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Roma anni trenta!

Roma anni trenta! Quando…

di Maurizio Tiriticco

…gli spazzini spazzavano le strade e le innaffiavano anche. I fognaroli periodicamente aprivano i tombini delle strade e li ripulivano della fanghiglia che si era accumulata per le piogge. I mondezzai salivano nelle abitazioni fino agli ultimi piani con un sacco sulla spalle in cui versavano i secchi dell’immondizia che le famiglie lasciavano sui pianerottoli. Per acquistare un litro di latte della Centrale, andavi dal lattaio e dovevi restituire la bottiglia del giorno precedente, fornita dalla Centrale stessa. Per acquistare un litro d’olio, dovevi andare dal negozio “Vini e Oli” con la bottiglia, e lui te la riempiva da un contenitore metallico; egualmente per un litro di vino: ma il contenitore era una botte. Il vino veniva dai Castelli Romani con carri botte appositi, trainati da cavalli! Famosi i superbi e maestosi cavalli che trasportavano i carri con le bottiglie della Birra Peroni. Le bottiglie di birra avevano come tappo una pallina di vetro – un’invenzione inglese – e noi ragazzini le raccoglievamo e ci giocavamo.
C’erano anche i fiaschi di paglia che, una volta vuoti, la famiglia custodiva gelosamente perché potevano sempre servire… e servivano! D’estate, per il pranzo, si riempiva l’acqua alle fontanelle, i famosi nasoni, perché l’acqua era quella di Trevi o del Peschiera, ed era veramente fresca. Salivi sul tram o sull’autobus o sul filobus. Che emozione i filobus! Apparvero dopo la prima metà degli anni Trenta. Sui mezzi pubblici era obbligatorio salire dalla porta posteriore e dovevi acquistare il biglietto dal bigliettaio; poi dovevi muoverti verso la porta anteriore da dove si doveva scendere. I tramvieri avevano le loro divise nonché il berretto con visiera. Il controllore, sempre in divisa, più elegante, aveva anche lui un berretto con visiera nonché galloni e controllava e irrogava multe. I parchi erano ben tenuti: viali con ghiaia e aiuole recintate! E sempre piene di fiori! Guardie in divisa verde giravano in bicicletta e guai a calpestare un‘aiuola.
Per non dire delle prime radio in casa, primi anni trenta, e dei primi telefoni in casa, a muro! I telefoni da tavolo bianchi li vedevamo soltanto nei film. Ai cinema si proiettavano sempre due film più il documentario Luce. Al “Volturno” e a “La Fenice” c’era anche l’avanspettacolo! Le ballerineee!!! Certe cosce!!! Poi venne il sabato fascista, per non essere da meno rispetto a quel popolo di rammolliti! Quelli che avevano il sabato semifestivo! Sì! Gli inglesi! Un re che rinuncia al trono per sposare una donnina dal passato poco chiaro! “Dio stramaledica gli inglesi”: un distintivo che avevo appuntato sul fez della mia divisa da balilla moschettiere! Gli inglesi, quelli della “Perfida Albione”! Mica come il nostro re, fedele alla moglie e che ci aveva pure la Corona d’Albania ed era diventato pure Imperatore!!! D’Etiopia!!! Me cojoni!!! Come diciamo a Roma! Er sabbato inglese!!! Si! Er popolo dei cinque pasti!
Noi invece dovevamo tornare ad essere quel popolo che duemila anni prima aveva conquistato il mondo! Al Foro Romano, ripristinato dal Duce, che aveva fatto demolire un intero quartiere, l’Alessandrino, figuravano enormi tavole marmoree affisse alle mura di fronte alla Basilica di Massenzio. Sulla più grande, ancora esistente, figurava l’Impero Romano ai tempi della sua massima estensione con l’Imperatore Traiano, l’ultimo degli Antonini, che regnarono dal 96 al 138 d.C. Chemmemoriaaa!!! Allora sì che si studiava!
Il sole avrebbe dovuto domare i suoi cavalli sui nostri sette colli, come voleva il Carmen Saeculare di Orazio! Tradotto da Fausto Salvatori e musicato da Giacomo Puccini, divenne l’inno famoso del “Sole che sorgi libero e giocondo…”. E come cantavamo noi balilla! Certi che avremmo cambiato il mondo! “Se ci serve un’altra terra, piglieremo l’Inghilterra! Se ci viene il mal di pancia, piglieremo anche la Francia!” Ed ancora: “Nizza, Savoia, Corsica fatal, Malta baluardo di romanità. Tunisi nostra sponda, monti e mar, suona la libertà! Va’, gran maestrale, urla, romba, ruggi con furor! Stranier, via! Duce, col rostro che Duilio armò, Roma fedele a te trionferà. In armi, Camicie Nere! In piedi, fratelli corsi: voi ritrovate al fin la Patria santa, la gran madre che vi amò, che vi chiamò. Con la spada, còrsi, con la fede, l’invitto Duce vi rivendicò. Di Malta lo strazio grida nel cuore d’Italia; l’audacia che irrompe e sfonda britannici navigli schianterà! Noi ti riconquistiam con Garibaldi Nizza, Nizza,col tuo biondo marinar! Vinceremo, Duce, vinceremo! Tu sei la gloria, l’avvenir!”. Insomma! Un progetto più che ambizioso! Cazzarola!!! Facevamo sul serio! E qui mi fermo…
Possiamo dire con il senno del poi che l’intero Paese si sarebbe dovuto fermare… almeno al 1937, prima del varo delle leggi razziali, o a quel 9 giugno del 1940! La guerra! Perché il pomeriggio del giorno successivo dal balcone di Piazza Venezia il Duce tenne uno dei suoi più famosi discorsi! Ecco l’incipit: “Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania. Ascoltate. Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia…”. La piazza in visibilio! Applausi scroscianti e grida: Duce! Duce! Duce!… “Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano….” E guerra fu! Poi vennero le canzoni di guerra! La più impegnativa: “Temprata da mille passioni, la voce d’Italia squillò: centurie, coorti, legioni, in piedi che l’ora suonò! Avanti gioventù, ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Vincere! Vincere! Vincere! E vinceremo, in terra, in cielo e in mare! È la parola d’ordine d’una suprema volontà! Vincere! Vincere! Vincere! Ad ogni costo, nessun ci fermerà!…”. Ed ancora: “Battaglioni del Duce battaglioni, della morte, creati per la vita: a primavera s’apre la partita, i continenti fanno fiamme e fior. Per vincere ci vogliono i leoni di Mussolini armati di valor.
Torniamo alla nostra vita degli anni di pace! La casa! In cucina sopra il lavandino appesi alla parete avevamo tre contenitori, o meglio tre barattoli: uno per la pomice, l’altro per la soda, il terzo per la sabbia; con cui si lavavano piatti e pentole utilizzando l’acqua calda con cui avevamo cotto la pasta. Si poneva il burro nel lavandino sotto un filo d’acqua fredda che lo manteneva fresco. La carta paglierina con cui il salumiere o il fornaio ci avvolgeva i suoi prodotti serviva anche come carta igienica. Il fornaio o il pizzicagnolo (a Roma meglio noto come pizzicarolo) faceva i conti sulla busta di carta giallastra in cui avvolgeva i tuoi acquisti con una matita che teneva sempre sull’orecchio; non ti rilasciava alcuno scontrino perché non c’era alcuna macchina contabile.
Al mercato si acquistavano soprattutto frutta e verdura, che veniva pesata con la stadera: “una bilancia a bracci disuguali, appesa ad un gancio; sul braccio più lungo, che può recare una o più scale graduate (di solito due), scorre un peso, detto romano; su quello più corto c’è un piatto che contiene la merce da pesare”; e sul prezzo spesso le discussioni erano interminabili: cinque centesimi della vecchia lira erano cinque centesimi! I poveri, alla fine delle ore di mercato, cercavano qualche resto utile tra i rifiuti che poi scopini addetti (ancora non erano operatori ecologici) raccoglievano. Le mamme lavavano i panni nella vasca da bagno avvalendosi di una tavola fatta apposta per questo uso; e usavano una sorta di mattoncini di sapone giallastro (10 x 7 x 5) adatto per il bucato. I panni si stendevano ai balconi o alle finestre. E poi si stirava! Quanto si stirava! Fortunatamente i ferri elettrici avevano sostituito quelli a carbonella!
Noi ragazzini ci facevamo i carrettini che avevano come ruote dei cuscinetti a sfera; facevamo collezione di figurine e ce le scambiavamo. E giocavamo a nizza: troppo complicato per spiegare! Quando fu lanciato il concorso delle “Figurine Perugina”, ci fu un impazzimento generale! Tutti in cerca del Feroce Saladino, una delle figurine più rare. Alla radio cantava il quartetto Cetra. E Carlo Buti cantava: “Se vuoi goder la vita vieni quaggiù in campagna, é tutta un’altra cosa vedi il mondo color di rosa, quest’aria deliziosa non é l’aria della città. Se vuoi goder la vita, devi venir in campagna; è tutta un’altra cosa, vedi il mondo color di rosa, e quell’aria deliziosa non è quella della città. Svegliati con il gallo, specchiati sul ruscello, bacia la tua compagna che ti accompagna sul somarello…” Ma c’erano anche le canzoni di guerra! La Saga di Giarabub, la più triste: “Inchiodata sul palmeto veglia immobile la luna. A cavallo della duna sta l’antico minareto. Squilli, macchine, bandiere, scoppi, sangue! Dimmi tu, che succede, cammelliere? È la sagra di Giarabub! Colonnello, non voglio il pane, dammi il piombo del mio moschetto! C’è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà. Colonnello, non voglio l’acqua, dammi il fuoco distruggitore! Con il sangue di questo cuore La mia sete si spegnerà”. E poi la più nota, cantata anche dai nemici, dai soldati americani: “Tutte le sere sotto quel fanal presso la caserma ti stavo ad aspettar. Anche stasera aspetterò, e tutto il mondo scorderò. Con te Lili Marleen, con te Lili Marleen. O trombettiere stasera non suonar, una volta ancorala voglio salutar”.
Insomma, potrei continuare all’infinito! Era, o almeno sembrava, chissà… era un mondo più semplice, anche perché ero un adolescente! Sapientemente indottrinato! O forse perché c’era il pensiero unico. In realtà, guai a sgarrare! Le barzellette su Mussolini venivano dette a denti stretti! Ma il “sabato fascista” a scuola tutti in divisa, anche gli insegnanti! E il pomeriggio adunata!!! Balilla e avanguardisti! Trombettieri, tamburini, mazzieri! Piccole italiane e Giovani italiane! E si sfilava! Fieri di avere restaurato la Roma imperiale dei Cesari! Ma dopo…

Insegnare? Mai più!

Insegnare? Mai più!

di Maurizio Tiriticco

Insegnare? Mai piu? Sembra un provocazione? Ma, in effetti, non lo è! O meglio, non dovrebbe esserlo!
Eppure, gli insegnanti esistono, e da sempre! Ed oggi, in quasi tutti i Paesi del mondo! Ed anche per norma! Oggi, quasi ovunque, il nuovo nato, dopo qualche anno, esce dall’istituzione casa/famiglia per accedere ad un’altra istituzione: la scuola! Un’aula, un banco o un similare, e un adulto che ha un ruolo sociale riconosciuto e consolidato; e che svolge una precisa funzione professionale: quella di insegnare! Ed è un mestiere – o una professione – vecchia quanto il cucco! Perché gli insegnanti esistono da sempre! Sono quelle persone che – stando all’etimologia della parola – sono tenute a segnare cose nella testa di soggetti in situazione di sviluppo/crescita e che nulla o poco sanno! In verità erano da sempre in-segnanti i vasai, che di professione segnavano sui loro prodotti – le testae, appunto – colori e forme per renderli più appetibili! E non c’è museo di cose antiche che non esponga “vasi di coccio”, o meglio anfore, preziosissime per forme, decorazioni, disegni, colori. Insomma gli in-segnanti erano artigiani, ma di alta professionalità. Ma in-segnanti erano anche coloro che segnavano informazioni sulla testa – che noi chiamiamo più dignitosamente capo – dell’alunno, cioè di colui che doveva essere “alimentato” non solo di pane, ma anche di ciò che fosse necessario per crescere e per accedere nel consesso sociale! Nonché per diventare adulto! Ed aver completato così il processo di “adolescere”, cioè di diventare da bambino uomo.
Quindi gli in-segnanti da sempre in-segnano! Ma che cosa segnano? Dati e informazioni, soprattutto, ma anche procedure, regole, tecniche, financo princìpi e teorie, che il soggetto deve ap-prendere, deve com-prendere, deve archiviare. Tutte cose che poi è tenuto ad utilizzare nel continuum dei suoi studi scolastici ed infine nel lavoro e nella vita! Così viene detto loro! E glielo dicono tutti! I genitori in primo luogo! Da sempre ed anche oggi: “Studia, sennò niente paghetta”!. “Studia, sennò che farai nella vita”?. Le cantilene di sempre che quasi tutti i nuovi nati nel mondo si devono sorbire almeno fino al termine dell’adolescenza! E da parte loro, gli insegnanti sono sempre pronti a minacciare votacci e bocciature! E i genitori sono sempre convinti che le cose che i figli devono studiare a scuola serviranno loro per il lavoro e per la vita!
Insomma, tutti appena nati dobbiamo crescere ed apprendere! Ed è per questo che gli insegnanti sono sempre esistiti! Chi ha insegnato ad Achille come diventare ciò che è diventato? Il centauro Chirone! E chi ha insegnato ad Alessandro a diventare Magno, tanto Grande da conquistare quasi tutto il mondo intero allora conosciuto? Aristotele! Sì, il grande filosofo che fece di tutto per rendere il suo alunno kalòs, bello, e agathòs, buono, capace! E chi ha insegnato ad Orazio a leggere, scrivere e far poesia? Un certo Orbilio, che Orazio in una satira definisce plagosus, per tutti i colpi di frusta – la plaga, appunto – che gli assestava! Insomma, chi non riconosce il valore che un maestro ha, comunque, per lo sviluppo/crescita di ciascuno di noi? Se anche Dante, quel genio che era, non esita a farsi accompagnare da Virgilio prima e da Beatrice poi – una maestra donna! – per apprendere tutte le bruttezze e le bellezze dell’altro mondo, ciò significa che, comunque, ciascuno di noi ha sempre bisogno di qualcuno che ci indichi la via e ci aiuti, appunto, a non deviare. E come non ricordare quel povero Emilio, esperimento pedagogico di cui forse avrebbe voluto fare a meno!
Insomma, comunque di un maestro tutti abbiamo bisogno, se vogliamo in primo luogo sopravvivere e poi apprendere a vivere nel contesto sociale in cui nasciamo e dobbiamo operare. E a questo punto torno alla provocazione del titolo: insegnare? Mai più! E qui chiamo in causa il ruolo sociale e la funzione professionale di chi è chiamato ad insegnare oggi! Perché insegnare mai più? E perché proprio oggi? Non davvero perché – come si osserva da tante parti – ormai sul web c’è tutto il sapere e il non sapere possibile, per cui, basta un click e… ti si aprono sconfinati orizzonti! Orizzonti che, proprio perché sconfinati, rischiano però di farti perdere, e proprio perché stai cercando! Ma in realtà è proprio il web che offre le possibilità infinite di trovare saperi tali che propongono ed impongono a chi insegna un imprescindibile atto di modestia, se possiamo chiamarlo così! Oggi è la funzione stessa di chi insegna che viene messa in discussione, non il ruolo. In realtà, quando non c’era il libro, il ruolo del magister era totalizzante: potremmo dire che egli stesso “era il sapere”! Il libro ha per certi versi ridotto il suo ruolo e spesso l’insegnante, da attore protagonista diventava un mediatore culturale!
Oggi la presenza e l’invadenza del web ha ulteriormente ridotto il ruolo di chi insegna! Ma per altri versi lo ha modificato. In effetti, ne sta esaltando un altro, che richiede una nuova e maggiore responsabilità, quella della mediazione tecnologico/informatica: non so se l’espressione è corretta. Comunque gli affida la responsabilità di essere anche e forse in primo luogo un facilitatore dell’accesso alle informazioni. Di qui la provocazione del titolo di questo “pezzo”. L’insegnante che non è più in primo luogo il depositario del sapere, ma un sapiente ricercatore e selezionatore di fonti e di informazioni. Altro che la lezione cattedratica di un tempo! Morta per consunzione! Almeno così dovrebbe essere!
Ne consegue un discorso che riguarda anche i libri di testo. Si tratta di volumi che, anno dopo anno, diventano sempre più pesanti e più costosi, nei quali è difficile anche per un insegnante secernere il grano delle informazioni necessarie e indispensabili dal loglio delle illustrazioni, delle letture, delle note, delle esercitazioni a volte cervellotiche e di altra paccottiglia. Insomma, oggi ci troviamo di fronte a un insegnante che deve cedere lo scettro di un ruolo millenario e deve accedere, invece, a funzioni molto diverse, più complesse ed anche di maggiore responsabilità. Insomma, oggi ci troviamo di fronte ad un professionista che non è più tanto il depositario di un sapere che è tenuto ad erogare e ad amministrare, quanto un ricercatore attento di fonti e di informazioni, che deve anche selezionare in un mare, peraltro, in cui gli squali delle fake news sono ben più numerosi delle perle del sapere!
Insomma, credo che oggi ci troviamo di fronte a un ruolo docente che deve assolutamente cambiare: e ad un profilo professionale da riscrivere pressoché totalmente! Ciò riguarda il contesto sociale nel suo insieme. Ma sono anche adempimenti di cui l’amministrazione scolastica soprattutto deve assolutamente tenere il debito conto. La mia è una provocazione? Non so! Comunque, se mi sbaglio mi corriggerete, come ebbe a dire ai Romani Papa Voityla all’atto della sua elezione a pontefice.

La professionalità docente

LA PROFESSIONALITA’ DOCENTE
(l’insegnante “collettivo”: CCNL art. 25 26 27)
in funzione di un concreto e produttivo
COMPORTAMENTO INSEGNANTE

di Maurizio Tiriticco

Le competenze di cui deve disporre un insegnante e che sono necessarie per svolgere un’attività di educazione, istruzione e formazione finalizzata a far conseguire all’alunno il successo formativo sono molteplici e complesse. Sono evidenziate nel grafico che segue.

1.     La dimensionesociopolitica sta a significare che la consapevolezza del ruolo èprioritaria rispetto ad altre competenze. Né la competenza disciplinare eneppure la migliore competenza metodologica sono sufficienti a sostanziare ecaratterizzare la professionalità docente. Concorrono ad acquisire laconsapevolezza del ruolosia direttiapprocci disciplinari specifici (politologia, sociologia, ecc.) – a prescindere,ovviamente, da una specializzazione in tal senso, che spetta ad altriprofessionisti –sia, e in maggiormisura, la pratica diretta nel sociale (ad esempio, associazionismo, sindacato,volontariato, ente locale, ecc.). Avere la percezione – se si può dir così –del mondo contemporaneo, delle sue valenze e delle sue difficoltà, èfondamentale sia per comprendere il mondo dei giovani che per orientarli.

2. La dimensione pedagogico-didatticaimplica la padronanza nelle metodologie dell’insegnamento/apprendimento,assolutamente necessarie nel momento in cui i processi formativi interessanostrati sempre più larghi di giovani, che propongono esigenze e aspettative estremamentearticolate e diverse. E’ ormai noto come spetti alle singole scuole, o meglioalle istituzioni EDUCATIVE, ISTRUTTIVE e FORMATIVE farsi carico di tutte quelledebolezze e quegli insuccessi che nel passato erano imputati soltanto aglistudenti. E’ una responsabilità di alto profilo, ma necessaria  se si vuole garantire loro il SUCCESSOFORMATIVO (come prescritto dal dpr 275/1999, art. 1, c. 2).

3.      La dimensione disciplinare è quella accertata dai titoli distudio e dal superamento delle prove concorsuali. Stante la dinamica sempre piùveloce delle conoscenze, dei saperi e delle competenze sia nel mondo dellaricerca che in quello delle attività produttive, vanno sottolineate con forzala conoscenza e la pratica delle azioni didattiche condotte in chiavemultidisciplinare

Dlgs 297/1994 – Art. 448 – Valutazione del servizio del personale docente

1. Il personaledocente può chiedere la valutazione del servizio prestato per un periodo nonsuperiore all’ultimo triennio.

2. Alla valutazionedel servizio provvede il comitato per la valutazione del servizio di cuiall’articolo 11, sulla base di apposita relazione del direttore didattico o delpreside che, nel caso in cui il docente abbia prestato servizio in altrascuola, acquisisce gli opportuni elementi di informazione.

3. La valutazione èmotivata tenendo conto delle qualità intellettuali, della preparazioneculturale e professionale, anche con riferimento a eventuali pubblicazioni,della diligenza, del comportamento nella scuola, dell’efficacia dell’azioneeducativa e didattica, delle eventuali sanzioni disciplinari, dell’attività diaggiornamento, della partecipazione ad attività di sperimentazione, dellacollaborazione con altri docenti e con gli organi della scuola, dei rapporticon le famiglie degli alunni, nonché di attività speciali nell’ambitoscolastico e di ogni altro elemento che valga a delineare le caratteristiche ele attitudini personali, in relazione alla funzione docente. Essa non si concludecon giudizio complessivo, né analitico, né sintetico e non è traducibile inpunteggio.

4. Avverso lavalutazione del servizio è ammesso ricorso al provveditore agli studi che,sentita la competente sezione per settore scolastico del consiglio scolasticoprovinciale, decide in via definitiva.

Fasi dellaprogettazione educativa e didattica

  • analisi dei livelli di partenza di ogni alunno: le conoscenze, le abilità e le competenze di cui un soggetto dispone e o dei prerequisiti di ogni alunno: le conoscenze, le abilità e le competenze attese dagli insegnanti
  • definizione degli obiettivi e dei relativi indicatori e descrittori in termini di conoscenze, capacità/abilità, competenze da selezionare/costruire nel contesto/scenario delle Indicazioni nazionali o delle Linee guida
  • definizione dei contenuti mono e pluridisciplinaried eventuale articolazione per moduli e unità di apprendimento
  • definizione dei metodi (da privilegiare la didattica laboratoriale)
  • definizione dei mezzi
  • definizione dei tempi
  • definizione dei criteri di verifica, misurazione, valutazione, certificazione finale  quando prevista

Conversando con Daniele Novara

Conversando con Daniele Novara

di Maurizio Tiriticco

Gentile Daniele Novara! Ho ascoltato or ora la Sua intervista a Radio24 circa le Sue proposte per un radicale rinnovamento della nostra scuola o meglio della didattica vigente nel nostro “Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione”. In realtà proprio di sistema si tratta e non di semplice agglomerato di scuole, stante il fatto che tra EDUCARE, ISTRUIRE e FORMARE corre una grande differenza! Ed è una differenza che da anni abbiamo sottolineato e scritto. Basta leggere il comma due dell’articolo 1 del dpr 275/99 – che Lei ha anche ricordato nella Sua intervista – in cui si afferma testualmente: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di EDUCAZIONE, FORMAZIONE e ISTRUZIONE mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il SUCCESSO FORMATIVO, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”.
Mi soffermo su due delle Sue proposte: l’abolizione della campanella e l’avvio di una didattica non direttiva. Per quanto riguarda la campanella, da anni io scrivo e dico – testimoni centinaia di insegnanti e di dirigenti scolastici che mi conoscono e mi leggono – che occorre abolire ben tre C! In altri termini occorrerebbe abolire non solo la CAMPANELLA, o meglio la scansione temporale eguale per tutti gli alunni di un intero istituto scolastico, ma anche altre due C! La CATTEDRA e la CLASSE d’ETA’.
Per CATTEDRA intendo la lezione cattedratica: quindi il suo superamento e l’avvio di una didattica attiva, promozionale, coinvolgente, quella che la stessa normativa sia nelle Indicazioni nazionali (istruzione di base e licei) che nelle Linee guida (istruzione tecnica e professionale) definisce “didattica laboratoriale”. In quest’ultima materia mi permetto di suggerirLe una serie di webinar prodotti da Tuttoscuola e condotti dalla Professoressa Patricia Tozzi, che da anni ha insegnato nella scuola media e che in materia di didattica innovativa laboratoriale ha maturato esperienze preziose che presenta e suggerisce nei suoi incontri con gli insegnanti a distanza e in presenza.
La terza C riguarda la CLASSE d’ETA’. Si tratta di quella organizzazione che di fatto e da sempre consente e legittima il fatto che esistano il “secchione che salta” e il “somaro che ripete”! Ebbene! Se “saltare” è sempre un po’ pericoloso… ci si può sempre rompere un gamba, nulla vi è di più tragico e disumano che “ripetere” un anno scolastico! Una cosa che, di fatto è contro natura! Non si ripete un anno! Semmai, si replica un’attività! Che fa un campione di salto in alto o di corsa? O di altro? Aspetta un anno per ripetere la performance? Assolutamente no! Le repliche sono immediate e continue! Ebbene: questa “benedetta e sacrosanta” classe d’età non potrebbe essere superata per dar luogo, invece, a gruppi di alunni? Anche e soprattutto intercambiabili? Ovviamente il che richiederebbe il superamento di quell’aula dedicata da sempre a quella classe d’età. E ciò in funzione, invece, di due tipologie di spazi: una dedicata alla socializzazione, alla esecuzione di dati compiti (le tane dei lupetti, per intenderci, richiamando lo scoutismo); l’altra dedicata ad aule specializzate: una sorta di laboratori, quello linguistico, quello scientifico, quello tecnologico, ecc. Gli alunni avrebbero uno spazio a loro dedicato e spazi specializzati a cui accedere di volta in volta
Insomma, superare la rigidità della CAMPANELLA eguale per tutti, alunni e insegnanti, senza superare anche CATTEDRA e CLASSE d’ETA’, egualmente eguali per tutti, costituirebbe una innovazione parziale! Ma avrà mai la nostra amministrazione il coraggio di adoperarsi per un cambiamento così radicale? Ed epocale, direi! Posso solo dire che nutro fiducia per l’attuale Viceministro Salvatore Giuliano, che, come Dirigente Scolastico del “Maiorana” di Brindisi, ha rovesciato come un guanto il suo istituto! Riuscirà o rovesciare come un guanto anche l’intera nostra scuola? Un’impresa che, in effetti, fa tremare vene e polsi!
Buon lavoro, gentilissimo! E, buon anno! Suo Maurizio Tiriticco

PS – Per quanto riguarda i miei scritti in materia delle tre C e relativi dintorni, è sufficiente cliccare Tiriticco sul web e – come si suol dire – si apriranno sconfinati orizzonti!

Una scrittura penalizzata?

Una scrittura penalizzata?

di Maurizio Tiriticco

Scrivere oggi è veramente un successo, se pensiamo al fatto che ormai tutti, ma proprio tutti – parlo della nostra realtà italiana – scrivono e leggono, ovunque e sempre! I nostri due pollici ormai sono sempre attivi a lanciare messaggini e i nostri occhi sempre attivi per leggerli ed, ovviamente, poi, per rispondere! Quando i messaggini non sono anche vocali, per cui… avanti ora e sempre, anche con la bocca e con le orecchie! Quintali, anzi tonnellate di parole, se si potessero pesarle, vengono scritte e lette oggi, minuto dopo minuto, almeno nelle ore diurne! Di notte Chissà! Molti maniaci dei messaggini sono insonni!
Ormai siamo tutti alfabetizzati! Possiamo ricordare che sono passati solo alcune decenni da quando ancora l’analfabetismo, sia quello strumentale che quello funzionale, gravavano su gran parte della nostra popolazione. Chi non ricorda il buon maestro Manzi, che con santa pazienza in tv insegnava a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti del nostro Paese? Erano gli anni Sessanta del secolo scorso. Per l’esattezza era il programma televisivo “Non è mai troppo tardi”, concepito e creato appunto per combattere l’analfabetismo che, nonostante una scuola elementare obbligatoria attiva da decenni, ancora gravava su gran parte della nostra popolazione. Il programma fu attivo dal 1960 al 1968!
Ora possiamo dire che, ormai, agli inizi del secondo millennio, siamo tutti in grado di leggere e scrivere! Almeno credo! Ma… e qui avanzo alcuni dubbi! Un conto è la quantità, ma altro conto è la qualità. Basti pensare che ormai il twittare è sinonimo di scrivere! Anzi è lo “scrivere” oggi! Via la penna! La penna? Che cos’è la penna? Ah! Sì! Quella cosa che usavano i miei nonni, tanto tempo fa! Eppure, io la penso diversamente! E’ ovvio, con i miei novant’anni! E penso che scrivere con la penna, parola dopo parola, frase dopo frase, periodo dopo periodo, paragrafo dopo paragrafo, ed anche sapere “andare a capo”, conoscendo ovviamente la regola della divisione in sillabe (ma che cos’è la sillaba, dirà qualche sprovveduto giovane lettore) costituisca una competenza residuale di grande importanza. Mi avevano insegnato – ed avevo anche imparato – che scrivere con la penna, parola dopo parola, legando insieme le diverse lettere, vocali e consonanti, era anche un riflesso attivo del cervello, quando formula i suoi pensieri e vuole ordinarli in modo corretto ed anche, a volte, quando necessario, comunicativo! Insomma, leggere e scrivere non è una pura funzione strumentale fisica, ma anche e soprattutto una funzione strumentale cognitiva! Ed emotiva anche! In quanti modi posso esprimere a volte lo stesso pensiero? E le stesse emozioni? Da ragazzo scrivevo benino e i miei amici si rivolgevano sempre a me per scrivere biglietti o lettere d’amore! Altri tempi! E il corrispettivo in genere erano sempre figurine, quelle dei calciatori!
Ormai la penna non si usa più! Neanche quella stilografica! Che festa quando con la prima comunione ti regalavano la penna stilografica (e si raccomandavano! Non macchiarti!). Abbiamo perduto la penna, ma… un “ma” grosso così! Non rischiamo di perdere anche – o di impoverire – funzioni fondanti del nostro produrre pensiero? Alla domanda non so rispondere! Se qualche amico è in grado di farlo, lo faccia! Concludo, allegando una delle mie favolette, legata appunto alla penna, questo strano strumento che forse dimenticheremo!


La guerra delle penne

Tantissimi anni fa non c’erano le penne che usiamo oggi. E non c’era neanche la carta. Si usava il càlamo, un pezzo di canna appuntito, che veniva intinto nell’inchiostro e si scriveva su fogli ricavati dal papiro, una pianta di cui l’Egitto era ricchissimo, oppure su pelli di pecora, debitamente conciate: povere pecorelle! Più di mille anni fa qualcuno si accorse che una penna d’oca, più flessibile rispetto alla canna, permetteva di scrivere con maggiore facilità e rapidità. Poi, dalla Cina venne importato in Europa l’uso della carta e la scrittura ebbe così una maggiore diffusione. E poi… tanti cambiamenti!

Quante arie si dava la penna d’oca, mentre la mano veloce di uno scrivano la maneggiava dolcemente per scrivere su una preziosa pergamena. E il povero càlamo invece, ormai fuori uso… gettato per terra!
– Caro càlamo! Mi dispiace per te! Del resto, tu sei solo un pezzo di canna duro e appuntito! Io, invece, vedi come svolazzo leggera sul foglio? E lo scrivano fatica di meno ed è più veloce! E poi sono anche bella! Guarda il mio bel piumaggio!
– Perché non lo dici all’oca quando le hanno strappato le più belle penne delle ali? Non immagini quanto ha sofferto? Io, invece, non ho fatto soffrire nessuno!
– Mio caro! Il progresso ha il suo prezzo! Io durerò in eterno, perché la mia scrittura è dolce e leggera. Tu sei capace di scrivere solo le aste, come i bambini nei primi giorni di scuola!
– Quante arie ti dai, penna d’oca! Verrà anche il tuo turno!
– Mai! Sei solo pieno di invidia!
Aveva ragione il càlamo, perché arrivò anche il turno della penna d’oca…
Quante arie si dava il pennino quando, un po’ di secoli dopo, fece la sua comparsa! Era di un metallo forte e duro, l’acciaio, sconosciuto agli antichi! Faceva la sua bella figura, innestato su di un’asticella di legno ed era estremamente flessibile al tratto!
– Cara penna d’oca! Sei proprio finita male! Nessuno ti vuole più. Quante arie ti davi con tutte quelle piume che non servono a niente! Ormai siamo nell’età industriale! Tutto corre veloce… anche la scrittura!
– Non dubitare! Verrà anche il tuo turno, vedrai, sussurrò la penna d’oca, finita ormai dentro un vaso qualsiasi insieme a dei fiori appassiti.
E così accadde.
Quante arie si dava la penna stilografica quando, sul finire dell’Ottocento, fece la sua prima comparsa!
– E’ giunta la tua ora, caro pennino! Il mio pennino è d’oro, capisci? E’ prezioso! E poi non ho più bisogno del calamaio! L’inchiostro lo porto sempre con me! E poi ho un bel cappuccio e chi mi usa mi porta sempre con sé e nei taschini delle giacche faccio sempre la mia bella figura!
– Non dubitare! Verrà anche il tuo turno, vedrai, sussurrò il pennino, finito addirittura dentro un secchio per l’immondezza! Pronto a finire allo scarico fuori città! Che triste fine!
Infatti…
Nella metà del Novecento due fratelli ungheresi, Laslo e Josef Biro inventarono la penna a sfera, che oggi usiamo in tutte le scuole e in tutti gli uffici. Ormai è un coro che fa il giro del mondo.
– Care penne stilografiche, che fine avete fatto? Lo immaginiamo! Starete tutte nel fondo di mille cassetti di mille scrivanie! Dimenticate da tutti. Siamo noi che comandiamo e siamo miliardi nei taschini di tutti e nelle cartelle di tutti i bambini!
Ma… un altro coro di voci si levò da milioni di cassetti! E càlami, penne d’oca, pennini e stilografiche sussurrarono insieme:
– Care penne biro! Attenzione! Sta avanzando un nemico pericoloso per voi e per tutte le penne della storia! La tastiera! E i caratteri sono già scritti! Basta sfiorarli con un leggero colpo di polpastrello!
Ma poi… chi farà fuori la tastiera? Il touch screen!! e la storia continua…

Il saliscendi della vita…

Mastro Ticchio

Test Invalsi sì/no

Test Invalsi sì/no

di Maurizio Tiriticco

Chiara Saraceno interviene su “la Repubblica” di oggi sul possibile “smantellamento” dell’Invalsi previsto dal disegno di legge sulla semplificazione. In effetti, se l’Invalsi diventa un organo ministeriale, ne va di fatto della sua indipendenza.

Attualmente l’Invalsi, per norma, “è soggetto alla vigilanza del Ministero della Pubblica Istruzione, che individua le priorità strategiche delle quali l’Istituto tiene conto per programmare la propria attività”. Ma “la valutazione delle priorità tecnico-scientifiche è riservata all’Istituto”.

Dell’Invalsi e delle sue attività mi sono più volte occupato, e tra l’altro ho sempre sottolineando il fatto che l’istituto propone ed impone agli studenti prove di cui loro non conoscono né la natura né il fine docimologico. E ciò anche e soprattutto perché sono i nostri stessi insegnanti, in larga maggioranza, che in fatto di docimologia sono assolutamente digiuni. In effetti, nelle prove valutative scritte e orali proposte agli studenti non adottano mai o quasi criteri e strumenti che la docimologia indica e prescrive come oggettivi.

Ad esempio, difficilmente un insegnante produce e propone ai suoi alunni un test sulla vicenda napoleonica o sul nostro Risorgimento o sulle guerre puniche, che sia costituito, ad esempio, di trenta item con quattro uscite ciascuno, di cui una sola sarebbe quella vera. Eppure, con una sola prova, “interrogherebbe” tutti i suoi alunni!

E non solo! Potrebbe anche dichiarare ai suoi alunni che il test è molto difficile, per cui considererà la prova superata (in altri termini, sufficiente), se sui trenta item almeno quindici risultino corretti.

Oppure potrebbe dichiarare che la prova è abbastanza facile, per cui sarebbe superata solo se risultassero corretti almeno venti item. Insomma, le scelte sarebbero tante, sia in sede di compilazione del test, che in sede sia di misurazione (che è quella che è, cioè la conta degli errori), che di valutazione (il giudizio che l’insegnante intende adottare in considerazione anche di altre variabili).

In effetti, è opportuno ricordare che tra il misurare e il valutare corre una grande differenza.

Due esempi, banali, ma ricorrenti. L’insegnante dice all’alunno: “Nel compito hai commesso tanti errori! (misurazione) Come mai? Da te non me lo sarei mai aspettato!” (valutazione). Oppure: “Come mai hai commesso un solo errore nel compito? (misurazione) Di’ la verità! Hai copiato?” (valutazione).
E il discorso potrebbe continuare!

Tutto ciò serve anche a dimostrare che non è affatto vero quanto pensano molti insegnanti: cioè che le prove oggettive sono limitative perché certificherebbero solo la memoria. Il che è anche vero, ma solo sotto un certo profilo: un alunno può conoscere a menadito l’intera vicenda napoleonica, ma non averne compreso il significato in termini di cause, conseguenze economiche, sociali e quant’altro.

All’obiezione si oppone il fatto che una prova test (ad esempio, quesito a quattro uscite di cui una sola vera) può insistere non solo su vicende, ma anche su considerazioni, valutazioni, riflessioni, opinioni.

Il fatto in realtà è un altro: che elaborare una prova test non è affatto una cosa facile. Ai nostri futuri insegnanti in genere si propongono test, ma non si insegna mai loro come si confezionano.

Concludendo: l’errore statutario (potremmo dire) delI’Invalsi è quello di “invadere” le scuole con strumenti che le scuole poco conoscono e poco adottano. Ed ora? Che cosa accadrà? Non so!

Riporto quanto scrive la Saraceno al termine delle sue riflessioni: “Temo che con la cancellazione dell’Invalsi o la sua trasformazione, da organismo indipendente ad ufficio del Miur, non prevarrà chi si batte per una scuola più giusta e più attenta allo sviluppo di ciascun bambino e ragazzo, quindi anche più attenta a compensare le disuguaglianze di contesto e famigliari.

Al contrario, il Miur non si troverà più nell’imbarazzante situazione di sapere che l’uguaglianza rispetto all’istruzione è lungi dall’essere attuata, ma di non fare nulla. Potrà continuare a non fare nulla sotto il ‘velo dell’ignoranza’, evitando di essere valutato esso stesso”.

A scuola di latino

A scuola di latino

di Maurizio Tiriticco

Il latino perché

L’accesso diretto ai testi classici costituisce certamente per l’insegnamento e l’apprendimento della lingua e della cultura latina un fine interessante ed utile. Ovviamente non costituiscono un buon abbrivio mesi e mesi di insulse esercitazioni con tutte quelle puellae quae portant rosas ad aras… o con quegli improvidi nautae che hanno sempre a che fare con quelle infinite procellae quae maria fortiter vexant,… quando poi non occurrunt in furentes piratas! E’ il modo migliore per fare odiareil latino!

Il mondo latino ci offre di per sé, senza ricorrere ad infelici ed insulse invenzioni, infiniti esempi di letteratura interessante ed agevole anche per principianti. E non bisogna pensare soltanto alle favole di Fedro o ad alcuni passi di Cornelio e di Svetonio. E’ noto come in genere tali autori siano stati sempre considerati “facili” e per ciò spesso presentati nelle prime classi del ginnasio; ma in effetti, anche autori del genere presentano a volte notevoli difficoltà.

Nei periodi in cui la lingua latina si forma o si trasforma è possibile trovare testi agevoli e interessanti per tutto ciò che contengono implicitamente e che evocano.

Forniamo alcuni esempi soltanto, desunti dalla cultura delle origini, esempi che dovranno essere certamente contestualizzati, modularizzati con altri contenuti di storia, di storia del pensiero e del costume, dei primitivi culti pagani, con il greco e così via. Sono esempi scelti a caso, ma interessanti, a nostro avviso, per la loro semplicità di lettura e di immediata comprensione.

Molto dipende, ovviamente da come sono presentati dagli insegnanti e dai metodi di lavoro che si sceglieranno. Certamente, si tratta di testi che – come si suol dire – vanno molto al di là di quello che a livello esplicito dicono, e che contengono elementi di cultura e di civiltà a volte non immediatamente evidenti, ma che un attento lavoro di analisi guidato dagli insegnanti potrà mettere alla luce.

Segue la presentazione di alcuni testi minori, cosiddetti, su cui è bene condurre la nostra attenzione. I testi maggiori sono noti e non c’è manuale scolastico che non li tratti adeguadamente.

Il latino delle origini…

Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautius med Romai fecid, dalla cista Ficoroni ritrovata in Preneste. Una madre, una figlia un artigiano, un portaoggetti di bronzo in una città del Lazio; uno spaccato di vita cinquecento anni (?) prima di Cristo.

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto (se un soggetto ha mutilato un altro e non raggiunge con lui un accordo, sia applicata la legge del taglione), dalle Leggi delle XII Tavole; uno stimolo per un discorso sul diritto antico, sul taglione, su una primitiva amministrazione della giustizia.

Virum mihi Camena insece versutum... L’incipit del poema di Livio Andronìco in versi saturni. L’Odysseus dell’Andra moi ennepe Mousa polutropon (l’incipit dell’Odissea omerica) diventa il nostro Ulixes. E, ad abundantiam, potremmo anche richiamare un altro incipit, quello del nostro neoclassicismo: Musa quell’uom dal multiforme ingegno

Quasi pila in coro ludens datatim dat se et communem facit… E’ il noto frammento della Tarentilla di Nevio: la donna che si offre a tutti, uno lo bacia, a un altro “fa il piedino”… ma il tutto senza alcuna palese volgarità.

Fato Metelli Romae consules fiunt, così si scaglia Nevio contro la famiglia dei Metelli; sullo sfondo le guerre puniche e il primo teatro romano, ma la risposta della grande famiglia non si fa attendere: Malum dabunt Metelli Naevio poetae.

E non possiamo non ricordare quello struggente frammento neviano, tratto dal Bellum Poenicum, ancora in versi saturni, in cui il poeta, rievocando le origini leggendarie di Roma, rappresenta la fuga da Troia delle mogli di Anchise e diEnea: Amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes lacrinis cum multis.

Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olumpum, un altro incipit, questa volta in esametri: sono gli Annales di Ennio, l’alter Homerus della poesia latina. La lingua fa un passo in avanti, Ennio amplia il discorso di Nevio e vuole celebrare Roma al di là della vicenda punica.

… e il tardo latino

Ed ora qualche esempio del tardo latino, quando la lingua dei classici comincia a cambiare, a corrompersi, diranno alcuni, ma… esiste una lingua migliore di un’altra? Questo già può costituire un interessante spunto di discussione.

Adriano è stato l’imperatore esteta e viaggiatore per eccellenza, e l’amico Floro così lo riprende: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas“. Ma Adriano prontamente gli risponde e lo riprende: “Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos“. E come non ricordare quella “Animula vagula blandula hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula, rigida, nudula, nec, ut soles, dabis iocos… è un frammento dolcissimo, che Adriano, colto, curioso, raffinato, avrebbe scritto, stando al suo biografo, poco prima di morire.

Di tutt’altra pasta sono i primi apologisti cristiani. Come non ricordare la veemenza di un Tertulliano (II-IIIsecolo) contro l’impero e contro i persecutori! Evviva il martirio: Semen est sanguis Christianorum! E i pericoli che possono venire dalle donne! La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è diaboli ianua, porta del demonio: tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? I libelli famosi: De exhortatione castitatis, De virginibus velandis, De cultu feminarum: è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”. Insomma, un buon materiale per un dibattito sulle pari opportunità!

Ma vi sono anche i poeti cristiani meno “arrabbiati”, se si può dir così. Ricordiamo quell’inno al mattino di Prudenzio (alcuni vi vedono l’Orazio dei cristiani), un linguaggio facile e pulito in dimetri giambici: Nox et tenebrae et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus, /Christus venit, discedite! Caligo terrae scinditu / percussa solis spiculo, /rebusque iam color redit / vultu nitentis sideris.

E alla fine del IV secolo incontriamo Eutropio con il suo Breviarium ab urbecondita, commissionatogli dall’imperatore Valente: un testo facile, senza pretese critiche, destinato ad un pubblico senza troppe esigenze. E’ utile per un approccio semplice e facile alla lingua latina.

Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi; / dumque offers victis proprii consortia iuris. /Urbem fecisti, quod prius orbis erat. Siamo nel V secolo d. C. e Rutilio Namaziano, il gallo-romano, decisamente anticristiano si esalta alla missione dell’impero e non avverte che il 476 è alle porte!

E non può mancare Agostino, il numida. Siamo alla fine del IV secolo e Agostino in un giardino milanese, forse forte per la predicazione di Ambrogio, vive un momento intensissimo del suo itinerario spirituale: Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis et crebro repetentis quasi pueri an puellae nescio: “Tolle lege, tolle lege” (ed ecco all’improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, una cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi”). E Agostino apre il Vangelo e legge a caso: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. E’ un passo dell’Epistola ai Romani.

Il cristianesimo, dunque, avanza. Ma quanta commozione possiamo nutrire per gli sconfitti! Giuliano, l’imperatore che è nipote di Costantino, vuole restaurare il paganesimo! E per questo porterà sempre con sé il marchio della apostasia. Ferito a morte in battaglia contro i Persiani (363), affida agli astanti il suo testamento. Ecco l’incipit del racconto che ne fa Ammiano Marcellino, un soldato di Antiochia, nel suo Rerum gestarum libri: Quae dum ita aguntur, Iulianus in tabernaculum iacens, circumstantes allocutus est demissos et tristes: “Advenit o soci nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae, ut debitor bonae fidei redditurus, exulto…”. Qualche anno dopo (378) Teodosio proclamerà il cristianesimo religione di Stato!

Ma è sempre bene ricordare che con il passar del tempo (VI e VII secolo) la latinità si afferma anche in Europa. A Siviglia c’è Isidoro, in Gallia c’è Gregorio, in Bretagna c’è Beda il Venerabile, noto anche per aver profetizzato che,  quando fosse caduto il Colosseo, sarebbe caduta Roma e con essa sarebbe caduto il mondo! “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; /Quando cadet Colyseus / Cadet et Roma; / Quando cadet Roma / Cadet et mundus”. Anche se sembra che il Colyseus di Beda fosse in realtà la colossale statua di Nerone, posta tra l’Anfiteatro flavio e il Tempio di Venere.

Si diffondono anche i Vangeli, che portano la buona novella della pace, della giustizia, dell’amore: Vade, vende omnia quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis (Matteo, 19, 21). La loro lettura è assai agevole, semplice e lineare perché i destinatari sono tutte le popolazioni del mondo antico! Scritti in greco, poi in siriaco, in arabo, ed anche in latino, grazie alla Vulgata di san Gerolamo, forse come lingua franca per tutte le popolazioni dell’Impero!

E perché, poi, non andare a quei testi di un “primitivo” volgare, laddove è possibile cogliere quelle trasformazioni che pian piano hanno condotto da un latino certamente non classico e parlato da tutti a quella lingua che poi Dante ha nobilitato nel De vulgari eloquentia? La scritta murale Falite dereto co lo palo Cervoncelle /Albertel trai / Fili de le pute traite, l’indovinello Se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba, od il notissimo Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti[1], e tanti altri documenti ci testimoniano questo passaggio.

La cultura latina nella scuola

Ciò che abbiamo rappresentato sono delle pure e semplici spigolature alla ricerca di testi né “aulici” né “paludati”, che poi sono quelli che hanno sempre terrorizzato i poveri studenti e che in un certo senso fanno tremare le vene e i polsi! Sono spunti di testi che – lo ribadiamo– se opportunamente contestualizzati e modularizzati, possono costituire numerosi motivi di imparare facendo e, oseremmo dire, anche divertendosi!

Solo in seconda battuta, a nostro avviso, dovremmo giungere a proposte più impegnative. In forza dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, le scuole potranno adottare percorsi curricolari e soluzioni didattiche diverse, pur nel rispetto degli standard previsti dal sistema nazionale di istruzione. Si vedano le indicazioni contenute nelle Linee guida dei Licei

Per quello che riguarda il latino, il greco e la cultura classica, potrebbero effettuarsi due scelte. La prima potrebbe essere una scelta di base, comune a tutti gli alunni – crediamo ad un latino per tutti! – senza però ricadere nell’errore di quella indicazione dell’articolo 2, commi 3 e 4, della Legge 1859/62 con la quale, per contentare sia i conservatori del latino che gli abolizionisti, si misero in seria crisi insegnanti e alunni delle scuole medie [2]. La seconda scelta, che potremmo definire avanzata, sarebbe destinata a quegli alunni che dimostrano interesse per approfondimenti e ricerche mirate.

Si tratta di ipotesi che, se ben progettate ed avviate, potrebbero restituire allo studio delle nostre origini quella dignità che le è sempre stata negata. Di fatto, da un lato la bolsa retorica di una male intesa classicità e, dall’altro, la sua repulsa hanno costituito da sempre una polarizzazione che ha avuto conseguenze disastrose non solo per gli studi classici, ma anche per gli studi in generale.

La messe di testi e di autori che ci viene offerta dal mondo classico, anche nei confronti di una sua attualizzazione, è enorme. Insegnanti che siano veramente padroni della culturae delle lingue classiche non avrebbero alcuna difficoltà nella selezione di contenuti finalizzati ad un apprendimento quale da noi ipotizzato e proposto.

Basti pensare a quanta parte della classicità abbiamo perduta, dal punto di vista dei contenuti di insegnamento, in forza del fatto che la classicità dovrebbe essere sinonimo soltanto di un’aurea perfezione. Ma la perfezione, come è noto, non solo non esiste, ma finisce sempre con l’essere qualcosa di noioso e di stucchevole [3]. E la scelta dei contenuti, anche da parte ministeriale, mirava sempre agli autori del periodo aureo!

Molti anni fa, per l’uso delle scuole, si censuravano quei testi latini che si definivano troppo spinti e non presentabili ai giovani. E vi era anche una pretesa giustificazione: il mondo che esprimevano Muzio Scevola, Orazio Coclite, Cincinnato e le tante Lucrezie e Cornelie mal si conciliava – secondo una certa visione tutta di maniera – con i carmina priapea e con certi versi audaci di Catullo, per non dire poi dello sconcerto che provocavano certi affreschi pompeiani! Del resto, già nel Medio Evo solerti e pudicissimi copisti avevano provveduto a cassare codici poco “edificanti” per riscriverci sopra canti liturgici! Anche se poi qualche chierico birichino in una chiosa non troppo evidente a prima vista (la si ritrova spesso sui margini dei codici!) aggiungeva qualcosa del suo scurrile parlar quotidiano!

Ma oggi, con l’evoluzione dei costumi, che consente di parlare con libertà anche di temi che una volta erano considerati assai scabrosi, certe letture non costituiscono più un insulto alla morale. Alludo, ad esempio, alle rocambolesche avventure di Encolpio e Gitone e di quel birbante di Eumolpo, quei gustosi personaggi del Satyricon, il romanzo attribuito a Petronio Arbitro, o agli amori di Lucio e Fotide, di cui all’Asino d’oro di Apuleio.

E’ indubbio che il Satyricon e le Metamorfosi (altro titolo dell’Asino d’oro) costituiscono due pilastri della narrativa mondiale. La gustosissima rappresentazione della cena di Trimalchione [4] od il finissimo humour della novella della matrona di Efeso o le vicende di Apuleio con la vedova Pudentilla, ed ancora la stupenda favola di Amore e Psiche sono dei veri e propri gioielli della capacità narrativa. Sottrarli ad un giovane che abbia il piacere della lettura è indubbiamente una violenza! Una scelta di questo genere implica sempre una assunzione di responsabilità da parte dell’insegnante: occorre sempre valutare se il piacere della lettura ha il fine in se stesso oppure se diventa soltanto una giustificazione per ricercare quei passi scabrosi che un certo tipo di morale difficilmente può accettare. Ma va anche detto che il panorama letterario è vastissimo, e le fonti infinite. Tutta la latinità ci offre un repertorio che spesso solo una cattiva didattica è stata capace di renderere pulsivo a migliaia di studenti.

Qualche proposta didattica

In questo repertorio è possibile rintracciare e costruire gli itinerari formativi più diversi. Ne diamo solo alcuni esempi, senza alcun ordine gerarchico, su ciascuno dei quali è possibile un percorso modulare anche pluridisciplinare nel quale interagiscano lettura e comprensione di contenuti letterari, storici, ecc. con approcci ed eventuali approfondimenti grammaticali, anche sotto il profilo di un progressivo affinamento morfologico e di un arricchimento lessicale.

Ecco alcune indicazioni in proposito, che si prestano moltissimo a quelle attività di drammatizzazione che costituiscono una delle tecniche più motivanti e coinvolgenti ai fini di un apprendimento efficace.

Anche se non disponiamo di testi compiuti di atellane e fescennini, possiamo selezionare testi da qualche scena di Plauto: il duetto di Mercurio e Sosia, ad esempio, dall’Amphitruo; lo spassoso dialogo tra Euclione e Megadoro, dall’Aulularia, con eventuali riferimenti con l’Arpagone dell’Avaro di Molière e con il film con l’avaro Alberto Sordi; sarebbero paralleli interessanti, ovviamente se sceneggiati!

Si può ricorrere ad alcune scene della Apocolokyntosis, la zucchificazione di Claudio, un’operetta che non è affatto di un Seneca minore! In realtà, un vero filosofo sa anche ridere. Si pensi al lamento funebre del coro che intona edite fletus, fundite planctuse che così prosegue: resonet tristiclamore forum / cecidit pulchre cordatus homo / quo non alius fuit in toto /fortior orbe / ille citato vincere cursu / potera Celeres… Altro che con rapida corsa! Claudio era zoppo! Una presa in giro gustosissima! Oppure si pensi all’incontro tra Ercole e Claudio, che è di una vivacissima comicità. E non mancheranno i confronti con il Claudio di Tacito e quello di Svetonio, ovviamente sempre con la tecnica della drammatizzazione.

 Ed ancora è possibile drammatizzare la vita privata di un grande oratore: le lettere di Cicerone, a volte così semplici, a volte sommesse e dimesse a confronto del periodare delle grandi cause; ma non si dimentichi che in taluni casi sono difficili da comprendere e tradurre, forse più di altre opere considerate più impegnative. Si pongano alcuni testi a confronto: da un lato l’uomo che si preoccupa della famiglia, della salute di Terenzia, che vuole avere notizie da Attico e da Tirone sulle faccende domestiche, sul bilancio familiare, e, dall’altro, l’intrepido accusatore di Verre, di Catilina, di Antonio!

E ci sono i bei testi di Plinio il vecchio e quelli della corrispondenza di Plinio con Traiano (uno spaccato vivissimo della vita amministrativa di Roma e delle sue province) con tutti i riferimenti alle persecuzioni anticristiane. Superfluo ricordare i possibili collegamenti con il Traiano dantesco e con quel Panegirico con cui Alfieri bolla una pretesa arrendevolezza di un Plinio servile nei confronti di un Traiano tiranno! E c’è una lettera bellissima di Plinio a Tacito sulla morte dello zio, Plinio il vecchio, durante l’eruzione del Vesuvio del ’79. Evidentii possibili collegamenti letterari con la Ginestra leopardiana, con Svevo, e quelli scientifici e archeologici: un’ampia messe di materiale per una rappresentazione scenica e per la confezione di un video!

Sempre in tema di sceneggiature, non si può dimenticare come e quanto certa poesia oraziana si presti alla drammatizzazione. C’è la satira del seccatore che offre anche numerosi spunti per la scenografia, la via Sacra, il Foro, le pendici del Campidoglio e quell’accenno agli Orti di Cesare in Trastevere. Soluzioni analoghe si possono anche trovare nella satira del viaggio a Brindisi: quanti paralleli tra la via Appia di allora e i nostri percorsi autostradali! Si può ricostruire una carta geografica dell’antica via e sovrapporla su una carta di oggi. Luoghi, nomi, situazioni!

Strettamente legato alla drammatizzazione è il gioco di ruolo. La drammatizzazione richiede un copione da costruire e da realizzare nelle sue diverse parti. Il gioco di ruolo si affida più che altro a un canovaccio dove, appunto, sono assegnati dei ruoli da seguire – ed anche, a volte, da scambiare – ma da costruire poi nella azione effettiva; il che richiede una particolare inventiva ed immaginazione, ma è l’azione stessa che le sollecita e le fa esprimere.

Ambedue le tecniche favoriscono una ricerca ed una produzione linguistica non indifferente, più aderente al testo nel primo caso, più affidata alla spontaneità nel secondo. La lite tra Romolo e Remo, le vicende di Mario e Silla, di Cesare e Pompeo… non possono diventare interessanti giochi di ruolo, costruiti dagli studenti anche con un latino semplice e famigliare?

Un’altra attività potrebbe essere quella della ricerca sul campo o in situazione. Se si considera che non c’è località nel nostro Paese, piccola od estesa che sia, che non offra spunti per delle ricognizioni finalizzate a ritrovare quali testimonianze ci abbiano lasciato i Romani, o i Latini o quei popoli che prima o dopo di essi hanno vissuto ed operato. Dai Volsci ai Longobardi, dagli Equi ai Franchi, dai Sanniti agli Ostrogoti, chi non ha lasciato testimonianze, monumenti, lapidi, scritti vari ai quali accedere per ricostruire, conoscere, eventualmente riconoscersi!? Com’è noto, alla scuola dell’autonomia viene riconosciuto uno spazio curricolare locale, se si può chiamare così, che possa integrarsi ed interagire con il curricolo nazionale [5].

Si tratta di attività che si possono condurre con alunni di qualsiasi fascia di età. La questione è una soltanto: si vogliono fare dei latinisti – e questa era la presunzione del liceo di una volta, per tutte le ragioni che conosciamo – oppure, come è più giusto, si vuole aprire una finestra sulla nostra storia civile e morale, alla ricerca di origini dalle quali si possono anche prendere tutte le distanze del caso, ma che pur sempre vivono ancora nei nostri modi di essere, di pensare, di parlare?

Si tratta, a nostro avviso di aiutare i nostri giovani a riannodare le fila con quel mondo classico che una cattiva didattica, pretenziosa e seriosa, ha reso spesso ostico, incomprensibile e fastidioso!

Se è vero che tutto si può insegnare a tutti, è anche vero che è quanto mai necessario insegnare ai nostri giovani un passato che è qui. Basta svoltare l’angolo! Ma, con una didattica assolutamente nuova!


[1] Si tratta della iscrizione della basilica di San Clemente in Roma, del cosiddetto indovinello veronese (da un codice della Biblioteca Capitolare) e della Carta capuana. Quest’ultima, databile al 960, costituirebbe il primo documento di un volgare che ormai si avviava a diventare il nostro italiano.

[2] Il testo recita testualmente: “Nella seconda classe l’insegnamento dell’italiano viene integrato da elementari conoscenze di latino, che consentano di dare all’alunno una prima idea delle affinità e differenze tra le due lingue. Come materia autonoma, l’insegnamento del latino ha inizio in terza classe: tale materia è facoltativa”. Le conseguenze furono che gli alunni non impararono più né il latino né l’italiano! Negli anni successivi si corse ai ripari; i due commi vennero abrogati con la Legge 348/77; e con i programmi del ’79 si scelse la strada del “riferimento all’origine latina della lingua e alla sua evoluzione storica” (punto c. delle indicazioni programmatiche dell’italiano).

[3] Nel periodo fascista certi insegnanti insistevano nel comparare l’oraziano Alme sol possis nihil urbe Roma visere maius … con il “Sole che sorgi libero e giocondo   ” (testo di Fausto Salvatori; musica di Giacomo Puccini), e con le stesse note facevano cantare l’ode oraziana!

[4] Dalla cena si possono anche evincere una serie di indicazioni sulla cultura alimentare dei Romani. E sarebbe anche opportuno, se si vuole sperimentare concretamente di quali alimenti disponevano i Romani e come li cucinavano, vedere il Dere coquinaria di Apicio, il noto cultore della crapula di età tiberiana. E’ un manoscritto a cui la tradizione ha messo copiosamente le mani con molti rifacimenti – l’interesse per questo genere di cose è sempre stato vivissimo, anche in quel primo medioevo che molti ci descrivono squallido e triste! – ma che costituisce ancora oggi una fonte preziosa di informazioni ghiotte, e non solo sotto il profilo linguistico! Un bel pranzo confezionato sulle ricette di Apicio costituirebbe l’esito godereccio di un modulo di studio veramente trasversale e operativo!

[5]  Si veda il Regolamento attuativo dell’autonomia, il DPR 275/99, articolo 8.

Lettera a Rossana Rossanda

Lettera a Rossana Rossanda

di Maurizio Tiriticco

Cara Rossana! La tua intervista su “la Repubblica” di oggi mi ha particolarmente commosso! Anche tu ti stupisci di come in pochi anni il nostro Paese sia cambiato in peggio, ed anche per una grande responsabilità della sinistra. Anche tu, come me, attribuisci l’inizio del peggio – se si può adottare questa espressione – a quella scellerata scelta di Occhetto, quando, nel lontano 1989, con la “svolta della Bolognina”, volle cambiare il nome del Partito Comunista Italiano per dar vita al Partito Democratico della Sinistra! Cambiamento poi ratificato dagli organismi dirigenti del Partito. Lo so! C’era stato il crollo dell’URSS – ricordo come avevamo già avuto un grande scossone anni prima, in seguito ai “fatti di Ungheria” nel 1956 – ma noi comunisti italiani con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica non avevamo affatto rapporti di dipendenza, bensì di amicizia e di solidarietà! E ciò fu reso evidente fin dai tempi della guerra, e precisamente dalla cosiddetta “svolta di Salerno”.

Mi piace ricordarlo! Dopo l’armistizio con gli Alleati, settembre 1943, Salerno fu la sede provvisoria del riconosciuto Governo italiano dall’11 febbraio 1944 fino al 15 luglio, in seguito alla liberazione di Roma, avvenuta nella notte 3/4 giugno dello stesso anno. Ricorderai meglio di me. Nell’aprile del 1944, Palmiro Togliatti, tornato in Italia reduce dal lungo esilio nell’URSS, impose letteralmente al Partito comunista di abbandonare la linea dell’intransigenza antimonarchica, assolutamente sterile e improduttiva, e di avviare invece un dialogo costruttivo con gli altri partiti, i democristiani, i repubblicani, i socialisti, gli azionisti, i liberali, ritornati sul pubblico agone dopo la caduta del fascismo. Si trattò di una proposta saggia e che permise di superare lo stallo politico in cui ci eravamo cacciati. Si ebbe la cosiddetta “svolta di Salerno”.

E’ bene ricordare quella situazione. Era in atto la cosiddetta questione istituzionale: se cioè si dovesse riconoscere o meno la monarchia sabauda di Vittorio Emanuele III, colpevole di avere abbandonato Roma e l’Italia nella notte dell’8 settembre 1943, dopo aver dato l’annuncio dell’armistizio sottoscritto con gli Angloamericani. I partiti erano tutti contrari alla monarchia, nonostante il parere degli Alleati, che invece necessitavano di avere un governo interlocutore, rappresentate della rinascente Italia, libera, democratica e antifascista. Togliatti, il comunista cattivo e mangiabambini, sostenne allora che era invece necessario riconoscere lo stato di fatto e che la questione istituzionale – monarchia sì o no – era opportuno rinviarla alla fine della guerra, dando voce diretta al popolo! E il popolo, in effetti, votò, dopo la fine della guerra, il 2 giugno del 1946 e, com’è noto, optò per la Repubblica.

Allora c’era anche la questione della natura e della funzione di un partito comunista in un Paese come l’Italia, che aveva di fatto perso la guerra. E si diede vita a un partito comunista che, dopo la guerra, non condusse soltanto le lotte degli operai e dei contadini, ma volle occuparsi anche della cultura, se si può usare questa espressione. Dopo il ventennio dell’indottrinamento fascista! Così furono affiancate a “l’Unità, organo del Partito Comunista Italiano”, altre pubblicazioni, il “Calendario del Popolo”, “Vie Nuove”, “Il Pioniere” per i bambini, “Pattuglia”, di cui fui anche redattore, per i ragazzi. E poi vide la luce una rivista di alto livello, che ebbe un alto prestigio, “Rinascita”, attiva fino al 1991. Nelle sedi di partito e nelle federazioni furono costituite sezioni che si occupavano espressamente di cultura. E nella società civile furono aperte le cosiddette “Case della Cultura”. Io fui attivo in quella di Roma e tu, se non erro, dirigesti con alta professionalità quella di Milano. Ricordo le riunioni periodiche, nella sede di Via della Botteghe Oscure a Roma, dei responsabili delle attività culturali condotte nel Paese. E ricordo i tuoi interventi, sempre lucidi e, per certi versi, graffianti. E, dopo le vicende del Sessantotto, ricordo la scelta tua e di tanti compagni, Lucio Magri, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina, Valentino Parlato, di dar vita a “il Manifesto. Era l’estate del ’69! Una scelta che fu un’occasione preziosa per il dibattito della sinistra e nella sinistra.

Nell’intervista che hai rilasciata dici tra l’altro che hai avuto una “vita molto fortunata”! Potrei dire che tutti noi novantenni, militanti del PCI, abbiamo avuto una vita molto fortunata! Le lotte, quelle giuste, appagano e pagano! Condivido con te il fatto che stiamo attraversando una stagione molto difficile, con un populismo che avanza e un neofascismo strisciante. Difficile anche per la volgarità del sentire e del parlare che caratterizza certi uomini politici oggi alla ribalta! E che tu rilevi e denunci con forza!Quando dici: “L’altro giorno ho visto in TV una trasmissione dove tutti ripetevano non me ne frega un cazzo”! Mai i dirigenti del PCI avrebbero adottato un linguaggio del genere. In effetti ci stupimmo tutti quando Togliatti in un comizio elettorale, in occasione delle elezioni del 1948, ebbe a dire testualmente: ”Voglio comprarmi un paio di scarponi chiodati per dare un calcio nel sedere a De Gasperi. Comunque, disse ”sedere”!!!

Mah! In conclusione potremmo dire che oggi in Italia “mala tempora currunt”! Però non è affatto detto che “peiora parantur”! Qualcuno ci ha insegnato che al pessimismo della ragione può sempre corrispondere – anzi, deve – l’ottimismo della volontà! Auguri, carissima! Verso i cento anni! E che possa valere pure per me!

Il nuovo esame di “maturità”

Il nuovo esame di “maturità”*

di Maurizio Tiriticco

 

Una storia che viene da lontano

Perché le virgolette? Perché si continua a parlare di esame di maturità, nonostante sia stato modificato tanti anni fa. E forse quelle modifiche non sono ancora entrate nel DNA degli insegnanti, né degli stessi studenti, per non dire delle loro famiglie e della pubblica opinione. E saranno entrate nel DNA dei nostri amministratori?

Ma andiamo con ordine. Alla fine del secolo scorso, come molti ricorderanno, si verificò una profonda svolta nel campo delle finalità dell’insegnamento, non solo in Italia, ma anche in molti Paesi dell’Unione Europea. Si sottolineava che, in un mondo che cambia, i processi di istruzione non possono più limitarsi a perseguire solo conoscenze, ma anche e soprattutto competenze. Una svolta di estrema importanza, ma… in effetti ancora oggi un passaggio di questo tipo non è stato totalmente avvertito nella sua interezza, né recepito.

Trent’anni di maturità “sperimentale” (1969-1997)

Cito due leggi. La legge 119/1969 prevede che “l’esame di maturità ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato” (art. 5) e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanza tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della commissione (art. 8)”. Con la legge di riforma 425/1997 si dava una ben altra formulazione: i nuovi esami “hanno come fine la verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi generali e specifici di ciascun indirizzo di studi” (art. 1, c. 1), e la certificazione rilasciata deve “dare trasparenza alle competenzeconoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea” (art. 6). In effetti, si tendeva passare da una scuola centrata sulle conoscenze ad una scuola centrata sulle competenze. Quindi era necessario anche un riordino dell’esame di Stato.

Fatti e misfatti della riforma della maturità del 1997

Se poi questo passaggio, che avrebbe dovuto essere epocale, sia veramente “passato” nella nostra scuola è altro discorso. È opportuno ricordare che la riforma del ‘97 venne attuata dal Ministro Luigi Berlinguer nel contesto di un governo di centro-sinistra, e che si trattava di una riforma che avrebbe potuto veramente incidere nei tempi lunghi. Con i governi successivi, invece, la riforma venne letta e realizzata più come un adempimento formale che sostanziale. Di qui una sorta di fastidio per i “punteggi” e per la “terza prova”, che invece, costruita dalle commissioni, avrebbe dovuto costituire un’innovazione profonda. Ma il fatto è che per la scuola dei “voti”, che di prove oggettive ne masticava poco (e non solo allora), costruire prove “diverse” rispetto a quelle della tradizione, e adottare punteggi, non fu affatto cosa facile. Non è un caso che la terza prova sia stata vissuta come “il quizzone”: un termine che denota ignoranza in materia di misurazione e valutazione. E non è un caso che le prove Invalsi, costruite secondo precisi criteri docimologici, siano vissute più come un’invasione che come un’opportunità!

La delega legislativa sulla valutazione nella legge 107/2015

A “complicare le cose” – se si può dire così – è intervenuta la 107! Il comma 181, lett. i) dell’articolo 1 della legge 107/2015 recita: “adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato, anche in raccordo con la normativa vigente in materia di certificazione delle competenze, attraverso: 1) la revisione delle modalità di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti del primo ciclo di istruzione, mettendo in rilievo la funzione formativa e di orientamento della valutazione, e delle modalità di svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo; 2) la revisione delle modalità di svolgimento degli esami di Stato relativi ai percorsi di studio della scuola secondaria di secondo grado in coerenza con quanto previsto dai regolamenti di cui ai decreti del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, nn. 87, 88 e 89”. Sono i decreti che riguardano rispettivamente il riordino degli istituti professionali, degli istituti tecnici e dei licei.

Il D.lgs. 62/2017 ha dato attuazione a questa delega. Nel contesto/scenario sopra descritto insegnanti e commissioni si sono mossi, comunque, sempre con grande equilibrio, pur avvertendo a volte alcune difficoltà operative. In effetti le innovazioni, se non sono sostenute da opportuni interventi informativi e formativi degli operatori scolastici, rischiano di lasciare il tempo che trovano. Appare quindi utile e necessario che il Miur, per quanto riguarda gli esami di Stato relativi al secondo ciclo di istruzione, sia intervenuto “oggi” con tre documenti per fare chiarezza su alcune questioni.

La nota del Miur con le prime indicazioni operative

Il primo documento è la nota 4 ottobre, n. 3050, che ha per oggetto: “Esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado a.s. 2018/2019 – prime indicazioni operative”. Questo è l’incipit: “Com’è noto, il d.lgs. 13 aprile 2017, n. 62, recante ‘Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107’, ha apportato significative innovazioni alla struttura e all’organizzazione dell’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado. Le relative disposizioni, contenute nel Capo III (artt. 12-21), sono entrate in vigore dall’1 settembre 2018, come previsto dall’art. 26, comma 1, dello stesso decreto legislativo…”.

Le tracce per la prima prova scritta

Il secondo è il “Documento di lavoro per la preparazione delle tracce della prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione” (allegato 1 alla suddetta nota). Vi si legge, tra l’altro: “Per la lingua, si tratta di padroneggiare il patrimonio lessicale ed espressivo della lingua italiana secondo le esigenze comunicative dei vari contesti; per la letteratura, di raggiungere un’adeguata competenza sulla evoluzione della civiltà artistica e letteraria italiana dall’Unità a oggi”. Per ragioni di spazio, si indicano solo i titoletti del documento: Obiettivi della prova; Indicazioni generali per la formulazione delle tracce; Tipologie di prove e numero di tracce; Tipologia A: analisi e interpretazione di un testo letterario italiano; indicazioni specifiche per la formulazione delle consegne; Tipologia B: Analisi e produzione di un testo argomentativo; indicazioni specifiche per la formulazione delle consegne; Tipologia C: Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità; criteri per la formulazione delle prove; scritture da testi; scritture svincolate da testi; l’importanza del contenuto, Indicatori specifici per le singole tipologie di prova.

A proposito della prova scritta di italiano, mi piace riportare le parole di Luca Serianni (da un’intervista rilasciata a “la Repubblica” dello scorso 6 ottobre), che ha guidato il gruppo di lavoro del Miur per rivedere la prima prova scritta: “Il deficit principale non è l’ortografia, come si ritiene comunemente al di fuori della scuola. Il problema nei ragazzi è la violazione della coerenza testuale, l’incapacità di argomentare e di capire cosa si legge. Il nostro è un tentativo di porvi rimedio. L’idea di fondo è insistere su una prova che valorizzi la capacità di istituire un ragionamento, di dedurre conseguenze da premesse. E soprattutto di aumentare la competenza nella comprensione di un testo, dunque della realtà”.

È evidente la necessità che la scuola ha di contrastare il progressivo impoverimento della nostra lingua, indotto anche dall’uso di certi media, da Facebook ai cellulari, che per loro natura difficilmente sollecitano scambi comunicativi concettualmente ricchi e grammaticalmente articolati. Ed è vero che anche certi politici ormai parlano più per slogan che per ragionamenti mirati. E quando l’esempio viene dall’alto…

Quadri di riferimento per le seconde prove

Il terzo documento riguarda “Indicazioni metodologiche e operative per la definizione dei ‘Quadri di riferimento per la redazione e lo svolgimento delle seconde prove’ e delle ‘Griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi’” (allegato 2 alla suddetta nota). È costituito dai seguenti punti: Premessa; Percorsi di studio per i quali si procederà alla redazione dei Quadri di riferimento; Modalità operative; Indicazioni metodologiche relative a: Una o più discipline; Le griglie di valutazione.

A proposito di quest’ultimo punto, leggiamo: “La scelta contenuta nel d.lgs. 62/2017 di introdurre, in uno con i quadri di riferimento, griglie di valutazione da utilizzare nei lavori delle Commissioni, risponde all’esigenza di fornire elementi di omogeneità e di equità: le esperienze svolte in questi anni con le griglie di Matematica sono state generalmente positive e bene accolte. Bisogna però tenere conto del fatto che costruire griglie di valutazione non è operazione semplice, anche perché la diversità dei contenuti delle tracce rende difficile la definizione di descrittori definiti ‘a priori’. In linea di massima, per griglia di valutazione si può intendere un insieme di informazioni codificate che descrivono le prestazioni di uno studente/candidato in relazione a degli stimoli/consegne/obiettivi: sono composte da indicatori (parametri, elementi di valutazione) che a loro volte vengono declinati in descrittori delle prestazioni che identificano i livelli ai quali si assegna un risultato in termini numerici”.

Tra misurazione e valutazione

In estrema sintesi, quanto ho riportato riflette l’insieme delle operazioni più importanti dell’esame di Stato. Ciò che preoccupa – a mio esclusivo giudizio… o pregiudizio, conoscendo il linguaggio dell’amministrazione – è l’abbondanza (o sovrabbondanza?) delle disposizioni. A volte è pure difficile distinguere ciò che è innovativo da ciò che invece non lo è. Una sola osservazione: l’introduzione dei punteggi per la misurazione delle prove, prevista dalla riforma del ‘97, aveva un significato preciso e intendeva operare un’innovazione profonda. Il docimologo sa che un punteggio è oggettivo e che una valutazione ha sempre un alto tasso di soggettività. Quando un insegnante consegna a un alunno un compito che ha valutato “quattro”, ma poi dice che non se lo sarebbe mai aspettato da uno studente bravo come lui, “lavora” su due livelli senza rendersene conto: ha misurato e ha valutato. La stessa cosa vale per un alunno che “ha preso otto” nel compito in classe, ma l’insegnante sospetta che abbia copiato: otto, esito di misurazione; copiatura, esito di valutazione.

Qualche annotazione docimologica

Introdurre allora il punteggio da uno a quindici per una prova scritta significava introdurre un puro criterio misurativo. Ma poi, quando nell’ordinanza ministeriale che regola ogni anno l’esame di Stato leggiamo che un punteggio di 10 su 15 equivale alla sufficienza, l’amministrazione crea una tremenda confusione, facendo “equivalere”, appunto, il punteggio al voto! Quando invece, nei fatti, un punteggio alto potrebbe essere valutato non sufficiente o viceversa, a seconda della tipologia del compito, dell’alunno e delle relazioni che sempre corrono con gli altri compiti e con gli altri alunni. In effetti ogni anno l’OM che regola gli esami di Stato puntualmente recita: “La commissione dispone di 15 punti massimi per la valutazione di ciascuna prova scritta per un totale di 45 punti; a ciascuna delle prove scritte giudicata sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 10”. E la cosa non mi meraviglia più di tanto: in tutte le ordinanze che negli anni regolano la valutazione degli alunni non c’è mai un accenno al fatto che un conto è misurare una prova, altro conto è valutarla. Per non dire poi della valutazione dell’alunno, che è un altro conto ancora.

Ai nostri amici del Miur, che anno dopo anno scrivono di valutazione, suggerirei la lettura e lo studio di due testi, fondamentali per operare in materia. Sono testi di tanti anni fa, ma illuminanti fin dal titolo. Eccoli: Aldo Visalberghi, Misurazione e valutazione nel processo educativo, Milano, Edizioni di Comunità, del 1955; Mario Gattullo, Didattica e docimologia, misurazione e valutazione nella scuola, Roma, Armando, del 1967.

Le novità del nuovo esame, in sintesi

Tornando al “nuovo” esame di Stato, le scelte e le innovazioni più significative introdotte sono le seguenti:

  1. è ammesso all’esame di Stato l’alunno che ha frequentato almeno i tre quarti delle ore di scuola previste ed ha ottenuto almeno la sufficienza in tutte le discipline;
  2. per quanto riguarda il credito scolastico, l’art. 15 del d.lgs. 62/2017 attribuisce al credito scolastico maturato dagli studenti nel secondo biennio e nell’ultimo anno di corso un peso decisamente maggiore nella determinazione del voto finale dell’esame di Stato rispetto alla precedente normativa, elevando tale credito da venticinque a quaranta punti su cento;
  3. la prima prova scritta di italiano non avrà più quattro tracce, ma tre;
  4. la seconda prova scritta può riguardare più materie;
  5. la commissione dispone di 60 punti: massimo 20 per ciascuna delle due prove scritte e 40 per il colloquio;
  6. viene eliminata la terza prova scritta (quella che assolutamente non si deve chiamare quiz o addirittura quizzone, perché in effetti una prova oggettiva ha sempre una sua dignità);
  7. se lo studente dispone di un credito di almeno 30 punti e del punteggio complessivo di 50 per le tre prove, può godere di altri 5 punti (da uno a 5).

Altri provvedimenti per nulla secondari sono i seguenti: la prova Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro non costituiscono più requisiti di accesso all’esame.

I documenti del Miur

Le innovazioni sono tante. Ovviamente, per il dettaglio delle informazioni, occorre accedere direttamente ai tre documenti citati: a) la Nota del 4 ottobre; b) il Documento di lavoro per la preparazione delle tracce della prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione; c) le Indicazioni metodologiche e operative per la definizione dei ‘Quadri di riferimento per la redazione e lo svolgimento delle seconde prove’ e delle ‘Griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi’.

 

* in Scuola7, n 7, ottobre 2018 – Edizioni Tecnodid, Napoli

Una Raccomandazione per la nostra scuola

Una Raccomandazione per la nostra scuola

di Maurizio Tiriticco

All’avvio del nuovo anno scolastico, è bene ricordare che ormai da anni le nostre scuole sono tenute a far raggiungere ai nostri studenti, oltre alle competenze disciplinari, inter- e pluridisciplinari, di cui alle Indicazioni nazionali e alle Linee guida – i documenti normativi che regolano i nostri percorsi di studio – anche quelle competenze di cittadinanza cosiddette chiave, che sono in grado di garantire a ciascun soggetto di inserirsi positivamente non solo nel contesto specifico del proprio Paese, ma anche all’interno del contesto europeo. In altri termini, le istituzioni scolastiche di ciascuno dei 28 Paesi aderenti all’Unione Europea, sono tenute a perseguire, oltre agli obiettivi specifici delle singole istituzioni, anche obiettivi caratterizzanti una cittadinanza specificatamente europea.

Ovviamente, tali obiettivi trascendono le discipline di studio dei singoli Paesi e approdano a competenze fortemente pluridisciplinari e civiche. In tal modo tracciano la figura di un soggetto in grado di sentirsi cittadino di una comunità più ampia di quella nazionale! Appunto! Cittadino di una comunità europea, anzi di una vera e propria unione, l’Unione Europea!

Si tratta, quindi, di competenze di cittadinanza che, pur fondandosi su basi che, come si suol dire, vengono da lontano, con il trascorrere del tempo, subiscono costantemente correzioni e aggiustamenti al fini di poter riflettere al meglio le responsabilità di un cittadino autenticamente europeo.

Nella scorsa primavera, il Consiglio dell’Unione Europea ha varato un provvedimento, con cui si configurano le competenze di cittadinanza e vi si apportano alcuni cambiamenti e miglioramenti rispetto alle edizioni precedenti. Il documento in questione è la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 22 maggio 2018, relativa, appunto, all’apprendimento permanente, della quale riporto il titolo e alcuni passaggi significativi.

RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA del 22 maggio 2018, relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente.

Nel documento leggiamo, tra l’altro:

“””E’ pertanto diventato più importante che mai investire nelle competenze di base. L’istruzione di alta qualità, corredata di attività extracurricolari e di un approccio ad ampio spettro allo sviluppo delle competenze, migliora il conseguimento delle competenze di base. Una società che diventa sempre più mobile e digitale deve inoltre esplorare nuove modalità di apprendimento. Le tecnologie digitali esercitano un impatto sull’istruzione, sulla formazione e sull’apprendimento mediante lo sviluppo di ambienti di apprendimento più flessibili, adattati alle necessità di una società ad alto grado di mobilità. Nell’economia della conoscenza, la memorizzazione di fatti e procedure è importante, ma non sufficiente per conseguire progressi e successi. Abilità quali la capacità di risoluzione di problemi, il pensiero critico, la capacità di cooperare, la creatività, il pensiero computazionale, l’autoregolamentazione sono più importanti che mai nella nostra società in rapida evoluzione. Sono gli strumenti che consentono di sfruttare in tempo reale ciò che si è appreso, al fine di sviluppare nuove idee, nuove teorie, nuovi prodotti e nuove conoscenze.

Le competenze di cui ogni cittadino europeo deve disporre, sono le seguenti:

• competenza alfabetica funzionale;

• competenza multilinguistica;

• competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria;

• competenza digitale;

• competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare;

• competenza in materia di cittadinanza;

• competenza imprenditoriale;

• competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.”””

La considerazione della citata Raccomandazione dovrebbe costituire il principio e il fine di qualsiasi attività di insegnamento/apprendimento. In effetti ciascun insegnante, che sia autenticamente europeo e che sia consapevole di essere responsabile dell’istruzione, della a formazione e dell’educazione di un cittadino che è anche e soprattutto europeo, non può limitarsi al puro esercizio della sua attività disciplinare. Insistere sulla disciplina di competenza è corretto, ma è anche necessario volare alto! In un mondo che ci impone orizzonti sempre più impegnativi!

E, a questo proposito, mi piace ricordare quanto Edgar Morin volle insegnarci alcuni anni fa circa le finalità dell’insegnare e dell’apprendere in una dimensione europea; ma, in verità, non solo europea. Tra “Les sept savoirs nécessaires à l’éducation du future”, Unesco – Paris, 2000, mi piace ricordarne due, il secondo e il quinto:

  1. Insegnare a cogliere le relazioni che corrono tra le parti e il tutto in un mondo complesso.

  2. Insegnare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze.

E che il nuovo anno scolastico abbia inizio con i migliori auspici!

Anno scolastico nuovo! Scuola nuova?

Anno scolastico nuovo! Scuola nuova?

di Maurizio Tiriticco

Stando a quanto leggo su ben due pagine de “la Repubblica” di oggi, l’avvio dell’imminente anno scolastico comincia in salita! Alcuni titoli: “Manca un preside su quattro, servono segretari e bidelli, in cattedra ottantamila precari”. “Sostegno, aumentano i posti, ma non ci sono specialisti: si va avanti con i supplenti”. “Alle superiori è caccia ai prof di greco e matematica”. Nel Lazio “la metà dei nuovi docenti è pendolare da altre regioni”. Nel Veneto: “Ad oggi abbiamo ancora più di seimila posti vacanti”. Ma è solamente un’emergenza o qualcosa di più? Sono ormai anni che alla fine di agosto sulla stampa appaiono titoli di questo genere! Ma insomma! Ogni anno scolastico è destinato a cominciare così? Ed in effetti, purtroppo, è proprio così! Se un avvio si vede dal mattino, non è detto che poi il percorso sia migliore! Il fatto è che, dopo i primi giorni, la nostra scuola non fa più notizia! Fatta eccezione di qualche genitore che aggredisce l‘insegnante o dello studente che dileggia il docente per poi pubblicare il tutto sul web! Ma, al di sotto di queste emergenze, viene da chiedersi: ma il nostro sistema scolastico, o meglio, per dirla anche sotto il profilo formale, il nostro “Sistema nazionale educativo di istruzione e formazione” funziona? E come?

Le intenzioni istituzionali sembrano ottime! La scuola oggi non deve più limitarsi ad istruire (in ordine a date e indispensabili conoscenze), come era una volta, ma anche e soprattutto a formare ed educare! O meglio, a formare la persona e ad educare il cittadino! E conseguentemente non si perseguono più solo conoscenze, ma anche abilità e competenze! Obiettivi più che ambiziosi! Siamo lontani anni luce da quella scuola elementare obbligatoria postunitaria, che doveva limitarsi ad insegnare a leggere e scrivere in lingua italiana e a far di conto! L’obbligo scolastico e l’obbligo di leva erano finalizzati a far sì che il suddito siciliano e il suddito veneto non si sentissero più stranieri in Patria! Obiettivi ambiziosi ma che, nel corso di qualche decennio, bene o male, si sono realizzati.

Ma oggi, in ordine a obiettivi ben più impegnativi – siamo anche cittadini d’Europa… e del mondo, perbacco – il nostro Sistema di istruzione ecc., non sembra che funzioni al meglio, se, ormai da anni, ad ogni avvio di anno scolastico nuovo, ci troviamo sempre di fronte agli stessi problemi! Purtroppo è così! E la cosa più sconcertante è che, quando andiamo a leggere le classifiche OCSE, il nostro sistema di istruzione ecc. non sembra raggiungere risultati lusinghieri! In effetti, nelle classifiche internazionali si aggira sempre nelle posizioni centrali, quasi sempre un po’ più su o in po’ più giù della media (a seconda delle diverse tabe!le). Siamo surclassati da Paesi – cito a memoria – come la Germania, la Svizzera, la Lituania, la Finlandia, Singapore, Francia, Svezia, Messico.

E allora? Che cosa aspettiamo ad investire in istruzione? Molti dei nostri istituti scolastici collassano fisicamente. Gli insegnanti sono malpagati, a fronte di altri professionisti e di tanti loro colleghi stranieri. Ma non basta! Non solo sono mal pagati, ma, prima di giungere all’agognato ruolo, devono affrontare gavette che sembrano percorsi di guerra! Ne consegue che la motivazione ad insegnare non viene affatto sollecitata! Per non dire poi del funzionamento delle nostre scuole! Che è quello di sempre! Riforme ce ne sono state e tante! Fino al superamento dei programmi ministeriali di sempre accompagnati dal varo di Indicazioni nazionali e Linee guida. Ma la struttura organizzativa delle nostre scuole è quella di sempre: classe d’età, aula, banchi, cattedra (con o senza “predella” come la chiama qualcuno), ore sacramentali, campanelle sacramentali, che, come le sirene nelle fabbriche fordiste di Taylor, scandiscono il tempo eguale per tutti! Promozioni e bocciature convivono a segnare tempi sacramentali eguali per tutti gli studenti! Ciò che in natura non si può, nella scuola si può: ripetere un anno di vita! E una volta c’erano anche i grembiuli a coprire gli abiti! Un omaggio formale per coprire le differenze di classe… sociale, ovviamente! Per non dire dei banchi a coppia… difficilmente un maschietto accanto a una femminuccia. E via dicendo! Sono cose notissime, ma…

…nell’istituto Maiorana di Brindisi, queste “cose” da anni sono state del tutto sconvolte e rovesciate! Non sto a descriverle! Il web è più informato di me! E chi ha avviato, e da anni, questa rivoluzione è stato un preside di frontiera, Salvatore Giuliano, che oggi è viceministro al Miur! Di qui, la speranza e l’augurio che il nostro Giuliano possa avviare non un’ulteriore riforma della scuola – ne abbiamo avute fin troppe – ma dare quei segnali che possano sollecitare il là a progressivi e incisivi cambiamenti! Da attivare nel lavoro concreto e quotidiano dell’insegnante in aula! E nello studio dei nostri studenti, che deve essere attivo, produttivo. Al Maiorana i libri cosiddetti di testo li scrivono studenti e insegnanti! E fanno tante altre cose che non sto a dire perché sarebbe lungo! E perché le sollecitazioni ad innovare vanno ricercate! E sperimentate! Buon lavoro, insegnanti! E che sia un anno scolastico di rinnovamento!

L’incultura degli Italiani

L’incultura degli Italiani

di Maurizio Tiriticco

Alcuni anni fa – era il 16 dicembre del 2010 – in mio articolo dal titolo “La terza fase, forme di sapere che… abbiamo perdute”, ricordavo quanto affermava Raffaele Simone nel suo libro La Terza Fase, Forme di sapere che stiamo perdendo, pubblicato da Laterza nel lontano 2000. Scrivevo: “La tesi di Simone è che l’avvento delle tecnologie ipertestuali non concorre a migliorare le nostre competenze logico linguistiche – discrete e digitali, potremmo aggiungere – ma ad impoverirle”. In effetti, oggi, nel 2018, dobbiamo purtroppo constatare che nella nostra classe dirigente la parola scritta si è andata estremamente impoverendo, e proprio in quei settori dell’analisi politica e sociale che, invece, richiederebbero arricchimenti costanti. In effetti, stante la complessità delle società contemporanee, delle economie e dei mercati, di una globalizzazione galoppante e di un mercato del lavoro sempre più precario, altrettanto complessa, circostanziata e mirata ne dovrebbe essere l’analisi! Soprattutto da parte di chi ha nelle mani i destini del Pianeta, per usare parole forti!.

Ora, alla luce di quanto accade oggi nella nostra vita politica, mi sembra che le preoccupazioni espresse allora da Simone, sulle quali peraltro non tutti i critici erano d’accordo, abbiano trovato invece una sonora conferma! In effetti, a diciotto anni di distanza dal libro di Simone, dobbiamo constatare che nella nostra classe dirigente la parola scritta si è andata estremamente impoverendo, e proprio in quei settori dell’analisi politica e sociale che, invece, richiederebbero arricchimenti costanti. In effetti, stante la complessità delle società contemporanee, delle economie e dei mercati, di una globalizzazione galoppante e di un mercato del lavoro sempre più precario, altrettanto complessa, circostanziata e mirata ne dovrebbe essere l’analisi! Soprattutto da parte di chi ha nelle mani i destini del Paese e del Pianeta, per usare parole forti!

Insomma, chi ha responsabilità di governo, deve essere anche assolutamente padrone del linguaggio che usa! Anche perché il linguaggio è il pensiero, paragrafando Vygotsky. Ebbene! Sono passati otto anni da quel 2010 e di acqua sotto i ponti ne è passata molta, ma… le cose non sono affatto migliorate, anzi! L’avvento sull’arengo politico (chissà se i politicastri nostrani conoscono il significato della parola ‘arengo’) di tanti baldi giovanotti non è di grande aiuto per un miglioramento della nostra lingua, né comune né tanto meno politica. Un giovanotto viene da Milano! Un altro giovanotto da Napoli! E sono anche fior di ministri! E poi, c’è un terzo individuo, non troppo giovanotto, venuto chissà da dove… o meglio, ricordiamolo: è nato in un Paese della nostra bella Puglia, Volturara Appula, nel 1964. Il web mi dice che è un politico, un giurista, un accademico italiano! Ed oggi anche “Presidente del Consiglio dei Ministri e Capo del Governo”! No! Per carità! Il web sbaglia! Solo Benito Mussolini si permise di darsi il titolo di Capo del Governo! Un titolo che, oggi, nella nostra Costituzione non esiste!

Ma, a parte queste disquisizioni storiche e linguistiche, ciò che sconcerta è l’estrema povertà di linguaggio dei nostri attuali governanti, in primo luogo dei due Vicepresidenti del Consiglio dei Ministri. Parlano spesso, anzi troppo spesso, per slogan, per allusioni, come se fossero dei pubblicitari, invece che uomini politici con responsabilità immense, oggi, in un Paese che non sembra affatto navigare in acque tranquille. Ricorrono a Facebook e a Instagram per lanciare i loro proclami! Sì, proclami più che riflessioni e analisi politiche! E ciò è di un’estrema gravità! Ed inoltre lanciano quotidianamente licenze ad uccidere la nostra bella lingua italiana!

Così un Presidente del Consiglio sembra un burattino che balbetta ciò che i due burattinai suggeriscono! E i due burattinai zompano – letteralmente – da una telecamera all’altra e, quando sono in vena di grandi riflessioni, cliccano qualche periodino sui social! E producono piccoli “pezzi” in cui semantica, lessico e sintassi – che parole grosse! – sono sempre di un’estrema povertà.

Eppure c’era una volta un Parlamento in cui si… parlava! E i dibattiti erano sostenuti non solo dalla ricchezza delle idee e delle proposte politiche, ma anche dalla ricchezza delle argomentazioni. Soprattutto in occasioni delle grandi leggi di riforma! Oggi sembra che nel Parlamento si parli poco e male. Per non dire che quasi quotidianamente la parola è sostituita dallo schiamazzo, dallo sberleffo, dall’insulto, dalla banalità dal lancio costante di volantini in cui lo slogan uccide qualsiasi argomentazione! Ben altri erano i discorsi che hanno tenuto i nostri Padri e Madri Costituenti, i nostri Deputati e Senatori che nella seconda metà degli anni Quaranta hanno costruito l’ossatura legislativa e giuridica della nostra Repubblica! Solo qualche nome: De Nicola, Terracini, De Gasperi, Nenni, Togliatti, Moro, Andreotti! Ma quanti altri ne potrai ricordare, e quante altre, di schieramenti politici opposti, ma tutti padroni/e della nostra bella lingua!

E ciò che più addolora è questa urlante e sgangherata corsa verso un’ignoranza sempre più diffusa, civica e politica! Tutto ciò accade in un Paese che, in materia di lingua ha conosciuto un Dante, un Galileo, un Manzoni, un Pasolini, e tante donne, dalla Ginsburg alla Maraini, dalla Deledda alla Morante… ma quanti e quante altri/e ancora…

Non so! A volte mi viene da pensare: c’era una volta un Bel Paese che si chiamava Italia… dove il Sì… suonava!!!

La pedagogia, questa sconosciuta!

La pedagogia, questa sconosciuta!

di Maurizio Tiriticco

Il titolo dell’articolo è edificante: “Le scienze dell’Educazione per l’Europa”. E’ pubblicato alla pagina 32 de “la Repubblica” di oggi. Ed è firmato da autorevoli pedagogisti! Appena l’ho letto, mi sono detto: “Ah! Ma allora esiste una ricerca educativa nel nostro Paese! E riguarda anche l’Europa intera! Ed io che credevo che fosse ormai morta!!!” Ma poi, leggendo l’articolo con estrema attenzione, periodo dopo periodo… mi ha assalito un grande sconforto! Di fatto, nulla di nuovo sotto il sole! Insomma, un vero e proprio piagnisteo! Fior di pedagogisti che si battono il petto e lamentano la non presenza – non voglio dire l’assenza – della ricerca educativa, oggi, almeno nel nostro Paese! Altrove non so, ma sono anni che non ho notizia di un saggio, di un articolo, di un nome! So solo che, anno dopo anno, arrivano le ricerche dell’OCSE sui sistemi educativi dei Paesi più importanti e che l’Italia si aggira sempre un po’ più su o un po’ più giù della media. E Singapore e Giappone sono sempre in testa!

Insomma, se nel nostro Paese girano dei nomi in materia pedagogica, sono quelli di sempre, Laporta, Visalberghi, Don Milani! Per non dire de “La testa ben fatta, riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”, quell’aureo saggio di Edgar Morin che, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, non solo ebbe un grande successo, ma offrì anche agli insegnanti preziose indicazioni per un rinnovamento delle loro attività. Ma poi, con il nuovo millennio… più nulla! E la ricerca pedagogica? Boh!!!

Quindi, la chiave di lettura dell’articolo citato non è il modo indicativo, ma il condizionale! In effetti, non si dice che “la scuola italiana fa…”, ma che “la scuola italiana, dovrebbe, potrebbe…”. Riporto questo passaggio, in quanto mi sembra la sottolineatura di uno sconforto nazionale. Comunque, i nostri firmatari pedagogisti – od ex? – affermano che, di fronte alle tante sfide che la società contemporanea propone ed impone, “è dunque il momento di riproporre con forza il ruolo trasformativo dell’atto educativo, affinché riacquisisca l’imprescindibile funzione di volano per la società”. Viene da chiedermi, e da chiedere: ma dove erano in tutti questi anni i firmatari di questo accorato appello? Io ricordo soltanto che, quelle rare volte che alcuni di loro sono andati nelle scuole a confrontarsi con gli insegnanti, non hanno ottenuto lusinghieri successi! Perché, in effetti, un conto è scrivere di pedagogia; ma altro conto è confrontarsi ogni giorno con una classe di alunni! In effetti, se non erro, la ricerca pedagogica, almeno quella italiana, da lunghi anni tace. In realtà, quali indicazioni, quali sussidi hanno offerto alle nostre tante scuole in difficoltà? Difficoltà di ogni tipo: un mondo infantile e giovanile che cambia di giorno in giorno; ma un’organizzazione e un’offerta educativa che sono quelle di sempre! Lo so! Non ci sono più i programmi ministeriali, sostituiti dalle Indicazioni nazionali e dalle Linee guida, ma… i ma sono tanti! In effetti, l’organizzazione della vita scolastica è quella di sempre! Dominano le tre C, che da sempre denuncio, ma che sembrano immodificabili! La Classe, la Cattedra, la Campanella! Un’organizzazione della vita scolastica che è rimasta immodificata fin dai tempi della legge Casati (1859) e della legge Coppino (1877). E mettiamoci pure la riforma Gentile del 1923!

Oggi, con tutti i profondi cambiamenti che sono avvenuti nel sociale, nel mondo giovanile, nel modo dell’informazione, la scuola delle tre C è in buona misura insopportabile, anche da parte degli stessi insegnanti! E poi, come se non bastasse, arrivano le prove Invalsi a fare le pulci a scuole e insegnanti! In tale scenario, si contano sulla punta delle dita i DS che hanno rovesciato questa organizzazione. Quindi, alcune eccezioni ci sono. Vorrei ricordare il “Majorana”, di Brindisi; il “Pacioli” di Crema, il “Fermi” di Mantova, il “Volta” di Perugia, il “Savoia Benincasa” di Ancona, il “Marco Polo” di Bari. Ed è importante che il DS del “Majorana”, Salvatore Giuliano, sia oggi sottosegretario all’Istruzione! Io non sono un tifoso dei pentastellati, ma mi auguro che il nostro Giuliano riesca a proporre alle nostre scuole modelli organizzativi diversi e, in primo luogo, più produttivi Lui che di modelli innovativi ha una lunga esperienza!

Come dice un vecchio adagio, lasciamo lavorare il manovratore! Un augurio e una scommessa! La nostra scuola ha bisogno di rinnovarsi dalle fondamenta! L’anno scolastico che sta per cominciare segnerà l’avvio del cambiamento?