Archivi categoria: Tiriticcheide

Pillola europea

Pillola europea

di Maurizio Tiriticco

Stamane su RaiTvUno si è discusso della necessità di una concreta e fattiva Educazione Civica nelle nostre istituzioni scolastiche, che sarebbe meglio definire, a mio vedere, “Educazione alla Cittadinanza Attiva”. Protagonista la Senatrice Flavia Piccoli Nardelli, del Partito Democratico. E’ indubbio – almeno a mio parere – che un insegnamento attivo e partecipato è di per sé il migliore insegnamento civico! Alludo alla “didattica laboratoriale”, che virgoletto perché è invocata sia dalle Linee guida che dalle Indicazioni nazionali che riguardano i diversi ordini e gradi del nostro sistema scolastico.

E’ bene, comunque, ricordare la distinzione che corre tra l’EDUCAZIONE, che attiene, appunto, allo sviluppo della convivenza civile e democratica, la FORMAZIONE, attinente allo sviluppo della persona ed alla consapevolezza del Sé, e l’ISTRUZIONE, che riguarda nello specifico lo studio e la padronanza dei diversi saperi disciplinari e pluridisciplinari. Si tratta di tre “parole magiche” che ricorrono anche nel comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99, concernente l’avvio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche.

A mio vedere, almeno tre sono gli assi che, scanditi ovviamente lungo l’arco dei dieci anni dell’istruzione obbligatoria, dovrebbero costituire la matrice dell’ECA: 1) la Costituzione repubblicana, le vicende storiche e sociali che ne hanno costituito le fondamenta ed il nostro ordinamento istituzionale; 2) l’Unione Europea, status e cenni storici, con particolare riguardo al Manifesto di Ventotene, del 1944, ed al Trattato di Maastricht, del 1992, in forza del quale una semplice CEE, Comunità Economica Europea, istituita nel lontano 1957 con i Trattati di Roma, costituita di appena sei Paesi, Italia Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo, oggi è diventata un organismo più forte ed autorevole e ne conta ben ventisette; 3); l’Agenda Onu 2030, contenente i 17 obiettivi necessari per realizzare, a livello mondiale, uno sviluppo sostenibile. Ritengo opportuno ricordare il quarto obiettivo, che riguarda uno dei compiti più importanti delle istituzioni scolastiche europee e che così recita: “Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”.

L’auspicio è che una scuola di qualità sia in grado di raggiungere tutti i bambini del pianeta. Cosa che così non è, com’è purtroppo noto. In troppe zone – che sarebbe anche difficile definire Paesi – il lavoro, anzi lo sfruttamento minorile è largamente diffuso. Ed in altre abbiamo anche il fenomeno dei bambini soldato, che vengono educati – se così si può dire – non solo all’uso precoce delle armi, ma anche e soprattutto alle crudeltà che ne conseguono. Paesi in cui più di educazione civica sarebbe opportuno parlare di educazione ai più elementari sentimenti che dovrebbero caratterizzare i rapporti interpersonali: l’ascolto e il rispetto! Mah! La difficoltà di costruire un mondo migliore!

Fare come e perchè

Fare come e perchè

di Maurizio Tiriticco

Antonio Fundarò in un articolo dal titolo “Didattica a distanza, come rimodulare la progettazione delle attività didattiche”, pubblicato recentemente da edscuola.it, commentando la CM del MI del 17 marzo 2020, avente per oggetto “emergenza sanitaria da nuovo Coronavirus”, afferma tra l’altro quanto segue: “La didattica a distanza, molto più di quella in presenza a scuola, implica un coinvolgimento attivo individuale importante, sul quale i docenti non hanno possibilità di intervenire se non riprogettando e riadattando competenze, abilità e conoscenze anche se, per lo più, le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse. Si ricorda, infatti, che al dovere della scuola di attivare le modalità di didattica a distanza, modificando, talvolta profondamente la progettazione approvata ad inizio anno, corrisponde il dovere di partecipazione per gli studenti che sarà tanto maggiore quanto più adeguato sarà la rimodulata azione educativa-formativa”.

Non so quale vantaggio tragga il lettore insegnante da queste considerazioni. L’attività didattica – sia in presenza che a distanza – va sempre e comunque progettata. Mi piace ricordare il primo avvio della “progettazione educativa e didattica”, di cui al dm 9 febbraio 1979 relativo alle attività didattiche della scuola media. Ed è anche opportuno, quando sia il caso, riprogettarla: ad esempio, nel caso in cui dati obiettivi (ovvero le performance richieste ad ogni singolo alunno) si dimostrino troppo ambiziosi. Mi chiedo però che cosa significa affermare che “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. In realtà, in un’operazione finalizzata – semplice o complessa che sia – si realizza sempre uno stretto rapporto in crescendo – potremmo dire – che lega e sviluppa conoscenze, abilità e competenze. Un esempio banale: l’alunno “sa contare” (conoscenza), quindi è capace di acquistare un quotidiano (abilità). Poi, chiamato a svolgere una ricerca sul covid19, ovviamente eseguirà operazioni complesse e competenti, fondate  sulla ricerca delle fonti opportune.

In altri termini, un’azione competente è un insieme di attività strettamente connesse e a volte complesse, mirate ad un preciso scopo. Quando faccio la spesa al supermercato, si intrecciano tra loro molte operazioni: quali prodotti acquistare e perché; quali sono le disponibilità di danaro; quanti sono i membri della famiglia; quanto tempo dovranno durare; e mille altre variabili che non sto a dire. Sono esempi banali, lo so! Ma esistono attività lavorative professionali che richiedono progettazioni molto attente: il piastrellista, l’architetto, il medico, l’insegnante e tanti altri lavoratori devono conoscere bene il da farsi al fine di raggiungere un dato obiettivo, e devono valutare opportunamente tempi, modi, costi, eventuali difficoltà ed imprevisti. Pertanto CONOSCONO il da farsi, sono ABILI nel fare, COMPETENTI nel raggiungere l’obiettivo.

Ritorno alla citata considerazione di Fundarò: “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. Non ne capisco il senso. In realtà, ciascuna operazione finalizzata si intenda compiere, il rapporto che corre tra il conoscere, il fare (abilità) e il realizzare (competenza) un dato obiettivo atteso è molto stretto. In effetti, anche andare in pizzeria con gli amici richiede operazioni organizzative! Che, ovviamente, non sono quelle che attendono alla costruzione di un ponte! Ma alla gestione di una qualsiasi attività didattica, sì!

I bambini penalizzati

I bambini penalizzati

di Maurizio Tiriticco

Questo maledetto corona virus!!! Dal prossimo a.s. i nostri ragazzi a scuola, tra distanziamenti spaziotemporali, mascherine ed altre stravaganti misure atte ad evitare contatti e contagi, saranno come tanti soldatini, ubbidienti e allineati. Chetttristezzzaaa!!! Pare che le terribili visioni di Fritz Lang e di George Orwell si avverino! Autori che avevano previsto inimmaginabili, allora, situazioni difficili, anzi catastrofiche! E gli effetti funesti! I più vari! Tranne la pandemia del covid 19. Inimmaginabile!

Copio dal web — METROPOLIS è uno stupendo film muto del 1927, diretto da Fritz Lang, e considerato il suo capolavoro. Il regista ambienta il film in un futuro distopico (nel 2026, esattamente a 100 anni di distanza da quello di produzione del film, presentato in prima assoluta il 10 gennaio 1927), in cui le divisioni classiste sembrano accentuarsi. L’umanità è divisa in due classi: quella degli schiavi, che lavorano in fabbriche avanzatissime, ma sono costretti a vivere nel sottosuolo. Il film è tra le opere simbolo del cinema espressionista ed è universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza moderno, avendo ispirato pellicole quali Blade Runner e Guerre stellari.— 1984, NINETEEN EIGTHY-FOUR è uno dei più celebri romanzi di George Orwell, pubblicato nel 1949, ma iniziato a scrivere nel 1948 (anno da cui deriva il titolo, ottenuto appunto dall’inversione delle ultime due cifre). Le Monde lo posiziona al 22 posto della classifica dei 100 migliori libri mai scritti.

Insomma, la letteratura non ci risparmia visioni catastrofiche. La stessa cosa ritroviamo in testi lontani del nostro passato. Zoroastro e lo Zendavesta prevedono che la fine del mondo avverrà in seguito ad un incendio disastroso! E la stessa cosa ci dice Pietro nella sua epistola. Insomma, dopo il diluvio universale l’incendio universale. Dall’acqua al fuoco! E lo annunciano anche autori latini: Cicerone, Lucrezio, Vilrgilio, Ovidio! Insomma avremo un finale pirotecnico! Mah! Se questi annunci hanno un minimo di credibilità, viene da pormi questo interrogativo: è forse possibile che l’umanità sia condannata a vivere in un prossimo futuro secondo regole di comportamento che ne altereranno la sua originale natura? Forse, per la mancanza di contatti interpersonali, in un futuro non lontano avremo figli solo in provetta? E andremo forse verso un nuovo “peccato originale”? Sempreché ci siano alberi di mele! E sperando che una novella Lilith non voglia fare nuovamente le scarpe ad Eva!

Ma torno con i piedi per terra e penso ai nostri bambini e ai loro giochi! Con questo maledetto corona virus potranno ancora giocare? Perché in effetti, è vero che si può giocare da soli, ma il gioco quello vero è sempre in compagnia! Lo stesso saltatore olimpionico salta da solo, ma deve superare il salto dell’avversario! Non si gioca da soli! Solo io lo faccio, costretto a casa con i miei solitari di carte al PC!!! Ed il GIOCO, singolo e/o a due e in gruppo, per un bambino che cresce, è un passaggio importante, anzi determinante, ai fini della “costruzione del sé”. E non lo dico io! Ce lo ha insegnato Piaget, che ha costruito le sue ricerche osservando quotidianamente i figli e i loro compagni di gioco, non solo con l’occhio del genitore, ma anche con quello dello scienziato. Ed ha scoperto che lo sviluppo/crescita del nuovo nato si svolge lungo quattro fasi: 1) fisico/senso/motoria; 2) emotivo/affettiva; 3) cognitiva; 4) sociocollaborativa. E poi, in forza dell’epigenesi, l’area successiva ingloba quella precedente.

Ovviamente rinvio ai testi dell’autore l’esplicitazione del tutto e delle sue particolarità. In questa sede voglio solo sottolineare che la seconda fase piagetiana è una delle più importanti per la “presa di coscienza del sé”, in quanto anche e soprattutto “differenziazione dall’altro”. Ed è ciò che accade in un’aula/sezione della scuola per l’infanzia. Qui, con l’aiuto e la guida esperta della/e maestra/e, Antonio “prende consapevolezza di sé”, di ciò che sa fare ed imparare a conoscere per fare, “misurandosi con l’altro e con gli altri”. Basti pensare al girotondo! Quante cose avvengono! I bambini si contano; cooperano; tirano e mollano; destra/sinistra; avanti e indietro; su e giù; maschio e femmina;  alto e basso; movimento e ritmo; canto e comandi! E non so quante altre “cose” ancora!

Il gioco, pertanto, è presa di coscienza, consapevolezza e conoscenza di sé. In effetti “il sé” ha senso e consistenza solo in quanto esiste l’“altro da sé”. Lo stesso padreterno ha costruito l’universo per prendere coscienza di sé e del suo potere! Da solo… sai che noia!

Ora mi chiedo… e chiedo a chi ne sa più di me, alle maestre della scuola per l’infanzia: che accade se, grazie a questo stramaledetto corona virus – e lo chiamano anche corona! – in una sezione di scuola per l’infanzia, in un’aula scolastica i bambini devono essere distanti l’uno dall’altro non so quanti centimetri? E non possono neanche toccarsi? Su di loro, a mio vedere, di fatto si eserciterà una vera e propria violenza: ed il loro personale sviluppo/crescita ne risentirà! Ma forse dovrei chiudere con un interrogativo più che con un esclamativo! E chiedo a chi ne sa più di me di correggermi.

Cara Mastrocola!

Cara Mastrocola!

 di Maurizio Tiriticco

Stamane su Radio 24 quante chiacchiere della ineffabile Paola Mastrocola a proposito dell’educazione civica nelle nostre istituzioni scolastiche!!! Educazione civica nelle scuole per l’infanzia??? Orrore! Secondo la nostra autorevole scrittrice! Il fatto è che l’Educazione alla Cittadinanza attiva – che investe le scuole di tutta l’Unione Europea, ovviamente con tutte le differenze del caso – non significa tout court insegnare a bambini di tre anni com’è organizzato il nostro Stato democratico, su quali principi costituzionali si fondi e quali rapporti abbia con l’UE, ma ad aiutarli ad interiorizzare come e perché fondare i propri primi interpersonali rapporti. Il gioco e le sue infinite tipologie – sulle quali peraltro ho scritto tanto – è lo strumento primario perché i nostri piccoli alunni costruiscano, con la consapevolezza del Sé, sia corretti rapporti di reciprocità e di aiuto che l’apprendimento/costruzione del linguaggio. L’educazione civica – chiamiamola così – in effetti non è una cosa altra rispetto allo sviluppo/apprendimento del nuovo nato in un Paese autenticamente democratico. Laddove, ovviamente, i tre poteri di Montesqiueu siano veramente tra loro indipendenti L’educazione alla cittadinanza attiva e cooperativa costituisce la sostanza stessa dell’imparare a crescere, non solo da soli, ma anche e soprattutto anche con gli altri. Il che costituisce un forte punto di arrivo della ricerca educativa universalmente riconosciuto.

Copio dal web: “La Carta Europea sulla Educazione per la Cittadinanza Democratica e l’Educazione ai Diritti Umani, adottata l’11 maggio 2010 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa con Raccomandazione CM/Rec (2010), segna una tappa importante lungo il percorso che mira a ricapitolare all’interno di un approccio globale i vari filoni educativi: dall’educazione all’interculturalità all’educazione all’eguaglianza, dall’educazione allo sviluppo sostenibile all’educazione alla pace. Questi mantengono la loro specificità ma dentro un contesto di più ampio e integrato Sapere che pone al centro il principio del rispetto della dignità di ‘tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, eguali e inalienabili’, come recita la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.

Voglio anche ricordare alla nostra Mastrocola che nel settembre 2015 più di 150 leader internazionali si sono incontrati alle Nazioni Unite per contribuire a conoscere e sostenere il cosiddetto “sviluppo globale”, promuovere il benessere umano e proteggere l’ambiente. La comunità degli Stati ha approvato l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, i cui elementi essenziali sono i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS/SDGs, Sustainable Development Goals) e i 169 sotto-obiettivi, i quali mirano a porre fine alla povertà, a lottare contro l’ineguaglianza e allo sviluppo sociale ed economico. Inoltre riprendono aspetti di fondamentale importanza per lo sviluppo sostenibile quali l’affrontare i cambiamenti climatici e costruire società pacifiche entro l’anno 2030. Gli OSS hanno validità universale, vale a dire che tutti i Paesi devono fornire un contributo per raggiungere gli obiettivi in base alle loro capacità. Mi piace anche ricordare l’espressione adottata anni fa da Laurence Lentin relativa al cosiddetto “bagno linguistico” in cui si ritrova immediatamente il nuovo nato. Ovvero: dopo nove mesi di costruzione del Primo Se’ in assoluta solitudine, si trova proiettato sulla Terra ed a vedersela anche con lo spazio infinito del nostro Universo. O Multiverso, come ad alcuni piace definirlo.

Ma su queste questioni ho già scritto molto tempo fa. Si veda, ad esempio, “Una lingua non si insegna”, su edscuola.it.

La DAD secondo Recalcati

La DAD secondo Recalcati

di Maurizio Tiriticco

Un articolo inutile e non corretto quello di Massimo Recalcati su “la Repubblica” di oggi. L’autore afferma che la relazione è “la condizione di ogni didattica”: da ciò deduce che “non esiste didattica a distanza”. Su tale questione ho scritto tanto (si veda edscuola.it) ed ho ricordato che la DAD esiste da sempre, ed anche nella nostra scuola: i compiti a casa!!! A fronte dei quali si oppone la “didattica laboratoriale”, ovvero del “tutto in aula”, che molti insegnanti praticano e non da oggi. E liberano così genitori e figli dal flagello – in molti casi – dei compiti pomeridiani.

Recalcati afferma anche che occorre favorire l’interdisciplinarietà! Un vocabolo che, invece – come soleva ricordare Mario Alighiero Manacorda – è una vera e propria “volgarietà”. In effetti, chi se ne intende parla di interdisciplinarità, ed anche di pluridisciplinarità, multidisciplinarità, transdisciplinarità. Vocaboli che alludono ad attività di insegnamento/apprendimento diverse e non omologabili. E che sono note ai nostri migliori insegnanti. Ed ancora Recalcati insiste sulla necessità di “abolire definitivamente un uso solo sadicamente numerologico della valutazione ancora oggi tristemente diffusa anche nei licei più rinomati del nostro Paese”. E perché non anche nei meno rinomati – stando al suo pensiero – istituti tecnici e professionali?

Ma Recalcati non sa che, in materia di valutazione, le istituzioni scolastiche, in forza della loro autonomia, tra le competenze che sono loro riconosciute, “individuano inoltre le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale ed i criteri per la valutazione periodica dei risultati conseguiti dalle istituzioni scolastiche rispetto agli obiettivi prefissati”. Si veda il comma 4 dell’articolo 4 del dPR 275/99 relativo al “Regolamento recante norme in materia delle istituzioni scolastiche ai sensi dell’art. 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59”. Ne consegue che l’esercizio della valutazione non è una clava che si abbatte su insegnanti ed alunni, ma una varabile di una serie di attività molto articolate e complesse. Su cui ho scritto tanto!

Ma dirò di più: che, per rendere più attivo, produttivo e appagante l’insegnare ad apprendere, sarebbe anche possibile realizzare in aula con una data classe d’età una vera e propria codocenza! Che dire, ad esempio, di un insegnante di storia, un altro di lettere, un altro di tedesco e/o di francese compresenti, quando con una classe di alunni si affronta il Romanticismo? Su questa materia si veda, ad esempio, “Dalla compresenza alla codocenza”, a cura di Cosimo Scaglioso, Maurizio Tiriticco e Mario Bracci, edito dalla Tipografia. Valdarnese, di S. Giovanni V.no (AR). Si indicano attività in forza delle quali la didattica laboratoriale è più che soddisfatta! Anche per soddisfare il principio del “tutto in aula”. Mah! A volte mi chiedo: perché molte persone parlano e scrivono su tutto e di tutto? Mi piace loro ricordare quel motto latino che recita: “Sutor! Ne ultra crepidam”!

Lettera a Maurizio

Lettera a Maurizio Landini

di Maurizio Tiriticco

Caro Maurizio! I nostri tre sindacati confederali sono nati anni fa in un clima politico e sindacale molto diverso da quello dell’immediato dopoguerra, che invece aveva richiesto una forte unità dei lavoratori ed un’unica confederazione. Ecco un pizzico di storia, che conosci meglio di me! Prima dell’avvento del fascismo esisteva la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), fondata a Milano nel lontano 1906. Che poi fu soppressa dal regime fascista, che dette vita alle cosiddette “corporazioni sindacali” che “dovevano contribuire al conseguimento prioritario dell’interesse nazionale”. Così si legge sui documenti istitutivi che seguirono agli “accordi” di Palazzo Vidoni del 1925. Le quali però, in regime di dittatura sostenevano di fatto gli interessi dei padroni. E non poteva essere diversamente.

In seguito, con la vittoria sul nazifascismo ed il ripristino della democrazia, con il Patto di Roma del 1944, i lavoratori italiani ridettero vita al loro sindacato e costituirono la CGIL, Confederazione Generale Italiana del Lavoro, guidata dal grande Giuseppe Di Vittorio. Con il correre degli anni, il clima politico di grande unità e collaborazione antifascista entrò in crisi. E l’unità confederale si ruppe. E nel 1950 dalla CGIL, considerata troppo vicina al PCI, uscì la corrente – diciamo così – vicina alla DC, e nacque la CISL; nello stesso anno uscì anche la corrente – diciamo così – vicina al Partito Socialista, e nacque l’UIL. Fatti che tu conosci meglio di me, ma… 

Sappiamo che oggi l’orizzonte politico del nostro Paese è profondamente cambiato. DC, PCI e PSI, per non dire dei socialdemocratici, dei liberali, dei repubblicani, che tutti insieme, ai tempi della “Prima Repubblica”, davano luogo al cosiddetto esarcato, non esistono più. Com’è noto, oggi esistono il PD, la Lega, i Ciquestelle, Forza Italia, i Fratelli d’Italia e un Peppe Conte che, pur non eletto da nessuno e che non ha neanche un suo partito, come si suol dire, “comanda”. Una stranezza tipica dell’Italia di oggi? Senz’altro! E i partiti afferibili alle cosiddette grandi ideologie del secolo scorso non esistono più. Lontani anni luce, come i Guelfi e i Ghibellini! Come i patrioti delle Cinque Giornate di Milano e il feldmaresciallo Radetzky!

Ma oggi rilevo – e lo rilevi anche tu – che lo scenario politico che ha condotto alla rottura dell’unità sindacale è profondamente cambiato! Per cui, mi chiedo: stante la situazione socioeconomica del nostro Paese, a fronte delprofondo disagio dei lavoratori e di tanti inoccupati e disoccupati, a fronte di un contesto internazionale assai complesso, non sarebbe opportuno che i tre sindacati ricostituissero la preziosa unità di un tempo? Oppure la cosa è resa difficile perché – come spesso accade in politica ed anche a volte nella politica sindacale – non è facile che tre “poltrone” possano dar luogo ad una sola? In effetti, chi dovrebbe rinunciare alla sua? Tu non credo! E forse neanche Annamaria Furlan e neppore Carmelo Barbagallo.

Eppure, sai meglio di me che mai come oggi, con questo capitalismo sempre più internazionalizzato, aggressivo e subdolo, i lavoratori necessitano di un sindacato forte. E non solo nel nostro Paese! Perché, come dice un vecchio proverbio, è l’unità che fa la forza. Ed una volta c’era pura la testata di un grande partito che ogni mattina ci ricordava la necessità dell’unione continua e attiva di tutti i lavoratori! Il quotidiano “l’Unità”, appunto, fondato nel lontano 1924 da Antonio Gramsci. L’unità! Oggi è solo un ricordo! Ma anche un auspicio!

10 giugno 1940! Finalmente la guerra!

10 giugno 1940! Finalmente la guerra!

di Maurizio Tiriticco

estratto dal mio “Balilla Moschettiere


L’anno 1940 fu un anno importante per me e per tutti noi! Ci meravigliavamo del fatto che ancora non fossimo entrati in guerra! La Francia era lì… e nelle nostre canzoni del sabato pomeriggio: “Se ci viene il mal di pancia, piglieremo anche la Francia”! Adunate e marce! E si cantava! Rivendicavamo “Nizza, Savoia, la Corsica fatal”!!! E poi anche “Tunisi nostra sponda terra e mar”! “Malta baluardo di Romanità”! Ed ancora! “Di Malta lo strazio grida nel cuore d’Italia, l’audacia che irrompe e sfonda, britannici navigli schianterà”. E poi c’era Gibilterra e Suez, l’accesso vietato all’Atlantico e al Mar Rosso e all’Oceano Indiano! A noi era vietato, a noi che con le guerre puniche avevamo affondato non solo una flotta, ma un’intera civiltà – si fa per dire… confronto alla nostra… – Cartagine! E cantavamo: “Va’, gran maestrale! Urla, romba, ruggi con furor: stranier, via! Duce col rostro che Duilio armò, Roma, fedele a Te, trionferà!” L’attesa era snervante e avevamo tutti – noi balilla ovviamente – una gran voglia matta di menar le mani! Che cosa aspettavamo?

Ma l’attesa fu finalmente ripagata!!! Il 10 giugno… che giornata, ragazzi…  adunata a Piazza Venezia! E IO NON C’EROOO!!! E la sera di quel 10 giugno più fatttidddico – le doppie e le triple fanno tanto la cadenza mussoliniana – … grande discorso del Duce dallo storico balcone! Le adunate oceaniche di Piazza Venezia a noi abitanti del Lido di Roma – Ostia, più  modestamente – mancavano tanto! Il Lido di Roma era lontano di fatto, anche se il treno in poco più di mezz’ora ci portava a Porta San Paolo. Ma non era facile organizzare viaggi di manipoli di Balilla e Piccole Italiane dal Lido a Roma e viceversa! Roma per noi e Piazza Venezia, soprattutto, erano solo un sogno! Sapevamo che i balilla della Capitale montavano la guardia a Palazzo Venezia in certe occasioni e noi, balilla di periferia, morivamo di invidia! Ascoltavamo i discorsi del Duce alla radio e poi attendevamo con ansia che al cinema – il Cinema Impero, così si chiamava il cinema del Lido di Roma – giungessero i Giornali Luce!

Quel discorso fu memorabile! A memoria lo ricordo! Almeno penso!!! A scuola i discorsi più importanti li imparavamo a memoria! Anzi… ammmemoriaaa! Ma quello fu il più importante di tutti! Lo ascoltammo alla radio, io e i miei! Io sussultavo di gioia, di orgoglio! Sapevamo un po’ tutti che prima o poi saremmo dovuti scendere in campo contro i nemici di sempre! Francia e Inghilterra, che ci avevano imposto la vittoria mutilata! Che avevano mille colonie! Che erano potenze massoniche, giudaiche e plutocratiche… ecc. ecc. Un odio che covavo anch’io, nel mio piccolo! I miei genitori ascoltavano in silenzio, io gioivooo!!! A ogni parola del mio Duce, a ogni applauso, a ogni grido di giubilo della folla di Piazza Venezia! Non la vedevo, ma la immaginavo e la invidiavo! Mancare in quell’occasione, in quell’ora… irrevocabile – l’enfasi ci vuole – era per me molto molto molto doloroso! Che discorso quel discorso! Durò molto a lungo, perché la folla interrompeva in continuazione, applaudiva, era fuori di sé e gridava: Guerra! Guerra! Guerra! Duce! Duce! Duce!  Un discorso netto e chiaro, ma anche irrevocabile e duro… aggettivi che piacevano allora! Ecco il discorso… memorabbbileee!!!  Per intero!!!

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che la hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi e i sacrifici di una guerra, è perché l’onore, gli interessi, l’avvenire fermamente lo impongono, perché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate. Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose forze armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del Re Imperatore che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer , il capo della grande Germania alleata. L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: VINCERE! E VINCEREMO, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”

Ho evitato le interruzioni continue di applausi e grida: Duce, Duce, Duce… Sei tutti noi… Guerra, guerra… Vincere, vinceremo… e via dicendo, anzi, gridando… Ed io avevo il cuore in subbuglio…

Della DAD ed altre amenità

Della DAD ed altre amenità

di Maurizio Tiriticco

La fatica dell’insegnante! E’ bello dire oggi, in forza delle aule scolastiche deserte, che tutto si può insegnare a distanza. E che si tratta, quindi, di una bella esperienza anche per la scuola di domani, quando questo corona virus sarà un ricordo lontano. La DAD! Che bella invenzione! Facciamo tutto da casa! Insegnanti ed alunni. Oggi è possibile, ma grazie alle TIC più avanzate! Qualche decina di anni fa, invece… potevi attaccarti solo al telefono! E non c’era in tutte le famiglie!

Oggi nella scuola in presenza il rapporto interpersonale docente/alunni, o meglio docente/alunno x, y, z, ecc. non è sempre semplice da gestire da parte di un insegnante. Il che comporta una serie di fatiche. Pensiamo al fatto che un gruppo/classe di alunni – ma in effetti qualsiasi gruppo di persone – vede sempre il costituirsi di un mix di molteplici relazioni/interazioni. Pensiamo ad una classe di 20 alunni, cioè di 20 soggetti. In effetti ciò che conta non sono tanto le persone, VISIBILI; quanto le relazioni che intercorrono tra loro, INVISIBILI. in un gruppo di venti persone o alunni, le interazioni sono 20 x 19 = 380. Non lo dico io: lo dice la sociometria, la disciplina inventata dallo psichiatra rumeno Jacob Levi Moreno (1889-1974). Stando alla ricerca sociometrica, due membri (una coppia, o meglio una diade) attivano due relazioni; tre membri ne attivano sei; quattro membri ne attivano dodici! Pertanto, il numero dei membri del gruppo moltiplicato per lo stesso numero meno uno ci dà il cosiddetto “coefficiente relazionale”. Ne consegue che, per un insegnante, attivare, motivare, controllare, dirigere, valutare ed altro ancora, 20 alunni, di fatto equivale a dover gestire un insieme di 380 relazioni! Ed il che non è affatto una cosa semplice. Difficile in un’aula in presenza, ancora più difficile… nell’aria, in un’aula a distanza!

Comunque, non sarei così preoccupato, tanto meno adirato, nei confronti del “nuovo che avanza”, come si suol dire! Il problema è l’utilizzo che se ne fa. La polvere da sparo ha permesso l’invenzione del fucile, per sparare ed uccidere, appunto, ma ci ha anche consentito di scavare gallerie. Non puoi rinunciare al telefono per il pericolo che l’innamorato respinto ti chiami notte e giorno all’infinito! Per certi versi anche il buon Marshall McLuhan ci ha messo in guardia dal fatto che, con una incontrollata proliferazione delle TIC, il mezzo può anche diventare il messaggio… qualunque messaggio, anche il più scellerato. E che dire di Umberto Eco, che ha ironizzato in modo paritario – potremmo dire – sia nei confronti degli apocalittici che degli integrati? Per non riandare a Platone, che temeva che la scrittura irrigidisse la mobilità e la ricchezza del pensiero.

E, se un certo Gutenberg non avesse inventato la stampa a caratteri mobili, la Bibbia non avrebbe inondato tutti i Paesi del mondo! E dopo la Bibbia furono stampati tanti tanti altri libri, belli e brutti! Il che preoccupò non poco la Chiesa, che volle creare l’”Indice dei libri proibiti”! Vade retro satana! In effetti poi un certo Comenius, grazie alla stampa,pubblicò il primo sillabario, quel gigantesco album a fumetti – scusatemi il paragone un po’ casereccio – intitolato, appunto, “Orbis Pictus”, il mondo ad immagini! Menomale che esiste la stampa! Pensiamoci! Oggi come farebbero i nostri alunni a leggere l’incipit della Commedia? O la “preghiera alla Vergine”? O gli odiati “Promessi Sposi”? Ed io non avrei mai potrei leggere ieri “Le Ricordanze” o i fumetti dell’Uomo Mascherato, di Flash Gordon, di Mandrake. Parole e immagini! Sì quei fumetti che mia madre mi sequestrava puntualmente per tutte le ragioni che si possono immaginare! Solo i romanzi di Salgari e di Verne erano ammessi, ovviamente oltre alla pesantissima antologia e agli altri testi scolastici. Comunque, sempre evviva la stampa! La libera stampa! Che non tutti i Paesi conoscono! Oggi non potrei leggere “la Repubblica”! E neppure Martin Mystère! E Dylan Dog! E, per andare sul classico: Tex!

Ed oggi c’è la DAD! La possibilità di integrare il nostro lavoro di insegnanti con strumenti “altri”! La lavagna di ardesia l’ho utilizzata a iosa da alunno e da insegnante! La Lim mi è mancata! Peccato! Non vado oltre, altrimenti non mi leggete! Dico soltanto che lo strumento conta e serve per l’uso che ne sai fare! Non puoi rinunciare all’automobile per la paura di provocare un incidente! L’importante è saperla guidare.

Insomma, le poste in gioco sono sempre importanti.Riassumo il mio pensiero. La DAD è sempre esistita nella nostra scuola, e non ce ne siamo mai accorti: i “compiti per casa”!!! La quale potrebbe essere produttivamente sostituita dalla “didattica laboratoriale”: o meglio, in forza della DIP, “tutta la didattica in presenza in aula”. Il web e un corretto uso del pc consente oggi forme di apprendimento più produttive. In altri termini, OGGI in molte scuole c’è il cosiddetto laboratorio di informatica! E’ auspicabile che nelle nostre aule ogni alunno possa disporre di un PC. Non penso, ovviamente, ai primi anni dell’istruzione primaria, quando il nostro alunno deve imparare a leggere, scrivere e far di conto, ovviamente con le sue manine. Sapete meglio di me quali rapporti corrono tra cervello, occhio, mano, ai fini di un corretto e produttivo sviluppo/crescita ed uso degli strumenti!

Ed i primi e i più elementari strumenti, ai fini della costruzione di un rapporto efficace e produttivo, sono la carta/matita/pennarello! Quei disegni che sono spia – per chi li sa leggere – dei primi tratti fondanti della sua personalità, delle sue ansie e delle sue aspettative, delle sue paure e delle sue gioie! Mi piace ricordare che Anna Oiliverio Ferraris ha scritto in proposito un bel libro per la Bollati Boringhjeri, dal titolo “Il significato del disegno infantile”. Insomma, i bambini “parlano” sempre e comunque. Siamo noi adulti che, una volta cresciuti, ci siamo dimenticati quel linguaggio!

Ed è grave! Soprattutto per i nuovi genitori e per gli inseganti delle basse fasce di età.

La fatica dell’insegnante

La fatica dell’insegnante

di Maurizio Tiriticco

Che bello oggi, tutto a distanza! La DAD! Che bella invenzione! Facciamo tutto a casa! Insegnanti e alunni! Oggi è possibile, ma grazie alle TIC più avanzate! Qualche decina di anni fa, invece… potevi attaccarti solo al telefono! E non c’era in tutte le famiglie! Oggi nella scuola in presenza – ovviamente in situazioni di normalità – il rapporto interpersonale docente/alunni, o meglio docente/alunno x, y, z, ecc. non è sempre semplice da gestire da parte di un insegnante. Il gruppo/classe – ma in effetti qualsiasi gruppo di persone – vede il costituirsi di un mix di molteplici relazioni/interazioni. Pensiamo ad una classe di 20 alunni, cioè di 20 persone. In effetti ciò che conta non sono tanto le persone, VISIBILI; quanto le relazioni che intercorrono tra loro, INVISIBILI. In un gruppo di venti persone o alunni, le interazioni sono 20 x 19 = 380. Non lo dico io; lo dice la sociometria, la disciplina inventata dallo psichiatra rumeno Jacob Levi Moreno (1889-1974). Stando alla ricerca sociometrica, due membri (una coppia, o meglio una diade) attivano due relazioni; tre membri ne attivano sei; quattro membri ne attivano dodici! Pertanto, il numero dei membri del gruppo moltiplicato per lo stesso numero meno uno ci dà il cosiddetto “coefficiente relazionale”. Ne consegue che, per un insegnante, attivare, motivare, controllare, dirigere, valutare ed altro ancora, 20 alunni, di fatto equivale a dover gestire un insieme di 380 relazioni! Ed il che non è affatto una cosa semplice. Difficile in un’aula in presenza, ancora più difficile… nell’aria, a distanza!

La DAD, appunto! E il grande apporto che può dare la rete! Anzi, che la rete in effetti dà! Perché la rete oggi è una sorta di macroenciclopedia universale! Della quale solo i vecchi come me, forse, avvertono l’enorme importanza! Quando andavo a scuola – anni trenta – l’unico mio supporto era il libro di testo. Qualche libro in casa lo avevamo, libri tecnici di mio padre, qualche romanzo di mia madre! Ma i miei pensavano molto a me! Mi acquistarono tutti i libri per ragazzi della Scala d’Oro della Utet: mi ricordo la storia di Sigfrido e la saga dei Nibelunghi, le tragedie di Shakespeare – che io leggevo com’era scritto, Sachespeare – una ricca enciclopedia per ragazzi, ovvero “Il tesoro del ragazzo italiano”. Leggevo tanto! Non c’era la TV e mia sorella era più piccola di sei anni! Una distanza lunare! Cos mi lessi quasi tutto Salgari, “I Pirati della Malesia”, “Il Corsaro Nero”, “La cattura di Capodirame”, e l’immancabile “Ventimila leghe sotti i mari”, di Giulio Verne! Un autore che mi affascinava! “Viaggio al centro della terra”! “Cinque settimane in pallone”!Mi portava in terre lontane! E poi c’era Salgari, Emilio Salgari! I misteri della jungla nera! Tremal-Naik! Il Corsaro Nero! Ovviamente non mancava “Il Corriere dei Piccoli”! E c’era “L’Avventuroso” E poi “Topolino”! “L’intrepido” e “Il Monello” non mi piacevano tanto! Insomma le edicole in quegli anni erano piene della stampa per bambini e per ragazzi! Oggi invece c’è una sorta di morìa! Il “Topolino” settimanale oggi è un album piccolo piccolo con storie assurde! Mi chiedo: ma i bambini e i ragazzi oggi che cosa leggono, che sia veramente prodotto per loro? Qualche lettore mi risponda! Forse ci saranno dei libri: non so! Con questo maledetto Covid è da quel dì che non vado in libreria!

Mah! I bambini e i giovani d’oggi! Tutto cellulare! Tutto messaggini! E se sono sgrammaticati. poco importa! Tanto ci si capisce lo stesso! Quindi tutte coordinate! Subordinate? Mai oltre il “quando” ed il perché”! Ovviamente non vorrei il “conciossiacosaché”! Quindi, anche di qui la fatica dell’insegnante, oggi! In presenza o a distanza, la differenza è nella, di fatto! La mediazione della “macchina” in realtà c’è sempre! Il registro elettronico! Capo ha cosa fatta! Nessuna mediazione! L’alunno non può nascondere un quattro! E il genitore gode o si indigna. E in questo caso la colpa è sempre dell’insegnante! Le ingenue bugie del bel tempo antico! Ricordo ancora: gli ultimi anni del mio insegnamento nelle scuole, anni sessanta e settanta… il ricevimento dei genitori! “A professo’! Nunglielodicaammamaeappapà che ho preso quattro! Poi rimedio! Glielo prometto!

O tempora! O mores! O, se si vuole, quando la barca va, lasciala andare!

Il mio quattro giugno

Il mio quattro giugno (estratto dal mio “Balilla Moschettiere”)

di Maurizio Tiriticco

…Eravamo vicini, vicini alla fine, all’inizio di un nuovo giorno? Speravamo? Eravamo certi? Era difficile essere ottimisti, e si ascoltava la radio, anche Radio Londra… quei messaggi speciali, di cui non capivamo mai il significato. Poi agli inizi di giugno più nulla… I tedeschi c’erano ancora? Non c’erano più? Era difficile a dirsi. Da un quartiere all’altro della città si incrociavano le telefonate, ma la prudenza era sempre d’obbligo… In tutti i quartieri vigeva solo il silenzio! Niente passi marziali… perché i tedeschi anche in libera uscita marciavano, e sempre con lo stesso passo, a testa alta e con le facce aggrondate. Niente passi marziali, niente tedeschi! Davvero non c’erano più tedeschi a Roma? O stavano chiusi a doppia mandata nelle loro caserme?

2 giugno… niente, 3 giugno, niente, 4 giugno, niente… No! No! No! SIII!!! In serata una telefonata dal quartiere San Giovanni a un coinquilino: «So’ arivati l’americaniii!!! Ammazzeli, quanti so’!!! Ce so’ carri armati, camion, autoblinde, auto scoperte, piccole,  veloci, tante, tutti in fila… ammazza che sordati… rideno… e salutano pure…». La notizia si diffuse prestissimo, di pianerottolo in pianerottolo, di scala in scala, ma parole solo sussurrate… Il sottovoce era d’obbligo! Era vero? Era uno scherzo? Come mai qui da noi niente? Solo un grande silenzio in una bella notte serena. Con la luna di sempre…

Una notte insonne… avemmo altre conferme sempre dai quartieri di Roma Sud, ma a Roma Est niente, solo un silenzio di piombo, dietro le finestre o sulla grande terrazza del palazzo… e neanche un colpo di fucile… come erano entrati? Roma era città aperta, c’era pure il Papa, ma… con i tedeschi c‘era poco da scherzare…Possibile? Avevano lasciato Roma, così, senza ferire, senza neanche un colpo di fucile?

All’alba uno scoppio tremendo, poi qualche colpo di fucile, una sparatoria, lontana, veniva da Monte Sacro, poi il silenzio. Che era successo? 

Alle prime luci del mattino cominciammo pian piano a mettere il naso fuori della finestra e a uscire di casa, prima due a due, poi sempre di più, alle 8 eravamo tutti fuori casa! La Via Nomentana si animava, si animava sempre di più, e tutti verso Monte Sacro, verso il ponte sull’Aniene, non quello vecchio, quello romano su cui passa la Via Nomentana, quello nuovo, il Ponte Tazio, degli anni Venti, che collega la città alla Città Giardino, un quartiere tutto nuovo, tutte villette e, ovviamente giardini.

Il ponte Tazio si presentava con uno squarcio terribile. Era impraticabile alle auto, non ai pedoni. I tedeschi in fuga avevano tentato di farlo saltare. C’era stato un conflitto a fuoco. Ricordo una jeep – non sapevamo ancora che certi mezzi veloci degli americani si chiamavano così – a fianco sulla strada con il muso sul marciapiede; un gran telone la ricopriva e da un lato fuoriusciva lo stivaletto di un militare. Una piccola folla intorno. Un militare americano ucciso nel conflitto a fuoco dell’alba. Poi giunse un altro mezzo americano e portò via jeep e il soldato morto. LA FINE DELLA GUERRA… tutti pensavamo così! LA FINE DELLA GUERRA, anche quella personale, che ciascuno di noi lì presenti aveva subito.

Quel cinque giugno fu una gran festa! Quale meraviglia! Quali meraviglie! Soldati con divise a noi sconosciute! Tutti in camicia! E che belle stoffe! Niente grigioverde, niente fasce ai polpacci! Niente scarpe chiodate! Scarponcini leggeri, elastici! E poi volti sereni! Bei ragazzi, ridenti, alti, ben nutriti! Con la barba fattaaa!!! Divise semplici, comode, pulite! E sembravano disarmati… E parlavano con noi, volevano parlare e cantavano e volevano che noi cantassimo. Canzoni napoletane e poi “Oi Marì, oi Marì, quante notti ho passato con te”, e “O sole mio…” e distribuivano sigarette e gomme americane, quelle a barretta, incartate, bellissime, non quelle a palline colorate, a cui eravamo abituati e che sembravano biglie.

Passavano e passavano camion militari con le radio accese… ma non erano canzoni di guerra… e i soldati ci lanciavano sigarette tavolette di cioccolato, merendine, ed erano sempre ridenti! Non sembravano soldati in guerra! E c’erano pure soldati negri – allora non dicevamo neri – anche loro ridenti… 

E poi non capivamo chi fossero gli ufficiali e se ci fossero. Erano tutti vestiti allo stesso modo. Mai un saluto militare! Ma chi li comandava? Poi capimmo che i graduati avevano una spilletta particolare sul collo della camicia. E parlavano con i soldati semplici come fossero vecchi amici, senza nessuna di quelle formalità a cui eravamo abituati. Da noi sempre scattare, sempre sbattere i tacchi, sempre sull’attenti di fronte a un graduato, che fosse un caporale o un generale! Noi avevamo altre abitudini! “Heil Hitler”, oppure “Saluto al Duce”! Sempre saluti romani! O militari! I soldati americani non scattavano sull’attenti quando passava un graduato! Cominciavamo a toccare con mano la democrazia… Allestirono un campo nella pinetina tra la Via Nomentana vecchia e Corso Sempione, poi in pochi minuti piazzarono una batteria di cannoni sul pratone costeggiato dall’ansa dell’Aniene,… e cominciarono a sparare in direzione nord contro i tedeschi in fuga. Partivano i proiettili e chissà dove arrivavano….

Roma, 4 giugno 1946/2020

Il mio lontano “due giugno”

Il mio lontano “due giugno”

di Maurizio Tiriticco

Quel 2 giugno del 1946 non potei votare, perché non avevo ancora compiuto 21 anni, la maggiore età di allora. Però mi ero dato un gran da fare, iscritto alla Sezione del PCI “10 Martiri” di Montesacro. Comizi, riunioni, manifesti, volantini! La passione civile, più che quella politica, era molto alta! Dopo anni di guerra, bombardamenti, distruzioni, fame, paure… Oggi, questo 2 giugno 2020 – sono trascorsi 74 anni – è una semplice “ricorrenza”, ovviamente festosa, almeno per la stragrande maggioranza dei miei concittadini, anche se il corona virus impone forti limitazioni alla nostra libertà di festeggiare!

Ma allora fu una giornata straparticolare! Le lunghe file ai seggi! Votavano per la prima volta in Italia anche le donne!!! In effetti, dopo millenni, erano cittadine con tutti i diritti! Eguali a quelli degli uomini! Mia madre – ricordo – era profondamente commossa! Si sentiva prima di tutto persona! Non solo sposa e madre! Persona/cittadina che poteva decidere delle sorti di un Paese che per la prima volta poteva considerare anche SUO! Non più suddita che doveva soltanto obbedire!

Dopo cinque anni di guerra, di fame, di bombardamenti, di occupazione tedesca, legalizzata purtroppo dal Governo della cosiddetta Repubblica di Salò, finalmente ciascun cittadino italiano poteva dire la sua! L’emozione era grande! Mia madre aveva una gran paura di sbagliare! Le dicevo: “No, mamma! E’ semplice! Devi fare un segno di croce sul riquadro della Repubblica. E poi dovrai anche votare per i deputati che all’”Assemblea Costituente” dovranno scrivere la Costituzione!” Finalmente avremmo detto addio allo “Statuto Albertino”, quello che Carlo Alberto, dopo i primi moti rivoluzionari del 1848, aveva concesso ai suoi sudditi – ovvero sottoposti – ai cosiddetti regnicoli! Altro che cittadini!!!

Quello stesso Statuto che in seguito Mussolini, con il consenso di “Re Pippetto” – ovvero Vittorio Emanuele III, quel traditore che l’8 settembre fuggì da Roma con tutta la sua corte per riparare a Brindisi presso gli Alleati che dal Sud stavano liberando il nostro Paese – aveva stracciato di fatto instaurando la sua dittatura! Insomma, quella giornata, che oggi è una ricorrenza festosa, in quel lontano 1946 fu una giornata di passione! Il resto è noto! Vinse la Repubblica! E i nostri deputati costituenti, uomini e donne, di tutti i partiti antifascisti, molti dei quali erano stati nelle galere fasciste o confinati a Ventotene o costretti a riparare all’estero, scrissero la nostra bella Costituzione, una delle più belle del mondo! E non lo dico io! Oggi è una giornata di festa! Ma allora fu una giornata di vera passione! Politica e civile!

Ed in questa ricorrenza mi piace riportare parti del discorso che Piero Calamandrei tenne ai giovani a Milano il 26 gennaio 1955 sull’origine della nostra Costituzione:

“””La politica è una brutta cosa, che me ne importa della politica!” Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente la storiella di quei due emigranti che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorge che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. Impaurito, domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. E Beppe risponde: “Che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’indifferentismo alla politica.

“Quando io leggo nell’art. 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è MAZZINI! Quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è CAVOUR! Quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è CATTANEO! Quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è GARIBALDI!   E quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è BECCARIA! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta”””.

Roma! Festa della Repubblica 2020

Nihil sub sole novum!

Didattica a distanza? Nihil sub sole novum!

di Maurizio Tiriticco

Oggi si discute tanto di didattica a distanza, ma… di fatto la nostra SCUOLA DEL MATTINO l’ha sempre esercitata, per legge! E non ce ne siamo mai accorti! Eppure da sempre la nostra scuola si è caratterizzata per i cosiddetti compiti a casa: o per casa. Assegnati sui diari degli alunni e puntualmente registrati sui diari di classe. E da svolgersi, ovviamente, al POMERIGGIO, a distanza temporale: dopo il TEMPO SCUOLA del mattino! Ansie e dolori! A volte anche per i genitori. Fortunati gli alunni con i genitori “dottori”! Meno fortunati gli alunni con i genitori “normali”! Fortunati i Pierini! Sfortunati i Gianni! Per dirla con Don Milani. Quindi una didattica “ingiusta”: una didattica che, di fatto, ha sempre completato – non dico “arricchito” – la didattica in presenza, cioè quella condotta vis a vis docente/alunno in aula al MATTINO. E che continua ad esistere: anzi, a resistere. Ovviamente in attesa della riapertura delle scuole! A quando? Chissà!

Mi chiedo, e non penso di essere il solo: come superare questa didattica tradizionale, che di fatto fa scivolare l’“aula scolastica” fin dentro le “case” degli alunni? Occorre considerare che l’aula scolastica ha sempre un pregio: rende “eguali” alunni che in effetti sono “diversi” per censo – come si suol dire – o meglio, per condizioni socioeconomiche famigliari. I grembiuli di una volta, azzurri e neri, con tanto di fiocco bianco al collo sottolineavano l’uguaglianza di tutti… ma solo nelle aule scolastiche.Purtroppo! Pierino ha sempre una madre pronta a soccorrerlo; Gianni, invece, a volte deve soccorrere la madre, adoperarsi per contribuire a sostenere l’economia familiare. E il Libro Cuore, che nessuno oggi più legge, è pieno di queste situazioni e vicende “strappacuore”! Il Maestro Perboni la Maestrina dalla penna rossa, e gli alunni: Franti, il malvagio; Garrone, il buono, testa grossa, spalle larghe; Derossi il primo della classe. Non personaggi, ma “persone vere”! Ed anche cittadini – o meglio sudditi – diun Paese cha da poco aveva ritrovato la sua Unità nazionale. O gli era stata imposta? Non entriamo nel merito dei fatti! Per carità di Patria, appunto!

Torniamo a noi! Mi sembra doveroso dire che, a fronte di questa “didattica tradizionale”, si oppone la “didattica laboratoriale”, scoperta dal nostro Ministero soltanto con i provvedimenti di riforma dell’inizio degli alunni 2000. Alludo alle “Indicazioni nazionali”, quelle relative alla scuola dell’obbligo e quelle relative ai licei. Ed alle “Linee guida”, quelle relative agli istituti tecnici e quelle relative agli istituti professionali. Si tratta di una didattica che, se correttamente applicata, prevede una sorta di “tutto in aula”! Nonché la fine, od una larghissima attenuazione, dei “famigerati” compiti a casa: “croce e delizia”, e non solo, “al cor”!

Entro nel merito. Con una corretta e produttiva “didattica laboratoriale”, condotta di fatto in aula, si può romperedefinitivamente la modalità della lezione/ascolto e realizzare, invece, una didattica attiva, collaborativa: si ha l’insegnante che guida al lavoro! Pertanto, “tutti si lavora” o,meglio ancora, si scopre, si produce! Da parte degli alunni, ovviamente, singolarmente ed insieme. Di qui la metafora dell’”insegnante muto”! Che ho adottata in tanti miei scritti: un insegnante che “non parla”, ma “fa parlare”. L’insegnate animatore! O animattore! Non entro nel merito; basta cliccare sul web: ci sono tanti miei scritti in merito. In forza di tale metodologia, gli alunni sono attivi, individualmente e/o in piccoli gruppi: che poi non sono sempre gli stessi! A volte sono gli alunni che si scelgono; a volte gli insegnanti che li costituiscono. E si ha così un’aula in cui non si è attenti all’ascolto di una lezione, ma al lavoro che è assegnato e, soprattutto, condiviso. Ciò non significa che la lezione viene abolita tout court! Nella vita si è spesso esposti ad informazioni cosiddette discendenti, orali e scritte; si pensi al discorso di un politico, o alla noiosissima relazione dell’amministratore di un condominio. Quindi tenere una tantum una lezione e far prendere appunti è necessario e importante! Ed è anche importante vedere insieme alcuni degli appunti presi. Per Pierino è stata significativa una “cosa”; per Gianni un’altra!

Insomma, è bene che una “classe” di alunni sia divisa in “gruppi” con diverse motivazioni ed attese, via via ricostituiti. E tutti “lavorano”, ricercano, discutono, copiano/incollano anche, ma con un crescente spirito critico, con intelligenza. Ed oggi è più che possibile! Per il grande aiuto del web, del pc e la possibilità di accedere ad informazioni di ogni tipo. C’erano una volta – e ci sono ancora – le biblioteche scolastiche alle quali, però si accedeva ogni morte di papa. Comunque le informazioni assunte dal web non sono mai da prendere per oro colato, ma con le molle, come si suoldire, e tante. Perché tante sono la fake news che girano. Pertanto è importante imparare anche a considerare il peso,il valore, l’autenticità di una informazione: di una data, un nome, un fatto, e di tante altre “cose” ancora!

Si viene così a rompere definitivamente la sacralità del “libro di testo”! O meglio di quella ghiotta merce da vendere: ghiotta per autori ed editori. Sono volumi che di anno in anno diventano sempre più pesanti: straricchi di immagini, letture, note, prove di verifica. Tutte “cose” spesso inutili e che fanno perdere di vista la realtà sostanziale di un fatto, di una informazione: ma non le tasche di autori ed editori.Oggi, con gli strumenti informatici di cui disponiamo, il “libro di testo” non si compra, non si studia a casa da pagina tot a pagina tot! Si costruisce, invece, in aula. Ed alla fine dell’anno, gli alunni della classe x hanno prodotto il loro “libro”, o meglio gli esiti delle loro ricerche. Da conservare e mostrare anche ai loro genitori. Ma su questa complessa materia, la “didattica laboratoriale”, mi piace rinviare ad un webinar, prodotto per Tuttoscuola dalla Professoressa Patricia Tozzi, maestra in materia! Basta un click!

In conclusione una didattica autentica – mi piace questo aggettivo – è sempre una didattica laboratoriale. Il fatto che oggi – non ieri – sia sollecitata in presenza o a distanza cambia poco. Oggi disponiamo, a portata di un click, di molte delle informazioni di cui necessitiamo. Ovviamente non tutto lo scibile, non tutto ciò che si è prodotto in ambito scientifico e letterario è sul web, ma molte delle informazioni di cui necessitiamo sono reperibili. Per quanto mi riguarda, ricordo la grande fatica che dovevo fare io, con scarsa memoria, per accedere a una fonte, a un dato a una data, scavandola – letteralmente – tra i volumi della mia libreria! Ora la mia libreria è sul web! O anche sul web! E così potremmo essere tutti più ricchi di dati, informazioni, conoscenze! Solo se lo volessimo!

Giorgia… Resiste!

Giorgia… Resiste!

di Maurizio Tiriticco

Mi chiedo: il prossimo 2 giugno, Festa della Repubblica nata dalla Resistenza contro il nazifascismo, Giorgia Meloni che ci azzecca a Piazza del Popolo? Quale Popolo? Non certo quello italiano! Ma il Suo Popolo! E debitamente targato: quello neofascista! Che, ovviamente, non dovrebbe esistere perché la nostra Costituzione repubblicana afferma chiaramente: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.» Si veda la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana.

E Giorgia, onorevole deputata alla Camera dei Deputati, ha anche giurato fedeltà alla Repubblica e alle sue istituzioni. Questo è il testo: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione».

Occorre dare ulteriori informazioni a proposito della nostra Giorgia, che il 2 giugno – ripeto – “festeggerà” una Repubblica che di fatto non avrebbe mai voluto, inseguendo i sogni della “Roma Imperiale”, di mussoliniana memoria. Ecco un pizzico di storia. Noi Italiani il 28 ottobre 1922 siamo stati affidati – si fa per dire – da Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia, nelle mani di un certo Benito Mussolini, che passo dopo passo impose al Paese una feroce dittatura. Come non ricordare il delitto Matteotti? E l’arroganza di Mussolini, che alla Camera dei deputati il 3 gennaio 1925, di fatto giustificò l’infame delitto. Ecco alcuni passi del suo discorso: “Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi”.

Arroganza a non finire di un uomo che si accingeva ad imporre il cappio ad un intero popolo! Con il beneplacito del Re! Ma molti anni dopo, esattamente il 25 luglio 1943, Re Pippetto, alias Vittorio Emanuele III, Re d’Italia e di Albania e Imperatore d’Etiopia, quando comprese che una guerra rovinosa gli sarebbe costata la triplice corona, fece “impacchettare” il dittatore da un drappello di carabinieri, l’arma “da secoli fedele”. Le successive vicende sono note! Il Re e la sua corte, nella notte dell’8 settembre 1943, dopo aver pubblicato la notizia della resa e della firma dell’armistizio, fugge da Roma, per riparare a Brindisi liberata dagli Alleati, nelle braccia dei nuovi amici, lasciando il suo amato popolo nelle mani dei tedeschi. E questi, per tutta risposta, trattarono gli Italiani come dei traditori: l’eccidio delle Fosse Ardeatine fu solo uno delle centinaia di massacri che caratterizzarono l’occupazione. La guerra in Italia cessò in quel meraviglioso 25 aprile 1944. Fu restaurata la democrazia e in seguito, sull’onda della Resistenza contro il nazifascismo, la “giuria popolare”, in quel meraviglioso 2 giugno del 1946, votò per la Repubblica.

Sarebbe interessante conoscere qual è la lettura che di questi complessi avvenimenti fa la nostra Giorgia Meloni: che proprio il prossimo 2 giugno, parlerà a Piazza del Popolo! Com’è noto, Giorgia Meloni è stata la pupilla di Giorgio Almirante che, “ai tempi del Duce”, aveva diretto la rivista razzista antisemita “La difesa della razza” e che, durante la “Repubblica di Salò”, alla quale ovviamente aveva aderito con entusiasmo, si era arruolato nella “Guardia Nazionale Repubblicana”. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del Ministero della Cultura Popolare, presieduto da Fernando Mezzasoma. Dopo la guerra Almirante fu tra i più autorevoli e convinti fondatori del Movimento Sociale Italiano, di chiara ispirazione neofascista nonché tollerato dalla nostra Repubblica democratica. In seguito fu tra i fondatori del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Ed al Fronte la nostra Giorgia Meloni aderisce nel 1992, a soli 15 anni, con convinto entusiasmo. Nel 1996 diviene responsabile nazionale di Azione Studentesca, il movimento studentesco di Alleanza Nazionale, che rappresenta anche al Forum delle associazioni studentesche istituito l’11 luglio 2002 dal Ministero dell’Istruzione (Ministro pro tempore Letizia Moratti).

Il cursus honorum della nostra Giorgia si svolge rapidamente! E’ intelligente e capace. A soli 31 anni diventa Ministro per la Gioventù: esattamente dall’ 8 maggio 2008 al 16 novembre 2011. E poi, e poi… giungiamo ai “Fratelli d’Italia”. Copio dal web: “Fratelli d’Italia è un partito politico italiano, guidato dal 2014 da Giorgia Meloni in qualità di Presidente. Fondato il 21 dicembre 2012, ha assunto nel 2014 la denominazione di Fratelli d’Italia filiazione di Alleanza Nazionale, mantenuta fino al 3 dicembre 2017. Attualmente Giorgia Meloni dirige dal 2014 il partito denominato “Fratelli d’Italia”, filiazione di Alleanza Nazionale”.

Cara Giorgia! Ma proprio il 2 giugno devi fare il tuo comizio? E a Piazza del Popolo? Nooo!!! Tu che c’entri con il 2 giugno? Aspetta il 28 ottobre… a Piazza Venezia… dallo storico balcone! So che questo è il tuo sogno! Che mai diventerà realtà!

La mia didattica laboratoriale

La mia didattica laboratoriale

di Patricia Tozzi

Le ragioni di una “didattica laboratoriale” da adottare nelle nostre scuole sono molteplici, anche e soprattutto perché si tratta di una didattica vincente. E non lo dico io. Sul sito dell’Indire leggiamo: “La metodologia del laboratorio è un approccio che dà spazio ad un potenziamento dell’offerta formativa della scuola e nella quotidianità scolastica, incentiva un atteggiamento attivo nei confronti della conoscenza sulla base della curiosità e della sfida. La didattica laboratoriale comprende qualsiasi esperienza o attività nella quale lo studente riflette e lavora insieme agli altri, utilizzando molteplici modalità apprenditive, per la soluzione di una situazione problematica reale, l’assolvimento di un incarico o la realizzazione di un progetto. Lo sviluppo di competenze e l’apprendimento concreto sono risultati di un percorso pratico, di riflessioni fatti sul proprio agire e in conseguenza di una interiorizzazione del processo di apprendimento sperimentato”. In effetti, come sostiene Giuseppe Giusti in un noto epigramma inviato a Gino Capponi, “Gino mio, l’ingegno umano partorì cose stupende, quando l’uomo ebbe tra mano meno libri e più faccende”. Insomma, se nel rapporto tra il sapere e il fare, il sapere vuole farla da padrone, il fare viene meno.

Ovviamente in tempi di corona virus e di didattica a distanza, l’assenza dell’aula, delle aule laboratorio e, soprattutto del contatto vis a vis docente/alunni, rendono di difficile attuazione una didattica laboratoriale. Che, a giudizio di tutti, è sempre quella vincente. Una didattica che io, insegnante di matematica e scienze nella scuola media, oggi in pensione dal settembre 2017, di fatto ho sempre adottata. Al proposito ho ritrovato alcuni appunti che mi piace riproporre. E proprio oggi, in tempi di corona virus, in cui sembra dominare un’altra didattica, quella “a distanza”, la quale per altro, se concretamente attuata, poco o nulla dovrebbe togliere a quella in presenza. Ovviamente, ad alcune condizioni che non sono materia di queste mie riflessioni. Anche perché oggi una “didattica laboratoriale”, in tempi di corona virus è una didattica impossibile.

Procedo con i miei ricordi. Come fossero realtà! I miei alunni del corso D dell’Istituto Comprensivo “Leonardo da Vinci” di Roma sono stati coinvolti nell’intero triennio in un percorso laboratoriale che riguarda lo studio della matematica e delle scienze. Ho chiamato il mio progetto “TUTTO A SCUOLA”, perché i miei alunni lavorano solo a scuola e, grazie a questa metodologia laboratoriale, riesco a ottenere straordinari risultati senza che io debba assegnare, se non in casi rarissimi, i tradizionali “compiti a casa”. Ho capovolto l’azione didattica con una didattica “rovesciata” che mette al centro l’alunno, il quale costruisce in itinere in aula il suo percorso di apprendimento.

Non c’è la lezione frontale di una certa cattiva tradizione, non ci sono compiti aggiuntivi oltre l’orario scolastico: si lavora in laboratorio, in aula, in gruppo; l’apprendimento è fortemente cooperativo e condiviso. Una metodologia che il mio amico, l’ispettore Maurizio Tiriticco, ama definire dell’“insegnante muto”. O meglio che poco parla, ma molto fa e fa fare. Perché in effetti, un po’ “muta” sono anch’io, quando assisto ai lavori dei miei alunni in aula. Perché sono loro che apprendono lavorando. Il mio “fare” è un sostegno, una sollecitazione, una guida, una correzione quando necessita. In effetti non voglio che loro credano che io sia depositaria della verità. Il vero si scopre, non viene proposto, tanto meno imposto! Basti pensare alla lezione cattedratica! “Io sono il verbo”: sembra dire l’insegnante!No! Io sono per la metodologia dell’”insegnante muto”.

Il mio progetto è molto diverso dalle ormai famose FLIPPED CLASSROOM e da tutti quei metodi che prevedono che sia il docente a preparare e mettere on line il materiale che poi gli alunni debbano studiare a casa. I miei alunni studiano a scuola e sono veramente bravi!

L’ambiente in cui operiamo può essere l’aula, se l’attività non richiede particolari attrezzature; comunque, può essere anche qualsiasi laboratorio attrezzato (aula Lim, laboratorio multimediale, laboratorio scientifico, biblioteca, ecc.) e può essere variato durante l’anno a seconda delle esigenze e di ciò che è stato programmato. In questo laboratorio si progetta, si sperimenta, si ricerca e tutti esercitiamo la nostra creatività. Io stessa mi sono ritrovata a guidarli a produrre inviti, volantini, brevi articoli, addirittura bellissime poesie!!! In tal modo ogni attività è fortemente personalizzata, ma anche condivisa nel gruppo, perché consente a ciascun allievo di acquisire un metodo di lavoro personale e di utilizzare le sue attitudini e la sua personale intelligenza.

La motivazione, la curiosità, il metodo della ricerca, l’uso di uno stile cognitivo piuttosto che un altro permettono agli alunni di costruire un percorso individuale mediato poi con il gruppo. Le ricerche vengono tutte fatte a scuola, nel laboratorio informatico, dove vengono anche letti libri, articoli di giornale. Viene usato materiale che documenta il lavoro svolto dagli alunni negli anni precedenti e che è diventato una ricca fonte di documentazione. I concetti vengono rielaborati, sintetizzati; il confronto fra gli alunni e con me è continuo. L’approccio ad internet è fortemente controllato, programmato, guidato e procede per gruppi. Non lascio mai che l’intera classe vada contemporaneamente in internet, non potrei controllare tutto; l’organizzazione prevede che i gruppi possano accedere un quarto d’ora/venti minuti a turno secondo quanto programmato (ad esempio i gruppi della prima fila il primo quarto d’ora, i gruppi della seconda il secondo quarto d’ora e così via…).

Nella mia carriera non ho mai assegnato ricerche da fare a casa: le ritengo inutili e distraenti. In realtà, quando sono condotte nel laboratorio informatico o con la Lim, generano curiosità, motivazione e apprendimento. E non si riducono al solito copia/incolla, perché necessitano di rielaborazione continua e di sintesi.

Penso, tuttavia, che occorre intendersi meglio sul significato di “insegnante muto”. Nella mia esperienza alterno momenti di breve lezione a momenti di interlocuzione con i gruppi, a momenti di osservazione dei processi. Il primo quarto d’ora è, di solito, un brainstormingdi riflessione, durante il quale io guido e modero gli interventi per costruire con gli alunni una mappa concettuale. Poi loro lavorano e io faccio il tutor.

Il lavoro svolto viene salvato su chiavette usb che rimangono sempre a scuola e alla fine dell’anno tutti i prodotti che sono il risultato di un anno di apprendimento, e sui quali sono stati condotte verifiche orali e scritte, vengono illustrati ai genitori e a tutti quelli che vogliono partecipare, che possono fare domande e sentono e vedono per la prima volta parlare i loro figli in modo diffuso su un dato argomento. I genitori non hanno mai visto studiare a casa i propri figli e rimangono strabiliati dalle loro capacità di comunicare, argomentare, confrontare e rielaborare e soprattutto dalla loro creatività, che viene sintetizzata in power point straordinari o in progetti di ricerca sul territorio elaborati con la statistica e spiegati in quel contesto.

Tutto il lavoro, svolto a scuola, diventa un bellissimo e sintetico “libro di testo”, con i contenuti essenziali relativi al programma di quell’anno, oppure un testo divulgativo e creativo, divertente ed originale, sulla storia della matematica e delle scienze, punto di partenza per la trattazione approfondita di alcuni argomenti. Se, ad esempio, parliamo di Archimede, approfondiremo poi le leve, il principio di Archimede ecc. Se parliamo di Newton, parleremo della luce, della gravitazione universale, dei principi della dinamica, ecc. Nella classe terza spesso introduciamo un percorso statistico di ricerca sul territorio inerente sempre agli apprendimenti da promuovere.

Questa attività laboratoriale l’ho pensata inizialmente soprattutto per motivare gli alunni con qualche difficoltà, in particolare gli alunni con Bisogni Educativi Speciali, perché progetti mirati permettono la personalizzazione degli apprendimenti e ogni alunno fa ciò che può con quello che sa e apprende facendo.

Ho superato da tempo l’organizzazione rigida della classe e la concezione trasmissiva dell’apprendimento che, nelle nostre scuole, è ancora invece prevalente. Io taccio e osservo ma, lo confesso, non è stato semplice accettare una classe non muta ma vivace e dialogante! Il lavoro di gruppo non è quasi mai silenzioso.

Va, secondo me, superata la concezione trasmissiva dell’insegnamento, che dà maggiore sicurezza agli insegnanti, ma non consente di cogliere tutti quei processi in cui gli alunni sono coinvolti. Il dialogo, il confronto continuo sono alla base della mia “classe rovesciata” e in questo sono certamente più “muta” di prima. La mia classe è un osservatorio privilegiato anche delle competenze di cittadinanza, che gli alunni via via acquisiscono; l’interlocuzione è continua e anche io mi immergo in una affascinante avventura di ricerca, non finisco mai di imparare e di stupirmi della bravura dei miei alunni.

Alla fine dell’anno i miei alunni costruiscono il loro prodotto finale, un bellissimo libro di testo che rimarrà sia in formato Word o Power point che in formato cartaceo ed avranno acquisito, oltre che competenze disciplinari, anche competenze trasversali e di cittadinanza attiva: hanno imparato a imparare, comunicano correttamente i risultati del loro lavoro, hanno conoscenze matematiche, scientifiche e tecnologiche, competenze digitali, sociali e civiche (imparano a confrontarsi e a rispettare le opinioni, a gestire i conflitti) e imprenditoriali (sanno fare un progetto e portarlo a termine nei tempi previsti).

In matematica, dopo l’inevitabile spiegazione, lavorano in gruppi eterogenei, anche fuori dall’aula (se un alunno si assenta, ha un quarto d’ora di recupero della attività svolta nelle lezioni precedenti da parte di un compagno) e uso molto il peer-tutoring perché i più portati fanno da guida a quelli con intelligenze di tipo diverso. E i risultati sono sempre estremamente positivi. Qualche compito a casa talvolta viene assegnato per consolidare alcuni percorsi, ma è tutto organizzato per un giorno settimanale concordato con i genitori ad inizio anno. Quando assegno i pochissimi compiti, i ragazzi sanno che sono obbligatori.

La lezione di matematica comincia con l’esposizione degli obiettivi che si intendono raggiungere e alla fine della lezione si ripercorrono gli obiettivi prima enunciati e gli apprendimenti conseguiti, per verificare se sono stati raggiunti.

Il venerdì si riepilogano obiettivi e contenuti trattati durante la settimana. S appositi fogli di sintesi, che consegno a genitori e alunni all’inizio dell’anno, sono indicati i nuclei fondanti della matematica e delle scienze.L’apprendimento in verità è un percorso a due sensi: tanto imparano gli alunni e altrettanto imparo io continuamente da loro.

E’ per me bellissimo vederli lavorare curiosi e motivati, vederli ricercare, creare e inventare interviste immaginarie, costruire i loro libri. Mi diverto e mi rimotivo anch’io ogni volta, e questo è uno degli aspetti più belli dell’insegnamento: fare insieme un percorso di crescita, confrontarsi, imparare e sorridere molto insieme. Cerco sempre di lasciare la loro creatività intatta. Ci sono testi più approfonditi e testi più semplici e superficiali. Ma i ragazzi sono assai diversi, per cui ognuno va motivato e valorizzato per le sue caratteristiche.

Questa è in estrema sintesi la mia DIDATTICA LABORATORIALE. Che amo moltissimo, anche se molto faticosa! E sulla quale ormai da anni conduco con gli insegnanti attività di aggiornamento… pardon, di “formazione continua in servizio”! Attività che svolgo con piacere e, ritengo, con successo. Dalle Alpi alle Piramidi: come su suo dire. Si tratta di quella formazione che, secondo l’articolo 1, comma 124, della legge 107/2015 viene definita “obbligatoria, permanente e strutturale”. Anche se successivamente la Nota 2915/2016, che ha fornito le necessarie indicazioni di carattere operativo, ne ha attenuato l’obbligo.

Ma in un oggi difficile ed un domani forse più difficile, io ci sono! Con la mia esperienza e con la mia buona volontà!