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Conversando con Benedetto Vertecchi

Conversando con Benedetto Vertecchi

di Maurizio Tiriticco

Caro Benedetto (Vertecchi)! Ottimo il tuo quarto “pezzo” pubblicato su “Academia”, dai titolo “Esperti senza esperienza”! E’ triste il fatto che, a fronte di cambiamenti così profondi, così epocali, direi, che stanno attraversando il nostro contesto/scenario sociopolitico (penso al nostro Paese: degli altri non so), la ricerca educativa sia silente! A fronte, invece, del grande “fragore” che ha prodotto negli anni Settanta e Ottanta! Erano gli anni delle grandi riforme, dai “decreti delegati” ai “nuovi programmi della scuola media”! E poi vennero il Progetto 92 e il successivo Progetto 2002! Per non dire degli Orientamenti del ’91, relativi alla scuola per l’infanzia (ne sono seguite riscritture a iosa, però tutte vere e proprie “rimasticature”!). E delle innovazioni nell’istruzione tecnica! Insomma, la ricerca educativa e le ricadute sulla scuola erano “cose” concrete! Oggi non so!

A volte penso che sono vecchio e che i vecchi pensano solo ai tempi “loro” come ai migliori, ma… inorridisco, quando leggo una legge 107 e alla inutilità di certi adempimenti che vengono imposti alle scuole! Ad esempio RAV e PDM!!! Non ti dico poi quante parole seguono, spesso al vento e quanti copio copias! Carte su carte che molti scrivono e che… nessuno legge! Poi arrivano le prove Invalsi a dettar legge a una scuola che di prove oggettive non sa nulla, e neanche della differenza che corre tra il misurare e il valutare! Soprattutto perché i dpr sulla valutazione che si succedono (ogni ministro vuol dire la sua!) tutto dicono tranne che le cose essenziali!!! Che cosa sono le conoscenze, le abilità, le competenze? Che cosa comportano la misurazione, la valutazione, la certificazione? Si tratta di concetti grossi come case, ma che si danno per scontati! Poi, però, arriva la “certificazione delle competenze”! Anche nella scuola primaria! Un bambino competente!

Li hai letti i documenti e le schede ad hoc che il Miur propina alle scuole primarie e medie? Un alunno e un genitore che li leggono non capiranno mai se il soggetto apprende o non apprende, se sa fare due più due oppure no! Se sa scrivere un “pensierino” corretto o pure no! Per non dire poi che una grande maggioranza dei genitori ormai percepisce la scuola come un megaparcheggio spazio/temporale! E guai se un insegnante si permette di assegnare un voto negativo! Le aggressioni agli insegnanti sono il segnale del fatto che la scuola non è percepita come quell’ascensore sociale che piaceva tanto al ministro Giuseppe Fioroni! Taccio sulla certificazione delle competenze con cui si dovrebbero concludere gli esami che tutti si ostinano a chiamare di maturità, quando questa è stata cassata (si fa per dire!!!) dalla legge 425/97 (ministro Berlinguer), con cui si prevedeva che si dovesse “dare trasparenza alle competenze, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”. Altro che trasparenza! In effetti oggi fa fede solo il voto/punteggio finale! E, se poi c’è la lode, è meglio! Anche perché il nuovo “pezzo di carta” non differisce molto dal vecchio! Insomma, competenze addio!

In effetti, abbiamo una scuola in cui si insegna poco e male e in cui difficilmente si socializza a certi valori… se vogliamo tirare in ballo i “princìpi fondamentali” della Costituzione! Anche se esiste una disciplina ad hoc: Educazione alla Cittadinanza! Una volta Cittadinanza e Costituzione! E prima ancora “Educazione civica”! Come sai, questa disciplina venne introdotta nel lontano 1958 da Aldo Moro, allora Ministro della Pubblica Istruzione; interessava le scuole medie e le scuole superiori per due ore al mese, obbligatorie, affidate al professore di storia. Però, non prevedeva né valutazione né voto, per cui, in una scuola tutta fondata da sempre su voti e pagelle, l’Educazione civica di fatto, tranne forse qualche rara eccezione, non esisteva. Si tentò anche di farne una “cosa” diversa e più “appetiibile” per gli studenti ed anche per gli insegnanti! Ci lavorai anch’io con il buon Luciano Corradini, quando era ministro Giancarlo Lombardi, convinto che, con la sua esperienza di boy scout, la rivalutazione di questa disciplina avrebbe potuto fare qualcosa di buono per la scuola e per lo sviluppo/crescita dei nostri studenti! Illusione!

In effetti, una scuola più civica, o più civile, non mi sembra di vederla oggi! La scuola, se diamo retta a Marx, è la sovrastruttura di un dato contesto sociale, per cui, ne riproduce valori e disvalori! E quando i disvalori aumentano… Per non chiamare poi in causa anche Bourdieu e Passeron! Siamo agli inizi degli anni Settanta! Autori de “La riproduzione. Elementi per una teoria del sistema scolastico”. Insomma, secondo alcuni, l’educazione e la scuola non fanno altro che riprodurre atteggiamenti e comportamenti in atto nel sociale. Però è anche opportuno ricordare che, sempre in quegli anni, nel lontano Brasile, Paulo Freire sviluppava la teoria, anzi la teologia, dell’educazione come strumento di liberazione. Insomma, la scuola “conforma” o “libera”? Un dilemma che di fatto è più che attuale! Per non dire che un certo Ivan Illich aveva anche pensato che fosse venuta l’ora di “descolarizzare la società”! Mah! Anche se le TIC e il web oggi incrementano i processi dell’Insegnare/apprendere, la questione dei fini e dei valori è sempre aperta! Almeno mi sembra! E vorrei essere smentito!

Un PD allo sbando?

Un PD allo sbando?

di Maurizio Tiriticco

Il PD! Una grande tradizione, ma… prima di procedere sul “ma”, penso che sia bene ricordarla questa tradizione, e ricostruirla nei suoi passaggi più importanti, anche in occasione del quarantesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, che per certi versi non è affatto estraneo alle vicende dell’evolversi della storia dei comunisti italiani. Com’è noto, alla fine degli anni settanta del secolo scorso Aldo Moro ed Enrico Berlinguer si adoperarono per dar vita a un nuovo “soggetto politico”, o meglio a un “compromesso” che in molti definirono “storico” e che rappresentasse la migliore tradizione della Democrazia Cristiana – versione Don Luigi Sturzo – e del Partito Comunista Italiano, quello di Gramsci e quello della “svolta di Salerno”, voluta,e per certi versi imposta ai comunisti italiani di allora, da Palmiro Togliatti nel 1943. Un compromesso che si presentava ovviamente difficile, e che doveva essere avviato e condotto da politici di grande spessore!

Ma Togliatti morì a Yalta nel 1964, Moro venne assassinato a Roma nel 1968, Berlinguer morì l’11 giugno del 1984, lasciando, comunque, un PCI che, pochi giorni dopo – occorre ricordarlo – il 17 giugno, alle elezioni europee, si affermò come primo partito italiano. Raccolse infatti 11.641.955 voti, pari al 33,32% dei votanti! E poi? A Berlinguer successe Alessandro Natta, fino al 1988; e a Natta successe Achille Occhetto. Furono anni di enorme importanza sul fronte internazionale. La “cortina di ferro”, che per decenni aveva nettamente tenuto divisa l’Europa in due blocchi, da un lato i Paesi dell’Ovest, governati democraticamente, e dall’altro quelli dell’Est, sotto l’egida dell’Unione sovietica, cominciò a sgretolarsi in forza di un processo di democratizzazione – la glasnost e la perestroika – avviato nell’Unione Sovietica da Michail Gorbaciov, divenuto nel 1985 segretario generale del PCUS.

Furono anni di veloci e profonde trasformazioni nell’Est europeo, che si conclusero poi con la famosa “caduta del muro di Berlino”, il 9 novembre 1989. Il “crollo” dell’URSS, o meglio di un intero sistema di governo di tanti Paesi dell’Asia e dell’Europa occidentale, ebbe ovviamente serie ripercussioni su tutti i partiti comunisti e in primo luogo sul PCI, tra i più forti e i più autorevoli dell’Europa occidentale. Ovviamente, si trattava di avvenimenti che imponevano di fatto un intero ripensamento sulla natura e sulla vocazione del comunismo, sull’Unione sovietica di Stalin e dei suoi successori.

Un ripensamento che il PCI avrebbe dovuto affrontare per primo e con grande onestà intellettuale e lucidità politica, ma… Achille Occhetto, a mio vedere, non fu all’altezza della situazione! Invece di sollecitare, avviare e condurre un necessario e approfondito dibattito nel partito, allora tra i più grandi e organizzati nel nostro Paese e non solo, si preoccupò soltanto di cambiare nome al partito e di cancellare dalla sua bandiera il simbolo storico della falce e del martello. Una fretta che nessuno imponeva a lui né a tutti i comunisti italiani! Dette così vita al Partito Democratico della Sinistra e creò il simbolo della quercia! Il tutto, come se una storia di grande spessore e che “veniva da lontano” – come è opportuno dire – fosse liquidabile con un atto che in molti giudicammo allora molto intempestivo. Mi piace ricordare che l’espressione del “venire da lontano” aveva costituito un passaggio ormai storico del discorso che Palmiro Togliatti tenne all’Assemblea Costituente il 26 settembre del 1947 in occasione della sfiducia al quarto Governo De Gasperi.

Va comunque detto che certamente Occhetto non fu solo a condurre quella operazione! In effetti sembra che molti quadri del partito avessero una gran fretta di cancellare dalla bandiera rossa il simbolo della falce e del martello. I quadri sì, ma i compagni iscritti? Furono veramente consultati? Ci fu un dibattito aperto? Non credo!. Così, con un tratto di penna è come se decenni di storia – il Partito Comunista d’Italia era nato a Livorno nel 1921 – fossero cancellati! Come se ci si dovesse vergognare di essere comunisti! E fu così che a Rimini, il 3 febbraio del 1991, a conclusione del XX° congresso del PCI, nacque il PDS, il Partito Democratico della Sinistra.

E il “cambio”, a mio vedere, non fu solo di nome, ma di sostanza. In effetti, per tutti gli anni Novanta e con l’avvio del nuovo millennio, è come se si fosse avviata una corsa per mettere sempre più in sordina le origini e la storia del PCI e dei militanti comunisti italiani. Giungiamo così ai nostri giorni, all’“era Renzi”, se vogliamo chiamarla così! Estate 2010! Ha inizio l’era della “rottamazione” Una rottamazione senza incentivi – per dirla con lui – al fine di dar vita a un nuovo corso del partito e della politica. Ma, come tutte le comete appaiono e passano, anche la cometa del rottamatore sembra andata e passata! Non solo, ma… a furia di rottamare sembra che abbia rottamato anche se stesso e lo stesso partito che ha guidato per anni!

Ed è così che, dopo la tempesta delle tante Leopolde, nella grande bonaccia dell’oggi, un fantasma si aggira per l’Italia, e speriamo che non si aggiri per l’intera Europa! O meglio! I “fantasmi” sono due, due baldi giovanotti, sostenuti e incoraggiati da una vecchia volpe della nostra politica! Due giovanotti che hanno messo sotto scacco l’intera politica italiana! E, mentre sto scrivendo, il nostro saggio Presidente si arrovella per riuscire a dare al Paese un governo che certamente non sarà uno dei migliori possibili! In tale scenario, il PD è allo sbando! E speriamo che domani non lo sia anche un intero Paese!

Una società morbida?

Una società morbida?

di Maurizio Tiriticco

Zygmunt Bauman, com’è noto, ci ha lasciati lo scorso anno, ma il suo pensiero è sempre valido. L’analisi da lui compiuta in tanti anni di studio e di pubblicazioni sulla società contemporanea e le sue mille difficoltà è più che interessante ed estremamente pungente. E può riassumersi in questa sua espressione: “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”. E’una riflessione, almeno a mio vedere, abbastanza amara! Ed è l’incertezza che anima e governa questa società che Bauman definisce “liquida”.

In un simile scenario “liquido” – sempre che l’analisi baumiana sia corretta e condivisa – sembra che l’educazione e la scuola – almeno nel nostro Paese – stiano smarrendo il ruolo che da sempre la società ha loro conferito. In effetti, quando ci troviamo di fronte a certi spiacevoli avvenimenti – alunni che sbeffeggiano ed insultano i loro insegnanti, i quali peraltro sembrano incapaci di formulare qualche risposta – ci viene da pensare che forse l’autorevolezza e l’autorità stessa della cultura, dell’educazione e dell’istruzione siano in profonda crisi. E allora – per dirla con Bauman – sono forse istituzioni che si stanno “liquefacendo”? L’interrogativo può provocare mille risposte! Resta, comunque un dato: il fatto che, a fronte dei mille cambiamenti che nel corso degli ultimi anni hanno interessato il sociale, la cultura e la ricerca, la scuola è rimasta sempre la stessa. E ciò, anche nonostante una 107, la legge che dal 2015 con i suoi 212 commi ha apportato una serie di modifiche nell’assetto del nostro sistema di istruzione, ma… Appunto, ma! Perché in effetti, la struttura organizzativa della nostra scuola – e penso soprattutto al secondo ciclo di istruzione – è quella di sempre: Cattedre, Classi e Campanelle, le tre C che dalla legge Casati in poi – mi si perdoni l’iperbole – sono rimaste sempre le stesse! Per non dire poi della lettera B, banchi o tavolini duri e scomodi su cui sostare per ore e ore! Fatta eccezione di qualche istituzione scolastica diretta da presidi “coraggiosi”, che hanno avviato innovazioni che potremmo definire “ardite”, ma che, invece, sono “norma” in altri Paesi.

Al proposito è opportuno ricordare che anni fa, con il governo di centro-sinistra e con il ministro Berlinguer, venne varato un Regolamento – con il dpr 275/99 – “recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”. E ciò “ai sensi dell’art. 21 della legge 59/97”! E non erano “cose” di poco conto! La legge 59 aveva come oggetto la “Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle Regioni ed Enti Locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa”. In effetti, si trattava di una legge che prevedeva un largo decentramento di funzioni dal “centro” alla “periferia” per l’attuazione di un processo che potremmo definire di maggiore democratizzazione del governo del Paese. Ma è una sfida che abbiamo accettato e abbiamo vinta?

Se andiamo a rileggere quanto sancito da alcuni articoli chiave del dpr 275/99 – il 4 il 5 e il 6, concernenti l’autonomia didattica, l’autonomia organizzativa e l’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo – e ci chiedessimo quante istituzioni scolastiche ne hanno fatto tesoro e li abbiano realizzati, la risposta è una: solo pochissime! In altri termini: lo Stato conferisce più poteri e più responsabilità a determinate istituzioni e ai loro dirigenti, ma sembra che queste e questi optino per lo status quo! Il fatto è che innovare richiede inventiva, responsabilità, fatica! Ma anche qualche rischio! Ma “chi ce lo sa fare”? Quindi, la scommessa dell’autonomia sembra che sia stata una partita addirittura non giocata! Tranne, lo ripeto, poche eccezioni.

Di fronte a tale rigidità, è allora vero che “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”? O è forse vero che gattopardescamente, si finge di cambiare tutto per non cambiare niente? In tale situazione, l’istituzione scuola – almeno qui nel nostro Paese – si trova in grande difficoltà. Ne sono un segno il fatto che gli insegnanti sono mal pagati e che il loro ruolo sociale non è percepito ed è scarsamente riconosciuto, dalle famiglie e dagli alunni, un ruolo che le istituzioni, invece, dovrebbe sostenere e incoraggiare!

Pertanto, in un contesto/scenario apparentemente in grande mobilità – una normativa scolastica sempre formalmente innovativa, un’Invalsi sempre attenta a misurare e valutare i cambiamenti in materia di apprendimento, ecc. – sembra che le “cose” siano sempre al palo di partenza. Allora viene da pensare che la scuola e la società nel loro insieme sono “liquide” solo in superficie, in apparenza. Basti pensare al succedersi di ministri sempre nuovi, che purtroppo devono sempre imparare per primi loro l’abbicì dell’insegnare/apprendere! Ma nel profondo e nella sostanza sono rigide! Potrei anche sbagliarmi! E vorrei essere smentito! Comunque, mi sembra che oggi, maggio 2018, sono giornate liquide anche per il governo del Paese! Porse perché il popolo ha espresso un voto ondivago, “liquido”, appunto! Un governo che non si riesce a fare! E il grande tessitore, il nostro Augusto Presidente, novella Penelope, che tesse tele ogni giorno, che la mattina successiva deve disfare!

Insomma, a mio parere, ci troviamo di fronte a una liquidità che non va da nessuna parte e che non incrina affatto la rigidezza del tutto. E allora viviamo forse in una società morbida?

Conversando con Maurizio Martina

Conversando con Maurizio Martina

di Maurizio Tiriticco

Caro Maurizio! Andare ad un incontro con i Cinque Stelle non mi stupisce e non mi spaventa! Ricorderai, comunque, che molti anni fa progettammo un altro incontro, quello del cosiddetto “compromesso storico”. E si trattava di un’impresa ben più impegnativa! Noi comunisti venivamo da una lunga storia, dall’antifascismo militante in Patria e all’estero e da una visione della società e del lavoro che aveva fondamento nella ricerca marxiana. I cattolici venivano da altre esperienze, dall’antifascismo di Don Sturzo, di Don Primo Mazzolari, di Don Minzoni, ma soprattutto dalla proposta sociale della “Rerum Novarum”! Per non dire poi dei liberali che fondavano il loro pensiero sulle felici intuizioni di un Piero Gobetti. Comunque, quell’enciclica era stata di una grande importanza per i cattolici! Ed anche per noi tutti! Gettava definitivamente a mare il cattolicesimo retrivo di un Pio IX e di tanti altri papi precedenti! E in effetti non avremmo avuto né un Papa Giovanni né un Papa Francesco, se nel corso degli ultimi decenni laici e credenti, comunisti e cattolici non avessero costruito ponti e punti di approdo!

Oggi quella storia sembra dimenticata! Oggi sul palco della politica folleggiano i Salvini e i Di Maio, come anni fa ha folleggiato un Berlusconi! Accadimenti per certi versi inauditi! Come se la nostra storia, la lunga storia di noi democratici, comunisti, socialisti, democristiani – senza voler far torto a raggruppamenti “altri”, e non meno importanti, quello dei repubblicani, quello dei liberali – fosse stata d’un colpo spazzata via. La “caduta del muro” nel 1989 segnò indubbiamente una pietra miliare! Di fatto allora cadde anche quella cortina di ferro – così coniata a suo tempo da Churchill – cha dal 1945, per ben 44 anni, tenne costantemente il mondo intero sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale. Oggi si incontrano i governanti della Corea del Nord e la Corea del Sud! Ed è un avvenimento di grande importanza per la pace nel mondo!

In tale contesto/scenario mi sembra che le parole di un Berlusconi, di un Salvini e di un Di Maio siano soltanto affabulazioni di studentelli che vogliono giocare a fare i primi della classe! No, caro Maurizio! Abbiamo alle spalle una storia troppo grande e ricca che i due giovani saputelli di oggi a mala pena conoscono! No, Maurizio! Non ci meritiamo personaggi del genere! E capisco quanto sia duro per te doverli incontrare, parlare con loro! E trattare anche! Però bisogna farlo! In effetti, hanno avuto i voti di tanti di noi! Abbacinati forse dalla loro spavalderia? Dalla loro promessa che, con l’abrogazione della legge Fornero, i nostri mali sarebbero stati tutti sanati? Comunque, caro Maurizio, come diceva Montanelli, in certe situazioni bisogna agire, purtroppo, anche turandosi il naso! Mala tempora currunt per la nostra Repubblica, anche se non c’è un Catilina che congiura contro di essa! Ma ci sono uomini piccoli che valgono poco, con cui, purtroppo, dobbiamo trattare! Purtroppo molti dei nostri concittadini hanno posto in loro la loro fiducia! Abbacinati da una carota che ciascuno di loro ha mostrato in testa al suo carro elettorale. Mah! Per dirla sempre con Cicerone: Quo usque tandem? Purtroppo ce li dobbiamo sopportare finché i nostri concittadini non comprendano a chi hanno dato il loro voto!

Chi legge si chiederà: ma che ha che fare questo scritto politico con Edscuola.it che si occupa di scuola? E allora mi chiedo: non è forse colpa della scuola se milioni italiani hanno votato per due saputelli? Il voto è libero, d’accordo; ma non credo occorra tanta intelligenza e tanta cultura per capire che i due saputelli in effetti di politica, quella vera, che viene da lontano, che ha uno spessore storico, sociologico, antropologico, culturale, ne mastichino poco! Basta avere studiato, e bene, un po’ di storia, quella recente soprattutto, per capire che dei capipopolo abbiamo già fatta esperienza! L’ho già scritto: abbiamo avuto politici come De Gasperi, Moro, Togliatti, Berlinguer, e mettici pure quel volpacchione di Andreotti! Mah! Comunque, è certamente colpa della scuola, se un cittadino non sa distinguere il grano dal loglio… e che si chiederà: ma che cos’è questo loglio? Risposta: è una graminacea che oggi il nostro Paese produce in abbondanza e che molti credono che sia grano!

La didattica del fotoromanzo

La didattica del fotoromanzo

di Maurizio Tiriticco

Giorni fa si è chiusa a Marsiglia una mostra dedicata al fotoromanzo, un genere nato in Italia qualche anno dopo la fine della guerra e che ha resistito fino agli anni Settanta. Mi piace riprodurre quanto ho scritto in proposto qualche anno fa.

Quando insegnavo – anni cinquanta e sessanta – cercavo sempre di creare le condizioni perché i miei alunni apprendessero! Bastava che rivelassi la mia ignoranza su quelle maledette guerre puniche, che non interessano a nessuno, perché tutti si adoperassero a rendermene conto. E quanto mi divertivo a confondere Annibbale con Asdrubbale – li scrivevo con due b – perché tutti si sentissero in dovere di correggermi. Non erano così scemi da non sapere che “giocavo”, ma, in effetti, giocando si impara! Per non dire dei vituperati temi! Quanti anni abbiamo impiegato per abolirli! Anni fa, con il “nuovo” esame di Stato, con Berlinguer e le sollecitazioni di De Mauro, finalmente ci eravamo riusciti, ma… il reale è sempre più forte dell’ideale e, dopo le tipologie innovative A e B (vedi il Regolamento, il dpr 323/98) fummo “costretti” a reintrodurre il tema, con altre due tipologie, quel tema che piace tanto agli insegnanti, quelli che “insegnano”, che tracciano segni sulla testa degli alunni, come i vasai dell’antica Roma tracciavano i segni decorativi sulle “testae”, le anfore!

In effetti, non c’è nulla di più falso di un tema! Alludo a quello di sempre! Nessuno nella vita scrive temi, se non a scuola! Nella vita si scrivono racconti, poesie, diari, dichiarazioni d’amore, lettere a non finire! E oggi si scrive, e tanto, su FB e con i cellulari. C’è il professionista che scrive romanzi, favole, testi scientifici! E’ c’è pure chi scrive testi scolastici! Uno più pesante dell’altro! Orrore degli orrori! Per trovare una informazione che serva veramente, ti devi cibare pagine su pagine, illustrazioni su illustrazioni, letture su letture, quadri su riquadri, prove di verifica assurde… Mi chiedo poi a che serve un libro di grammatica, quando la grammatica vera è quella che costruiamo nella nostra testa interagendo tra noi giorno dopo giorno?

Io sollecitavo racconti o poesie con gli stratagemmi più arditi! Scrivemmo anche un fotoromanzo: allora i “Bolerofilm” erano sotto i banchi di quasi tutte le mie alunne! Fabula e intreccio, ordine e durata, topic e point e altre diavolerie della linguistica erano di casa di fatto nei loro scritti, anche se di linguistica non sapevano nulla! E poi sollecitare il nesso che corre tra l’immagine e la parola scritta – è il mondo dei fumetti, il legame che corre tra cervello sinistro e cervello destro – significa sollecitare scritture autentiche, vive, utili, soprattutto per loro, gli alunni, alla felice e non facile scoperta del loro mondo dei produttori di pensieri e di testi, orali e scritti. Disegnavano, coloravano, scrivevano… a volte era una vera e propria fucina, anche se non sono mai ricorso alla tipografia di Freinet. Per tutte queste ragioni non sono mai stato un insegnante, ma ho sollecitato tanti tanti apprendimenti… o almeno ci ho provato…

Lettera aperta per Anna

Lettera aperta per Anna

di Maurizio Tiriticco

Ho letto con estremo interesse su Micromega dello scorso 20 aprile l’appassionata disamina di Anna Angelucci a proposito di quanto è accaduto recentemente in alcune scuole secondarie che hanno visto studenti offendere, dileggiare, addirittura minacciare i loro insegnanti. Al proposito ho già preso recentemente una posizione, ferma e inequivocabile. Si vedano “Il nuovo umanesimo che ci salverà”, Dell’insulto e della contestazione”, “Come ti picchio il prof”, pubblicati in edscuola.it. e rintracciabili sul web E sono d’accordo con l’Angelucci quando, a proposito dei gravissimi fatti accaduti, afferma: ”Credo sia davvero arrivato il momento di fare una riflessione seria e molto articolata su quella che, a mio avviso, è una vera e propria emergenza antropologica e non solo, dunque, educativa. Sulle sue ragioni e sulle responsabilità diffuse”. Fin qui più che d’accordo, ma… l’Angelucci così prosegue: “Cominciamo dalla scuola e da chi la governa: sono almeno vent’anni, da Luigi Berlinguer in poi, che noi docenti abbiamo nelle orecchie il mantra, reiterato a ogni piè sospinto da ministri, ispettori e dirigenti scolastici, che dobbiamo garantire il successo formativo, quasi fossimo a X Factor o a Master Chef. Abbassare l’asticella delle richieste, essere ‘accattivanti’ e possibilmente ‘divertenti’ nello svolgimento delle nostre quotidiane attività didattiche”. E per tutto il suo scritto Anna insiste su tematiche di questo tipo, condannando tout court l’intera politica scolastica, dal ‘96 (quando Berlinguer divenne ministro) ad oggi.

Pertanto, secondo l’autrice, è come se l’angelo del male si fosse abbattuto sulla nostra scuola! E per ben 22 anni, dal 1996 al 2018! Un demone che imperterrito continua per la sua strada fino a che… No, cara Angelucci! La storia, il suo svolgersi, i suoi accadimenti non sono tutti di uno stesso segno! Nell’ultimo ventennio abbiamo avuto ministri diversi, per cultura, per vocazione, per orientamento! E la politica scolastica ha conosciuto fasi diverse! Non puoi dire, ad esempio, che l’obbligo decennale non sia una “cosa” positiva; che passare da una “scuola dei programmi” a una scuola fondata su “Indicazioni nazionali” e “Linee guida”, non sia stato un evento innovativo. E poi, per quanto riguarda le competenze, si tratta di un passo in avanti che abbiamo compiuto in armonia con una ricerca pedagogico/educativa che oggi ha un respiro europeo! E ci accomuna alle scuole dell’UE! Comunque, io non dico sempre “evviva”! Se leggi i miei scritti, ci sono anche molti “abbasso”! Ho detto “abbasso” alla 107! Ma ho detto “evviva” quando con il Berlinguer, che detesti e che in certe occasioni ho anche criticato, abbiamo varato l’”autonomia delle istituzioni scolastiche”! Una grande sfida! E quel dpr 275/99 contiene indicazioni preziose, ma anche impegnative! Che forse non abbiamo ancora capito e attuato convenientemente!

Sappi, comunque, che sono d’accordo con te quando denunci il “generale degrado culturale, prima ancora che politico” in cui vera il nostro Paese. Ma non sono d’accordo quando affermi che “il ventennio alle nostre spalle è drammaticamente responsabile”. Che significa un “ventennio responsabile”? Io ricordo un altro ventennio! Responsabile di una guerra perduta! Ma si trattava di un ventennio di dittatura! Il ventennio a cui tu alludi riguarda quello della nostra Repubblica democratica! Un ventennio articolato, ricco di sfide, di lotte, di conquiste, anche! E non sono d’accordo quando scrivi che “si è teorizzato e realizzato l’abbattimento di ogni autorevolezza, ultima garanzia di protezione dei rapporti familiari e sociali e di trasmissione di principi e valori tra le generazioni”! Si tratta di fenomeni sociali che non si teorizzano! O meglio, non esiste un demone che teorizza il male e abbatte il bene! Mi meraviglio di te! Sei un “animale politico” come me, penso, per una certa cultura e una certa storia politica che ci accomuna. Non puoi fare affermazioni che vanno bene per un comizio, ma non per un saggio!

Il degrado di valori che oggi sta attraversando la nostra società – e non penso solo a quella del nostro Paese – ha origini profonde, che nulla hanno a che vedere con ministri dell’istruzione, che siano Berlinguer o Moratti, Fioroni o Gelmini o non so chi! E salverei pure la Fedeli – la cui nomina allora ho fortemente criticata – la quale “fa quel che può, quel che non può non fa”, come diceva il maestro Manzi! Del resto, come sai, ciò che muove il mondo non è la “cultura”, o la scuola che la dovrebbe “costruire”, ma l’economia! Ma qui il discorso si fa difficile e non sono in grado di affrontarlo! Vorrei solo una cosa: che tu non pensassi che il malessere che affligge oggi i nostri ragazzi, e con loro gli insegnanti e la stessa scuola, incapace di intercettare e sollecitare valori, avesse un solo responsabile. “il ventennio alle nostre spalle”! Perché è un’analisi generica! Che non ha nulla dell’approccio sociologico! Almeno a mio modesto parere!

Dell’insulto e della contestazione

Dell’insulto e della contestazione

di Maurizio Tiriticco

Ormai quella dell’insulto al professore sembra diventata una moda! Resa poi virale dal fatto che esiste un web che funge da sostegno e incoraggiamento! Una sorta di gara a chi riesce meglio nell’impresa! Dalle Alpi al Lilibeo! Assistiamo al dileggio prima, poi all’assalto con il casco, al lancio dei cestini della mondezza, ai calci alle porte… mentre il pubblico sui banchi applaude e incoraggia! Ma il dramma è che la motivazione che sostiene l’impresa è una sola: divertirsi! E l’aula scolastica diventa un ministadio in cui si celebra il nuovo sport del “dagli all’insegnante”! Un tale molti anni fa offese e insultò i presenti in un’altra aula, indubbiamente più importante di un’aula scolastica, gridando: “Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”! Sembra che oggi le nostre aule scolastiche siano percepite dai nostri studenti un bivacco per manipoli di ragazzi annoiati! E la noia è una molla forte per dar luogo ad atti irresponsabili.

Ricordo un’altra contestazione, di cui fui anche vittima, ma la molla era un’altra! Discutibile quanto si vuole, è vero! Si trattava della contestazione studentesca, del famoso Sessantotto – mezzo secolo fa – quando gli studenti di tutto il mondo, da Pechino a Berkeley, da Parigi a Roma pretesero che nelle scuole e nelle università si discutesse anche di quanto in quegli anni accadeva di terribile! La guerra nel Vietnam sembrava non avere mai fine! L’esercito degli Stati Uniti era impegnato in un conflitto violento e crudele come non mai! Gas tossici, napalm, intere foreste distrutte e con esse una popolazione di contadini ineermi! Comunque contro tutto questo il meglio della intelligentia americana e mondiale si batteva con grande determinazione. Negli Stati Uniti Joan Baez cantava contro la guerra nel Vietnam. E finì in carcere dal dicembre al gennaio del 67/68 per avere guidato una dimostrazione davanti al distretto militare di Oakland. Nell’ottobre del ’67 cadeva combattendo un mito della rivoluzione cubana, Che Guevara. In Cina era in atto la cosiddetta “rivoluzione culturale”! Mao Tse Tung, che il primo ottobre del 1949, dopo un lungo periodo di lotta armata contro il regime aveva proclamato la nascita della Repubblica Popolare Cinese, lanciò la cosiddetta “rivoluzione culturale”, con una larga mobilitazione di giovani contro i dirigenti corrotti. E il “libretto rosso” di Mao veniva agitato anche dai nostri giovani di “Servire il popolo”!

Lo so! Sono solo accenni che meriterebbero ben altro discorso, ma che aiutano a comprendere la temperie di quegli anni. Quando gli studenti contestavano la “scuola dei padroni”. E anch’io, insegnante comunista, indubbiamente per nulla tenero contro il “regime capitalistico borghese”, sic!, venni contestato, perché la scuola “aveva la sola funzione di addormentare le menti”! Erano gli anni in cui Bourdieu e Passseron pubblicavano “La Reproduction”: cultura e scuola in uno Stato borghese hanno la sola funzione di “riprodurre” le ineguaglianze sociali!

Potrei andare avanti nei ricordi, ma ciò che intendo sottolineare è la profonda differenza che corre tra le due contestazioni della scuola e dei suoi insegnanti. Allora c’era una motivazione politica profonda, discutibile quanto si vuole, ma c’era! Oggi la motivazione della contestazione – che poi contestazione non è, ma puro bullismo – è soltanto la celebrazione di una spavalderia sfacciata, forte soltanto dell’approvazione del “gruppo” e della moltiplicazione riprodotta dai social.

Sono atti che, comunque, segnalano anche la crisi di una scuola che dalla sua fondazione post 1861, l’anno della proclamazione del Regno d’Italia, non ha mai conosciuto profonde riforme, fatta eccezione forse di quella del ministro Gentile, di quella dei “decreti delegati”, del recente innalzamento dell’obbligo di istruzione fino ai 16 anni di età. So benissimo che ci sono state altre riforme, ma ciò che intendo sottolineare è che, di fatto, le tre C di sempre, la Classe d’età, la Cattedra e la Campanella, per non dire del Banco più scomodo che mai, ore e ore seduti, e dell’Aula, spesso spoglia come un’anonima sala d’aspetto, scandiscono modi, tempi e rapporti che si infrangono con una realtà, quella odierna, che richiederebbe input diversi per sollecitare cultura, conoscenze, abilità e competenze – appunto il refrain delle competenze – quindi modi diversi non tanti di insegnare “cose fatte”, ma di sollecitare curiosità, interessi e promuovere apprendimenti.

C’è un mondo che cambia freneticamente giorno dopo giorno, soprattutto per quanto riguarda la diffusione delle informazioni, ma la nostra scuola sta lì immobile da sempre, con ministri che nulla ne sanno, troppo occupati a dare la scalata a posti di governo più ambiti! Perché la scuola vale poco! Anche se riguarda milioni di italiani! E a pagare il prezzo di questa incuria sono i nostri ragazzi! E i nostri insegnanti! E la 107 nulla ha colto dei nodi problematici del nostro “sistema nazionale di istruzione e formazione”! Una coperta di 212 commi stesa su una realtà che invece… deve essere “scoperta” e governata!

Come ti picchio il prof!

Come ti picchio il prof!

di Maurizio Tiriticco

Chiara Saraceno interviene (vedi “la Repubblica” di oggi) con un articolo intitolato “I prof umiliati e il rispetto da insegnare”, sulla recente vicenda dell’alunno dell’Itc “Carrarà” di Lucca, che ingiunge all’insegnante di assegnargli un sei, di inginocchiarsi e non so di che cos’altro! L’analisi è attenta e puntuale – l’autrice è una nota sociologa – e non ho altro da aggiungere, se non da segnalare un passaggio che mi sembra particolarmente significativo. L’accaduto “appare un esempio eclatante di quella zona di guerra che troppo spesso sembrano diventati la scuola e il rapporto tra insegnanti, alunni e genitori, dove gli insegnanti appaiono sempre più delegittimati, privati da qualsiasi autorevolezza”.

Zona di guerra, appunto! Ma perché? Perché siamo giunti a tanto? Certamente si tratta di un episodio particolare, reso noto grazie a un cellulare e al web, ma, mi chiedo: quanti episodi di intolleranza, di mancanza di rispetto per l’“altro”, per un professionista che attende al suo lavoro, si verificano nelle nostre scuole e che non fanno notizia? Per non dire poi dell’insegnante picchiato dal genitore! E di chissà quanti altri episodi simili che non giungono all’attenzione del cronista.

La Saraceno conclude il suo intervento così: “Punire gli atteggiamenti violenti  e non consentire la mancanza di rispetto è doveroso e necessario. Ma non elimina la questione del come educare al rispetto, all’attenzione, anche alla passione per l’apprendimento e al superamento dei fallimenti, a scuola e in famiglia”. La passione per l’apprendimento! In effetti, non penso che sia una divisa che connota un alunno, di ieri, di oggi e di domani! La passione per l’apprendimento – parlo di quello scolastico – è cosa rara! A volte riguarda il secchione! Altre volte un alunno che è veramente curioso, interessato, appassionato. Ma in effetti la “voglia di studiare” non è e non è mai stata una merce molto diffusa.

Il che significa che occorre andare oltre l’episodio, anzi oltre la frequenza di episodi simili, che spesso non giungono all’attenzione della cronaca, ma… c’è da chiedersi: la scuola, oggi, la nostra scuola in particolare, è un valore? Una volta lo era certamente! E, quando insegnavo, quanti genitori, nei rituali colloqui con le famiglie, mi esortavano a dare uno scappellotto al figlio, quando mostravo loro la sequenza delle insufficienze annotate sul registro cartaceo di allora! “Studia – era un’esortazione frequente ai figli – perché senza quel ‘pezzo di carta’ – il diploma – che farai nella vita?

Altri tempi, ovviamente! Oggi il pezzo di carta non è più ambìto! Anche perché, più o meno, ce l’hanno tutti! E anche le lauree! Quelle triennali, poi, non sono così faticose da conseguire, ma… Ecco le ragioni del “ma”! Da una lato l’inflazione dei titoli di studio, dall’altro la concreta difficoltà di – come si suol dire – trovare lavoro! E penso anche al lavoro qualificato che sembra una merce sempre più rara! Quanti giovani laureati oggi corrono in bicicletta per la città a portar pizze per pochi spiccioli!? E il sindacato dov’è? Chiederà qualcuno! Sono ormai passati gli anni dei grandi scioperi di braccianti e operai! I tempi di Di Vittorio, grande dirigente di una Cgil, che ancora non si era frammentata nei tre spezzoni attuali, Cgil, Cisl e Uil!

Sono tempi diversi! Non ci sono più i partiti, quelli che una volta rappresentavano, ciascuno, gli interessi di una parte, appunto, della popolazione. Ormai i voti degli italiani affluiscono ai “non partiti” di oggi non più sulla base di interessi economici, ma di “simpatie”, se si può usare questo vocabolo! Per cui l’operaio può votare indifferentemente per l’una o per l’atra parte sulla base di motivazioni “altre” rispetto a quelle del secolo che ci ha lasciati!

In questo rimescolamento di funzioni e di ruoli, ci chiediamo: chi è l’alunno oggi? Chi è l’insegnante oggi? Persone forse senza etichetta, senza un riconoscimento sociale! Io scrivo, ma in questo preciso momento lo studente di turno starà beffeggiando il prof altrettanto di turno! Mah! E’ il gran pentolone di una scuola che meriterebbe altre Indicazioni, altre Sollecitazioni, altri Governi, altri Ministri in primo luogo! Però, la scuola può attendere! Speriamo che non faccia la fine del Titanic!

Il nuovo umanesimo che ci salverà

“Il nuovo umanesimo che ci salverà”

di Maurizio Tiriticco

E’ il titolo della prolusione che tiene oggi all’Università di Macerata il Prof. Ivano Dionigi per l’inaugurazione dell’anno accademico alla presenza di tutti i rettori d’Italia. Il testo che segue è l’esordio: “L’umanesimo ci deve soccorrere non perché sia l’altra metà del pensiero, dei suoi interrogativi e delle sue soluzioni, non perché rappresenti l’altro punto di vista, ma perché tiene insieme i diversi punti di vista e li spiega. I tempi spiegano le tecnologie, ma l’umanesimo spiega i tempi. Il sapere tecnologico capta il novum del presente; ha lo sguardo rivolto in avanti; adotta il paradigma sostitutivo della dimenticanza; rincorre l’urgenza dell’ars respondendi; abita lo spazio; ha familiarità con la vita intesa come zoè, “principio vitale”; semplifica la complessità. Il sapere umanistico conosce il notum della storia; guarda avanti e indietro (il simul ante retroque prospiciens di Petrarca); adotta il paradigma cumulativo della memoria; conosce l’urgenza dell’ars interrogandi; abita il tempo; ha familiarità con la vita intesa come bios ‘esistenza individuale’; interpreta la complessità”.

Esigenza di umanesimo, quindi, in una società – almeno quella in cui vivo e viviamo tutti, quotidianamente – in cui però purtroppo è assente l’educazione, non certo quella con la E maiuscola, ma quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti tra persone e persone e tra persone e cose, che ci permettono una convivenza che potremmo definire “normale”, comunque senza nessun riferimento a chissà quali norme di matrice giuridica! Alludo all’esigenza di quel minimo di educazione civica – e non voglio tirare in ballo chissà quale disciplina scolastica – che consiste nel rispetto delle “persone altre” da sé e del cosiddetto bene pubblico. Vivo a Roma e quotidianamente assisto all’oltraggio dei nostri monumenti. Ora tocca alla zanna dell’elefantino della Minerva; ora alla Fontana di Trevi; ora alla Barcaccia di Piazza di Spagna; ora al Fontanone del Gianicolo; ora ai busti degli eroi del Risorgimento al Pincio. L’altra sera tre ragazzini in Piazza della Chiesa Nuova hanno lanciato una bicicletta contro la Fontana seicentesca, un’opera d’arte – come si suol dire – firmata da Giacomo della Porta.

Fatti che non sono mai accaduti nella nostra città! I sudditi del Papa dei secoli scorsi hanno sempre rispettato le “cose” pubbliche! Tutt’al più si limitavano a gettare la “monnezza” nel vicoli! E non a caso sono ancora presenti – chissà fino a quando!!! E sono ancora necessari, purtroppo! – in molti palazzi del centro scritte su lapidi che minacciavano frustate, ammonizioni e multe a chi avesse insozzato la pubblica via. Nel Vicolo della Torretta, in Campo Marzio, in una lapide leggiamo: “Mons. Presidente delle strade proibisce a qualsiasi persona di gettare immondezze e di farvi il mondezzaio in questo sito sotto le pene contenute nell’editto pubblicato li 17 giug 1764”. E non solo! Nello stesso lungo periodo bellico (in particolare nei nove mesi dell’occupazione nazista, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944), mai un monumento od una qualsiasi “cosa” pubblica hanno subito sfregi di sorta!

L’esigenza di umanesimo – e senza iniziali maiuscole – è quindi molto forte. E si tratta di un’esigenza avvertita già da qualche tempo. Ricordo che nel marzo del 2011 ho recensito un interessante volume: Martha Nussbaum, Non per profitto, perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, con l’introduzione di Tullio De Mauro, edito da Il Mulino, Bologna, 2011. Ed ho esordito riportando la seguente citazione: “I cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale. La terza competenza del cittadino, strettamente correlata alle prime due, è ciò che chiamiamo immaginazione narrativa! Vale a dire la capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desideri. La ricerca di tale empatia è parte essenziale delle migliori concezioni di educazione alla democrazia, sia nei paesi occidentali sia in quelli orientali. Buona parte di essa deve avvenire all’interno della famiglia, ma anche la scuola e addirittura il college e l’università svolgono una funzione importante. Per assolvere a questo compito, le scuole devono assegnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, coltivando una partecipazione di tipo partecipativo che attivi e perfezioni la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona” (pag. 111).

Esigenza di umanesimo, quindi, come necessità di senso civico, per non dire di civiltà, forse una parola troppo impegnativa!

Della Lectio mirabilis!

Della Lectio mirabilis!

di Maurizio Tiriticco

In un articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano di oggi leggo: “La lezione frontale ha fatto la storia ma ora è tempo di dirle addio”. Mi chiedo: ma proprio ora è tempo di dirle addio??? Mah!!! Alex Corlazzoli ci informa che “sabato al teatro Carcano di Milano si celebrerà il funerale di un modo di insegnare che ha fatto la storia, ma che è da archiviare”. Rimango sorpreso e stupito! Il funerale alla lezione frontale io e forse tanti insegnanti come me l’abbiamo celebrato da decenni! Indubbiamente alcuni valorosi e valorose resistenti della “lectio magistralis” ci saranno ancora! Che siano quelli/e che vengono spernacchiati/e dagli alunni e schiaffeggiati/e dai loro genitori? Chissà!!!

Per quanto mi riguarda, non credo di avere mai tenuto lezioni frontali! Tante, invece, sono state quelle che mi sono dovuto sciroppare in tanti anni di scuola fino al liceo (l’Università è un’altra cosa!)! Fatta, comunque, qualche rara eccezione, quando “recitavo la mia lezione” dicendo ai miei alunni che nella vita a volte è necessario sciropparsi discorsi lungi e articolati, a volte piacevoli, altre noiosi. E insegnavo loro come e perché si debba porre attenzione ad una lezione ex cathedra, ad un discorso, ad una relazione, ad una conferenza, e come e perché sia necessario anche prendere appunti. Ed era anche per certi versi divertente confrontare gli appunti da loro presi: ciò che per Antonio era importante, per Lucia era di nessun peso! E in me non c’era nulla di “strano” nell’essere consapevole del fatto che una noia mortale avrebbe afflitto i miei alunni, interessati da migliaia di altre “cose” e non certamente dalla prima guerra punica o dal canto secondo del Paradiso (quello sulla Luna, uno dei più complessi del Poema dantesco)!

Cari amici che sabato porterete fiori, corone e candele alla bara della lezione frontale, arrivate in ritardo! Fate un’opera di bene! Rinunciate a pestar sabbia nel mortaio! Gli insegnanti migliori da quel dì che hanno seppellito la lezione frontale! Da quel dì che hanno trovato mille modi per rendere accattivanti informazioni che sono comunque necessarie perché i “nostri bamboli” crescano, studino e capiscano ciò che è utile e imprescindibile conoscere e, quindi, gestire in una società che si fa sempre più complessa e difficile.

Comunque, sono certo che i nostri amici terranno una meravigliosa “lectio mirabilis” sul necessario “omicidio” della “lectio mirabilis”! E pontificheranno certamente “ex cathedra”: una o più sedie dinanzi ad un tavolo rettangolare posto su una pedana convenientemente alta da terra, perché gli “alunni” sottostanti – cioè i soggetti che devono essere “alimentati” dal loro sapere – possano godere della loro vista… e della loro suadente parola! Perché parleranno affidando ovviamente a un microfono il sillabare lento e ben scandito della loro magistrale lezione.

Finalmente la penna

Finalmente la penna…

di Maurizio Tiriticco

…il pennino e l’inchiostro! Da quel dì che lo penso e lo scrivo… anche se con la tastiera! Ma io non faccio testo! Questo incipit mi viene suggerito, anzi, indotto da un “pezzo” di Giuliano Aluffi, “La bellezza (e l’utilità) di scrivere a mano”, apparso su “la Repubblica” di oggi.

La cosa non mi riguarda direttamente. Sono vecchio e posso scrivere “come mi pare”! Con la matita, con la penna con il pennino, con la bic, con la matita! E per anni ho scritto così, ma… poi è giunto un lavoro che non mi consentiva penne e matite! Sono diventato “autore”! E, se vuoi scrivere per poi far stampare, non puoi presentare a un redattore o a un proto un “pezzo” scritto con la penna. Poi sono diventato anche redattore, quindi… via penne e matite e… giù con l’Olivetti, quella “classica”, a mio vedere, quella “Lettera 22”, quella stessa che usava Montanelli, grande giornalista, grande scrittore, e che portava sempre con sé! E che ’io conservo gelosamente!

So della disperazione di tanti insegnanti di lettere, quando hanno a che fare con la correzione dei “compiti in classe” – in effetti si tratterebbe di compiti in aula! La classe è un’altra cosa – duri a morire, com’è noto, in una scuola altrettanto dura a cambiare! I nostri bamboli, costretti una tantum – almeno tre compiti a trimestre! Non so bene, ma una volta era così – a scrivere con la penna, entrano letteralmente in crisi! Anch’io entravo in crisi quando avevo a che fare con il compito in classe di italiano! Ma la mia crisi era tutta contenutistica, se possiamo dir così! La crisi in cui cadono i nostri bamboli non riguarda solo i contenuti, ma anche il “dramma” di dovere scrivere con la penna!!! E si tratta soprattutto di un dramma fisiologico, potremmo dire! Come si prende una penna, come si usa? In genere viene afferrata, spesso con la sinistra, pur senza essere mancini (il mancinismo è una “cosa seria”), e difficilmente con le prime tre dita della mano! Non so, ma credo che lo sforzo di tante diligenti maestre (i maestri sono una specie ormai in estinzione!) impegnate ad insegnare come si prende e si usa una penna sia stato sonoramente stroncato dal fatto che il nostro bambolo, appena uscito dall’aula, digita messaggini alla mamma, nel migliore dei casi, e/o all’amichetto/a per programmare i giochi del pomeriggio! Quindi, addio penna!!!

Ma torniamo al “pezzo” di Aluffi. Copio! “Rispetto alla scrittura al pc, scrivere a mano comporta più attività nell’area di Broca (del nostro cervello) e nel lobulo parietale inferiore, aree cerebrali coinvolte nella comprensione del linguaggio. Scrivere stimola il Sistema Reticolare Attivatore Ascendente (RAS) che dà priorità ai dati più rilevanti. Se attivato, stimola la corteccia cerebrale stimola l’attenzione”. La neuropsicologa Gabriella Bottini afferma: “Nello scrivere a mano, lo sguardo è puntato sulla mano che guida le penna sul foglio. La punta della penna è il luogo dove convergono sia l’atto motorio che l’atto visivo. Se scriviamo al computer, invece, la mano corre sulla tastiera ma lo sguardo è rivoto altrove, al monitor. Questa divergenza tra occhio e mano può penalizzare la memoria perché diminuisce quella che nel gergo dei neurologi chiamiamo integrazione multisensoriale”. Non sono un neurologo e capisco poco di tali affermazioni, ma capisco quanto le nuove generazioni rischiano di perdere! O stanno perdendo! Sono, comunque, da non sottovalutare.

Mah! Mi viene da pensare: che cosa direbbe oggi Platone? Lui che aveva tanto da criticare non solo stili, papiri e pergamene – la carta non c’era ancora – che cosa direbbe dei nostri computer? E’ infatti noto che non vedeva affatto di buon occhio la scrittura, che considerava un “farmacon”, un veleno, capace soltanto di irrigidire il pensiero! Menomale, però, che proprio la scrittura ci ha permesso di conoscere il suo pensiero! Cosa fatta, capo ha!

Concludendo! Sì al PC, ma… mai rinunciare alla penna!

A scuola di botte due

A scuola di botte due

di Maurizio Tiriticco

Mi sono già occupato tempo fa delle botte agli insegnanti! E ci debbo ritornare perché ormai sembra una cronaca quotidiana! Ti sbatto l’insegnante in prima pagina! Mah! In un Paese in cui la cultura e lo studio non godono ormai di nessun appeal, è chiaro che la scuola conta poco e gli insegnanti ancora di meno! Ed è per questo che sono pagati molto poco!!! Eppure la scuola necessita, e tanto, non di una riforma, perdiana, non di una nuova 107!!! Ma di semplici “ritocchini”, che non costerebbero in fatto di soldi, ma che, a mio parere, risulterebbero molto efficaci!

Procediamo! In primo luogo sarebbe ora che il decennio di studi obbligatorio, dai 6 ai 16 anni di età, non fosse più frammentato in tre tronconi (primaria, media, biennio), ciascuno dei quali chiuso in se stesso, ma si sviluppasse lungo un curricolo obbligatorio decennale unitario, verticale, progressivo – sono aggettivi ormai ricorrenti per chi si occupa di scuola – e soprattutto articolato ma continuo. E che si proponesse, in ordine alla teoria della programmazione educativa e didattica, tutti gli step che la caratterizzano. Sono le fasi chiaramente indicate in un documento importante ai fini della riforma della scuola media, di cui al dm del 9 febbraio 1979. E’ vero! Sono trascorsi 39 anni. In effetti, purtroppo, tutto il tempo necessario non per attuarle, perfezionarle e introdurle in tutti i gradi e ordini di scuola, ma… per dimenticarle! Purtroppo!

E, proprio in forza della teoria della programmazione – che, tra l’altro, ha avuto illustri maestri, Frey, Bruner, Pontecorvo, Tornatore, Visalberghi, Bloom, a cui è legato il Mastery learning – ciò che propongo non significa che, a conclusione di ciascun biennio, l’alunno non debba essere tenuto ad una serie di prove che certifichino quanto ha appreso lungo il percorso e in che cosa debba “essere sostenuto”. Comunque, occorre evitare di ricorrere alla conta dei “debiti da sanare”! Com’è noto, si tratta di un’innovazione introdotta nel ’94 dal Ministro pro tempre Francesco D’Onofrio, la quale, a mio vedere, oscilla un po’ tra il goffo e l’offensivo in materia di processi di istruzione, formazione ed educazione, se devono essere veramente tali. L’apprendimento non è un oggetto che “si acquista” sulla base di debiti e crediti, ma “si sviluppa” e “si costruisce” e lungo percorsi a volte accidentati, non certo su un’autostrada! Auspico inoltre un apprendimento in cui l’aiuto, il sostegno e la gratificazione effettivi poco abbiano a che vedere con la ritualità del voto, che certifica ciò che è stato e non sostiene né motiva verso ciò che sarà. Comunque, il discorso sulla valutazione è complesso e non intendo affrontarlo in un intervento di poche righe.

Al primo percorso decennale obbligatorio succedono attualmente i tre percorsi di sempre, il liceo, l’istruzione tecnica, l’istruzione professionale, la formazione professionale regionale nonché, a partire dai 15 anni di età, i contratti di apprendistato. Sono percorsi costruiti “dal più al meno”, potremmo dire, eredità di una scuola classista – potremmo dire – dura a morire! E la scuola purtroppo – per dirla in termini marxiani – non è una struttura portante della società, ma una sovrastruttura che, ovviamente, la riflette. E in effetti non è facile spezzare un simile legame.

Comunque, anche all’interno di tale condizionamento, sarebbe interessante pensare di costruire più percorsi biennali (16-18 anni di età), fortemente differenziati e che si concludano con la maggiore età degli studenti, come avviene nella grande maggioranza dei Paesi dell’UE. Quindi, non avremmo più, “a scalare”, licei, tecnici e professionali. Ciascun percorso sarebbe costruito lungo poche discipline opzionali caratterizzanti, fortemente orientative e insegnate/apprese scandite non più dal suono di una campanella eguale per tutti, ma dalle necessità intrinseche a “quel” percorso e alle necessità di “quegli” studenti. Ed infine, la si dovrebbe piantare con un esame che ancora – pur non essendolo più da oltre vent’anni (la legge di riforma è la 425 del 1997) – si continua a chiamare di maturità! E indica solo punteggi Ma dovremmo attivare un esame che descriva e certifichi le reali competenze che ciascuno studente ha conseguito.

E, soprattutto, meno aule, meno banchi, meno cattedre e più laboratori! Però, per fare questo, occorre un governo forte, che ponga l’istruzione, la formazione e l’educazione tra le attività primarie… e da finanziare opportunamente. Di conseguenza, occorre un ministro altrettanto forte e competente, che non sia l’ultimo arrivato alla caccia di un portafoglio, qualunque esso sia, pur di fare strada e assicurarsi… un lauto vitalizio! Quando il Duce pose la scuola come un obiettivo fondamentale per “educare al fascismo”, scelse un Gentile! Occorrerebbe un ministro come Gentile, mutatis mutandis, per formare veramente i nostri giovani a professionalità autentiche coniugate con una convivenza veramente civile e democratica!

Solo così, con una scuola che svolga effettivamente il suo ruolo, le botte agli insegnanti sarebbero solo il ricordo di un infelice passato!

Come ti insegno a scrivere

Come ti insegno a scrivere…

di Maurizio Tiriticco

…e, soprattutto, a pensare. Su “La Stampa” di oggi è apparso un interessante articolo intitolato “Italiano a scuola, si cambia, più riassunti e articoli di giornale, le proposte della commissione creata dal ministero per le medie”.

Le indicazioni che vengono date sono indubbiamente interessanti, ma non si discostano molto da ciò che un insegnante di italiano già “fa” quotidianamente con i suoi alunni di scuola primaria e di scuola media. Alludo a questi due gradi di scuola, perché è proprio nell’età che va dai 5/6 anni fino ai 14/15 circa che un soggetto apprende a “scrivere”, non solo strumentalmente, ma anche e soprattutto con il fine di comunicare pensieri, sensazioni, preoccupazioni, emozioni, analizzare situazioni problematiche, porre domande e via dicendo. Le virgolette stanno ad indicare il fatto che tutti in quella fascia d’età “imparano a scrivere”! Anche perché ormai lo scambio di informazioni via cellulare “costringe” tutti i nuovi nati a comunicare, anche e soprattutto, scrivendo! Per non dire poi del sostegno che viene offerto dagli emoticon e da tutte le diavolerie che tecnologie sempre più avanzate ci offrono.

Ma un conto è scrivere, altro conto è scrivere bene! O meglio, scrivere correttamente, utilizzando tutte le possibilità sintattiche che una lingua come la nostra offre. Il che vale, ovviamente, anche per il parlare. Ricorro ad un esempio banale, ma che rende. Un conto è che un ragazzo di 10 od 11 anni dica: “La sera, quando rientro a casa, dopo aver mangiato e aver visto un po’ di tv, rivedo i compiti per il giorno dopo e, ormai stanco, vado a letto”! Altro conto è che dica: “La sera torno a casa, mangio, vedo la televisione, faccio la cartella e vado a letto”. Il primo ragazzo possiede un codice elaborato – per dirla con Bersntein – il secondo possiede, invece, un codice ristretto.

E, in materia di codici, quindi di ricchezza semantica e sintattica, ciò che conta non è solo il numero delle parole/segni (quelle che “indicano/dicono qualcosa”, come treno, bello, scuola, casa, velocità), ma anche il numero dei cosiddetti connettivi logici (gli articoli e le cosiddette “quattro parti invariabili del discorso”: l’avverbio, la preposizione, la congiunzione e l’interiezione). Insomma, è come se ciascuno di noi portasse con sé due invisibili volumi, uno con la mano destra, in corrispondenza con l’emisfero sinistro del nostro cervello, quello che presiede alle “regole” del pensare/parlare, contare anche, ed uno con la mano sinistra, in corrispondenza con l’emisfero destro, quello che presiede alla “produzione”del pensato.

Sono tematiche su cui molto ci sarebbe da dire e da fare per “insegnare bene” nelle aule scolastiche, soprattutto in quelle primarie. In effetti, questo tipo di ricchezza si costruisce quando intercorrono relazioni positive tra una famiglia – soprattutto quando ci sia un milieu socioculturale “ricco” – ed una scuola i cui insegnanti siano all’altezza dei compiti loro assegnati. Alludo ovviamente agli insegnanti che attendono alle fasce d’età cha vanno dai 3 ai 14/15 anni, quel periodo che va dalla seconda infanzia all’adolescenza matura, nel quale soprattutto si costruisce la “padronanza linguistica”, quella necessaria a scambi comunicativi “ricchi”, sia sotto il profilo contenutistico che sotto quelle formale.

E il “parlare e scrivere bene”, come si suol dire, quando cioè viene rispettata la grammatica in tutte le sue parti, la fonologia (i suoni), la morfologia (le forme) e la sintassi (i costrutti) costituisce una conquista necessaria e preziosa non solo per la strumentazione del “leggere e scrivere”, ma anche per produrre pensieri e parole “intelligenti”, che cioè abbiano un significato e si propongano un fine.

Concludo, sostenendo che tutte le “belle cose” che la commissione ha scritto in materia di suggerimenti operativi, che poi non mi sembra che vadano oltre il sunto e saggio breve, non siano un granché rispetto alle potenzialità del nostro cervello in materia di produzione linguistica. Le strategie per far produrre lingua – e soprattutto il pensiero che la sostiene e la esprime – sono infinite. Ne ricordo solo una perché mi sono già espresso in materia (si veda in “Insegnare italiano…”), quella del “gioco delle cinque parole”: “Orco, re, principessa, castello, cavallo”, o, se si vuole, per alunni un po’ cresciutelli, “economia, religione, libertà, partiti, governo”, e chi più ne ha, ne metta…

Picchiare l’insegnante…

Picchiare l’insegnante…

di Maurizio Tiriticco

…sembra che ormai sia diventato uno sport nazionale! Due, a mio avviso, sono le concause: a) il fatto che la scuola non sia più percepita come l’ascensore sociale di sempre, cioè quel percorso lungo e faticoso, certamente, ma che dovrebbe garantire un lavoro qualificato e uno status sociale riconosciuto; b) di conseguenza, il fatto che l’insegnante, che la rappresenta, non sia più percepito come “colui che sa” e che garantisce ai suoi alunni l’acquisizione del “sapere”. Che poi dovrebbe trattarsi di quel “sapere che serve”, che permette l’acquisizione di quelle conoscenze e di quelle competenze, oggi tanto di moda, che dovrebbero garantire il successo professionale nel lavoro e nella vita.

Due concause che, messe insieme, ci aiutano a capire le ragioni di tanta insofferenza di alunni sedicenni, poco più, poco meno Ed è una insofferenza che non si registra nella scuola primaria, tanto meno nella scuola dell’infanzia. Forse perché le maestre riescono a motivare alla scuola più dei professori? O meglio, delle professoresse, perché il processo della femminilizzazione del corpo insegnante sembra pressoché irreversibile?! Il fatto è che il “bambino che cresce” è naturalmente curioso di apprendere. L’apprendere gli permette di impadronirsi di quelle chiavi interpretative di “se stesso” e del “sociale” – potremmo dire – e, di conseguenza, di poterle usare per imparare a convivere e a partecipare.

In effetti, la “voglia di crescere” nel bambino è sempre alta. Il cosa “farò da grande” costituisce sempre l’interrogativo di fondo che è la molla stessa del crescere e dell’apprendere. E l’apprendimento scolastico non è quello totalizzante, com’è noto – una volta si diceva che insegna più la strada che la scuola – perché il misurarsi con l’altro, con il coetaneo e con il “più grande” è sempre quello dominante, sia negli atteggiamenti che nei comportamenti dell’adolescente.

Oggi le “cose” sono profondamente cambiate! Tante cose si apprendono prima e fuori della scuola. Il sociale è profondamente cambiato per quanto riguarda la produzione, la diffusione e l’acquisizione delle informazioni. Cambiamenti profondi, dei quali però la scuola non ha saputo prendere atto. La scuola, in effetti, è quella di sempre. Le riforme che l’hanno interessata ha riguardato sempre gli ordinamenti, mai la sua natura e le sue finalità. Sono ritardi gravi e che ci permettono di comprendere le ragioni dell’insofferenza di un sedicenne costretto a un banco in cui ascoltare ascoltare di fronte ad una cattedra da cui discendono discendono informazioni. La struttura stessa dell’aula (banchi e cattedra, come nelle scholae medievali) e la rigorosa assegnazione di compiti, per i quali UNO apprende e UNO insegna, non sono più funzionali rispetto ad un mondo in cui le in/formazioni – che in effetti producono, o dovrebbero produrre altrettante formazioni – sono, possiamo dire, di casa!

Lo so! Ci sono insegnanti che “insegnano” in modo diverso! Ci sono sperimentazioni interessanti! Dove la scuola è di fatto un campus! Purtroppo però il corpo molle della scuola – alludo soprattutto alla nostra scuola secondaria di secondo grado – è quello di sempre. Indicazioni nazionali e Linee guida hanno sostituito i programmi – ed è stata un’operazione utilissima – ma non hanno minimamente inciso su quella struttura e su quelle regole ferree che da anni individuo nelle tre C: classe d’età, cattedra, campanella. Le tre C immutabili che non permettono alla nostra scuola secondaria di secondo grado – quella in cui soprattutto “si picchiano” gli insegnanti – di diventare adulta, e di trattare da “adulti” studenti che oggi sono “abbastanza cresciuti” e che, come si suol dire, sono in grado di farne più di Carlo in Francia!

E in effetti ne fanno di più, ma in negativo! Ma la responsabilità non è solo loro! Chissà se il nuovo ministro… ma ci credo poco, perché il Miur tocca sempre a un illustre sconosciuto, un nuovo arrivato, o una nuova arrivata, cha dà inizio al suo cursus honorum!!!

Del cono e del cilindro

Del cono e del cilindro e…

di Maurizio Tiriticco

…dell’apprendimento efficace.

Rinvio il lettore alle slide seguenti, pubblicate da edscuola.it: Il laboratorio del gioco.

Si tratta di una serie di slide sull’apprendimento e le funzioni che il gioco assume in proposito soprattutto nella prima infanzia. Ed è una gran fortuna che il nuovo nato apprenda con piacere e senza quella fatica, quella che invece affligge migliaia di adolescenti che frequentano la nostra scuola dell’obbligo. In effetti, si tratta di una fatica lieve nei primi anni, ma sempre più insopportabile nella misura in cui ci si avvicina al sedicesimo anno di età! Quando il nostro alunno può esclamare: “Finalmente! Ce l’ho fatta! Non vedevo l’ora! E’ finita questa scuola dell’obbligo… sono libbberooo!!!” Ma il poverino non sa che oggi apprendere è un’attività a cui dobbiamo attendere, anche obtorto collo, e per tutta la vita!”! In effetti, basta acquistare il cellulare nuovo, e sono mille le nuove funzioni da apprendere! Così avviene nel mondo del lavoro! E non è un caso che da anni si parli di “apprendimento organizzativo”, un tema su cui scrissi un bel volumetto anni fa, “L’apprendimento organizzativo nella scuola dell’autonomia, i nuovi orizzonti culturali di dirigenti scolastici e docenti”, pubblicato da Anicia.

Ma perché organizzativo? Perché non c’è nessun “lavoro organizzato” in cui non si debba costantemente apprendere. E ciò lo sanno bene gli insegnanti – alludo a quelli più sensibili e attenti – che, anno dopo anno, hanno a che fare con alunni che cambiano con velocità inconsuete rispetto solo a qualche anno fa; e con tematiche disciplinari sempre nuove! Insegnare la prima guerra punica o il volume della sfera è molto molto difficile oggi rispetto a quegli anni lontani in cui io frequentavo la scuola! C’era la guerra e c’era la fame, e tanta, e la scuola e lo studio erano, per certi versi, diversivi di/vergenti e interessanti rispetto ad una vita quotidiana povera e, per certi versi, pericolosa! Contestare un insegnante – cosa che ormai è una sorta di sport – era assolutamente impensabile! Forse anche perché gli insegnanti erano tutti bravi e competenti! Quante lezioni cattedratiche! Quanta attenzione! La “didattica laboratoriale”, quella a cui oggi ci richiamano sia le Indicazioni nazionali che le Linee guida erano metodologie assolutamente ignote.

Ma torniamo al cono e al cilindro! Si tratta semplicemente di una metafora. Mi aiuto con le immagini. Il nuovo nato – ciascun nuovo nato – è come se fosse situato su un’ampia circonferenza, che sta ad indicare il mare delle possibilità che ha di apprendere! Con il crescere apprende, nella misura in cui viene stimolato dall’esterno. Più gli stimoli sono ricchi, copiosi e mirati, più il nostro nuovo nato cresce e apprende. Ma, se gli stimoli sono poveri e scarsi, il nuovo nato ha poche occasioni di apprendere. Nel primo caso il cono è alto, nel secondo invece, è basso. Nel primo caso il nuovo nato cresce e acquisisce sempre nuovi stimoli/informazioni. Nel secondo caso il nuovo nato “si deve contentare” dei pochi e scarsi stimoli di cui fruisce.

Restando nella metafora, un apprendimento ricco, continuo, motivante, che duri veramente tutta la vita costituisce la sfida dell’”educazione continua e permanente”. La ipotizzò Comenio (inizi del Seicento), ma rimase un’utopia! La riprese alla fine del secolo scorso il Libro bianco di Cresson, con cui vennero adottati i concetti di lifelong learning e di knowledge society. Sono sfide importanti che siamo in dovere di raccogliere! Ciascuno di noi! Ecco perché il cilindro! La metafora di un apprendimento che non ha mai fine… La sfida di oggi e degli anni che verranno!