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Una scuola da ripensare

Una scuola da ripensare ***

di Maurizio Tiriticco

Com’è noto, la nostra scuola – o meglio, il nostro “Sistema nazionale di Istruzione e Formazione” – non è molto diversa da quella di tanti anni fa. C’è la scuola per l’infanzia, triennale, a cui seguono la scuola primaria quinquennale, la scuola media triennale, il primo biennio dell’istruzione secondaria di secondo grado e il successivo triennio. Comunque, sarebbe meglio parlare dei primi tre bienni, e successivi trienni, relativi all’istruzione liceale, a quella tecnica e a quella professionale. Com’è noto, l’istruzione che copre la fascia d’età dai 6 ai 16 anni oggi è obbligatoria. Un obbligo lungo! Dieci anni non sono affatto pochi, ma… il fatto è che questi dieci anni sono “frantumati” – se si può dir così – negli ordinamenti di sempre! Quindi, cinque anni di istruzione primaria, governata, se si può dir così, dalle “maestre”, perché i maestri – che pur sarebbero tanto necessari per un equilibrato sviluppo/crescita di un bambino – ormai sono rarae aves; tre anni di istruzione media e due di istruzione secondaria superiore. Quindi un percorso di studi obbligatori che, se pur spezzettato, si sviluppa dai sei ai 16 anni di età. A cui segue il triennio conclusivo: il che significa che ancora seggono sui banchi di scuola cittadini ormai maggiorenni! Com’è noto, è allo studio la proposta di accorciare di un anno l’uscita dai percorsi di istruzione.

Il percorso di studi obbligatori è lungo! Dieci anni, ma… perché sono frantumati nei tre gradi di sempre? Cinque più tre più due! E ciascuno chiuso nella sua specificità: la scuola primaria, la scuola media, il biennio. E ciascuno risponde più a se stesso che non alla necessità di una necessaria continuità. E il tutto nonostante da più parti e da più anni si parli di un curricolo di studi continuo, verticale e progressivo! Com’è noto, non sono pochi gli insegnanti, soprattutto dei licei, che lamentano la scarsa preparazione dei nuovi iscritti! “Ma che cosa hanno studiato fino ad ora? Non sanno spiccicare una parola! Non sanno tenere la penna in mano”! E via dicendo! In effetti, otto anni di scuola (primaria più media) sono tanti! Possibile che in otto anni gli insegnanti non riescano a fare apprendere il minimo delle competenze del leggere, scrivere e far di conto, come si diceva un tempo? E non è una considerazione azzardata! Ricordo che circa un anno fa ben seicento professori universitari hanno sottoscritto un appello indirizzato al Governo e al Parlamento con cui lamentavano il fatto che “gli studenti non sanno l’italiano”! Un appello con cui si chiedeva di “mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie”.

E va aggiunto che, nonostante le gravi carenze culturali dei nostri ragazzi denunciate e accertate, le indicazioni normative negli ultimi anni hanno innalzato l’assicella dei traguardi dell’apprendimento! Non ci si contenta più delle CONOSCENZE di un tempo, quelle che comparivano sulle pagelle come esiti delle materie di studio! Oggi si vola alto! Oltre le conoscenze ci sono le ABILITA’ (precedute e sostenute dalle relative CAPACITA’) e ancora più oltre le COMPETENZE! Mamma mia! Le proposte avanzate dal – ripeto – “Sistema nazionale di Istruzione e Formazione” sono di alto profilo, ma il sistema scolastico non sembra in grado di sopportare questo balzo in avanti! E’ stata recentemente varata una legge, la 107, un solo articolo, ma ben 202 commi, a cui sono seguiti otto decreti legislativi! Un fiume di parole, ma non un Po, un Nilo, un Rio delle Amazzoni!

Chissà se la nostra scuola può reggere a queste piene! Per non dire poi dell’insofferenza di tanti studenti, ormai quasi uomini, ma ancora costretti sui banchi! Gli stessi su cui sedevo io negli anni trenta! Lo studente che insulta o schiaffeggia l’insegnante è la punta dell’iceberg che denuncia una grande sofferenza indotta da una sistema scolastico che non regge alle esigenze dei tempi! E dei nostri ragazzi! E ragazze! Ovviamente! L’ho sempre detto e scritto! Le tre C, la Cattedra, la Classe e la Campanella, sono funzionali ad una scuola direttiva di una società altrettanto direttiva!

Oggi i processi di Istruzione nonché di Educazione e di Formazione (che non sono sinonimi: vedi il comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99) si devono confrontare con iniziative del tutto nuove, che necessitano di proposte altrettanto nuove ed audaci! Ma il Governo ci vara una 107 che, invece di “liberare”, crea ulteriori laccioli!

Per questo dico che occorre ripensare tutto da capo!


***   Intervento tenuto a Jesolo al convegno organizzato dall’ANDIS, Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici, nei giorni 16 e 17 u.s. sul tema: “Ripensare la scuola nella società che cambia”

Il liceo… mon amour!

Il liceo… mon amour!

di Maurizio Tiriticco

Mi sembra che nel nostro Paese il cambiamento in atto, ormai da tempo, nell’economia e nel mondo del lavoro non sia correttamente percepito dalle famiglie italiane per quanto concerne l’avvenire dei loro figli dopo il conseguimento della licenza media! Fino a questo livello tutto procede regolarmente: scuola materna sì o no, tanto poi ci sono i nonni che con i nipoti ci stanno tanto tanto volentieri; comunque anche socializzare con gli altri bambini non fa male e le maestre poi sono tanto buone e tanto brave! Ma il fatto è che gli otto anni di scuola elementare e media scappano via in un attimo e poi… e poi bisogna scegliere! Insomma, fino ai 14 anni il bambino è stato un bambino, tanto tanto bravo, e poi ha preso pure un bel 10 all’esame finale! E poi ci sono le competenze… sì le competenze… questa novità che rende grandi! Tutte raggiunte e tutte al livello A! Certi suoi compagni hanno tanti livelli D e non sanno neanche che, in altri tempi sarebbero stati bocciati! Ma adesso siamo buoni! E poi i primi anni di scuola sono obbligatori… e allora? Ce la devono fare tutti, anche con il livello D! Che, insomma, è un modo per dire: noi lo licenziamo, ma poi… sono fatti vostri!

Ed è proprio così! Tutto OK fino ad ora, ma ora si deve scegliere! Che fare? Sì, lo sappiamo: le professoresse – ma i professori alle medie ci sono? – ci hanno detto che, tutto sommato, i primi due anni delle superiori sono una sorta di anticamera per… e che i professori – però anche qui mi sembra che siano tutte donne – dopo un mesetto ci dicono che forse era meglio che… ma noi genitori che ne sappiamo? Sappiamo solo che il liceo è il meglio, perché non ci sono né stranieri né disabili, come hanno detto certi presidi! E che al professionale ci vanno solo quelli che non hanno voglia di studiare! Ma nostro figlio è bravo! Ha tutti A sulla scheda finale, quindi… può andare ovunque, ma… i ma sono tanti!

Lui non ci vuole pensare troppo! Dice solo che tanta voglia di studiare non ce l’ha! Però non vuole neanche andare a lavorare! Lo zio Piero ha una pasticceria e… hai voglia a far dolci e a venderli! Gli affari non vanno male! La gente i pasticcini li compra sempre, soprattutto il sabato e la domenica, quindi… ma lui non ne vuole sapere! Io in cucina tutto il giorno a far pasticcini? E pure la domenica? Ma manco per sogno! E manco se mi mettono alla cassa! Allora? Ne abbiamo parlato in famiglia, poi abbiamo sentito altri genitori! Quelli dei suoi compagni di scuola! Il mio Filippo ha scelto il liceo scientifico – mi ha detto la signora Bonani – perché con i numeri ci va a nozze! Ma la Ceccarelli mi ha detto che la figlia vuole andare al liceo, che ormai non è più la scuola dei signori! Al classico dove c’è il greco! Ma il greco poi a che serve? Tanto tanto il latino…

Insomma! Io e mio marito ci siamo informati! In Italia ci sono i licei, i tecnici e i professionali! Il liceo è quello che “apre la mente” – così dicono – ma che non dà soldi! Poi devi andare per forza all’università! Gli istituti tecnici sono tanti! Mio marito ha fatto una ricerca con il computer. Le scelte sono tante: agraria, amministrazione, finanza, marketing, chimica, biotecnologie… ma che roba è! E poi che ne sappiamo che cosa si insegna all’istituto vicino a casa?! Per i professionali ci hanno detto di no! Ci vanno solo quelli che devono sbrigarsi presto ad avere un titolo che ti fa lavorare in qualche azienda. Dicono che dopo tre anni ti danno una qualifica! Ma poi… a trovarlo il lavoro!!!

Sai che ti dico: io lo mando al liceo scientifico… poi si vedrà! Ho visto che una su Facebook – forse è una professoressa – ha scritto: “Ci si dovrebbe soffermare su cosa veramente, concretamente, si fa negli istituti tecnici e professionali. Se sto tre o cinque anni a studiare come si usa una macchina e poi quando esco è obsoleta…cosa avrò fatto? Meglio avere il cervello aperto e motivato verso la diversità. I percorsi umanistici aiutano a non morire. Uno dei miei più bravi in filosofia, è un talento straordinario come meccanico, ripara i motori di vecchie Panda, 500 e 500 anni ‘70”.

Mah! Sai che ti dico… che forse è proprio meglio il liceo, ma quello scientifico!

La grammatica si fa…

La grammatica si fa…

di Maurizio Tiriticco

 

…non si insegna! Quando insegnavo nella scuola media, ho sempre evitato, per quanto fosse possibile, che gli alunni usassero sia i libri di grammatica che i vocabolari. Dicevo loro che ciascuno di noi porta con sé due borse invisibili, una con la mano destra, l’altra con la mano sinistra. La prima serve a conservare tutte le REGOLE che mano mano acquisiamo e che sono necessarie per mettere insieme le parole, quando si parla o si scrive e si vuole dar loro un significato. La seconda conserva tutte le PAROLE che apprendiamo e che servono per dare un significato ai nostri pensieri, alle nostre emozioni, dette o scritte che siano.

In effetti, a monte c’era l’insegnamento di Jerome Bruner, il grande psicologo statunitense scomparso a ben 101 anni di età nel 2016. Il suo scritto più noto è “il conoscere, saggi per la mano sinistra”. Secondo Bruner, il cervello sinistro (o meglio l’emisfero sinistro del nostro cervello, che corrisponde alla mano destra) è “pieno” delle regole che servono, appunto, per mettere insieme le parole in modo che abbiano un significato; ed il cervello destro (o meglio l’emisfero destro del cervello) è “pieno” di tutte le parole che giorno dopo giorno apprendiamo e che usiamo quando parliamo o ascoltiamo e quando scriviamo o leggiamo. Quindi, è come se avessimo nella destra del nostro cervello il nostro personale VOCABOLARIO; e nella sinistra le regole con cui le “mettiamo insieme”, la nostra personale GRAMMATICA.

E giocavamo in aula a costruire periodi: “la sera mangio, vedo la tv e poi vado a letto”; “la sera, dopo aver fatto i compiti, mangio vedendo la tv, poi vado a letto”; “la sera ceno con i miei genitori; un po’ parliamo, un po’ vediamo la televisione; poi ripasso i compiti per il giorno dopo e infine me ne vado a letto”! Si iniziava da un nucleo fondante per poi arricchirlo di altri pensieri/parole. Ovviamente, giorno dopo giorno costruivamo periodi/pensieri anche meno banali! Insomma, l’aula era un’officina di “pensierini”, “poveri” e “ricchi”, orali e scritti! E c’era pure la gara a chi pensava/scriveva con il maggior numero di concetti e di pensieri/parole. C’era poi chi scriveva una favola, chi un racconto, chi qualche fatto di cronaca nera! Anche la fantascienza era molto gettonata. Insomma, i cosiddetti “compiti in classe” erano pratica quotidiana! E soprattutto non c’erano voti! Così nel corso dell’anno scolastico ciascun alunno, giorno dopo giorno arricchiva sia il suo VOCABOLARIO (la borsa della mano sinistra) sia i NESSI GRAMMATICALI (la borsa della mano destra), indispensabili per costruire un discorso. Qualche esempio: “Antonio ha fame e mangia”. “Antonio mangia perché ha fame”. “Antonio mangia quando ha fame”. “Antonio non può mangiare, perché è malato”. E poi una chicca, una grande conquista logica: “A professò!!! Antonio mangia, sebbene non abbia fame”. Ahi! Le concessive!

Un bambino appena nato ha un cervello ancora “vuoto” di parole e di numeri; non parla, non conta; però ascolta e si impadronisce, giorno dopo giorno, anzi minuto dopo minuto, delle parole che ascolta. Ha una memoria prodigiosa e il suo cervello è come una spugna! Dopo qualche tempo è già in grado di pronunciare alcune parole, mamma, ad esempio, e pappa! Sono le “parole della sopravvivenza”! E poi vengono papà o babbo, nonna ecc. E poi ancora “cacca” e “pipì”, quando il bambino raggiunge la consapevolezza di certi bisogni! Insomma, giorno dopo giorno il bambino – e ovviamente la bambina! Oggi guai a usare solo il maschile! – comincia a “riempire” il vocabolario del suo cervello destro: una parola dopo l’altra! E poi, più i cosiddetti “attanti”, cioè i genitori, i parenti, le tate, gli/le rivolgono la parola, più lui/lei arricchisce il suo personale vocabolario. Così, parola dopo parola, il suo cervello DESTRO “si riempie” sempre di più… ma, entra in gioco anche il cervello SINISTRO, quello deputato alla progressiva acquisizione delle regole con cui le parole si mettono insieme per dar loro un significato!

Insomma, il nostro bambino compie una lunga e grande marcia! Verso una progressiva conquista delle PAROLE e delle REGOLE con cui metterle insieme per farsi capire e capire! Prima “mamma”, “pappa”, “nonna” e… non so cos’altro, ma… con il tempo il “mamma pappa” si trasformerà in “mamma voglio pappa”! E poi ancora: “questa pappa cattiva”! E più tardi: “questa pappa non mi piace”. E ancora più tardi: “la pappa di ieri era buona”. Entra sempre più in gioco il cervello sinistro, che è quello deputato alle regole grammaticali. Ecco perché ciascun parlante, bambino od adulto, porta sempre con sé queste due invisibili borse, una con la mano destra, l’altra con la mano sinistra: la prima in corrispondenza con l’emisfero sinistro; l’altra con l’emisfero destro del nostro cervello. E sono borse che diventano sempre più pesanti, nella misura in cui il personale VOCABOLARIO e la personale GRAMMATICA si alimentano del conversare quotidiano e di quei testi, scolastici e non, che, in quanto libri, all’inizio sono sempre un po’ indigesti ai nostri alunni! Ma se alla fine saranno appetibili, è segno che la scuola ha vinto la sua battaglia!

Il greco perché

Il greco perché *

di Maurizio Tiriticco

La seconda prova scritta scelta dal Miur per gli esami conclusivi del secondo ciclo dell’istruzione classica, quest’anno, com’è noto, è la versione dal greco. E non è una novità! In effetti una prova simile è stata assegnata anche in altre occasioni nel corso degli ultimi anni. Il che conferma che gli studi classici e il mondo classico nel loro insieme devono pur sempre costituire una parte viva nel background (ah, gli anglicismi!) della nostra cultura e del nostro stesso “Sistema EDUCATIVO nazionale di ISTRUZIONE e FORMAZIONE”. Le virgolette sono necessarie in quanto si vuole sottolineare che oggi la nostra scuola non si propone soltanto ciò che da sempre viene definita impropriamente la trasmissione della cultura e delle conoscenze!

In effetti l’EDUCAZIONE attiene alla cittadinanza, cioè all’insegnare ad apprendere come “stare insieme” in un contesto sociale in cui la libertà e la democrazia sono valori fondanti, che non possono essere trasmessi, ma accesi, se si può dir così! Il nostro Paese è una repubblica democratica in cui “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. Cos. 4, c. 2). L’ISTRUZIONE attende all’acquisizione delle conoscenze e dei saperi necessari per acquisire le chiavi interpretative della complessità del mondo contemporaneo sia come cittadino che come lavoratore. La FORMAZIONE riguarda la persona, unica e indivisibile, che, nei processi attivati dal sociale ed opportunamente mediati dalla scuola, acquisisce quelle abilità e quelle competenze necessarie all’esercizio della cittadinanza attiva e di quella professionalità necessaria all’accesso al mondo del lavoro.

Nell’istruzione impartita dal nostro liceo classico la cultura e la lingua greca costituiscono una sorta di unicum, se ci è concessa questa espressione. Il greco degli autori che noi studiamo e traduciamo a scuola non è quello reale dei cittadini di Atene e di Sparta, ma quello che ci è stato trasmesso dai grammatici alessandrini: una lingua scritta in cui ogni parola ha il suo accento scritto ed ogni vocale iniziale ha il suo spirito scritto, aspro o dolce, cosa assolutamente insolita sia per l’italiano che per il latino. Quante volte l’insegnante deve correggere l’alunno che in latino legge, ad esempio “Numìdi”, invece di “Nùmidi”! O “consulère” invece di”consùlere”! Cosa che non accade in greco perché “àntropos” (uomo) o “iatròs” (medico) hanno il loro bell’accento su una data sillaba.

Insomma, tradurre dal latino o dal greco – come anche dall’inglese o dal tedesco – non sono la stessa cosa. E non è un caso che in un liceo classico è molto frequente imbattersi in alunni che preferiscono di gran lunga il latino al greco, o viceversa! Quando, in effetti, ogni lingua, morta o viva che sia, ha la sua grammatica e il suo lessico! Che sono quel che sono! E con cui occorre misurarsi.

Constato che i siti web dedicati agli studenti si stanno affannando in questi giorni a sciorinare consigli su consigli su come affrontare la versione dal greco in italiano, a volte preziosi, più spesso banali. A mio avviso la “cosa” migliore da fare oggi nelle aule delle ultime classi liceali è quello di leggere leggere leggere, tradurre tradurre tradurre. E rilevare le differenze che corrono tra testi di diversi autori. Erodoto (nove libri di Storie, Ἱστορίαι) non scrive come Tucidide (“Le Peloponnesiache”, Περὶ τοῦ Πελοποννησίου πoλέμου,) ed è in genere ritenuto più facile. Le favole di Esopo sono abbastanza leggibili! E Fedro, che le ha tradotte in latino, per certi versi ne ha replicato lo stile. Senofonte con la sua “Anàbasis” (il faticoso rientro in patria dei diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il Giovane per usurpare il trono di Persia al fratello Artaserse) è altrettanto “facile”! Ecco l’incipit: “Darèiu kai Parisàtides pàides duo ghìgnontai; presbuteros men Artaxerxês, neôteros de Kuros”, ovvero “Da Dario e da Parisatide nascono due figli, il maggiore Artaserse, il minore Ciro”. Gli autori tragici sono indubbiamente più complessi! Euripide forse è “più difficile” – come si suol dire – di Eschilo, il primo grande tragico greco, e di Sofocle, forse perché attivo qualche decennio dopo i suoi predecessori. di fronte a un pubblico forse più esigente. Comunque, giova anche ricordare la letteratura meno paludata, se si può dir così.

In quel mondo pagano, precristiano e precattolico, non mancavano le composizioni mirate a far ridere! Gli scritti satirici e le commedie, spesso anche abbastanza audaci, animavano quel mondo abbastanza libero da quei laccioli che caratterizzeranno poi l’avvento delle religioni monoteiste: il culto di Mitra prima, l’ebraismo ed il Cristianesimo successivamente. Le cosiddette Favole Milesie (in greco antico Μιλησιακά, o Μιλησιακοί λόγοι) di Aristide di Mileto sono una serie di novelle, oggi purtroppo perdute, quasi tutte a sfondo erotico. E quel genere di favolistica (che non ha nulla a che vedere con la fiaba, su cui ha scritto tanto Valadimir Propp nel suo “Morfologia della fiaba”) nel mondo classico era molto diffusa. Non a caso, la favola di Amore e Psiche, tramandataci da Apuleio, inserita in quel suo “Asinus aureus”, l’asino d’oro, è una delle più belle e per certi versi raffinate. E mi piace ricordare quel “soldato e la vedova”, molto pruriginosa, attribuita al nostro Fedro che… in effetti non scriveva solo favole per bambini!!!

Le divagazioni sul tema potrebbero procedere, ma il rischio è solo quello di perdersi nei meandri di un mondo che ci ha lasciato eredità narrative copiose e divertenti anche! Concludo sottolineando che la proposta di un “greco scritto” oggi ai nostri esami di Stato non è affatto peregrina, ma più che puntuale, soprattutto in un mondo in cui sono in troppi a tentare di tagliare le radici di questo nostro stupendo passato!


* pubblicato sul n. 76 di SCUOLA7, Tecnodid, Napoli

I tormentoni della 107

I tormentoni della 107

di Maurizio Tiriticco

Una volta a scuola gli alunni imparavano e gli insegnanti insegnavano. C’erano poi i consigli di classe e i collegi dei docenti, ai quali ovviamente tutti si doveva partecipare! Si trattava di assumere decisioni, in materia di programmazione, di valutazione, o di carattere generale e orientativo – la sede del CDDocenti – oppure in sede di quotidiana “amministrazione nelle aule – le diverse sedi dei CDClasse.

Poi si è abbattuta sulle scuole e sugli insegnanti la tempesta dell’autonomia! Perché la chiamo tempesta? Perché, a mio particolarissimo giudizio, di fatto le scuole, pardon, le istituzioni scolastiche, erano più autonome prima che il dpr 275/99 si abbattesse come una pioggia poco provvidenziale a rendere più complicate le cose semplici, come in genere si dice in gergo. La valutazione è mia e vorrei essere smentito. In seguito le “cose” si sono venute moltiplicando e complicando! Si sono seguite una serie di riforme, via via che si succedevano ministri, di destra o di sinistra, e sembrava che ciascuno volesse lasciare del “suo”, come se non bastasse l’immagine che sarebbe stata accolta in un salone del Miur in cui figurano tutte le immagini dei ministri PI che si sono succeduti dalla proclamazione del Regno in poi!

E’ certo che i tempi cambiano, che la società si fa sempre più complessa e problematica. E il cambiamento riguarda anche e soprattutto le nuove generazioni, per non dire poi delle tecnologie della comunicazione e della informazione, sempre più avanzate e sofisticate, e sempre più invasive, anche all’intero degli edifici scolastici e nelle aule. Per non dire infine degli adempimenti sempre più numerosi che riguardano la cosiddetta “funzione docente”.

Mah! Qualcuno mi aiuti a capire come e perché queste nuove macchine valutative, RAV, PDM, NIV, NEV, nonché le puntuali annuali Invalsi-oni e le altre diavolerie scaturite dal cilindro della 107, possano e debbano funzionare e, soprattutto, aiutare le istituzioni scolastiche, nelle loro attività autonome, a migliorare sempre più prodotti e processi. A lume di naso, non mi sembra che le nostre scuole funzionino più meglio (lo so che è scorretto, ma rende) rispetto ad un passato neanche troppo lontano, quando il nuvolone nero della 107 si stava addensando al di là del Tropico del Cancro.

E non mi sembra che i licenziati dal secondo ciclo di istruzione – che i più si ostinano ancora a considerare MATURI – siano invece COMPETENTI in un determinato savoir faire. Come in effetti, invece, dovrebbe essere!!! Infatti, la legge di riforma degli esami conclusivi del secondo ciclo di istruzione, che risale al lontano 1997, afferma che “il rilascio e il contenuto delle certificazioni di promozione, di idoneità e di superamento dell’esame di Stato sono ridisciplinati in armonia con le nuove disposizioni, al fine di dare trasparenza alle COMPETENZE, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”.

Però sappiamo tutti che esami di questa natura non sono mai decollati e che in effetti non sono molto diversi da quelli di tanti anni fa, in cui io stesso operavo, a volte come commissario, a volte come presidente. L’unico cambiamento riguarda la sostituzione dei voti con i punteggi. E chi mastica un po’ di docimologia sa bene che tra voto e punteggio c’è un abisso!!! Il voto è attribuito “dall’alto” della professionalità docente, con tutti i rischi degli effetti che ne conseguono: alone, contrasto, stereotipia, pigmalione ecc. il punteggio, invece, scaturisce dalla prova stessa, la quale peraltro deve corrispondere al criterio della oggettività. Però, nel nostro “sistema di istruzione” – ma che bella espressione – i punteggi sono usati come se fossero voti! E’ la stessa annuale ordinanza sugli esami di Stato del secondo ciclo che ci ricorda che, se una prova è considerata sufficiente, il punteggio non può essere inferiore a dieci, se scritta; a venti, se orale! Ecco il testo: “La commissione dispone di 15 punti massimi per la valutazione di ciascuna prova scritta per un totale di 45 punti; a ciascuna delle prove scritte giudicata sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 10. La commissione d’esame dispone di 30 punti per la valutazione del colloquio. Al colloquio giudicato sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 20”.

Quindi, il Miur, la massima autorità in materia di istruzione, confonde il punteggio con il voto! Mah! Che dire? Che su questa scuola impasticciata poi cadono le tegole dei RAV, dei PDM, dei NIV, dei NEV! Oltre alle tegole fisiche, come è accaduto al liceo Virgilio di Roma! Il tutto per dire che RAV ecc. in larga misura finiscono con il costituire adempimenti del tutto formali! E che di fatto costituiscono solo un’ulteriore fatica per gli insegnanti. Per concludere, a me sembra che il sol dell’avvenire della nostra scuola sia ancora sotto la linea dell’orizzonte! E che la 107 sia un moltiplicatore di carte e di fatiche inutili! Lo so! Alcuni amici schizzinosi mi diranno che non so vedere il radioso cielo dell’innovazione, perché il mio sguardo non va oltre la punta del naso! Che poi cresce a dismisura!

Per un approccio ai testi latini

Per un approccio ai testi latini *

di Maurizio Tiriticco

L’accesso diretto ai testi classici costituisce certamente per l’insegnamento e l’apprendimento della lingua e della cultura latina un fine interessante ed utile. Ovviamente non costituiscono un buon abbrivio mesi e mesi di insulse esercitazioni con tutte quelle puellae quae portant rosas ad aras… o con quegli improvidi nautae che hanno sempre a che fare con quelle infinite procellae quae maria fortiter vexant,… quando poi non occurrunt in furentes piratas! E’ il modo migliore per fare odiare il latino!

Il mondo latino ci offre di per sé, senza ricorrere ad infelici invenzioni, infiniti esempi di letteratura interessante e agevole anche per principianti. E non bisogna pensare soltanto alle favole di Fedro o ad alcuni passi di Cornelio e di Svetonio. E’ noto come in genere tali autori siano stati sempre considerati “facili” e per ciò spesso presentati nelle prime classi del ginnasio di un tempo; in effetti, anche autori del genere presentano a volte notevoli difficoltà.

Nei periodi in cui la lingua latina si forma o si trasforma è possibile trovare testi agevoli e interessanti per tutto ciò che contengono implicitamente e che evocano.

Forniamo alcuni esempi soltanto, desunti dalla cultura delle origini, esempi che dovranno essere certamente contestualizzati, modularizzati con altri contenuti di storia, di storia del pensiero e del costume, dei primitivi culti pagani, con il greco e così via. Sono esempi scelti a caso, ma interessanti, a nostro avviso, per la loro semplicità di lettura e di immediata comprensione.

Molto dipende, ovviamente da come sono presentati dagli insegnanti e dai metodi di lavoro che si sceglieranno. Certamente, si tratta di testi che – come si suol dire – vanno molto al di là di quello che dicono a livello esplicito, e che contengono elementi di cultura e di civiltà a volte non immediatamente evidenti, ma che un attento lavoro di analisi guidato dagli insegnanti potrà mettere alla luce.

Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautius med Romai fecid, dalla cista Ficoroni ritrovata in Preneste. Una madre, una figlia un artigiano, un portaoggetti di bronzo in una città del Lazio; uno spaccato di vita di cinquecento anni (?) prima di Cristo.

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto, dalle Leggi delle XII Tavole; uno stimolo per un discorso sul diritto antico, sul taglione, su una primitiva amministrazione della giustizia.

Virùm mihi Camèna insecè versùtum... L’incipit del poema di Livio Andronìco in versi saturni. L’Odysseus dell’Andra moi ennepe Mousa polutropon (l’incipit dell’Odissea omerica) diventa il nostro Ulixes. E, ad abundantiam, potremmo anche richiamare un altro incipit, quello del nostro neoclassicismo: Musa quell’uom dal multiforme ingegno… di Ippolito Pindemonte.

Quasi pila in coro ludens datatim dat se et communem facit… E’ il noto frammento della Tarentilla di Nevio: la donna che si offre a tutti, uno lo bacia, a un altro “fa il piedino”… ma il tutto senza alcuna palese volgarità.

Fatò Metèlli Ròmae consulès fiùnt, così si scaglia Nevio contro la famiglia dei Metelli; sullo sfondo le guerre puniche ed il primo teatro romano! Ma la risposta della grande famiglia non si fa attendere: Malòm dabùnt Metèlli Naeviò poètae.

E non possiamo non ricordare quello struggente frammento neviano, tratto dal Bellum Poenicum, ancora in versi saturni, in cui il poeta, rievocando le origini leggendarie di Roma, rappresenta la fuga da Troia delle mogli di Anchise e di Enea: Amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes lacrimis cum multis.

Mùsae, quae pedibùs magnùm pulsàtis Olympum, un altro incipit; questa volta in esametri: sono gli Annales di Ennio, l’alter Homerus della poesia latina. La lingua fa un passo in avanti, Ennio amplia il discorso di Nevio e vuole celebrare Roma al di là della vicenda punica.

Ed ora qualche esempio del tardo latino, quando la lingua dei classici comincia a cambiare, a corrompersi, diranno alcuni, ma… esiste una lingua migliore di un’altra? Questo già può costituire un interessante spunto di discussione.

Adriano è stato l’imperatore esteta e il viaggiatore per eccellenza, e l’amico Floro così lo riprende: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas“. Ma Adriano prontamente gli risponde e lo riprende: “Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos“. E come non ricordare quella “Animula vagula blandula hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula, rigida, nudula, nec, ut soles, dabis iocos… E’ un frammento dolcissimo, che Adriano, colto, curioso, raffinato, avrebbe scritto, stando al suo biografo, poco prima di morire.

Di tutt’altra pasta sono i primi apologisti cristiani. Come non ricordare la veemenza di un Tertulliano (II-III secolo) contro l’impero e contro i persecutori! Evviva il martirio: Semen est sanguis Christianorum! E i pericoli che possono venire dalle donne! La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è diaboli ianua, porta del demonio: tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? I libelli famosi: De exhortatione castitatis, De virginibus velandis, De cultu feminarum: è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”. Insomma, un buon materiale per un dibattito sulle pari opportunità!

Ma vi sono anche i poeti cristiani meno “arrabbiati”, se si può dir così. Ricordiamo quell’inno al mattino di Prudenzio (alcuni vi vedono l’Orazio dei cristiani), un linguaggio facile e pulito in dimetri giambici: Nox et tenebrae et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus, / Christus venit, discedite! Caligo terrae scinditu / percussa solis spiculo, / rebusque iam color redit / vultu nitentis sideris.

E alla fine del IV secolo incontriamo Eutropio con il suo Breviarium ab urbe condita, commissionatogli dall’imperatore Valente: un testo facile, senza pretese critiche, destinato ad un pubblico senza troppe esigenze. E’ utile per un approccio semplice e facile alla lingua latina.

Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi; / dumque offers victis proprii consortia iuris. / Urbem fecisti, quod prius orbis erat. Siamo nel V secolo d. C. e Rutilio Namaziano, il gallo-romano, decisamente anticristiano si esalta alla missione dell’impero e non avverte che il 476 è alle porte!

E non può mancare Agostino, il numida. Siamo alla fine del IV secolo e Agostino in un giardino milanese, forse forte per la predicazione di Ambrogio, vive un momento intensissimo del suo itinerario spirituale: Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis et crebro repetentis quasi pueri an puellae nescio: “Tolle lege, tolle lege” (ed ecco all’improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, una cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi”). E Agostino apre il Vangelo e legge a caso: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. E’ un passo dell’Epistola ai Romani.

Il cristianesimo, dunque, avanza. Ma quanta commozione possiamo nutrire per gli sconfitti! Giuliano, l’imperatore che è nipote di Costantino, vuole restaurare il paganesimo! E per questo porterà sempre con sé il marchio della apostasia. Ferito a morte in battaglia contro i Persiani (363), affida agli astanti il suo testamento. Ecco l’incipit del racconto che ne fa Ammiano Marcellino, un soldato di Antiochia, nel suo Rerum gestarum libri: Quae dum ita aguntur, Iulianus in tabernaculum iacens, circumstantes allocutus est demissos et tristes: “Advenit o soci nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae, ut debitor bonae fidei redditurus, exulto…”. Qualche anno dopo (378) Teodosio proclamerà il cristianesimo religione di Stato!

Ma è sempre bene ricordare che con il passar del tempo (VI e VII secolo) la latinità si afferma anche in Europa. A Siviglia c’è Isidoro, in Gallia c’è Gregorio, in Bretagna c’è Beda il Venerabile, noto anche per aver profetizzato che, quando fosse caduto il Colosseo, sarebbe caduta Roma e con essa sarebbe caduto il mondo! “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; / Quando cadet Colyseus / Cadet et Roma; / Quando cadet Roma / Cadet et mundus”. Anche se sembra che il Colyseus di Beda fosse in realtà la colossale statua di Nerone, posta tra l’Anfiteatro flavio e il Tempio di Venere.

Si diffondono anche i Vangeli, che portano la buona novella della pace, della giustizia, dell’amore: Vade, vende omnia quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis (Matteo, 19, 21). La loro lettura è assai agevole, semplice e lineare perché i destinatari sono tutte le popolazioni del mondo antico! Scritti in greco, poi in siriaco, in arabo, ed anche in latino, grazie alla Vulgata di san Gerolamo, forse come lingua franca per tutte le popolazioni dell’Impero!

E perché, poi, non andare a quei testi di un “primitivo” volgare, laddove è possibile cogliere quelle trasformazioni che pian piano hanno condotto da un latino, certamente non classico e parlato da tutti, a quella lingua che poi Dante ha nobilitato nel De vulgari eloquentia? Ricordiamo la scritta murale della basilica di San Clemente in Roma, Falite dereto co lo palo Cervoncelle / Albertel trai / Fili de le pute traite. Ricordiamo anche il cosiddetto indovinello veronese, tratto da un codice della Biblioteca Capitolare, Se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba, nonché il notissimo Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti, la Carta capuana, databile al 960, che costituirebbe il primo documento di un volgare che ormai si avvia a diventare il nostro italiano.

Ciò che abbiamo rappresentato sono delle pure e semplici spigolature alla ricerca di testi né “aulici” né “paludati”, che poi sono quelli che hanno sempre terrorizzato i poveri studenti e che in un certo senso fanno tremare le vene e i polsi! Sono spunti di testi che – lo ribadiamo – se opportunamente contestualizzati e modularizzati, possono costituire numerosi motivi per “imparare facendo” e, oseremmo dire, anche divertendosi! Solo in seconda battuta, a nostro avviso, dovremmo giungere a proposte didattiche più impegnative.

Per quello che riguarda il latino, il greco e la cultura classica, potrebbero effettuarsi due scelte. La prima potrebbe essere una scelta di base, comune a tutti gli alunni – crediamo ad un latino per tutti! – senza però ricadere nell’errore di quella indicazione dell’articolo 2, commi 3 e 4, della Legge 1859/62 con la quale, per contentare sia i conservatori del latino che gli abolizionisti, si misero in seria crisi insegnanti e alunni Il testo recita testualmente: “Nella seconda classe l’insegnamento dell’italiano viene integrato da elementari conoscenze di latino, che consentano di dare all’alunno una prima idea delle affinità e differenze tra le due lingue. Come materia autonoma, l’insegnamento del latino ha inizio in terza classe: tale materia è facoltativa”. Le conseguenze furono che gli alunni non impararono più né il latino né l’italiano! Negli anni successivi si corse ai ripari; i due commi vennero abrogati con la Legge 348/77; e con i programmi del ’79 si scelse la strada del “riferimento all’origine latina della lingua e alla sua evoluzione storica” (punto c. delle indicazioni programmatiche dell’italiano).La seconda scelta, che potremmo definire avanzata, sarebbe destinata a quegli alunni che dimostrano interesse per approfondimenti e ricerche mirate.

Si tratta di ipotesi che, se ben progettate ed avviate, potrebbe restituire allo studio delle nostre origini quella dignità che le è sempre stata negata. Di fatto, da un lato la bolsa retorica di una male intesa classicità e, dall’altro, la sua repulsa hanno costituito da sempre una polarizzazione che ha avuto conseguenze disastrose non solo per gli studi classici. ma anche per gli studi in generale.

La messe di testi e di autori che ci viene offerta dal mondo classico, anche nei confronti di una sua attualizzazione, è enorme. Insegnanti che siano veramente padroni della cultura e delle lingue classiche non avrebbero alcuna difficoltà nella selezione di contenuti finalizzati ad un apprendimento quale da noi ipotizzato e proposto.

Basti pensare a quanta parte della classicità abbiamo perduta, dal punto di vista dei contenuti di insegnamento, in forza del fatto che la classicità dovrebbe essere sinonimo soltanto di un’aurea perfezione. Ma la perfezione, come è noto, non solo non esiste, ma finisce sempre con l’essere qualcosa di noioso e di stucchevole. E la scelta dei contenuti, anche da parte ministeriale, mirava sempre agli autori del periodo aureo!

Molti anni fa, per l’uso delle scuole, si censuravano quei testi latini che si definivano troppo spinti e non presentabili ai giovani. E vi era anche una pretesa giustificazione: il mondo che esprimevano Muzio Scevola, Orazio Coclite, Cincinnato e le tante Lucrezie e Cornelie mal si conciliava – secondo una certa visione tutta di maniera – con i carmina priapea e con certi versi audaci di Catullo, per non dire poi dello sconcerto che provocavano certi affreschi pompeiani! Del resto, già nel medio evo solerti e pudicissimi copisti avevano provveduto a cassare codici poco “edificanti” per riscriverci sopra canti liturgici! Anche se poi qualche chierico birichino in una chiosa non troppo evidente a prima vista (la si ritrova spesso sui margini dei codici!) aggiungeva qualcosa del suo scurrile parlar quotidiano!

Ma oggi, con l’evoluzione dei costumi, che consente di parlare con libertà anche di temi che una volta erano considerati assai scabrosi, la lettura delle rocambolesche avventure di Encolpio e Gitone, e dei quel birbante di Eumolpo, o degli amori di Lucio e Fotide, non costituisce più un insulto alla morale!

E’ indubbio che il Satyricon e le Metamorfosi costituiscono due pilastri della narrativa mondiale. La gustosissima rappresentazione della cena di Trimalchione, dal Satyricon di Petronio, od il finissimo humour della novella della matrona di Efeso o le vicende di Apuleio con la vedova Pudentilla, ed ancora la stupenda favola di Amore e Psiche sono dei veri e propri gioielli della capacità narrativa.

Dalla cena del Satyricon si possono anche evincere una serie di indicazioni sulla cultura alimentare dei Romani. E sarebbe anche opportuno, se si vuole sperimentare concretamente di quali alimenti disponevano i Romani e come li cucinavano, vedere il De re coquinaria di Apicio, il noto cultore della crapula di età tiberiana. E’ un manoscritto a cui la tradizione ha messo copiosamente le mani con molti rifacimenti – l’interesse per questo genere di cose è sempre stato vivissimo, anche in quel primo medioevo che molti ci descrivono squallido e triste! – ma che costituisce ancora oggi una fonte preziosa di informazione ghiotte, e non solo sotto il profilo linguistico! Un bel pranzo confezionato sulle ricette di Apicio costituirebbe l’esito godereccio di un modulo di studio veramente trasversale e operativo!

Sottrarre simili testi ad un giovane che abbia il piacere della lettura è indubbiamente una violenza! Una scelta di questo genere implica sempre una assunzione di responsabilità da parte dell’insegnante: occorre sempre valutare se il piacere della lettura ha il fine in se stesso oppure se diventa soltanto una giustificazione per ricercare quei passi scabrosi che un certo tipo di morale difficilmente può accettare. Ma va anche detto che il panorama letterario è vastissimo, e le fonti infinite. Tutta la latinità ci offre un repertorio che spesso solo una cattiva didattica è stata capace di rendere repulsivo a migliaia di studenti.

In così vasto repertorio è possibile rintracciare e costruire gli itinerari formativi più diversi. Ne diamo solo alcuni esempi, senza alcun ordine gerarchico, su ciascuno dei quali è possibile avviare un percorso modulare anche pluridisciplinare nel quale interagiscano lettura e comprensione di contenuti letterari, storici, ecc. con approcci ed eventuali approfondimenti grammaticali, anche sotto il profilo di un progressivo affinamento morfologico e di un arricchimento lessicale. Ecco alcune indicazioni in proposito, che si prestano moltissimo a quelle attività di drammatizzazione che costituiscono una delle tecniche più motivanti e coinvolgenti ai fini di un apprendimento efficace.

 

  1. Lettura, traduzione, confronto e messa in scena di testi teatrali latini e moderni

 

Anche se non disponiamo di testi compiuti di atellane e fescennini, possiamo selezionare testi da qualche scena di Plauto: il duetto di Mercurio e Sosia, ad esempio, dall’Amphitruo; lo spassoso dialogo tra Euclione e Megadoro, dall’Aulularia, con eventuali riferimenti con l’Arpagone dell’Avaro di Molière e con il film “L’avaro”, del 1990, diretto nel 1990 da Tonino Cervi, con Alberto Sordi. Costituirebbero paralleli interessanti, anche se sceneggiati!

 

  1. La ricerca e la scoperta di opere meno note e singolari, per soggetto e per stile

 

Si può ricorrere ad alcune scene della Apocolokyntosis, la zucchificazione di Claudio, un’operetta che non è affatto di un Seneca minore! Un vero filosofo sa anche ridere. Si pensi al lamento funebre del coro che intona èdite fletus, fùndite planctus e che così prosegue: .resonet tristi clamore forum / cecidit pulchre cordatus homo / quo non alius fuit in toto / fortior orbe / ille citato vincere cursu / potera Celeres… Altro che con rapida corsa, lui che era zoppo! Una presa in giro gustosissima! Oppure si pensi all’incontro tra Ercole e Claudio, che è di una vivacissima comicità. E non mancheranno i confronti con il Claudio di Tacito e quello di Svetonio, ovviamente sempre con la tecnica della drammatizzazione.

 

  1. La scoperta del Cicerone privato

 

E sarebbe anche possibile drammatizzare la vita privata di un grande oratore: le lettere di Cicerone, a volte così semplici, a volte sommesse e dimesse a confronto del periodare delle grandi cause. Comunque, non si dimentichi che in taluni casi sono difficili da comprendere e tradurre, forse più di altre opere considerate più impegnative. Si pongano alcuni testi a confronto: da un lato l’uomo che si preoccupa della famiglia, della salute di Terenzia, che vuole avere notizie da Attico e da Tirone sulle faccende domestiche, sul bilancio familiare, e, dall’altro, l’intrepido accusatore di Verre, di Catilina, di Antonio!

 

  1. Scene di vita quotidiana

 

Ci sono anche i bei testi di Plinio il vecchio e quelli della corrispondenza di Plinio con Traiano (uno spaccato vivissimo della vita amministrativa di Roma e delle sue province), con tutti i riferimenti alle persecuzioni anticristiane. Superfluo ricordare i possibili collegamenti con il Traiano dantesco e con quel Panegirico con cui Alfieri bolla una pretesa arrendevolezza di un Plinio servile nei confronti di un Traiano tiranno! E c’è una lettera bellissima di Plinio a Tacito sulla morte dello zio, Plinio il vecchio, durante l’eruzione del Vesuvio del ’79. Evidenti i possibili collegamenti letterari con la Ginestra leopardiana, con Svevo, e quelli scientifici e archeologici: un’ampia messe di materiale per una rappresentazione scenica e per la confezione di un CDrom!

Sempre in tema di sceneggiature, non si può dimenticare come e quanto certa poesia oraziana si presti alla drammatizzazione. C’è la satira del seccatore che offre anche numerosi spunti per la scenografia, la via Sacra, il Foro, le pendici del Campidoglio e quell’accenno agli Orti di Cesare in Trastevere. Soluzioni analoghe si possono anche trovare nella satira del viaggio a Brindisi: quanti paralleli tra la via Appia di allora e i nostri percorsi autostradali! Si può ricostruire una carta geografica dell’antica via e sovrapporla su una carta di oggi. Luoghi, nomi, situazioni! Per non dire poi del Carmen saeculare, che Orazio scrisse in onore della grandezza della Roma augustea. Famosissimi quei versi “Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius”, in italiano “Sole che sorgi libero e giocondo, sui colli nostri i tuoi cavalli doma! Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”, che Giacomo Puccini tradusse in musica!

 

  1. Sceneggiature letterarie e ludiche

 

Strettamente legato alla drammatizzazione è il gioco di ruolo. La drammatizzazione richiede un copione da costruire e da realizzare nelle sue diverse parti. Il gioco di ruolo si affida più che altro a un canovaccio dove, appunto, sono assegnati dei ruoli da seguire – ed anche, a volte, da scambiare – ma da costruire poi nella azione effettiva; il che richiede una particolare inventiva ed immaginazione, ma è l’azione stessa che le sollecita e le fa esprimere. Ambedue le tecniche favoriscono una ricerca ed una produzione linguistica non indifferente, più aderente al testo nel primo caso, più affidata alla spontaneità nel secondo. La lite tra Romolo e Remo, le vicende di Mario e Silla, di Cesare e Pompeo… non possono diventare interessanti giochi di ruolo, costruiti dagli studenti anche con un latino semplice e famigliare?

 

  1. La ricerca sul territorio

 

Un’altra attività potrebbe essere quella della ricerca sul campo o in situazione. Basti considerare che non c’è località nel nostro Paese, piccola od estesa che sia, che non offra spunti per delle ricognizioni finalizzate a ritrovare quali testimonianze ci abbiano lasciato i Romani, o i Latini o quei popoli che prima o dopo di essi hanno vissuto ed operato. Dai Volsci ai Longobardi, dagli Equi ai Franchi, dai Sanniti agli Ostrogoti, chi non ha lasciato testimonianze, monumenti, lapidi, scritti vari ai quali accedere per ricostruire, conoscere, eventualmente riconoscersi!? Com’è noto, alla scuola dell’autonomia viene riconosciuto uno spazio curricolare locale, che può integrarsi ed interagire con il curricolo nazionale.

Si tratta di attività che si possono condurre con alunni di qualsiasi fascia di età. La questione è una soltanto: si vogliono fare dei latinisti – e questa era la presunzione del liceo di una volta, per tutte le ragioni che conosciamo – oppure, come è più giusto, si vuole aprire una finestra sulla nostra storia civile e morale, alla ricerca di origini dalle quali si possono anche prendere tutte le distanze del caso, ma che pur sempre vivono ancora nei nostri modi di essere, di pensare, di parlare?

Si tratta, a nostro avviso di aiutare i nostri giovani a riannodare le fila con quel mondo classico che una cattiva didattica, pretenziosa e seriosa, ha reso spesso ostico, incomprensibile e fastidioso!

Se è vero che tutto si può insegnare a tutti, è anche vero che è quanto mai necessario insegnare ai nostri giovani un passato che… è anche qui. Basta svoltare l’angolo! Ma, con una didattica assolutamente nuova!

 

* Il testo è una rielaborazione del primo modulo del master “Didattica della Lingua Latina”, fruibile in modalità e-learning, prodotto da Baicr Scuola IaD, Università di Roma “Tor Vergata”, coordinato da Fabio Stock, curato da Luciano Favini e Maurizio Tiriticco. Si tratta di un percorso di studio e di approfondimento sui temi fondamentali della cultura e della didattica del latino, rielaborati alla luce dell’attuale riflessione sulle radici della classicità e sui valori fondamentali della civiltà occidentale.

Come pensiamo!

Come pensiamo!

di Maurizio Tiriticco

I cosiddetti pensatori/filosofi tassonomisti (dal greco taxo e nomos = metto in ordine secondo una data regola), in particolare Benjamin Samuel Bloom e la sua scuola, elaborarono negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso una teoria secondo la quale i nostri processi mentali relativi alla acquisizione/produzione delle conoscenze procedono secondo sei scalini (tre di carattere inferiore e tre di carattere superiore):

– processi di base:

1) il contatto, il prendere atto: non ho mai visto una bottiglia di Coca Cola, non so neanche che cos’è e a che cosa serve; quindi la “acquisisco” per la prima volta dal punto di vista percettivo/sensoriale, la “archivio” nella mia memoria breve, la riconosco tra mille altre bottiglie od oggetti di altra natura;

2) conoscenza/comprensione: le esperienze successive “mi dicono” che solo quella è una bottiglia di Coca Cola, e non altre, che serve a contenere una data bevanda, ecc;

3) applicazione: riguarda la scelta che io faccio, o non faccio, di utilizzarla: bevo la bevanda che si chiama Coca Cola, so che quella cosa che si chiama bottiglia può contenere altri liquidi (posso anche rifiutarla e interrompere il processo cognitivo);

– processi superiori:

4) analisi: voglio capire bene che cosa è questa cosa che si chiama ed è una bottiglia, come è fatta, di che materiale è, come si usa, se è forte abbastanza se tento di romperla; e poi perché la Coca Cola ha quel sapore, che diavolo ci hanno messo dentro, ecc.;

5) sintesi: uso la bottiglia per altri fini, ci metto l’olio, ne faccio un soprammobile, la dipingo, o addirittura penso di poterne costruire un’altra diversa, ovviamente se disponessi di una fabbrica ad hoc;

6) valutazione: valuto l’intero processo che ho attivato, le modalità che ho adottate per realizzarlo, concludo che la nuova bottiglia ipotizzata da me è migliore; oppure potrei giungere anche a soluzioni diverse o contrarie.

In poche parole, ho tentato di riassumere pagine e pagine di ricerche condotte dai signori Bloom, David Krathwohl e altri. Quindi, abbiamo individuato gli “scalini” dell’apprendere, del comprendere e del produrre pensieri e “cose” nuove”. Ma non finisce qui! Un certo Joy Paul Guilford ha trovato ben 120 scalini!!! Anita Harrov è andata oltre le tassonomie cognitive e ha costruito anche una tassonomia delle operazioni fisico-senso-motorie. Krathewol ha costruito una tassonomia relativa alle operazioni emotivo/affettive. Più recentemente Howard Gardner, allievo di Bruner, non ha lavorato “per scalini”, ma ha elaborato la teoria delle cosiddette “intelligenze multiple”, parallele e interattive e non gerarchiche.

Si tratta di ricerche e di proposte operative di un estremo interesse! E’ indispensabile conoscere come “funziona il cervello” quando si tratta di apprendere cose nuove – purché si abbia la motivazione per farlo – anche perché con il “nuovo” occorre sempre confrontarsi per evitare di “restare indietro”! Ed un pericolo da cui oggi ci dobbiamo veramente guardare, perché le tecnologie dell’apprendere e del produrre avanzano in progressione più che geometrica! Ed è alto il rischio di affidarsi troppo ad esse!

In ordine a quanto scritto fin qui, penso che sia un dovere primario per un insegnante conoscere come funziona un processo di apprendimento, che poi non riguarda solo il singolo alunno e la scuola, ma la stessa nostra intera giornata. Basti il fatto che, se debbo raggiungere un amico che abita in una via per me nuova, “apprendere come operare” per “risolvere il problema” diventa una necessità primaria.

Per chi insegna è indispensabile conoscere come “funzionano”, in ciascuno dei “suoi alunni”, le operazioni del prendere atto, del conoscere/comprendere e dell’applicare. Che costituiscono le precondizioni di base perché il soggetto/alunno possa poi procedere nelle funzioni superiori che riguardano l’ analisi, la sintesi e la valutazione. Il fatto che un alunno studi o non studi, si applichi o non si applichi, sia motivato o meno all’apprendere ciò che la scuola propone non è cosa di poco conto. Ma si tratta di una cosa di cui è necessario conoscere le ragioni di fondo. E qui ci può essere di aiuto la ricerca di Krathwohl

Insomma, in materia di apprendimento cognitivo e di motivazione allo studio, “cose” fondanti per la scuola, un insegnante non può limitarsi a dire che l’alunno x “è intelligente, ma non si applica”, oppure che “non è portato allo studio” od altre amenità, che poi genitori culturalmente poco provveduti debbono accettare senza poi sapere come “correre ai ripari”!

In conclusione, occorre sottolineare che un insegnante è in primo luogo un professionista delle “”funzioni intellettive” e di quelle “emotive”, come un medico è un professionista delle “funzioni fisiche! E le conseguenze sono assolutamente impegnative!

Un rituale stanco

Un rituale stanco

di Maurizio Tiriticco

Copio da “Il Messaggero” di oggi, 26 gennaio: “Didattica alternativa, danni dal ’68 ad oggi. Comunque la si giri, la storia della quindicenne in coma etilico a scuola produce un doppio effetto: un po’ di rabbia, un po’ di depressione”, di Maria Latella. Si tratta di un articolo interessante, che suggerisco! Nel ’68 l’occupazione delle scuole (dei padroni, così si diceva) aveva un senso! E ciò avveniva anche a Parigi, a Berkeley e in Cina (il libretto rosso di Mao agitato dagli studenti; e gli studenti maoisti erano anche qui da noi)! Ma oggi le occupazioni e le cosiddette autogestioni sono stanchi rituali in cui solo in casi rari gli studenti costruiscono qualcosa di nuovo e di positivo! Allora gli insegnanti erano i “nemici”! Oggi gli insegnanti nella maggioranza dei casi sono solo i “mal sopportati”! E ciò accade in una scuola stanca – alludo soprattutto al secondo ciclo di istruzione – in cui si celebrano rituali altrettanto stanchi e spesso inutili!

Mah! Occorrerebbe ripensare ex novo al ruolo della scuola qui ed oggi, in una società in cui si sono verificati cambiamenti epocali, nella ricerca, nel lavoro, nelle TIC, nonché negli atteggiamenti e nei comportamenti delle nuove generazioni soprattutto! Ma la nostra scuola che fa? Nulla! Anzi, la legge 107 la inchioda a rituali che irrigidiscono la scuola di sempre! E non innova nulla! Perché, allora, non aprire un ampio dibattito nel Paese sul ruolo dell’apprendere oggi, e, soprattutto, del “cosa”, del “come” e del “perché” apprendere, da parte delle nuove generazioni? Prima viene l’apprendimento, e la scuola deve essergli funzionale! Invece da noi avviene il contrario! L’apprendimento deve essere funzionale alla scuola proposta ed “imposta” dal Miur! Comunque e purtroppo la nostra scuola è sempre la stessa, quella che conosciamo da sempre, quella delle tre C, Classe, Cattedra, Campanella! Ma questa scuola, così organizzata, è in grado di sollecitare realmente processi di apprendimento? E, soprattutto, è in grado di sollecitare conoscenze, capacità/abilità e l’araba fenice delle competenze? Lo so! Non abbiamo più programmi ministeriali! Abbiamo Indicazioni nazionali e Linee guida! Ma in effetti sono “lette” ed “agite” come i programmi  di un tempo! Discutiamo di queste cose, ma… dubito che il nostro Miur e la nostra Ministra siano all’altezza della situazione!

I nostri ragazzi, qui e in questo periodo storico, maturano presto e a 19 anni “suonati”… 19, già maggiorenni, sono tenuti – per non dire costretti – ad affrontare un esame che stancamente molti insistono a chiamare di MATURITA’, nonostante la legge 425 del 1997 – sono trascorsi 21 anni – relativa alla “riforma degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore”, abbia introdotto per la prima volta nel nostro sistema di istruzione il termine e il concetto di COMPETENZA. Infatti all’articolo 6 leggiamo testualmente: “Il rilascio e il contenuto delle certificazioni di promozione, di idoneità e di superamento dell’esame di Stato sono ridisciplinati in armonia con le nuove disposizioni, al fine di dare trasparenza alle COMPETENZE, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”.

Ma, dopo oltre vent’anni, i nostri esami di Stato verificano veramente e, soprattutto, sono in grado di certificare le COMPETENZE che uno studente ha conseguito alla fine di un percorso di istruzione della durata di ben tredici anni? Tredici anni sono tanti! E scrivere il minor numero di sciocchezze possibile in un italiano grammaticalmente corretto (fonologia, morfologia e sintassi) non dovrebbe essere un obiettivo impossibile! Anche in considerazione del fatto che, in materia di COMPETENZE, ora legifera – se così si può dire – anche l’Unione Europea! E le “competenze di cittadinanza” – che di fatto implicano anche competenze culturali di base – sono richieste a tutti gli studenti/cittadini dell’Unione, dal Portogallo alla Polonia.

Non so, ma in effetti agli esami finali – di maturità, come si insiste nel definirli: e lo stesso Miur ha pubblicato le “materie affidate ai commissari esterni maturità 2017” – il candidato alle prove orali “passa” da un commissario all’altro, nonostante la norma preveda un colloquio pluridisciplinare! Ma il fatto è che un colloquio pluridisciplinare non si improvvisa, va pensato e predisposto! Soprattutto se è finalizzato ad accertare se il candidato abbia acquisito COMPETENZE che, com’è noto, sono pluridisciplinari (se non anche multidisciplinari, se non addirittura transdisciplinari) Purtroppo, è molto più facile…e comodo che il candidato “passi” con la sua seggiola da un commissario all’altro! E i commissari non impegnati nel migliore dei casi si limitano ad ascoltare! Nel peggiore, chiacchierano per i fatti loro! Sono cattivello, lo so! E vorrei essere smentito!

La pelle dei professori

La pelle dei professori

di Maurizio Tiriticco

“La pelle dei professori”: un bel volumetto pubblicato da Feltrinelli agli inizi degli anni Settanta, nel quale “si raccontava” delle lotte studentesche e del sostegno che veniva loro dato da alcuni insegnanti (io c’ero!), in verità non molti, ma comunque motivati per un rinnovamento radicale della scuola. Da quelle lotte nacquero poi il Cidi e il Sindacato scuola CGIL!!! Una cosa davvero inconcepibile allora per molti cosiddetti benpensanti: Ma come! Gli insegnanti si confondono con gli operai? Non c’è più religione! Ebbene, ruit hora fortunatamente!

Ma, purtroppo, sono di questi giorni nuovi attacchi agli insegnanti! La solita solfa: lavorano poco! Hanno vacanze a non finire! In gran maggioranza sono donne e lavorano part time! E via dicendo! Eppure non è così! Sono i peggio pagati in Italia e al mondo e – come se ciò non bastasse – sono sempre sotto attacco! Genitori che li offendono e li picchiano non sono casi isolati! E magari insegnassero soltanto! Purtroppo sono obbligati a riempire carte su carte, imposte da quella cervellotica e assurda legge che è la 107, carte che a nulla servono e che nulla hanno a che fare con l’insegnamento. Riunioni su riunioni, incombenze su incombenze! NO!!! La scuola è in sofferenza, ma la responsabilità è della politica! E’ più che notorio che il Ministero PI non lo vuole mai nessuno! Troppe grane! E così il nostro Miur è il ponticello per chi fa politica nell’ombra e vuole uscire al sole splendente della politica nazionale!

Pensate agli ultimi ministri… pardon, anche alle ultime ministre… meteore! Eppure la scuola impegna centinaia di migliaia di cittadini, tra insegnanti, alunni e genitori! Purtroppo nel nostro Paese è così! La scuola è un elefante difficile da governare! Sono meglio le gazzelle degli Esteri o i cerbiatti degli Interni! O i lupacchiotti dello Sviluppo economico! Ripeto: nel nostro Paese purtroppo è così! La scuola vale quanto il due di briscola! Però un Paese che non scommette sull’Educazione (i valori), sull’Istruzione (le conoscenze e le competenze) e sulla Formazione (la persona), è un paese con la p minuscola e senza futuro! Poi l’Osce ci bacchetta e l’Invalsi impone ai nostri studenti prove sulla base di criteri docimologici che, anche se ovviamente più che corretti, i nostri insegnanti non conoscono! Perché nessuno li ha loro insegnati! Sono soliti valutare da sempre con la valutazione decimale… per non dire poi che i dieci valori non bastano mai, e i più, i meno e i meno meno sovrabbondano… per non dire poi della fatica di giungere a quella media cha i dpr sulla valutazione impongono da sempre! Ma i dpr non parlano mai di moda, mediana, gamma, sigma, punti Z e punti T, se vogliamo dirla tutta in materia di misurazione e di valutazione!

Si varano norme spesso cervellotiche, che i nostri insegnanti, comunque, sono costretti a subire! Risultati? Sbeffeggiati dai genitori, mal pagati dal Miur, sopportati dagli studenti! Ed oggi con i cellulari e tutti le diavolerie delle TIC sempre emergenti, che ne è di una classe di alunni? Quella di una volta, dove l’insegnante insegnava e l’alunno apprendeva, ormai non esiste più! E si tratta di un rapporto docente/alunno (ho usato opportunamente la slash, non la linetta): un rapporto che a poco a poco si sta deteriorando e sul quale non si presta la dovuta attenzione! Anche se a Bologna dal 18 al 20 gennaio si sono svolte le giornate di “Futura”, in cui si è cercato di “porre le basi di una cambiamento necessario e ormai irrimandabile”, come ha detto la Ministra Fedeli.

Mah! Tra un futuro immaginato, anzi immaginario ed incerto, ed una realtà scolastica difficile, ma certa, un cambiamento più immaginario che reale sembra molto problematico! Non so! Mi chiedo: fino a quando reggerà una simile situazione? Eppure tutti sono pronti a riconoscere che la cultura e l’istruzione sono le chiavi di volta per lo sviluppo di un Paese! Verba volant!

Dialogando

Dialogando con Salvo

di Maurizio Tiriticco

 

Ormai abbiamo raggiunto il top con questa mania ossessiva dello scrivere su documenti ufficiali del Miur sostantivi maschili e femminili! Come se si dovesse liquidare una sorta di guerra di genere che nello scrivere e nel parlare dura ormai da più secoli! L’amico Salvo scrive su FB: “E che ne dite degli ultimi decreti della 107, appesantiti nella lettura dalla continua ripetizione anche a distanza di due tre righe del tipo… delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti,… e addirittura in un decreto che abbraccia tutti gli ordini di scuola infanzia compresa, alla litania aggiungono in coda anche le bambine e i bambini, rubando così quattro righe nella colonna standard della gazzetta ufficiale dove potevano uscirsene semplicemente con la parolina allievi che ne non offendeva nessuno”.

E no, caro Salvo! Se dici/scrivi solo allievi, le allieve dove le mettiamo? Lo stesso vale per gli alunni! Ma non per gli insegnanti perché, se dovessimo scrivere “insegnante” come femminile plurale, gli alunni e le alunne ci riderebbero dietro! Mah! Di questo passo diremo che un’aula è di genere femminile solo se ospita alunne!!! Ma, se ospita alunni, dovremo chiamarla aulo! Per non dire della scheda di valutazione!!! Solo per le alunne dichiaratamente femmine! Per gli alunni maschi avremo lo schedo di valutaziono! E poi il registro di classe vale solo per gli alunni maschi! Per le femmine avremo la registra di classe! Non se ne può più di questa distinzione ossessiva dei due generi! Il nostro Paese… e la nostra Paesa… hanno bisogno di ben altra cosa… e di ben altro coso!

Eppure abbiamo origini nobili in materia di lingua! Sappiamo tutti che nel lontano 960 alcuni contadini a Capua testimoniarono: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Nacque così, con molta umiltà, la nostra bella lingua! E un tale fiorentino, indubbiamente colto e un po’ saccente, volle scrivere una commedia, che osò definire divina, in volgare, perché tutti potessero leggerla! Ma indubbiamente il nostro Alighieri sapeva dove andava a parare, avendo a che fare con tanti parrucconi che scrivevano solo in latino, anche se in casa, quando picchiavano le mogli, le rimproveravano in un volgare che… più volgare non si può! E il nostro Alighieri ebbe comunque un gran coraggio! Esaltò il volgare sia in volgare che in latino, per non essere accusato di essere un incolto ignorante! E fu così che scrisse il Convivio in volgare e il De vulgari eloquentia in latino, volendo raggiungere così sia i dotti cosiddetti che il popolino che di latino non masticava nulla!

E nei secoli successivi vennero opere grandi! Il dialogo sui massimi sistemi! Il principe! Gli asolani! La scienza nuova! I promessi sposi! Insomma, ormai si affermava una lingua che non aveva più bisogno di essere difesa perché da sola poteva anche imporsi e parlare al mondo. Mah! Un MAH! GROSSO COSI’! In effetti, mi sembra che oggi l’ignoranza al potere, a poco a poco, sta pure distruggendo la nostra bella lingua! Politici, cosiddetti… giovanotti politicanti, imberbi ma chiacchieroni imperversano sulle piazze e sui piccoli schermi delle nostre case! I poderosi “vaffanculo” di un comico da strapazzo hanno avuto la meglio! Per me e per te, caro Salvo, dovremmo dire “la peggio”! Lo sdoganamento del volgare, non quello dell’epoca di Dante, ma quello delle nostre odierne periferie, purtroppo ha fatto breccia e l’ignoranza al potere sembra che sia diventata la parola d’ordine! Ti ricordi il linguaggio dei Moro, dei Forlani e degli Andreotti? Addirittura forbiti, ma sempre colti e spesso ironici! “A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. “Il potere logora chi non ce l’ha”. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”! Per non dire dei discorsi fiume dei Togliatti e dei Nenni ai congressi di partito! Puntualmente pubblicati su “l’Unità” e sull’”Avanti”! Discorsi che nelle sezioni di partito venivano letti e commentati! “Politique d’abord”! Non era solo uno slogan lanciato da Nenni! Era una divisa che connotava, se non tutti, una gran parte degli italiani impegnati nella politica, o in quella attiva o in quella partecipata!

Ora non so! Questa seconda repubblica mi sembra assai povera! Politicanti che passano da una tv ad un’altra, che concionano su tutto e di tutto, con una cultura di base, non solo politica, abbastanza discutibile! Parlano tanto, ma non scrivono nulla! Chissà in quanti strafalcioni cadrebbero! E noi, professori di lettere, sempre un po’ maniacali, giù a sottolineare gli errori con la matita rosso/blu! Insomma, non è un periodo esaltante per il nostro Bel Paese dove il sì suona! O suonava? Altro dirti non vo; ma la tua festa ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

Obbligo lungo sì, ma di istruzione!

Obbligo lungo sì, ma di istruzione!

di Maurizio Tiriticco

Francesco Boccia, Presidente della Commissione Bilancio della Camera, e Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, entrambi del Partito Democratico, in un articolo pubblicato domenica 11 gennaio su “il Sole 24 Ore”, propongono di innalzare l’obbligo di istruzione (non chiamiamolo scolastico: in effetti esiste anche l’istruzione parentale, della quale, com’è noto, si fa carico la famiglia) fino ai 18 anni di età. Da quel dì che penso e scrivo che un obbligo di istruzione lungo è più che necessario in una società in cui la conoscenza – e lo diciamo da anni – è ormai un valore fondante di qualsiasi attività lavorativa! Il tempo dei tre settori produttivi, l’agricoltura, l’industria e i servizi, nettamente separati, è ormai sul viale del tramonto, ovviamente nei Paesi ad alto sviluppo. L’incremento e l’utilizzo sempre più diffuso e impetuoso delle Tecnologie dell’Informazione e della Conoscenza, TIC, rende sempre più vacua la differenza che da sempre corre non solo tra i tre settori produttivi, ma tra gli atteggiamenti stessi e i concreti comportamenti degli addetti.

Obbligo lungo, sì, ma, come? Penso di essere intervenuto più volte su tale questione, ma penso anche che repetita iuvant! L’obbligo lungo certamente, ma soprattutto come occasione per ripensare un intero percorso obbligatorio dodecennale! O meglio, non si può pensare a un semplice incollaggio di quattro segmenti di percorso, anni 6/11, 11/14, 14/16 e 16/18, che comunque hanno il loro fondamento nella nostra stessa storia, e non solo di storia della scuola; ma occorre ripensare e ricostruire un curricolo di studi e di vita di un soggetto in età evolutiva, e non astratto, ma operante qui ed ora in una società che non è quella di ieri, e che domani non sarà quella di oggi.

E’ più che ovvio che in un’Italia postunitaria, quella del 1861, il problema di un’istruzione obbligatoria minima si poneva in modi e criteri assolutamente diversi da oggi! La pluralità di culture e di linguaggi (e di dialetti anche) era tutt’altra cosa rispetto all’Italia attuale! Oggi la dominanza, se non la preponderanza, dei linguaggi digitali incide non poco nella lingua letto/scritta e in quella detto/ascoltata. E gli studi che si conducono su tale complesso fenomeno rischiano di giungere sempre in ritardo rispetto alla velocità con cui i nuovi strumenti del comunicare si diffondono e, soprattutto, si rinnovano… e in primo luogo tra i giovani che, com’è noto, sono vere e proprie carte assorbenti di fronte ad ogni cosa che sia nuova, bella o brutta, utile o dannosa!

Per non dire, poi, della incidenza, a volte anche pesante, sui significanti e sui significati nonché sui valori e sui disvalori dei messaggi inviati e ricevuti. Per non dire, infine, delle manipolazioni che TIC sempre più sofisticate e invadenti suggeriscono, propongono e, spesso, rendono vero il falso e viceversa! Sembra che ormai le cosiddette fake news siano molto più numerose delle notizie vere! In effetti si tratta di virus che potremmo definire concettuali, contenutistici, in effetti molto più tendenziosi e pericolosi delle bugie di sempre, delle quali per altro la stampa è sempre stata sovrabbondante! Anche se occorre considerare che la stampa, quella che nacque dalla lontana invenzione dei caratteri mobili di Gutenberg, fu ai suoi primordi fonte primaria di innovazioni importanti, nel campo soprattutto della ricerca scientifica, anche se la Chiesa temeva che i suoi insegnamenti di sempre potessero essere messi in discussione. In effetti, criteri e mezzi nuovi di diffusione della parola e del sapere sono sempre anche preziose fonti con cui il sapere stesso è messo costantemente in discussione.

Per concludere, in una realtà così complessa della comunicazione (il campo), di cellulari sempre più sofisticati (il mezzo) e delle informazioni (messaggi sempre più frequenti e numerosi), pensare a un’istruzione dei nuovi nati lunga e articolata è estremamente necessario, se non doveroso. Ma un’innovazione di questo tipo non può ridursi ad un dispositivo di legge che sancisca una sommatoria di percorsi di studi che – com’è noto – vengono da lontano, a volte ciascuno con una sua “logica” innovatrice, ma sempre legata a quell’hic et nunc! Pertanto, guai ad un provvedimento legislativo che con un solo rigo unifichi quattro “spezzoni” di studio e di scuola. Sì, invece, ad un ripensamento complessivo di un curricolo continuo, verticale e progressivo, ma anche articolato al suo interno. Insomma, dodici anni di studio, dai sei ai diciotto anni di età, sono tanti e lunghi. E un’amministrazione, se è seria e responsabile, non può non lanciare su tale questione un dibattito che coinvolga tutti gli addetti ai lavori e l’intero Paese!

Penso anche al fatto che ormai l’istruzione, quella vera, è quotidiana e dura tutta la vita! Si tratta di un tema che non va affatto sottovalutato! E mi piace infine ricordare che su tale tematica sono intervento tempo fa, anche se con argomentazioni e accenti diversi. Si veda al proposito “Obbligo di istruzione fino a 18 anni: sì, ma, però… lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli”, dello scorso 23 agosto.

Non si gioca con le competenze!

Non si gioca con le competenze!

di Maurizio Tiriticco

L’amico Vittorio Zedda mi esprime il suo accordo sul mio ultimo pezzo “Anno nuovo, scuola nuova?”. E aggiunge:Oltre all’involuzione del sistema, c’è anche il fenomeno del “gattopardismo” scolastico: basta usare le parole nuove, diventate obbligatorie senza averle capite, per cambiare il titolo alle cose vecchie, che neanche più si sanno fare”.

Caro Vittorio! Quando ci si innamora delle mode, occorre sempre, prima, riflettere un po’! Quando poi delle mode ci si innamora solo perché… vanno di moda, allora la cosa è pericolosa! Questo superamento del voto decimale, sul quale sono in linea di massima d’accordo, PERO’ non può dar luogo all’esondazione di parole al vento! Le cosiddette nuove schede di valutazione per l’istruzione obbligatoria del primo e del secondo grado di scuola (primaria e media), molte delle quali sono del tipo “fai da te” – in nome e in forza dell’autonomia delle istituzioni scolastiche – sono spesso esercizi retorici, per non dire aria fritta! Lo so bene! C’è anche il debito che dobbiamo pagare all’Europa, le otto competenze chiave europee di cui alla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006. Questo documento europeo è lungo, ricco e articolato. Può e deve essere assunto come punto di riferimento, ma non può essere scopiazzato tanto perché “ce lo chiede l’Europa”! Non è così! L’Europa non ci chiede nulla, si limita a dare delle indicazioni di massima!

E noi (nel 2007 ero ancora in servizio), in occasione dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione da otto a dieci anni (legge 26 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 622), ci preoccupammo di indicare alle scuole quali fossero le competenze da proporre ai nostri alunni, quelle culturali e quelle di cittadinanza. Le competenze culturali erano distinte e declinate lungo quattro assi, penso noti alle scuole: 1) dei linguaggi; 2) matematico; 3) scientifico-tecnologico; 4) storico-sociale. Le competenze chiave dii cittadinanza furono opera del nostro gruppo di lavoro. Sono otto competenze: le prime due afferiscono alla Persona in quanto tale, il Sé; le successive tre afferiscono alla Persona nei suoi rapporti con gli Altri; le ultime tre afferiscono alla Persona nei suoi rapporti con le Cose, o meglio con il fare. Eccole! Copio dal documento ministeriale.

L’elevamento dell’obbligo di istruzione a dieci anni intende favorire il pieno sviluppo della persona nella costruzione del sé, di corrette e significative relazioni con gli altri e di una positiva interazione con la realtà naturale e sociale.

• Imparare ad imparare: organizzare il proprio apprendimento, individuando, scegliendo ed utilizzando varie fonti e varie modalità di informazione e di formazione (formale, non formale ed informale), anche in funzione dei tempi disponibili, delle proprie strategie e del proprio metodo di studio e di lavoro.

• Progettare: elaborare e realizzare progetti riguardanti lo sviluppo delle proprie attività di studio e di lavoro, utilizzando le conoscenze apprese per stabilire obiettivi significativi e realistici e le relative priorità, valutando i vincoli e le possibilità esistenti, definendo strategie di azione e verificando i risultati raggiunti.

• Comunicare o comprendere messaggi di genere diverso (quotidiano, letterario, tecnico, scientifico) e di complessità diversa, trasmessi utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali) o rappresentare eventi, fenomeni, principi, concetti, norme, procedure, atteggiamenti, stati d’animo, emozioni, ecc. utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) e diverse conoscenze disciplinari, mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali).

• Collaborare e partecipare: interagire in gruppo, comprendendo i diversi punti di vista, valorizzando le proprie e le altrui capacità, gestendo la conflittualità, contribuendo all’apprendimento comune ed alla realizzazione delle attività collettive, nel riconoscimento dei diritti fondamentali degli altri.

• Agire in modo autonomo e responsabile: sapersi inserire in modo attivo e consapevole nella vita sociale e far valere al suo interno i propri diritti e bisogni riconoscendo al contempo quelli altrui, le opportunità comuni, i limiti, le regole, le responsabilità.

• Risolvere problemi: affrontare situazioni problematiche costruendo e verificando ipotesi, individuando le fonti e le risorse adeguate, raccogliendo e valutando i dati, proponendo soluzioni utilizzando, secondo il tipo di problema, contenuti e metodi delle diverse discipline.

• Individuare collegamenti e relazioni: individuare e rappresentare, elaborando argomentazioni coerenti, collegamenti e relazioni tra fenomeni, eventi e concetti diversi, anche appartenenti a diversi ambiti disciplinari, e lontani nello spazio e nel tempo, cogliendone la natura sistemica, individuando analogie e differenze, coerenze ed incoerenze, cause ed effetti e la loro natura probabilistica.

• Acquisire ed interpretare l’informazione: acquisire ed interpretare criticamente l’informazione ricevuta nei diversi ambiti ed attraverso diversi strumenti comunicativi, valutandone l’attendibilità e l’utilità, distinguendo fatti e opinioni.

Concludo. Le competenze sopra descritte riguardano l’alunno/a che consegue l’obbligo di istruzione decennale e dovrebbero costituire il riferimento costante degli insegnanti, a partire fin dalla prima classe primaria.

Però, questa attenzione doverosa e legittima – noi tutti siamo Europei – non può e non deve sostituire quelle conoscenze, abilità e competenze, relative alle discipline di studio che i nostri alunni sono tenuti a raggiungere via via nel percorso di studi obbligatori. In altri termini! Ottima cosa avere superato le pagelle! Ma, se le schede non ci fanno comprendere se il nostro/a alunno/a sa fare tre per tre o infilare un predicato dopo un soggetto, temo proprio che questa nostra scuola non vada da nessuna parte!

Grazie Vittorio, se sei giunto fin qui!!!

Anno nuovo, scuola nuova?

Anno nuovo, scuola nuova?

di Maurizio Tiriticco

 

Quando frequentavo la scuola come alunno, apprendevo; poi, quando l’ho frequentata come insegnante, insegnavo. Ricordo bene! Ma poi è esploso il Sessantotto, e non solo in Francia, ma anche negli Stati Uniti, in Cina, e in Italia! Sono stati gli anni della grande contestazione! Fuori i baroni dall’Università! Basta con le discipline di sempre, che addormentano gli studenti e condizionano il loro inevitabile futuro sfruttamento capitalistico! I temi fondanti riguardavano l’analisi del sistema capitalistico e le grandi rivoluzioni! La Russia di Lenin e di Stalin, la Cina di Mao Tze Tung, il Vietnam di Ho Chi Min! Ma la grande voglia di rinnovamento avanzata dalle nuove generazioni sessantottine veniva puntualmente frustrata dalla polizia, ovviamente fascista e serva dei padroni! Così gli studenti venivano picchiati dalla polizia a Parigi, a Berkeley, a Roma! Chi non ricorda Valle Giulia! E gli insegnanti, ovviamente non tutti, solo quelli che “guardavano lontano” e che erano organizzati nel “movimento insegnanti” – riuscita fotocopia del “movimento studentesco” – sfilavano con il loro studenti e sfidavano la polizia! Anni durissimi! Avevamo il montgomery e i capelli lunghi, come i Beatles! Ma poi, siccome tout passe, tout casse, tout lasse, gli studenti tornarono a fare gli studenti e gli insegnanti a fare gli insegnanti! Il sei politico non lo voleva più nessuno studente, perché sapeva che solo un sei vero ha valore!

Tutto quindi è ritornato nell’ordine di sempre. Sono passati cinquant’anni! E la nostra scuola e la nostra università – e non solo in Italia – sono quelle di sempre! Gli studenti apprendono, gli insegnanti insegnano! Ma, oggi e domani, in quali condizioni? La nostra scuola primaria, la nostra scuola media, il nostro biennio superiore non sono molto cambiati da quelli degli anni Sessanta! Sì, è vero! Ci sono gli istituti comprensivi, i curricoli verticali, e poi la grande novità! La certificazione delle competenze! E guai a chi non certifica! Quattro per quattro fa sedici! Bravo! Una bella competenza in matematica! Una volta si chiamava il prodotto di una moltiplicazione!

Basta leggere le schede della scuola primaria e quelle della scuola media, quelle carte che hanno sostituito le pagelle, quelle che riportavano aridi voti, ma che, purtroppo – si fa per dire – non certificavano nulla! E i genitori, infatti, erano disperati! Che cosa significava se un figlio conseguiva un sei in matematica? Che cosa significa un numero? Lo posso mandare o no mio figlio a comprare il giornale? Ora invece un genitore sa bene che il figlio che ha superato la quinta primaria “utilizza le sue conoscenze matematiche e scientifico-tecnologiche per trovare e giustificare soluzioni a problemi reali”!!! Ma certo! L’acquisto di un giornale è un problema reale! Ma anche l’acquisto di una banca è la soluzione a un problema reale! Ci voleva tutto questo ambaradam per dire che l’alunno, quando acquista un quotidiano che costa un euro e dispone di una moneta da due, deve avere un resto di uno? I quarantaquattro gatti erano molto più divertenti!

E non solo! Il pargolo è anche un piccolo Archimede Pitagorico! “Dimostra originalità e spirito di iniziativa. E’ in grado di realizzare semplici progetti. Si assume le proprie responsabilità, chiede aiuto quando si trova in difficoltà e sa fornire aiuto a chi lo chiede”! E ne siamo tutti testimoni! Le nostre strade sono piene di bambini/e di dieci anni di età, che chiedono aiuto se devono attraversare una strada e non riescono a trovare quelle salvifiche strisce bianche! Per non dire poi che il nostro piccolo competente “si orienta nello spazio e nel tempo, osservando e descrivendo ambienti, fatti, fenomeni e produzioni artistiche”! Ne ho la prova quotidiana! Vivo a Roma e tutte le strade che portano al Colosseo sono affollate di undicenni che aiutano turisti in difficoltà! Infatti, sono tutti “in grado do sostenere in lingua inglese una comunicazione essenziale in semplici situazioni di vita quotidiana”!

Che se ne fa del voto un alunno? Che se ne fa un genitore? Alunni e genitori vogliono ben altro! Descrittori precisi! Così il/la nostro/a bambolo/a “in relazione alle proprie potenzialità e al proprio talento si esprime negli ambiti che gli sono più congeniali, motòri, artistici, musicali”! Ne fanno fede le nostre strade e i nostri incroci, affollate/i da giocolieri di gran talento! Insomma, i genitori di un/a alunno/a di quinta primaria potranno essere ben felici se il loro virgulto “svolge compiti e problemi complessi, mostrando padronanza nell’uso delle conoscenze e delle abilità: propone e sostiene le proprie opinioni e assume in modo responsabile decisioni consapevoli”! La miseria! Mi ricordo quel passo del Vangelo, che più o meno dice così: “Non avendolo trovato tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua Madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo angosciati’.Ed egli rispose: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro”.

Così noi difficilmente comprendiamo l’assennatezza e la saggezza – con tutte le competenze che le connotano e le sostanziano – dei nostri alunni di quinta primaria! Insomma, c’è poco da scherzare! La nostra scuola primaria punta in alto! Certamente, ma… per i “più migliori”, come direbbe la mia Ministra! Perché c’è anche la Geenna! Dove i posti non sono affatto limitati! Dove un povero Gianni “svolge compiti semplici in situazioni note”, ma solo “se opportunamente guidato”! Tra un calcione e un altro, si direbbe in gergo!

Mah! Tra tante parole scritte su questi avanzatissimi “modelli nazionali per la certificazione delle competenze”, un povero genitore non riuscirà mai a capire se suo/a figlio/a sa fare due più due e se sa infilare in forma orale o scritta una parola dietro l’altra con un minimo di significato! Mah! C’era una volta una scuola in cui alcuni insegnavano e molti apprendevano! E c’erano voti e pagelle! Ma… era il secolo scorso!

Il colore dei verbi

Il colore dei verbi

di Maurizio Tiriticco

Quando parliamo o scriviamo o, viceversa, quando ascoltiamo o leggiamo, il succedersi delle parole è quello che è, ma… è ovvio che parole, lette o scritte, ascoltate o parlate, a volte “restano lì”, altre volte, invece, suscitano determinate emozioni/risposte. Se leggo sul giornale che il signor Mario Rossi, per me illustre sconosciuto, è morto, non provo alcuna emozione e passo al testo successivo. Ma, se Mario Rossi è un mio amico di infanzia, con cui sono andato a scuola e ho sempre mantenuto rapporti di affetto o di amicizia, provo sofferenza e dolore, alimentati e sostenuti inoltre da meravigliosi ricordi.

Pertanto, il medesimo predicato, “è morto”, può restare ciò che è, un testo stampato, oppure suscitare in me un forte dolore e un mare di ricordi! E allora quel testo di stampa, ovviamente nero, è come se, invece, in date circostanze, acquistasse un particolare colore, ovviamente quello delle emozioni, “del cuore”, come si suol dire, il colore rosso! Ed ancora, la notifica di una multa salata suscita un qualcosa di forte solo nella persona notificata, ma nulla nel postino notificante.

Da quanto detto fin qui, possiamo dire allora che le parole, ed in particolare i verbi, non sono tutte eguali, nere, come le vediamo nella carta stampata, ma hanno ciascuna un particolare colore, a seconda della reazione che suscitano.

Ed allora, potremmo dire che ci sono verbi neri, ma anche verbi colorati! Entriamo nel dettaglio.

I verbi neri riguardano gli eventi naturali, nevicare, piovere, il soffiare del vento, lo scorrere di un fiume, l’agitarsi delle onde del mare, il silenzioso crescere di in filo d’erba o il cadere di una foglia: tutti “avvenimenti” che stanno accadendo, ora, mentre io sto qui alla mia tastiera, intento a cercare di scrivere il minor numero di sciocchezze!

Ma ci sono anche i verbi colorati, quelli che riguardano l’agire umano, o meglio il “mio” personale agire umano: camminare, sedersi, prendere o afferrare un oggetto, comprendendo nell’agire anche le operazioni del pensare, del conoscere, del sentire, dell’emozionarsi. Ed è ovvio che l’agitarsi delle onde del mare, mentre io sto in panne con il mio gommone lontano dalla costa, acquista un colore rosso scarlatto! E allora possiamo dire che sono:

verdi i verbi delle nostre azioni fisiche: prendere, camminare, correre, saltare, lavarsi, aggiustare un qualcosa, nuotare, e così via;

rossi i verbi caldi delle nostre operazioni emotive: simpatizzare, intuire, odiare, amare, inferire, compiacersi, emozionarsi a fronte di una informazione o di un evento, ecc.;

blu i verbi freddi delle nostre operazioni intellettive: pensare come risolvere una situazione problematica; contare, indurre, dedurre, riflettere, conoscere e acquisire nuovi dati e nuove informazioni. Antonio è un dato; la nascita e la morte sono dati! Ma “E’ nato Antonio”! oppure, “Antonio è morto”! costituiscono due informazioni, calde o fredde a seconda del grado di conoscenza e di amicizia che si ha nei confronti di Antonio.

Ovviamente, la distinzione dei colori non è sempre netta, altrimenti saremmo degli automi! Inoltre i colori possono avere una maggiore o minore intensità, ma possono anche mescolarsi insieme! Com’è noto, il nostro cervello è una macchina molto potente! Contiene ben 14 miliardi di neuroni che viaggiano ad una velocità di 450 miglia all’ora. Altro che una Ferrari da corsa! Wettel e Raikkonen sono bambini alle giostre a fronte dei supercampioni dei nostri neuroni!

Classificazioni di questo tipo ci possono anche aiutare nella scuola di oggi in cui, com’è noto, gli insegnanti sono impegnati a fare acquisire ai nostri alunni non solo conoscenze, di colore blu, ma anche abilità, di colore verde, sostenute dalle capacità personali di ciascuno, di colore rosso (un nuovo nato ha le gambe, ha quindi la capacità di camminare, che poi, con il tempo, la crescita e l‘esercizio diventa abilità). Ed hanno a che fare anche con le competenze, di un bel colore verde scuro! Ciascuno di noi corre (abilità), quando insegue un tram che sta per partire, ma sono solo i grandi campioni come Owens e Bolt a compiere i 100 metri in una manciata di secondi (competenza).

In conclusione: le conoscenze sono costituite da insiemi di dati significativamente organizzati; si ha un’abilità quando un soggetto è in grado di utilizzare per dati scopi la/le conoscenza/e acquisita/e; si ha una competenza, quando un soggetto è in grado di affrontare e risolvere una situazione nuova e problematica, utilizzando a volte in modo nuovo e originale le conoscenze e le abilità già acquisite. Un esempio banale; salgo in macchina, inserisco la chiave nel quadro, la giro e il motore si mette in moto: la procedura abituale ha avuto successo. Ma, se giro le chiave il motore non si accende, la procedura non… procede e nasce il problema! Dovrò allora ricorrere a tutte le strategie del caso e potrò ritrovare una o più opportunità! E il problem solving comunque avrà successo! Altrimenti starei a girare la chiave nel quadro fino all’ultimo respiro, ma… fortunatamente sono un essere umano! Non un automa!

Una scuola che non promuove!

Una scuola che non promuove!

di Maurizio Tiriticco

L’intera pagina 4 de “la Repubblica” di oggi è dedicata alle difficoltà della nostra istruzione obbligatoria, che di fatto non sempre promuove cultura, tanto meno istruzione. In effetti, la nostra scuola non riesce a sanare le “ingiustizie sociali” di sempre! Il titolo è eloquente: “Aperta a tutti, ma amica di pochi” E nel sommario leggiamo: “Chi viene da famiglie benestanti e con molti libri in casa, parte avvantaggiato. E più la formazione si fa alta, più crescono le diseguaglianze”. In effetti, lo stesso articolo avremmo potuto leggerlo su un giornale di 30 o 40 anni fa! Le cose non sono cambiate di molto! E oggi, come ai tempi ormai molto lontani in cui ero studente, abbiamo ancora i licei – i classici soprattutto – per i Pierini – per dirla con Don Milani – i tecnici per i ragazzi “così così” e i professionali per… gli sfigati! E potremmo anche aggiungere la formazione professionale regionale, rifugio degli sfigati al quadrato! Comunque, senza nulla togliere ai tanti ragazzi e ragazze che, usciti dai percorsi professionalizzanti, portano alti nel mondo i nostri marchi! Si pensi, ad esempio, alla moda o alla culinaria!

L’articolo accenna all’ISTRUZIONE, ma che ne è dell’EDUCAZIONE e della FORMAZIONE che, stando alla norma, dovrebbero costituire le tre gambe con cui “dovrebbe lavorare” la nostra scuola? Copio da quell’aureo dpr 275/99, con cui è stata lanciata la scuola dell’autonomia, un’autonomia che, però, il corso degli anni ha via via consumato fino a cancellarla quasi del tutto, almeno nella sostanza!. Art.1, comma. 2: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di EDUCAZIONE, FORMAZIONE e ISTRUZIONE mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il SUCCESSO FORMATIVO, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”.

In effetti, le tre parole chiave non sono sinonimi. L’ISTRUZIONE (di qui la stessa denominazione di Ministero dell’Istruzione) attiene all’area di quelle competenze che potremmo chiamare di base: in breve, come si suol dire, leggere, scrivere e far di conto. La FORMAZIONE attiene alla persona (Luigi non è Maria!). L’EDUCAZIONE attiene alla sfera civica (Luigi e Maria in quanto cittadini liberi in una Repubblica democratica fondata sul lavoro). Possiamo ricordare che con il regime fasciata il nostro ministero venne rinominato dell’”Educazione Nazionale”, in quanto, in un regime dittatoriale, alla scuola spettava anche e soprattutto il compito di educare fascisti convinti. Non a caso il motto vigente era: “Libro e moschetto, fascista perfetto”!

Tornando a noi, sarebbe anche opportuno ricordare che in un Paese avanzato l’obbligo di istruzione (non lo si chiami scolastico! Un soggetto non è obbligato a frequentare la scuola, in quanto esiste anche la cosiddetta “istruzione parentale”; è obbligato ad essere istruito, ed anche formato ed educato) è garanzia di civiltà e di eguaglianza! Nel nostro Paese ha ancora una durata ottonnale. Ed è bene ricordare che, nello scorso mese di agosto, la Ministra Fedeli nel discorso tenuto al Meeting di Rimini si è pronunciata sulla necessità di prolungare l’obbligo di istruzione fino al conseguimento della maggiore età.

A mio avviso, la questione da affrontare, comunque, è un’altra, stante anche il fatto che ormai la stragrande maggioranza dei nostri giovani “va a scuola”; e ci va anche perché “trovare lavoro” non è affatto un’impresa facile!  E allora che senso ha che questi dieci anni di scuola obbligatori, oggi di fatto e domani di diritto, dai sei ai sedici anni di età, vengano frequentati lungo ben tre spezzoni, ciascuno dei quali tende ad ignorare gli altri e a chiudersi in se stesso? La scuola primaria, “quella delle maestre”, di fatto non vuol dimenticare di essere la “scuola elementare” di sempre ed è chiusa nel suo guscio! La scuola media, quella della professoressa con cui Don Milani ce l’aveva tanto, guarda con sufficienza il grado precedente e con preoccupazione quello successivo, dove gli alunni “non sono mai compresi fino in fondo” e spesso vengono sonoramente bocciati! Il biennio si trova sospeso  come una sorta di purgatorio! I professori hanno a che fare con alunni che non si sa bene come siano arrivati fin lì e che, come tanti incavolati Caronte, debbono comunque traghettare su una sponda in cui qualche angelo benevolo prenderà cura di loro!

Dieci anni di scuola, dieci! Però – e ciò è grave – senza alcuna continuità formale… e sostanziale! Uno spezzatino di risorse male impiegate! Tre pezzi di scuola, ciascuno dei quali è più centrato sul suo ombelico che su ciò che precede e ciò che segue! Per tutte queste ragioni, dato che di curricolo si parla ormai da almeno venti anni, poco più poco meno, e con tanti begli aggettivi, continuo, verticale, progressivo… le parole non mancano, perché l’aggettivo dominante deve essere, invece, “spezzatino”! E allora, a quando un curricolo degno di questo nome?

Cara Ministra! Quell’appello di Rimini quando diventerà realtà?