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Il gioco delle carte truccate

Il gioco delle carte truccate

di Vincenzo Andraous

Geopolitica, politica, politicanti e politichese, insomma il gioco delle tre carte, esposto all’ennesima potenza, sotto una coltre di parole, di intendimenti, di azioni, tutte incentrate a coprire o mistificare la realtà, quella degli affari, del business, degli interessi incrociati, ove tutti fanno la loro poco bella presenza, ma nessuno s’addossa la più piccola responsabilità. Eppure la compra-vendita di armi, di tecnologie sofisticate di distruzione, gonfiano a dismisura i capitolati di ogni governo, fanno guadagnare ognuno e ciascuno, senza il benché minimo rischio di  rimanere intrappolati, là, dove infuria la battaglia, soprattutto, là, dove le nefandezze più inenarrabili sono l’unico pane quotidiano. Le commesse battono la gran cassa, i produttori non si fanno troppi scrupoli, il guadagno è troppo insensatamente appetibile. Non si può vendere armi a quello stato, ma si possono vendere a quell’altro, che a sua volta consegnerà i pacchetti regalo a chi di dovere senza infrangere alcuna legge internazionale. Insomma ogni governo che cade, che vince, che si avvicenda, sul tema delle armi, non esibisce alcuna discontinuità, anzi, traccia  una unica via maestra, la ricerca rapidissima per una crescita degli investimenti militari collegandosi alle zone a più alta tensione. Aggirando i soliti blocchi imposti dal potente di turno, che però chiuderà un occhio nei riguardi del proprio amico-suddito-supino. Non serve diventare matti a leggere i rapporti dei più  autorevoli istituti di ricerca, a dare l’esatta misura del mercato della guerra è l’aumento esponenziale dei conflitti, dei massacri, dei silenzi e delle omertà consolidate, con particolare riguardo verso quei territori disumanizzati al punto da non fare neppure più notizia, e per i morti, e per la potenza di fuoco messa in campo da questo o da quell’altro. Geopolitica e politica, timbrano il passaporto alle multinazionali del crimine, e lo fanno con astuzia, con freddezza, con calcolo lungimirante, infatti la matematica non è un opinione e i numeri posseggono la loro musicalità, poco importa se le note camminano tra ruderi e cadaveri. Le armi consentono di fatturare miliardi di dollari, è questo introito che ci fa voltare le spalle e lo sguardo da un’altra parte, e la famosa “comunità internazionale”, è ben rodata a sopportare il sangue della vergogna che ne deriva.Qualcuno ha scritto: “le guerre si fanno con le armi, quindi, meno armi si producono e commercializzano meno morte e distruzione seminiamo. Fino a quando non renderemo almeno marginale l’economia di guerra che caratterizza molti stati, riducendo numero di armi e armamenti leggeri e pesanti non faremo che favorire terribili conflitti”. Fra poco è Pasqua e nuovamente Cristo sarà crocifisso.

Aveva sedici anni

Aveva sedici anni

di Vincenzo Andraous

Un colpo di pistola e il mondo con tutti i suoi colori svanisce d’improvviso. Quei colori che già erano in fuga, lasciandoti sola con i detriti ritenuti insormontabili.
Una ragazzina di sedici anni impugna la pistola del padre e fa fuoco su di se.
I colori anche quelli che “stavano” scappando, adesso sono ritornati lì, inginocchiati a quel corpo scomposto.
Quando accadimenti come questo ci attraversano la strada mettendoci con le spalle al muro, per noi adulti è un preciso dovere, obbligo, fin’anche necessità, domandarci: come può una adolescente esser talmente disperata da non intravedere più alcuna speranza, più alcuna uscita di emergenza.
Sedici anni dentro un mondo capovolto, che non ha più un senso, non consegna più risposte, sedici anni pervasi da una sensazione di inadeguatezza, fino a giungere in prossimità di un silenzio drammatico quanto il bisogno di dare un taglio alla sofferenza più ostinata, un dolore profondo che scava, scava, scava, nella solitudine più colpevole.
Una ragazza muore per una scelta libera? Assolutamente no, come qualcuno invece molto semplicisticamente potrebbe male interpretare. Muore perché quella dignità che ognuno e ciascuno di noi porta ben allacciata in vita, subisce scossoni, torsioni, ripiegamenti tali da non ritenere più prioritario il rispetto per se stessi, dunque il venir meno di quella manutenzione irrinunciabile ad alimentare la consapevolezza del nostro valore umano.
Non sono le formulette disegnate alla lavagna, a insegnarci il valore del rispetto, per noi stessi e gli altri, infatti ciò lo si apprende solo e unicamente attraverso la pedagogia della nonna, cioè del buon l’esempio.
Una brava ragazza dicono tutti, a significare una adolescente che faceva diligentemente il suo, una giovane che non dava problemi, non moltiplicava i mal di testa, non disturbava ne rubava tempo ad alcuno. Forse allora, assai meglio che ne consegnasse brevi mano qualcuno di questi grattacapi, di questo disagio sottopelle, di queste rese mal addomesticate.
Quando penso a questa ragazzina, mi ritorna in mente, un altro ragazzino, sopravissuto miracolosamente alla tragedia, rammento come era tronfio nel dire che lui non aveva bisogno di nessuno, non si fidava di nessuno, perché tutti erano lì per darti una fregatura.
Entrambi per vie differenti, sordità diverse, non ce l’hanno fatta a rimanere fermi sul posto, hanno preferito il salto in avanti, manco fosse quel buio bucato a dare sollievo alla propria sofferenza.
Quel dolore dapprima sconosciuto allo stato della mente, rende ogni cosa priva di importanza, di fascino, spogliata di qualunque passione. Ma nonostante tutto rimane inalterata la non-scelta di fidarsi di qualcuno, di chiedere aiuto a qualcuno. So bene che non sempre è facile o scontato farlo, ma chi riesce ad alzare la mano, a chiedere un ascolto, a toccare la spalla di una persona autorevole, ebbene quel ragazzo non è un debole, uno sfigato, bensì una persona veramente forte.


Bimbi trattati come cose inutili

Bimbi trattati come cose inutili

di Vincenzo Andraous

Ancora, ancora e ancora, in un asilo nido, in una scuola materna, in uno spazio dell’infanzia, ancora, ancora e ancora botte, percosse, umiliazioni, ferite profonde, sui bimbi, sui genitori, su una società allo sbando, una collettività ripetutamente colpita alle spalle, a tradimento. Perché di un vero e proprio tradimento si tratta, dapprima culturale, affettivo, comunitario, nei riguardi di creature innocenti, indifese, incolpevoli. Quando accadono queste infamie così ben documentate dalle immagini delle video camere nascoste, non ci possono essere dubbi sui crimini commessi, tanto meno su chi li sta commettendo, e ancor di meno sull’onere della prova, perché inconfutabile. Trattandosi di reati veramente indegni, infarciti di una miserabilità dis-umana inconcepibile, c’è da chiedersi come sia possibile non usare lo stesso metro di misura in tema di giustizia, di giusta punizione. Per un ladro di galline, per qualcuno che ruba al supermercato, in una casa, una macchina, e via dicendo, il delinquente in questione lo si arresta, lo si traduce in carcere, in attesa dell’eventuale dibattimento. Con una differenza, che il ladro di cui sopra può accadere che venga rilasciato perché risultato innocente, estraneo ai fatti, mentre invece chi alza le mani su un bambino, lo strattona e terrorizza, immortalato dalle video camere, dentro immagini inequivocabili che non consentono alcun giochino delle parti, dunque senza alcuna possibilità di farla franca, di affermare che stava scherzando, che si tratta di una esagerazione, peggio, di una percezione sbagliata. Ebbene, questi educatori così “professionali” nel mettere in campo maltrattamenti, lesioni personali e abuso di trattamenti scorretti, mai vengono accompagnati in una cella, più semplicemente allontanati e posti agli arresti domiciliari, mi domando perché? Cosa c’è da tutelare, da tenere in debita considerazione, per fare o agire di rimessa nei confronti di queste persone che non meritano di vedere neppure da lontano le attenuanti prevalenti alle aggravanti. Allora perché dopo tanta infamia, se ne dovrebbero stare al comodo del proprio lettuccio? La dignità ha preso un’altra strada, queste donne, questi uomini che dovrebbero rappresentare l’educazione, esser i veri protagonisti dell’importanza della gentilezza, fautori della pazienza, figli prediletti della pedagogia della nonna, cioè del buon esempio, che significa senza tentennamenti grammaticali, avere profondo ribrezzo di metodi coercitivi o usare le mani come didattica educativa. Credo davvero che la dignità sia andata dispersa come la consapevolezza del proprio valore che dovrebbero custodire sacralmente invece di aggredire verbalmente e fisicamente bambini così piccoli.


Emergenza educativa

Emergenza educativa

di Vincenzo Andraous

Da tanto tempo non sentivo più questa affermazione, o meglio, la sentivo e come, tra gli addetti ai lavori, tra coloro che operano sul campo, tra quelli che si sporcano le mani tutti i giorni, sul fronte del disagio giovanile e più compiutamente nella prevenzione delle varie forme di violenza che vedono coinvolti sempre più giovani.

Tutto di un colpo ci accorgiamo che vengono picchiati gli arbitri e dunque occorre il pugno duro per chi non rispetta le regole, per chi non rispetta gli altri oltre che se stesso, c’è necessità di fare tabula rasa anche dei campioni sportivi che reagiscono malamente al richiamo degli arbitri, definendoli indegni.

L’obice è puntato dritto su quanti pensano di poter fare e disfare a proprio piacimento pur di non sottostare a norme e regole largamente condivise.

Però qualcosa non mi quadra, qualcosa è fuori dalle metrature appena elencate, qualcosa manca all’appello, sì, qualcosa è incredibilmente assente nella discussione da poco messa in atto a furor di slogan.

Emergenza educativa s’è detto, è davvero così, ne sono convinto, perché ho preso atto personalmente di quanto coloro che dovrebbero essere veri e propri esempi siano invece i veri colpevoli, gli imputati che sempre più spesso sono assenti ingiustificati alla sbarra.

I giovani come ha ben detto qualcuno “fanno anche del male, ma sognano di fare del bene”, dunque occorrerebbe più equilibrio e più gestualità autorevoli nel fare quotidiano da parte del mondo adulto, affinché riescano a comprendere il valore della vita umana e la fatica necessaria a mettere in atto la giusta manutenzione per avere cura della propria dignità personale.

Mio nipote è un pulcino della squadra della sua città, uno spasso osservarlo in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, sono banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine.

Incredibile ma vero, su quel campo si gioca a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidono senza timore di obiezioni chi esce e chi entra.

Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato.

Perché allora non mi quadra la filippica nazional popolare sul reprimere chi adolescente è preda di rabbia e frustrazione?

C’è qualcosa di assai più specifico che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con impegno, professionalità e tanto amore.

Ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.

Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombono sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri eroi del pallone.

Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre.

Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, dei battaglioni del mondo adulto ancora una volta imputato assente e recidivo, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza.

Oggi qualcuno propende per il pugno duro nei riguardi di chi adolescente colpisce un arbitro, oggi qualcuno parla sebbene in ritardo di emergenza educativa, oggi qualcuno sarà bene faccia i conti non soltanto con il pianeta giovani, ma soprattutto con l’indifferenza omertosa e colpevole del mondo adulto.

Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i “giovanissimi” non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.

Chissà forse sarà bene che ogni genitore imiti quel Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, perché ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro.

A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio.

La dignità questa sconosciuta

La dignità questa sconosciuta

di Vincenzo Andraous

Stavo seguendo un servizio al tg, persone anziane, sequestrate, torturate, malmenate per entrare in possesso di qualche euro. Che dalla notte dei tempi esistono i banditi, i delinquenti, i malavitosi è cosa risaputa, talmente risaputa, che si conoscono bene le loro sottoculture, codici, le leggi non scritte che tanta filmografia ha ben raccontato. Nell’ascoltare le voci rotte di persone così ingiustamente sofferenti, su quanto sono stati contretti a subire, mi sono sentito spinto avanti, come se dal basso della schiena, fosse salito un fremito così feroce da farmi sobbalzare. Non bisogna essere educande per comprendere  quanta sofferenza c’è in quel “a ogni domanda mi dava un cazzotto, poi non ho capito più niente. Ero convinto di non uscirne vivo”. Anziani indifesi presi a bastonate, manco fosse un’azione da andarne fieri, neppure negli androni più bui della violenza sono accettate queste infamie, e sebbene la criminalità abbia perduto verginità e onore, ancora oggi chi fa del male a donne, anziani e bambini è personaggio da non imitare. Sorge spontanea una domanda, per forza di cose c’è bisogno di una risposta, per non rimanere avvinti alla paura, alla banalità della ripetizione, alla stupefazione incongruente e alla assuefazione del male più indegno. Ma come si può colpire una persona totalmente indifesa, ridurla in poltiglia per arraffare pochi euri, come si può non impattare con un briciolo di umanità, oppure pensare anche lontanamente di farla franca, di non essere arrestati per un reato così odioso e inaccettabile, di non fare i conti con la propria coscienza, perché prima o poi quei conti si dovranno fare, anche chi pensa di non dover farne mai, e quando accadrà, si avrà finalmente giustizia, quella giustizia che a volte rimane anch’essa offesa e umiliata per il sangue degli innocenti sparso all’intorno. Che dire, che pensare, che fare, di fronte ad azioni così inspiegabili e vergognose, troppo facile fare mostra di parole al vetriolo, strette parenti di gestualità patibolari, le parole possono essere macigni e pesano ancor di più se pronunciate da labbra in cui crediamo e che sappiamo nutrire aspettative nei nostri confronti. Picchiare, seviziare, rapinare anziani indifesi non ha niente a che vedere con alcuna umanità seppure derelitta e sconfitta, perché anche quella umanità meno curata e benvoluta, sarebbe una umanità che non accetterebbe una condizione tanto dis-umana e quindi ingiusta. Quanti commettono queste atrocità sono persone che hanno dismesso residenza e domicilio con la propria dignità, senza più remora e rispetto per se stessi. Chi colpisce con tanta efferatezza persone inermi è un individuo che sa bene di non valere niente, e come ha ben detto qualcuno: di somigliare né più ne’ meno  a un bicchiere vuoto capovolto.

Morte a doppia mandata

Morte a doppia mandata

di Vincenzo Andraous

Che in carcere si muore è cosa nota, meno risaputo è che si muore di indifferenza, di violenza artefatta dalle parole, di malattia mentale.

C’è un bacino di utenza da doppia diagnosi da fare paura, un disagio mentale senza alcun vero e sostanziale accompagnamento alla risalita.

Si muore in silenzio, senza apparenti sussulti, neppure dettati dalla vergogna. Si muore e basta.

Stavolta però non è morto il solito detenuto ignoto, quello che in fin dei conti se l’è cercata, il tossico, l’extracomunitario, il delinquentone messo a pagare il proprio debito alla società.

No, non è morto quello a cui è tutto possibile fargli fare e peggio non fare, no, questa volta è morta la dignità di una nazione, di un paese, di una democrazia asfissiata da mille impedimenti ideologici.

No, questa volta è andata in frantumi davvero la speranza di un carcere diverso, più umano, più giusto, finalmente contaminato da una giustizia giusta.

Sono morti due bimbi, due creature che non erano equiparati ai bambini, erano numerini appoggiati alle sbarre della cella.

Bimbi a perdere, bimbi in carcere, bimbi preda della cosiddetta pena certa, senza però esser titolari di alcuna imputazione, tranne quella all’anagrafe, in balia di quanti mangiano e parlano e agiscono con la pancia.

La tragedia sconvolge le coscienze, inutile perdita di tempo l’attenzione al reale intorno, più semplice e sbrigativo cancellare le carriere di alcuni operatori, si trasferiscono i responsabili di questi eventi che magari non sono per niente responsabili di alcunchè, si mette in isolamento la madre snaturata.

Il caso è chiuso. Passiamo avanti.

Ma forse le cose non stanno proprio così, forse è il caso di capire una volta per tutte che gli innocenti in carcere non ci devono stare, gli innocenti stanno all’aria aperta-libera, le madri colpevoli stanno in carcere, le madri imputate di reato ma che hanno bambini piccoli stanno a casa, fin quando quei bimbi innocenti saranno più grandi, a quel punto quelle donne, madri,  persone condannate, persone malate, persone davvero da osservare e trattare, potranno scontare giustamente e correttamente la loro pena. In questa sorta di terra di nessuno qual è carcere, l’innocenza subisce scossoni, torsioni, rallentamenti, è come trovarsi costretti davanti a una porta e pensare continuamente cosa ci sarà dietro.

Qualcuno starà pensando che un bimbo non svolge queste riflessioni, è un bimbo. Invece oltre a quella porta, quel bambino, quell’innocente, sarà costretto a fare memoria di ciò che troverà ad accompagnarne passi e mugugni: sbarre, blindati e scrocchi di serrature a doppia mandata.

La morte vince sempre

La morte vince sempre

di Vincenzo Andraous

Ai miei tempi, a dodici anni, giù di lì, avere coraggio significava scavalcare in perfetta solitudine il muro del cimitero e restarci dentro per qualche tempo, oppure salire sul ponte della ferrovia e tuffarci dentro il lago.

Ai miei tempi così differenti da questi tempi, non eravamo meglio noi, più semplicemente nel frattempo siamo cambiati tutti noi.

Stavo leggendo di quel giovanissimo/i salito sul tetto del centro commerciale, e precipitato per una trentina di metri nella botola del condotto di areazione.

Alle 22, 30 si cerca la montagna da scalare, ci si arrampica senza vedere, dentro passi affrettati dell’agire per l’incapacità a rimanere fermi.

Chissà, forse hanno ragione quei luminari che ci dicono e sottolineano la pericolosità dei network, il virtuale che annienta il reale, le frasi fatte e coniate a più riprese su come la paura sia soltanto un surrogato da seppellire nella sfrontatezza della sfida.

Eppure anch’io ricordo bene l’adrenalina della fascinazione del vicolo cieco, la sfida al muro del buio, la suola delle scarpe che non tocca nemmeno terra, ci sei dentro fino al collo, non stai correndo, stai volando, è tutto un dritto, non ci sono curve, non ci sono ostacoli, niente e nessuno ti può fermare.

Niente e nessuno ti può fermare.

Niente e nessuno ti può fermare soltanto la morte, la tua, peggio, quella degli altri, degli innocenti che il più delle volte rimangono senza giustizia.

Anche allora come oggi il leit motiv era: “la morte non ci fa paura, la guardiamo in faccia”. Il problema è che sfidare la morte comporta sconfitte brucianti, il più delle volte la perdita è definitiva, infatti, al tavolo da gioco la morte vince sempre.

Lo sconcerto per questa tragedia sta tutto dentro la solita frase di rito: “era un bravo ragazzo», eppure oggi quel giovanissimo non c’è più.

Non conoscevo quel ragazzo, la sua storia, dunque non mi permetto di giudicare alcuno, genitori e adulti compresi, ma la paura è sinonimo di labirinto, di resa anticipata alla lotta che verrà.

Ho l’impressione che quando un adolescente cammina con gli occhi bendati nella notte cercando il proprio limite sul dirupo incombente, ciò confermi l’inaccettabilità dell’indifferenza intorno, in quella sfida al limite, tutta l’insopportabilità di una assenza: l’insegnamento a educare a volerci bene veramente, a rispettare noi stessi e gli altri.

Ma questa è tutta un’altra storia.

La povertà

La povertà

di Vincenzo Andraous

Qualcuno ebbe a dire: “Morire non è poi la cosa peggiore che possa capitare ad un uomo, guarda lì, sono morto da tre giorni e finalmente ho trovato la pace. Dicevi sempre che la mia vita era appesa ad un filo, beh! Adesso anche la tua è appesa ad un filo”.

Invece, nuovamente, e ancora, le parole assumono connotati serafici, sberleffi alla realtà che ci circonda, alla sostanza delle cose, il contatto è perduto, assente, come la sofferenza che sale dal basso e si propaga all’intorno senza neppure più la volontà di un perdono.

E’ povertà che trasale: mancanza di beni essenziali per la vita, cibo, medicine e casa.

E’ povertà che sta alimentandosi delle sottrazioni, le divisioni, le moltiplicazioni che comportano perdite e mancanze.

E’ povertà di là, di qua, da me e da te, ovunque c’è bisogno e dovunque ci sono montagne di parole nuove, dove ognuno ha fatto bene i propri compiti, ma ciascuno non ha ricevuto sollievo da alcuna giustizia, soltanto nuove e consunte parole.

Eppure sono in molti a voler tagliare quel filo che lega le parole, quel laccio che ammanetta la libertà di ogni uomo libero privandolo di scelta e azione, di dignità.

E’ incredibile come la politica sia arrogante e manipolatrice al punto da rendere gli incapaci dei formidabili utopisti ed i capaci ridotti a condottieri di battaglie perdute in partenza.

La povertà avanza e ingannevole l’eco ci ricorda le solite parole usate con tono di sfida, mettono in fila per tre, ben allineate, le compagini pronte allo scopo.

La neve è il sole si cambiano d’abito, ma ritornano sempre come ogni stagione a declinare inviti e sortite del cuore, il freddo e il gelo invece custodiscono le rese e le sconfitte, le trattengono fino al nuovo abbraccio mortale che verrà.

La povertà è come un colpo sparato ravvicinato allo stomaco, non c’è immediatezza con la morte, con la fine dei giorni, c’è efferatezza nell’agonia della sofferenza, del dolore, dell’angolo buio dove non è dato vedere.

La povertà non è una pagina bianca ingiallita, una fotografia impolverata, un passo dopo l’altro che sta dritto, i voti, i referendum, le elezioni, gli slogans, le cartellonistiche mediatiche, i messaggi istantanei, servono a poco se chi guida non guarda mai indietro.

La povertà è ciò che il potere che non fa servizio rapina al più debole, ruba a chi spesso non ha più voce neppure per chiedere pietà.

Comunque va tutto va bene, tutto procede al meglio, tutto è in linea con quanto promesso, attuato, irreggimentato, anche la povertà che non retrocede è soltanto uno spiacevole effimero evento critico.

Non Vedo Non Sento Non Parlo

Non Vedo Non Sento Non Parlo

di Vincenzo Andraous

A volte il mondo non sta al suo posto perché siamo noi a capovolgerlo, a tenerlo in bilico sulle parole di comodo, sugli slogan che fanno effetto, nelle cartellonistiche da pochi cents che però vanno dritte alla pancia di chi guarda senza vedere.

Ieri stavo osservando i filmati giunti dalla Libia, nello specifico dentro i campi di prigionia libici, i suoi lager riesumati a memoria per i migranti.

Dapprima guardavo lo scempio umano, la carne fatta a pezzi, guardavo senza muovere un muscolo, guardavo i corpi appesi per i piedi a grappoli di tre o quattro esseri umani alla volta, guardavo le vergate scagliate con forza sulle schiene nude, la cera incandescente fatta cadere a piombo sulla pelle, le botte, gli elettrodi, le grida delle donne terrorizzate, violentate, dei bimbi strattonati, stremati, guardavo gli occhi degli uomini, delle donne, dei bambini, inchiodati dalla paura, imbavagliati dalla morte in agguato.

Guardavo appunto.

Poi mentre osservavo la mostruosità del particolare, l’autorizzazione insita alla sofferenza, alla tortura, al sangue sparso all’intorno, montava un’ira profonda per la troppa scelleratezza di tanta infamia e miserabilità dis-umana, una rabbia assunta sequenza dopo sequenza.

Mi sono chiesto com’è possibile “vedere” tanto sfacelo con l’indifferenza della lontananza, come è possibile?

Ho pensato al mio amico Cardinal Martini, alla sua maniera di intendere l’intercessione, che non sta soltanto a preghiera silente, ma vero e proprio comando a mettersi in mezzo, là, dove infuria la disperazione meno raccontabile, perché davvero incomprensibile.

Se quei filmati non fossero passati alla censura di stato/i, saremmo ancora qui, a fare discorsetti da guerrieri da social su piedistalli di cartone.

Saremmo ancora qui a usare frasi da fascisti, commenti da comunisti, atteggiamenti pseudo democratici, oppure le solite mani giunte da ferventi cattolici.

Saremmo ancora qui come persone dalla somma dignità appesa alle parole spese male.

Ognuno con le proprie giustificazioni, scusanti, attenuanti.

Mai colpe, responsabilità, peccati innominabili.

I migranti, i rifugiati, gli extracomunitari, non entrano più in mare-terra nostra, dal precedente governo a quello attuale, rimangono là nei lager, negli stanzoni senza troppa aria né spazio vivibile, là, dove morire non è dato sapere, soltanto immaginare, quindi negare a oltranza che possano accadere cose simili dai nostri amici oltremare, negare a oltranza la cancellazione della vita umana, figuriamoci delle condizioni di vita di chi ancora sopravvive, accartocciato sul proprio niente, ma ancora vivo.

E comunque c’è sempre la possibilità di affermare che i video sulle torture sono fake news, riproduzioni ben confezionate dalle opposizioni.

Disarticolando l’unica verità che ieri governavano quelli là, oggi questi qui, poli opposti che convergono, che fanno melina, confondono e disperdono coscienza e giustizia sull’ingiustizia delle scomparse, delle torture, dei morti ammazzati non più in mare, ma nei campi di concentramento.

Il carcere delle parole senza vergogna

Il carcere delle parole senza vergogna

di Vincenzo Andraous

 

La società non è qualcosa di astratto, che si riduce al parlato, al raccontato, è piuttosto una comunità fatta di persone, di istituzioni, di regole autorevoli da rispettare. Il carcere è società, non certamente una manciata di feudi out rispetto alle normative statuali, ma soggetti fondanti lo stato di diritto, eppure il carcere è diventato quotidianamente un caso che desta interrogativi, inquietudini, sordamente rispedite al mittente. Dentro le celle ci sono persone che scontano la propria pena, persone che lavorano, altre che svolgono il proprio servizio volontaristico, si tratta in ogni caso di cittadini, siano essi detenuti, o che prestano la loro professionalità, che consegnano il loro tempo alla speranza di tirare fuori insieme il meglio da ogni uomo privato della libertà. Ma ciò può essere raggiunto unicamente operando con lo strumento dell’educare, non con la solita reiterata tergiversazione per impedire la comprensione, la possibilità di una parete di vetro, dove osservare quel che accade, o purtroppo non accade per niente, perché il diritto è sottomesso e violentato dal sovraffollamento, dagli eventi critici, dai problemi endemici all’Amministrazione. Il rispetto per il valore di ogni persona ha urgenza di essere inteso non come qualcosa di imposto, ma come una condizione esistenziale da raggiungere attraverso l’esempio di persone autorevoli, anche là, dove lo spazio ristretto di un cubicolo blindato, non dovrebbe mai annientare la dignità del recluso. Se è vero che le vittime sono quelle che soffrono dimenticate nella propria solitudine, se i parenti delle vittime se la passano peggio dei colpevoli, occorre davvero fermarci a riflettere, pensare quale società desideriamo, di conseguenza quale carcere condividere, e non rimanere indifferenti a un penitenziario ridotto all’ingiustizia di una afflizione fine a se stessa, al punto da sostenere strumentalmente che le misure alternative, la sorveglianza dinamica, sono innovazioni che screditano il buon andamento di una giustizia giusta, invece che progettualità tendenti a migliorare le persone e di conseguenza l’intorno reale. In questa sopravvivenza carceraria, c’è una incultura che alla pena di morte vorrebbe consegnare la patente salvavita, basti pensare ai tanti e troppi suicidi in questa metà di nuovo anno. Forse come nel Fidelio di Beethoven, non è sufficiente “cacciare via velocemente il cattivo suddito “, alle teorie assolute che pretendono di punire perché è stato commesso un reato, e le altre, che puniscono per impedire che nel futuro se ne commettano altri, c’è urgenza di chiederci quale persona entra in un carcere, e quale “cosa” ne esce, quale trattamento ha ricevuto quella persona, se oltre alla doppia punizione impartita, ha avuto possibilità di imparare qualcosa di positivo, o se invece di rieducazione, si tratta di una definitiva devastazione.

Educare non significa indottrinare

Educare non significa indottrinare

 di Vincenzo Andraous

In un paese che forse non è più paese ma un territorio di scorribande pseudo-intellettuali, di nostalgiche intenzioni, ecco spuntare dalle sterpaglie grammaticali la nuova ricreazione.

Ce n’era davvero bisogno.

In Rai il Saviano nazionale tiene una lezione agli studenti, una lezione, badate bene, non una testimonianza, una lezione, il che farebbe pensare a un incontro a tutto tondo, dove la tesi, sta seduta educatamente a fianco della eventuale antitesi, per approdare a una sintesi vestita di reciprocità e comunione di intenti, non certamente al solito sermone a senso unico, restando poi in silenzio per copione e non per propria volontà.

Indipendentemente dalla tesi che l’interlocutore vuole portare avanti, sarebbe bene, di fronte agli adolescenti soprattutto, tenere un registro di equità ed equilibrio, non solamente con sfoggio di aggettivi ricercati, congiuntivi corretti e superlativi assoluti tutti da verificare, nell’intento di sostenere uno slogan a favore delle canne statuali.

Di quanto detto e sostenuto dallo scrittore non sono d’accordo su niente, il mio consiglio è di andare a leggersi qualche studio scientifico e ricerca autorevole per capire che non esistono le droghe, esiste la droga ed è tutta merda, fa tutta male, soprattutto ai più giovani, di ricreativo c’è soltanto il pur parlè da bar sport.

Che le mafie vengano sconfitte nel loro commercio di sostanze liberalizzando-legalizzando l’erba è pura presa per i fondelli, infatti i capitolati più pesanti provengono da altre fonti e sostanze stupefacenti.

Che la roba di stato favorirebbe legalità è un’altra fandonia, perché i minori che resteranno esclusi dallo spaccio legalizzato, andranno a impattare con le regalie mafiose che pur di non perdere consensi e ricavandi, offriranno ai meno protetti tutto e di più a pochi danari.

L’erba di stato più conveniente? Altra balla grande come una casa, oltre al fatto che il principio attivo sarebbe assai diverso da quello che i consumatori abitualmente fanno uso.

C’è sempre qualcuno che della banalità fa ragione, come quella di affermare che siamo un paese abituato alle concessioni, alle spericolate arrampicate sui mali minori, in fin dei conti perché scandalizzarsi per uno spinello fumato in ufficio, in strada, a scuola, quando abbiamo uno staterello che fa l’oste e il biscazziere senza tanti complimenti, e tanto altro ancora.

La risposta è semplice, proprio perché abbiamo questo status quo, non mi pare il caso di aggiungere altre inutili porcherie.

Sull’imparzialità del servizio pubblico cui il Saviano ha prestato il fianco non mi pronuncio, mi permetto di dire che il rispetto per le persone, per le più giovani soprattutto, per quelle che ancora non sanno cos’è il dirupo e l’inferno in terra, non si insegna da una cattedra improvvisata, per quanto bravo il docente di cui sopra a raccontare, ma soltanto attraverso il passo fermo e mai claudicante dell’esempio, di chi autorevole è per la fatica e il sacrificio profusi per aiutare e sostenere chi per rialzarsi ha impiegato tre vite.

Raccontare il male non per copia-incolla ma per il dramma del dolore eretto a domicilio. A me Saviano ha dato l’impressione di indurre i più giovani a trovare modi “creativi” per differenziare la ricreazione, sull’intuizione necessaria a evitare la caduta rovinosa e ri-prendere in mano la propria vita ne parliamo come sempre un’altra volta.

Improvvisamente l’aspro risveglio

Improvvisamente l’aspro risveglio

di Vincenzo Andraous

Improvvisamente ogni giorno si sentono tuonare le campane della legge, delle norme, della richiesta che sale alta di giustizia, improvvisamente non trascorre ora, che qualche monello non venga sospeso, allontanato, fin’anche arrestato e accompagnato in qualche comunità per minori.

Improvvisamente s’è destata la bilancia della giustizia, improvvisamente qualcuno ha deciso di andarci giù duro con questi famosi per forza, con questi maledetti per vocazione, improvvisamente è guerra dichiarata ai bulli di ogni bicipite mostrato malamente, improvvisamente la somma pedagogia e l’arte dell’educare, piegano di lato e lasciano fianco e spazio alla mannaia, improvvisamente si predilige la punizione alla prevenzione, eppure la scure che taglia carne e ossa da l’impressione di non esser la medicina, somiglia piuttosto alla malattia.

Da tempo in famiglia, a scuola, in classe, in oratorio, alla fermata del pulman, al pub, non pare alberghi il quieto viver, bensì l’inquieto sopravvivere, che spesso, sempre più spesso, aiuta e facilita la formazione di in-cultura e dis-valore alla vita vissuta scopiazzando miti di cartone ed eroi dal piedistallo traballante.

Improvvisamente il mondo adulto scopre l’arma del randello, della pedata nel sedere, della lavagna rovesciata sulla testa.

Improvvisamente non c’è più attenzione-timore a correre il rischio di etichettare, stigmatizzare, creando il personaggio scomodo, il pezzo di edilizia scolastica.

Improvvisamente la pedagogia e l’educare si sfilano dal tenzone, prediligono la clava alla costruzione di rapporti e relazioni importanti, anch’esse, come bene sanno fare gli adolescenti, delegano ad altri, quanto invece gli spetta di dovere.

Quando si è di fronte alla sofferenza, al dolore, alle assenze, non ci sono scuse né giustificazioni che possono assolvere gli artefici di una tragedia che vede sistematicamente coinvolti gli innocenti, eppure è questo improvviso impazzimento alla condanna senza appello, che rende perplessi, quasi annichiliti.

Improvvisamente appunto, come a voler significare che fino a ieri, abbiamo scherzato, che fino ad oggi, qualcuno è stato così disattento da non accorgersi del disfacimento e scollamento tra chi conduce e chi segue, tra chi dovrebbe esser esempio autorevole da insegnare il valore del rispetto per se stesso e per gli altri.

Improvvisamente si sente la necessità di “liberare la libertà” di ognuno e di ciascuno, di troncare l’asfissia cui è costretto il solito innocente, non più con la cura e l’attenzione che predilige la manutenzione ordinaria delle parole, della propria testimonianza e storia.

Improvvisamente la mazza detta i tempi per risolvere il disagio relazionale che non è casuale, non è ospite inaspettato di quanto nel presente ci urta e disturba, è ciò da noi fatto debordare dalla nostra indifferenza, dalla nostra incapacità a trovare tempo e pazienza per ascoltare e soprattutto rimanere sul pezzo dell’intransigenza a quel famoso e importante valore nel Dna di un no, rispetto ai troppi e inconcludenti sì.

Come si può pensare di garantire tranquillità scolastica e sociale, ricorrendo improvvisamente alle brutte, dimenticando le tante e troppe volte in cui le diatribe le risolvevano la mera trasmissione delle nozioni, a scapito di una passione, di un ideale, di un po’ di intuizione e creatività.

Improvvisamente ora è guerra a tutti quei pezzetti di noi stessi che abbiamo sparpagliato intorno con altrettanta somma indifferenza.

Mi permetto di ricordare che l’improvvisare rigore e severità non rieduca nessuno, anzi, se fai il “bravo” è solo perché sei diventato un po’ più cinico.

Una buona scuola, una famiglia dai valori consolidati non agiscono mai improvvisamente, bensì attraverso quell’autorevolezza che insegna a tirare fuori il meglio, insieme, nel rispetto delle regole, e non soltanto dei numeri per quanta musicalità posseggano.

Scacco matto in tre mosse

Scacco matto in tre mosse

di Vincenzo Andraous

In questi giorni qualcuno ha scritto: “Penso che il carcere sia un’invenzione stupida perché non migliora ma invece peggiora i suoi abitanti, non stimola nessuna riconciliazione fra vittima e carnefice. Inoltre, dopo tanti anni di carcere scontato, la pena non ha più nulla a che vedere con il recupero sociale”.

Quante volte ho scritto anch’io queste parole, quante volte ho ribadito che una pena che non si piega ad alcuna utilità e scopo non farà mai sicurezza, quante volte.

Eccoci ancora qui a parlare di carcere, di galera, di sotterranei sub-urbani, di celle e morti ammazzati, di riforme inconcludenti, di urla e grida per bene silenziate.

Carcere, carcere, carcere, come se la prigione fosse la soluzione a ogni sberleffo consegnato alla vita, a ogni umiliazione sgomitata alla vita, a ogni tragedia per lo più incomprensibile.

Carcere e sovraffollamento che nuovamente sale come dato esponenziale, comprime ogni umanità, ribaltandone valori e principi universali, nell’ inutile consuetudine delle parole deprivate di sostanza e quindi significato.

Ripensando a questa sorta di terra di nessuno, dove appunto nessuno vuole guardare, mi ritorna in mente un testo teatrale che ho scritto e portato in scena qualche tempo fa: Art. 27 e vecchi merletti.

Nella scena quarta il protagonista-detenuto parla del penitenziario in asfissia in maniera anche presuntuosa, affermando che la problematica devastante del sovraffollamento che rende impraticabile qualsiasi forma di sopravvivenza, figuriamoci di rieducazione, ma forse è possibile aggirarla con uno scacco matto in tre mosse.

Come è dato sapere la popolazione carceraria, attualmente, s’aggira intorno alle sessantamila unità, suddivisa in tre parti quasi identiche tra detenuti stranieri, detenuti tossicodipendenti, detenuti autoctoni criminalità comune. Il restante dieci per cento è composto da detenuti organici, o un tempo facenti parte le grosse organizzazioni criminali, per lo più sottoposti al 41 bis o in regime di alta sicurezza-sorveglianza.

Ebbene, siamo un paese che ogni volta viene strattonato politicamente da altri paesi, reagisce affermando che la nostra sovranità e autorevolezza ci aiuta sempre a non demordere, infatti siamo stati capaci di paralizzare le colonne di migranti in mare e terra, mettendoci d’accordo con paesi di dubbia democrazia e moralità, attraverso fiumi di danari e commesse. Abbiamo fermato l’inondazione inarrestabile di miserie umane, al prezzo di non vedere né sentire. Dunque se abbiamo nella nostra faretra sittanta autorevolezza e decisionismo, non vedo perché i tanti e troppi detenuti stranieri in carcere, e quindi non stiamo parlando di profughi tanto meno di rifugiati, né di uomini e donne e bambini in fuga dall’orrore della guerra, dalla tortura e dagli ammazzamenti, bensì di persone pregiudicate e reiteratamente incarcerate per reati contro il patrimonio, per spaccio, per violenze indicibili sulle persone. Perché non dovremmo usare quell’autorevolezza e capacità decisionale per rimandarli nel loro paese di origine a scontare le pene comminate.

Abbiamo una ampia fetta di detenuti tossicodipendenti, per non parlare di quella larga parte di persone che potrebbero essere declinate tranquillamente borderline, peggio, dichiaratamente da doppia diagnosi.

Sul nostro territorio da nord a sud ci sono molte comunità di servizio e terapeutiche che possono essere approntate a ricevere questi “malati” perché di persone malate si tratta, la galera non può certo assolvere al loro disagio sanitario, non solo e non tanto per smetter momentaneamente la dipendenza fisica, ma soprattutto per costruire una possibilità di rinascita dignitosa. Checché se ne dica o si tenti di far passare per buona, la dicitura del recupero e della rieducazione, rimane il fatto che il carcere non insegna né fa apprendere il valore del rispetto per se stessi e per gli altri.

C’è un bacino di utenza penitenziaria che non ha come problema primario l’assoggettamento al crimine, alla dipendenza delle sostanze, bensì è soggetta a un vero e proprio disagio psichico.

E siamo arrivati alla percentuale non di poco conto di popolazione autoctona, cosiddetta criminalità comune, quelli che risultano essere dati statistici alla mano, di bassa pericolosità sociale. Che però fanno così rumore da esser percepiti come i peggiori, infatti sono quelli che entrano nelle nostre per rubare, mettondo le mani nelle nostre cose più intime.

Da qualche anno sono responsabile insieme ai miei colleghi nella Comunità Casa del Giovane di un nuovo laboratorio istituito per ospitare persone imputate di reati minori, in messa alla prova o in lavoro socialmente utile, che i tribunali avendo ottenuto la nostra disponibilità, mandano presso le nostre strutture per far loro svolgere quanto stabilito in sentenza, una pena risarcitoria-riparativa e dunque non ininfluente/inconcludente.

Mi chiedo quindi perché non sono indirizzati in percorsi di pubblica utilità tutti quei detenuti a non elevato indice di pericolosità, che invece sovraffollano passivamente il carcere italiano, senza nulla imparare né apprendere, l’importanza di una scelta di cambiamento effettiva, perché connotata da una revisione critica del proprio vissuto.

Insomma cambiano cordata i partiti, nascono nuovi movimenti, così che le idee e gli ideali sommandosi e detraendosi rimangono progetti impolverati dall’incuria intellettuale.

Praticamente è storia vecchia: tutto cambia per rimanere esattamente come è.

Qualcuno potrebbe licenziare quanto fin qui detto, stabilendo che è una proposta esageratamente ambiziosa, a tal punto da rasentare l’utopia.

Potrei tranquillamente obiettare che soltanto l’utopista è un illuso nella teoria e un violento nella pratica, mentre chi si s’accompagna all’utopia non confonde mai il vicolo cieco con la strada maestra.

In conclusione sarà bene per ognuno e per ciascuno comprendere che la libertà non è altro che responsabilità, di conseguenza la capacità di opporre scelte consone. Infatti la libertà non è fare tutto quello che voglio come pensa normalmente un adolescente.

Ecco che allora per chi si troverà a varcare un portone blindato del carcere, sarà davvero salutare che quando ritornerà in seno alla società, abbia raggiunto quella maturità, che lo porterà a pensare che forse la pena l’ha scontata, nonostante l’indicibilità di una sofferenza gratuita e non contemplata in alcun codice penale tanto meno dalla nostra Costituzione.

Forse proprio adesso che i piedi sono “fuori” iniziano i conti con la propria coscienza.

Se il carcere saprà aiutare ad esser uomini migliori, non costringendo le persone a sentirsi cose, oggetti, numeri, avremo una città migliore, ma soprattutto avremo una società migliore.

Adolescenti e castigo

Adolescenti e castigo

di Vincenzo Andraous

Non c’è dubbio che l’adolescenza sia un pezzo di strada tra le più impervie, ma diventa un pezzo di abisso quando vengono a mancare segnalazioni importanti e luci di emergenza ben visibili. Quando viene meno il dovuto rispetto per le regole e gli esempi autorevoli da seguire, i quali non impongono autoritariamente il comando del divieto a transitare, ma obbligano alla riflessione come vera e propria salvavita. Chiaramente gli accadimenti tragici che sovente impattano con il mondo giovanile costringono a fare una pausa, a fermarsi, ad arrestarsi sul limite della realtà che ci circonda, che non è quella virtuale da cui è sempre possibile resettarsi, ma la realtà che sta a sostanza delle cose che ci fanno vivere e non sopravvivere la vita. In questo tragitto accidentato c’è a fare da ponte la famiglia, la scuola, quelle agenzie educative che stanno a segmento profondo di ogni educazione, attenzione e cura dei giorni che trascorrono e di quelli che ancora debbono tracciare i metri di storia di ognuno e di ciascuno, tenendo bene a mente che quelli che passano non ritornano più, per cui sarebbe buona cosa imparare a spenderli al meglio prima per non soffocare di rimpianti poi.  Quando ascolto un ragazzino, una ragazzina, che danno l’impressione di voler esser famosi per forza, mi accorgo che sotto il primo strato di menefreghismo, di sfida all’autorità, in quel non mi fido di nessuno, si nasconde in maniera del tutto inappropriata, la solitudine, per cui occorre correre all’impazzata per evitare di farci i conti, e in questa società mordi e fuggi, ogni azione è accelerata al punto da non consentire di intravedere l’uscita di emergenza. In questo spettacolo circense, il mondo adulto sta nel mezzo dell’arena, frustando a destra e a manca, peggio, imbonendo l’uno e l’altro senza vergogna, come se non esistessero i tanti pezzetti di noi stessi sparsi all’intorno. Quando i giovani stanno irreggimentati a pesi inopportuni, a zavorra inascoltata, lanciano segnali di irrequietezza, di ribellismo senza premeditazione, di incapacità a sostenere quella solitudine, ebbene, la risposta è la bacchettata risolvi tutto, la sospensione, la punizione dell’impazienza che detta la mossa preventiva e non la pazienza della speranza che traccia la possibilità di tirare fuori il meglio, insieme, quale radice profonda che alberga in ogni grande e autorevole educatore, genitore, conduttore, professore. In questa frenesia interventista, che etichetta e addita senza appello, sta allo scoperto, il pericolo di esporre i più vulnerabili al castigo senza per questo aver compreso la responsabilità di averlo provocato. Il mondo adulto, genitoriale, professorale, che conosce il carico del dolore, della ferita, dell’ingiustizia, quando si tratta di giovanissimi sarebbe buona cosa non permettesse mai a sua volta di crearne ad altri.

Il massacro degli innocenti

Il massacro degli innocenti

di Vincenzo Andraous

 

Le televisioni, le radio, i giornali, srotolano filippiche nazional popolari sulla drammaticità degli eventi che vedono come protagonisti destinati al macero, donne, vecchi e bambini.

Accadimenti che ci vengono raccontati come fossero eventi critici partoriti da una società che non può farne a meno, perché sangue integrante della propria tradizione.

Eppure anche in questo caso, anche in questo frangente in cui l’animo umano sprofonda nella più indegna delle reazioni, viene da pensare che non è vero che siamo uguali, che siamo alla pari, che uomo e donna sono talmente complementari da fondersi.

Assolutamente no.

Infatti quando si verificano tragedie così devastanti, è sempre l’uomo a improvvisarsi eliminatore, è sempre la follia maschile a schiantarsi su donne e bambini, è sempre l’animo umano al maschile a fare vittime innocenti della violenza più bieca e definitiva.

La donna nell’impazzimento della propria gelosia non sopprime la propria creatura, e se ciò accade sono rare e disgraziate volte.

L’uomo nella sua contorta e potente gelosia, che null’altro è che l’ossessione della possessività, disgrega e annienta tutto ciò che ha il valore più grande, la propria famiglia.

La donna non giunge mai a uccidere il proprio uomo, la propria figlia, nell’esplosione rabbiosa del proprio fallimento o della propria fiducia tradita, potrebbe arrivare al punto di non ritorno di “tagliartelo” mentre dormi, quello si, ma compiere una strage come fosse la risultanza di un’abitudine, assolutamente no.

Se la differenza tra i due sessi è così palesemente contorta e disperante, forse c’è necessità di fare chiarezza e mettere da parte le solite parole d’ordine, con cui licenziare l’evento con qualche lacrima o silenzio di circostanza.

Forse è più urgente ridefinire il valore e il significato delle parole, la sostanza che sta alla base della realtà che viviamo, che stiamo vivendo, che stiamo radicalizzando nei confronti della donna.

Alla radice di ogni parola spesa male, o peggio, non spesa per niente, per proteggere uno status quo a dir poco criminale. Si tratta per molti versi di in-cultura, per altri ancora di sottocultura, la resistenza di un asse di coordinamento sociale fraudolento che invece sarebbe ora spostare verso posizioni meno ingiuste e violente nei riguardi della donna, di tutte le donne.

Quando c’è di mezzo il tentativo neppure tanto celato di rendere inconsistente ciò che è giusto dallo sbagliato, il bene dal male, a seconda del gioco infame delle parti che s’accaparrano attenuanti e giustificazioni, la cultura che sta a radice di ogni possibile verità, è sottaciuta, peggio, relegata nei salotti buoni, dove parlare equivale a fare terreno fertile alle scontate prossime tragedie, soprattutto a fare passare come inevitabili le violenze sui bambini e sulle donne.