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Il nuovo esame di “maturità”

Il nuovo esame di “maturità”*

di Maurizio Tiriticco

 

Una storia che viene da lontano

Perché le virgolette? Perché si continua a parlare di esame di maturità, nonostante sia stato modificato tanti anni fa. E forse quelle modifiche non sono ancora entrate nel DNA degli insegnanti, né degli stessi studenti, per non dire delle loro famiglie e della pubblica opinione. E saranno entrate nel DNA dei nostri amministratori?

Ma andiamo con ordine. Alla fine del secolo scorso, come molti ricorderanno, si verificò una profonda svolta nel campo delle finalità dell’insegnamento, non solo in Italia, ma anche in molti Paesi dell’Unione Europea. Si sottolineava che, in un mondo che cambia, i processi di istruzione non possono più limitarsi a perseguire solo conoscenze, ma anche e soprattutto competenze. Una svolta di estrema importanza, ma… in effetti ancora oggi un passaggio di questo tipo non è stato totalmente avvertito nella sua interezza, né recepito.

Trent’anni di maturità “sperimentale” (1969-1997)

Cito due leggi. La legge 119/1969 prevede che “l’esame di maturità ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato” (art. 5) e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanza tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della commissione (art. 8)”. Con la legge di riforma 425/1997 si dava una ben altra formulazione: i nuovi esami “hanno come fine la verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi generali e specifici di ciascun indirizzo di studi” (art. 1, c. 1), e la certificazione rilasciata deve “dare trasparenza alle competenzeconoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea” (art. 6). In effetti, si tendeva passare da una scuola centrata sulle conoscenze ad una scuola centrata sulle competenze. Quindi era necessario anche un riordino dell’esame di Stato.

Fatti e misfatti della riforma della maturità del 1997

Se poi questo passaggio, che avrebbe dovuto essere epocale, sia veramente “passato” nella nostra scuola è altro discorso. È opportuno ricordare che la riforma del ‘97 venne attuata dal Ministro Luigi Berlinguer nel contesto di un governo di centro-sinistra, e che si trattava di una riforma che avrebbe potuto veramente incidere nei tempi lunghi. Con i governi successivi, invece, la riforma venne letta e realizzata più come un adempimento formale che sostanziale. Di qui una sorta di fastidio per i “punteggi” e per la “terza prova”, che invece, costruita dalle commissioni, avrebbe dovuto costituire un’innovazione profonda. Ma il fatto è che per la scuola dei “voti”, che di prove oggettive ne masticava poco (e non solo allora), costruire prove “diverse” rispetto a quelle della tradizione, e adottare punteggi, non fu affatto cosa facile. Non è un caso che la terza prova sia stata vissuta come “il quizzone”: un termine che denota ignoranza in materia di misurazione e valutazione. E non è un caso che le prove Invalsi, costruite secondo precisi criteri docimologici, siano vissute più come un’invasione che come un’opportunità!

La delega legislativa sulla valutazione nella legge 107/2015

A “complicare le cose” – se si può dire così – è intervenuta la 107! Il comma 181, lett. i) dell’articolo 1 della legge 107/2015 recita: “adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato, anche in raccordo con la normativa vigente in materia di certificazione delle competenze, attraverso: 1) la revisione delle modalità di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti del primo ciclo di istruzione, mettendo in rilievo la funzione formativa e di orientamento della valutazione, e delle modalità di svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo; 2) la revisione delle modalità di svolgimento degli esami di Stato relativi ai percorsi di studio della scuola secondaria di secondo grado in coerenza con quanto previsto dai regolamenti di cui ai decreti del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, nn. 87, 88 e 89”. Sono i decreti che riguardano rispettivamente il riordino degli istituti professionali, degli istituti tecnici e dei licei.

Il D.lgs. 62/2017 ha dato attuazione a questa delega. Nel contesto/scenario sopra descritto insegnanti e commissioni si sono mossi, comunque, sempre con grande equilibrio, pur avvertendo a volte alcune difficoltà operative. In effetti le innovazioni, se non sono sostenute da opportuni interventi informativi e formativi degli operatori scolastici, rischiano di lasciare il tempo che trovano. Appare quindi utile e necessario che il Miur, per quanto riguarda gli esami di Stato relativi al secondo ciclo di istruzione, sia intervenuto “oggi” con tre documenti per fare chiarezza su alcune questioni.

La nota del Miur con le prime indicazioni operative

Il primo documento è la nota 4 ottobre, n. 3050, che ha per oggetto: “Esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado a.s. 2018/2019 – prime indicazioni operative”. Questo è l’incipit: “Com’è noto, il d.lgs. 13 aprile 2017, n. 62, recante ‘Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107’, ha apportato significative innovazioni alla struttura e all’organizzazione dell’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado. Le relative disposizioni, contenute nel Capo III (artt. 12-21), sono entrate in vigore dall’1 settembre 2018, come previsto dall’art. 26, comma 1, dello stesso decreto legislativo…”.

Le tracce per la prima prova scritta

Il secondo è il “Documento di lavoro per la preparazione delle tracce della prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione” (allegato 1 alla suddetta nota). Vi si legge, tra l’altro: “Per la lingua, si tratta di padroneggiare il patrimonio lessicale ed espressivo della lingua italiana secondo le esigenze comunicative dei vari contesti; per la letteratura, di raggiungere un’adeguata competenza sulla evoluzione della civiltà artistica e letteraria italiana dall’Unità a oggi”. Per ragioni di spazio, si indicano solo i titoletti del documento: Obiettivi della prova; Indicazioni generali per la formulazione delle tracce; Tipologie di prove e numero di tracce; Tipologia A: analisi e interpretazione di un testo letterario italiano; indicazioni specifiche per la formulazione delle consegne; Tipologia B: Analisi e produzione di un testo argomentativo; indicazioni specifiche per la formulazione delle consegne; Tipologia C: Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità; criteri per la formulazione delle prove; scritture da testi; scritture svincolate da testi; l’importanza del contenuto, Indicatori specifici per le singole tipologie di prova.

A proposito della prova scritta di italiano, mi piace riportare le parole di Luca Serianni (da un’intervista rilasciata a “la Repubblica” dello scorso 6 ottobre), che ha guidato il gruppo di lavoro del Miur per rivedere la prima prova scritta: “Il deficit principale non è l’ortografia, come si ritiene comunemente al di fuori della scuola. Il problema nei ragazzi è la violazione della coerenza testuale, l’incapacità di argomentare e di capire cosa si legge. Il nostro è un tentativo di porvi rimedio. L’idea di fondo è insistere su una prova che valorizzi la capacità di istituire un ragionamento, di dedurre conseguenze da premesse. E soprattutto di aumentare la competenza nella comprensione di un testo, dunque della realtà”.

È evidente la necessità che la scuola ha di contrastare il progressivo impoverimento della nostra lingua, indotto anche dall’uso di certi media, da Facebook ai cellulari, che per loro natura difficilmente sollecitano scambi comunicativi concettualmente ricchi e grammaticalmente articolati. Ed è vero che anche certi politici ormai parlano più per slogan che per ragionamenti mirati. E quando l’esempio viene dall’alto…

Quadri di riferimento per le seconde prove

Il terzo documento riguarda “Indicazioni metodologiche e operative per la definizione dei ‘Quadri di riferimento per la redazione e lo svolgimento delle seconde prove’ e delle ‘Griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi’” (allegato 2 alla suddetta nota). È costituito dai seguenti punti: Premessa; Percorsi di studio per i quali si procederà alla redazione dei Quadri di riferimento; Modalità operative; Indicazioni metodologiche relative a: Una o più discipline; Le griglie di valutazione.

A proposito di quest’ultimo punto, leggiamo: “La scelta contenuta nel d.lgs. 62/2017 di introdurre, in uno con i quadri di riferimento, griglie di valutazione da utilizzare nei lavori delle Commissioni, risponde all’esigenza di fornire elementi di omogeneità e di equità: le esperienze svolte in questi anni con le griglie di Matematica sono state generalmente positive e bene accolte. Bisogna però tenere conto del fatto che costruire griglie di valutazione non è operazione semplice, anche perché la diversità dei contenuti delle tracce rende difficile la definizione di descrittori definiti ‘a priori’. In linea di massima, per griglia di valutazione si può intendere un insieme di informazioni codificate che descrivono le prestazioni di uno studente/candidato in relazione a degli stimoli/consegne/obiettivi: sono composte da indicatori (parametri, elementi di valutazione) che a loro volte vengono declinati in descrittori delle prestazioni che identificano i livelli ai quali si assegna un risultato in termini numerici”.

Tra misurazione e valutazione

In estrema sintesi, quanto ho riportato riflette l’insieme delle operazioni più importanti dell’esame di Stato. Ciò che preoccupa – a mio esclusivo giudizio… o pregiudizio, conoscendo il linguaggio dell’amministrazione – è l’abbondanza (o sovrabbondanza?) delle disposizioni. A volte è pure difficile distinguere ciò che è innovativo da ciò che invece non lo è. Una sola osservazione: l’introduzione dei punteggi per la misurazione delle prove, prevista dalla riforma del ‘97, aveva un significato preciso e intendeva operare un’innovazione profonda. Il docimologo sa che un punteggio è oggettivo e che una valutazione ha sempre un alto tasso di soggettività. Quando un insegnante consegna a un alunno un compito che ha valutato “quattro”, ma poi dice che non se lo sarebbe mai aspettato da uno studente bravo come lui, “lavora” su due livelli senza rendersene conto: ha misurato e ha valutato. La stessa cosa vale per un alunno che “ha preso otto” nel compito in classe, ma l’insegnante sospetta che abbia copiato: otto, esito di misurazione; copiatura, esito di valutazione.

Qualche annotazione docimologica

Introdurre allora il punteggio da uno a quindici per una prova scritta significava introdurre un puro criterio misurativo. Ma poi, quando nell’ordinanza ministeriale che regola ogni anno l’esame di Stato leggiamo che un punteggio di 10 su 15 equivale alla sufficienza, l’amministrazione crea una tremenda confusione, facendo “equivalere”, appunto, il punteggio al voto! Quando invece, nei fatti, un punteggio alto potrebbe essere valutato non sufficiente o viceversa, a seconda della tipologia del compito, dell’alunno e delle relazioni che sempre corrono con gli altri compiti e con gli altri alunni. In effetti ogni anno l’OM che regola gli esami di Stato puntualmente recita: “La commissione dispone di 15 punti massimi per la valutazione di ciascuna prova scritta per un totale di 45 punti; a ciascuna delle prove scritte giudicata sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 10”. E la cosa non mi meraviglia più di tanto: in tutte le ordinanze che negli anni regolano la valutazione degli alunni non c’è mai un accenno al fatto che un conto è misurare una prova, altro conto è valutarla. Per non dire poi della valutazione dell’alunno, che è un altro conto ancora.

Ai nostri amici del Miur, che anno dopo anno scrivono di valutazione, suggerirei la lettura e lo studio di due testi, fondamentali per operare in materia. Sono testi di tanti anni fa, ma illuminanti fin dal titolo. Eccoli: Aldo Visalberghi, Misurazione e valutazione nel processo educativo, Milano, Edizioni di Comunità, del 1955; Mario Gattullo, Didattica e docimologia, misurazione e valutazione nella scuola, Roma, Armando, del 1967.

Le novità del nuovo esame, in sintesi

Tornando al “nuovo” esame di Stato, le scelte e le innovazioni più significative introdotte sono le seguenti:

  1. è ammesso all’esame di Stato l’alunno che ha frequentato almeno i tre quarti delle ore di scuola previste ed ha ottenuto almeno la sufficienza in tutte le discipline;
  2. per quanto riguarda il credito scolastico, l’art. 15 del d.lgs. 62/2017 attribuisce al credito scolastico maturato dagli studenti nel secondo biennio e nell’ultimo anno di corso un peso decisamente maggiore nella determinazione del voto finale dell’esame di Stato rispetto alla precedente normativa, elevando tale credito da venticinque a quaranta punti su cento;
  3. la prima prova scritta di italiano non avrà più quattro tracce, ma tre;
  4. la seconda prova scritta può riguardare più materie;
  5. la commissione dispone di 60 punti: massimo 20 per ciascuna delle due prove scritte e 40 per il colloquio;
  6. viene eliminata la terza prova scritta (quella che assolutamente non si deve chiamare quiz o addirittura quizzone, perché in effetti una prova oggettiva ha sempre una sua dignità);
  7. se lo studente dispone di un credito di almeno 30 punti e del punteggio complessivo di 50 per le tre prove, può godere di altri 5 punti (da uno a 5).

Altri provvedimenti per nulla secondari sono i seguenti: la prova Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro non costituiscono più requisiti di accesso all’esame.

I documenti del Miur

Le innovazioni sono tante. Ovviamente, per il dettaglio delle informazioni, occorre accedere direttamente ai tre documenti citati: a) la Nota del 4 ottobre; b) il Documento di lavoro per la preparazione delle tracce della prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione; c) le Indicazioni metodologiche e operative per la definizione dei ‘Quadri di riferimento per la redazione e lo svolgimento delle seconde prove’ e delle ‘Griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi’.

 

* in Scuola7, n 7, ottobre 2018 – Edizioni Tecnodid, Napoli

Una Raccomandazione per la nostra scuola

Una Raccomandazione per la nostra scuola

di Maurizio Tiriticco

All’avvio del nuovo anno scolastico, è bene ricordare che ormai da anni le nostre scuole sono tenute a far raggiungere ai nostri studenti, oltre alle competenze disciplinari, inter- e pluridisciplinari, di cui alle Indicazioni nazionali e alle Linee guida – i documenti normativi che regolano i nostri percorsi di studio – anche quelle competenze di cittadinanza cosiddette chiave, che sono in grado di garantire a ciascun soggetto di inserirsi positivamente non solo nel contesto specifico del proprio Paese, ma anche all’interno del contesto europeo. In altri termini, le istituzioni scolastiche di ciascuno dei 28 Paesi aderenti all’Unione Europea, sono tenute a perseguire, oltre agli obiettivi specifici delle singole istituzioni, anche obiettivi caratterizzanti una cittadinanza specificatamente europea.

Ovviamente, tali obiettivi trascendono le discipline di studio dei singoli Paesi e approdano a competenze fortemente pluridisciplinari e civiche. In tal modo tracciano la figura di un soggetto in grado di sentirsi cittadino di una comunità più ampia di quella nazionale! Appunto! Cittadino di una comunità europea, anzi di una vera e propria unione, l’Unione Europea!

Si tratta, quindi, di competenze di cittadinanza che, pur fondandosi su basi che, come si suol dire, vengono da lontano, con il trascorrere del tempo, subiscono costantemente correzioni e aggiustamenti al fini di poter riflettere al meglio le responsabilità di un cittadino autenticamente europeo.

Nella scorsa primavera, il Consiglio dell’Unione Europea ha varato un provvedimento, con cui si configurano le competenze di cittadinanza e vi si apportano alcuni cambiamenti e miglioramenti rispetto alle edizioni precedenti. Il documento in questione è la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 22 maggio 2018, relativa, appunto, all’apprendimento permanente, della quale riporto il titolo e alcuni passaggi significativi.

RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA del 22 maggio 2018, relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente.

Nel documento leggiamo, tra l’altro:

“””E’ pertanto diventato più importante che mai investire nelle competenze di base. L’istruzione di alta qualità, corredata di attività extracurricolari e di un approccio ad ampio spettro allo sviluppo delle competenze, migliora il conseguimento delle competenze di base. Una società che diventa sempre più mobile e digitale deve inoltre esplorare nuove modalità di apprendimento. Le tecnologie digitali esercitano un impatto sull’istruzione, sulla formazione e sull’apprendimento mediante lo sviluppo di ambienti di apprendimento più flessibili, adattati alle necessità di una società ad alto grado di mobilità. Nell’economia della conoscenza, la memorizzazione di fatti e procedure è importante, ma non sufficiente per conseguire progressi e successi. Abilità quali la capacità di risoluzione di problemi, il pensiero critico, la capacità di cooperare, la creatività, il pensiero computazionale, l’autoregolamentazione sono più importanti che mai nella nostra società in rapida evoluzione. Sono gli strumenti che consentono di sfruttare in tempo reale ciò che si è appreso, al fine di sviluppare nuove idee, nuove teorie, nuovi prodotti e nuove conoscenze.

Le competenze di cui ogni cittadino europeo deve disporre, sono le seguenti:

• competenza alfabetica funzionale;

• competenza multilinguistica;

• competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria;

• competenza digitale;

• competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare;

• competenza in materia di cittadinanza;

• competenza imprenditoriale;

• competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.”””

La considerazione della citata Raccomandazione dovrebbe costituire il principio e il fine di qualsiasi attività di insegnamento/apprendimento. In effetti ciascun insegnante, che sia autenticamente europeo e che sia consapevole di essere responsabile dell’istruzione, della a formazione e dell’educazione di un cittadino che è anche e soprattutto europeo, non può limitarsi al puro esercizio della sua attività disciplinare. Insistere sulla disciplina di competenza è corretto, ma è anche necessario volare alto! In un mondo che ci impone orizzonti sempre più impegnativi!

E, a questo proposito, mi piace ricordare quanto Edgar Morin volle insegnarci alcuni anni fa circa le finalità dell’insegnare e dell’apprendere in una dimensione europea; ma, in verità, non solo europea. Tra “Les sept savoirs nécessaires à l’éducation du future”, Unesco – Paris, 2000, mi piace ricordarne due, il secondo e il quinto:

  1. Insegnare a cogliere le relazioni che corrono tra le parti e il tutto in un mondo complesso.

  2. Insegnare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze.

E che il nuovo anno scolastico abbia inizio con i migliori auspici!

Anno scolastico nuovo! Scuola nuova?

Anno scolastico nuovo! Scuola nuova?

di Maurizio Tiriticco

Stando a quanto leggo su ben due pagine de “la Repubblica” di oggi, l’avvio dell’imminente anno scolastico comincia in salita! Alcuni titoli: “Manca un preside su quattro, servono segretari e bidelli, in cattedra ottantamila precari”. “Sostegno, aumentano i posti, ma non ci sono specialisti: si va avanti con i supplenti”. “Alle superiori è caccia ai prof di greco e matematica”. Nel Lazio “la metà dei nuovi docenti è pendolare da altre regioni”. Nel Veneto: “Ad oggi abbiamo ancora più di seimila posti vacanti”. Ma è solamente un’emergenza o qualcosa di più? Sono ormai anni che alla fine di agosto sulla stampa appaiono titoli di questo genere! Ma insomma! Ogni anno scolastico è destinato a cominciare così? Ed in effetti, purtroppo, è proprio così! Se un avvio si vede dal mattino, non è detto che poi il percorso sia migliore! Il fatto è che, dopo i primi giorni, la nostra scuola non fa più notizia! Fatta eccezione di qualche genitore che aggredisce l‘insegnante o dello studente che dileggia il docente per poi pubblicare il tutto sul web! Ma, al di sotto di queste emergenze, viene da chiedersi: ma il nostro sistema scolastico, o meglio, per dirla anche sotto il profilo formale, il nostro “Sistema nazionale educativo di istruzione e formazione” funziona? E come?

Le intenzioni istituzionali sembrano ottime! La scuola oggi non deve più limitarsi ad istruire (in ordine a date e indispensabili conoscenze), come era una volta, ma anche e soprattutto a formare ed educare! O meglio, a formare la persona e ad educare il cittadino! E conseguentemente non si perseguono più solo conoscenze, ma anche abilità e competenze! Obiettivi più che ambiziosi! Siamo lontani anni luce da quella scuola elementare obbligatoria postunitaria, che doveva limitarsi ad insegnare a leggere e scrivere in lingua italiana e a far di conto! L’obbligo scolastico e l’obbligo di leva erano finalizzati a far sì che il suddito siciliano e il suddito veneto non si sentissero più stranieri in Patria! Obiettivi ambiziosi ma che, nel corso di qualche decennio, bene o male, si sono realizzati.

Ma oggi, in ordine a obiettivi ben più impegnativi – siamo anche cittadini d’Europa… e del mondo, perbacco – il nostro Sistema di istruzione ecc., non sembra che funzioni al meglio, se, ormai da anni, ad ogni avvio di anno scolastico nuovo, ci troviamo sempre di fronte agli stessi problemi! Purtroppo è così! E la cosa più sconcertante è che, quando andiamo a leggere le classifiche OCSE, il nostro sistema di istruzione ecc. non sembra raggiungere risultati lusinghieri! In effetti, nelle classifiche internazionali si aggira sempre nelle posizioni centrali, quasi sempre un po’ più su o in po’ più giù della media (a seconda delle diverse tabe!le). Siamo surclassati da Paesi – cito a memoria – come la Germania, la Svizzera, la Lituania, la Finlandia, Singapore, Francia, Svezia, Messico.

E allora? Che cosa aspettiamo ad investire in istruzione? Molti dei nostri istituti scolastici collassano fisicamente. Gli insegnanti sono malpagati, a fronte di altri professionisti e di tanti loro colleghi stranieri. Ma non basta! Non solo sono mal pagati, ma, prima di giungere all’agognato ruolo, devono affrontare gavette che sembrano percorsi di guerra! Ne consegue che la motivazione ad insegnare non viene affatto sollecitata! Per non dire poi del funzionamento delle nostre scuole! Che è quello di sempre! Riforme ce ne sono state e tante! Fino al superamento dei programmi ministeriali di sempre accompagnati dal varo di Indicazioni nazionali e Linee guida. Ma la struttura organizzativa delle nostre scuole è quella di sempre: classe d’età, aula, banchi, cattedra (con o senza “predella” come la chiama qualcuno), ore sacramentali, campanelle sacramentali, che, come le sirene nelle fabbriche fordiste di Taylor, scandiscono il tempo eguale per tutti! Promozioni e bocciature convivono a segnare tempi sacramentali eguali per tutti gli studenti! Ciò che in natura non si può, nella scuola si può: ripetere un anno di vita! E una volta c’erano anche i grembiuli a coprire gli abiti! Un omaggio formale per coprire le differenze di classe… sociale, ovviamente! Per non dire dei banchi a coppia… difficilmente un maschietto accanto a una femminuccia. E via dicendo! Sono cose notissime, ma…

…nell’istituto Maiorana di Brindisi, queste “cose” da anni sono state del tutto sconvolte e rovesciate! Non sto a descriverle! Il web è più informato di me! E chi ha avviato, e da anni, questa rivoluzione è stato un preside di frontiera, Salvatore Giuliano, che oggi è viceministro al Miur! Di qui, la speranza e l’augurio che il nostro Giuliano possa avviare non un’ulteriore riforma della scuola – ne abbiamo avute fin troppe – ma dare quei segnali che possano sollecitare il là a progressivi e incisivi cambiamenti! Da attivare nel lavoro concreto e quotidiano dell’insegnante in aula! E nello studio dei nostri studenti, che deve essere attivo, produttivo. Al Maiorana i libri cosiddetti di testo li scrivono studenti e insegnanti! E fanno tante altre cose che non sto a dire perché sarebbe lungo! E perché le sollecitazioni ad innovare vanno ricercate! E sperimentate! Buon lavoro, insegnanti! E che sia un anno scolastico di rinnovamento!

L’incultura degli Italiani

L’incultura degli Italiani

di Maurizio Tiriticco

Alcuni anni fa – era il 16 dicembre del 2010 – in mio articolo dal titolo “La terza fase, forme di sapere che… abbiamo perdute”, ricordavo quanto affermava Raffaele Simone nel suo libro La Terza Fase, Forme di sapere che stiamo perdendo, pubblicato da Laterza nel lontano 2000. Scrivevo: “La tesi di Simone è che l’avvento delle tecnologie ipertestuali non concorre a migliorare le nostre competenze logico linguistiche – discrete e digitali, potremmo aggiungere – ma ad impoverirle”. In effetti, oggi, nel 2018, dobbiamo purtroppo constatare che nella nostra classe dirigente la parola scritta si è andata estremamente impoverendo, e proprio in quei settori dell’analisi politica e sociale che, invece, richiederebbero arricchimenti costanti. In effetti, stante la complessità delle società contemporanee, delle economie e dei mercati, di una globalizzazione galoppante e di un mercato del lavoro sempre più precario, altrettanto complessa, circostanziata e mirata ne dovrebbe essere l’analisi! Soprattutto da parte di chi ha nelle mani i destini del Pianeta, per usare parole forti!.

Ora, alla luce di quanto accade oggi nella nostra vita politica, mi sembra che le preoccupazioni espresse allora da Simone, sulle quali peraltro non tutti i critici erano d’accordo, abbiano trovato invece una sonora conferma! In effetti, a diciotto anni di distanza dal libro di Simone, dobbiamo constatare che nella nostra classe dirigente la parola scritta si è andata estremamente impoverendo, e proprio in quei settori dell’analisi politica e sociale che, invece, richiederebbero arricchimenti costanti. In effetti, stante la complessità delle società contemporanee, delle economie e dei mercati, di una globalizzazione galoppante e di un mercato del lavoro sempre più precario, altrettanto complessa, circostanziata e mirata ne dovrebbe essere l’analisi! Soprattutto da parte di chi ha nelle mani i destini del Paese e del Pianeta, per usare parole forti!

Insomma, chi ha responsabilità di governo, deve essere anche assolutamente padrone del linguaggio che usa! Anche perché il linguaggio è il pensiero, paragrafando Vygotsky. Ebbene! Sono passati otto anni da quel 2010 e di acqua sotto i ponti ne è passata molta, ma… le cose non sono affatto migliorate, anzi! L’avvento sull’arengo politico (chissà se i politicastri nostrani conoscono il significato della parola ‘arengo’) di tanti baldi giovanotti non è di grande aiuto per un miglioramento della nostra lingua, né comune né tanto meno politica. Un giovanotto viene da Milano! Un altro giovanotto da Napoli! E sono anche fior di ministri! E poi, c’è un terzo individuo, non troppo giovanotto, venuto chissà da dove… o meglio, ricordiamolo: è nato in un Paese della nostra bella Puglia, Volturara Appula, nel 1964. Il web mi dice che è un politico, un giurista, un accademico italiano! Ed oggi anche “Presidente del Consiglio dei Ministri e Capo del Governo”! No! Per carità! Il web sbaglia! Solo Benito Mussolini si permise di darsi il titolo di Capo del Governo! Un titolo che, oggi, nella nostra Costituzione non esiste!

Ma, a parte queste disquisizioni storiche e linguistiche, ciò che sconcerta è l’estrema povertà di linguaggio dei nostri attuali governanti, in primo luogo dei due Vicepresidenti del Consiglio dei Ministri. Parlano spesso, anzi troppo spesso, per slogan, per allusioni, come se fossero dei pubblicitari, invece che uomini politici con responsabilità immense, oggi, in un Paese che non sembra affatto navigare in acque tranquille. Ricorrono a Facebook e a Instagram per lanciare i loro proclami! Sì, proclami più che riflessioni e analisi politiche! E ciò è di un’estrema gravità! Ed inoltre lanciano quotidianamente licenze ad uccidere la nostra bella lingua italiana!

Così un Presidente del Consiglio sembra un burattino che balbetta ciò che i due burattinai suggeriscono! E i due burattinai zompano – letteralmente – da una telecamera all’altra e, quando sono in vena di grandi riflessioni, cliccano qualche periodino sui social! E producono piccoli “pezzi” in cui semantica, lessico e sintassi – che parole grosse! – sono sempre di un’estrema povertà.

Eppure c’era una volta un Parlamento in cui si… parlava! E i dibattiti erano sostenuti non solo dalla ricchezza delle idee e delle proposte politiche, ma anche dalla ricchezza delle argomentazioni. Soprattutto in occasioni delle grandi leggi di riforma! Oggi sembra che nel Parlamento si parli poco e male. Per non dire che quasi quotidianamente la parola è sostituita dallo schiamazzo, dallo sberleffo, dall’insulto, dalla banalità dal lancio costante di volantini in cui lo slogan uccide qualsiasi argomentazione! Ben altri erano i discorsi che hanno tenuto i nostri Padri e Madri Costituenti, i nostri Deputati e Senatori che nella seconda metà degli anni Quaranta hanno costruito l’ossatura legislativa e giuridica della nostra Repubblica! Solo qualche nome: De Nicola, Terracini, De Gasperi, Nenni, Togliatti, Moro, Andreotti! Ma quanti altri ne potrai ricordare, e quante altre, di schieramenti politici opposti, ma tutti padroni/e della nostra bella lingua!

E ciò che più addolora è questa urlante e sgangherata corsa verso un’ignoranza sempre più diffusa, civica e politica! Tutto ciò accade in un Paese che, in materia di lingua ha conosciuto un Dante, un Galileo, un Manzoni, un Pasolini, e tante donne, dalla Ginsburg alla Maraini, dalla Deledda alla Morante… ma quanti e quante altri/e ancora…

Non so! A volte mi viene da pensare: c’era una volta un Bel Paese che si chiamava Italia… dove il Sì… suonava!!!

La pedagogia, questa sconosciuta!

La pedagogia, questa sconosciuta!

di Maurizio Tiriticco

Il titolo dell’articolo è edificante: “Le scienze dell’Educazione per l’Europa”. E’ pubblicato alla pagina 32 de “la Repubblica” di oggi. Ed è firmato da autorevoli pedagogisti! Appena l’ho letto, mi sono detto: “Ah! Ma allora esiste una ricerca educativa nel nostro Paese! E riguarda anche l’Europa intera! Ed io che credevo che fosse ormai morta!!!” Ma poi, leggendo l’articolo con estrema attenzione, periodo dopo periodo… mi ha assalito un grande sconforto! Di fatto, nulla di nuovo sotto il sole! Insomma, un vero e proprio piagnisteo! Fior di pedagogisti che si battono il petto e lamentano la non presenza – non voglio dire l’assenza – della ricerca educativa, oggi, almeno nel nostro Paese! Altrove non so, ma sono anni che non ho notizia di un saggio, di un articolo, di un nome! So solo che, anno dopo anno, arrivano le ricerche dell’OCSE sui sistemi educativi dei Paesi più importanti e che l’Italia si aggira sempre un po’ più su o un po’ più giù della media. E Singapore e Giappone sono sempre in testa!

Insomma, se nel nostro Paese girano dei nomi in materia pedagogica, sono quelli di sempre, Laporta, Visalberghi, Don Milani! Per non dire de “La testa ben fatta, riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”, quell’aureo saggio di Edgar Morin che, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, non solo ebbe un grande successo, ma offrì anche agli insegnanti preziose indicazioni per un rinnovamento delle loro attività. Ma poi, con il nuovo millennio… più nulla! E la ricerca pedagogica? Boh!!!

Quindi, la chiave di lettura dell’articolo citato non è il modo indicativo, ma il condizionale! In effetti, non si dice che “la scuola italiana fa…”, ma che “la scuola italiana, dovrebbe, potrebbe…”. Riporto questo passaggio, in quanto mi sembra la sottolineatura di uno sconforto nazionale. Comunque, i nostri firmatari pedagogisti – od ex? – affermano che, di fronte alle tante sfide che la società contemporanea propone ed impone, “è dunque il momento di riproporre con forza il ruolo trasformativo dell’atto educativo, affinché riacquisisca l’imprescindibile funzione di volano per la società”. Viene da chiedermi, e da chiedere: ma dove erano in tutti questi anni i firmatari di questo accorato appello? Io ricordo soltanto che, quelle rare volte che alcuni di loro sono andati nelle scuole a confrontarsi con gli insegnanti, non hanno ottenuto lusinghieri successi! Perché, in effetti, un conto è scrivere di pedagogia; ma altro conto è confrontarsi ogni giorno con una classe di alunni! In effetti, se non erro, la ricerca pedagogica, almeno quella italiana, da lunghi anni tace. In realtà, quali indicazioni, quali sussidi hanno offerto alle nostre tante scuole in difficoltà? Difficoltà di ogni tipo: un mondo infantile e giovanile che cambia di giorno in giorno; ma un’organizzazione e un’offerta educativa che sono quelle di sempre! Lo so! Non ci sono più i programmi ministeriali, sostituiti dalle Indicazioni nazionali e dalle Linee guida, ma… i ma sono tanti! In effetti, l’organizzazione della vita scolastica è quella di sempre! Dominano le tre C, che da sempre denuncio, ma che sembrano immodificabili! La Classe, la Cattedra, la Campanella! Un’organizzazione della vita scolastica che è rimasta immodificata fin dai tempi della legge Casati (1859) e della legge Coppino (1877). E mettiamoci pure la riforma Gentile del 1923!

Oggi, con tutti i profondi cambiamenti che sono avvenuti nel sociale, nel mondo giovanile, nel modo dell’informazione, la scuola delle tre C è in buona misura insopportabile, anche da parte degli stessi insegnanti! E poi, come se non bastasse, arrivano le prove Invalsi a fare le pulci a scuole e insegnanti! In tale scenario, si contano sulla punta delle dita i DS che hanno rovesciato questa organizzazione. Quindi, alcune eccezioni ci sono. Vorrei ricordare il “Majorana”, di Brindisi; il “Pacioli” di Crema, il “Fermi” di Mantova, il “Volta” di Perugia, il “Savoia Benincasa” di Ancona, il “Marco Polo” di Bari. Ed è importante che il DS del “Majorana”, Salvatore Giuliano, sia oggi sottosegretario all’Istruzione! Io non sono un tifoso dei pentastellati, ma mi auguro che il nostro Giuliano riesca a proporre alle nostre scuole modelli organizzativi diversi e, in primo luogo, più produttivi Lui che di modelli innovativi ha una lunga esperienza!

Come dice un vecchio adagio, lasciamo lavorare il manovratore! Un augurio e una scommessa! La nostra scuola ha bisogno di rinnovarsi dalle fondamenta! L’anno scolastico che sta per cominciare segnerà l’avvio del cambiamento?

Conversando

Conversando

di Maurizio Tiriticco

L’amico Gennaro Lopez scrive su FB: “Tra le varie amenità lette o ascoltate a proposito del tragico crollo di Genova, c’è quella che ci dice di un ponte ‘invecchiato’. Invecchiato? Dopo 50 anni? E che dire allora di ponti e acquedotti dell’antica Roma che ancora reggono dopo millenni? Certi commenti sono frutto di una cultura dell’effimero e della breve durata, perché quello che conta è il consumo: tutto (persino la vita umana) deve soggiacere alla legge del consumo”.

Bravo Gennaro! Purtroppo! Una società consumistica non può – e non deve – produrre cose durature! Per cui, in una società di questo tipo, ovviamente, si consumano pure i ponti, come i frigoriferi, i televisori, le automobili! E poi, se queste durassero, che cosa farebbe la FCA? Il dramma è che anche le giovani generazioni sono educate al consumismo… e, purtroppo, a consumare anche se stesse! Spesso nel fragore alienante delle discoteche, tra superalcolici e sniffate di droga! Ti confesso che il mondo che verrà mi fa un po’ paura! Qui a Roma assistiamo giorno dopo giorno ad attentati continui contro la nostra città, e non solo da parte di turisti – cosiddetti! Il turismo avrebbe una sua dignità! Ma anche da parte dei cittadini che forse sarebbe meglio chiamare semplicemente abitanti! Cittadino è un termine alto, civile, civico, appunto… – in effetti i cosiddetti cittadini, nostrani o meno, ciò che è pubblico lo trattano spesso come una “cosa nemica”! Rompere una zanna all’elefantino di Piazza della Minerva o fare il pediluvio alla Fontana della Barcaccia o tuffarsi nella Fontana di Trevi o spezzare un dito alla statua di Sant’Agnese sono per loro “cose normali”!!! Ormai tra italiani e stranieri non c’è alcuna differenza! Sapessi quanto unisce una semplice birra! Nottate insonni per i poveri abitanti di Trastevere! O di San Lorenzo! Per cui, maltrattare i monumenti… ma che cos’è un monumento? Insomma, scrivere sulla mura del Colosseo o fregarsi un calcinazzo per ricordo… per far vedere agli amici che “a Roma… ci sono stato davverooo” è una cosa normale!!! Il turismo straccione!

Ma questo tipo di turismo non è il solo male della mia città, Roma! Dove imperversa – è un verbo forte, lo so – l’amministrazione pentastellata! Alberi che cadono! Tombini mai svuotati, per cui quando piove, allagamenti a iosa! E poi tante tante buche! Strisce pedonali sempre più sbiadite! Illuminazione notturna – quando c’è – che, stando a strane allucinanti lampade cosiddette di avanguardia, rende la città spettrale! Periferie ingovernate! Insomma, di questo passo, alle prossime generazioni lasceremo soltanto mucchi di “monnezza”, non solo fisica, purtroppo, ma anche culturale… o meglio inculturale!

Un’ulteriore riflessione! I Papi e i Signori di un tempo alle loro “case” e ai loro possedimenti ci tenevano, e come! Pensa alle grandi cose prodotte dal Rinascimento, tu che vivi a Firenze, la culla e il cuore del meglio della nostra cultura. Ma pensa anche alla Reggia di Caserta! Opera di questi Borboni che alle scuole elementari mi dicevano che erano veramente dei Birboni! “Cose” destinate, purtroppo, ad essere consumate, logorate e fatte a pezzi da orde di barbari che toccano tutto! Che si arrampicano su tutto! Per farsi fotografare! Armati di cellulari! Strumenti del cui funzionamento non sanno nulla, strumenti magici, che vedono, ascoltano, registrano e conservano ciò che loro, ex esseri umani, sono solo capaci di consumare e distruggere! Un cellulare ha durata breve! Anche perché, poi, c’è sempre quello di ultima generazione!

Mah! Carissimo! Che ne sarà delle due nostre belle città, Roma e Firenze? E di Genova che ne sarà! Che diavolo combineranno i nuovi urbanisti, i nuovi architetti per ricostruire le strade che la loro colpevole imprevidenza ha distrutto? Per non dire di Venezia, che giorno dopo giorno affossa nella sua laguna sotto il peso di masse di turisti straccioni.

In effetti, carissimo, quod non fecerunt barbari, non fecerunt neanche i Barberini! Perché lo stanno facendo… i nuovi barbari!!!

Competenze di fine obbligo, edizione 2018

Competenze di fine obbligo, edizione 2018

di Maurizio Tiriticco

Recentemente in sede europea è stata adottata una nuova risoluzione in materia di competenze di cittadinanza: competenze che i nostri cittadini/studenti sono tenuti a conseguire al termine del ciclo decennale di istruzione obbligatoria, quindi al termine del primo biennio di istruzione secondaria superiore. E’ ovvio che, a partire dalla prima classe primaria, gli insegnanti debbono conoscere le competenze di cittadinanza che i propri alunni dovranno conseguire al sedicesimo anno di età. Conseguentemente dovranno programmare le loro attività di Educazione, Formazione e Istruzione in modo che siano finalizzate a far conseguire a ciascuno di loro quel “successo formativo” di cui al comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99 concernente il “Regolamento sull’autonomia organizzativa e didattiche delle istituzioni scolastiche”.

Potrei ricordare a margine che a tutt’oggi il percorso decennale di istruzione si svolge lungo tre gradi di istruzione che non sempre sono tra loro coordinati affinché si possa progettare, programmare e pianificare un curricolo di studi continuo e progressivo. Sarebbe auspicabile una normativa ad hoc che permetta di superare tale frammentazione.

La risoluzione europea è contenuta nella “Raccomandazione relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente, adottata dal Consiglio nella sua 3617ª sessione, tenutasi il 22 maggio 2018 (Bruxelles, 17.1.2018 COM (2018) 24 final 2018/0008 (NLE). Il quadro di riferimento delinea otto tipi di competenze chiave: – competenza alfabetica funzionale; – competenza multilinguistica; – competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria; – competenza digitale; – competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare; – competenza in materia di cittadinanza; – competenza imprenditoriale; – competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.

Si ricorda che una competenza è un saper fare consapevole e mirato che caratterizza l’agire responsabile di un dato soggetto. La competenza, quindi, sottintende il conseguimento di specifiche abilità e di specifiche conoscenze Una competenza, infatti, implica l’azione attiva di una o più abilità. L’abilità è un saper fare determinato da una capacità. Ad esempio, banalmente: se sono capace di adoperare le gambe, sono abile nel camminare e nel correre; se sono capace di adoperare le mani, sono abile nel lavarmi, vestirmi e compiere le azioni cosiddette quotidiane. Attenzione! Un chirurgo e un pianista non sono solo abili nell’adoperare le mani e le dita, ma sono anche competenti. In effetti il chirurgo e il pianista – comunque, qualunque professionista, non solo di alto livello, come si suol dire (un magistrato, un architetto, un insegnante), ma di qualsiasi livello (un autista, un badante, una colf, un infermiere) sono tenuti a possedere conoscenze, capacità/abilità e competenze particolari e mirate. Un altro esempio: ciascuno di noi è abile quando usa le gambe per camminare e correre, magari per non perdere il tram, ma… il calciatore, il podista, il saltatore olimpico usano le loro gambe in ordine a una particolare competenza.

In conclusione, possiamo dare le seguenti definizioni:

CONOSCENZA: va intesa non solo nel senso delle informazioni apprese ed archiviate nella nostra memoria, ma anche e soprattutto nel senso dell’attività del conoscere sempre nuove “cose”, o meglio, di essere in grado di acquisire, comprendere, archiviare e saper utilizzare costantemente dati e informazioni. Si ricorda che “Antonio” è un dato e che “correre” è un altro dato. Ma se dico/scrivo “Antonio corre”, produco una informazione. E’ un esempio banale, ma calzante. In effetti, un parlante non deve possedere solo un vocabolario virtuale, ma anche una grammatica virtuale, al fine di produrre informazioni comunicative. E’ opportuno ricordare che la grammatica si distingue in fonologia (i suoni), morfologia (le forme) e sintassi (i costrutti). Per l’uso produttivo e corretto della grammatica, rinvio alla teoria degli “atti linguistici”.

CAPACITA’, in quanto condizione per esercitare un’ABILITA’. Se mi rompo una gamba perdo la CAPACITA’ di esercitare l’ABILITA’ del camminare. Attenzione! Posso essere capace/abile nell’utilizzo delle mani ai fini degli usi quotidiani, ma non sono capace di suonare un pianoforte o di esercitare un’operazione chirurgica. E’ il caso in cui il soggetto accede a una data competenza.

COMPETENZA. La competenza è quindi un fare/produrre un qualcosa di significativo e produttivo. Il fare è in genere individuale, ma in molti casi si esprime in équipe, quando il soggetto si coordina con altri. Un conto è suonare il pianoforte singolarmente; altro conto è suonarlo in un’orchestra coordinandosi con gli orchestrali e con il direttore. Per non dire di una squadra di calcio, in cui le competenze personali di ciascuno debbono coordinarsi con quelle di tutti i giocatori della squadra. Per quanto riguarda la scuola, un insegnante è COMPETENTE non solo se è “padrone” della propria disciplina, ma anche se è CAPACE/ABILE di coordinarsi con gli alunni e con i suoi colleghi. In effetti l’analisi di un gruppo/classe o di un consiglio di classe rinvia ad altre ricerche, relative alla cosiddetta “dinamica di gruppo”, su cui sono state scritte molte pagine. Mi limito a un solo riferimento: Jakob Levi Moreno, inventore del sociogramma. Ma su questa tematica in Italia sono state scritte poche pagine! Siamo un Paese di individualisti?

Tornando alle otto competenze chiave di cittadinanza – ripeto: valide per tutte le scuole dell’Unione Europea – occorre anche considerare a come accertarle e certificarle. Nel caso italiano, i nostri insegnanti sono tenuti a certificarle, come già detto, alla conclusione del decennio obbligatorio di studi, operando secondo il Modello allegato al D.M. 9/2010, che così recita.

Livello di base: lo studente svolge compiti semplici, compie scelte consapevoli, mostrando di possedere conoscenze ed abilità essenziali.

Nel caso in cui non sia stato raggiunto il livello base, andrà riportata l’espressione: “livello base non raggiunto”.

Livello intermedio: lo studente svolge compiti di maggiore complessità rispetto al livello di base, compie scelte consapevoli e motivate, mostrando padronanza nell’uso delle conoscenze e delle abilità.

Livello avanzato: lo studente svolge compiti complessi, mostra padronanza nell’uso delle conoscenze e delle abilità. Sa proporre e sostenere le proprie opinioni e  assumere decisioni consapevoli.

Occorre anche specificare la prima lingua straniera studiata.

Il riferimento operativo va, ovviamente, alla Raccomandazione a cui abbiamo accennato precedentemente, adottata dal Consiglio il 22 maggio 2018. Vorrei tanto che la citata Raccomandazione costituisse un’occasione di riflessione e di studio in materia di certificazione di competenze per i nostri insegnanti. I quali spesso sono più preoccupati della conoscenza della “propria” disciplina da parte degli studenti che del conseguimento di competenze pluri- ed interdisciplinari!

Lettera a Tullio De Mauro

Lettera a Tullio De Mauro

di Maurizio Tiriticco

Caro Tullio! Tu sai quanto mi dispiace il fatto che tu non sia più qui con noi, ma… ed è un MA grosso così! Perché soffriresti! Nel vedere come oggi la nostra bella lingua viene umiliata e offesa quotidianamente! E non dalle classi più umili! Queste ormai, bene o male, sono abbastanza acculturate! Ormai tutti i nostri concittadini hanno superato gli anni dell’istruzione obbligatoria! E tutti, soprattutto, smanettano cellulari ad ogni pie’ sospinto, con tanto di auto correttore, per cui, bene o male, un linguaggio comunicativo, più o meno corretto, lo utilizzano. Ma ritorno al MA grosso così! Il fatto è che sono i nostri politici, i nostri rappresentanti al Parlamento, i nostri governanti, ad umiliare e ad offendere quotidianamente – ripeto – la nostra bella lingua!

Ricordiamo tutti il linguaggio a volte criptico di tanti dirigenti democristiani ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica! Ricordiamo le evoluzioni – se si può dir così – delle dissertazioni di Aldo Moro! O il linguaggio spesso caustico e tagliente di Giulio Andreotti. Ma ricorderai anche quel magistrale discorso che Palmiro Togliatti tenne all’Assemblea Costituente il 25 marzo del 1947 a proposito dell’introduzione o meno nella Carta costituzionale della Repubblica di quell’articolo 5, che poi divenne articolo 7, che così recita: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Si tratta di un discorso ricco, argomentato, e in primo luogo grammaticalmente più che corretto! Ma, soprattutto, un discorso importante, perché doveva convincere l’intera Assemblea! E in primo luogo i laici impenitenti! E intendeva metter fine a una polemica sterile, promossa allora da tanti gruppi politici contrari ai Patti Lateranensi, sottoscritti in Roma l’11 febbraio del 1929 nel Palazzo di San Giovanni in Laterano! E, solo perché erano stati promossi e firmati dal Cardinal Gasparri e, udite udite!, da Benito Mussolini in persona!

Ma perché – mi chiederai – questa argomentazione? Tu pensi che ormai noi italiani la battaglia per un linguaggio grammaticalmente  corretto l’abbiamo vinta! Per il semplice fatto che è quanto mai necessario il “parlare e scrivere bene”, come si suol dire! Per comprendere e farsi comprendere! E ragionare prima di dar fiato alla lingua! E ciò avviene quando viene rispettata la grammatica in tutte le sue parti, la fonologia (i suoni), la morfologia (le forme) e la sintassi (i costrutti). Perché in effetti un corretto uso della grammatica è necessario e indispensabile non solo per “leggere e scrivere”, ma anche per produrre pensieri e parole “intelligenti”, che cioè abbiano un significato e si propongano un fine.

Quante lotte per una lingua italiana corretta! E tu ne sei stato maestro e autore! Ma oggi stiamo assistendo ad un processo contrario! Un ritorno a un italiano balbettante, scorretto e scurrile anche! Ed è un ritorno promosso, sollecitato e sostenuto da un’intera classe politica! Alludo ai nostri attuali governanti! I pentastellati e i leghisti! Una corsa ad un italiano succinto, approssimato, sgrammaticato, nonché ricco di parolacce! Perche tutti intendano e tutti capiscano! Come se gli Italiani fossero un popolo di ignoranti! Un ultimo esempio, di qualche giorno fa. Lucia Borgonzoni, Sottosegretaria alla CULTURA della Lega, ha introdotto Matteo Salvini sul palco di Fontevivo, in provincia di Parma. Prima di passare il microfono al segretario del Carroccio, ha detto: “Grazie al vostro supporto conquistiamo la Regione e DIAMO UN CALCIO IN CULO ai comunisti”. Ripeto: Sottosegretaria alla CULTURA! Povera CULTURA! Ridotta alla sola prima sillaba, CUL! Confesso che mi vergogno di avere una Sottosegretaria di Stato che si esprime così!!!

E allora mi chiedo: perché noi insegnanti dovremmo darci tanto da fare perché i nostri alunni parlino e scrivano in un italiano corretto? Dovremmo fare il contrario! Gettare al macero la grammatica e sdoganare la parolacce! Comunque, potremmo fare anche a meno del libro di grammatica, che del resto io non ho mai adottato! Perché una lingua corretta si impara e si insegna parlando e scrivendo! Più che memorizzare che questo e quello sono aggettivi e pronomi dimostrativi! E a questo proposito, mi piace ricordare quel bel libro “Contare e raccontare”, scritto da te e da Carlo Bernardini, che ci ha lasciati lo scorso mese! Carissimo! Con questi politici da strapazzo, che ti conti?! Che ti racconti?! Con questa classe dirigente, cosiddetta, maestra della più assoluta ignoranza, politica e linguistica c’è poco da sperare! Mah!!! Usciremo da questo tunnel? Speriamo! Ma sarà difficile! E richiederà tempo!

Competenze da… non dimenticare!

Competenze da… non dimenticare!

di Maurizio Tiriticco

Le scuole sono ormai chiuse e le vacanze sono in corso, ma… Appunto! Ma! Siamo certi che i nostri studenti, quelli che hanno concluso il percorso dell’istruzione obbligatoria decennale, abbiano raggiunto le competenze che lo Stato e la società tutta loro richiedono? Si tratta delle cosiddette competenze di cittadinanza! Ma di una cittadinanza che va letta non solo sotto il profilo normativo legale, ma anche e soprattutto sotto il profilo fattuale. In altri termini, ci chiediamo: quali comportamenti deve assumere un cittadino al termine dell’istruzione obbligatoria al fine di un ingresso e di un inserimento consapevole in un assetto sociale, o meglio nel nostro assetto sociale, organizzato e disciplinato dalle norme fondamentali di cui alla Costituzione della nostra Repubblica? E non è male ricordare che non è una Repubblica qualsiasi, ma quella che è nata dalla Resistenza e dalla lotta contro il nazifascismo! E ciò al fine della costruzione di un consesso sociale autenticamente democratico!

Va ricordato che si è trattato di conquiste assolutamente nuove per un Paese che aveva conosciuto e subìto venti anni di dittatura e decenni di una monarchia che si è imposta su un popolo! Sappiamo con quali criteri antidemocratici si sono svolti i referendum nel lontano Ottocento, quando via via parti del nostro territorio venivano annessi al Regno Sabaudo! I Savoia! Una casa regnante che non godeva affatto della stima di altri Regni, di altri Governi europei!

Ma, torniamo a noi! Nell’Allegato 2 del dm 22 agosto 2007, n. 139, relativo all’istituzione dell’obbligo di istruzione decennale, in ordine al comma 622 dell’articolo1 della Legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria relativa all’anno 2007) leggiamo testualmente: Titolo: “competenze chiave di cittadinanza da acquisire al termine dell’istruzione obbligatoria”.

Il testo esordisce così: “L’elevamento dell’obbligo di istruzione a dieci anni intende favorire il pieno sviluppo della persona nella costruzione del sé, di corrette e significative relazioni con gli altri e di una positiva interazione con la realtà naturale e sociale”. In effetti, si insiste sui tre aspetti fondanti e costitutivi di ciascun essere umano:

la costruzione del Sé in quanto persona – “Io sono”, l’esito di un processo di formazione;

la costruzione del Sé dei confronti dell’Altro – “Io collaboro”, l’esito di un processo di educazione;

la costruzione del Sé nei confronti delle cose – “Io faccio”, l’esito di un processo di istruzione.

Rinvio a quanto abbiamo scritto tanti anni fa, quando varammo l’autonomia delle istituzioni scolastiche. Al comma 2 dell’articolo 1 del DPR 275/99 (Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche) leggiamo: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”. Ho sottolineato quel successo formativo che la scuola della Repubblica deve garantire a ciascun cittadino.

Ed ora riporto testualmente quando scritto e sancito dal citato allegato 2.

IL SE’:

Imparare ad imparare: organizzare il proprio apprendimento, individuando, scegliendo ed utilizzando varie fonti e varie modalità di informazione e di formazione (formale, non formale ed informale), anche in funzione dei tempi disponibili, delle proprie strategie e del proprio metodo di studio e di lavoro.

Progettare: elaborare e realizzare progetti riguardanti lo sviluppo delle proprie attività di studio e di lavoro, utilizzando le conoscenze apprese per stabilire obiettivi significativi e realistici e le relative priorità, valutando i vincoli e le possibilità esistenti, definendo strategie di azione e verificando i risultati raggiunti.

IL SE’ E L’ALTRO:

Comunicare; comprendere messaggi di genere diverso (quotidiano, letterario, tecnico, scientifico) e di complessità diversa, trasmessi utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali); rappresentare eventi, fenomeni, principi, concetti, norme, procedure, atteggiamenti, stati d’animo, emozioni, ecc. utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) e diverse conoscenze disciplinari, mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali).

Collaborare e partecipare: interagire in gruppo, comprendendo i diversi punti di vista, valorizzando le proprie e le altrui capacità, gestendo la conflittualità, contribuendo all’apprendimento comune ed alla realizzazione delle attività collettive, nel riconoscimento dei diritti fondamentali degli altri.

Agire in modo autonomo e responsabile: sapersi inserire in modo attivo e consapevole nella vita sociale e far valere al suo interno i propri diritti e bisogni riconoscendo al contempo quelli altrui, le opportunità comuni, i limiti, le regole, le responsabilità.

IL SE’ E LE COSE:

Risolvere problemi: affrontare situazioni problematiche costruendo e verificando ipotesi, individuando le fonti e le risorse adeguate, raccogliendo e valutando i dati, proponendo soluzioni utilizzando, secondo il tipo di problema, contenuti e metodi delle diverse discipline.

Individuare collegamenti e relazioni:

Individuare e rappresentare, elaborando argomentazioni coerenti, collegamenti e relazioni tra fenomeni, eventi e concetti diversi, anche appartenenti a diversi ambiti disciplinari, e lontani nello spazio e nel tempo, cogliendone la natura sistemica, individuando analogie e differenze, coerenze ed incoerenze, cause ed effetti e la loro natura probabilistica.

Acquisire ed interpretare l’informazione:

Acquisire ed interpretare criticamente l’informazione ricevuta nei diversi ambiti ed attraverso diversi strumenti comunicativi, valutandone l’attendibilità e l’utilità, distinguendo fatti e opinioni.

Fin qui il testo dell’allegato. E’ opportuno ricordare e sottolineare che le FINALITA’ e gli OBIETTIVI, di cui all’allegato, DEVONO COSTITUIRE parte viva ed integrante dell’azione didattica dei nostri insegnanti, dall’istruzione primaria al termine del biennio. Si tratta di dieci anni di studio purtroppo frammentati normativamente (primaria, media e biennio), ma che i nostri insegnanti dovrebbero riuscire a progettare, programmare, pianificare, realizzare! Una grande scommessa! Molto difficile! Ma che occorre affrontare e vincere!

Memoria eguale intelligenza?

Memoria eguale intelligenza?

di Maurizio Tiriticco

Non dico quante lamentele ho ricevuto – e continuo a ricevere – in ordine ai “quiz” che gli aspiranti DS hanno dovuto affrontare e risolvere oggi! NO! E’ un’offesa all’intelligenza e alla cultura adottare e imporre prove simili! Lo so! Si tratta di discriminare tra migliaia di aspiranti, ma non è affatto detto che tale tipologia di prova sia la più valida per raggiungere questo obiettivo. Vincono la partita gli aspiranti DS che hanno avuto la pazzzienza… sì, con tre zeta, di memorizzare migliaia di item. La nostra scuola non merita questo! Dov’è il Bel Paese dove il sì suona? Oggi abbiamo il Brutto Paese dove il sì… si clicca!!!

Non ho nulla contro la prova test! La ho adottata anch’io, quando insegnavo, ma… Mi spiego meglio. Tali tipologie di prove sono prove oggettive. Il che significa che una proposizione proposta – un item, appunto – o è vera o è falsa. Ciò significa che si tratta di prove parziali, efficaci quanto si vuole, ma parziali! In effetti saggiano soltanto se un soggetto conosce o non conosce “la verità” di una data proposizione. Ma il conoscere è di per sé prova di intelligenza? Indubbiamente sì, ma… finp a che punto? Qui occorre tirare in ballo le mille teorie che negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso furono elaborate dagli studiosi della conoscenza, i cosiddetti tassonomisti. La parola tassonomia viene dal greco, taxein e nomos e sta a significare, appunto, ordinare secondo un dato criterio. In effetti compiamo secondo dati criteri tante operazioni quotidiane, dall’allacciarsi le scarpe all’infilarsi una camicia! E poi c’è pure il fastidio della cravatta e di allacciare quel nodo che, purtroppo… non viene mai bene! Sono, ovviamente, operazioni di una grande semplicità che ciascuno di noi compie al mattino, magari pensando che si deve sbrigare se non vuole perdere il treno. Ovviamente, ci sono altre operazioni non quotidiane che dobbiamo apprendere! Dobbiamo imparare a guidare un’automobile, a scrivere con un PC, e via dicendo. Per non dire poi di certe operazioni che richiedono apprendimenti e prove su prove che durano anni. Suonare un pianoforte richiede specializzazioni particolari, proprio di quelle mani, di quei piedi, di quegli occhi… e di quelle orecchie… tutti strumenti che posseggo anch’io, ma… non chiedetemi di suonare un pianoforte! E neanche un piffero! In effetti, un grande pianista ha un qualcosa di più delle mani, dei piedi, degli occhi e delle orecchie!

Tutto ciò per dire che non è sufficiente leggere un dato! E non parlo di un’informazione che richiede più dati coordinati insieme. “Antonio” e “bicicletta” sono due dati; e ne devo aggiungere un terzo se devo dire che “Antonio pedala una bicicletta”. Tutto ciò per dire che il conoscere, il ricordare, il riconoscere sono operazioni relativamente semplici a fronte di tante altre operazioni successive che un umano è in grado di produrre. Per farla breve, chi mi legge avrà avuto a che fare con la tassonomia di Bloom. Secondo lo psicologo americano non è sufficiente il conoscere (e il riconoscere); occorre un secondo gradino, il comprendere; ed un terzo, l’applicare. Sono tre gradini: operazioni che compiamo quando ci allacciamo le scarpe o indossiamo una camicia! Ma immaginiamo che al mattino non troviamo le scarpe al solito posto! Dove mai saranno? Non posso procedere all’applicazione! Devo necessariamente procedere ad una quarta operazione! Devo analizzare dove diavolo mai saranno!!! Cerco di qua, cerco di là, finalmente le trovo: sono giunto alla conclusione, alla sintesi della mia indagine! Sono estremamente felice – si fa per dire – e valuto positivamente l’esito della mia ricerca. Si è trattato di un’attività procedurale e processuale compiuta su sei scalini: conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi, valutazione.

Altri ricercatori hanno costruito percorsi più articolati, ai quali rimando! Ma che c’entrano le suddette considerazioni con la prova che i nostri aspiranti DS hanno affrontato oggi? C’entrano e come! In effetti, anche un adolescente, o un bambino, dotato di ottima memoria e che sappia leggere e scrivere avrebbe potuto affrontare la prova che oggi hanno affrontato i nostri eroi aspiranti DS! Tutto qui! E a me viene molto da pensare! E, penso, anche a chi mi legge! Non so se le iniziative messe in opera dal Miur per selezionare i futuri DS delle “istituzioni scolastiche autonome” – ma poi sono realmente autonome? – siano veramente efficienti ed efficaci! Mi viene in mente il titolo di un film, ma non so quanto ci azzecca: “Non si uccidono così anche i cavalli?”. Venne presentato nel 1969 al Festival di Cannes:  diretto da Sydney Pollack e tratto dal romanzo di Horace McCoy.

Mah! Qualche giorno fa ho scritto “Intelligenza eguale memoria?”. Un titolo simile!!! Mah!!! Una scuola che appiattisce combina questi brutti scherzi!!!

Ricominciamo dalla pedagogia

Ricominciamo dalla pedagogia*

 di Maurizio Tiriticco

 

Carissime! Carissimi! Grazie di essere così numerosi qui a Laceno per discutere di pedagogia, piuttosto che stare al mare ad abbronzarvi! Mi piace ricordare una riflessione di Carlo Cattaneo, tratta da “I problemi dello Stato italiano”. E’ un’ottima cosa il fatto che “i maestri e le maestre, chiuso il loro annuale corso d’insegnamento, vengono chiamati alla volta loro a imparare. Parte dell’anno insegnano; parte dell’anno imparano ciò che debbono insegnare. E così, d’anno in anno, questi veri padri e queste vere madri del popolo salgono d’un gradino la scala; e con loro sale tutto il popolo”.

Raffaele Laporta, nel suo L’assoluto pedagogico, saggio sulla liberà in educazione, La Nuova Italia, Firenze, 1996, a pag. 257, così scrive: “Esiste una diffusa pratica di educatori che non hanno rispetto per la libertà dei loro educandi; anzi, si può affermare che una gran parte della riflessione sull’educazione abbia all’origine proprio constatazioni relative ai danni prodotti da un tale tipo di pratica”. Laporta ci ricorda nella sua ultima opera – ci ha lasciati nel 2000 – che non c’è libertà di insegnamento, se non c’è libertà di apprendimento. E non è un gioco di parole! Sono anzi parole importanti, che hanno segnato la lunga storia della nostra ricerca pedagogica. Sia quella di matrice laica che quella di matrice cattolica, molto attive nel nostro Paese. Alcuni nomi: Giuseppe Lombardo Radice, Ernesto Codignola, le sorelle Agazzi, Rosa e Carolina. Per non dire anche di Antonio Gramsci! Mi è sufficiente ricordare un saggio bellissimo di Mario Alighiero Manacorda: Il principio educativo in Gramsci. Americanismo e conformismo, Roma, Armando, 1970. E per non dire di Don Milani! Ma qui mi fermo perché la nostra ricerca educativa è stata più che fertile!

Sì, fino agli ultimi decenni del secolo scorso. Ma poi?

 

La scuola ai tempi del Regime

 

Molti molti anni fa, esattamente nel 1916, John Dewey pubblicava a New York “Democracy and Education”. Ma in Italia non venne pubblicato! Prima la guerra, poi il fascismo e, con il Regime, c’era poco da scherzare! Solo la classicità, l’Antica Roma, erano rivisitate ad uso e consumo… della nuova Italia! Che bisogno avevamo noi Itagliani, sì Itagliani, con la gl, come ci apostrofava il Duce in ogni suo discorso! Che bisogno avevamo di accedere alle culture straniere? Straniero come estraneo, come nemico, soprattutto! Noi, eredi di un’antica civiltà, dovevamo farla rinascere ed esportarla in tutto il mondo! Sulla mura di Via dell’Impero figurava un enorme tavola marmorea! I confini dell’Impero Romano ai tempi di Traiano! Ovviamente non solo un ricordo, ma anche e soprattutto un monito, una promessa!

L’Enciclopedia Utet del ragazzo italiano – venti volumi, se non erro, e i miei genitori, ovviamente, me l’acquistarono – era tutta un’esaltazione della Nuova Era fascista, i cui anni, in cifre romane, si affiancavano a tutti i calendari gregoriani! E l’America in quell’enciclopedia ci era descritta come il Paese degli scioperi e dei gangster! E i nostri ragazzi dovevano essere difesi da quella incultura! Così fummo tutti irreggimentati! Io balilla, prima semplice, poi escursionista, poi moschettiere, poi tamburino, poi trombettiere, poi mazziere! Un cursus honorum di tutto rispetto, di cui andavo fiero, fino a quel 25 luglio del 1943! Ed erano passati appena tre anni da quel discorso del Duce, pronunciato dallo storico balcone di Palazzo Venezia la sera del 10 giugno 1940!

A memoria me lo avevano fatto imparare! “Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Italiani! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati”. E mi fermo qui.

Anni bui per la nostra cultura! Ed anche per la ricerca pedagogica! Dewey? Non ne avevamo alcun bisogno. Dominavano Croce e Gentile! E soprattutto l’attualismo gentiliano! Un Dewey, che con molta umiltà attendeva nel suo libro a sviluppare concetti fondanti, educazione come necessità della vita, educazione come funzione sociale, educazione come direzione, educazione come crescita. E che così scriveva: “Una società distinta in classi deve prestare attenzione speciale soltanto all’educazione dei suoi elementi dirigenti. Ma una società democratica, mobile, ricca di canali distributori dei cambiamenti, ovunque si verifichino, deve provvedere a che i suoi membri siano educati all’iniziativa personale e all’adattabilità. Altrimenti essi sarebbero sopraffatti dai cambiamenti nei quali si trovassero coinvolti e di cui non capissero il significato e la connessione. Ne conseguirebbe una confusione nella quale un piccolo numero di persone si impadronirebbe dei risultati delle attività altrui cieche e dirette all’esterno” (p. 111).

Sono solo alcune delle considerazioni di Dewey. Quindi estremamente pericolose per un regime che, come tale, doveva irreggimentare un popolo e soprattutto la sua gioventù. Il regime accettò soltanto Maria Montessori, la cui esperienza, comunque, aveva ormai raggiunto una fama internazionale! E poi lei si occupava degli svantaggiati! Questo sosteneva il regime! Perché tutti i bambini e le bambine non svantaggiati venivano inquadrati nei “figli della lupa” e nelle “piccole italiane”! Tutti e tutte con tanto di emme maiuscola sul petto o sul fez!

Nel ventennio l’elaborazione pedagogica d’oltremare o d’oltr’alpe – l’allusione è anche a Piaget e a Vigotsky – da noi non ebbe alcuna fortuna! L’attualismo gentiliano era più che sufficiente! Ed istruire i nuovi piccoli italiani, insegnare loro a leggere, scrivere e far di conto – la grande scommessa dei governi dell’Italia postunitaria – non era più sufficiente. Occorreva ben altro! Il regime doveva occuparsi non solo di istruire, ma anche e sopratutto di educare! Ed educare, ovviamente agli ideali e ai principi della nuova era fascista. “Libro e moschetto, fascista perfetto”! Quindi si superava il leggere, scrivere e far di conto di sempre per educare soprattutto i nuovi nati ai princìpi e agli ideali della nuova era fascista!

E Giovanni Gentile fu il primo ministro dell’Italia fascista dopo la “marcia su Roma”. Guidò il ministero a partire dal 30 ottobre del 1922 – il 28, due giorni prima i fascisti avevano marciato su Roma – fino al primo luglio del 1924! Quel Ministero dell’Istruzione che dal 1929 fu ridenominato Ministero dell’Educazione Nazionale! Gentile governò il ministero per appena due anni! Durante i quali, però, la nostra scuola venne interamente riformata! Educare tutti e subito, non appena nati! Era una scommessa, oltre che un parola d’ordine, per il regime fascista. E nel 1923 Gentile varò quella riforma che porta il suo nome, riforma che, di fatto – almeno secondo il mio modesto giudizio – non è stata ancora del tutto superata! Nei suoi contenuti di fondo! Ed è trascorso quasi un secolo! Novantacinque anni, per l’esattezza!

 

La scuola come palestra di libertà

 

Ma torniamo a Dewey. E a quel titolo, “Democrazia e Educazione”. Così giustifica la sua scelta lo stesso Dewey nella prefazione all’opera: “Le seguenti pagine contengono un tentativo di scoprire ed esporre le idee implicite in una società democratica e di applicare queste idee ai problemi del compito educativo. La discussione include un’indicazione degli scopi costruttivi e dei metodi dell’educazione pubblica osservati da questo punto di vista, e una valutazione critica delle teorie della conoscenza e dello sviluppo morale che erano state formulate in precedenti condizioni sociali, ma che ancora agiscono, in società nominalmente democratiche, per ostacolare l’adeguata realizzazione dell’ideale democratico”. Queste considerazioni Dewey le sviluppava nell’agosto del 1915. L’Europa era nel pieno della prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti interverranno a fianco delle truppe dell’Intesa nel 1917.

In Italia finalmente potemmo leggere e conoscere Dewey solo dopo la seconda guerra mondiale, dopo tanti anni di scuola fascista, di retorica fascista e di mistica fascista… non sto scherzando! La “Scuola di mistica fascista Italico Sandro Mussolini”, nipote di Mussolini, morto giovanissimo, fu fondata a Milano il 10 aprile del 1930 e fu attiva fino al 1943. Il fascismo era letto addirittura come religione! Ebbene, Enzo Enriques Agnoletti e Paolo Paduano tradussero “Democrazia e Educazione” e lo pubblicarono nel maggio del 1949 per i tipi de “La Nuova Italia”. Leggere Dewey per noi non fu solo una scoperta, ma la grande occasione per riprendere quel discorso pedagogico – che andava anche oltre i confini italiani – che il fascismo aveva violentemente interrotto! Per non dire poi di tutte quelle aberranti giustificazioni addotte quando il regime, in ordine alle scelte naziste, decise che la pura razza italica avrebbe dovuto essere difesa! Per poi affermarsi in tutto il mondo! Appunto! Quando nacque quella orribile rivista, “La difesa della razza”, diretta da Telesio Interlandi. E Giorgio Almirante era segretario di redazione.

Ma non fu solo la scoperta di Dewey che ci appassionò, che mi appassionò, in quegli anni. C’era anche un Jean Piaget! Ed anche quel comunista sovietico di Lev Semënovič Vygotskij. E la polemica che tra loro era intercorsa. Problema: il pensiero e il linguaggio – che poi sarà il titolo dell’opera di Vigotskij – nascono dal soggetto/persona in quanto tale, o sono indotti dal sociale, dalla comunità in cui il soggetto nasce e apprende? Una tematica oltremodo interessante. Sulla quale mi sono già intrattenuto sei anni fa con la relazione intitolata “Omaggio a Jean Piaget e al suo fondamentale contributo all’educazione: attualità della sua ricerca”, presso l’Institut de Psycologie et Education de l’Université de Neuchâtel, Svizzera, in due giornate di studio organizzate dall’ANDIS. Un contributo che allego alla presente relazione. In effetti, a mio vedere, si trattò più di una polemica ideologica che di un confronto scientifico. In realtà, e’ come se volessimo polemizzare se è nato prima l’uovo o la gallina.

Comunque, è certo che il compito del vivente è in primo luogo quello di sopravvivere e di riprodursi. Pertanto, i viventi di tutte le specie apprendono nella misura in cui devono sopravvivere e riprodursi. Ciascun vivente apprende secondo i programmi genetici e i quadri concettuali che gli sono naturalmente dati. In linea generale possiamo dire che ogni vivente, dagli esseri unicellulari all’uomo, per sopravvivere deve adattarsi all’ambiente secondo un processo che Jean Piaget distingue in due stadi: assimilazione e accomodamento. Se piove, io mi riparo; se ho freddo, io mi copro; se ho fame, io mangio; se ho uno stimolo sessuale, io mi riproduco. Sono le strategie imposte dalla natura e adottate per sopravvivere e riprodursi! Sono le chiavi dell’apprendimento! Se non apprende, l’individuo muore… e muore la specie. Il che è un’assurda banalità!

 

La Scuola Città Pestalozzi

 

Ma torniamo a quel “Democracy and Education”, che per prima volta apparve in Italia ben trentatre anni dopo la sua prima pubblicazione! Trentatre anni di silenzio! Perché doveva risuonare la fanfara dell’educazione fascista. Ebbene, quel volume nell’immediato dopoguerra segnò la ripresa nel nostro Paese del discorso pedagogico, della ricerca pedagogica, anzi. Non a caso fu pubblicato a Firenze, per i tipi de “La Nuova Italia Editrice”. Perché a Firenze Ernesto Codignola e la moglie Anna Maria Lelli avevano fondato nell’immediato dopoguerra la Scuola Città Pestalozzi. Un’assoluta novità! Gli obiettivi della nuova scuola erano essenzialmente due: offrire un servizio sociale alle famiglie disagiate del rione, tra i più popolari e malfamati di Firenze e tra i più disastrati dalla guerra; costituire uno spazio educativo per la formazione del cittadino, dove si potesse coniugare l’istruzione ed il consolidamento di una coscienza civica e democratica. Al progetto partecipò anche Raffaele Laporta, mio maestro di pedagogia.

Laporta sosteneva con forza che l’istruzione e la cultura devono essere proposte ed erogate non solo da istituzioni a ciò dedicate, ma anche dall’intera comunità sociale del territorio. E’ notorio – e lo era anche allora – che non è cosa facile affidare o restituire la scuola al sociale, in forza del fatto che dell’educazione da sempre si sono fatto carico la famiglia ed il conteso comunitario. Comunque, pensava ad una scuola che provenisse dal sociale e che appartenesse al sociale, ma… come? Si trattò in verità di una scommessa, anzi di una “Difficile Scommessa”! È il saggio più significativo di quegli anni che Raffaele Laporta pubblicò nel 1971 per La Nuova Italia e che volle dedicare a Bruno Ciari, scomparso l’anno precedente.

Gli anni Settanta furono anni felici per la rinnovata ricerca pedagogica nel nostro Paese. Potrei accennare a più tipologie di ricerca, a quella cattolica e a quella laica: quest’ultima riconducibile al filone socialista e al filone comunista! Quindi, si leggevano anche tre prestigiose riviste: “Orientamenti pedagogici”, gestita dai Salesiani; “Scuola e Città”, dell’area socialista; e “Riforma della Scuola”, dell’area comunista. Ed io ne ero redattore. Ricordo anche benissimo come condussi due seminari annuali – quando ebbi in sorte di insegnare con Raffaele Laporta – uno avente come tema la pedagogia cattolica, il secondo la pedagogia marxista.

Nel 1978 vide la luce un aureo volumetto, di ben 334 pagine, intitolato “Pedagogia e scienze dell’educazione”. Ne era autore Aldo Visalberghi, che si era avvalso della collaborazione di due validi scolari, tra virgolette: Roberto Maragliano e Benedetto Vertecchi. Due animali di razza, come si suol dire! Le scienze dell’educazione – dopo anni di diseducazione fascista – andavano quindi per la maggiore! Ed erano anche tante! Alla pagina 21 del citato volume i nostri autori ne individuano ben ventiquattro! Afferibili a quattro macroaree: settore psicologico; settore sociologico; settore metodologico-didattico, settore dei contenuti. E sono citati numerosissimi autori di un panorama pedagogico internazionale! Ne cito solo alcuni. Althusser, Bloom, Bruner, Calonghi, Castelnuovo, Chomsky, Claparède, Decroly, Dewey, Engels, Freinet, Gagné, Illich, Jakobson, Nicholls, Piaget, Pontecorvo, Rogers, Lodi, Tornatore, Vygotskij, e tanti altri! Ed ovviamente, non poteva mancare la “Scuola di Barbiana”.

 

Da Comenio a Morin

 

Ma voglio tornare un po’ indietro nel tempo. E’ noto che per secoli e secoli l’istruzione pubblica non ha mai interessato i governi, tranne qualche rara eccezione nel periodo degli Illuministi. Ciò non significa che la ricerca filosofica a volte non approdasse anche a qualche suggerimento pedagogico! E’ più che noto! Ci sono voluti secoli perché la pedagogia si riscattasse come disciplina di ricerca a tuttotondo e soprattutto autonoma. Voglio ricordare una rara ma preziosa eccezione! Cito un nome e un’opera: Comenio e il suo “Orbis pictus”! Convinto che l’istruzione dovesse coinvolgere tutti ed arrivare a tutti, Comenio volle produrre quello che potremmo definire il primo sillabario della storia. Fu un grande primo maestro nel porgere all’alunno il disegno di un dato oggetto, il suo nome, il suo significato e l’uso che se ne dovesse fare. E tutto con un linguaggio di estrema semplicità. In un’epoca e in un mondo in cui il bello scrivere era una sorta di gara tra dotti e letterati! Il volgo era ignorante! E tale doveva rimanere! Ma mi piace rinviarvi ad un saggio di Benedetto Vertecchi, “Rileggere Comenio”, che del nostro grande pedagogo ne sa senz’altro più di me. Ecco il link — (http://lps.uniroma3.it/wp-uploads/2014/03/140317_09-10-Rileggere-Comenio.pdf) — Buona lettura!

Gli anni corrono! Giungiamo alla fine del “secolo breve”!! E, a cavallo del nuovo, si distinguono due autorevoli autori, ma ricercatori e militanti di campi opposti! Alludo a Luigi Berlinguer e a Giuseppe Bertagna. La storia è nota. Giuseppe Bertagna ispira direttamente quella riforma condotta e realizzata dalla Ministra Letizia Moratti, che trova corpo nel Legge n. 53 del 28 marzo 2003, avente come titolo: “Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale”. Con questa legge, le due leggi varate con il Ministro Berlinguer vengono abrogate: la legge 9, del 20 gennaio 1999, concernente “Disposizioni urgenti per l’elevamento dell’obbligo di istruzione”, e la legge 30 del 10 febbraio 2000, concernente il “Riordino dei cicli di istruzione”. La nostra scuola militante visse allora momenti molto difficili. Nel corso di un biennio furono varate due riforme, e non di lieve entità.

Ciò che è accaduto dopo è cosa nota. Matura la stagione delle “Indicazioni nazionali” e delle “Linee guida”. Cito soltanto due nomi, un filosofo e un politico: Edgar Morin, con la sua “Testa ben fatta”; Giuseppe Fioroni, ministro dell’istruzione dal maggio del 2006 al maggio del 2008! Mi piace ricordare che con quest’ultimo è stato innalzato l’obbligo di istruzione: dpr n. 139 del 22 agosto 2007.

Ma, in tutto questo bailamme, la ricerca pedagogica ha avuto una funzione? Non so! In effetti non c’è ministro che non intervenga a ritoccare o a riformare la scuola, un po’ per lasciare il suo nome ai posteri, un po’ per dare qualche indicazione di non so quale natura, ma… mi sembra che ciò che è avvenuto in questi ultimi anni si debba più a una sorta di furore normativo – qualche allusione alla 107? – che di una effettiva necessità di innovare qualcosa! Anche e soprattutto perché non si può innovare senza un’idea! Ed oggi c’è carenza di idee! Spesso si innova solo per innovare, per lasciare traccia di sé, ma! La situazione delle nostre scuole è sotto gli occhi di tutti! Fatto salvo il primo gradino di istruzione – grazie soprattutto a tante nostre brave maestre – rileviamo studenti ed insegnanti sempre più demotivati. Gli studenti in forza di strutture e modalità amministrative vetuste! Sulle quali qualunque presunta innovazione si infrange inesorabilmente! E non sto qui a ripetere la storia delle tre C, Classe, Cattedra, e Campanella su cui ho scritto centinaia di pagine! Quelle tre C che il dirigente scolastico Salvatore Giuliano – oggi nostro apprezzato Sottosegretario all’Istruzione – ha brillantemente dribblato e da tempo nel “Majorana” di Brindisi, l’istituto tecnico da lui diretto! E gli insegnanti in forza del fatto che il loro lavoro è sottopagato!

Ma ciò che è più grave è che la scuola OGGI non è sostenuta, accompagnata, incoraggiata da una ricerca pedagogica che sia veramente tale! Comunque, se mi sbaglio, mi corrigerete! Come disse Papa Vojtila quando si presentò al popolo romano per la prima volta dal balcone di San Pietro! Ovviamente, la pedagogia si insegna all’Università. Tuttora! Ma con quali finalità? Non so e vorrei essere corretto ed informato! E manca anche forse una sociologia dell’educazione. Ricordo Bourdieux e Passeron! Sostenevano l’inutilità della scuola! Considerata uno strumento di cui la società si serve per riprodurre se stessa! E vorrei capire se è vero o no che gli insegnanti sono anche oggi le “vestali della classe media” come sostenevano negli anni settanta Marzio Barbagli e Marcello Dei. Ma c’è anche il risvolto della medaglia! La scuola non condiziona le menti e non riproduce l’assetto sociale! La scuola libera! Ovvio è il richiamo a Don Milani! “La scuola non deve essere un ospedale che cura i sani e respinge i malati”! La scuola, l’istruzione, come liberazione! Paulo Freire, un maestro di scuola, in Brasile! Sempre anni settanta del secolo scorso.

Il mio cruccio è oggi quello di allora! La parola d’ordine allora è: gli insegnanti non devono soltanto istruire! Anche se il Ministero è il Ministero dell’Istruzione! Debbono anche e soprattutto formare persone, educare cittadini! I tre verbi di cui all’articolo 1, comma 2 del dpr 275/1999, con cui abbiamo varato l’autonomia delle istituzioni scolastiche! Queste sono tematiche che richiedono attenzione, studio, ricerca, promozione!

Esistono i dipartimenti di scienze dell’educazione, o della formazione! Ma io sono abbastanza ignorante da non sapere quali siano oggi i ricercatori più accreditati, o all’avanguardia! In grado di dare alla nostra povera scuola qualche luce! Ammesso poi che la nostra povera scuola abbia gli occhi per vedere! E non solo per piangere! Come a volte avviene! Insomma, non vorrei che i pedagogisti di oggi fossero come le lucciole estive, la cui luce ha durata stagionale! O come le chimere, pezzi di varie discipline male assemblate.

Ovviamente, in questo nostro consesso, amici più esperti di me mi potranno illuminare in proposito! Quello che so, ho detto! Quello che non so, non dico! Parafrando il Maestro Manzi, che era sempre generoso con i suoi alunni! Quando diceva: “Fa quel che può, quel che non può, non fa”!

Ed io non sono un buon alunno! Ma un novantenne! Che ha bisogno di luce, di tanta luce! Altrimenti rischia di spegnersi! Ma oggi no! Grazie a voi!

Laceno, 14 luglio 2018


*Relazione tenuta da Maurizio Tiriticco all’”11° Seminario Nazionale Estivo ANDIS di studi e confronto sul tema: Proviamo a riparlare di scuola e di educazione” – Laceno – Bagnoli Irpino (Av) – 12-13-14 luglio 2018

Un sistema da migliorare

Un sistema da migliorare

di Maurizio Tiriticco

Giorgio Allulli in “Passare dalla conoscenza al miglioramento del sistema”, pubblicato su “il Sole 24 Ore” di oggi, afferma tra l’altro, a proposito degli esisti della somministrazione delle prove Invalsi in alcune delle nostre scuole: “Se le novità organizzative del 2018 presentano aspetti positivi, luci ed ombre emergono dai risultati dei test. Complessivamente soddisfacenti appaiono i risultati per quanto riguarda la conoscenza della lingua inglese, mentre rimangono confermati, anzi in qualche caso si allargano, gli squilibri nei risultati conseguiti nelle diverse regioni italiane e dagli alunni di diversa appartenenza socio-economica e culturale. Questi squilibri sono limitati nella scuola elementare e si aggravano nella scuola media e secondaria: in alcune regioni del Sud i risultati del 75% degli alunni sono sotto la media nazionale; inoltre, sempre nell’Italia meridionale, l’influenza della condizione socio-economica e culturale familiare condiziona pesantemente i livelli di apprendimento degli alunni”.

I commenti sarebbero infiniti! Ma mi limito a sottolineare che la scuola elementare, oggi primaria, adempie ai suoi compiti istituzionali, mentre, nei gradi successivi di scuola, gli obiettivi di apprendimento – per non parlare delle competenze, altrimenti il discorso sarebbe infinito e problematico – man mano che si procede nella successione dei gradi e nella differenziazione degli ordini (istituti professionali, tecnici e licei), lasciano sempre più a desiderare. Il che significa, a mio modesto giudizio, che forse sarebbe il caso di chiedersi se l’organizzazione stessa degli studi in tali ordini di studi non sia totalmente da rivedere. L’organizzazione militaresca – potremmo dire – della nostra istruzione secondaria di primo e secondo grado, non sarebbe forse l’ora di rivederla? Allulli e i miei lettori conoscono già la “storia” della tre C, la Classe d’età, la Cattedra e la Campanella! Una organizzazione da collegio di altri tempi! I gesuiti erano maestri nell’organizzazione dei loro collegi! Ma sotto i ponti di acqua ne è passata! Basti pensare che lo stesso Papa Francesco è un gesuita! Eppure innova! Io ricordo benissimo Pio XII! Uno stile comportamentale che oggi non comprenderemmo!

Per non dire poi di lezioni, compiti a casa e in aula, interrogazioni, registri! Lo so! I richiami alla “didattica laboratoriale” compaiono puntualmente in tutti i documenti innovativi, cosiddetti, emanati dal nostro Miur! Alludo alle reiterate Indicazioni nazionali e Linee guida. Si tratta di nobili inviti ad innovare, ma chi si occupa di “teoria delle organizzazioni” – e tu Giorgio, ne sai più di me in materia – sa bene in quale misura una struttura organizzativa condiziona l’attività lavorativa. Le ricerche di Kenneth Blanchard e Paul Harsey (vedi “Il modello di leadership situazionale”), anche se datate, sono sempre valide. Pertanto i richiami alla “didattica laboratoriale”, salvo rare eccezioni, lasciano il tempo che trovano.

Possiamo, pertanto, dire che “a tale organizzazione corrisponde tale attività”. Mi occupai di queste cose nel lontano 1999 quando pubblicai per Anicia un agile volumetto dal titolo “Apprendimento organizzativo nella scuola dell’autonomia”. Era Ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer e si pensava tutti a riforme che avrebbero innovato profondamente la nostra scuola! Ma le due leggi da lui firmate, la 9/1999 sull’innalzamento dell’obbligo di istruzione, e la 30/2000 sul riordino dei cicli, furono spazzate via dalla legge 53/2003 della Ministra Moratti. E da allora – ed è passato quasi un ventennio – di luci innovative per la nostra scuola, o meglio per il nostro “Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione” non abbiamo visto nulla! Non dirmi della legge delega 107/2015, la cosiddetta “buona scuola” e dei successivi decreti delegati! Si tratta di 202 articoli che di fatto non mettono in discussione le tre C di sempre.

Caro Giorgio! Un grande Dirigente Scolastico, Salvatore Giuliano, ha rovesciato come un guanto il suo Istituto tecnico di Brindisi! Non entro nel merito per non farla lunga! Il che dimostra, però, che a volte certi condizionamenti normativi possono essere, se non stravolti, però utilizzati al meglio! Chissà se il nostro Giuliano, nuovo Sottosegretario di Stato, potrà essere di esempio ai tanti nostri Dirigenti Scolastici! E a quelli futuri! Il concorso è prossimo! E i nostri candidati si apprestano a memorizzare le migliaia di quesiti! A proposito: ho provato a leggerli! Io, professore di liceo e di università, ispettore tecnico, sarei sonoramente bocciato! O tempora o mores?

Lettera aperta a Salvatore Giuliano

Lettera aperta a Salvatore Giuliano

di Maurizio Tiriticco

Caro Salvatore! Penso che questo governo “penta-legato” durerà a lungo, stante la polverizzazione delle opposizioni, anche se io, come sai, sono un uomo di sinistra da sempre! E sai anche quanto apprezzi da tempo – e non solo da ora – ciò che hai innovato nel corso degli anni nell’Istituto Tecnico “Ettore Majorana” di Brindisi. Ne fa fede il fatto che, se scorri i miei numerosi articoli, quando accenno alla necessità di processi riformatori nella scuola, scrivo sempre di te e del tuo istituto! Dove le tre C sono scomparse da tempo! Quelle tre C, la Classe, la Cattedra e la Campanella, che fin dai tempi della legge Casati, del lontano 1859/69, e della riforma Gentile, del meno lontano 1922/23, non sono mai cambiate! Si tratta di quella struttura oraria e organizzativa dura a morire! Anche nonostante il recente varo delle Indicazioni Nazionali e delle Linee guida, nonché di quella legge 107 che tutto sembra innovare – 202 commi!!! – ma che non tocca di un ette la struttura oraria di sempre. E che in effetti non intacca neanche – salvo casi sporadici – quel rapporto docente/alunno fondato da sempre sulla tripletta lezione, compiti per casa, interrogazione! E compiti in classe! Non meno di tre a trimestre! Sennò come si fa a calcolare una media accettabile? Nonché diario di classe e registro! Elettronico, certamente! E per sua natura altamente democratico!

Alunni, genitori, nonni e parentame tutto sono così debitamente e tempestivamente informati sul cinque o sull’otto che il nostro studente ha conseguito! Appunto! Sul cinque e sull’otto! Per non dire dei più, dei meno, dei meno meno e dei mezzi! Nonostante i numerosi dpr sulla valutazione, che da anni il ministero ci ripropone, affermino e sostengano chiaramente che la valutazione adottata dalla nostra scuola è decimale e che riguarda solo numeri interi! Pertanto, niente più, niente meno, niente mezzi! Ma gli insegnanti italiani sono più realisti del re! Dieci posizioni non sono mai sufficienti! Così la scala decimale, di fatto, diventa una scala di venti o trenta punti, se non di più! Salvo a riadattarla con le scadenze trimestrali! O bimestrali che siano!

Viene da dire: c’era una volta la docimologia! Perché di fatto è una disciplina come le altre, come la storia, la filosofia, la lingua straniera! Ma l’insegnante di storia, di filosofia o di inglese, è padrone della sua disciplina senz’altro! I nostri insegnanti sono tra i migliori in Europa E forse sanno anche come si insegna la disciplina di competenza! Ma nulla o poco sanno di come si valuta la prestazione du un alunno! O più prestazioni! Poco sanno che prima del valutare c’è il misurare e che, poi, da alcuni anni, dopo il misurare e il valutare, c’è anche il certificare! Una tripletta valutativa di tutto rispetto! Ed ecco pure la certificazione delle competenze! E in molti si chiedono, ma non lo dicono: ma che diavolo è una competenza? Perché, in effetti, non è neanche roba nostra! Se la sono inventata in Europa! Quella Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006! Sono passati 12 anni 12!!! Sì! Le competenze chiave per l’apprendimento permanente! Ma che ci azzeccano queste cose con la valutazione dei miei alunni? Io voglio sapere se Antonio la prima guerra punica l’ha studiata o non l’ha studiata! Per non dire cha Laura ancora non ha capito che cosa significa quattro terzi pi greco erre tre! Eppure è campionessa di palla a volo!

Insomma, caro Salvatore! Non voglio farti perdere tempo, perché il da fare che hai di fronte è immenso! Se pensi che tutte le scuole della Repubblica debbano diventare come la tua, sai anche che hai bisogno non solo di tanta pazienza, ma anche di tempi molto lunghi! Dovrai rovesciare la nostra scuola come un pedalino! Aiutarla a superare le limitazioni indotte, anzi imposte, dalle tre C di sempre e da una legislazione che a volte ha imposto più laccioli che proposto briglie per correre! E che la nostra scuola, con te, impari a correre come un cavallo di razza! Grazie per quanto farai!