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L’intercessione della solidarietà

L’intercessione della solidarietà

di Vincenzo Andraous

In quel palazzone ci vivono tanti uomini e tante donne, ci  abitano bimbi e anziani, stanno lì da tanto tempo, è vero, occupando illegalmente lo stabile, ma tenendolo pulito, vivendoci dentro con la dignità delle persone povere, ma ricche di valori umani. Non si tratta di un agglomerato sub-urbano dove si spaccia droga, si svendono corpi e materiali sottratti indebitamente, bensì di uno stabile gremito di povera gente, di persone provenienti da ogni parte del mondo, esseri umani tolti dalla strada e da una sopravvivenza forzata. Qualcuno ha deciso di fare qualcosa, di rompere gli indugi, soprattutto di scardinare una certa indifferenza sociale. Qualcuno ha compreso la gravità della situazione, non tanto e non solo per le famiglie allo sbando, ma per i tanti bambini, adolescenti, minori, costretti al buio, al freddo, a non lavarsi. L’Ente ha deciso di staccare la corrente elettrica, da una settimana là dentro, regnava l’oscurità,  non pagando le bollette, automatica è la risposta di sospensione di erogazione dell’energia elettrica. Nulla da eccepire, nulla da obiettare, nulla da usare come leva per distorcere la verità. Tutto fila dritto in questa narrazione, ma forse a ben guardare non proprio tutto, perché quando ci sono di mezzo i bambini, gli innocenti, quelli che eravamo noi, i tanti pezzetti di noi sparsi all’intorno, ebbene, c’è poco da voltarsi dall’altra parte, ancor meno da rifugiarsi nelle leggi e nelle prescrizioni, per far si che la coscienza rimanga al calduccio più accogliente. I bimbi non  hanno colpe, non sanno neppure cosa significhi inadempienza,  inassolvenza, precarietà e impossibilità a fare fronte al pagamento di una bolletta. Qualcuno finalmente ha deciso di intercedere, per dirla alla Cardinal Martini, di fare un passo non solo avanti, ma addirittura in mezzo, là, dove la tempesta infuria. Un uomo di Chiesa, uno di quelli alti, non per altezza fisica, ma per autorevolezza, ha deciso di infrangere la regole, dunque ha tolto  i sigilli, ha riattaccato la corrente. Ha riconsegnato a quella umanità innocente una parvenza di giustizia, sì, giustizia dell’ingiustizia. Ora si profanerà con giudizi che non conoscono appieno la storia ciò che è stato, si imbratterà con parole a metà la realtà,  si tenterà di zittire la propria responsabilità con l’ausilio dell’ideologia. Il Cardinale ha commesso volontariamente un reato, affronterà il duro e minaccioso destino che lo attende, ma il messaggio non è sdoganare chiunque farà altrettanto, bensì prendere posizione, mettersi a mezzo, di traverso letteralmente, quando il virtuale annienta il reale, le frasi fatte e coniate a più riprese su come la paura sia soltanto un surrogato da seppellire nella sfrontatezza della sfida. Come ha detto qualcuno: le paure indicano che possiamo perderci, che c’è un labirinto, che ci sono mostri; molte volte però i mostri sono dentro di noi e siamo noi a renderli tali. Quando sono i bambini a soffrire, c’è poco da disegnare slogan a pochi denari, piuttosto c’è da mettere in campo la solidarietà costruttiva, quella edificata attraverso il sudore della fatica, le emozioni del cuore, indipendentemente dai rumori della pancia.

L’innocenza colpita e scavalcata

L’innocenza colpita e scavalcata

di Vincenzo Andraous

Una sparatoria, un uomo abbattuto, un’esecuzione in piena regola.Eppure la regola è infranta, le regole non sono più santificate né rispettate. La scena è da film d’azione, una sorta di Gomorra live, dove si parla di guaglioncelli, di ragazzini sparatori, di minori tutto fare, eppure anche qui qualcosa non sta al suo posto, le parole e i copioni sono argutamente imbellettati per meglio affascinare, invece, i fatti diversamente sono imbrattati di vergogna, del sangue della vergogna. Mentre si rincorre il nemico, la canna della pistola evidentemente non sta ferma, la mano trema, le dita friggono, i colpi vanno all’impazzata, talmente a destra e a manca, che una bimba, sì, una bimba, rimane distesa sul selciato. E cosa fa il nostro guerriero di turno? La scavalca e continua la sua mattanza, la scavalca infischiandosene bellamente di quella bimba innocente a terra. Qui non si tratta di film, di copioni, di parti da recitare da adolescente difficile, a giovane trasgressivo, per significare che quando non si possiede capacità di subordinare qualche passione a qualche regola, ciò trascina spesso nella devianza, nella criminalità, nel gioco della prepotenza e dei soprusi, dell’indifferenza alle vittime innocenti, che spesso, sempre più spesso rimangono senza giustizia. Accadimenti come questo non debbono consentire giustificazioni, né attenuanti, tanto meno silenzi dettati dalla paura, fatti come questi impongono una presa di coscienza senza se e senza ma, ben oltre le marce dell’ indignazione, c’è necessità di invadere ogni metro di territorio imbizzarrito, ogni centimetro di mascherata inadeguatezza, ogni luogo e ogni spazio di ingannevole fortezza del potere. C’è necessità di ribaltare il punto di contatto tra passato e presente, per non rimanere ancora prostrati e quindi assenti nei modelli di riferimento certi, perché autorevoli, e dunque accreditati di autorità acquisita sul campo. Criminalità organizzata, crimine, reato, no, qui c’è di più e c’è di peggio, perché quando s’ammazzano i bambini innocenti, non esistono più paletti né limiti a tutela di chicchessia, neppure leggi appropriate a confortare sotto il peso della tragedia. Questa è una vera e propria urgenza educativa rivolta alla collettività, a coloro che sono società, a quanti accettando di fare un passo in mezzo, là, dove infuria la tempesta, possono spostare le assi di coordinamento comportamentale di ognuno e di ciascuno,  non sottraendosi al rispetto dell’altro, educare a non rubare la dignità dall’altro, per non confermare quotidianamente l’incontro consapevole con i vicoli ciechi, l’impatto inconsapevole con la violenza della strada, il suo corollario di falsi miti. Una bimba è rimasta scomposta sulla strada, prossimità del dolore più atroce, del dolore più ingiusto, del dolore più inaccettabile, una bimba innocente, colpita, scavalcata, lasciata a morire come Cristo in croce. Forse anche questa amara riflessione non eleverà il grado di civiltà necessario per migliorare lo stato delle cose, ma forse aiuterà qualcuno a non ingrossare le fila di una certa indifferenza sociale.

Nella frazione di uno sparo

Nella frazione di uno sparo

di Vincenzo Andraous

Ogni giorno donne prese a calci, spintonate, percosse, umiliate, ammazzate.

Tutti i giorni il bollettino di morte si gonfia a dismisura, rende incomprensibile il fare di conto, perfino la matematica che non è un’opinione, diventa  un’esagerazione sostenibile.  Un giorno si e l’altro pure si usa l’acido, il coltello, la pistola diventata oramai un dato esponenziale.

Si muore per una storia finita, per una convivenza forzata, perché l’amore diventa una prigione, per il delirio di possesso che non è mai amore, ma malattia che consuma la ragione e l’ultimo battito di cuore.

Le donne rimangono a terra, scomposte, con gli occhi reclinati, sempre e solo le donne a cadere nell’angolo buio dove non è più dato vedere, sentire, sopravvivere, figuriamoci vivere. Le donne soccombono ripetutamente, gli uomini afferrano le loro vite e ne fanno un nodo scorsoio, dove anch’essi a conclusione della tragedia intendono scomparire.

Donne catturate, abbattute, con le spalle al muro, denudate, colpite con i pugni, con i calci, donne violentate, azzerate, private della propria dignità, donne come prede studiate a tavolino, seguite e rincorse, chiuse nello spazio della follia dis-umana.  Donne violentate dal branco, dall’insieme di incapaci a essere uomini, a essere maschi, a essere umani.

Quante donne inchiodate all’infelicità imposta dalla prepotenza, accettazione della resa al più forte, nel terrore a perdere ruolo di madre, professione lavorativa, i propri figli.

La vita divenuta commedia della rassegnazione alle offese, alle botte, alle violenze moltiplicate all’infinito, percepite come meno terribili di ciò che potrebbe attendere dietro l’angolo della porta lasciata aperta.

Donne in balia del sopruso, della prevaricazione, dove l’uomo è strumento di sofferenza, di lacerazioni profonde, annuncio di morte, gli uomini non sanno reagire né colmare il disagio del proprio fallimento, dei propri errori rivendicati a ragione con gli schiaffi, le minacce, i colpi scagliati senza provare alcuna vergogna.

Non tutti gli uomini sono così fragili e deboli da travestirsi da belligeranti di genere, non tutti e meno male, ma ce ne sono tanti, troppi,  intrufolati nelle relazioni che dapprima emozionano e coinvolgono, ma che poi franano e impattano con la loro viltà d’animo, con la propria storia falsificata dalle menzogne, con i simboli della durezza maschile che non consentono confronto alla tenerezza.

Chi maltratta, umilia, fa del male a una donna, non è soltanto un uomo o quel che ne rimane, affetto da una sorta di disturbo della personalità, è di più, e di più spregevole, perché tra le quattro mura domestiche, nel garage eretto a spazio del dolore altrui, quegli uomini assumono la posizione di chi nella violenza ritrova parti derelitte di se stessi, mentre all’esterno mettono in mostra gentilezza ed educazione, disegnando una recita ingannevole e maleodorante, dove la collettività rifiutando di farci i conti, consente il perpetrarsi di violenze scritte in partenza, già conosciute, disperatamente annunciate più volte.

Primo maggio

Primo maggio

di Vincenzo Andraous

Festa del lavoro, festa dei lavoratori, festa in piazza, festa di chi fatica, suda, arranca, inciampa, fa salite e poche discese. Chissà perché la chiamano festa, quando dovrebbe esser giornata dedicata alle memorie corte, ai riassunti corti, alle sintesi di facciata ancora più assottigliate. Festa di che, di che cosa, di chi, quando i lavoratori sono sempre meno e spremuti come limoni, quando muoiono giovani e disperati, quando rimangono stesi o affogati con gli occhi spalancati. Festa del lavoro che non c’è, e quando ve ne fosse è lavoro di rincalzo, di sgambetti e spintoni, lavoro di orario che non c’è, lavoro di seconda mano, lavoro rassegnato all’esistente iniquo, con gli anni che passano, testimoni di un tempo dove gli uomini per mangiare rispondono a chiamata.

Festa del lavoro, Primo maggio, le righe non stanno mai ferme, gli accenti rimbalzano, le virgole esplodono mentre la punteggiatura trattiene il respiro, allora sono le pause a marcare il passo, a dare uno spazio all’esperienza, attraverso l’accoglienza e l’accompagnamento delle parole.

Uno ripensa alla propria strada, quella che ha lasciato, l’altra che ha trovato, quell’altra che non ha saputo bene interpretare, eppure oggi è festa, è celebrazione di emozioni che hanno dato senso ai passi di ognuno e di ciascuno. Tutti sanno cos’è il Primo maggio di ogni anno, tutti conoscono la festa del lavoro, tutti nessuno escluso è finalmente festeggiato. Ma ogni volta questa ricorrenza rammenta le pagine di un libro,  come una voce che viene da lontano, dapprima incomprensibile, indecifrabile, pian piano diventa nota che sale per resistere ai piani inclinati della vita, e come la storia di ognuno, continua su una pagina nuova, scritta ora, letta ieri, appoggiata nella polvere, nel colore sbiadito, al tempo che non muore mai.

E’ festa dei lavoratori, quand’anche il libro degli assenti, dei feriti, dei malconci e dei divenuti diseredati, hanno riempito le pagine, le zone d’ombra, pure quelle che sfuggono, che stanno lontane, ma hanno desiderio di rivelarsi, di mostrarsi, anche quando il bilancio è chiaramente in rosso, e non è facile distaccarsi dal passato, dal presente, dal suo peso, consapevoli che il futuro non è più nelle nostre mani.

Festa delle braccia, delle mani, dei corpi e delle menti, festa di chi non lavora, di chi lavora sfruttato e sottomesso, lavoratori dalla pelle scura, bianca, nell’angolo più buio della privazione, della paura, dei ricatti e dei soprusi, è tutta carnagione da festeggiare.

E’ festa che assomiglia nuovamente a quelle pagine bianche di quel libro, non è solo carta, inchiostro, segni, è anche strumento di conto, è somma, detrazione, dove le certezze, i superlativi degli assoluti, sono pandemia del dubbio, persino quando si ha bisogno di credere a Dio nel domani negato.

Quante storie sono rimaste appese a un filo di voce, quanti fremiti incorniciati a una lacrima, i libri sono come le persone, bisogna trattarne bene le angolature, le spigolature, le assenze e le presenze, hanno storie e mondi a cui appartengono, posseggono anima, come gli uomini che vi sono elencati,  che soffrono, amano, mantengono l’umanità a immagine e somiglianza di quello scrittore sgangherato, così bravo da diventare architetto non solo della parola, ma della vita che abbiamo il dovere di vivere.

I libri hanno la voce di chi è stato costretto per secoli a tacere,  a rimandare, anche a mentire, sono pane e acqua, sono ciò che manca per avere un sogno per chi non ne ha, perché gli sono stati ripetutamente rubati, peggio, rapinati dalle promesse mai mantenute.

Una festa del lavoro dopo l’altra, una pagina dietro l’altra, sopra l’altra, per comprendere cosa siamo stati capaci di fare, quanto sappiamo combattere per onorare una responsabilità, quanto siamo coscienti delle idee e delle parole che fanno amore, passione, sacrificio.

Le guerre ipocritamente dimenticate

Le guerre ipocritamente dimenticate

di Vincenzo Andraous

Sulle guerre si sprecano da sempre gli aggettivi, i sostantivi, le banalità,  gli estremisti di ogni sponda ammettono l’uso  della forza, accettano l’uso di una violenza che sana altra violenza, con la pretesa di non esagerare troppo. Gli altri che ancora non conoscono il colore del sangue, non stanno da nessuna parte, se non con l’utopia della creazione di un mondo perfetto. C’è davvero un grande spreco di intendimenti corrosi dagli inganni, quando invece i morti sono morti, la guerra è guerra, il potere è potere. Occorre chiamare le cose e le persone con il loro nome, avere il coraggio di indicare, sì, la strada maestra, ma dopo avere percorso per intero   le vie laterali, quelle che hanno prodotto il presente. Bombe invisibili e morti nascosti, paesi lontani e paure vicinissime, indipendentemente dalla ragione o dalla compassione, c’è dispendio di immagini e di proclami, ma il cratere è in attesa di anime vaganti, anime con in mano il Corano o con il Vangelo. E’ un cratere che s’allarga e vomita intolleranze, però senza alcun Dio a fare da giustificazione. Addirittura non c’è più neanche paura di ciò che non vediamo, di rumori in sottofondo, di boati  e di silenzi improvvisi. Regna incontrastata l’indifferenza che procede spedita sotto i cingoli di quelli che non ammettono cedimenti. Non udire il fremito della resa alla follia, significa rimanere davvero indifesi, non sapere reagire con giustizia agli accadimenti. Morti ammazzati innocenti di là, qualche centinaio di bimbi di qua, per confermare quanto poco giova la nostra tecnologia, i nostri sistemi di sicurezza, le nostre belle rassicurazioni, quando c’è l’imprevedibilità che non pone alcun annuncio. Ci rifugiamo nella giustizia che corre sull’analfabetismo emotivo  che ci coglie ogni qualvolta siamo chiamati a porvi rimedio. Ci stiamo abituando alla guerra vera, ai morti sul selciato, a quelli che ancora respirano ma sono ruderi ambulanti. E nonostante questo palcoscenico mondiale, che non è affatto un proscenio virtuale,  ma presente e futuro all’intorno, persiste la corruzione del linguaggio, l’autoipnosi della parola attraverso una reazione che non ha mediazione, perché l’angoscia e l’inquietudine albergano tra i nostri possedimenti, non certamente nella disperazione e nel dolore di quanti a brandelli saltano per aria su una mina o una bomba sganciata assieme agli inevitabili effetti collaterali. Forse è il caso di ridimensionare l’uso di una etimologia di tendenza, e affermare che le guerre possiedono l’abito mentale dell’assassino. Forse è il caso di curarci delle parole che contano per davvero, per indurci infine a curarci di più delle persone, anche quelle che solamente tolleriamo.

Il gioco delle carte truccate

Il gioco delle carte truccate

di Vincenzo Andraous

Geopolitica, politica, politicanti e politichese, insomma il gioco delle tre carte, esposto all’ennesima potenza, sotto una coltre di parole, di intendimenti, di azioni, tutte incentrate a coprire o mistificare la realtà, quella degli affari, del business, degli interessi incrociati, ove tutti fanno la loro poco bella presenza, ma nessuno s’addossa la più piccola responsabilità. Eppure la compra-vendita di armi, di tecnologie sofisticate di distruzione, gonfiano a dismisura i capitolati di ogni governo, fanno guadagnare ognuno e ciascuno, senza il benché minimo rischio di  rimanere intrappolati, là, dove infuria la battaglia, soprattutto, là, dove le nefandezze più inenarrabili sono l’unico pane quotidiano. Le commesse battono la gran cassa, i produttori non si fanno troppi scrupoli, il guadagno è troppo insensatamente appetibile. Non si può vendere armi a quello stato, ma si possono vendere a quell’altro, che a sua volta consegnerà i pacchetti regalo a chi di dovere senza infrangere alcuna legge internazionale. Insomma ogni governo che cade, che vince, che si avvicenda, sul tema delle armi, non esibisce alcuna discontinuità, anzi, traccia  una unica via maestra, la ricerca rapidissima per una crescita degli investimenti militari collegandosi alle zone a più alta tensione. Aggirando i soliti blocchi imposti dal potente di turno, che però chiuderà un occhio nei riguardi del proprio amico-suddito-supino. Non serve diventare matti a leggere i rapporti dei più  autorevoli istituti di ricerca, a dare l’esatta misura del mercato della guerra è l’aumento esponenziale dei conflitti, dei massacri, dei silenzi e delle omertà consolidate, con particolare riguardo verso quei territori disumanizzati al punto da non fare neppure più notizia, e per i morti, e per la potenza di fuoco messa in campo da questo o da quell’altro. Geopolitica e politica, timbrano il passaporto alle multinazionali del crimine, e lo fanno con astuzia, con freddezza, con calcolo lungimirante, infatti la matematica non è un opinione e i numeri posseggono la loro musicalità, poco importa se le note camminano tra ruderi e cadaveri. Le armi consentono di fatturare miliardi di dollari, è questo introito che ci fa voltare le spalle e lo sguardo da un’altra parte, e la famosa “comunità internazionale”, è ben rodata a sopportare il sangue della vergogna che ne deriva.Qualcuno ha scritto: “le guerre si fanno con le armi, quindi, meno armi si producono e commercializzano meno morte e distruzione seminiamo. Fino a quando non renderemo almeno marginale l’economia di guerra che caratterizza molti stati, riducendo numero di armi e armamenti leggeri e pesanti non faremo che favorire terribili conflitti”. Fra poco è Pasqua e nuovamente Cristo sarà crocifisso.

Aveva sedici anni

Aveva sedici anni

di Vincenzo Andraous

Un colpo di pistola e il mondo con tutti i suoi colori svanisce d’improvviso. Quei colori che già erano in fuga, lasciandoti sola con i detriti ritenuti insormontabili.
Una ragazzina di sedici anni impugna la pistola del padre e fa fuoco su di se.
I colori anche quelli che “stavano” scappando, adesso sono ritornati lì, inginocchiati a quel corpo scomposto.
Quando accadimenti come questo ci attraversano la strada mettendoci con le spalle al muro, per noi adulti è un preciso dovere, obbligo, fin’anche necessità, domandarci: come può una adolescente esser talmente disperata da non intravedere più alcuna speranza, più alcuna uscita di emergenza.
Sedici anni dentro un mondo capovolto, che non ha più un senso, non consegna più risposte, sedici anni pervasi da una sensazione di inadeguatezza, fino a giungere in prossimità di un silenzio drammatico quanto il bisogno di dare un taglio alla sofferenza più ostinata, un dolore profondo che scava, scava, scava, nella solitudine più colpevole.
Una ragazza muore per una scelta libera? Assolutamente no, come qualcuno invece molto semplicisticamente potrebbe male interpretare. Muore perché quella dignità che ognuno e ciascuno di noi porta ben allacciata in vita, subisce scossoni, torsioni, ripiegamenti tali da non ritenere più prioritario il rispetto per se stessi, dunque il venir meno di quella manutenzione irrinunciabile ad alimentare la consapevolezza del nostro valore umano.
Non sono le formulette disegnate alla lavagna, a insegnarci il valore del rispetto, per noi stessi e gli altri, infatti ciò lo si apprende solo e unicamente attraverso la pedagogia della nonna, cioè del buon l’esempio.
Una brava ragazza dicono tutti, a significare una adolescente che faceva diligentemente il suo, una giovane che non dava problemi, non moltiplicava i mal di testa, non disturbava ne rubava tempo ad alcuno. Forse allora, assai meglio che ne consegnasse brevi mano qualcuno di questi grattacapi, di questo disagio sottopelle, di queste rese mal addomesticate.
Quando penso a questa ragazzina, mi ritorna in mente, un altro ragazzino, sopravissuto miracolosamente alla tragedia, rammento come era tronfio nel dire che lui non aveva bisogno di nessuno, non si fidava di nessuno, perché tutti erano lì per darti una fregatura.
Entrambi per vie differenti, sordità diverse, non ce l’hanno fatta a rimanere fermi sul posto, hanno preferito il salto in avanti, manco fosse quel buio bucato a dare sollievo alla propria sofferenza.
Quel dolore dapprima sconosciuto allo stato della mente, rende ogni cosa priva di importanza, di fascino, spogliata di qualunque passione. Ma nonostante tutto rimane inalterata la non-scelta di fidarsi di qualcuno, di chiedere aiuto a qualcuno. So bene che non sempre è facile o scontato farlo, ma chi riesce ad alzare la mano, a chiedere un ascolto, a toccare la spalla di una persona autorevole, ebbene quel ragazzo non è un debole, uno sfigato, bensì una persona veramente forte.

Bimbi trattati come cose inutili

Bimbi trattati come cose inutili

di Vincenzo Andraous

Ancora, ancora e ancora, in un asilo nido, in una scuola materna, in uno spazio dell’infanzia, ancora, ancora e ancora botte, percosse, umiliazioni, ferite profonde, sui bimbi, sui genitori, su una società allo sbando, una collettività ripetutamente colpita alle spalle, a tradimento. Perché di un vero e proprio tradimento si tratta, dapprima culturale, affettivo, comunitario, nei riguardi di creature innocenti, indifese, incolpevoli. Quando accadono queste infamie così ben documentate dalle immagini delle video camere nascoste, non ci possono essere dubbi sui crimini commessi, tanto meno su chi li sta commettendo, e ancor di meno sull’onere della prova, perché inconfutabile. Trattandosi di reati veramente indegni, infarciti di una miserabilità dis-umana inconcepibile, c’è da chiedersi come sia possibile non usare lo stesso metro di misura in tema di giustizia, di giusta punizione. Per un ladro di galline, per qualcuno che ruba al supermercato, in una casa, una macchina, e via dicendo, il delinquente in questione lo si arresta, lo si traduce in carcere, in attesa dell’eventuale dibattimento. Con una differenza, che il ladro di cui sopra può accadere che venga rilasciato perché risultato innocente, estraneo ai fatti, mentre invece chi alza le mani su un bambino, lo strattona e terrorizza, immortalato dalle video camere, dentro immagini inequivocabili che non consentono alcun giochino delle parti, dunque senza alcuna possibilità di farla franca, di affermare che stava scherzando, che si tratta di una esagerazione, peggio, di una percezione sbagliata. Ebbene, questi educatori così “professionali” nel mettere in campo maltrattamenti, lesioni personali e abuso di trattamenti scorretti, mai vengono accompagnati in una cella, più semplicemente allontanati e posti agli arresti domiciliari, mi domando perché? Cosa c’è da tutelare, da tenere in debita considerazione, per fare o agire di rimessa nei confronti di queste persone che non meritano di vedere neppure da lontano le attenuanti prevalenti alle aggravanti. Allora perché dopo tanta infamia, se ne dovrebbero stare al comodo del proprio lettuccio? La dignità ha preso un’altra strada, queste donne, questi uomini che dovrebbero rappresentare l’educazione, esser i veri protagonisti dell’importanza della gentilezza, fautori della pazienza, figli prediletti della pedagogia della nonna, cioè del buon esempio, che significa senza tentennamenti grammaticali, avere profondo ribrezzo di metodi coercitivi o usare le mani come didattica educativa. Credo davvero che la dignità sia andata dispersa come la consapevolezza del proprio valore che dovrebbero custodire sacralmente invece di aggredire verbalmente e fisicamente bambini così piccoli.

Emergenza educativa

Emergenza educativa

di Vincenzo Andraous

Da tanto tempo non sentivo più questa affermazione, o meglio, la sentivo e come, tra gli addetti ai lavori, tra coloro che operano sul campo, tra quelli che si sporcano le mani tutti i giorni, sul fronte del disagio giovanile e più compiutamente nella prevenzione delle varie forme di violenza che vedono coinvolti sempre più giovani.

Tutto di un colpo ci accorgiamo che vengono picchiati gli arbitri e dunque occorre il pugno duro per chi non rispetta le regole, per chi non rispetta gli altri oltre che se stesso, c’è necessità di fare tabula rasa anche dei campioni sportivi che reagiscono malamente al richiamo degli arbitri, definendoli indegni.

L’obice è puntato dritto su quanti pensano di poter fare e disfare a proprio piacimento pur di non sottostare a norme e regole largamente condivise.

Però qualcosa non mi quadra, qualcosa è fuori dalle metrature appena elencate, qualcosa manca all’appello, sì, qualcosa è incredibilmente assente nella discussione da poco messa in atto a furor di slogan.

Emergenza educativa s’è detto, è davvero così, ne sono convinto, perché ho preso atto personalmente di quanto coloro che dovrebbero essere veri e propri esempi siano invece i veri colpevoli, gli imputati che sempre più spesso sono assenti ingiustificati alla sbarra.

I giovani come ha ben detto qualcuno “fanno anche del male, ma sognano di fare del bene”, dunque occorrerebbe più equilibrio e più gestualità autorevoli nel fare quotidiano da parte del mondo adulto, affinché riescano a comprendere il valore della vita umana e la fatica necessaria a mettere in atto la giusta manutenzione per avere cura della propria dignità personale.

Mio nipote è un pulcino della squadra della sua città, uno spasso osservarlo in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, sono banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine.

Incredibile ma vero, su quel campo si gioca a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidono senza timore di obiezioni chi esce e chi entra.

Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato.

Perché allora non mi quadra la filippica nazional popolare sul reprimere chi adolescente è preda di rabbia e frustrazione?

C’è qualcosa di assai più specifico che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con impegno, professionalità e tanto amore.

Ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.

Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombono sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri eroi del pallone.

Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre.

Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, dei battaglioni del mondo adulto ancora una volta imputato assente e recidivo, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza.

Oggi qualcuno propende per il pugno duro nei riguardi di chi adolescente colpisce un arbitro, oggi qualcuno parla sebbene in ritardo di emergenza educativa, oggi qualcuno sarà bene faccia i conti non soltanto con il pianeta giovani, ma soprattutto con l’indifferenza omertosa e colpevole del mondo adulto.

Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i “giovanissimi” non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.

Chissà forse sarà bene che ogni genitore imiti quel Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, perché ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro.

A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio.

La dignità questa sconosciuta

La dignità questa sconosciuta

di Vincenzo Andraous

Stavo seguendo un servizio al tg, persone anziane, sequestrate, torturate, malmenate per entrare in possesso di qualche euro. Che dalla notte dei tempi esistono i banditi, i delinquenti, i malavitosi è cosa risaputa, talmente risaputa, che si conoscono bene le loro sottoculture, codici, le leggi non scritte che tanta filmografia ha ben raccontato. Nell’ascoltare le voci rotte di persone così ingiustamente sofferenti, su quanto sono stati contretti a subire, mi sono sentito spinto avanti, come se dal basso della schiena, fosse salito un fremito così feroce da farmi sobbalzare. Non bisogna essere educande per comprendere  quanta sofferenza c’è in quel “a ogni domanda mi dava un cazzotto, poi non ho capito più niente. Ero convinto di non uscirne vivo”. Anziani indifesi presi a bastonate, manco fosse un’azione da andarne fieri, neppure negli androni più bui della violenza sono accettate queste infamie, e sebbene la criminalità abbia perduto verginità e onore, ancora oggi chi fa del male a donne, anziani e bambini è personaggio da non imitare. Sorge spontanea una domanda, per forza di cose c’è bisogno di una risposta, per non rimanere avvinti alla paura, alla banalità della ripetizione, alla stupefazione incongruente e alla assuefazione del male più indegno. Ma come si può colpire una persona totalmente indifesa, ridurla in poltiglia per arraffare pochi euri, come si può non impattare con un briciolo di umanità, oppure pensare anche lontanamente di farla franca, di non essere arrestati per un reato così odioso e inaccettabile, di non fare i conti con la propria coscienza, perché prima o poi quei conti si dovranno fare, anche chi pensa di non dover farne mai, e quando accadrà, si avrà finalmente giustizia, quella giustizia che a volte rimane anch’essa offesa e umiliata per il sangue degli innocenti sparso all’intorno. Che dire, che pensare, che fare, di fronte ad azioni così inspiegabili e vergognose, troppo facile fare mostra di parole al vetriolo, strette parenti di gestualità patibolari, le parole possono essere macigni e pesano ancor di più se pronunciate da labbra in cui crediamo e che sappiamo nutrire aspettative nei nostri confronti. Picchiare, seviziare, rapinare anziani indifesi non ha niente a che vedere con alcuna umanità seppure derelitta e sconfitta, perché anche quella umanità meno curata e benvoluta, sarebbe una umanità che non accetterebbe una condizione tanto dis-umana e quindi ingiusta. Quanti commettono queste atrocità sono persone che hanno dismesso residenza e domicilio con la propria dignità, senza più remora e rispetto per se stessi. Chi colpisce con tanta efferatezza persone inermi è un individuo che sa bene di non valere niente, e come ha ben detto qualcuno: di somigliare né più ne’ meno  a un bicchiere vuoto capovolto.

Morte a doppia mandata

Morte a doppia mandata

di Vincenzo Andraous

Che in carcere si muore è cosa nota, meno risaputo è che si muore di indifferenza, di violenza artefatta dalle parole, di malattia mentale.

C’è un bacino di utenza da doppia diagnosi da fare paura, un disagio mentale senza alcun vero e sostanziale accompagnamento alla risalita.

Si muore in silenzio, senza apparenti sussulti, neppure dettati dalla vergogna. Si muore e basta.

Stavolta però non è morto il solito detenuto ignoto, quello che in fin dei conti se l’è cercata, il tossico, l’extracomunitario, il delinquentone messo a pagare il proprio debito alla società.

No, non è morto quello a cui è tutto possibile fargli fare e peggio non fare, no, questa volta è morta la dignità di una nazione, di un paese, di una democrazia asfissiata da mille impedimenti ideologici.

No, questa volta è andata in frantumi davvero la speranza di un carcere diverso, più umano, più giusto, finalmente contaminato da una giustizia giusta.

Sono morti due bimbi, due creature che non erano equiparati ai bambini, erano numerini appoggiati alle sbarre della cella.

Bimbi a perdere, bimbi in carcere, bimbi preda della cosiddetta pena certa, senza però esser titolari di alcuna imputazione, tranne quella all’anagrafe, in balia di quanti mangiano e parlano e agiscono con la pancia.

La tragedia sconvolge le coscienze, inutile perdita di tempo l’attenzione al reale intorno, più semplice e sbrigativo cancellare le carriere di alcuni operatori, si trasferiscono i responsabili di questi eventi che magari non sono per niente responsabili di alcunchè, si mette in isolamento la madre snaturata.

Il caso è chiuso. Passiamo avanti.

Ma forse le cose non stanno proprio così, forse è il caso di capire una volta per tutte che gli innocenti in carcere non ci devono stare, gli innocenti stanno all’aria aperta-libera, le madri colpevoli stanno in carcere, le madri imputate di reato ma che hanno bambini piccoli stanno a casa, fin quando quei bimbi innocenti saranno più grandi, a quel punto quelle donne, madri,  persone condannate, persone malate, persone davvero da osservare e trattare, potranno scontare giustamente e correttamente la loro pena. In questa sorta di terra di nessuno qual è carcere, l’innocenza subisce scossoni, torsioni, rallentamenti, è come trovarsi costretti davanti a una porta e pensare continuamente cosa ci sarà dietro.

Qualcuno starà pensando che un bimbo non svolge queste riflessioni, è un bimbo. Invece oltre a quella porta, quel bambino, quell’innocente, sarà costretto a fare memoria di ciò che troverà ad accompagnarne passi e mugugni: sbarre, blindati e scrocchi di serrature a doppia mandata.

La morte vince sempre

La morte vince sempre

di Vincenzo Andraous

Ai miei tempi, a dodici anni, giù di lì, avere coraggio significava scavalcare in perfetta solitudine il muro del cimitero e restarci dentro per qualche tempo, oppure salire sul ponte della ferrovia e tuffarci dentro il lago.

Ai miei tempi così differenti da questi tempi, non eravamo meglio noi, più semplicemente nel frattempo siamo cambiati tutti noi.

Stavo leggendo di quel giovanissimo/i salito sul tetto del centro commerciale, e precipitato per una trentina di metri nella botola del condotto di areazione.

Alle 22, 30 si cerca la montagna da scalare, ci si arrampica senza vedere, dentro passi affrettati dell’agire per l’incapacità a rimanere fermi.

Chissà, forse hanno ragione quei luminari che ci dicono e sottolineano la pericolosità dei network, il virtuale che annienta il reale, le frasi fatte e coniate a più riprese su come la paura sia soltanto un surrogato da seppellire nella sfrontatezza della sfida.

Eppure anch’io ricordo bene l’adrenalina della fascinazione del vicolo cieco, la sfida al muro del buio, la suola delle scarpe che non tocca nemmeno terra, ci sei dentro fino al collo, non stai correndo, stai volando, è tutto un dritto, non ci sono curve, non ci sono ostacoli, niente e nessuno ti può fermare.

Niente e nessuno ti può fermare.

Niente e nessuno ti può fermare soltanto la morte, la tua, peggio, quella degli altri, degli innocenti che il più delle volte rimangono senza giustizia.

Anche allora come oggi il leit motiv era: “la morte non ci fa paura, la guardiamo in faccia”. Il problema è che sfidare la morte comporta sconfitte brucianti, il più delle volte la perdita è definitiva, infatti, al tavolo da gioco la morte vince sempre.

Lo sconcerto per questa tragedia sta tutto dentro la solita frase di rito: “era un bravo ragazzo», eppure oggi quel giovanissimo non c’è più.

Non conoscevo quel ragazzo, la sua storia, dunque non mi permetto di giudicare alcuno, genitori e adulti compresi, ma la paura è sinonimo di labirinto, di resa anticipata alla lotta che verrà.

Ho l’impressione che quando un adolescente cammina con gli occhi bendati nella notte cercando il proprio limite sul dirupo incombente, ciò confermi l’inaccettabilità dell’indifferenza intorno, in quella sfida al limite, tutta l’insopportabilità di una assenza: l’insegnamento a educare a volerci bene veramente, a rispettare noi stessi e gli altri.

Ma questa è tutta un’altra storia.

La povertà

La povertà

di Vincenzo Andraous

Qualcuno ebbe a dire: “Morire non è poi la cosa peggiore che possa capitare ad un uomo, guarda lì, sono morto da tre giorni e finalmente ho trovato la pace. Dicevi sempre che la mia vita era appesa ad un filo, beh! Adesso anche la tua è appesa ad un filo”.

Invece, nuovamente, e ancora, le parole assumono connotati serafici, sberleffi alla realtà che ci circonda, alla sostanza delle cose, il contatto è perduto, assente, come la sofferenza che sale dal basso e si propaga all’intorno senza neppure più la volontà di un perdono.

E’ povertà che trasale: mancanza di beni essenziali per la vita, cibo, medicine e casa.

E’ povertà che sta alimentandosi delle sottrazioni, le divisioni, le moltiplicazioni che comportano perdite e mancanze.

E’ povertà di là, di qua, da me e da te, ovunque c’è bisogno e dovunque ci sono montagne di parole nuove, dove ognuno ha fatto bene i propri compiti, ma ciascuno non ha ricevuto sollievo da alcuna giustizia, soltanto nuove e consunte parole.

Eppure sono in molti a voler tagliare quel filo che lega le parole, quel laccio che ammanetta la libertà di ogni uomo libero privandolo di scelta e azione, di dignità.

E’ incredibile come la politica sia arrogante e manipolatrice al punto da rendere gli incapaci dei formidabili utopisti ed i capaci ridotti a condottieri di battaglie perdute in partenza.

La povertà avanza e ingannevole l’eco ci ricorda le solite parole usate con tono di sfida, mettono in fila per tre, ben allineate, le compagini pronte allo scopo.

La neve è il sole si cambiano d’abito, ma ritornano sempre come ogni stagione a declinare inviti e sortite del cuore, il freddo e il gelo invece custodiscono le rese e le sconfitte, le trattengono fino al nuovo abbraccio mortale che verrà.

La povertà è come un colpo sparato ravvicinato allo stomaco, non c’è immediatezza con la morte, con la fine dei giorni, c’è efferatezza nell’agonia della sofferenza, del dolore, dell’angolo buio dove non è dato vedere.

La povertà non è una pagina bianca ingiallita, una fotografia impolverata, un passo dopo l’altro che sta dritto, i voti, i referendum, le elezioni, gli slogans, le cartellonistiche mediatiche, i messaggi istantanei, servono a poco se chi guida non guarda mai indietro.

La povertà è ciò che il potere che non fa servizio rapina al più debole, ruba a chi spesso non ha più voce neppure per chiedere pietà.

Comunque va tutto va bene, tutto procede al meglio, tutto è in linea con quanto promesso, attuato, irreggimentato, anche la povertà che non retrocede è soltanto uno spiacevole effimero evento critico.

Non Vedo Non Sento Non Parlo

Non Vedo Non Sento Non Parlo

di Vincenzo Andraous

A volte il mondo non sta al suo posto perché siamo noi a capovolgerlo, a tenerlo in bilico sulle parole di comodo, sugli slogan che fanno effetto, nelle cartellonistiche da pochi cents che però vanno dritte alla pancia di chi guarda senza vedere.

Ieri stavo osservando i filmati giunti dalla Libia, nello specifico dentro i campi di prigionia libici, i suoi lager riesumati a memoria per i migranti.

Dapprima guardavo lo scempio umano, la carne fatta a pezzi, guardavo senza muovere un muscolo, guardavo i corpi appesi per i piedi a grappoli di tre o quattro esseri umani alla volta, guardavo le vergate scagliate con forza sulle schiene nude, la cera incandescente fatta cadere a piombo sulla pelle, le botte, gli elettrodi, le grida delle donne terrorizzate, violentate, dei bimbi strattonati, stremati, guardavo gli occhi degli uomini, delle donne, dei bambini, inchiodati dalla paura, imbavagliati dalla morte in agguato.

Guardavo appunto.

Poi mentre osservavo la mostruosità del particolare, l’autorizzazione insita alla sofferenza, alla tortura, al sangue sparso all’intorno, montava un’ira profonda per la troppa scelleratezza di tanta infamia e miserabilità dis-umana, una rabbia assunta sequenza dopo sequenza.

Mi sono chiesto com’è possibile “vedere” tanto sfacelo con l’indifferenza della lontananza, come è possibile?

Ho pensato al mio amico Cardinal Martini, alla sua maniera di intendere l’intercessione, che non sta soltanto a preghiera silente, ma vero e proprio comando a mettersi in mezzo, là, dove infuria la disperazione meno raccontabile, perché davvero incomprensibile.

Se quei filmati non fossero passati alla censura di stato/i, saremmo ancora qui, a fare discorsetti da guerrieri da social su piedistalli di cartone.

Saremmo ancora qui a usare frasi da fascisti, commenti da comunisti, atteggiamenti pseudo democratici, oppure le solite mani giunte da ferventi cattolici.

Saremmo ancora qui come persone dalla somma dignità appesa alle parole spese male.

Ognuno con le proprie giustificazioni, scusanti, attenuanti.

Mai colpe, responsabilità, peccati innominabili.

I migranti, i rifugiati, gli extracomunitari, non entrano più in mare-terra nostra, dal precedente governo a quello attuale, rimangono là nei lager, negli stanzoni senza troppa aria né spazio vivibile, là, dove morire non è dato sapere, soltanto immaginare, quindi negare a oltranza che possano accadere cose simili dai nostri amici oltremare, negare a oltranza la cancellazione della vita umana, figuriamoci delle condizioni di vita di chi ancora sopravvive, accartocciato sul proprio niente, ma ancora vivo.

E comunque c’è sempre la possibilità di affermare che i video sulle torture sono fake news, riproduzioni ben confezionate dalle opposizioni.

Disarticolando l’unica verità che ieri governavano quelli là, oggi questi qui, poli opposti che convergono, che fanno melina, confondono e disperdono coscienza e giustizia sull’ingiustizia delle scomparse, delle torture, dei morti ammazzati non più in mare, ma nei campi di concentramento.

Il carcere delle parole senza vergogna

Il carcere delle parole senza vergogna

di Vincenzo Andraous

 

La società non è qualcosa di astratto, che si riduce al parlato, al raccontato, è piuttosto una comunità fatta di persone, di istituzioni, di regole autorevoli da rispettare. Il carcere è società, non certamente una manciata di feudi out rispetto alle normative statuali, ma soggetti fondanti lo stato di diritto, eppure il carcere è diventato quotidianamente un caso che desta interrogativi, inquietudini, sordamente rispedite al mittente. Dentro le celle ci sono persone che scontano la propria pena, persone che lavorano, altre che svolgono il proprio servizio volontaristico, si tratta in ogni caso di cittadini, siano essi detenuti, o che prestano la loro professionalità, che consegnano il loro tempo alla speranza di tirare fuori insieme il meglio da ogni uomo privato della libertà. Ma ciò può essere raggiunto unicamente operando con lo strumento dell’educare, non con la solita reiterata tergiversazione per impedire la comprensione, la possibilità di una parete di vetro, dove osservare quel che accade, o purtroppo non accade per niente, perché il diritto è sottomesso e violentato dal sovraffollamento, dagli eventi critici, dai problemi endemici all’Amministrazione. Il rispetto per il valore di ogni persona ha urgenza di essere inteso non come qualcosa di imposto, ma come una condizione esistenziale da raggiungere attraverso l’esempio di persone autorevoli, anche là, dove lo spazio ristretto di un cubicolo blindato, non dovrebbe mai annientare la dignità del recluso. Se è vero che le vittime sono quelle che soffrono dimenticate nella propria solitudine, se i parenti delle vittime se la passano peggio dei colpevoli, occorre davvero fermarci a riflettere, pensare quale società desideriamo, di conseguenza quale carcere condividere, e non rimanere indifferenti a un penitenziario ridotto all’ingiustizia di una afflizione fine a se stessa, al punto da sostenere strumentalmente che le misure alternative, la sorveglianza dinamica, sono innovazioni che screditano il buon andamento di una giustizia giusta, invece che progettualità tendenti a migliorare le persone e di conseguenza l’intorno reale. In questa sopravvivenza carceraria, c’è una incultura che alla pena di morte vorrebbe consegnare la patente salvavita, basti pensare ai tanti e troppi suicidi in questa metà di nuovo anno. Forse come nel Fidelio di Beethoven, non è sufficiente “cacciare via velocemente il cattivo suddito “, alle teorie assolute che pretendono di punire perché è stato commesso un reato, e le altre, che puniscono per impedire che nel futuro se ne commettano altri, c’è urgenza di chiederci quale persona entra in un carcere, e quale “cosa” ne esce, quale trattamento ha ricevuto quella persona, se oltre alla doppia punizione impartita, ha avuto possibilità di imparare qualcosa di positivo, o se invece di rieducazione, si tratta di una definitiva devastazione.