli erano giunte da lontano, lontanissimo passando attraverso generazioni e generazioni. Erano diventate leggende.

Non si è sicuri come abbiano avuto origine, sembrano un prodotto del Tempo, sembrano essersi formate da sole. Ogni luogo ha avuto le sue perché ovunque l’uomo è vissuto a lungo con Dio, insieme a lui, ovunque ha avuto bisogno di bene, d’imparare il bene, di fare il bene. Poi ha parlato di questo, poi ne ha scritto perché importante gli è sembrato che non andasse perduto, che valesse anche per gli altri.

E’ assurdo, conclude Gardini, ma il messaggio d’amore che da quelle leggende proviene può rappresentare un modo per salvare il mondo d’oggi devastato da ogni male.

Writers

CON WRITERS LA LETTERATURA DIVENTA UN GIOCO

Maria Rosaria Chirulli, ideatrice del gioco che porta al tavolo i classici, ci spiega come e perché è nata quest’idea. Un esercizio di libertà che fa leva sul naturale istinto ad apprendere, comprendere, crescere, esplorare, divertirsi e socializzare 

D.: Com’è nata l’idea di Writers?

R.: E’ nata a scuola, quattro anni fa. Insegno Materie letterarie nel settore professionale dell’IISS “Leonardo Da Vinci” a Martina Franca, nel plesso dell’ex “Motolese”. Ho un ricordo molto nitido: ero in sostituzione, in una di quelle ore che gli studenti vivonocome spazio liberatorio rispetto all’ordinario svolgimento del tempo scolastico. Quella mattina la classe, era una quarta ad indirizzo grafico, mi chiese di giocare a “Tabù”. Non solo acconsentii, ma volli giocare con loro. L’ora volò piacevolmente,e mi stimolò a inventare un gioco che avesse la stessa efficacia nel promuovere curiosità e piacere rispetto alla letteratura, ai classici che a scuola dovrebbero essere di casa. 

D.: Dovrebbero?

R.:  Purtroppo sì. Sappiamo che l’Italia è agli ultimi posti per la diffusione della lettura in generale. Per la diffusione della lettura dei classici la situazione è ancor più grave. Allora occorrerà ammettere, anche se  ci fa male, che la scuola ha fallito, ma questo deve spronarci a ripensare la pratica della lettura dei classici: i libri letti per dovere raramente aprono ad autentiche esperienze di lettura. La letteratura prescritta come “ricetta” o soluzione dei problemi esistenziali, come qualcosa che ci rende migliori di altri, non funziona. Dove c’è costrizione l’esperienza della lettura diventa sterile. Non sarà certo la letteratura a farci uscire dal labirinto che è la vita. La lettura di un romanzo somiglia al superenalotto: placa temporaneamente, con un appagamento fittizio ma piacevole, il desiderio di dare una svolta alla nostra vita, di immaginare una vita diversa.

D.: E quindi che fare?

R.: Non ho la presunzione di possedere la risposta definitiva, se mai ci fosse. La mia è una proposta, che parte dalla constatazione che gioco e letteratura hanno tanto in comune. In entrambi infatti è contenuta l’idea di una finzione, di una simulazione, di un’azione libera situata fuori dalla vita vera,  ma che al tempo stesso porta il giocatore e il lettore a immedesimarsi. Da qualche anno, quando avvio il percorso letterario con ragazze e ragazzi molto prevenuti rispetto ai classici, uso due esche: i Ching e una citazione di Nobocov. Il primo per far comprendere che la letteratura è nata, in Oriente, come arte divinatoria e le parole di Nabocov (“La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui. Non ha molta importanza che il poverino, per aver mentito troppo spesso, sia stato alla fine divorato da un lupo. L’importante è che tra il lupo del grande prato e il lupo della grande frottola c’è un magico intermediario: questo intermediario, questo prisma, è l’arte della letteratura.”) per sottolineare un aspetto della letteratura che sfugge: l’essere finzione, gioco incantatorio.

D.: Quindi letteratura e gioco hanno tanto in comune.

R.: Proprio così. Ma anche l’esperienza della lettura ha tanto di ludico. E’ evasione, è esercizio di libertà, è piacere, è sospensione del tempo e dell’incredulità. Il lettore, come il giocatore, sa che non trae un utile pratico da ciò che lo impegna, eppure è coinvolto emotivamente. Ci crede, si appassiona!

D.: Ma torniamo all’idea di Writers. Dopo quella mattina sei tornata a casa e…

R.: Mi sono messa a pensare e ho immaginato i volti degli scrittori, sono andata a cercarli in Rete. Ecco, mi sono detta, le prime carte dovranno essere i ritratti dei classici. Era dicembre e mio figlio, studente dell’Accademia di Belle Arti a Roma, da lì a poco sarebbe tornato per le vacanze: gli avrei chiesto di realizzarli per il  gioco che andava costruendosi nella mia mente. 

D.: Mario Petrachi è infatti l’illustratore che, da quel che leggo sul retro della scatola, è anche un tatuatore. Ha   accettato di collaborare all’ idea, anche se veniva dalla mamma?

R.: Sì, in effetti non ne ero certa. In genere i figli giocano a far da Bastian contrario. Ma a Mario l’idea è piaciuta molto. Ci ha creduto e ha voluto dare la propria voce pittorica ai ritratti dei classici. Con matita,  inchiostro di china e acquerelli si è messo all’opera, rivisitando in modo personale i volti delle scrittrici e degli scrittori che sarebbero entrati in Writers. Il passaggio successivo è stato dare una veste grafica e a farlo è stato Francesco Torricelli, un grafico, appunto. Il suo contributo è stato davvero grande. 

D.: Gli autori presenti in Writers sono 21.

R.: No, in realtà erano 28, poi diventati 24, infine si è deciso di utilizzarne 21. Writers ha avuto una lunga gestazione e tanti passaggi. Tra i quali mi preme sottolineare il ruolo di coach svolto dal prof. Roberto Maragliano e la prima sperimentazione del giocoa Civita di Bagnoregio, nell’ambito del Festival Letterario “La parola che non muore”, voluta dal suo direttore artistico Gianfranco Liviano D’Arcangelo, nell’ottobre del 2016. 

D.: C’è una ragione per cui il numero degli scrittori presenti in Writers è 21?

R.: Il 21 in molte culture è considerato il numero della perfezione,in quanto risultato della moltiplicazione fra 3 e 7, a loro volta considerati perfetti. Anche nella religione cattolica sono ventuno le caratteristiche della saggezza e nella religione ebraica le lettere della parola Dio, sommate danno appunto questa cifra. Con Antonio Saccoccio, la cui casa editrice si chiama proprio  Avanguardia 21, abbiamo pensato che sarebbe stato  simpatico che in Writers i classici fossero proprio 21.

D.: Il mazzo si compone di 210 carte. 

R.: Sì, per ciascun autore/autrice ci sono tre carte che contengono aneddoti davvero curiosi, che non si trovano nei manuali scolastici; quattro carte che contengono citazioni tratte dalle loro opere, note e meno note; una carta-oroscopo, perché contiene data e luogo di nascita e data e luogo di morte; e infine una carta jolly. In tutto per ciascun autore ci sono 9 carte da abbinare. 

D.: Quindi si tratta di un gioco combinatorio. Ci sono regole precise da seguire?

R.: Writers, che è accompagnato da un libretto contenente alcune modalità di gioco e le soluzioni degli abbinamenti fra le carte, in realtà è un gioco molto versatile perché offre la possibilità di scegliere liberamente con quali autori/autrici giocare e inventare di volta in volta tantissime modalità di gioco, adattandole al gruppo o alle squadre che potranno gareggiare tra loro. Si possono scegliere  alcuni degli autori con cui  giocare, oppure si può decidere di giocare con tutti e 21 gli autori, utilizzando magari solo le carte degli aneddoti, tirando così a indovinare, per il puro piacere di giocare. L’animatore, ma anche il gruppo stesso, servendosi delle soluzioni contenute nel libretto, può costruire il proprio mazzo e giocarci.

D.: Quindi niente paura:  per giocare a Writers non è  importante non avere una cultura letteraria?  

R.: Assolutamente no. Writers vuole promuovere la cultura letteraria bandendo la paura e quel senso di soggezione e di timore reverenziale, di inadeguatezza rispetto alle opere letterarie. Lo scopo del gioco è giocare, come lo scopo della letteratura è la letteratura che è, o ci auguriamo lo diventi, un bene comune. E perché divenga realmente tale occorre far scendere dalla torre d’avorio i classici. Julio Cortazar ha scritto: “Uno scrittore vero è quello che tende l’arco al massimo mentre scrive, e poi lo appende a un chiodo e se ne va a bere vino con gli amici.” E’ proprio questo l’obiettivo che mi propongo. Umanizzare i classici, portarli al nostro tavolo e giocare con loro e con le loro parole con spirito gioioso, senza dover dimostrare nulla. Non si danno i voti! 

D.: Visto che ti piace giocare. Giochiamo anche noi. Fatti una domanda e datti una risposta.

R.: “Chi te l’ha fatta fare?” La risposta la trovi sul retro della scatola di WRITERS.


WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO ideato da Maria Rosaria Chirulli – illustrazioni di Mario Petrachi
Grafica: Francesco Torricelli
Edizioni Avanguardia 21
Per allievi/e, ragazzi/e da 14 anni in su
Pubblicazione: Novembre 2018
Prezzo E. 30,00
Dal 1 dicembre su Amazon

In WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO compaiono (in ordine alfabetico!): Dante Alighieri, G. Boccaccio, C. Bukowski, I. Calvino, G. D’Annunzio, G. Deledda, F. Dostoevskij, G. Flaubert, C. Goldoni, E. Hemingway, F. Kafka, G. Leopardi, A. Manzoni, E. Morante, A. Moravia. P.P. Pasolini, L. Pirandello, W. Shakespeare, P.V. Tondelli, G. Ungaretti, G. Verga.
Cipyright 2016-Chirulli Maria Rosaria. Depositato SIAE – Reg. Nr. 2016002685 del 29/9/2016

I. Cotroneo, Le voci del sogno

Ivan Cotroneo tra i sogni

di Antonio Stanca

Il napoletano Ivan Cotroneo ha cinquantuno anni ed è scrittore, sceneggiatore e regista. Negli anni ‘90 aveva abbandonato gli studi di Giurisprudenza presso l’Università di Napoli e si era trasferito a Roma dove a ventiquattro anni si era diplomato in sceneggiatura. Aveva cominciato d’allora a prendere contatti con il mondo dello spettacolo, del cinema, con registi che gli avevano affidato incarichi, gli avevano fatto realizzare parti di alcuni film oltre che curare la sceneggiatura. Anche con la televisione Cotroneo ha cercato rapporti e molti sono stati i programmi da lui ideati e realizzati. Né ha trascurato il teatro.
Tra tanti impegni quello per la scrittura narrativa gli ha procurato opere importanti che insieme alle altre del cinema e della televisione lo hanno reso degno di notevoli riconoscimenti.
Un personaggio variamente impegnato, ampiamente noto è diventato quel ragazzo che a vent’anni aveva lasciato l’Università per andare nella capitale. In molte direzioni si è applicato ed ora è una figura di rilievo nell’ambito culturale, intellettuale, artistico del nostro paese. Sono stati soprattutto il cinema e la televisione a farlo conoscere al grande pubblico e sono stati anche i temi molto attuali che il Cotroneo generalmente tratta. La sua produzione letteraria non è meno importante ma meno frequente è risultata ed alcune narrazioni hanno avuto una trasposizione cinematografica ad opera dello stesso Cotroneo. Anche regista è ormai ed anche nell’ultimo scritto, il breve volume Le voci del sogno, che a Dicembre del 2018, è stato pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo di Roma, si possono scoprire collegamenti, richiami con quanto comparso nel suo cinema. Si tratta di quattordici brevissimi brani nei quali ritorna sempre il motivo del sogno. Risalgono ad una circostanza dello scorso autunno quando a Roma, presso il Chiostro del Bramante, fu allestita una mostra di arte contemporanea. Erano quattordici gli artisti che esponevano e quattordici le stanze che li ospitavano. A Cotroneo fu chiesto di preparare delle audioguide, dei brevi commenti che potessero essere sentiti in cuffia dai visitatori e che si riferissero a quanto esposto nelle varie stanze. Quei commenti contiene questo libretto.
Allora ogni artista si era fatto interprete di un sogno attraverso le sue opere. Venissero rappresentati uomini o donne, vecchi o giovani, interni od esterni, case o paesaggi, ogni argomento doveva diventare quello di un sogno, doveva valere come un sogno e Cotroneo doveva trovare per ognuno le parole necessarie a chiarirlo, a spiegarlo. Leggera, lieve, aerea, trasparente era risultata la sua lingua, vicina a quella della poesia, della lirica si era rivelata, non aveva voluto distinguersi dalla dolcezza delle immagini, delle scene delle quali diceva, si era identificata con la loro delicatezza, la loro serenità.
Di sogni era stato chiamato a dire Cotroneo e la lingua dei sogni aveva mostrato di saper usare, di ciò che non si sente, non si vede, non si tocca aveva saputo parlare, ai colori, alle luci delle opere di quegli artisti aveva fatto assomigliare le sue parole. E tanto si era lasciato trasportare da essersi soffermato, alla fine di quella operazione e di questa opera che la raccoglie, a dire anche di quelli che erano stati i suoi sogni durante una notte passata a Napoli a Piazza Mercato, presso casa sua, quando ancora ragazzo gli era sembrato di sentire delle voci, di vedere delle figure, di assistere a dei movimenti che avvenivano intorno a lui e che erano le forme, le mosse assunte dai suoi pensieri, dai suoi sogni. Ora che di sogni stava parlando riconosceva anche i suoi, capiva come anche i sogni abbiano un loro valore, una loro funzione, quanto essi valgano a modificare, migliorare lo stato, la condizione di una persona, di un tempo, di un luogo, come siano stati all’origine del progresso, come diventino idealità, aspirazione.

Generazioni a confronto

Generazioni a confronto

di Vincenzo Bianculli, Enrico Bisenzi e Marco Pini

Un libro multimediale con le voci di più generazioni su come viene vissuto, abusato o irrisolto il digitale nella propria esistenza e in relazione con gli altri.

Le voci, sì proprio le voci di chi ha meno di 18 anni in confronto di chi ne ha più di 35 o 65…

Perché bisogna proprio ascoltarle le voci – ed immaginarsi chi c’è dietro le voci – mentre raccontano le proprie esperienze giovanili in rapporto col tempo libero, la scuola e l’informazione prima e dopo l’avvento del Digitale.

Comportamenti e relazioni che non ci sono più, ma anche atteggiamenti e connessioni che proprio non ci si sarebbe mai aspettato di vivere.

A completare il quadro di questo confronto generazionale rispetto al mondo della comunicazione (digitale) centinaia di rilevamenti statistici raccolti fra ragazzi, genitori ed insegnanti sull’uso del digitale e la tematica del Cyberbullismo.

Consigli e buone pratiche per gli adulti che quotidianamente hanno a che fare con i minori, per un uso corretto e consapevole della rete e di internet.

Provocazione culturale no-profit in licenza creative commons liberamente scaricabile e riproducibile (in versione EPUB e PDF e MOBI).

https://www.netreputation.it/generazioni-a-confronto/

P. Cognetti, Senza mai arrivare in cima

Cognetti scrive della montagna

di Antonio Stanca

Nato a Milano nel 1978, Paolo Cognetti ha quarant’anni. Ha cominciato a scrivere nel 2003 dopo aver lasciato gli studi universitari e mentre si dedicava alla realizzazione di documentari di carattere politico, sociale e letterario. Anche la realtà americana e in particolare quella di New York rientreranno tra i suoi interessi di documentarista. Nel 2016 è uscito il suo primo romanzo Le Otto Montagne che avrebbe avuto molti premi, nel 2017 il Premio Strega, e molte traduzioni. Il racconto, però, sarebbe rimasto il genere letterario preferito dal Cognetti e il tema della giovinezza e del suo difficile rapporto col mondo d’oggi quello più ricorrente.

   Lo scrittore vive tra la città e una baita a duemila metri di altezza. Ha compiuto delle lunghe traversate in montagna e dell’ultima ha fatto l’argomento del romanzo Senza mai arrivare in cima (Viaggio in Himalaya), pubblicato quest’anno dalla Einaudi di Torino. La traversata descritta è stata effettuata in carovana, è avvenuta sull’altopiano di Dolpo, una zona della catena montuosa dell’Himalaya tra il Nepal e il Tibet, l’altezza massima raggiunta è stata di cinquemila metri ed oltre. Con questa impresa Cognetti ha voluto celebrare il suo quarantesimo compleanno. A muoverlo verso questo viaggio, a suscitare la sua curiosità per quelle zone del continente asiatico era stato un libro, Il leopardo delle nevi, pubblicato nel 1978, lo stesso anno della sua nascita, dallo scrittore americano Peter Matthiessen, nato nel 1927 a New York e morto nel 2014 a Sagaponack. Scrittore e naturalista oltre che grande viaggiatore era stato il Matthiessen. Anche lui aveva amato la montagna, ne aveva percorso lunghi tratti e in quell’opera aveva scritto di un viaggio compiuto tra le montagne dell’Himalaya. Cognetti nel suo viaggio porta con sé il libro, lo ha letto più volte e continua a leggerlo la sera prima di dormire quando nella tenda rimane con un suo compagno. Lo legge anche per lui ad alta voce.

   Tra mulattieri, personale specializzato per montare e smontare il campo, guide e viaggiatori, sono circa cinquanta le persone che costituiscono la carovana dello scrittore. Molti sono i muli che trasportano quanto necessario. Si cammina di giorno e si riposa di notte. In tenda Cognetti appunta quanto visto, a volte lo disegna, pensando al libro che ne avrebbe ricavato, quello, cioè, appena pubblicato che si compone, appunto,di scrittura e di disegni. Abile è stato lo scrittore nel rendere, in questolibro, la bellezza di certi paesaggi, nel riportare la particolarità di certi posti completamente ed eternamente disabitati, fatti soltanto di terra, acqua, alberi, erba, animali, e di altri abitati, paesi, villaggi, città, case, strade, alcune allo stato selvaggio, altre raggiunte dal processo di civilizzazione.

  Dal libro del Matthiessen Cognetti molto apprende circa il passato di quei luoghi ma molto pure gli viene dalle guide e inebriato si sente nel venire a contatto con quanto di misterioso, di leggendario era sempre rimasto per lui. Sta assaporando il fascino, l’incanto dei monti più lontani, più alti, dei torrenti più articolati, dei fiumi più lunghi, delle valli più estese, dei laghi più profondi, degli animali più rari, degli abitanti più nascosti, degli usi più primitivi, sta vivendo la meraviglia di un mondo che è ancora intatto, che sempre uguale è rimasto nei secoli e puro, immacolato si offre a chi vi giunge da lontano, a chi non c’era mai stato.

   La storia, il mito, la leggenda, la favola, la religione, la divinità, la vita, la natura: ancora senza confini sono rimaste, ancora non sono state separate, in ognuna ci sono tutte le altre.

  Di questa magia, di questa maestà rende partecipi il libro del Cognetti e lo fa dicendo semplicemente del suo viaggio tra luoghi e tempi che vivono ancora di quella spiritualità, di quella sacralità ovunque smarrite. Lo scrittore col suo viaggio ha scoperto il tesoro nascosto e lo ha offerto a chi lo vuole, lo cerca. Dell’ampiezza, dell’estensione da lui raggiunte partecipa anche chi lo legge. Le sue conoscenze, le sue visioni, i suoi ascolti, i suoi contatti, le sue esperienze diventano anche del lettore. Tutto quanto di quell’Asia visitata trapassa in questi tramite lo scrittore. Non ci si stanca mai di leggere il libro, ci si rammarica quando lo si finisce poiché con esso non si è soltanto saputo, imparato ma si è anche vissuto in modo diverso.

   Chiaro è il linguaggio dell’opera, nessuna complicazione giunge mai a disturbarlo.   Scrittore vero è Cognetti di cose vere!

Writers-Letteratura in Gioco

WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO

ideato da Maria Rosaria Chirulli  illustrazioni di Mario Petrachi
Grafica: Francesco Torricelli
Edizioni Avanguardia 21
Per allievi/e, ragazzi/e da 14 anni in su
Pubblicazione: Novembre 2018
Prezzo euro 30,00
dal 1 dicembre su Amazon

Condividere conoscenze e giocarci, educando ed educandosi a mettere in movimento quel che si sa e quel che non si sa del mondo degli scrittori. Questo è il bello e il buono di un’idea, quella di Writers, capace di creare consenso, permanenza e piacere su quanto si impara a scuola”: è quanto sostiene Roberto Maragliano, già docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento presso l’Università Roma Tre, commentando il gioco da tavolo WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO.

Ideato e realizzato da Maria Rosaria Chirulli con le illustrazioni di Mario Petrachi, WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO è acquistabile via Amazon ed è direttamente in vendita pressonu merose librerie indipendenti pugliesi. 

WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO è pubblicato dalla casa editrice Avanguardia 21, che dal 2011 è impegnata in una convinta operazione di rilancio della cultura d’avanguardia, anche dal punto di vista educativo. 

La presentazione ufficiale di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO, per iniziativa del Presidio del libro, si svolge martedì 18 dicembre 2018 a Martina Franca, dove Maria Rosaria Chirulli vive e insegna. L’incontro prevede un intervento del professor Maragliano che ha accompagnato la genesi di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO. I temi che il gioco permette di mettere in evidenza hanno a che fare con il ruolo che la scuola secondaria svolge nella promozione della lettura dei classici e con la possibilità che questo importantissimo ruolo sia svolto attraverso un’impostazione didattica capace di includere la dimensione ludica e lo spirito collaborativo quali elementi motivanti del processo di apprendimento. 

Il mazzo di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO si compone di 210 carte:

  • 21 riproducono immagine e nome dell’autore/autrice
  • 21 contengono elementi biografici dell’autore/autrice (data, luogo di nascita, segno zodiacale, luogo e data di morte)
  • 21 carte sono jolly
  • 63 presentano aneddoti e curiosità su autori/autrici (tre per ciascuno/a)
  • 84 riportano citazioni tratte dalle opere più note degli autori/autrici (quattro per ciascuno/a)

La confezione di WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO include un opuscolo dove sono proposte alcune fondamentali modalità di attuazione del gioco e sono indicate le soluzioni degli abbinamenti fra le carte.

WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO si presenta come un gioco di gruppo versatile, che altresì consente all’animatore di scegliere su quali autori/autrici impostarlo e con quali regole svilupparlo, a seconda del gruppo generale di riferimento e delle squadre che si costituiscono. 

La letteratura, sospesa tra realtà e fantasia, crea mondi e ogni volta li illumina di luce nuova. Entrare in questi mondi giocando può essere uno stimolo per incuriosire e portare i ragazzi, ma anche gli adulti, ad amare i classici. E leggerli”: è quanto sostiene Maria Rosaria Chirulli, cui l’idea è nata in classe, osservando un gruppo di studenti che durante un’ora di sostituzione giocavano a “Tabù”.

In WRITERS-LETTERATURA IN GIOCO compaiono (in ordine alfabetico!): Dante Alighieri, G. Boccaccio, C. Bukowski, I. Calvino, G. D’Annunzio, G. Deledda, F. Dostoevskij, G. Flaubert, C. Goldoni, E. Hemingway, F. Kafka, G. Leopardi, A. Manzoni, E. Morante, A. Moravia. P.P. Pasolini, L. Pirandello, W. Shakespeare, P.V. Tondelli, G. Ungaretti, G. Verga.

Parole appuntite, parole piumate

INFANZIA E DIGITALE
10 COSE DEL WEB CHE GENITORI E EDUCATORI POSSONO SPIEGARE ANCHE AI PIÙ PICCINI

“PAROLE APPUNTITE, PAROLE PIUMATE”: NASCE IL MANIFESTO DELLA COMUNICAZIONE NON OSTILE PER BAMBINI DAI 3 AI 7 ANNI MESSO IN RIMA DA ANNA SARFATTI, ILLUSTRATO DA NICOLETTA COSTA ED EDITO DA
FRANCO COSIMO PANINI EDITORE

Presentazione in anteprima il 30 novembre a Bari, durante l’evento “Parole a scuola”

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Secondo una ricerca curata nel 2018 dal Centro per la Salute del Bambino onlus e dall’Associazione Culturale Pediatri in Italia, 8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono troppo spesso permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno. Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Piuttosto un monito che sottolinea l’importanza di iniziare sin da subito ad educare i bambini ad un corretto utilizzo degli strumenti digitali. Ecco la ragione che ha spinto l’Associazione Parole O_Stili ad aprirsi anche al mondo dei piccolissimi con la pubblicazione di “Parole appuntite, parole piumate”, il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni che verrà presentato in anteprima a Bari (Fiera del Levante) venerdì 30 novembre durante l’evento “Parole a Scuola”, la giornata di formazione gratuita sul tema delle competenze digitali e dell’ostilità nei linguaggi organizzata dall’Associazione Parole O_Stili, Università Cattolica, Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con MIUR e Corecom Puglia.

Il Manifesto, che avrà la forma di un libretto, è scritto da Anna Sarfatti (tra i suoi libri La Costituzione raccontata ai bambini, Al galoppo sotto le stelle, Chiama il diritto, risponde il dovere, I bambini non vogliono il pizzo. La scuola «Giovanni Falcone e Paolo Borsellino»), illustrato da Nicoletta Costa, ideatrice di Giulio Coniglio ed edito da Franco Cosimo Panini Editore.

“Parole appuntite, parole piumate” sarà uno strumento per genitori ed educatori utile per cominciare da subito a spiegare ai bambini il corretto utilizzo degli strumenti digitali, proprio durante gli anni in cui iniziano i primi approcci ai dispositivi mobili.

“La rete non è un gioco”. “In rete bisogna essere gentili”. “Prima di parlare bisogna pensarci: puoi contare fino a 10!”. “Nessuno ha ragione tutte le volte”. “Ci sono delle parole che fanno ridere e stare bene, come una coccola o un abbraccio”. “Le parole cattive graffiano e fanno male”. “La rete è come un bosco: meglio farsi accompagnare da un grande”. “Qualche volta non si va d’accordo: è normale”.
“Offendere non è divertente”. “Qualche volta è bello stare zitti”. 10 semplici concetti che i genitori e gli educatori possono spiegare anche ai più piccini.

“Parole appuntite, parole piumate” nasce quindi per diventare uno strumento utile all’approccio guidato verso tematiche legate alla presenza nel web affrontando l’argomento in modo ragionato, con un codice linguistico e interpretativo adatto ai più piccini.

Il libretto – che sarà acquistabile sullo store online www.francopaniniragazzi.it a partire dal 30 novembre – verrà illustrato ad una platea di oltre 1.000 insegnanti da Rosy Russo – Ideatrice di Parole O_Stili, Francesco Marino – Responsabile comunicazione di Società Italiana Pediatria, Elisa Maria Colombo – Communication Specialist per Nati per leggere e Centro per la Salute del Bambino onlus, Giovanni Scifoni – Attore e creatore di contenuti video a tema famigliare.

Una delle filastrocche che compongono il libretto:

Nessuno ha sempre ragione
Né il topo, né il leone
Né l’aquila, né il girino
Né il poliziotto, né il bambino.
Il segreto per non sbagliare
è così facile, basta ascoltare.
Meglio non dire parole appuntite
Che a volte lasciano delle ferite,
Meglio cercare parole piumate
Che fanno il solletico e suonano risate.

Ecco i 10 concetti che compongono il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni:

  1. (Virtuale è reale)

La rete non è un gioco. È un posto diverso, ma è tutto vero. E anche in rete ci sono i buoni e i cattivi: bisogna stare attenti!

  1. (Si è ciò che si comunica)

In rete bisogna essere gentili. Dietro le foto ci sono persone come noi. Se dici cose cattive, saranno tristi. O penseranno che sei cattivo.

3.(Le parole danno forma al pensiero)

Prima di parlare bisogna pensarci: puoi contare fino a 10! Così riesci a trovare proprio le parole giuste per dire quello che vuoi.

4.(Prima di parlare bisogna ascoltare)

Nessuno ha ragione tutte le volte. Imparare ad ascoltare è molto bello, perché si capiscono i pensieri degli altri e si diventa amici.

  1. (Le parole sono un ponte)

Ci sono delle parole che fanno ridere e stare bene, come una coccola o un abbraccio. E abbracciarsi con le parole è bellissimo!

  1. (Le parole hanno conseguenze)

Le parole cattive graffiano e fanno male. Se tu fai male a qualcuno con le parole, poi non è più tuo amico. Tante parole belle, tanti amici!

  1. (Condividere è una responsabilità)

La rete è come un bosco: meglio farsi accompagnare da un grande. E non dire mai a nessuno il tuo nome, quanti hanni hai, dove abiti.

  1. (Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare)

Qualche volta non si va d’accordo: è normale. Ma non è normale dire parole cattive a un amico se lui non la pensa come te.

  1. (Gli insulti non sono argomenti)

Offendere non è divertente. Gli altri diventano tristi e arrabbiati. Adesso sei grande e sai parlare: non hai più bisogno di urlare.

  1. (Anche il silenzio comunica)

Qualche volta è bello stare zitti. Quando non sai cosa dire, non dire niente! Troverai il momento giusto per dire la cosa giusta.

V. Shanbhag, Ghachar Ghochar

Di Vivek Shanbhag o di un vero scrittore

di Antonio Stanca

Il romanzo breve Ghachar Ghochar (Irrimediabile imbroglio) è dello scrittore indiano Vivek Shanbhag. Lo scrisse nel 2013 in Kannada, lingua dello stato indiano del Karnataka. Nel 2015 alla prima pubblicazione era seguita in India un’altra in lingua inglese e in questa lingua nel 2017 era stato pubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti. Quest’anno è uscito in Italia per conto della casa editrice Neri Pozza di Vicenza nella traduzione che Margherita Emo ha fatto della versione inglese di Srinath Perur.

Shanbhag è autore di altri romanzi, racconti e pièce teatrali. Ha scritto per riviste letterarie e le sue opere sono state tradotte in molte lingue indiane. Noto è diventato soprattutto come scrittore perché capace si è rivelato d’indagare nell’animo umano, di mettere a nudo i pensieri, i sentimenti più riposti ed ancora perché riesce a combinare la particolare vicenda rappresentata con quanto sta succedendo al suo esterno, con il contesto politico, sociale, economico, culturale indiano, con la storia dell’India. La sua scrittura si muove con molta facilità tra le varie situazioni della narrazione, scorre senza mai risultare appesantita. Dall’inizio alla fine tutto avviene con naturalezza giacché tutto riesce Shanbhag a possedere, a tenere presente, a sistemare, a collocare, a ridurre alle sue intenzioni, ai significati che persegue. E’ questa padronanza, questa sicurezza, la qualità del vero scrittore, è questa scrittura la caratteristica del vero romanzo.

Con questi intenti, con questi mezzi ritroviamo Shanbhag in Ghachar Ghochar, dove attraverso la storia, la vita di una famiglia indiana, attraverso le sue vicende lo scrittore fa vedere quanto avveniva nell’India della fine del secolo scorso, in quell’India nuova che stava vivendo un periodo di notevole sviluppo economico ma nella quale permanevano oscure presenze, loschi intrighi.

E’ considerato il migliore romanzo indiano dell’ultimo decennio e tratta della famiglia del narratore. E’ lui il protagonista che, pur diventato abbastanza adulto, non si è ancora sposato e vive in casa dei genitori insieme alla sorella, che si è separata dal marito, e ad uno zio. Le loro condizioni molto modeste sono durate a lungo e sarà lo zio, fratello del padre del protagonista, a cogliere e sfruttare un’occasione favorevole in un’India che stava emergendo dalla sua millenaria arretratezza. Egli procurerà a tutta la famiglia uno stato di agiatezza tale da permettere che ci si trasferisca dalla periferia in una casa più grande e più comoda del centro urbano, che si viva molto meglio, che si goda di un diffuso benessere. Socio nell’azienda avviata dallo zio è il fratello, il padre del narratore, che usufruisce della metà dei guadagni che ormai sono assicurati.

I giovani, fratello e sorella, saranno gli eredi di tanta ricchezza e perciò con molta attenzione si comportano nei riguardi degli anziani, soprattutto dello zio che, diventato imprenditore, elargisce uno stipendio al nipote senza che svolga alcun lavoro e a condizione che non s’impicci di quanto avviene in fabbrica. E’ una condizione accettata da tutti in famiglia e in casa nessuno parla, nessuno sa con precisione come funziona l’azienda, da dove giungano i materiali necessari, come vengano trattati e rivenduti.

Col tempo succederà che il figlio-nipote narratore, dopo esperienze non riuscite, si fidanzi con Anita, figlia di un professore universitario, si sposi e che i due vadano a vivere nella casa di lui. I due sono molto innamorati, molto felici. Faranno il viaggio di nozze, durante il quale lui si accorgerà che Anita non ha quel carattere remissivo che aveva creduto. Tornati a casa, cominceranno le prime incomprensioni, i primi scontri con i familiari di lui e tra loro. Anita non sopporterà che il marito non abbia una sua indipendenza economica, che non si sia preoccupato di averla, che non lavori né accetterà di stare in una casa dove non si può sapere, non si può parlare, non si può chiedere di certi argomenti. Aveva avuto una formazione completamente diversa, la spontaneità, la franchezza, la chiarezza erano state regole in casa sua, non era vissuta tra segreti, misteri, silenzi, sospetti, dubbi e spesso arriverà a vere battaglie soprattutto con la madre e la sorella del marito. Si sentirà soffocata, neanche il marito le sarà di aiuto nonostante soffra e si disperi per quel che sta accadendo. Anita capirà che c’è del clandestino in casa. Vorrà denunciarlo. Verrà eliminata tramite un finto incidente.

Ad un dramma, ad una tragedia aveva portato quella situazione, niente, nessuno era stato capace di evitarla, niente, nessuno lo poteva fare poiché tutto seguiva regole che andavano rispettate, tutti avevano le loro ragioni.

Tanto, presente e passato, privato e pubblico, persone e cose, anima e corpo, amore e odio, bene e male, vita e morte, è riuscito a far rientrare Shanhbag in un romanzo breve, in una scrittura facile!

V. Bellocchio, La festa nera

Bellocchio, tra realtà e fantasia

di Antonio Stanca

A Giugno di quest’anno è stato pubblicato da Chiarelettere, Milano, il romanzo La festa nera di Violetta Bellocchio, nipote del noto regista cinematografico Marco Bellocchio.

Violetta è nata a Milano nel 1977 e insegna presso la Scuola Holden di Torino. Giornalista, saggista e scrittrice va considerata ché tanti sono i giornali e le riviste con le quali ha collaborato e collabora, tanti i romanzi e racconti che ha scritto. Sua prima opera narrativa è stato il romanzo Sono io che me ne vado del 2009 ma è stato il memoriale Il corpo non dimentica del 2014 a procurarle la notorietà. Seguiranno altri romanzi fino a giungere a quest’ultimo che ha sorpreso perché costituito da una situazione perennemente sospesa tra regola ed eccezione, senso e non senso. E’ diventata una nota della produzione narrativa contemporanea quella di andare oltre i limiti del finito, di percorrere spazi, tempi sconosciuti, di cercare significati insoliti, di creare situazioni prive di chiarezza, di comprensione, di logica. In questa tendenza può essere fatta rientrare l’ultima opera della Bellocchio giacché tratta del viaggio particolare che tre giovani, Nicola, Misha e Alì, compiono nelle zone interne dell’Italia centro-settentrionale col proposito di riprendere, tramite la telecamera, quanto avviene, come si vive in alcune comunità che si sono costituite da tempo annullando ogni rapporto con la precedente vita dei loro membri, con la società alla quale appartenevano. Sono gruppi di persone che hanno scelto di darsi regole diverse da quelle diffuse, di vivere un’altra vita. In verità spesso sono state vittime di gravi sconfitte, di perdite irreparabili e soltanto con una vita completamente diversa hanno creduto di rifarsi di quanto avevano perso o era finito per sempre.

Ma anche i tre viaggiatori, in particolare una delle due ragazze, Misha, sono incorsi nei pericoli della moderna condizione sociale, anche loro hanno intrapreso questo viaggio, si sono proposti questo compito perché convinti di liberarsi dei loro ricordi, delle loro pene tramite la visione, la registrazione di quanto per lo stesso scopo viene fatto dagli altri.

Non riusciranno, tuttavia, ad ottenere tanto ché a situazioni, ambienti, modi di stare, di fare, di pensare ancor più gravi di quelli rifiutati assisteranno, ad una vita che, pur volendosi comunitaria, non ha messo da parte differenze, distanze, ad una società che, pur volendo recuperare i principi, i valori originari, non ha smesso di perseguire quelli attuali, ad un’umanità che, pur rifiutando la crudeltà, la violenza, ha continuato ad usarle.

Due di loro, Nicola e Misha, rimarranno vittime di quanto hanno voluto sapere, vedere, filmare. Alì riuscirà a sfuggire al grave pericolo che da una di quelle comunità deriverà loro. Il ricordo dei compagni la inseguirà sempre, erano stati la sua vita e di questa le sembrerà di essere stata privata.

Fantastico, surreale, inquietante è il romanzo della Bellocchio ma non tanto lontano da quello che in verità può accadere oggi a chi si metta alla ricerca di un’altra vita senza pensare che sarebbe meglio impegnarsi per correggere questa, per restituirle quanto ha perso, per liberarla delle gravi impurità sopraggiunte, per riportarla alla sua funzione di un bene per tutti valido.

Non tanti quanti quelli di ogni comunità ribelle possono essere i modelli di vita ma uno solo e da tutti seguito. Soltanto così, soltanto rimanendo insieme, soltanto proponendosi obiettivi uguali si può pensare di raggiungerli, di migliorare, di progredire. Se, invece, ci si divide e gli obiettivi sono diversi non possono essere considerati un progresso quelli raggiunti da un gruppo ma solo un altro segno della sua differenza dagli altri gruppi.