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Lettera al Presidente Sergio Mattarella

Lettera al Presidente Sergio Mattarella

Gentile Presidente! Ho ascoltato con l’attenzione che sempre dedico alle Sue parole le Sue considerazioni a proposito della necessità della adozione del “libro di testo” nelle istituzioni scolastiche. Mi permetto di avanzarLe alcune considerazioni. IERI il libro di testo e la lezione dell’insegnante erano le due uniche fonti di conoscenza e di apprendimento: nonché depositarie esclusive dei contenuti dei diversi saperi! OGGI il web offre tutte le fonti e le informazioni possibili! Non a caso il web è letteralmente un’enciclopedia universale mondiale, per di più offerta gratuitamente in tutte le lingue! E che si arricchisce giorno dopo giorno! Ed offre informazioni che, comunque, vanno sempre controllate! E con grande attenzione! Perché le cosiddette fac news sono sempre dietro l’angolo! Di conseguenza, penso che il ruolo dell’insegnante – soprattutto OGGI. a fronte di un mondo virtuale ricco di informazioni – deve cambiare! Da DEPOSITARIO del sapere dovrebbe diventare CONTROLLORE e MEDIATORE dei saperi!
Ne consegue la primazia della didattica! Ed ovviamente, di una didattica inclusiva: quella che oggi chiamiamo e pratichiamo nelle scuole – almeno da parte degli insegnanti più motivati ed avanzati – la cosiddetta “didattica laboratoriale”! La “lezione frontale” aveva forse un senso in una società in cui l’istituzione scolastica e i suoi insegnanti erano, per così dire, i “depositari del sapere”, ma oggi il sapere è a portata di mano! Anzi di dita! Ovviamente occorre saperlo cercare ed accedervi con pazienza, cura e intelligenza. Necessitiamo quindi di insegnanti che in primo luogo sappiano guidare ed orientare i nostri studenti in questo immenso mare dei saperi!
Va anche sottolineato che, ormai da alcuni anni, sia le Indicazioni Nazionali (relative all’istruzione obbligatoria e ai licei) che le Linee Guida (relative all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale) sottolineano appunto l’esigenza di una didattica capace di liquidare quella fondata sulla lezione frontale: si tratta della cosiddetta “didattica laboratoriale”. Che di fatto è estremamente necessaria, se si vuole veramente EDUCARE, FORMARE ed ISTRUIRE i nostri alunni in modo tale che ciascuno possa raggiungere il suo personale SUCCESSO FORMATIVO. Si tratta di una didattica che non implica la presenza di un laboratorio in senso stretto (scientifico, linguistico informatico, ecc.), ma che affida all’insegnante il compito di orientare, dirigere coinvolgere gli alunni dell’aula a ricercare e produrre: ovviamente più sul WEB, in quanto a ricerca, e più sul PC in quanto a prodotto. Ne consegue che – potremmo dire – “il libro non si legge, ma si scrive”!
Si tratta di attività, impegni ed obiettivi che implicitamente abbiamo assunto con il varo dell’“autonomia delle istituzioni scolastiche”. Il referente normativo è il comma 2 dell’articolo 1 del dPR 275 dell’8 marzo 1999. Si tratta del “Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, redatto ai sensi dell’articolo 21 della legge 15 marzo1997, n. 59”. Va aggiunto, inoltre che oggi i nostri insegnanti sono impegnati a far raggiungere ai loro alunni non solo CONOSCENZE – come nelle scuole di sempre – ma anche ABILITA’ e COMPETENZE. In effetti, non c’è un “sapere” che non implichi e che non si debba esprimere e tradurre in un “saper fare”.
Mi corre anche l’obbligo di ricordarLe che ormai il nostro sistema di istruzione è tenuto a coordinarsi con i sistemi scolastici dei 28 Paesi dell’Unione Europea. E Le ricordo anche che il 22 maggio del 2018 il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una nuova Raccomandazione sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente che tutti i cittadini dell’Unione sono tenuti a conseguire. E’ un documento che pone l’accento non solo sui saperi, ma anche sul valore della complessità e dello sviluppo sostenibile. Le competenze sono le seguenti: 1)• competenza alfabetica funzionale; 2• competenza multilinguistica; 3• competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria; 4• competenza digitale; 5• competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; 6• competenza in materia di cittadinanza; 7• competenza imprenditoriale; 8• competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.
So bene che questa citazione ha poco a che fare con il “libro di testo sì o no”! Ma – almeno a mio vedere – ha molto a che fare con le modalità nuove, molto intriganti, ovviamente, nonché interagenti, con cui oggi i nostri ragazzi possono accedere alle informazioni. Di qui un nuovo ruolo dell’insegnante: animatore di attività di ricerca, conduttore di attività laboratoriali! E, in tale contesto/scenario, la lezione di un tempo, coadiuvata e sostenuta dalle informazioni contenute sul “libro di testo” poco ha a che fare con la scuola di oggi! E di domani! Almeno a mio vedere!

Distinti saluti!
Maurizio Tiriticco

Diritti dell’uomo. Cittadinanza e Costituzione da ieri ad oggi

a cura di Maurizio Tiriticco

Per una informazione diffusa

Per una informazione diffusa

di Maurizio Tiriticco

Sono abbastanza vecchio per poter formulare le riflessioni che seguono! A proposito delle informazioni, della scuola, dei libri di testo e del libro in genere. Il tutto mi viene suggerito da un interessante intervento, pubblicato oggi dal Corsera, di Maria Berlinguer, dal titolo “Scuola tutta da rifare; analfabeta funzionale un adolescente su tre”. Scrive la Berlinguer: “Tra dieci anni saranno un milione e trecentomila gli studenti che diserteranno l’appello del primo giorno di scuola. Il trend demografico parla chiaro. In due lustri il turnover riguarderà il 40% degli insegnanti, che ancora incidono per il 90% sul bilancio del Miur. Un’occasione d’oro per cambiare il volto del sistema formativo a parità di spesa. È la sfida che lancia alla politica Tuttoscuola, la rivista specializzata che a poche ore del gong della campanella di inizio anno pubblica un report che è anche un appello al mondo politico perché la smetta di affrontare a suon di tweet e di like un tema dal quale dipende in buona sostanza il futuro del Paese” E riporta una riflessione di Giovanni Vinciguerra, direttore di Tuttolibri, che scrive: “L’emergenza educativa e la formazione culturale delle nuove generazioni dovrebbe essere al centro del dibattito politico. Eppure il grande assente anche in questa crisi di governo è la scuola, probabilmente perché non è spendibile nell’immediato e va affrontato nell’ottica del medio e lungo periodo e non in previsione di elezioni ravvicinate”.
I dati riportati dalla Berlinguer e da Vinciguerra parlano chiaro. L’analfabetismo funzionale è in aumento. In realtà tutti ormai sono in grado di leggere e scrivere, stante anche la diffusione massiccia dei cellulari, ma… in generale si tratta soltanto di competenze alfabetiche strumentali, e funzionali soltanto alla formulazione e comprensione di messaggi informativi e formativi di primo livello, potremmo dire, cioè: Come stai? Che fai? Quando ci vediamo? Hai sentito Giuseppe? Hai visto Antonietta? Ieri è stata una bella serata! Che piacere averti conosciuto/a! Una messaggistica che in effetti ha anche la sua importanza! Il marito al supermercato ha dimenticato che cosa deve acquistare e contatta la moglie per…. La ragazza al termine di una festa contatta il papà perché la vada a prendere! Per non dire poi di tutte le diavolerie possibili per poter smanettare con il cellulare sotto il banco di scuola per accedere a tutte le informazioni necessarie a determinati bisogni: un’interrogazione; una versione da Cicerone! Insomma, il web è la nostra enciclopedia portatile! Nonché la possibilità di risolvere mille problemi! Anche il turista oggi accede ai monumenti e ai musei sempre lasciandosi guidare dal cellulare!
Io stesso, di poca memoria, ho esultato quando il web mi ha permesso di non ricercare più, e con quale fatica, il testo x nella mia libreria al fine di una citazione, di una nota. Se poi ripenso ai miei anni di scuola… solo libri di testo… tutto il sapere era lì, e forse anche per l’insegnante… e poi quante formule di rito: per giovedì da pagina 5 a pagina 10! Venerdì compito in classe! E in tante famiglie – la grande maggioranza – spesso il libro di testo del figlio era l’unico libro che entrava in casa. E l’ignoranza – quella cosa che riguarda le conoscenze, non il costume, la cultura in senso lato – toccava livelli molto alti.
Insomma oggi l’offerta informativa erogata dal web non manca e si arricchisce sempre più. Ovviamente non mancano le informazioni non esatte, e neppure le bufale, ma un ricercatore scaltro – non disco esperto, che è altra cosa – conosce tutti i modi per incrociare le informazioni e non cadere in errore. Ed ancora! Se l’offerta non manca e diviene sempre più ricca, è la domanda che, invece, è carente. Si suole dire che l’incolto spesso non sa di esserlo; quindi non è in grado di formulare domande e, quindi, di darsi o ricercare risposte. L’incolto in una biblioteca si perde e basta! Pertanto la massiccia cascata di informazioni che oggi cade – o può cadere – su ciascuno di noi, per molti è solo acqua fresca, come una pioggia primaverile: è un po’ noiosa, ma poi passa!
Insomma, potremmo dire che l’informazione una volta era oro. Sono gli scribi che ci hanno trasmesso i saperi e i valori dell’antica Grecia e dell’antica Roma! Sono i frati amanuensi medioevali che nei loro conventi copiavano e copiavano quei testi classici che, invece, si sarebbero inesorabilmente perduti. Poi è venuto un certo Gutenberg che in una certa Magonza ha inventato i caratteri mobili! E la stampa! Così tutti avrebbero potuto leggere da soli, senza l’intermediazione del prete di Roma, la Bibbia!
Insomma, quanta fatica nel corso dei secoli per la costruzione, la diffusione, la moltiplicazione della cultura. Spesso privilegio di pochi! A questo proposito giova, però, ricordare Comenio, che in pieno Seicento, con la sua “Didactica Magna”, sostenne e dimostrò che il leggere e scrivere non può e non deve essere un privilegio di pochi e che bisogna invece, “insegnare tutto a tutti”. Ipotizzava l’istruzione obbligatoria! Una conquista recente! E ricordiamoci sempre che oggi c’è il web, questa enciclopedia universale a cui tutti possono accedere! Un’enciclopedia in cui, com’è noto, non mancano le bufale, ma dalle quali ci possiamo guardare e difendere! Purché gli strumenti fondanti del leggere e scrivere, produrre e comprendere, impariamo a conoscerli e ad usarli… per crescere e diventare migliori! E non per… imbufalirci!


Un Paese alla ricerca di sè

Un Paese alla ricerca di sè

di Maurizio Tiriticco

A volte mi chiedo se noi Italiani siamo veramente una Nazione. Infatti, se accedo a wikipedia per trovare una definizione di Nazione, leggo quanto segue: “Una nazione (dal latino natio, in italiano nascita) si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, la religione, l’etnia ed eventualmente un governo”. E non so se una simile definizione possa correttamente adottarsi per quanto riguarda noi Italiani. In realtà siamo un Popolo giovane ed una Nazione altrettanto giovane! L’Unità d’Italia è stata celebrata solo nel 1861, e non certo con il consenso e l’entusiasmo popolare! Nonostante la generosità e il sacrificio di tanti patrioti! Basti pensare ai plebisciti, artatamente pilotati e truccati dal regime savoiardo, e all’esplosione del brigantaggio, cosiddetto, del Mezzogiorno, che altro non era che una forma di resistenza contro un’occupazione considerata straniera.

Comunque, siamo senza dubbio un Paese che nella sua lunga storia, a partire dagli Etruschi, dai Greci (alludo alle colonie dell’Italia meridionale e insulare), fino a quella Romana e poi Latina, e poi ancora Greco-latina (Graecia capta ferum victorem cepit), e poi ancora Longobarda, Bizantina, Germanica e non saprei cos’altro, ha espresso personaggi meravigliosi ed ha costruito cose stupende, nel pensiero, nella scienza e nell’arte in primo luogo. Che tutti gli stranieri ci invidiano!

Su tutti i libri di storia e di letteratura che riguardano il nostro Paese è riportato come e quando ha avuto origine la nostra lingua e, con essa, le prime esperienze letterarie. Si tratta della famosa carta Capuana, del 960 d.C. Avvenne quando, in un giorno di quell’anno così lontano dal nostro, alcuni contadini testimoniarono dinanzi a un giudice quanto segue: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Chi di noi non ha studiato a scuola questa prima espressione italiana? Il latino era la lingua dei dotti, allora, com’è noto, ma il volgo parlava un linguaggio, anzi una pluralità di linguaggi totalmente diversi, una pluralità di volgari, molto diversi dal nord al sud della penisola. Poi, dopo secoli, venne un certo Manzoni a sciacquare in Arno i suoi panni! E di lì nacque il primo modello definitivo – se così si può dire – della nostra bella lingua. E non fu un caso che in tutte le scuole del Regno e della Repubblica – almeno della prima – i Promessi Sposi fossero una lettura obbligatoria.

Sembra che i primi e più significativi contributi relativi alla prima costruzione della nostra lingua e della nostra stessa cultura sono stati dati nel nostro Sud, anche se dobbiamo ringraziare Dario Fo per la preziosa ricerca da lui condotta sui dialetti dell’Italia settentrionale. Ed in particolare va segnalato ciò che accadeva alla corte di Federico di Svevia. La Svevia non è in Italia, ma è bene ricordare che il grande Federico II di Hohenstaufen – il casato è originario, appunto, della Svevia – è nato a Jesi nel 1194 ed è morto a Fiorentino di Puglia nel 1250: quindi un regnante italiano a tutto tondo! Un sovrano illuminato, che ha sempre primeggiato nel favorire e sostenere una produzione letteraria, artistica e scientifica, per quei tempi avanzatissima. Con tutto quel mix di magia! Basti pensare al mistero che circonda da sempre Castel del Monte, la cui effigie figura sul nostro centesimo di euro.

In seguito, nonostante tutte le successive invasioni e occupazioni, da Nord a Sud, regni, ducati, granducati, marchesati e quant’altro, ebbene, nonostante tutto (o forse grazie a questo tutto? Non saprei!) il nostro Bel Paese, il giardino d’Europa (Dante, Goethe, Stendhal) ha sempre prodotto “cose” egregie in tutti i campi, dalla prodizione artistica e letteraria a quella scientifica!!!

Ebbene, purtroppo oggi – agosto 2019 – non ritrovo più il mio Bel Paese, là dove ‘l sì suona! Ascoltare certi politicanti da strapazzo sciorinare in TV ovvietà, luoghi comuni, ripetizioni all’infinito degli stessi scontatissimi concetti, mi fa star male! Tutti soggetti che al colloquio della maturità boccerei sonoramente! Immagino la sofferenza del nostro Presidente Sergio Mattarella, quando deve sostenere colloqui con questi soggetti, colloqui da cui, purtroppo, deve nascere proprio in questi giorni quella scelta che determina il destino della Nazione! Non vorrei essere nei suoi panni! Mi chiedo: di che cosa vuoi discutere con i tanti Di Maio e i tanti Salvini? Tutti fotocopie l’uno dell’altro! Penso che il nostro Mattarella sia in grande sofferenza e che veramente in cuor suo li manderebbe a quel paese! Ovviamente dove il sì non suona! Però, chi se li piglierebbe?

Lo so e non ditemelo! La vecchiaia produce brutti effetti! Ti getta in quel brutto pentolone dove tutti i pensieri si rimescolano nel gran brodo del pessimismo! Ma un filo di speranza ce l’ho! Che può diventare un cordone! Quando penso che il nostro Stellone Italia è rinato da tempi ben peggiori: il fasciamo, la guerra, i bombardamenti, gli eccidi nazisti, la disperazione, la morte la fame… per cui non sarà certo questo ignobile triumvirato alla disperata ricerca di una nuova chance a gettarci nell’angolo! Anche perché il mattarello del nostro Presidente si farà sentire! Senz’altro!

Educazione Civica in aula…

Educazione Civica in aula…

di Maurizio Tiriticco

…costantemente e sempre, perché?

Cerco di rispondere. Ho sempre guardato con sospetto, anche quando insegnavo, all’insegnamento, tout court, dell’Educazione Civica. Infatti, non c’è nulla di peggio di un insegnante cattedratico e direttivo che dice agli alunni: “Ora vi insegno l’Educazione Civica”! In realtà, invece, non c’è nulla di meglio quando un insegnante con i suoi alunni legge e commenta la nostra bella Carta Costituzionale. Tullio De Mauro a suo tempo constatò che la Costituzione è comprensibile da tutti. Ha affermato infatti che, anche se il testo è costituito di 9369 parole (circa 30 cartelle), le singole frasi non superano in media le 20 parole e i lemmi utilizzati sono 1357, di cui 1002, cioè il 92,13 per cento del testo, appartengono al vocabolario di base della lingua italiana. In altre parole, i Padri e le Madri Costituenti si preoccuparono del fatto che gli Italiani tutti – nell’immediato dopoguerra l’analfabetismo era ancora presente – potessero leggere e far proprio quel Patto costituzionale del tutto nuovo rispetto a quello Statuto Albertino, risalente al lontano 1848, di cui il fascismo per altro aveva fatto strame!
Scrivo questo perché non vorrei che, stante il futuro obbligo dell’insegnamento dell’Educazione Civica, o meglio all’esercizio concreto, in aula per la vita, di una Cittadinanza Attiva, questa diventasse un’ulteriore noiosa materia di studio, eventualmente resa ancora più noiosa da un insegnante demotivato e che ritiene che il “nuovo insegnamento” toglie tempi e spazi preziosi – come spesso si suol dire – alla “propria disciplina”. Ho sempre pensato e scritto – ed anche attuato, quando insegnavo, almeno penso – che il miglior modo di insegnare qualcosa a qualcuno è quello di coinvolgere questo qualcuno e, se si vuole, renderlo addirittura complice dell’operazione! In realtà, a monte di tutto c’è sempre la concreta metodologia che un insegnante adotta quando entra in aula e sa di avere a che fare con soggetti che a tutto pensano, fuorché al prestare attenzione a ciò che dirà! Ed è proprio in questo verbo “dire” la chiave di tutto! Perché in realtà per un insegnante il dire è il “fare lezione”, dire cose a lui note, ma assolutamente nuove per la platea che è tenuta ad ascoltarlo.
E non c’è nulla di peggio di un rapporto tra umani fondato solo sul dire. Perché gli umani intessono i loro rapporti essenzialmente sul fare. Pertanto, ho sempre tentato di sostituire al “dire” il “fare”, o meglio al fare insieme. E ciò valeva non solo per le mie discipline di insegnamento – le cinque materie cosiddette di base, italiano, latino, greco, storia e geografia! Ahimè! Il ginnasio di un tempo! – ma anche per l’educazione civica! O cosiddetta tale! In effetti non è un’espressione che susciti un immediato entusiasmo! Ma, se la leghiamo alla concreta realtà dell’imparare a “stare insieme” in quelle lunghe ore di aula, allora le cose cambiano. Occorre cercare di “stare insieme”, insegnanti ed alunni, nel modo più produttivo possibile, quindi in primo luogo cercare di attenuare, se non di rompere, quel disframma che da sempre vede da un lato una persona che sa e parla e dall’altro altre persone, nel nostro caso adolescenti, che non sanno e devono ascoltare e apprendere. Ovviamente il diaframma concettualmente resta, ma fattivamente può e deve essere superato. Il segreto per far ciò è quello di rendere protagonisti attivi i soggetti che sono tenuti ad apprendere.
La questione è quindi di metodo! Ed il metodo migliore è quello di avviare, condurre e realizzare una didattica attiva, coinvolgente: una didattica laboratoriale. Chi legge può trovare sul web tutte le definizioni che si possono dare di questa tipologia didattica, la quale per altro è anche suggerita e consigliata sia dalle Indicazioni Nazionali (istruzione obbligatoria e licei) che dalle Linee Guida (istruzione tecnica ed istruzione professionale) recentemente pubblicate dal Ministero dell’Istruzione.
Sostanzialmente si tratta di cancellare, e non solo visivamente, quel diaframma che da sempre divide chi insegna da chi apprende, cioè la cattedra, che in genere è anche sostenuta da una pedana, la quale da sempre intende sottolineare l’autorità di chi sa nei confronti di coloro che non sanno e che sono disposti su dei banchi, spesso scomodi, o disadorni tavolini. Dove sono disposti gli alunni, che devono essere “alimentati”, in genere disposti in modo tale che uno debba per un intero anno scolastico vedere la nuca del compagno davanti. Già a questo proposito ci sovviene la prossemica, quella disciplina che studia come e perché le posizioni spaziali condizionino i rapporti interpersonali. Maestro ed alunni, cattedre e banchi! Disposizione spaziale studiata da sempre per giustificare la lezione cattedratica.
Rompere uno schema spaziale per costruirne un altro è essenziale per rompere una tipologia di rapporti interpersonali in favore di un’altra. E va aggiunto che si tratta di uno schema che deve essere rotto! E proprio oggi perché l’insegnante e il libro di testo non sono più i depositari unici del sapere. Oggi è sufficiente un click sul cellulare per accedere ad ogni tipologia di informazioni e di conoscenze. L’importante è sapere come, quando e perché usare quel click. A fronte di tale fenomenologia, il sapere stesso dell’insegnante viene messo a dura prova. Il sapere certamente, ma anche la metodologia. In altri termini siamo passati dall’insegnante inteso come fonte del sapere all’insegnante inteso, invece, come mediatore dei saperi. Pertanto, sotto il profilo spaziale, nulla di meglio che gli alunni possano essere posti in cerchio, o comunque in modo tale che possano vedersi vicendevolmente negli occhi.
Si tratta di un contesto/scenario non solo fisico! Perché oggi l’insegnante è più un metodologo, amministratore dei saperi – se mi è concessa questa espressione – che un incontestabile depositario di conoscenze. Ovviamente, la cultura disciplinare deve sempre essere forte, nonché quella pluri- ed interdisciplinare. Ma è soprattutto il metodo a farla da padrone! Ed oggi una corretta gestione della dinamica di gruppo, o meglio la già ricordata didattica laboratoriale è quella necessaria e vincente. E’ una didattica con cui si apprende a stare insieme, a lavorare insieme, a studiare insieme, a produrre insieme. Ed è sotto questo profilo che va letta e, quindi correttamente realizzata quell’Educazione alla Cittadinanza attiva a cui ci richiama una recente normativa. Alludo al fatto che la norma relativa all’insegnamento dell’Educazione Civica deve essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e, quando lo sarà, occorreranno 15 giorni perché entri in vigore. Pertanto non è dato sapere se tale disciplina entrerà in vigore con il prossimo anno scolastico. Comunque resta sempre il fatto che ciascun insegnante, qualunque materia insegni, è pur sempre anche un educatore civico! Per cui non è tenuto ad aspettare una legge perché… civicamente non educhi!

Per una didattica labotatoriale

Per una didattica labotatoriale

di Patricia Tozzi

L’organizzazione didattica della scuola moderna prevede il riconoscimento di un solo tipo di differenza: la classe per età. Oggi sappiamo che, in effetti, nemmeno due gemelli omozigoti sono identici e che apprendono in modo diverso: quindi la tanto decantata lezione frontale, che alcuni dei nostri grandi intellettuali rimpiangono, potrebbe, e secondo me è così, essere non più efficace. Questi illustri personaggi, che negli ultimi giorni hanno scritto sui maggiori quotidiani nazionali, mancano dalla scuola da almeno qualche decennio e forse non hanno ben chiaro come sono le scuole e le classi oggi. Non hanno ben chiara la differenza fra nativi digitali e nativi cartacei, e non si rendono conto di come i nostri alunni siano in grado di reperire un contenuto in pochi secondi, con un click, in tutto il mondo del web. E a scuola spesso si annoiano davanti ad un insegnante che parla, a meno che non abbia un carisma ed una cultura straordinaria! Ma anche in quel caso qualcuno si perderà.
Inoltre, a scuola, troppo spesso viene disattesa una corretta formazione delle classi prime, perché di fatto si favoriscono richieste dei genitori e talvolta anche dei docenti, a discapito dei diritti degli alunni. In realtà, questi apprendono meglio nelle classe etorogenee, qualora, nel contempo, vengano introdotti in modo corretto ed equilibrato strumenti non solo compensativi o dispensativi, ma anche percorsi di didattica laboratoriale personalizzanti. Inoltre, la scuola italiana dal 1977 si fa carico di allievi con disabilità e dal 2010 riconosce i cosiddetti Bisogni Educativi Speciali di cui alcuni alunni sono portatori.
E va anche ricordato che non sempre alcuni istituti scolastici hanno modificato la loro organizzazione generale e hanno sfruttato le opportunità che il DPR sull’autonomia, entrata in vigore nel 2000, ha messo a disposizione. Quindi qualche responsabilità la hanno anche i dirigenti scolastici, perché in effetti sono loro a dover guidare l’innovazione, a regolamentare l’introduzione di strumenti digitali, a favorire la personalizzazione degli insegnamenti, a far capire ai docenti che misurare non è valutare e che per certificare competenze ci vogliono attività particolari dalle quali trarre evidenze operative, appunto, certificabili.
Per non dire, poi, di tutte le polemiche in atto sulle competenze! Anche il nostro ministro ora parla di perseguire più attitudini e meno competenze, forse senza riflettere sul fatto che il termine attitudine, usato dall’Ocse nelle sue indagini, trova la sua esatta traduzione nel termine “atteggiamento”. Pertanto, solo attività mirate alla certificazione di competenze di cittadinanza, che di fatto aiutano i ragazzi a vivere la società attuale da cittadini responsabili, ci permettono di osservare atteggiamenti e comportamenti su cui “lavorare” per migliorare anche l’educazione civica dei nostri alunni: ovviamente, utilizzando gli indispensabili contenuti ad hoc. Per non dire poi dell’errori in cui cadono molti docenti, in quali pensano che, se ci si preoccupa di certificare competenze, si trascurano i contenuti! Ma non è così perché “le competenze senza le conoscenze sono cieche”. E va detto che si possono veicolare tutti i contenuti possibili attraverso metodologie più accattivanti che riescano ad interessare l’alunno e ad aiutarlo a “tirare fuori” tutta la sua creatività!
E vorrei anche aggiungere che, come insegnante, pensare che a scuola si debbano dedicare 33 ore all’Educazione Civica, mi ha fatto dapprima sorridere e poi indignare!!! Si, perché io “ho fatto” Educazione Civica in ogni momento della giornata scolastica. Le regole in aula c’erano e andavano rispettate! Si lavorava in gruppo e ci si aiutava attraverso il peer-tutoring, si apprendeva tutto in gruppo e si ricercavano sempre altre informazioni, ovviamente rispettando le fonti, gli autori; e si imparava a scrivere in modo chiaro e sintetico, “imparando facendo” anche la “grammatica della matematica”! Ma tutti insieme, nessuno escluso!
Ovviamente, “un po’” di lezione frontale non mancava: si deve anche apprendere ad ascoltare, a comprendere, a memorizzare. Ma il vero cuore di questa attività era la didattica laboratoriale, in forza della quale ogni alunno dava il suo personale contributo, in base alle sue attitudini (che vanno pur sempre considerate) all’interno di una didattica che altro non era che una didattica laboratoriale per competenze, dove tutti facevano tutto, secondo le loro capacità, e tutti alla fine sapevano tutto.
Non ho mai capito come fanno gli insegnanti che hanno due ore intere a spiegare spiegare e a interrogare interrogare!!! Ma, quando l’insegnante interroga un alunno, che cosa fa la maggior parte degli alunni non interrogati??? Raramente ascoltano partecipi, perché “non è toccato a loro”!!! Quanto tempo viene perso! In realtà penso che ci sia ancora molto da fare nella scuola e per la scuola. Ma resta fondamentale il fatto che, comunque, il mestiere dell’insegnante oggi è faticosissimo! E chi in aula non c’è, non può capirlo nemmeno lontanamente.
Per non dire che poi c’è l’Invalsi! Il che un po’ mi sconvolge! Anche quest’anno l’istituto, con i dati pubblicati, certifica che, nel nostro sistema scolastico, in italiano e in matematica ci sono le solite criticità. Nonché un consistente tra le regioni del Nord, quelle del Centro e quelle del Sud. Vogliamo parlare anche dei risultati dell’apprendimento della lingua inglese? Sono veramente imbarazzanti! Solo uno studente su tre, dopo aver studiato per ben 13 anni questa lingua, riesce, secondo questi dati, a raggiungere livelli appena accettabili!
L’INVALSI continua ogni anno a rappresentare sostanzialmente una stessa fotografia della nostra scuola: grandi differenze tra nord e sud e dove ci sono situazioni socio-economiche difficili i dati rivelano maggiori criticità. A questo punto mi chiedo quale sia l’utilità dell’Invalsi, visto che queste rilevazioni hanno costi esorbitanti e non c’è da ben undici anni di rilevazioni una ricaduta positiva, almeno infinitesimale, sulle scuole. Ma cosa è stato fatto per recuperare la situazione in termini di supporto, investimenti e processi migliorativi?
Le scuole, oberate di lavoro, occupate a riempire carte su carte (PTOF, Curricoli, RAV, PdM, Bilanci sociali e quant’altro), che poi nessuno legge, riescono a riflettere sulla necessità di rivedere strategie didattiche e introdurre qualche cambiamento innovativo finalizzato a migliorare i risultati raggiunti? Oppure i PTOF, i curricoli verticali e quant’altro, sono prodotti soltanto per essere pubblicati sulla “Scuola in Chiaro”, senza che ciò produca alcuna ricaduta effettiva sugli insegnamenti?
Per non dire poi che anche l’Invalsi ha fatto confusione! La sua attività sui prodotti scolastici afferisce alla misurazione o alla valutazione? Si tratta di due attività ben distinte, selle quali però i ricorrenti dpr ministeriali sulla valutazione non dicono nulla. Chiediamoci se queste prove, così come sono organizzate e somministrate, riescano veramente a verificare in tempi stretti le reali capacità, abilità conoscenze, e competenze che inostri studenti sono tenuti a conseguire al termine di un dato periodo scolastico?
Comprendere un testo, argomentare, risolvere problemi, sono percorsi complessi che richiedono tempo e forse ai nostri alunni non viene dato abbastanza tempo per riflettere! Alcune esperienze dimostrano che le stesse prove, utilizzate dagli insegnanti con i loro alunni, dando loro il tempo necessario, possono migliorare la competenza di argomentare e quella di risolvere problemi.
I docenti conducono un lavoro faticoso e di grande responsabilità. E si sentono molto in ansia quando la restituzione capillare dei dati, alla scuola fa ricadere su di loro responsabilità che spesso sono dovute ad altri fattori, quali, ad esempio, una composizione sbagliata delle classi, che non sempre sono omogenee tra loro ed eterogenee al loro interno, oppure un contesto sociale e/o famigliare non sereno.
Insomma, se da ben undici anni si denunciano le stesse criticità e non ci sono miglioramenti – consapevoli che i miglioramenti richiedono tempi lunghi – forse anche l’Invalsi deve farsi qualche domanda! Ed anche i nostri governanti! Una mirata competenza didattica da parte dei nostri insegnanti deve diventare prioritaria! E la formazione in servizio può essere una soluzione per promuovere concretamente processi di miglioramento nella scuola.
Ma, soprattutto, occorre pensare ad una sera riduzione delle “carte” e della “burocrazia”. Il che andrebbe a vantaggio del tempo scuola e dell’energia da impiegare per migliorare i processi di apprendimento degli alunni. Ma occorre motivare gli insegnati all’aggiornamento, o meglio a concrete attività di “formazione continua in servizio”. Anche perché molti sono i cambiamenti in atto nel sociale! E molto sono cambiati alunni!
Concludendo, riflettere su tutto ciò non farebbe male. Perché da una riflessione attenta può nascere una serie di interventi produttivi e mirati!

Scuola vecchia e scuola nuova

Scuola vecchia e scuola nuova

di Maurizio Tiriticco

Giovanni Pacchiano su “la Repubblica” del 3 agosto pubblica un articolo dal titolo per certi versi accattivante: “Vecchia scuola come eri bella”. E dal sottotitolo ancora più accattivante! “C’era una volta un luogo emotivo fatto di presidi-custodi e lezioni di vita. Con lavagne non multimediali”. Comincio ad avanzare qualche sospetto! Poi vado all’occhiello e leggo: “L’analfabetismo di ritorno”. I sospetti si aggravano! Leggo! E constato che si tratta di tutto un rimpianto per la scuola di un tempo! Ed anch’io, con i miei novant’anni e passa, qualche bel ricordino ce l’ho, e mi scappa pure qualche lacrimuccia. Procedo nella lettura e poi incappo nel passo che segue e che copio:
“E che dire dell’insegnante che deve evitare il più possibile la lezione frontale, ma impegnarsi ad organizzare attività, individuali e collettive, di apprendimento, di ricerca, di scoperta, di organizzazione, di produzione. Un facilitatore e un intrattenitore”. Nessuna obiezione, finora, ma poi segue un’affermazione categorica: “La lezione frontale rimane un momento indispensabile dell’insegnamento”. Dell’insegnamento, appunto! E qui casca l’asino, come si suol dire. Pacchiano sembra dire: Tutte le altre “cosucce” che si possono fare in un’aula, le si facciano pure! I tempi sono cambiati! E pure gli studenti! Quindi… “divertitevi pure”, ma cardine del buon insegnamento resta pur sempre la lezione frontale! Insomma, a detta di Pacchiano, tutte le ricerche, e le pratiche, che sono state condotte in fatto di didattica – la pedagogia è un’altra cosa: è una disciplina di ricerca – in questi ultimi anni, se non decenni, sono acqua fresca! La lezione frontale – secondo Pacchiano – è pur sempre il cardine di una buona e produttiva attività di insegnamento. E forse anche salvifica per una scuola in crisi? Questo non lo so!
Consiglio a Pacchiano di leggere attentamente le Indicazioni Nazionali che disciplinano le attività di apprendimento/insegnamento nell’istruzione obbligatoria e nei Licei; e le Linee guida, che disciplinano le attività di apprendimento/insegnamento negli Istituti Tecnici e negli Istituti professionali. Attenzione: sottolineo l’espressione apprendimento/insegnamento e l’adozione della slash invece del trattino. Il trattino divide; la slash invece sottolinea la contiguità, la continuità. E l’apprendere “viene prima” dell’insegnare! Nei citati documenti ministeriali si indicano didattiche inclusive e motivanti, nonché la didattica laboratoriale, che non riguarda la presenza di un laboratorio in senso stretto, di fisica, chimica od altro. Viene suggerita in quanto didattica che potremmo definire partecipativa, coinvolgente. Che implica anche e soprattutto un insegnante diverso, che non “fa lezione”, ma adotta strategie perché gli alunni siano attivi, pongano domande. Il che, ovviamente, non è cosa facile! Animare e coinvolgere un gruppo implica una particolare competenza e professionalità. Perché dunque la didattica laboratoriale?
Mi piace citare dal web Giovanni Marconato, psicologo e formatore, che così si esprime in proposito: “La didattica laboratoriale è una strategia di insegnamento e di apprendimento nella quale lo studente si appropria della conoscenza nel contesto del suo utilizzo. Questo in contrasto con la didattica convenzionale in cui la conoscenza viene proposta agli studenti in isolamento da ogni suo utilizzo e per le sue caratteristiche generali. La didattica laboratoriale tende a superare due tra le cause principali di un apprendimento superficiale, riproduttivo e che genera un transfer limitato delle conoscenze all’interno e all’esterno della scuola: la separazione dei momenti di costruzione e di utilizzo della conoscenza e la natura decontestualizzata del sapere”.
E qui entra in gioco il ruolo dell’insegnante, il quale, passo dopo passo, costruisce con gli studenti la sua attività. Nei miei numerosi scritti in materia, sempre reperibili sul web, sono sempre ricorso alla grande lezione di Dario Fo! Grande attore nel recitare e nel rappresentarci ampi squarci della cultura di certi periodi nella nostra storia popolare. Come non ricordare il suo “Mistero buffo”? Copio dal web: “Presentato per la prima volta come giullarata popolare nel 1969, è di fatto un insieme di monologhi che descrivono alcuni episodi ad argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù. Ebbe molto successo e fu replicato migliaia di volte. È recitato in una lingua reinventata, una miscela di molti linguaggi fortemente onomatopeica detta grammelot, che assume di volta in volta la cadenza e le parole, in questo caso, delle lingue locali padane”.
Ebbene, la drammatizzazione di quei testi operata dal consumato attore che era Dario Fo, coinvolgeva e fortemente, il suo pubblico. Rendere attuali e vivi testi di tanti anni fa ed assolutamente ostici alla lettura, fu una grande lezione che Fo ci dette! E mi dette personalmente. Come rendere appetibile un canto di Dante od un capitolo dei Malavoglia ad una platea di studenti di oggi, attratti e distratti dai mille messaggi che la società contemporanea veicola in tempi ridottissimi? E’ cosa certa che l’insegnante vagheggiato da Pacchiano, serioso e compos sui, è condannato ad un sicuro fallimento. La vecchia scuola era bella e non può riproporsi oggi. A tempi diversi una scuola diversa! Oggi diversi sono gli studenti e diversi devono essere gli insegnanti. Rimpiangere la vecchia scuola è solo una gran perdita di tempo! Concludendo, è il concreto “comportamento insegnante” in aula, oggi, che determina in negativo o in positivo l’esito della sua attività. Mirata sempre a far raggiungere a ciascun alunno il suo personale “successo formativo” come recita la norma!

Una proposta strana

Una proposta strana

di Maurizio Tiriticco

L’associazione “TreeLLLe, per una società dell’apprendimento permanente (Life Long Learning)”, ha formulato una proposta che definisce forte. Si veda nel sito “www.treellle.orgvedi” la pubblicazione «Il coraggio di ripensare la scuola». Si tratta di una scuola con un ingresso precoce, cioè una scuola obbligatoria dai 3 ai 14 anni a curricolo unico, con un «tempo lungo» per tutti (5 + mensa +3 ore). Per la scuola secondaria superiore (dai 14 ai 19 anni) TreeLLLe propone che le scuole offrano un tempo lungo «opzionale», ma attrattivo grazie all’offerta di un palinsesto di «attività» a largo spettro tra cui i giovani possano scegliere sulla base dei loro bisogni e interessi (arti, musica, sport, alternanza scuola-lavoro, volontariato sociale e ovviamente, dove necessarie, attività di sostegno allo studio).
Mi chiedo: una scuola obbligatoria dai 3 ai 14 anni? Perché? Non capisco! L’obbligo di istruzione oggi in Italia è decennale! Va dai 6 ai 16 anni, ben due anni oltre i 14 proposti da Treelle! Si intende tornare indietro? E poi non mi sembra opportuno “obbligare” i genitori a far frequentare ai figli la scuola dell’infanzia (oggi triennale, 3/6 anni di età). Il che suonerebbe come una sorta d’attacco a quell’istruzione parentale, pur sempre vigente nella nostra legislazione. Il problema, semmai, è un altro: generalizzare il più possibile nel Paese l’offerta di una scuola per l’infanzia.
Un’altra questione riguarda l’uscita degli studenti dal sistema scolastico. Ho sempre detto e scritto che costringere cittadini maggiorenni (18/19 anni di età) su banchi scolastici è assolutamente inopportuno. Per cui l’offerta erogata dal nostro sistema scolastico dovrebbe concludersi con il compimento del 18° anno d’età. Il problema, in effetti, è un altro, rispetto alla proposta avanzata da TreeLLLe! Il fatto, cioè, che la nostra istruzione secondaria è ancora strutturata nei tre percorsi di sempre, licei, istituti tecnici e istituti professionali, “attivati” nel corso della nostra storia patria per rispondere a diverse esigenze, che una volta potevamo considerare rispondenti sia alla “classe sociale” di appartenenza dell’alunno che alle diverse offerte del mondo del lavoro. I licei erano funzionali alle famiglie di un certo livello socioculturale e finalizzati a lavori che potremmo definire intellettuali. Gli istituti tecnici erano funzionali a lavori concettuali “non elevati”, potremmo dire: in effetti, la classica distinzione in “ragionieri” e “geometri”. Gli istituti professionali erano aperti a chi – come si suol dire – “non ha voglia di studiare” e/o “non ce la fa”! Per non dire poi dei “giudizi di orientamento” formulati dagli insegnanti della scuola media! Quante volte ho letto giudizi di questo tenore: “Non si consiglia il proseguimento degli studi, ma l’accesso al mondo del lavoro”. Si aprirebbe un terreno di indagine di estremo interesse, per tutte le implicazioni che ne derivano!
Ma OGGI, alla luce di quanto accade nel mondo del lavoro e della ricerca, ha ancora senso questa rigida tripartizione della nostra istruzione secondaria? A mio avviso, si dovrebbero attivare percorsi largamente unitari – che superino la tradizionale tripartizione culturale, di fatto, classista – in cui siano possibili offerte (da parte dell’istituzione) e opzioni (da parte degli studenti) pluri- ed interdisciplinari non rigide, ma opportunamente articolate. Che peraltro, anno dopo anno potrebbero anche essere modificate senza attendere che l’amministrazione centrale debba procedere con riforme “calate dall’alto”, come si suol dire.
Sembra quindi assolutamente opportuno OGGI attivare percorsi quadriennali (fascia d’età 14/18 anni) non rigidamente tripartiti – ed oggi ancora allocati in edifici scolastici con tanto di insegna… “Liceo classico Giulio Cesare”, “Istituto Tecnico Leonardo da Vinci”, “Istituto Professionale Alberghiero Amerigo Vespucci” – ma progettati, programmati e realizzati in ordine alle richieste sempre nuove del mondo del lavoro ed alle esigenze ed alle opzioni degli studenti. Si tratta di richieste ed esigenze a cui un sistema nazionale di istruzione (e non dimentichiamo, di educazione e formazione anche, come recita la norma, di cui al dpr 275/99) non può assolutamente sottrarsi.
Oggi non esiste più – o non dovrebbe esistere più – un’istruzione secondaria tripartita. Ciascun istituto dovrebbe essere sempre finalizzato ad erogare un servizio di istruzione, formazione ed educazione di alto livello, qualunque sia la sua “ragione sociale”. Un solo esempio. L’Istituto Professionale di Venegono Superiore (Varese) ha adottato questa – potremmo dire – “ragione educativa”: “Ogni essere umano ha il diritto di sbocciare, di rivelare il suo pieno potenziale e di realizzare il suo scopo in questo mondo. Questo è il significato dei Diritti Umani”. La firma è quella di Daisaku Ikeda, uno studioso giapponese, filosofo, educatore, maestro buddhista e molto attivo nel sociale.
Quindi, occorrerebbe muoversi verso un’istruzione secondaria superiore unitaria nelle finalità educative, ma articolata e differenziata negli obiettivi formativi. La questione non è di poco conto! E – come si suol dire – il dibattito è aperto.

Educare alla cittadinanza? Un dovere civile!

Educare alla cittadinanza? Un dovere civile!

di Maurizio Tiriticco

Penso che il fascismo, o comunque il suo substrato ideologico o, se si vuole, in quanto un’ideologia sempre pronta a lanciare false promesse messianiche, risiede purtroppo nel dna del popolo italiano. Che, di fatto, è un popolo giovane. L’Unità Nazionale è stata raggiunta e celebrata solo nel 1861, purtroppo in seguito ad annessioni forzate e plebisciti falsificati. Un fenomeno tipico tutto nostro, rispetto ad altri Paesi d’Europa, che hanno avuto più lontane – anche se non so quanto nobili – origini, confermate poi da istituzioni monarchiche, molte delle quali, comunque, di tutto rispetto. A fronte di queste, la nostra Casa Savoia, a mezza strada tra la Francia e la penisola italica, era, di fatto, una… Casetta!
Insomma un risorgimento con la erre minuscola! Con tanti contadini del Sud massacrati dai soldati di Bixio e compagni! Comunque da noi, quando qualche dittatore in pectore sventola una bandiera che sembra unificante a dati valori – in genere mai troppo nobili – gli animi dei più si eccitano subito! Ed oggi il grande eccitatore è il nostro Salvini. Chi legge forse non sa come, negli anni venti, alcuni intellettuali fascisti provarono anche a costruire la “mistica fascista”, che divenne anche materia di ricerca e di studio in certe facoltà universitarie. Per non dire poi di tutte quelle nefande iniziative per la “difesa della razza”! Tarcisio Interlandi e Giorgio Almirante furono i direttori dell’omonima mostruosa rivista. Insomma, mutatis mutandis, se è lecito comparare cose grosse con cose piccole, Gianfranco Miglio è stato il padre teorico della Liga Veneta, come Giovanni Gentile il padre del Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato in quel 21 aprile 1925, Natale di Roma! Anzi, di quella Nuova Roma Imperiale, che avrebbe dovuto esportare la sua civiltà, romana e fascista, al mondo intero, quindi ben oltre i confini euro-afro-asiatici che aveva raggiunto con Traiano. Insomma, com’è noto, è con tutta questa paccottiglia fascista che abbiamo sfidato il mondo e, purtroppo, mandato a picco il Paese!
Menomale che c’è stata quella Resistenza che non è nata negli anni dell’occupazione nazista, ma che veniva da molto lontano! Ricordiamolo! Gramsci, Gobetti, Don Minzoni, Carlo e Nello Rosselli, gli autori del Manifesto di Ventotene e tanti tanti altri! Sono quegli antifascisti che, di fatto, ci hanno permesso di riscattarci agli occhi del mondo e di riallacciare rapporti costruttivi anche con i Paesi che avevamo sfidato! La Francia, la Perfida Albione, come chiamavamo l’Inghilterra, l’Unione Sovietica, dove costringemmo a morire di fame, di freddo e di stenti i soldati del Csir (Corpo di spedizione italiano in Russia) e dell’Armir (Armata italiana in Russia)! E sfidammo perfino gli Stati Uniti d’America! Un insieme di follie assurde! E tutte recitate da quello storico balcone di Piazza Venezia, nella quale una folla plaudente ascoltava gli storici discorsi del Duce! Che poi a scuola dovevamo imparare a memoria! E che ancora ricordo!
Però, mi chiedo: queste tremende lezioni ci hanno insegnato qualcosa? Non so! Purtroppo temo anche che non siano affatto bastate! E penso anche che nelle nostre scuole questi tremendi avvenimenti non sono affrontati come si dovrebbe! Si parla tanto oggi di attivare nelle nostre scuole l’Educazione alla Cittadinanza! Ma non si parla della necessità di fare studiare – e a fondo – la nostra terribile storia degli anni venti, trenta e quaranta. E proprio oggi questo studio è estremamente necessario! Siamo un Paese di cittadini veramente liberi e pensanti? Non so! Comunque, non si può tollerare che tanti tanti nostri concittadini sembrano avere l’unico scopo di farsi un selfie con l’adorato Matteo!
Nulla contro l’illustre nostro Ministro degli Interni? Non so, ma… So di tanti nostri ministri – solo della prima repubblica? – che non facevano incetta di consensi facili, à la carte! Si dovevano misurare con i congressi di partito, dovevano essere eletti, “fare i conti” con gli elettori e con le segreterie di partito, quando si dovessero assumere decisioni! Ed anche con i Consigli dei Ministri! Insomma, non esistevano ducetti da strapazzo a distribuire sorrisi e pacche sulle spalle! Erano le strette di mano che segnavano quei contatti comunicativi tra persona e persona. Immagino quanto debba soffrire il nostro amato Presidente della Repubblica, costretto alle tante immancabili strette di mano e a quei sorrisi che, comunque, comunicano sempre fiducia e serenità. Mutuando da un vecchio adagio di Forza Italia, possiamo dire: menomale che Sergio c’è!

Per una didattica laboratoriale

Per una didattica laboratoriale

di Maurizio Tiriticco

E’ indubbiamente interessante l’articolo di Massimo Recalcati sul “nuovo analfabetismo (“la Repubblica” di oggi, 24 luglio, pag. 29), ma vorrei avanzare alcune considerazioni. Cito un passo della parte finale dell’articolo: “Io sono – anacronisticamente o, se si preferisce, novecentescamente – tra quelli che credono ancora nel modello tradizionale della lectio ex cathedra. E’ solo la testimonianza dell’insegnante e della sua parola che può accendere o spegnere il desiderio di sapere negli allievi. Non c’è educazione alla lettura, non c’è, dunque, educazione in senso ampio, se non c’è la parola di un maestro. Ecco un’altra semplice verità che l’iper-cognitivizzazione attuale del sapere rimuove. Bisognerebbe invece non dimenticarlo mai: Un maestro, un maestro, il mio regno per un maestro!”.
Che dire? Comunque, Recalcati conosce il rischio che ha corso concludendo il suo articolo con le considerazioni pessimistiche di cui sopra. In realtà nella prima parte del suo pezzo Recalcati osserva: “Lo statuto dell’allievo implica lo sforzo di apprendere quello che si ignora. Questo sforzo viene rigettato oggi in nome di un accesso spensierato al mondo. Tuttavia, mentre scrivo, avverto che il rischio di una morale paternalista è qui in agguato”. Ma la morale non è solo in agguato! Va espressa! In primo luogo va detto che la lezione cattedratica non è stata assolutamente cancellata. La questione è un’altra: il fatto che oggi – sottolineo oggi – considerare lo spazio/tempo scuola riempito soltanto con la lezione/ascolto di un tempo, compito per casa, successiva interrogazione e voto, ovviamente segreto, sarebbe assolutamente fuori luogo e fuori tempo. I modi con cui “stare in aula” sono oggi molteplici! E fortunatamente!
E non lo dico io! Lo dice anche la nostra amministrazione. Si vedano – anzi, si leggano con attenzione – le Indicazioni Nazionali (relative all’istruzione obbligatoria e ai licei) e le Linee guida (relative agli istituti tecnici e a quelli professionali). Emergono copiose indicazioni e suggerimenti didattici che non negano la lezione di sempre, ma che implementano la gestione del tempo/spazio dell’aula anche con altre modalità. In realtà, il fatto è che la lezione cattedratica, di cui apprezzo pur sempre la validità, non può più essere l’unico modo con cui l’insegnante costruisce il suo rapporto con gli alunni. In effetti la lezione cattedratica obbliga gli alunni ad un’attenzione mirata alla parola detta, attenzione che esige anche comprensione. Quindi non ho nulla contro tale tipologia di insegnamento, ma penso che occorre essere consapevoli che possono esservi altri modi con cui gli alunni possono accedere a conoscenze, concetti, saperi. E non tiro in ballo le competenze, altrimenti il discorso si allarga… in zone forse pericolose per chi pensa che la lezione di sempre sia il toccasana della complicatissima scuola dei nostri giorni, e non solo del nostro Paese!
Di qui la cosiddetta didattica laboratoriale! Ma di che cosa si tratta? Copio dal web la definizione che ne dà Giovanni Marconato. Si tratta di “una strategia di insegnamento e di apprendimento nella quale e in forza della quale lo studente si appropria della conoscenza nel contesto del suo utilizzo. Questo in contrasto con la didattica convenzionale in cui la conoscenza viene proposta agli studenti in isolamento da ogni suo utilizzo e per le sue caratteristiche generali. Essa tende a superare due tra le cause principali di un apprendimento superficiale, riproduttivo e che genera un transfer limitato delle conoscenze all’interno e all’esterno della scuola: la separazione dei momenti di costruzione e di utilizzo della conoscenza e la natura decontestualizzata del sapere. L’organizzazione della didattica convenzionale si fonda sul presupposto che l’acquisizione e l’utilizzo della conoscenza siano due processi che appartengono a due universi differenti: a scuola si impara la conoscenza, mentre il suo utilizzo avviene una volta terminata la scuola. In questa prospettiva, lo scopo della scuola è di fornire conoscenza corretta, bene organizzata secondo l’epistemologia della disciplina e, cosa importante, presentata in modo neutro rispetto ai possibili utilizzi, perché solo la genericità facilita il suo utilizzo in molti contesti differenti”.
Concludo invitando il lettore ad accedere al sito di Tuttoscuola, in cui troverà una serie di interessanti interventi sulla didattica laboratoriale condotti da una specialista in materia, la Prof.ssa Patricia Tozzi. Insomma, l’insegnante deve gestire la sua classe di discenti oggi, anche e soprattutto scendendo dalla cattedra, motivando e stimolando i suoi alunni, ma non solo collettivamente – come avviene dalla cattedra – ma singolarmente, perché ciascuno di loro è un mondo, da esplorare, da comprendere, da interessare, da motivare. Tutte operazioni che, se il docente occupa perennemente una cattedra come fosse una trincea da cui sferrare l’attacco fatto di nozioni nozioni nozioni, diventano oggi assolutamente impossibili!
La scuola non si rinnova pensando ad un passato non più proponibile, ma guardando all’avvenire! Gli studenti di ieri non sono quelli di oggi! E quelli di domani non saranno quelli di oggi!

Del concorso DS

Del concorso DS

di Maurizio Tiriticco

I numerosi interventi su FB a proposito del prossimo concorso DS, soprattutto quelli di Franco De Anna e di Giancarlo Cerini, mi spingono – come si suol dire – a dire la mia! Molto sommessamente. E comincio da lontano. Un dirigente scolastico non è OGGI quello che IERI era il DIRETTORE DIDATTICO o il PRESIDE. Ricordo benissimo quante battaglie sono state condotte tanti anni fa da presidi e DD per diventare DS, e da me condivise. Attenzione! Mentre una volta presidi e DD avevano compiti essenzialmente esecutivi – in quanto trait d’union tra l’amministrazione e l’unità scolastica da loro diretta – con il varo dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, i loro compiti sono stati profondamente cambiati. E’ sufficiente leggere il relativo dpr attuativo, il 275/99, istitutivo dell’autonomia scolastica, e la nuova distribuzione dei compiti all’interno della “comunità scolastica”, se si può usare questa espressione.
In quella occasione l’amministrazione affidò a più enti il compito di organizzare una serie di corsi di riconversione, se è corretto usare questa parola! Ai quali partecipai come docente, anche se spesso mi sentivo dire: “Caro ispettore! Sono vent’anni che dirigo una scuola! Che cosa pensa che io debba imparare di più?”. Ed io a insistere sui cambiamenti profondi indotti dal 275! Che poi discendeva da una legge delega, la 59/97, con cui si attribuiva al governo la delega per “il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della pubblica amministrazione e per la semplificazione amministrativa”. Quindi, si trattava di attivare cambiamenti e innovazioni non da poco, che non riguardavano solo la scuola in quanto tale, ma che configuravano un insieme di azioni di un’istituzione scolastica autonoma del tutto nuove rispetto a quelle del passato. Ed in un’ottica di un apparato statale “diverso” rispetto a quello di sempre.
E’ sufficiente leggere l’articolo 4 del detto dpr per comprendere quante innovazioni sia possibile apportare in una singola istituzione scolastica! E non solo! Sono indicate innovazioni anche a livello di rete, di cui all’articolo 7. Ma queste profonde innovazioni normative che di fatto “aggredivano” anche le competenze di un DS implicavano ed implicano, a mio parere, l’accesso, da parte dei “nuovi” dirigenti scolastici, ad una letteratura ed a compiti che riguardano competenze che sono di natura manageriale. Anche se l’espressione relativa al DS/manager non era e non è del tutto corretta, stante sempre il fatto che il DS non cessa mai di essere in primo luogo – come si suol dire – un funzionario dello Stato. E non è un libero professionista,
Non voglio andare troppo lontano nel tempo, ma è sempre bene ricordare che un’organizzazione del lavoro rigidamente gerarchica, quale attuata, ad esempio, da un Henry Ford nelle sue fabbriche di automobili nei primi anni del Novecento, fu messa in discussione da un Elton Mayo. Il quale, com’è noto, fu autore della teoria della Human Relations: Mayo dimostrò infatti, dopo una serie di ricerche/azioni condotte presso la Western Electric Company di Hawthorne, quanto fosse importante per un “capo” avviare un particolare clima organizzativo e cooperativo tra gli operai, in forza del quale potevano sentirsi protagonisti dei loro prodotti, e non semplici e passivi esecutori. Il che di fatto incrementa la produttività dell’azienda. Erano anni in cui era anche forte la condanna di condizioni di lavoro considerate alienanti per la condizione umana. Ed è forse opportuno ricordare che il concetto di alienazione era stato adottato da Marx, quando volle indicare quel tipo di processo lavorativo a fronte del quale l’operaio è assolutamente estraneo in ordine sia alla progettazione del prodotto che alle sue finalità. Sembra opportuno ricordare anche quelle mirabili scene di quello splendido film del 1936, “Tempi moderni”, in cui l’operaio Charlot, a fronte della catena di montaggio a cui è inchiodato, agisce come un burattino eterodiretto. Per non dire poi di “Metropolis”, l’agghiacciante film muto del 1927 diretto da Fritz Lang, dove si prevede che, in un futuro 2026, gli industriali governano la città di Metropolis dai loro grattacieli, mentre gli operai sono relegati nel sottosuolo a lavori massacranti di cui non conoscono né le ragioni né le finalità.
Ma l’industrializzazione selvaggia di quegli anni non era scevra da critiche, dirette e indirette! Quindi lotte operaie da un lato e riflessioni anche filosofiche dall’altro! Nel 1916 a New York vide la luce “Democracy and Education”, di John Dewey: un classico per chiunque si occupi di educazione ed educhi! E’ opportuno ricordare che in Italia l’opera fu pubblicata soltanto nel 1949 da La Nuova Italia di Firenze, a guerra conclusa, curata da Enzo Enriques Agnoletti e Paulo Paduano, stante il fatto che l’educazione nazionalista e fascista non avrebbe mai potuto tollerare, quanto meno avallare, le argomentazioni di un Dewey in materia di educazione democratica. In effetti, non era stato un caso che con il fascismo il Ministero dell’Istruzione venne ridenominato pomposamente Ministero dell’Educazione Nazionale! Un’educazione a senso unico, quindi! E non fu un caso che il motto allora corrente era che “i figli d’Italia son tutti Balilla”! Comunque, dagli anni venti molta acqua è passata sotto i ponti e la ricerca pedagogica ha fatto passi da gigante. Ed ha insistito non solo sul rapporto discente/docente – tema classico, si può dire – ma anche e soprattutto sulle dinamiche interne ad un gruppo di alunni. E’ sufficiente ricordare l’attenzione condotta da Jacob Levi Moreno negli anni venti e seguenti sulla relazioni che intercorrono tra i membri in un gruppo – quindi tra gli alunni in un gruppo classe – e delle modalità con cui si possono intercettare ed eventualmente correggere: utilizzando uno strumento di rilevazione che lui chiamò sociogramma.
Per non dire poi delle ricerche di R. R. Blake e S, S, Mouton, con “Gli stili di direzione” (Etas Kompass Milano, 1969) e di P. Hersey e K. Blanchard, con “Leadership situazionale, come valutare e migliorare le capacità di gestione e guida degli uomini” (Milano, Sperling e Kupfer, 1984). In conclusione, possiamo dire che, quando si dirige un’attività lavorativa, qualunque essa sia, in un’azienda, in un ufficio, quindi anche in una istituzione scolastica – nonché nella stessa aula scolastica, perché lo studium, nonostante l’etimologia, è lavoro – l’attenzione e la cura del responsabile è sempre duplice: a) verso gli obiettivi da perseguire e conseguire: b) verso gli operatori, i soggetti, le persone che sono coinvolte. Se ricorriamo a un diagramma cartesiano, possiamo individuare sull’asse delle ordinate gli obiettivi che i soggetti (nel caso di una classe scolastica, gli alunni) devono raggiungere; e sull’asse delle ordinate le persone, i soggetti, appunto, gli alunni. Potremmo così individuare: a) un insegnante preoccupato soltanto degli obiettivi da far raggiungere agli alunni, quindi dei contenuti della materia di insegnamento; b) un insegnante preoccupato invece dei bisogni e delle motivazioni e delle potenzialità degli alunni. E potremmo definite il primo insegnante rigoroso e severo; il secondo un insegnante accomodante e permissivo. Ovviamente si tratta di casi estremi, perché, se è vero che la virtù sta nel mezzo, è opportuno che una corretta bisettrice tenga sempre in un corretto equilibro le esigenze dei soggetti che apprendono e gli oggetti da apprendere. Insomma, un’indicazione per l’insegnante perfetto?
E tutto ciò è un contributo per chi si accinge a guidare consigli di classe e collegi di insegnanti? Ad attivare rapporti con le istituzioni del territorio? E ad occuparsi di mille altre cose ancora? Non lo so, ma ci ho provato!

Misurare, valutare e certificare nella scuola dell’autonomia

Misurare, valutare e certificare nella scuola dell’autonomia

di Maurizio Tiriticco

Nei principali documenti normativi relativi alla valutazione degli alunni – si vedano, ad esempio, il decreto legge 137/2008, la legge 169/2008 e il dpr 122/2009 – si esprimono e si scrivono concetti molto interessanti a proposito della valutazione degli alunni. Copio fedelmente passim dal citato dpr: “La valutazione è espressione dell’autonomia professionale propria della funzione docente, nella sua dimensione sia individuale che collegiale, nonché dell’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche. Ogni alunno ha diritto ad una valutazione trasparente e tempestiva… La valutazione ha per oggetto il processo di apprendimento, il comportamento e il rendimento scolastico complessivo degli alunni… Le verifiche intermedie e le valutazioni periodiche e finali sul rendimento scolastico devono essere coerenti con gli obiettivi di apprendimento previsti dal piano dell’offerta formativa… Il collegio dei docenti definisce modalità e criteri per assicurare omogeneità, equità e trasparenza della valutazione, nel rispetto del principio della libertà di insegnamento…”. E si ribadisce, ormai da sempre, fin dai tempi dall’Unità nazionale. che la valutazione è espressa in decimi! E per numeri interi! Purtroppo quasi tutti i nostri insegnanti – e gli stessi dirigenti – non lo sanno, per cui… mai un insegnante attribuirà uno o dieci ad un compito o ad una prestazione, ma abbonderà in più, in meno, financo in meno meno, ed anche in mezzi! I tre quarti non sono gettonati! Menomale!

Mi chiedo spesso: possibile che dieci posizioni non siano sufficienti per valutare una prestazione? Nella vita quotidiana esprimiamo espressioni del tipo sì o no rispetto ad un qualsiasi oggetto o fatto. Un film piace o non piace. Una bistecca è buona o cattiva. Le vacanze sono state un disastro, oppure stupende. Sono frequenti anche i “così così”. E allora, non sarebbero sufficienti tre posizioni? No, così così, sì? Nelle scale valutative di molte scuole straniere la scala valutativa è quella quinaria, Ed ovviamente senza valori intermedi. Insomma pare che solo i nostri insegnanti siano afflitti da una vera e propria sindrome valutativa, la valutite! Una malattia che in effetti riguarda una incertezza valutativa di fondo, che sembra caratterizzare da sempre il nostro sistema di istruzione, forse a partire dalla lontana Legge Casati! E ciò nonostante le frequenti chilometriche ordinanze sulla valutazione! Le quali purtroppo, invece di dare certezze, costituiscono, invece, ulteriori motivi di apprensione.

Parole e parole appesantiscono i documenti ministeriali sulla valutazione, ma… mai una parola sulla misurazione! Misurazione? Ma che cos’è la misurazione? Penso di averlo detto e scritto mille volte, anche avvalendomi degli esempi più banali! Eccone alcuni. Vedo in vetrina una bella camicia o un bel paio di scarpe: vorrei acquistarle, ma… manca il mio “numero”!!! Quell’automobile è stupenda, non costa neanche molto, ma è piccola per la mia famiglia numerosa! Al supermercato si verificano le medesime situazioni: ottime arance di Sicilia, ma costano troppo! Per non dire poi della stagione dei saldi! Cappotti acquistati in piena primavera scontati del 50%! Insomma, preventivamente MISURIAMO tutto ciò che concerne un prodotto, soprattutto il rapporto qualità/prezzo! E VALUTIAMO anche quanto possiamo spendere in ordine al nostro bisogno e al nostro potere di acquisto! E lo valutiamo anche in ordine alla sua qualità, a volte anche debitamente certificata. In effetti, si tratta di operazioni oggettivamente distinte, ma che nel nostro pensare quotidiano sono sempre, se così di può dire, agglutinate.

Nella scuola si verificano quotidianamente analoghe situazioni! Quante volte un insegnante dice a un alunno: “Possibile che non ci sia neanche un errore in questo compito in classe? Dimmi: da dove l’hai copiato?”. Oppure: “Mi aspettavo un compito migliore da te! Come mai tanti errori?” E così via! Si tratta di due semplici espressioni, che in effetti tradiscono due precisi atteggiamenti: quello del contare, MISURARE gli errori attesi o disattesi, e quello del VALUTARE il compito e lo studente che l’ha eseguito. La MISURAZIONE, quindi, riguarda l’esito numerico – possiamo dire – del compito eseguito (in genere, gli “errori commessi”, qualunque sia il tipo di prova, orale, scritta, pratica); la VALUTAZIONE riguarda il valore, appunto, che gli viene attribuito. Altro esempio, banalissimo, ma sempre ricorrente alla fine di ogni anno scolastico: l’alunno Rossi ha buoni voti e una buona media, ma un cinque in una singola materia; il consiglio di classe discute se attribuirgli un debito oppure soprassedere; si opta per la seconda tesi e, nel momento in cui il cinque “passa a sei” – in genere si dice e si verbalizza così – si è passati letteralmente e concettualmente da un’operazione MISURATIVA (il fatto che l’esito oggettivo è cinque) ad un’operazione VALUTATIVA (il fatto dell’attribuzione concordata del sei).

Quindi MISURARE e VALUTARE sono due operazioni assolutamente diverse, ma… il fatto è che, sia nella norma che nelle consuetudini degli insegnanti, le due operazioni spesso non vengono chiaramente identificate e distinte. Pertanto, va ribadito che “portare un cinque a un sei” – come in genere si dice, e non solo in sede di consiglio, ma anche nella quotidianità del lavoro di un insegnante – non è un “regalo”, ma l’esito di due operazioni mentali assolutamente diverse: la prima come esito di una misurazione oggettiva (l’esito della prova o di una serie di prove); la seconda come esito di una operazione valutativa (le operazioni “altre” che l’insegnante o il consiglio di classe fanno in considerazione di fattori “altri”, non inerenti al compito). Le considerazioni sin qui condotte circa la distinzione concettuale che occorre sempre fare tra il MISURARE e il VALUTARE sono note al docimologo, ma non sono sufficientemente note al Miur quando legifera e non sempre agli insegnanti quando operano.

Altra considerazione riguarda i voti e la loro “media”, a cui ci richiama fermamente la norma. Ma, che senso ha la media a fronte di queste due sequenze di voti, 4, 5, 6, 7, 8 e 8, 7, 6, 5, 4? Ambedue le sequenze danno la media di 6, ma… mentre la prima sequenza dà conto di un alunno che – come si suol dire – “studia” e “migliora”, la seconda dà conto di un alunno che “non studia” e “peggiora”! E perché, allora, non considerare anche i valori che seguono? La mediana, la moda, il gamma, il sigma, il punto Z e il punto T? Valori che in realtà sono tutti previste dalla matematica! Però, di fatto, le operazioni misurative e valutative compiute dagli inseganti e indicate dalla stessa amministrazione non vanno oltre la media e il cosiddetto buonsenso! Per cui hanno sempre un qualcosa di casereccio.

Va anche ricordato che la norma dice esplicitamente che all’inizio di ogni anno scolastico le istituzioni scolastiche “individuano le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale” (dpr 275/99, art. 4, c. 2, punto 4). Il che significa che, tenuti fermi gli esiti delle operazioni misurative, sempre oggettive e indiscutibili, le operazioni valutative, soggettive, possono variare da scuola a scuola e di anno in anno! Eppure, penso che si possano contare sulla punta delle dita i collegi che all’inizio di ogni anno scolastico deliberano in materia di valutazione. Anche perché valutare in sede di istruzione obbligatoria è un conto; altro conto è valutare in sede di istruzione successiva, scelta dall’alunno! Pertanto, in assenza di una delibera collegiale, l’esercizio valutativo è eseguito da ciascun insegnante secondo il suo “buon senso”. Ma spesso il “buon senso” dell’uno non coincide con il “buon senso” dell’altro. Il che a volte comporta che in sede di scrutini, soprattutto finali, contino di più le considerazioni personali di ciascuno, pur debitamente motivate, che non le indicazioni di una delibera collegialmente adottata.

Tutte le considerazioni fin qui condotte sulla distinzione da fare tra il MISURARE e il VALUTARE assumono poi una particolare valenza quando, al termine di un periodo più o meno lungo di “interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana…” (dpr 275/99, art. 1, c. 2), occorre certificare le COMPETENZE raggiunte e acquisite dal soggetto in apprendimento. Pertanto, un conto sono gli apprendimenti via via acquisiti da un soggetto, debitamente misurati e valutati, altro conto sono le COMPETENZE da certificare, come esito complesso di CONOSCENZE via via acquisite e relative ABILITA’ maturate.

Si moltiplicano le parole, ma anche i concetti che vi sottendono. Si veda la seguente tabella: vi sono indicati i legami che corrono tra dati oggetti e date operazioni. Alcuni banalissimi esempi. Se un soggetto CONOSCE le operazioni aritmetiche, è ABILE nell’acquisto di un quotidiano. Ma per essere COMPETENTE nella progettazione di un edificio, sono necessarie altre conoscenze ed altre abilità. Ciascuno di noi è ABILE nell’uso della forchetta e del coltello, ovviamente dopo averlo CONOSCIUTO e appreso! E con tanta fatica!  Se un soggetto CONOSCE come funzionano i tasti di un pianoforte e sa leggere le note di uno spartito, è ABILE nel suonare. Ma un pianista di fama internazionale è COMPETENTE nella misura in cui il mix delle sue conoscenze/abilità acquistano un particolare rilievo.

Insomma, un discorso approfondito su queste questioni richiederebbe tempi e spazi lunghi. La tabella che segue è, comunque, indicativa del rapporto che corre tra le operazioni che abbiamo indicato ed il coinvolgimento dell’attore, cioè di chi opera.

ISTRUIRE l’alunno FORMARE la persona EDUCARE il cittadino
CONOSCENZE mono- ed interdisciplinari ABILITA’ singole COMPETENZE più abilità interagenti
MISURARE le conoscenze VALUTARE la persona CERTIFICARE le competenze

Si tenga conto che i primi tre verbi sono chiaramente indicati come sostantivi dal comma due del dpr/275/99, istitutivo dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. Che così recita: “ L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di EDUCAZIONE, FORMAZIONE e ISTRUZIONE mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”.

Giunti a questo punto, il discorso, rispetto alle concrete azioni da compiere, è abbastanza complesso. In effetti, MISURARE è relativamente facile: basta contare gli errori. Ma occorre anche considerare che un conto sono tre errori commessi in tre righe; altro conto tre errori commessi in un compito di dieci pagine! Il VALUTARE implica alcune difficoltà, ma il CERTIFICARE ci porta su un terreno assolutamente nuovo per la nostra scuola, per cui la confusione è tanta. In effetti, quando, ad esempio, andiamo a leggere i “nuovi modelli nazionali di certificazione delle competenze nelle scuole del primo ciclo di istruzione”, di cui alla Cm n. 3 del 13 febbraio 2015, le perplessità sono maggiori delle certezze! Anche perché poi dobbiamo anche – come si suol dire – “fare i conti” con l’Europa! O meglio, con quelle otto competenze chiave necessarie ad un apprendimento permanente che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato con l’ultima Raccomandazione del 22 maggio 2018.

Competenze che è opportuno trascrivere: 1) competenza alfabetica funzionale; 2) competenza multilinguistica; 3) competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria; 4) competenza digitale; 5) competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; 6) competenza in materia di cittadinanza; 7) competenza imprenditoriale; 8) competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.

Ne consegue infine che incrociare obiettivi e finalità della nostra scuola, o di ciascuna scuola nazionale dei 26 Paesi dell’Unione Europea, con le otto competenze chiave europee, implica atteggiamenti e comportamenti particolari da parte dell’operatore scolastico, dirigente o insegnante, nella quotidiana azione didattica.

Ma è una sfida alla quale non ci possiamo sottrarre e che dobbiamo vincere! Ne va del destino non solo dei nostri giovani, ma dell’intero continente europeo! Costretto a misurarsi con potenze quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina! Potenze continentali! A fronte delle quali la grande e vecchia Europa, costruttrice di una grande civiltà, ha ancora molto da dire e da fare!

Una scuola per l’Europa: perché e come

Una scuola per l’Europa: perché e come

Relazione svolta da Maurizio Tiriticco al convegno “Ricostruiamo un’idea di scuola” organizzato dall’ANDIS, Associazione Nazionale DIrigenti Scolastici in Laceno (AV) nei giorni 11-12-13 luglio 2019

In questa società, quello che ci appassiona e ci inquieta, e può spiegare anche le relazioni di rifiuto che essa suscita, è che porta all’estremo il ruolo della creatività umana, al punto che quest’ultima non è più soltanto concepita come l’interpretazione di una civiltà materiale, ma diventa il significato più generale dell’intera società. Finora le nostre attività erano consistite nelle trasformazioni della natura, cosa che vale sia per le società rurali sia per quelle industriali; le società ipermoderne, invece, si basano su un logos più che su una praxis, cioè su una pratica sociale, come avveniva nelle società precedenti. Di conseguenza, esse si impongono per la loro stessa natura. Si tratta di un aspetto nuovo della società in cui stiamo entrando.

Alain Touraine, In difesa della modernità, pag. 189, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019

Negli ultimi anni molte riforme hanno interessato la nostra scuola, o meglio il nostro Sistema – con tanto di maiuscola – di Educazione, Formazione e Istruzione. Occorre ricordare che nel nostro Paese è estremamente riduttivo oggi parlare di scuola in termini generali. Infatti – sono ormai passati vent’anni – il D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275, relativo al “Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”, all’articolo 1, comma due, testualmente recita: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”.

Quattro sono le parole chiave di questo documento: EDUCAZIONE, FORMAZIONE, ISTRUZIONE, SUCCESSO FORMATIVO. A mio vedere, poteva essere aggiunta un’ulteriore parola chiave: la CITTADINANZA ATTIVA, e con una forte sottolineatura: il fatto, cioè, che oggi – e sempre più domani – non è più sufficiente essere e sentirsi cittadini italiani, ma anche e soprattutto cittadini europei. E ciò in un momento della nostra storia patria in cui forti ventate sovraniste, neonazionaliste, antieruropee stanno imperversando sul nostro Paese e su altri Paesi dell’Unione.

Questa Unione Europea, invece, dobbiamo conservarla e rafforzarla, se vogliamo far fronte seriamente ai complessi fenomeni che stanno interessando oggi non solo il nostro continente ma l’intero pianeta. Alludo, ad esempio, al riscaldamento globale. Al rischio, cioè, che i cambiamenti climatici possano rendere ancora più drammatico il gap già esistente tra i ricchi e i poveri, e tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri! Infatti, stiamo affrontando sull’intero pianeta – ed a volte senza rendercene l’esatto conto – un insieme di fenomenologie molto complesse. Che non afferiscono in senso stretto alla politica, all’economia, come si è soliti pensare. Riguardano fenomeni che vanno ben oltre le monete, i commerci, i confini politici, i rapporti tra popoli e Stati, come da sempre li abbiamo conosciuti e studiati. Siamo alle prese con un fenomeno del tutto nuovo, non solo per i popoli ed i loro governi, ma per l’intero pianeta, per come è costituito e come da sempre siamo abituati a conoscerlo. Appunto! Il riscaldamento globale! Che non è un fenomeno da articolo di giornale! O da dibattitto televisivo! Si tratta di ben altro! Il fatto che popolazioni intere siano costrette a lasciare le loro terre per trovare altrove non ricchezze, ma la semplice sopravvivenza. Abbiamo tutti studiato sui libri di storia – quando ancora era considerata una materia importante – il fenomeno delle migrazioni! Quella ad esempio che nostri Antichi Romani definirono le invasioni barbariche! Ed in effetti non si trattava tanto di barbari, capaci soltanto di balbettare – come pensavano i Romani – ma semplicemente di migliaia di persone, intere etnie, che parlavano altre lingue! Che alle orecchie dei Romani suonavano soltanto come incomprensibili balbettìi.

Oggi si prevede che entro il 2030 il riscaldamento globale potrebbe spingere 120 milioni di persone in situazioni di sempre maggiore povertà e di denutrizione. Si rischia di fatto uno scenario che potremmo definire di apartheid da clima, con i ricchi che pagano per sfuggire al riscaldamento globale, mentre i poveri sono abbandonati a loro stessi e a soffrire: oppure costretti ad emigrazioni epocali, delle quali in effetti abbiamo già i primi segnali. Uno scenario sul quale si è espresso recentemente Philip G. Alston, un noto studioso australiano di diritto internazionale, e fortemente impegnato per i diritti umani. Il quale lamenta che in realtà sono i popoli più poveri quelli che producono meno emissioni di gas serra, quei gas responsabili di fatto del cosiddetto riscaldamento globale. E che, invece, sono proprio loro a pagare e a dovere abbandonare le loro terre. In materia vi sono anche rigorosi studi pubblicati dalla Banca Mondiale, da altre agenzie dell’Onu e da Organizzazioni non governative. E’ confermato che i popoli più poveri sono quelli che producono meno emissioni di gas serra, ma che rischiano di dover pagare gli effetti maggiori dei cambiamenti climatici, per di più senza avere la capacità e gli strumenti per potersi difendere.

Si prevedono situazioni gravissime! Esodi di massa e crisi alimentari per intere popolazioni. Alston afferma tra l’altro: “I cambiamenti climatici rischiano di distruggere 50 anni di progressi fatti nel campo dello sviluppo, della salute globale e della riduzione della povertà”. Ed ha anche criticato il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, perché si limita soltanto ad organizzare convegni e pubblicare e diffondere rapporti: spesso lunghi e pletorici e scarsamente propositivi. Mentre invece dovrebbe ricercare e indicare modi e forme per spingere i governi ad agire urgentemente sul fronte del clima. Tutto ciò ci dice che ormai il fenomeno migratorio non può essere né contenuto né combattuto, ma governato. Un governo che non comprende la complessità del fenomeno e che si limita a chiudere le frontiere, di fatto ha la vista corta. E adotta una politica che con il tempo medio-lungo si dimostra fallimentare.

Per quanto riguarda noi europei, dobbiamo prendere atto che la cosiddetta Europa delle Nazioni ha fatto il suo tempo. Per secoli i singoli Stati si sono combattuti. Fino alla più disastrosa catastrofe che l’umanità abbia mai conosciuto. Occorre sempre ricordarlo! Dal lontano 1945 noi Europei abbiamo vissuto un periodo non solo di pace, ma anche di prosperità e di progresso. Ora però dobbiamo fare i conti con una nuova emergenza! Che del resto è planetaria. Ciò che avviene ai confini meridionali degli Stati Uniti è sotto gli occhi di tutti. Ed anche ciò che avviene ai confini meridionali del nostro continente. In realtà giorno dopo giorno milioni di persone nel mondo intero si stanno spostando dal Sud al Nord. Le ragioni sono complesse ed in parte ho cercato di definirle. Ma la ricerca scientifica su tale complesso fenomeno la lascio al sociologo, all’antropologo, all’economista, al politologo. Però – ed ecco il grande problema – l’intervento per fronteggiare il fenomeno appartiene al politico! Ma, se il politico ha la vista corta e non è in grado di comprendere la natura del fenomeno per affrontarlo con misure adeguate, non solo il fenomeno non viene risolto, ma rischia di provocare effetti imprevedibili ed anche devastanti. Oggi di fatto i confini delle Nazioni o, se si vuole, delle Patrie, se vogliamo adottare questa espressione molto ottocentesca, molto risorgimentale, sono un reperto da libro di storia!

A fronte di questa complessa realtà, così in fermento, così in movimento, sembra che la nostra scuola – o meglio, il nostro Sistema Nazionale Educativo di Istruzione Formazione, di fatto parole grosse e impegnative – non sia particolarmente attenta a cogliere il nuovo ed agire di conseguenza, ma continui a vivacchiare – vivere è un verbo troppo edificante – come ieri, come l’altro ieri! Le innovazioni introdotte nell’ultimo esame di maturità, grazie all’intervento del Professor Serianni, in realtà – a mio vedere – sono interventi di facciata, non di autentico e produttivo cambiamento! Ma in effetti è tutto il nostro sistema di istruzione che làtita a fronte del nuovo che incalza. Si parla ormai da anni di competenze, forse perché – è un consumato adagio – ce lo chiede l’Europa. Così in genere si suol dire! Anche perché poi, secondo una certa vulgata, l’Europa sarebbe la cattiva maestra che ci dà sempre brutti voti e che ci bacchetta. E si parla di anche di traguardi delle competenze. Ma quali competenze? Vengono forse concretamente certificate alla fine di un percorso scolastico di ben tredici anni i concreti saper fare di Antonio e di Luciana? E vengono forse concretamente certificate con un esame che ci ostiniamo ancora a chiamare di maturità, anche se una legge ormai lontana nel tempo ne ha cancellato sia la parola che il concetto? Una norma che in realtà non ha lasciato alcun segno, come spesso avviene nella scuola nel nostro Paese! E non solo nella scuola!

Voglio rileggere quella norma che avrebbe dovuto riformare radicalmente gli esami di maturità. Si tratta della Legge 10 dicembre 1997, n. 425, concernente, appunto, “Disposizioni per la riforma degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore”. All’articolo 6 leggiamo testualmente: Il rilascio e il contenuto delle certificazioni di promozione, di idoneità e di superamento dell’esame di Stato sono ridisciplinati in armonia con le nuove disposizioni al fine di dare trasparenza alle COMPETENZE, CONOSCENZE e CAPACITA’ acquisite, secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”.

In primo luogo, dunque, dare trasparenza alle competenze! Quelle che il Ministero avrebbe dovuto individuare e declinare, ma, caduto il Governo di centro-sinistra, con l’avvento di un nuovo governo e di un nuovo Ministro, Letizia Moratti, assistita dal suo consigliere, il Professor Giuseppe Bertagna, il discorso delle competenze venne di fatto abbandonato. Nel frattempo però, l’Europa marciava in materia di competenze e, con la Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo del 18 dicembre 2006 individuava e declinava, come quadro di riferimento europeo, le cosiddette competenze chiave per l’apprendimento permanente. Ecco l’incipit di quello storico documento:

“Dato che la globalizzazione continua a porre l’Unione europea di fronte a nuove sfide, ciascun cittadino dovrà disporre di un’ampia gamma di competenze chiave per adattarsi in modo flessibile a un mondo in rapido mutamento e caratterizzato da forte interconnessione. L’istruzione nel suo duplice ruolo — sociale ed economico — è un elemento determinante per assicurare che i cittadini europei acquisiscano le competenze chiave necessarie per adattarsi con flessibilità a siffatti cambiamenti”. Per la prima volta vennero individuate e descritte otto competenze chiave. Le prime quattro afferenti alle fondamentali discipline di insegnamento; le altre quattro assolutamente nuove per tutte le scuole d’Europa ed incidenti sullo studente anche soprattutto come cittadino attivo. Eccole: “5, imparare ad imparare; 6, competenze sociali e civiche; 7, spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8, consapevolezza ed espressione culturale”. Nel corso degli anni queste competenze hanno subito continui miglioramenti. Nell’ultima edizione, risalente al 22 maggio 2018, le otto competenze sono state declinate così: 1) competenza alfabetica funzionale; 2) competenza multilinguistica; 3) competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria; 4) competenza digitale; 5) competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare; 6) competenza in materia di cittadinanza; 7) competenza imprenditoriale; 8) competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali. In effetti queste otto competenze, che tutti i giovani dell’Unione Europea dovrebbero raggiungere ed acquisire al termine dei loro studi, fanno sorridere a fronte di ben altre competenze di cui i nuovi cittadini d’Europa e del mondo intero dovrebbero disporre in un domani che ormai è dietro l’angolo.

Un domani cattivo, se mi è concesso questo aggettivo. A fronte del quale certi governi sembrano più occupati a erigere muri, invece di adottare politiche nuove, lungimiranti, a fronte di fenomeni che occorre governare, perché è impossibile contrastarli! Un fiume che corre impetuoso cerca una foce, non una diga! Erigere dighe non serve! Le migrazioni hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo, anche se con diversa frequenza e in diversa misura. E ciò tra un periodo ed un altro che potremmo definire di bonaccia. Oggi, con l’avvio del terzo millennio, a livello planetario è in atto un fenomeno migratorio di proporzioni eccezionali! Che non si può arrestare né con i muri né con i fili spinati! Dei quali, comunque, un Donald Trump in America e un Viktor Mihály Orbán in Europa sono sapienti architetti! E’ un fenomeno complesso, che va in primo luogo compreso! E in secondo luogo governato! In primo luogo dall’Onu, ovviamente, ma… esiste una coesa e attiva organizzazione delle nazioni? Non so! Mi preme ricordare quanto poco o nulla fece tanti anni fa l’allora Società delle Nazioni per evitare che un esaltato come Hitler, convinto che la sola pura etnia ariana dovesse governare il mondo, scatenasse la seconda guerra mondiale e l’avvio dell’eccidio di tutte le etnie che non fossero ariane. Intanto oggi i fenomeni migratori riguardano tutti i continenti. Il Sud del mondo si muove verso il Nord del mondo! Fenomeni complessi che non si possono affrontare a livello di singoli Paesi o di intese tra più Paesi! Ma a livello transnazionale! E, a questo proposito, viene da chiedersi: ma l’ONU che fa? Assolutamente nulla!

Ma non voglio andare oltre! Intendevo soltanto sottolineare quali sono i problemi che affliggono oggi non solo noi Italiani, ma l’intera umanità. Ebbene! A fronte di tali problematiche la scuola – di ciascun Paese, almeno tra quelli cosiddetti avanzati – avrebbe il dovere primario di preparare le nuove generazioni ad affrontare con le dovute CONOSCENZE, ABILITA’ e COMPETENZE ciò che le attende in un domani prossimo venturo. Ed occorrerebbero ministri dell’istruzione sensibili a tali problematiche e capaci di proporre ai rispettivi sistemi scolastici di potere e sapere affrontare i difficili orizzonti che un avvenir malfido ci sta preparando. Ma ciò non avviene, almeno nel nostro Paese. In effetti, il nostro Ministro dell’Istruzione che fa? Ha pensato di rinnovare l’esame di Stato, che tutti si ostinano sempre a chiamare ancora di maturità. Ovviamente, perché è un esame che non certifica competenze, come invece dovrebbe essere, fin dalla lontana e dimenticata riforma del 1997. In effetti, con tutto il rispetto che si deve al Professor Serianni, il nuovo esame si limita a fingere di proporre prove scritte pluridisciplinari, con due testi a fronte, e di rinnovare colloqui con la scelta di misteriose bustine! Ma ciò non sorprende più di tanto! Il nostro popolo è ormai abituato da anni al gioco delle bustarelle!

Mi piace proporvi un interessante articolo di Luciano Benadusi, pubblicato su “Il Corriere della Sera” dello scorso 26 giugno dal titolo “Una scuola senza qualità genera rabbia sociale e populismo”. Vi si afferma che la povertà e la disuguaglianza educativa tanto più sono oggi un fattore trainante del nazional-populismo in quanto si sommano con la povertà e la disuguaglianza economica. Vi si legge tra l’altro: “Un’analisi dei dati raccolti nel tempo dalla Swg, una nota agenzia di ricerca, ci porge un quadro a chiaroscuri, non privo di aspetti preoccupanti. Alla domanda su quanto ha inciso la scuola nel determinare una serie di attitudini rilevanti su questo terreno (“il suo modo di relazionarsi con le idee degli altri”, “il suo modo di informarsi” ed altre simili), le risposte positive dei giovani appaiono nettamente in calo rispetto alle precedenti generazioni. Viceversa aumenta l’influenza della cultura giovanile, cioè degli amici, e dei social che spesso veicolano fake news, linguaggi e ragionamenti iper-semplificati ed emotivi, hate speeches. Di qui una grande sfida per l’istruzione: divenire sempre più luogo di formazione del pensiero informato, critico, argomentativo e riflessivo applicato alla sfera socio-politica e a quella dei new media. Si può pure partire dal dispositivo sull’educazione civica approvato di recente dalla Camera… Ma la mission dell’educazione ai valori, alle regole e alle pratiche della liberal-democrazia è troppo sfidante e complessa per venire delegata ad un solo insegnante ed in un orario rigidamente delimitato. E non divenire invece un impegno condiviso da tutti i docenti, e da assolvere ciascuno nella sua materia o insieme ad altri in ben progettate attività interdisciplinari”.

Insomma, Benadusi non solo ipotizza una scuola che non esiste, ma che in effetti, difficilmente può esistere finché al Ministero dell’Istruzione non accedano personalità della forza e della cultura di un De Sanctis o di un Gentile. Ne consegue che l’amministrazione della nostra scuola nazionale è sorda ai compiti che dovrebbe assolvere e si compiace invece di avviare riformette che generano solo nuovi interrogativi più che risolvere problemi.

Purtroppo, in un contesto/scenario così complesso sia sotto il profilo del panorama europeo che sotto quello mondiale, il nostro sistema scolastico è quello di sempre, quello costituito dalle rigide classi di età, dalle promozioni e dalle bocciature, da orari scanditi per discipline, da voti decimali, arricchiti per altro dalla fantasia di tanti nostri insegnanti. Che – extra legem – si sono inventati i più, i meno, i meno meno, i mezzi ed altre strambe soluzioni. E i registri di sempre, anche se oggi elettronici! Se dobbiamo preparare le nuove generazioni alle sfide europee e mondiali dei prossimi decenni, questo nostro modello scolastico organizzativo, quello attuato dopo il 1970 da Casati, De Sanctis, Daneo, Credaro, Mancini, Scialoia e via dicendo, così resistente al nuovo che avanza e che incombe, deve assolutamente essere superato. Vige e resiste il sistema che ho sempre definito delle tre C, Classe, Cattedra e Campanella! Il sistema che deve essere superato. Nelle nostre scuole abbiamo alunni maggiorenni ancora sui banchi di sempre! Insomma, l’Europa incombe! Il mondo intero incombe! E i nostri ragazzi non possono aspettare oltre. L’esodo degli studenti migliori è già in atto! E non possiamo fermarlo!

A meno che… le tre C non vengano superate! A meno che lo studio della lingua inglese, oggi in atto fin dall’istruzione primaria, non sia organizzato come lo spezzatino orario di sempre! I nostri ragazzi difficilmente escono dalle nostre scuole con una seria padronanza di una lingua straniera. Per non dire poi della scarsa padronanza della nostra bella lingua nazionale! Umiliata e offesa da quegli orribili messaggini! Paratassi a non finire! E di ipotassi neanche l’ombra! Correttezza grammaticale? Poco o nulla. Mi piace ricordare come la nostra bella grammatica sia ripartita in fonologia, morfologia e sintassi. Solo pochi lo sanno e solo pochi purtroppo sanno parlare e scrivere con proprietà di linguaggio! Confesso che rabbrividisco, quando anche nei consueti dibattiti televisivi si fa strame della nostra bella lingua! Così faticosamente costruita nel corso dei secoli dal De Vulgari Eloquentia alle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua,di Pietro Bembo,ai Promessi Sposi e alle stesse impennate dei futuristi. Oggi ciascuno di noi parla! E scrive! Tutti parlano e scrivono, perché è tanto facile aprire la bocca o cliccare sul cellulare, quanto difficile è invece accendere il cervello.

Le sfide planetarie incombono. Per quanto riguarda il nostro Bel Paese incombe la sfida europea. Si tratta di una sfida importante e determinante per noi tutti! Noi Italiani l’Europa Unita l’abbiamo fondata, a Roma, nel lontano 1957, con De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet. Si chiamava CEE, Comunità Economica Europea. Ed era costituita di solo sei Paesi: Italia, Francia, Germania Occidentale, Belgio, Olanda e Lussemburgo. In seguito quella semplice comunità, con il Trattato di Maastricht, nel 1992 è diventata l’Unione Europea. Che oggi consta di ben 28 Paesi! Una grande potenza! Purtroppo un gigante che non ha le netta percezione della forza che ha e di quanto può valere sullo scacchiere mondiale! Le ventate sovraniste l’aggrediscono da ogni parte e rischiano di mettere in crisi un patrimonio che così faticosamente abbiamo costruito nel corso di ben sessantadue anni! E che oggi rischiamo di disperdere! In tale scenario voglio solo sottolineare quanta responsabilità hanno oggi la nostra scuola, i suoi insegnanti, i suoi dirigenti per innescare nei nostri giovani il seme di una coscienza europea!

Io non sono un fan di Ernesto Galli Della Loggia. Ma non posso non segnalare una sua ultima pubblicazione dal titolo “L’ aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola”. Questa è la descrizione del libro che compare nel web. “Grazie non poco alla sua scuola – in particolare grazie alle sue maestre che per prime affrontarono l’ignoranza nazionale – l’Italia del Novecento, partita da condizioni miserabili, arrivò a essere tra le principali economie del mondo. Ma oggi quella stessa scuola è lo specchio del declino del paese. Abbandonata dalla politica con la scusa dell’autonomia, essa appare sempre più dominata dal conformismo intellettuale, da un’inconcludente smania di novità e da un burocratismo soffocante che ne stanno decretando la definitiva irrilevanza sociale”. Ernesto Galli della Loggia cerca di comprenderne le ragioni di tale declino indagando le origini e l’impatto, deludente quando non distruttivo, che hanno avuto le riforme succedutesi negli ultimi decenni e smontando le interpretazioni più convenzionali su cosa fecero o dissero veramente personaggi chiave come Giovanni Gentile e don Lorenzo Milani. Chi l’ha detto che cambiare sia sempre meglio di conservare? E che la prima cosa sia necessariamente di sinistra e la seconda di destra? Il libro mette sotto accusa i miti culturali responsabili della crisi attuale: l’immagine a tutti i costi negativa dell’autorità, l’obbligo assegnato alla scuola di adeguarsi a ciò che piace e vuole la società (dal digitale al disprezzo per il passato), la preferenza del saper fare sul sapere in quanto tale, la didattica attiva e di gruppo. Altrettanti ideologismi che sono serviti a oscurare il ruolo dell’insegnante, la misteriosa capacità che dovrebbe essere la sua di trasmettere la conoscenza e con essa di assicurare un futuro al nostro passato. In Europa sono uno su sei, in Italia più di uno su quattro: il 28,9 per cento dei giovani tra i 20 e i 34 anni non lavora, non studia, è fuori da qualunque percorso d’inserimento o apprendistato”

A conclusione di questa impietosa analisi, viene da chiedersi: Il nostro sistema di Educazione, Formazione Istruzione – così lo definisce la norma – è in grado di preparare cittadini nel contempo italiani ed europei? Una sola domanda: a fronte delle impetuose trasformazioni che si sono verificate e che si verificano ogni giorno nel mondo del sapere e in quello del fare, il nostro sistema di istruzione secondario è in grado di dare suggerimenti ed input autorevoli? Ha ancora senso la tripartizione di sempre, che va dai licei destinati ai “bravi”, agli istituti tecnici per i “così così” e infine ai professionali per gli sfigati? Ricordo ancora le minacce di mia madre quando frequentavo la quinta elementare, anni trenta: “Maurizio studia! Devi superare l’esame di ammissione al ginnasio! Altrimenti devo iscriverti all’avviamento”. Ed era la scuola all’avviamento al lavoro, ovviamente manuale.

Oggi le sfide sono ben altre! Lo scenario ha dimensione transnazionale ed in primo luogo europea. Ovviamente non penso che la soluzione sia quella di licealizzare l’intero secondo grado di istruzione. Ma di rendere più autorevoli i percorsi tecnici e quelli professionali. Utilizziamo un acronimo internazionale: il sistema VET, o meglio il Vocational Education and Training. Ebbene: il sistema VET italiano è prevalentemente centrato su percorsi scolastici (l’Istruzione tecnica e l’Istruzione professionale), mentre il sistema VET tedesco è prevalentemente centrato su percorsi di formazione professionale in alternanza, nei quali risulta decisivo il ruolo delle aziende come luoghi di apprendimento. In altri termini, in Italia, la contaminazione con il lavoro non deve essere percepita come una sorta di diminutio capitis, ma come un’occasione in più per apprendere in concomitanza con ciò che un mondo del lavoro sempre più informatizzato e tecnologico richiede.

In conclusione, quando si parla di una scuola per l’Europa, il problema non è soltanto una più puntuale conoscenza delle istituzioni europee da parte dei nostri studenti, ma una loro più puntuale preparazione disciplinare, pluridisciplinare e culturale soprattutto, finalizzata all’accesso sia a un consesso civile che a un mondo del lavoro i cui confini sono ben oltre le Alpi! Oggi giungono fino al Capo Nord! E’ una sfida che viene da lontano, dai Trattati di Roma del 1957, e che deve prolungarsi lungo tutto il nuovo millennio!

Auguri, cara Patria Europa!

Laceno, 12 luglio 2019

Maurizio Tiriticco

I bambini non giocano

I bambini non giocano

di Maurizio Tiriticco

Tutti sanno che l’essere umano, quando è piccolo, gioca, ma poi, divenuto grande, non gioca più. Ma questa diffusa credenza corrisponde alla realtà? Assolutamente no! Il bambino non gioca! Il bambino cresce e apprende! Anzi, deve crescere e apprendere! Ma crescere significa in primo luogo costruire sé stessi. Ma non “da soli”, bensì in un rapporto costante e continuo con la realtà, la realtà fisica e la realtà relazionale.
Il nuovo nato, appena uscito dal grembo materno, è immerso in un mare di sensazioni, gratificanti o dolorose: è gratificato se “ha mangiato” dal seno materno, se “si è liberato”, se la temperatura ambiente è confortevole. Se alcune di queste condizioni positive mancano, soffre, quindi piange. Attenzione, non si tratta di una sofferenza “adulta”. In realtà, se, in condizioni normali, un adulto ha fame o sete o freddo o caldo o non so quali altri bisogni, non piange, ma adotta le strategie necessarie per “risolvere il problema”. Mangia, beve, si copre o si scopre. Ovviamente, se penso ai nostri soldati della seconda guerra mondiale in ritirata o nelle nevi dell’Unione Sovietica o nelle sabbie dei confini libico/egiziani, le cose – come si suol dire – si complicano.
Anche se, invece, a volte certa retorica sembra risolverle. Nel 1941, in piena seconda guerra mondiale, Alberto Simonetti, Alvaro De Torres e Mario Ruccione scrissero e composero una delle più note nostre canzoni di guerra, “La Sagra di Giarabub”. Giarabub era un’oasi al confine italo-egiziano in cui i nostri soldati resistettero con ardimento e sacrificio. Ecco il testo: “Colonnello, non voglio il pane, dammi il piombo del mio moschetto! C’è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà. Colonnello, non voglio l’acqua, dammi il fuoco distruggitore! Con il sangue di questo cuore La mia sete si spegnerà. Colonnello, non voglio il cambio, qui nessuno ritorna indietro! Non si cede neppure un metro, se la morte non passerà”. Comunque, la canzoni di guerra sono una cosa, sempre festose e incoraggianti, ma le guerre, purtroppo non si affrontano e non si vincono con le canzoni.
Comunque, il faticoso e a volte sofferente sviluppo/crescita del nostro nuovo nato è sempre contrassegnato dal pianto. Quante volte i poveri genitori non riescono a dormire la notte, perché il bambino piange? O perché ha un leggero di mal di pancia od ha un braccio od una gamba “nessi male” o non so cos’altro! Fastidi che per l’adulto sono sopportabili e risolvibili, per il neonato, spesso, non lo sono affatto. Comunque, non voglio pensare all’adulto che, nel pieno di una avvincente e interessante conversazione, viene assalito da una “botta di diarrea”!
Ma torniamo al nuovo nato. In seguito, con lo sviluppo/crescita e con l’apprendimento, il mare delle sensazioni si affina. Appena nato, avverte solo soddisfazione o sofferenza (fame, sete, caldo, freddo, bisogni fisiologici). Non vede e non ascolta. O meglio, la vista e l’udito “nascono” e si sviluppano nella misura in cui colori e suoni sollecitano la capacità visiva e quella auditiva: si tratta di capacità, di possibilità che, con l’interazione continua con l’ambiente esterno, diventano abilità. Ma poi, con lo scorrere del tempo, il nuovo nato comincia a distinguere chi gli fa una carezza e chi gli dà un pizzicotto. Così, solo dopo un tempo relativamente lungo la sensazione pressoché indiscriminata si distingue in percezione soggettiva e consapevole di uno stimolo esterno.
Insomma, il bambino, nel suo sviluppo/crescita, deve apprendere con che cosa si deve misurare e come si deve comportare a fronte degli incessanti stimoli esterni. Va sottolineato che il bambino, appena nato, ha a che fare – se si può dire così – con se stesso. E deve imparare a rispondere agli stimoli, la fame, il sonno, i bisogni fisiologici. Impara presto che è la madre – nelle situazioni sociocollaborative normali – che può rispondere ai suoi bisogni, quelli primari e poi quelli secondari. E’ un bisogno secondario, ad esempio, quello di sapersi confrontare e misurare con gli “altri da sé”, o meglio i suoi coetanei. E le maestre della scuola dell’infanzia sono maestre, appunto, nel cogliere, decodificare, orientare, educare anche, questi bisogni di carattere relazionale indotti dai rapporti con gli altri bambini. In realtà, la maestra ha a che fare con situazioni interpersonali a cui in genere i genitori non sono abituati. Un conto è avere a che fare con più figli, tra loro fratelli e di età differenti; altro conto è avere a che fare con bambini che hanno la stessa età e che si devono confrontare e rapportare con coetanei in situazioni di gruppo.
A questo punto è opportuno ricordare Piaget e le sue quattro fasi dello sviluppo dell’intelligenza e della interazione interpersonale:
Fase senso-motoria (0/3 anni): continuità e contiguità tra il soggetto e gli oggetti; non vi sono cause, non c’è futuro, ma un eterno presente; si attivano curiosità e interessi: tutto va toccato, afferrato, smontato…
Fase intuitiva (3/7 anni): matura il pensiero egocentrico; il bambino proietta se stesso negli oggetti e si sente al “centro del mondo”; è la fase dell’egocentrismo in cui il bambino “cade” in una serie di errori sotto il profilo dei rapporti logici; è il mondo dei miti, della fiaba e della favola;
Fase operatorio-concreta (7/11 anni): il pensiero del bambino interagisce con gli oggetti, supera l’egocentrismo e con il linguaggio riconosce regole e rapporti logico-formali tra gli oggetti;
Fase ipotetico-deduttiva (11/14 anni): il soggetto si fa “adulto”, individua e fissa il valore del simbolo e dell’astrazione, definisce i rapporti formali che regolano l’attività del pensiero; elabora ipotesi e sa procedere anche per via deduttiva.
Potremmo anche sottolineare la grande fatica che deve fare il bambino quando passa da uno stadio che potremmo definire analogico (le prime due fasi piagetiane) a quello che potremmo definire digitale (le altre due fasi piagetiane).
Sono le fasi classiche del pensiero piagetiano che si succedono epigeneticamente e che potremmo rileggere… e riscrivere alla luce di quanto fin qui detto sullo sviluppo complessivo del bambino, che impegna e coinvolge:
a) in primo luogo la corporeità,
b) poi l’intelligenza emotiva (rubiamo il concetto a Daniel Goleman) ed ancora,
c) l’intelligenza strettamente cognitiva (la matematizzazione, il linguaggio delle interazioni interpersonali), e infine
d) l’intelligenza socio collaborativa. Si tratta di quattro modalità qui rappresentate in successione, ma che in effetti nell’apprendimento/sviluppo si integrano e si arricchiscono vicendevolmente.
Ed ancora: le prime due fasi contribuiscono alla costruzione e alla definizione dell’identità personale, dell’autonomia (io sono Io); le altre contribuiscono alla costruzione della responsabilità sociale (io, in quanto sono io, penso e faccio questo e non altro…).
Quindi: a) l’identità personale in quanto essere: il corpo, la personalità, il carattere, le emozioni, l’insieme degli atteggiamenti personali; b) la responsabilità sociale, in quanto fare: le conoscenze, le abilità, i comportamenti, le competenze, la professionalità al fine del vivere e cooperare insieme.
Sono ricorso a richiami dottrinari assolutamente necessari per rendersi conto che lo sviluppo/crescita di un bambino non è affatto una fenomenologia semplice. Ed è solo in uno scenario di questo tipo che possiamo comprendere come i bambini non giochino affatto! Noi adulti lo crediamo, perché noi adulti abbiamo imparato a distinguere il lavoro dal riposo, i giorni feriali dai giorni festivi, ad attendere le agognate ferie dopo un anno di lavoro.
Il bambino che si sviluppa e cresce, si misura con gli altri per costruire se stesso. In realtà non sappiamo in quale misura il carattere, la personalità di un nuovo nato siano ereditari. Ma sappiamo senz’altro che gli stimoli parentali, umani, ambientai in genere costituiscono un insieme importante di condizionamenti, positivi e negativi.
In conclusione, quello che noi chiamiamo gioco, per il bambino è l’insieme dei molteplici tempi della partita che è chiamato a giocare per costruire se stesso, il suo corpo, la sua corporeità, la sua intelligenza, le sue modalità di emozionarsi e di interagire con gli altri, con le cose, con gli avvenimenti!
Ben arrivato, nuovo nato! Augurissimi!