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I traditori e gli indifferenti

I traditori e gli indifferenti

di Vincenzo Andraous

A detta di molti affermati studiosi la guerra non riesce a piegarsi a nessuno scopo sociale condivisibile, eppure è guerra in ogni dove, in ogni quando, in ogni più sparuta regione del mondo. Sotto l’egida della pace, della fratellanza, dell’ingerenza umanitaria, oppure della intermediazione militare, c’è un dispendio forsennato di scarponi chiodati e pallottole per controfirmare le ragioni del contendere, per imporre accerchiamenti e trappole mortali. In queste ore tocca al popolo Kurdo morire falcidiato a causa dei tradimenti e interessi incrociati dei padroni del mondo che praticano barando spudoratamente l’arte della guerra. C’è chi avanza a testa bassa e chi arretra nel sangue della disperazione, personalmente non riesco neppure a sbalordirmi sulla giustizia e necessità di combattere questo o quell’altro tiranno, neanche sono interessato a fare del pacifismo a buon mercato, preferisco chiamare per nome le canaglie, i traditori, gli assassini impuniti e orgogliosamente impettiti con le alabarde spianate. Ho poca parentela con quanti dapprima annuiscono in favore di chi per troppo tempo ha subito angherie ingiustamente ma subito dopo per un accordo neppure troppo celato, usano ferocemente l’indifferenza per fare man bassa di deliri di onnipotenza e in via subordinata di deliri di commiserazione, chiaramente per non pagare dazio. La guerra è guerra e fa sempre schifo, di più se è il risultato di accordi sottobanco. Però di fronte a immagini ripetutamente mandate in onda di bambini con gli occhi sbarrati dal terrore, di bambine con il viso insanguinato, bimbi con le dita fatte a pezzi, con le gambe mancanti, con i vestitini inzuppati di sangue rattrappito, come è possibile rimanere imperturbabili, convinti di essere nella ragione, come è possibile non avere vergogna, non provare vergogna, non rimanere schiacciati dalla propria vergogna. Chi pensa di essere al di sopra delle parti, come chi ritiene di esser il potente intoccabile di turno, occorre costringerlo alla vergogna come compagna di viaggio, c’è necessità che il dolore e la sofferenza di questi innocenti non vengano subdolamente ribaltati dentro la narrazione in un anfratto remoto, in un angolo dove non è più possibile vedere niente. Penso che fino a quando non si comprenderà che l’ingiustizia perpetrata su un innocente per giunta un bambino, è qualcosa di indicibilmente inaccettabile, rimarranno le lacrime di coccodrillo a fare la differenza, a timbrare il passaporto a una inumanità bellamente riconosciuta come un inevitabile evento critico. Una riprova questa del potere della morte, le immagini di quegli incolpevoli divorati dalla miserabilità di quel potere, diventeranno messaggi cifrati, così artatamente contraffatti da non risultare più chiari né leggibili per tentare di rielaborarli. Quando il sentimento dell’amore è segregato, sei ancorato a una stanchezza che ti fa sentire perduto, hai in comune con il tuo simile solo un dolore sordo, che evita di guardare all’indietro né di pensare al domani, così facendo è un’impresa ardua perfino provare vergogna. Per tentare di cambiare questo stato delle cose sottosopra occorre una condizione: il diritto alla vita e alla tutela di ogni bimbo, di ogni innocente, passa attraverso un’azione collettiva, dove nessuno può chiamarsi fuori. Forse.

Droga e silenzi assordanti

Droga e silenzi assordanti

di Vincenzo Andraous

Chissà mai perché sul problema delle dipendenze, dell’assunzione di droga, c’è sempre a fare da voltagabbana la disinformazione, la politica d’accatto, come se fosse un disagio sociale del tutto periferico, appartenente ai soliti giovanissimi, invece che ai volti nuovi e alle conseguenti carni zigrinate dagli inciampi, dalle droghe tutte, dagli abbandoni seguiti a catena. C’è che la droga non conosce intoppi o rimandi, è sempre lì a ogni angolo di strada, sottocasa, proprio dove ti aspetti di trovarla.  

Viene da pensare agli abiti vecchi e al tempo che ogni cosa riporterà al suo posto, ma io che di tempo ne ho avuto tanto, a ben pensare non so ancora bene cos’è, figuriamoci se posso spiegarlo ad un giovanissimo che del tempo a venire non sa che farsene.

Mi rendo conto che nel tentativo di “tirare fuori”, di costruire e crescere insieme, non può resistere all’usura del tempo chi parte per “questa avventura” con un bagaglio di certezze inossidabili, di regole intransigenti, di binari singoli.

E’difficile sapere, conoscere e agire, quando un giovane se ne sta impettito, a muso duro, felice di avere scelto il vicolo cieco, è davvero difficile spiegargli quanto è doloroso, POI, il resto che se ne ricava.

Sulla droga prevenire con progetti condivisi e realizzabili rimane spesso una intuizione che soccombe alle pressioni economiche-politiche: reprimere costa meno che prevenire, ma il risultato è l’accettazione dell’esclusione, del “sei fuori dal gioco e ci rimani “.

Quando sento di un ragazzo o di una persona adulta che soccombono, che si uccide di eroina, o peggio che uccide gli altri, gli innocenti, perchè sballato guida o pensa di essere diventato invincibile, mi chiedo quale può essere il metro di misura da usare con chi è lacerato dentro, se poi questa vista prospettica richiesta è annebbiata dalla roba.

L’impressione che si ricava nel camminare insieme alle tante lentezze e devastazioni interiori, è che non solo è difficile ben operare a causa della marea di disagio dilagante, ma lo è anche soprattutto per l’avanzare di nuove forme di malessere, che non hanno più l’etichetta protestataria di un tempo. Malessere che si insinua più facilmente in chi non ha strutture mentali formate, in chi nell’evoluzione intellettuale ha ceduto sotto il peso di una libertà inconsciamente percepita come una prostituta, per l’incapacità ad onorare reciprocamente le proprie responsabilità. La droga è un disagio che intacca aree di vita in maniera sempre più esponenziale, ogni volta che un adolescente inceppa il potente meccanismo sociale, c’è qualcuno che innalza bandiere “giustificanti”, con qualche artificio clownesco portiamo in scena la rappresentazione sulla vita, poco importa se virtuale, su come viverla al meglio, infine, come sopravviverle quando non è di nostro gradimento.

Nel frattempo si ripetono accadimenti tragici, che non posseggono alcuna attrattiva se non quella di seminare indifferenza per chi è piegato in due dalle proprie fragilità e dalle proprie rese. Giovani alla spicciolata, uno sparo diritto a ogni banale conformità, a ogni inconfessabile obbedienza, che pesa come un macigno, insopportabile da trascinare appresso. Sulla droga sappiamo tutto, oppure per non pagare dazio non sappiamo niente, nonostante ciò si muore nel rumore e nel silenzio, in modo consapevole e più impertinente verso la vita trasformata in una danza inarrestabile in onore della sordità, del rigetto, del disamore. Si muore muovendo il corpo, ma non vedendo, non sentendo, non capendo più che c’è anche domani, si muore in gruppo, dentro il recinto, fuori da ogni reale condivisione, senza la pietà della compassione, privati di una mano amica a sorreggerti, accompagnarti, accoglierti. Mentre qualcuno si affanna a rimarcare che non tutta la droga fa male, che c’è quella buona e quell’altra cattiva, intorno ci sono quelli che allora provano per curiosità, per passioni incrociate che hanno l’esigenza di incontrarsi, di conoscersi, come fa la musica, alfabeto e vocabolario per riuscire a parlare tra irrequieti che in fondo non sono affatto. Forse occorrerebbe avere più attenzione sulle parole d’ordine, sulle immagini, che vorrebbero possedere carisma sufficiente per un pensiero di socialità, di unità e libertà. Forse è necessario usare le parole con un linguaggio che non fa curve inesistenti, dichiarando che l’alcol, la droga, qualche lama di coltello, non possono apparire come una periferia ambulante ove ognuno nel fine settimana può ritornare a “essere” qualcosa di non meglio definito. Continuo a pensare che siamo arrivati a un punto in cui c’è bisogno di una rinascita sociale di relazioni intelligenti, non perchè elitarie, ma perché sane e equilibrate, mai affidate a comportamenti che sbaragliano letteralmente la possibilità di continuare a crescere e migliorare insieme.  La droga c’è, forse il mondo adulto è scomparso.

Emergenza genitoriale

Emergenza genitoriale

di Vincenzo Andraous

Due bambini fracassati, due creature fatte a pezzi, due innocenti estinti per inadeguatezza umana, per imbecillità dis-umana, per immaturità genitoriale profondamente colpevole. Alla guida della propria auto completamente in balia della sorte, della sfida alla morte che sempre è destinata a vincere. Una mano sullo sterzo, l’altra a farsi un selfie, meglio, una bella diretta su facebook, con il piede martello ben calcato sull’acceleratore. Ma non basta, non è sufficiente la disarticolazione cerebrale dell’essere umano, a fare da regina incontrastata della propria devastazione psico-fisica, ecco allora anche la polvere bianca pippata senza troppi problemi di coscienza. Adesso non c’è niente e nessuno a sbarrare la strada, nessun ostacolo, nessuna curva, intersezione, niente e nessuno a poter fermare il missile che taglia a metà la città, la periferia, le strade sconosciute. Niente e nessuno a fermare quella corsa impossibile, il missile è diventato un bisturi che divide in due la ragione, la vita, quella degli altri, dei soliti innocenti. Non resta più niente e nessuno a fare da ponte, da percorso al centro, per non rimanere inerti rasenti ai muri. Ci saranno le solite voci grosse, gli aggettivi ricercati, i sostantivi di pressione, per rimarcare la gravità della tragedia, ora verrà il tempo del pugno duro per chi non rispetta le regole, per chi non rispetta gli altri oltre che se stesso. C’è necessità di fare tabula rasa anche dei cattivi esempi travestiti da miti, l’obice è puntato dritto su quanti pensano di poter fare e disfare a proprio piacimento pur di non sottostare a norme e regole largamente condivise. Però qualcosa non quadra, qualcosa è fuori dalle metrature appena elencate, qualcosa manca all’appello, sì, qualcosa è incredibilmente assente nella discussione da poco messa in atto a furor di slogan. Perchè quei due bambini sono stati ammazzati dal delirio di onnipotenza del proprio padre, non dal pirata stradale di turno, dal solito ubriaco irresponsabile alla guida, da qualcuno che disconosce la responsabilità paterna, da qualcuno che di educativo ha soltanto il proprio inciampo. No, quei due bambini sono stati eliminati dal loro stesso sangue, da chi era deputato alla protezione e cura amorevole. Da chi di rispettoso, dignitoso, autorevole non ha proprio un bel niente, neppure puo’ meritare la più scalcinata delle attenuanti, figuriamoci giustificazioni. Inutile fare chiacchiere da salotto, ricercare directory e sottodirectory esistenzialistiche per tentare di dare una spiegazione, occorre prendere atto di quanto coloro che dovrebbero essere veri e propri esempi siano invece i veri colpevoli, gli imputati da sbattere con le spalle al muro, coloro che sempre più spesso sono i veri assenti alla sbarra. Gli adulti.

Droga come vetro refrattario alla luce

Droga come vetro refrattario alla luce

di Vincenzo Andraous

Un ragazzino mi ha detto: io c’ero per intero in quel buco nero profondo, fino a esser diventato un pezzo di vetro trasparente, refrattario alla luce, tra le macerie sotto i miei piedi.

Sono parole dette da un ragazzo che fortunatamente ha avuto la forza di chiedere aiuto,  il coraggio maturo di alzare la mano per tentare di rialzarsi nella Comunità Casa del Giovane.

Da molti mesi rimbombano nelle orecchie autocelebrazioni e autoreferenzialità, pilotate da ideologie cadute in disuso, tarlate dalle storie personali di tanti uomini devastati ed a  volte “terminati” dalle sostanze.

Con questa idea della droga ricreativa, della droga buona e quella cattiva, si fa strada il messaggio che la droga sia un bene di consumo normale, a tal punto da pensare che assumere stupefacenti sia un passatempo accettabile, tutto all’interno di un’accezione diventata normalità.

Accapigliarsi tra  un incompreso uso e abuso ed una  ipotetica  riduzione del danno, serve solamente a tentare di spostare l’asse di un coordinamento sociale in fibrillazione, dimenticando che a mezzo ci stanno le persone,  i vissuti devastati e devastanti di uomini piegati, di adolescenti piagati, peggio scomparsi.

Pezzi di vita immatura ammucchiata addosso a giovanissimi inconsapevoli del cappio al collo, costruito da una diseducazione che è prettamente genitoriale, professorale, a tal punto da divenire cultura della fatica non eccessiva, della responsabilità che è sempre altrui, del male minore, sempre che ciò accada un passo, meglio due, più in là della nostra dimora illusoriamente intoccabile.

Non esistono altisonanti carichi scientifici, titoli, e ruoli ben definiti, che possono allontanare dalla consueta morte che attende alla curva dei rischi estremi, non esiste un Dio altro, altero e severo, che può elargire comandi salvifici, non ci possono essere davvero titubanze, su questo argomento, perché davvero non sopravvive alcuna speculazione filosofica.

Non è possibile entrare in una scuola e leggere negli sguardi dei ragazzi l’inquietudine della colpa, anestetizzata dallo scampato pericolo, perché stamattina il coma etilico è toccato a un altro.

Non è possibile incontrare quel giovane in una comunità, ridotto a un ammasso di niente, sotto vuoto spinto, e con la pazienza della speranza accoglierlo, accompagnarlo, in un percorso di ricostruzione e di riconciliazione, ciò attraverso l’esperienza dei fallimenti non certamente delle parole dette in fretta per non dire niente.

A una Giustizia giusta non appartiene la sanzione punitiva nei riguardi di una tossicodipendenza che annienta dignità e capacità di amare, aiutare non può significare  incarcerare né mutilare ulteriormente la personalità più fragile.

Chi scrive non è maestro di niente, neppure possiede grandi consigli da donare, o intuizioni geniali per arginare questo sgretolamento sociale, di certo però non riesco a pensare a una droga compatibile, o collettivamente tollerabile,  forse è necessario più semplicemente non tacere, non avere timori ad andare controtendenza, impattando senza indugio le icone della trasgressione, in forza delle tragedie che ci portiamo addosso, memoria indelebile per smetterla di sparare alle spalle dei più giovani.

Bambini innocenti e adulti colpevoli

Bambini innocenti e adulti colpevoli

di Vincenzo Andraous

Fino a qualche tempo fa il tamburo battente sulle pagine dei giornali, le drammatiche sequenze televisive, marcavano stretto il territorio annientato delle donne maltrattate, ferite, uccise, dagli uomini costantemente divorati dal delirio di onnipotenza, di possesso. Ultimamente sta prendendo piega un’altra devastazione dis-umana, una follia lucida, una piaga che incancrenisce la ragione, un disagio che altera la propria consapevolezza di essere umano, al punto da perdere contatto con la propria dimensione-ruolo di madre, di padre. Ci sta attraversando un tempo dove le ore sono scandite dalla miserabilità in-umana, dalla inaccettabilità di comportamenti annichilenti, è un tempo in cui ci stanno andando di mezzo i bambini, i più piccoli e indifesi, quelli che mai e poi mai dovrebbero essere anche solo sfiorati con un dito. Bimbi martoriati, picchiati, uccisi, bambini non più amati, venerati, protetti, soltanto rifiutati e oltraggiati, traditi da chi li ha messi al mondo, da chi riponevano piena fiducia, da chi avrebbe dovuto difenderli a costo della propria vita. Bimbi di due, tre anni, malmenati fino a spezzar loro le piccole ossa, condotti al pronto soccorso e poi nuovamente a casa, all’inferno dei maltrattamenti, delle umiliazioni, delle sofferenze e delle tragedie che incombono. Ma come è possibile rimandare al mittente  un bambino percosso brutalmente, quando i genitori mentono spudoratamente, quando le ferite non sono il risultato di una caduta, ma sono la sintesi di un rifiuto. Come è possibile che il mondo adulto, parentale, amicale, volga lo sguardo da un’altra parte, faccia finta di non sapere, di non conoscere, di esser all’oscuro di tanta infamia? Come è possibile fare gli omertosi in una situazione simile, come è possibile?  Si tace per la paura di eventuali ritorsioni, per il quieto vivere innanzitutto? Anche di fronte alla vergogna di un bimbo con gli occhi spalancati dal terrore e dal dolore? La paura si vince con l’indignazione, con il bisogno profondo di consentire giustizia a chi non vede riconosciuti i propri diritti fondamentali, un bimbo ha diritto di vivere più di chiunque altro, non certamente di silenzi colpevoli. Qualcuno si ostina a ripetere che fare, essere, diventare genitori, è un mestiere davvero difficile, complicato, complesso, forse è necessario approfondire questa tragedia dell’innocenza violata, non solamente con l’uso delle parole, ma con la consapevelozza dell’umanità di ognuno e di ciascuno che non può e non deve rimanere prostrata alla violenza più irraccontabile.

L’accoglienza deprivata delle sue radici profonde

L’accoglienza deprivata delle sue radici profonde

di Vincenzo Andraous

Da qualche tempo parlare di accoglienza significa rischiare di perdere il proprio diritto di cittadinanza, scatenare un pandemonio, uno stillicidio di aggettivi e sostantivi a poco prezzo, giudizi e condanne a priori, esternazioni che tranciano di netto qualsivoglia rendicontazione della ragione, ciò che ha necessità di eccellere è il colpo di maglio dell’indifferenza. Tutto il resto è noia o quasi. Eppure non ci trovo niente di buonista nell’accogliere, accompagnare, formare, rendere una vita nuova a chi vita non ha avuto mai, soltanto una qualche sopravvivenza. A mio avviso buonismo becero è non badare ai numeri, alle quantità, alle occupazioni arbitrarie e alle disoccupazioni intellettuali, mentre accogliere quanti sono in fin di vita, quanti non ce la fanno proprio più a sopportare i ceppi dell’ingiustizia, quanti torturati e umiliati piangono senza più lacrime, quanti sono ridotti a piccole cose, senza più alcun valore, non ha parentela alcuna con chissà quale terribile e mal disegnata  inondazione dell’essere. Noi siamo un paese che non è mai venuto meno al proprio dovere civile di aiutare chi sta messo peggio di noi, tanto meno ci siamo mai sottratti alle leggi scritte e fin’anche a quelle non scritte del mare, della terra e del cielo, men che meno alla propria coscienza. I reati calano, le carceri soccombono al sovraffollamento, i poveri aumentano ma invece ci rassicurano siamo un po’ più ricchi, gli sbarchi non consegnano più carne umana, eppure le città e le periferie sono spazi adibiti alla replicanza inarrestabile dei solitudinarizzati. Insomma tutto fa brodo per inscenare qualche speculazione politica, per fare stare al fondo del barile tutto e il contrario di tutto, a 65 anni sto comprendendo il significato di accoglienza, non perché mi sono  deciso a ingrossare le fila  del buonismo sociale, piuttosto perché  accogliere significa accettare la fatica di una prossimità, non soltanto tra me e te improvvisamente sulla stessa strada, ma perché il cuore, la testa, la pancia, stanno connessi, quando di mezzo c’è la persona, il suo dolore, la sua disperazione, e non soltanto per rimarcare il confine ultimo della propria coscienza. Accoglienza non sottende la prevaricazione dell’altro, neppure il buonismo che è destinato al  botto, bensì significa riconoscere l’altro, riconoscere chi sta davvero peggio, chi ha davvero bisogno di aiuto, quella solidarietà costruttiva che costa fatica e sudore e non solamente il furbesco spreco di denari. Non sono accettabili le accoglienze  politiche, tanto meno quelle ideologiche, neppure è accettabile rimanere prigionieri di quanto non condividiamo, sebbene comprendiamo la sofferenza di donne, bimbi, uomini innocenti, costretti a rischiare le loro vite per un sogno destinato a morire.

L’intercessione della solidarietà

L’intercessione della solidarietà

di Vincenzo Andraous

In quel palazzone ci vivono tanti uomini e tante donne, ci  abitano bimbi e anziani, stanno lì da tanto tempo, è vero, occupando illegalmente lo stabile, ma tenendolo pulito, vivendoci dentro con la dignità delle persone povere, ma ricche di valori umani. Non si tratta di un agglomerato sub-urbano dove si spaccia droga, si svendono corpi e materiali sottratti indebitamente, bensì di uno stabile gremito di povera gente, di persone provenienti da ogni parte del mondo, esseri umani tolti dalla strada e da una sopravvivenza forzata. Qualcuno ha deciso di fare qualcosa, di rompere gli indugi, soprattutto di scardinare una certa indifferenza sociale. Qualcuno ha compreso la gravità della situazione, non tanto e non solo per le famiglie allo sbando, ma per i tanti bambini, adolescenti, minori, costretti al buio, al freddo, a non lavarsi. L’Ente ha deciso di staccare la corrente elettrica, da una settimana là dentro, regnava l’oscurità,  non pagando le bollette, automatica è la risposta di sospensione di erogazione dell’energia elettrica. Nulla da eccepire, nulla da obiettare, nulla da usare come leva per distorcere la verità. Tutto fila dritto in questa narrazione, ma forse a ben guardare non proprio tutto, perché quando ci sono di mezzo i bambini, gli innocenti, quelli che eravamo noi, i tanti pezzetti di noi sparsi all’intorno, ebbene, c’è poco da voltarsi dall’altra parte, ancor meno da rifugiarsi nelle leggi e nelle prescrizioni, per far si che la coscienza rimanga al calduccio più accogliente. I bimbi non  hanno colpe, non sanno neppure cosa significhi inadempienza,  inassolvenza, precarietà e impossibilità a fare fronte al pagamento di una bolletta. Qualcuno finalmente ha deciso di intercedere, per dirla alla Cardinal Martini, di fare un passo non solo avanti, ma addirittura in mezzo, là, dove la tempesta infuria. Un uomo di Chiesa, uno di quelli alti, non per altezza fisica, ma per autorevolezza, ha deciso di infrangere la regole, dunque ha tolto  i sigilli, ha riattaccato la corrente. Ha riconsegnato a quella umanità innocente una parvenza di giustizia, sì, giustizia dell’ingiustizia. Ora si profanerà con giudizi che non conoscono appieno la storia ciò che è stato, si imbratterà con parole a metà la realtà,  si tenterà di zittire la propria responsabilità con l’ausilio dell’ideologia. Il Cardinale ha commesso volontariamente un reato, affronterà il duro e minaccioso destino che lo attende, ma il messaggio non è sdoganare chiunque farà altrettanto, bensì prendere posizione, mettersi a mezzo, di traverso letteralmente, quando il virtuale annienta il reale, le frasi fatte e coniate a più riprese su come la paura sia soltanto un surrogato da seppellire nella sfrontatezza della sfida. Come ha detto qualcuno: le paure indicano che possiamo perderci, che c’è un labirinto, che ci sono mostri; molte volte però i mostri sono dentro di noi e siamo noi a renderli tali. Quando sono i bambini a soffrire, c’è poco da disegnare slogan a pochi denari, piuttosto c’è da mettere in campo la solidarietà costruttiva, quella edificata attraverso il sudore della fatica, le emozioni del cuore, indipendentemente dai rumori della pancia.

L’innocenza colpita e scavalcata

L’innocenza colpita e scavalcata

di Vincenzo Andraous

Una sparatoria, un uomo abbattuto, un’esecuzione in piena regola.Eppure la regola è infranta, le regole non sono più santificate né rispettate. La scena è da film d’azione, una sorta di Gomorra live, dove si parla di guaglioncelli, di ragazzini sparatori, di minori tutto fare, eppure anche qui qualcosa non sta al suo posto, le parole e i copioni sono argutamente imbellettati per meglio affascinare, invece, i fatti diversamente sono imbrattati di vergogna, del sangue della vergogna. Mentre si rincorre il nemico, la canna della pistola evidentemente non sta ferma, la mano trema, le dita friggono, i colpi vanno all’impazzata, talmente a destra e a manca, che una bimba, sì, una bimba, rimane distesa sul selciato. E cosa fa il nostro guerriero di turno? La scavalca e continua la sua mattanza, la scavalca infischiandosene bellamente di quella bimba innocente a terra. Qui non si tratta di film, di copioni, di parti da recitare da adolescente difficile, a giovane trasgressivo, per significare che quando non si possiede capacità di subordinare qualche passione a qualche regola, ciò trascina spesso nella devianza, nella criminalità, nel gioco della prepotenza e dei soprusi, dell’indifferenza alle vittime innocenti, che spesso, sempre più spesso rimangono senza giustizia. Accadimenti come questo non debbono consentire giustificazioni, né attenuanti, tanto meno silenzi dettati dalla paura, fatti come questi impongono una presa di coscienza senza se e senza ma, ben oltre le marce dell’ indignazione, c’è necessità di invadere ogni metro di territorio imbizzarrito, ogni centimetro di mascherata inadeguatezza, ogni luogo e ogni spazio di ingannevole fortezza del potere. C’è necessità di ribaltare il punto di contatto tra passato e presente, per non rimanere ancora prostrati e quindi assenti nei modelli di riferimento certi, perché autorevoli, e dunque accreditati di autorità acquisita sul campo. Criminalità organizzata, crimine, reato, no, qui c’è di più e c’è di peggio, perché quando s’ammazzano i bambini innocenti, non esistono più paletti né limiti a tutela di chicchessia, neppure leggi appropriate a confortare sotto il peso della tragedia. Questa è una vera e propria urgenza educativa rivolta alla collettività, a coloro che sono società, a quanti accettando di fare un passo in mezzo, là, dove infuria la tempesta, possono spostare le assi di coordinamento comportamentale di ognuno e di ciascuno,  non sottraendosi al rispetto dell’altro, educare a non rubare la dignità dall’altro, per non confermare quotidianamente l’incontro consapevole con i vicoli ciechi, l’impatto inconsapevole con la violenza della strada, il suo corollario di falsi miti. Una bimba è rimasta scomposta sulla strada, prossimità del dolore più atroce, del dolore più ingiusto, del dolore più inaccettabile, una bimba innocente, colpita, scavalcata, lasciata a morire come Cristo in croce. Forse anche questa amara riflessione non eleverà il grado di civiltà necessario per migliorare lo stato delle cose, ma forse aiuterà qualcuno a non ingrossare le fila di una certa indifferenza sociale.

Nella frazione di uno sparo

Nella frazione di uno sparo

di Vincenzo Andraous

Ogni giorno donne prese a calci, spintonate, percosse, umiliate, ammazzate.

Tutti i giorni il bollettino di morte si gonfia a dismisura, rende incomprensibile il fare di conto, perfino la matematica che non è un’opinione, diventa  un’esagerazione sostenibile.  Un giorno si e l’altro pure si usa l’acido, il coltello, la pistola diventata oramai un dato esponenziale.

Si muore per una storia finita, per una convivenza forzata, perché l’amore diventa una prigione, per il delirio di possesso che non è mai amore, ma malattia che consuma la ragione e l’ultimo battito di cuore.

Le donne rimangono a terra, scomposte, con gli occhi reclinati, sempre e solo le donne a cadere nell’angolo buio dove non è più dato vedere, sentire, sopravvivere, figuriamoci vivere. Le donne soccombono ripetutamente, gli uomini afferrano le loro vite e ne fanno un nodo scorsoio, dove anch’essi a conclusione della tragedia intendono scomparire.

Donne catturate, abbattute, con le spalle al muro, denudate, colpite con i pugni, con i calci, donne violentate, azzerate, private della propria dignità, donne come prede studiate a tavolino, seguite e rincorse, chiuse nello spazio della follia dis-umana.  Donne violentate dal branco, dall’insieme di incapaci a essere uomini, a essere maschi, a essere umani.

Quante donne inchiodate all’infelicità imposta dalla prepotenza, accettazione della resa al più forte, nel terrore a perdere ruolo di madre, professione lavorativa, i propri figli.

La vita divenuta commedia della rassegnazione alle offese, alle botte, alle violenze moltiplicate all’infinito, percepite come meno terribili di ciò che potrebbe attendere dietro l’angolo della porta lasciata aperta.

Donne in balia del sopruso, della prevaricazione, dove l’uomo è strumento di sofferenza, di lacerazioni profonde, annuncio di morte, gli uomini non sanno reagire né colmare il disagio del proprio fallimento, dei propri errori rivendicati a ragione con gli schiaffi, le minacce, i colpi scagliati senza provare alcuna vergogna.

Non tutti gli uomini sono così fragili e deboli da travestirsi da belligeranti di genere, non tutti e meno male, ma ce ne sono tanti, troppi,  intrufolati nelle relazioni che dapprima emozionano e coinvolgono, ma che poi franano e impattano con la loro viltà d’animo, con la propria storia falsificata dalle menzogne, con i simboli della durezza maschile che non consentono confronto alla tenerezza.

Chi maltratta, umilia, fa del male a una donna, non è soltanto un uomo o quel che ne rimane, affetto da una sorta di disturbo della personalità, è di più, e di più spregevole, perché tra le quattro mura domestiche, nel garage eretto a spazio del dolore altrui, quegli uomini assumono la posizione di chi nella violenza ritrova parti derelitte di se stessi, mentre all’esterno mettono in mostra gentilezza ed educazione, disegnando una recita ingannevole e maleodorante, dove la collettività rifiutando di farci i conti, consente il perpetrarsi di violenze scritte in partenza, già conosciute, disperatamente annunciate più volte.

Primo maggio

Primo maggio

di Vincenzo Andraous

Festa del lavoro, festa dei lavoratori, festa in piazza, festa di chi fatica, suda, arranca, inciampa, fa salite e poche discese. Chissà perché la chiamano festa, quando dovrebbe esser giornata dedicata alle memorie corte, ai riassunti corti, alle sintesi di facciata ancora più assottigliate. Festa di che, di che cosa, di chi, quando i lavoratori sono sempre meno e spremuti come limoni, quando muoiono giovani e disperati, quando rimangono stesi o affogati con gli occhi spalancati. Festa del lavoro che non c’è, e quando ve ne fosse è lavoro di rincalzo, di sgambetti e spintoni, lavoro di orario che non c’è, lavoro di seconda mano, lavoro rassegnato all’esistente iniquo, con gli anni che passano, testimoni di un tempo dove gli uomini per mangiare rispondono a chiamata.

Festa del lavoro, Primo maggio, le righe non stanno mai ferme, gli accenti rimbalzano, le virgole esplodono mentre la punteggiatura trattiene il respiro, allora sono le pause a marcare il passo, a dare uno spazio all’esperienza, attraverso l’accoglienza e l’accompagnamento delle parole.

Uno ripensa alla propria strada, quella che ha lasciato, l’altra che ha trovato, quell’altra che non ha saputo bene interpretare, eppure oggi è festa, è celebrazione di emozioni che hanno dato senso ai passi di ognuno e di ciascuno. Tutti sanno cos’è il Primo maggio di ogni anno, tutti conoscono la festa del lavoro, tutti nessuno escluso è finalmente festeggiato. Ma ogni volta questa ricorrenza rammenta le pagine di un libro,  come una voce che viene da lontano, dapprima incomprensibile, indecifrabile, pian piano diventa nota che sale per resistere ai piani inclinati della vita, e come la storia di ognuno, continua su una pagina nuova, scritta ora, letta ieri, appoggiata nella polvere, nel colore sbiadito, al tempo che non muore mai.

E’ festa dei lavoratori, quand’anche il libro degli assenti, dei feriti, dei malconci e dei divenuti diseredati, hanno riempito le pagine, le zone d’ombra, pure quelle che sfuggono, che stanno lontane, ma hanno desiderio di rivelarsi, di mostrarsi, anche quando il bilancio è chiaramente in rosso, e non è facile distaccarsi dal passato, dal presente, dal suo peso, consapevoli che il futuro non è più nelle nostre mani.

Festa delle braccia, delle mani, dei corpi e delle menti, festa di chi non lavora, di chi lavora sfruttato e sottomesso, lavoratori dalla pelle scura, bianca, nell’angolo più buio della privazione, della paura, dei ricatti e dei soprusi, è tutta carnagione da festeggiare.

E’ festa che assomiglia nuovamente a quelle pagine bianche di quel libro, non è solo carta, inchiostro, segni, è anche strumento di conto, è somma, detrazione, dove le certezze, i superlativi degli assoluti, sono pandemia del dubbio, persino quando si ha bisogno di credere a Dio nel domani negato.

Quante storie sono rimaste appese a un filo di voce, quanti fremiti incorniciati a una lacrima, i libri sono come le persone, bisogna trattarne bene le angolature, le spigolature, le assenze e le presenze, hanno storie e mondi a cui appartengono, posseggono anima, come gli uomini che vi sono elencati,  che soffrono, amano, mantengono l’umanità a immagine e somiglianza di quello scrittore sgangherato, così bravo da diventare architetto non solo della parola, ma della vita che abbiamo il dovere di vivere.

I libri hanno la voce di chi è stato costretto per secoli a tacere,  a rimandare, anche a mentire, sono pane e acqua, sono ciò che manca per avere un sogno per chi non ne ha, perché gli sono stati ripetutamente rubati, peggio, rapinati dalle promesse mai mantenute.

Una festa del lavoro dopo l’altra, una pagina dietro l’altra, sopra l’altra, per comprendere cosa siamo stati capaci di fare, quanto sappiamo combattere per onorare una responsabilità, quanto siamo coscienti delle idee e delle parole che fanno amore, passione, sacrificio.

Le guerre ipocritamente dimenticate

Le guerre ipocritamente dimenticate

di Vincenzo Andraous

Sulle guerre si sprecano da sempre gli aggettivi, i sostantivi, le banalità,  gli estremisti di ogni sponda ammettono l’uso  della forza, accettano l’uso di una violenza che sana altra violenza, con la pretesa di non esagerare troppo. Gli altri che ancora non conoscono il colore del sangue, non stanno da nessuna parte, se non con l’utopia della creazione di un mondo perfetto. C’è davvero un grande spreco di intendimenti corrosi dagli inganni, quando invece i morti sono morti, la guerra è guerra, il potere è potere. Occorre chiamare le cose e le persone con il loro nome, avere il coraggio di indicare, sì, la strada maestra, ma dopo avere percorso per intero   le vie laterali, quelle che hanno prodotto il presente. Bombe invisibili e morti nascosti, paesi lontani e paure vicinissime, indipendentemente dalla ragione o dalla compassione, c’è dispendio di immagini e di proclami, ma il cratere è in attesa di anime vaganti, anime con in mano il Corano o con il Vangelo. E’ un cratere che s’allarga e vomita intolleranze, però senza alcun Dio a fare da giustificazione. Addirittura non c’è più neanche paura di ciò che non vediamo, di rumori in sottofondo, di boati  e di silenzi improvvisi. Regna incontrastata l’indifferenza che procede spedita sotto i cingoli di quelli che non ammettono cedimenti. Non udire il fremito della resa alla follia, significa rimanere davvero indifesi, non sapere reagire con giustizia agli accadimenti. Morti ammazzati innocenti di là, qualche centinaio di bimbi di qua, per confermare quanto poco giova la nostra tecnologia, i nostri sistemi di sicurezza, le nostre belle rassicurazioni, quando c’è l’imprevedibilità che non pone alcun annuncio. Ci rifugiamo nella giustizia che corre sull’analfabetismo emotivo  che ci coglie ogni qualvolta siamo chiamati a porvi rimedio. Ci stiamo abituando alla guerra vera, ai morti sul selciato, a quelli che ancora respirano ma sono ruderi ambulanti. E nonostante questo palcoscenico mondiale, che non è affatto un proscenio virtuale,  ma presente e futuro all’intorno, persiste la corruzione del linguaggio, l’autoipnosi della parola attraverso una reazione che non ha mediazione, perché l’angoscia e l’inquietudine albergano tra i nostri possedimenti, non certamente nella disperazione e nel dolore di quanti a brandelli saltano per aria su una mina o una bomba sganciata assieme agli inevitabili effetti collaterali. Forse è il caso di ridimensionare l’uso di una etimologia di tendenza, e affermare che le guerre possiedono l’abito mentale dell’assassino. Forse è il caso di curarci delle parole che contano per davvero, per indurci infine a curarci di più delle persone, anche quelle che solamente tolleriamo.

Il gioco delle carte truccate

Il gioco delle carte truccate

di Vincenzo Andraous

Geopolitica, politica, politicanti e politichese, insomma il gioco delle tre carte, esposto all’ennesima potenza, sotto una coltre di parole, di intendimenti, di azioni, tutte incentrate a coprire o mistificare la realtà, quella degli affari, del business, degli interessi incrociati, ove tutti fanno la loro poco bella presenza, ma nessuno s’addossa la più piccola responsabilità. Eppure la compra-vendita di armi, di tecnologie sofisticate di distruzione, gonfiano a dismisura i capitolati di ogni governo, fanno guadagnare ognuno e ciascuno, senza il benché minimo rischio di  rimanere intrappolati, là, dove infuria la battaglia, soprattutto, là, dove le nefandezze più inenarrabili sono l’unico pane quotidiano. Le commesse battono la gran cassa, i produttori non si fanno troppi scrupoli, il guadagno è troppo insensatamente appetibile. Non si può vendere armi a quello stato, ma si possono vendere a quell’altro, che a sua volta consegnerà i pacchetti regalo a chi di dovere senza infrangere alcuna legge internazionale. Insomma ogni governo che cade, che vince, che si avvicenda, sul tema delle armi, non esibisce alcuna discontinuità, anzi, traccia  una unica via maestra, la ricerca rapidissima per una crescita degli investimenti militari collegandosi alle zone a più alta tensione. Aggirando i soliti blocchi imposti dal potente di turno, che però chiuderà un occhio nei riguardi del proprio amico-suddito-supino. Non serve diventare matti a leggere i rapporti dei più  autorevoli istituti di ricerca, a dare l’esatta misura del mercato della guerra è l’aumento esponenziale dei conflitti, dei massacri, dei silenzi e delle omertà consolidate, con particolare riguardo verso quei territori disumanizzati al punto da non fare neppure più notizia, e per i morti, e per la potenza di fuoco messa in campo da questo o da quell’altro. Geopolitica e politica, timbrano il passaporto alle multinazionali del crimine, e lo fanno con astuzia, con freddezza, con calcolo lungimirante, infatti la matematica non è un opinione e i numeri posseggono la loro musicalità, poco importa se le note camminano tra ruderi e cadaveri. Le armi consentono di fatturare miliardi di dollari, è questo introito che ci fa voltare le spalle e lo sguardo da un’altra parte, e la famosa “comunità internazionale”, è ben rodata a sopportare il sangue della vergogna che ne deriva.Qualcuno ha scritto: “le guerre si fanno con le armi, quindi, meno armi si producono e commercializzano meno morte e distruzione seminiamo. Fino a quando non renderemo almeno marginale l’economia di guerra che caratterizza molti stati, riducendo numero di armi e armamenti leggeri e pesanti non faremo che favorire terribili conflitti”. Fra poco è Pasqua e nuovamente Cristo sarà crocifisso.

Aveva sedici anni

Aveva sedici anni

di Vincenzo Andraous

Un colpo di pistola e il mondo con tutti i suoi colori svanisce d’improvviso. Quei colori che già erano in fuga, lasciandoti sola con i detriti ritenuti insormontabili.
Una ragazzina di sedici anni impugna la pistola del padre e fa fuoco su di se.
I colori anche quelli che “stavano” scappando, adesso sono ritornati lì, inginocchiati a quel corpo scomposto.
Quando accadimenti come questo ci attraversano la strada mettendoci con le spalle al muro, per noi adulti è un preciso dovere, obbligo, fin’anche necessità, domandarci: come può una adolescente esser talmente disperata da non intravedere più alcuna speranza, più alcuna uscita di emergenza.
Sedici anni dentro un mondo capovolto, che non ha più un senso, non consegna più risposte, sedici anni pervasi da una sensazione di inadeguatezza, fino a giungere in prossimità di un silenzio drammatico quanto il bisogno di dare un taglio alla sofferenza più ostinata, un dolore profondo che scava, scava, scava, nella solitudine più colpevole.
Una ragazza muore per una scelta libera? Assolutamente no, come qualcuno invece molto semplicisticamente potrebbe male interpretare. Muore perché quella dignità che ognuno e ciascuno di noi porta ben allacciata in vita, subisce scossoni, torsioni, ripiegamenti tali da non ritenere più prioritario il rispetto per se stessi, dunque il venir meno di quella manutenzione irrinunciabile ad alimentare la consapevolezza del nostro valore umano.
Non sono le formulette disegnate alla lavagna, a insegnarci il valore del rispetto, per noi stessi e gli altri, infatti ciò lo si apprende solo e unicamente attraverso la pedagogia della nonna, cioè del buon l’esempio.
Una brava ragazza dicono tutti, a significare una adolescente che faceva diligentemente il suo, una giovane che non dava problemi, non moltiplicava i mal di testa, non disturbava ne rubava tempo ad alcuno. Forse allora, assai meglio che ne consegnasse brevi mano qualcuno di questi grattacapi, di questo disagio sottopelle, di queste rese mal addomesticate.
Quando penso a questa ragazzina, mi ritorna in mente, un altro ragazzino, sopravissuto miracolosamente alla tragedia, rammento come era tronfio nel dire che lui non aveva bisogno di nessuno, non si fidava di nessuno, perché tutti erano lì per darti una fregatura.
Entrambi per vie differenti, sordità diverse, non ce l’hanno fatta a rimanere fermi sul posto, hanno preferito il salto in avanti, manco fosse quel buio bucato a dare sollievo alla propria sofferenza.
Quel dolore dapprima sconosciuto allo stato della mente, rende ogni cosa priva di importanza, di fascino, spogliata di qualunque passione. Ma nonostante tutto rimane inalterata la non-scelta di fidarsi di qualcuno, di chiedere aiuto a qualcuno. So bene che non sempre è facile o scontato farlo, ma chi riesce ad alzare la mano, a chiedere un ascolto, a toccare la spalla di una persona autorevole, ebbene quel ragazzo non è un debole, uno sfigato, bensì una persona veramente forte.

Bimbi trattati come cose inutili

Bimbi trattati come cose inutili

di Vincenzo Andraous

Ancora, ancora e ancora, in un asilo nido, in una scuola materna, in uno spazio dell’infanzia, ancora, ancora e ancora botte, percosse, umiliazioni, ferite profonde, sui bimbi, sui genitori, su una società allo sbando, una collettività ripetutamente colpita alle spalle, a tradimento. Perché di un vero e proprio tradimento si tratta, dapprima culturale, affettivo, comunitario, nei riguardi di creature innocenti, indifese, incolpevoli. Quando accadono queste infamie così ben documentate dalle immagini delle video camere nascoste, non ci possono essere dubbi sui crimini commessi, tanto meno su chi li sta commettendo, e ancor di meno sull’onere della prova, perché inconfutabile. Trattandosi di reati veramente indegni, infarciti di una miserabilità dis-umana inconcepibile, c’è da chiedersi come sia possibile non usare lo stesso metro di misura in tema di giustizia, di giusta punizione. Per un ladro di galline, per qualcuno che ruba al supermercato, in una casa, una macchina, e via dicendo, il delinquente in questione lo si arresta, lo si traduce in carcere, in attesa dell’eventuale dibattimento. Con una differenza, che il ladro di cui sopra può accadere che venga rilasciato perché risultato innocente, estraneo ai fatti, mentre invece chi alza le mani su un bambino, lo strattona e terrorizza, immortalato dalle video camere, dentro immagini inequivocabili che non consentono alcun giochino delle parti, dunque senza alcuna possibilità di farla franca, di affermare che stava scherzando, che si tratta di una esagerazione, peggio, di una percezione sbagliata. Ebbene, questi educatori così “professionali” nel mettere in campo maltrattamenti, lesioni personali e abuso di trattamenti scorretti, mai vengono accompagnati in una cella, più semplicemente allontanati e posti agli arresti domiciliari, mi domando perché? Cosa c’è da tutelare, da tenere in debita considerazione, per fare o agire di rimessa nei confronti di queste persone che non meritano di vedere neppure da lontano le attenuanti prevalenti alle aggravanti. Allora perché dopo tanta infamia, se ne dovrebbero stare al comodo del proprio lettuccio? La dignità ha preso un’altra strada, queste donne, questi uomini che dovrebbero rappresentare l’educazione, esser i veri protagonisti dell’importanza della gentilezza, fautori della pazienza, figli prediletti della pedagogia della nonna, cioè del buon esempio, che significa senza tentennamenti grammaticali, avere profondo ribrezzo di metodi coercitivi o usare le mani come didattica educativa. Credo davvero che la dignità sia andata dispersa come la consapevolezza del proprio valore che dovrebbero custodire sacralmente invece di aggredire verbalmente e fisicamente bambini così piccoli.

Emergenza educativa

Emergenza educativa

di Vincenzo Andraous

Da tanto tempo non sentivo più questa affermazione, o meglio, la sentivo e come, tra gli addetti ai lavori, tra coloro che operano sul campo, tra quelli che si sporcano le mani tutti i giorni, sul fronte del disagio giovanile e più compiutamente nella prevenzione delle varie forme di violenza che vedono coinvolti sempre più giovani.

Tutto di un colpo ci accorgiamo che vengono picchiati gli arbitri e dunque occorre il pugno duro per chi non rispetta le regole, per chi non rispetta gli altri oltre che se stesso, c’è necessità di fare tabula rasa anche dei campioni sportivi che reagiscono malamente al richiamo degli arbitri, definendoli indegni.

L’obice è puntato dritto su quanti pensano di poter fare e disfare a proprio piacimento pur di non sottostare a norme e regole largamente condivise.

Però qualcosa non mi quadra, qualcosa è fuori dalle metrature appena elencate, qualcosa manca all’appello, sì, qualcosa è incredibilmente assente nella discussione da poco messa in atto a furor di slogan.

Emergenza educativa s’è detto, è davvero così, ne sono convinto, perché ho preso atto personalmente di quanto coloro che dovrebbero essere veri e propri esempi siano invece i veri colpevoli, gli imputati che sempre più spesso sono assenti ingiustificati alla sbarra.

I giovani come ha ben detto qualcuno “fanno anche del male, ma sognano di fare del bene”, dunque occorrerebbe più equilibrio e più gestualità autorevoli nel fare quotidiano da parte del mondo adulto, affinché riescano a comprendere il valore della vita umana e la fatica necessaria a mettere in atto la giusta manutenzione per avere cura della propria dignità personale.

Mio nipote è un pulcino della squadra della sua città, uno spasso osservarlo in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, sono banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine.

Incredibile ma vero, su quel campo si gioca a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidono senza timore di obiezioni chi esce e chi entra.

Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato.

Perché allora non mi quadra la filippica nazional popolare sul reprimere chi adolescente è preda di rabbia e frustrazione?

C’è qualcosa di assai più specifico che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con impegno, professionalità e tanto amore.

Ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.

Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombono sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri eroi del pallone.

Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre.

Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, dei battaglioni del mondo adulto ancora una volta imputato assente e recidivo, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza.

Oggi qualcuno propende per il pugno duro nei riguardi di chi adolescente colpisce un arbitro, oggi qualcuno parla sebbene in ritardo di emergenza educativa, oggi qualcuno sarà bene faccia i conti non soltanto con il pianeta giovani, ma soprattutto con l’indifferenza omertosa e colpevole del mondo adulto.

Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i “giovanissimi” non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.

Chissà forse sarà bene che ogni genitore imiti quel Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, perché ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro.

A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio.