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Competenze di fine obbligo, edizione 2018

Competenze di fine obbligo, edizione 2018

di Maurizio Tiriticco

Recentemente in sede europea è stata adottata una nuova risoluzione in materia di competenze di cittadinanza: competenze che i nostri cittadini/studenti sono tenuti a conseguire al termine del ciclo decennale di istruzione obbligatoria, quindi al termine del primo biennio di istruzione secondaria superiore. E’ ovvio che, a partire dalla prima classe primaria, gli insegnanti debbono conoscere le competenze di cittadinanza che i propri alunni dovranno conseguire al sedicesimo anno di età. Conseguentemente dovranno programmare le loro attività di Educazione, Formazione e Istruzione in modo che siano finalizzate a far conseguire a ciascuno di loro quel “successo formativo” di cui al comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99 concernente il “Regolamento sull’autonomia organizzativa e didattiche delle istituzioni scolastiche”.

Potrei ricordare a margine che a tutt’oggi il percorso decennale di istruzione si svolge lungo tre gradi di istruzione che non sempre sono tra loro coordinati affinché si possa progettare, programmare e pianificare un curricolo di studi continuo e progressivo. Sarebbe auspicabile una normativa ad hoc che permetta di superare tale frammentazione.

La risoluzione europea è contenuta nella “Raccomandazione relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente, adottata dal Consiglio nella sua 3617ª sessione, tenutasi il 22 maggio 2018 (Bruxelles, 17.1.2018 COM (2018) 24 final 2018/0008 (NLE). Il quadro di riferimento delinea otto tipi di competenze chiave: – competenza alfabetica funzionale; – competenza multilinguistica; – competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria; – competenza digitale; – competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare; – competenza in materia di cittadinanza; – competenza imprenditoriale; – competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.

Si ricorda che una competenza è un saper fare consapevole e mirato che caratterizza l’agire responsabile di un dato soggetto. La competenza, quindi, sottintende il conseguimento di specifiche abilità e di specifiche conoscenze Una competenza, infatti, implica l’azione attiva di una o più abilità. L’abilità è un saper fare determinato da una capacità. Ad esempio, banalmente: se sono capace di adoperare le gambe, sono abile nel camminare e nel correre; se sono capace di adoperare le mani, sono abile nel lavarmi, vestirmi e compiere le azioni cosiddette quotidiane. Attenzione! Un chirurgo e un pianista non sono solo abili nell’adoperare le mani e le dita, ma sono anche competenti. In effetti il chirurgo e il pianista – comunque, qualunque professionista, non solo di alto livello, come si suol dire (un magistrato, un architetto, un insegnante), ma di qualsiasi livello (un autista, un badante, una colf, un infermiere) sono tenuti a possedere conoscenze, capacità/abilità e competenze particolari e mirate. Un altro esempio: ciascuno di noi è abile quando usa le gambe per camminare e correre, magari per non perdere il tram, ma… il calciatore, il podista, il saltatore olimpico usano le loro gambe in ordine a una particolare competenza.

In conclusione, possiamo dare le seguenti definizioni:

CONOSCENZA: va intesa non solo nel senso delle informazioni apprese ed archiviate nella nostra memoria, ma anche e soprattutto nel senso dell’attività del conoscere sempre nuove “cose”, o meglio, di essere in grado di acquisire, comprendere, archiviare e saper utilizzare costantemente dati e informazioni. Si ricorda che “Antonio” è un dato e che “correre” è un altro dato. Ma se dico/scrivo “Antonio corre”, produco una informazione. E’ un esempio banale, ma calzante. In effetti, un parlante non deve possedere solo un vocabolario virtuale, ma anche una grammatica virtuale, al fine di produrre informazioni comunicative. E’ opportuno ricordare che la grammatica si distingue in fonologia (i suoni), morfologia (le forme) e sintassi (i costrutti). Per l’uso produttivo e corretto della grammatica, rinvio alla teoria degli “atti linguistici”.

CAPACITA’, in quanto condizione per esercitare un’ABILITA’. Se mi rompo una gamba perdo la CAPACITA’ di esercitare l’ABILITA’ del camminare. Attenzione! Posso essere capace/abile nell’utilizzo delle mani ai fini degli usi quotidiani, ma non sono capace di suonare un pianoforte o di esercitare un’operazione chirurgica. E’ il caso in cui il soggetto accede a una data competenza.

COMPETENZA. La competenza è quindi un fare/produrre un qualcosa di significativo e produttivo. Il fare è in genere individuale, ma in molti casi si esprime in équipe, quando il soggetto si coordina con altri. Un conto è suonare il pianoforte singolarmente; altro conto è suonarlo in un’orchestra coordinandosi con gli orchestrali e con il direttore. Per non dire di una squadra di calcio, in cui le competenze personali di ciascuno debbono coordinarsi con quelle di tutti i giocatori della squadra. Per quanto riguarda la scuola, un insegnante è COMPETENTE non solo se è “padrone” della propria disciplina, ma anche se è CAPACE/ABILE di coordinarsi con gli alunni e con i suoi colleghi. In effetti l’analisi di un gruppo/classe o di un consiglio di classe rinvia ad altre ricerche, relative alla cosiddetta “dinamica di gruppo”, su cui sono state scritte molte pagine. Mi limito a un solo riferimento: Jakob Levi Moreno, inventore del sociogramma. Ma su questa tematica in Italia sono state scritte poche pagine! Siamo un Paese di individualisti?

Tornando alle otto competenze chiave di cittadinanza – ripeto: valide per tutte le scuole dell’Unione Europea – occorre anche considerare a come accertarle e certificarle. Nel caso italiano, i nostri insegnanti sono tenuti a certificarle, come già detto, alla conclusione del decennio obbligatorio di studi, operando secondo il Modello allegato al D.M. 9/2010, che così recita.

Livello di base: lo studente svolge compiti semplici, compie scelte consapevoli, mostrando di possedere conoscenze ed abilità essenziali.

Nel caso in cui non sia stato raggiunto il livello base, andrà riportata l’espressione: “livello base non raggiunto”.

Livello intermedio: lo studente svolge compiti di maggiore complessità rispetto al livello di base, compie scelte consapevoli e motivate, mostrando padronanza nell’uso delle conoscenze e delle abilità.

Livello avanzato: lo studente svolge compiti complessi, mostra padronanza nell’uso delle conoscenze e delle abilità. Sa proporre e sostenere le proprie opinioni e  assumere decisioni consapevoli.

Occorre anche specificare la prima lingua straniera studiata.

Il riferimento operativo va, ovviamente, alla Raccomandazione a cui abbiamo accennato precedentemente, adottata dal Consiglio il 22 maggio 2018. Vorrei tanto che la citata Raccomandazione costituisse un’occasione di riflessione e di studio in materia di certificazione di competenze per i nostri insegnanti. I quali spesso sono più preoccupati della conoscenza della “propria” disciplina da parte degli studenti che del conseguimento di competenze pluri- ed interdisciplinari!

Uso dei reattivi per lo sviluppo dell’apprendimento

Uso dei reattivi per lo sviluppo dell’apprendimento

di Maurizio Tiriticco

Lettera a Tullio De Mauro

Lettera a Tullio De Mauro

di Maurizio Tiriticco

Caro Tullio! Tu sai quanto mi dispiace il fatto che tu non sia più qui con noi, ma… ed è un MA grosso così! Perché soffriresti! Nel vedere come oggi la nostra bella lingua viene umiliata e offesa quotidianamente! E non dalle classi più umili! Queste ormai, bene o male, sono abbastanza acculturate! Ormai tutti i nostri concittadini hanno superato gli anni dell’istruzione obbligatoria! E tutti, soprattutto, smanettano cellulari ad ogni pie’ sospinto, con tanto di auto correttore, per cui, bene o male, un linguaggio comunicativo, più o meno corretto, lo utilizzano. Ma ritorno al MA grosso così! Il fatto è che sono i nostri politici, i nostri rappresentanti al Parlamento, i nostri governanti, ad umiliare e ad offendere quotidianamente – ripeto – la nostra bella lingua!

Ricordiamo tutti il linguaggio a volte criptico di tanti dirigenti democristiani ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica! Ricordiamo le evoluzioni – se si può dir così – delle dissertazioni di Aldo Moro! O il linguaggio spesso caustico e tagliente di Giulio Andreotti. Ma ricorderai anche quel magistrale discorso che Palmiro Togliatti tenne all’Assemblea Costituente il 25 marzo del 1947 a proposito dell’introduzione o meno nella Carta costituzionale della Repubblica di quell’articolo 5, che poi divenne articolo 7, che così recita: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Si tratta di un discorso ricco, argomentato, e in primo luogo grammaticalmente più che corretto! Ma, soprattutto, un discorso importante, perché doveva convincere l’intera Assemblea! E in primo luogo i laici impenitenti! E intendeva metter fine a una polemica sterile, promossa allora da tanti gruppi politici contrari ai Patti Lateranensi, sottoscritti in Roma l’11 febbraio del 1929 nel Palazzo di San Giovanni in Laterano! E, solo perché erano stati promossi e firmati dal Cardinal Gasparri e, udite udite!, da Benito Mussolini in persona!

Ma perché – mi chiederai – questa argomentazione? Tu pensi che ormai noi italiani la battaglia per un linguaggio grammaticalmente  corretto l’abbiamo vinta! Per il semplice fatto che è quanto mai necessario il “parlare e scrivere bene”, come si suol dire! Per comprendere e farsi comprendere! E ragionare prima di dar fiato alla lingua! E ciò avviene quando viene rispettata la grammatica in tutte le sue parti, la fonologia (i suoni), la morfologia (le forme) e la sintassi (i costrutti). Perché in effetti un corretto uso della grammatica è necessario e indispensabile non solo per “leggere e scrivere”, ma anche per produrre pensieri e parole “intelligenti”, che cioè abbiano un significato e si propongano un fine.

Quante lotte per una lingua italiana corretta! E tu ne sei stato maestro e autore! Ma oggi stiamo assistendo ad un processo contrario! Un ritorno a un italiano balbettante, scorretto e scurrile anche! Ed è un ritorno promosso, sollecitato e sostenuto da un’intera classe politica! Alludo ai nostri attuali governanti! I pentastellati e i leghisti! Una corsa ad un italiano succinto, approssimato, sgrammaticato, nonché ricco di parolacce! Perche tutti intendano e tutti capiscano! Come se gli Italiani fossero un popolo di ignoranti! Un ultimo esempio, di qualche giorno fa. Lucia Borgonzoni, Sottosegretaria alla CULTURA della Lega, ha introdotto Matteo Salvini sul palco di Fontevivo, in provincia di Parma. Prima di passare il microfono al segretario del Carroccio, ha detto: “Grazie al vostro supporto conquistiamo la Regione e DIAMO UN CALCIO IN CULO ai comunisti”. Ripeto: Sottosegretaria alla CULTURA! Povera CULTURA! Ridotta alla sola prima sillaba, CUL! Confesso che mi vergogno di avere una Sottosegretaria di Stato che si esprime così!!!

E allora mi chiedo: perché noi insegnanti dovremmo darci tanto da fare perché i nostri alunni parlino e scrivano in un italiano corretto? Dovremmo fare il contrario! Gettare al macero la grammatica e sdoganare la parolacce! Comunque, potremmo fare anche a meno del libro di grammatica, che del resto io non ho mai adottato! Perché una lingua corretta si impara e si insegna parlando e scrivendo! Più che memorizzare che questo e quello sono aggettivi e pronomi dimostrativi! E a questo proposito, mi piace ricordare quel bel libro “Contare e raccontare”, scritto da te e da Carlo Bernardini, che ci ha lasciati lo scorso mese! Carissimo! Con questi politici da strapazzo, che ti conti?! Che ti racconti?! Con questa classe dirigente, cosiddetta, maestra della più assoluta ignoranza, politica e linguistica c’è poco da sperare! Mah!!! Usciremo da questo tunnel? Speriamo! Ma sarà difficile! E richiederà tempo!

Competenze da… non dimenticare!

Competenze da… non dimenticare!

di Maurizio Tiriticco

Le scuole sono ormai chiuse e le vacanze sono in corso, ma… Appunto! Ma! Siamo certi che i nostri studenti, quelli che hanno concluso il percorso dell’istruzione obbligatoria decennale, abbiano raggiunto le competenze che lo Stato e la società tutta loro richiedono? Si tratta delle cosiddette competenze di cittadinanza! Ma di una cittadinanza che va letta non solo sotto il profilo normativo legale, ma anche e soprattutto sotto il profilo fattuale. In altri termini, ci chiediamo: quali comportamenti deve assumere un cittadino al termine dell’istruzione obbligatoria al fine di un ingresso e di un inserimento consapevole in un assetto sociale, o meglio nel nostro assetto sociale, organizzato e disciplinato dalle norme fondamentali di cui alla Costituzione della nostra Repubblica? E non è male ricordare che non è una Repubblica qualsiasi, ma quella che è nata dalla Resistenza e dalla lotta contro il nazifascismo! E ciò al fine della costruzione di un consesso sociale autenticamente democratico!

Va ricordato che si è trattato di conquiste assolutamente nuove per un Paese che aveva conosciuto e subìto venti anni di dittatura e decenni di una monarchia che si è imposta su un popolo! Sappiamo con quali criteri antidemocratici si sono svolti i referendum nel lontano Ottocento, quando via via parti del nostro territorio venivano annessi al Regno Sabaudo! I Savoia! Una casa regnante che non godeva affatto della stima di altri Regni, di altri Governi europei!

Ma, torniamo a noi! Nell’Allegato 2 del dm 22 agosto 2007, n. 139, relativo all’istituzione dell’obbligo di istruzione decennale, in ordine al comma 622 dell’articolo1 della Legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria relativa all’anno 2007) leggiamo testualmente: Titolo: “competenze chiave di cittadinanza da acquisire al termine dell’istruzione obbligatoria”.

Il testo esordisce così: “L’elevamento dell’obbligo di istruzione a dieci anni intende favorire il pieno sviluppo della persona nella costruzione del sé, di corrette e significative relazioni con gli altri e di una positiva interazione con la realtà naturale e sociale”. In effetti, si insiste sui tre aspetti fondanti e costitutivi di ciascun essere umano:

la costruzione del Sé in quanto persona – “Io sono”, l’esito di un processo di formazione;

la costruzione del Sé dei confronti dell’Altro – “Io collaboro”, l’esito di un processo di educazione;

la costruzione del Sé nei confronti delle cose – “Io faccio”, l’esito di un processo di istruzione.

Rinvio a quanto abbiamo scritto tanti anni fa, quando varammo l’autonomia delle istituzioni scolastiche. Al comma 2 dell’articolo 1 del DPR 275/99 (Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche) leggiamo: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”. Ho sottolineato quel successo formativo che la scuola della Repubblica deve garantire a ciascun cittadino.

Ed ora riporto testualmente quando scritto e sancito dal citato allegato 2.

IL SE’:

Imparare ad imparare: organizzare il proprio apprendimento, individuando, scegliendo ed utilizzando varie fonti e varie modalità di informazione e di formazione (formale, non formale ed informale), anche in funzione dei tempi disponibili, delle proprie strategie e del proprio metodo di studio e di lavoro.

Progettare: elaborare e realizzare progetti riguardanti lo sviluppo delle proprie attività di studio e di lavoro, utilizzando le conoscenze apprese per stabilire obiettivi significativi e realistici e le relative priorità, valutando i vincoli e le possibilità esistenti, definendo strategie di azione e verificando i risultati raggiunti.

IL SE’ E L’ALTRO:

Comunicare; comprendere messaggi di genere diverso (quotidiano, letterario, tecnico, scientifico) e di complessità diversa, trasmessi utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali); rappresentare eventi, fenomeni, principi, concetti, norme, procedure, atteggiamenti, stati d’animo, emozioni, ecc. utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) e diverse conoscenze disciplinari, mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali).

Collaborare e partecipare: interagire in gruppo, comprendendo i diversi punti di vista, valorizzando le proprie e le altrui capacità, gestendo la conflittualità, contribuendo all’apprendimento comune ed alla realizzazione delle attività collettive, nel riconoscimento dei diritti fondamentali degli altri.

Agire in modo autonomo e responsabile: sapersi inserire in modo attivo e consapevole nella vita sociale e far valere al suo interno i propri diritti e bisogni riconoscendo al contempo quelli altrui, le opportunità comuni, i limiti, le regole, le responsabilità.

IL SE’ E LE COSE:

Risolvere problemi: affrontare situazioni problematiche costruendo e verificando ipotesi, individuando le fonti e le risorse adeguate, raccogliendo e valutando i dati, proponendo soluzioni utilizzando, secondo il tipo di problema, contenuti e metodi delle diverse discipline.

Individuare collegamenti e relazioni:

Individuare e rappresentare, elaborando argomentazioni coerenti, collegamenti e relazioni tra fenomeni, eventi e concetti diversi, anche appartenenti a diversi ambiti disciplinari, e lontani nello spazio e nel tempo, cogliendone la natura sistemica, individuando analogie e differenze, coerenze ed incoerenze, cause ed effetti e la loro natura probabilistica.

Acquisire ed interpretare l’informazione:

Acquisire ed interpretare criticamente l’informazione ricevuta nei diversi ambiti ed attraverso diversi strumenti comunicativi, valutandone l’attendibilità e l’utilità, distinguendo fatti e opinioni.

Fin qui il testo dell’allegato. E’ opportuno ricordare e sottolineare che le FINALITA’ e gli OBIETTIVI, di cui all’allegato, DEVONO COSTITUIRE parte viva ed integrante dell’azione didattica dei nostri insegnanti, dall’istruzione primaria al termine del biennio. Si tratta di dieci anni di studio purtroppo frammentati normativamente (primaria, media e biennio), ma che i nostri insegnanti dovrebbero riuscire a progettare, programmare, pianificare, realizzare! Una grande scommessa! Molto difficile! Ma che occorre affrontare e vincere!

Memoria eguale intelligenza?

Memoria eguale intelligenza?

di Maurizio Tiriticco

Non dico quante lamentele ho ricevuto – e continuo a ricevere – in ordine ai “quiz” che gli aspiranti DS hanno dovuto affrontare e risolvere oggi! NO! E’ un’offesa all’intelligenza e alla cultura adottare e imporre prove simili! Lo so! Si tratta di discriminare tra migliaia di aspiranti, ma non è affatto detto che tale tipologia di prova sia la più valida per raggiungere questo obiettivo. Vincono la partita gli aspiranti DS che hanno avuto la pazzzienza… sì, con tre zeta, di memorizzare migliaia di item. La nostra scuola non merita questo! Dov’è il Bel Paese dove il sì suona? Oggi abbiamo il Brutto Paese dove il sì… si clicca!!!

Non ho nulla contro la prova test! La ho adottata anch’io, quando insegnavo, ma… Mi spiego meglio. Tali tipologie di prove sono prove oggettive. Il che significa che una proposizione proposta – un item, appunto – o è vera o è falsa. Ciò significa che si tratta di prove parziali, efficaci quanto si vuole, ma parziali! In effetti saggiano soltanto se un soggetto conosce o non conosce “la verità” di una data proposizione. Ma il conoscere è di per sé prova di intelligenza? Indubbiamente sì, ma… finp a che punto? Qui occorre tirare in ballo le mille teorie che negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso furono elaborate dagli studiosi della conoscenza, i cosiddetti tassonomisti. La parola tassonomia viene dal greco, taxein e nomos e sta a significare, appunto, ordinare secondo un dato criterio. In effetti compiamo secondo dati criteri tante operazioni quotidiane, dall’allacciarsi le scarpe all’infilarsi una camicia! E poi c’è pure il fastidio della cravatta e di allacciare quel nodo che, purtroppo… non viene mai bene! Sono, ovviamente, operazioni di una grande semplicità che ciascuno di noi compie al mattino, magari pensando che si deve sbrigare se non vuole perdere il treno. Ovviamente, ci sono altre operazioni non quotidiane che dobbiamo apprendere! Dobbiamo imparare a guidare un’automobile, a scrivere con un PC, e via dicendo. Per non dire poi di certe operazioni che richiedono apprendimenti e prove su prove che durano anni. Suonare un pianoforte richiede specializzazioni particolari, proprio di quelle mani, di quei piedi, di quegli occhi… e di quelle orecchie… tutti strumenti che posseggo anch’io, ma… non chiedetemi di suonare un pianoforte! E neanche un piffero! In effetti, un grande pianista ha un qualcosa di più delle mani, dei piedi, degli occhi e delle orecchie!

Tutto ciò per dire che non è sufficiente leggere un dato! E non parlo di un’informazione che richiede più dati coordinati insieme. “Antonio” e “bicicletta” sono due dati; e ne devo aggiungere un terzo se devo dire che “Antonio pedala una bicicletta”. Tutto ciò per dire che il conoscere, il ricordare, il riconoscere sono operazioni relativamente semplici a fronte di tante altre operazioni successive che un umano è in grado di produrre. Per farla breve, chi mi legge avrà avuto a che fare con la tassonomia di Bloom. Secondo lo psicologo americano non è sufficiente il conoscere (e il riconoscere); occorre un secondo gradino, il comprendere; ed un terzo, l’applicare. Sono tre gradini: operazioni che compiamo quando ci allacciamo le scarpe o indossiamo una camicia! Ma immaginiamo che al mattino non troviamo le scarpe al solito posto! Dove mai saranno? Non posso procedere all’applicazione! Devo necessariamente procedere ad una quarta operazione! Devo analizzare dove diavolo mai saranno!!! Cerco di qua, cerco di là, finalmente le trovo: sono giunto alla conclusione, alla sintesi della mia indagine! Sono estremamente felice – si fa per dire – e valuto positivamente l’esito della mia ricerca. Si è trattato di un’attività procedurale e processuale compiuta su sei scalini: conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi, valutazione.

Altri ricercatori hanno costruito percorsi più articolati, ai quali rimando! Ma che c’entrano le suddette considerazioni con la prova che i nostri aspiranti DS hanno affrontato oggi? C’entrano e come! In effetti, anche un adolescente, o un bambino, dotato di ottima memoria e che sappia leggere e scrivere avrebbe potuto affrontare la prova che oggi hanno affrontato i nostri eroi aspiranti DS! Tutto qui! E a me viene molto da pensare! E, penso, anche a chi mi legge! Non so se le iniziative messe in opera dal Miur per selezionare i futuri DS delle “istituzioni scolastiche autonome” – ma poi sono realmente autonome? – siano veramente efficienti ed efficaci! Mi viene in mente il titolo di un film, ma non so quanto ci azzecca: “Non si uccidono così anche i cavalli?”. Venne presentato nel 1969 al Festival di Cannes:  diretto da Sydney Pollack e tratto dal romanzo di Horace McCoy.

Mah! Qualche giorno fa ho scritto “Intelligenza eguale memoria?”. Un titolo simile!!! Mah!!! Una scuola che appiattisce combina questi brutti scherzi!!!

Ricominciamo dalla pedagogia

Ricominciamo dalla pedagogia*

 di Maurizio Tiriticco

 

Carissime! Carissimi! Grazie di essere così numerosi qui a Laceno per discutere di pedagogia, piuttosto che stare al mare ad abbronzarvi! Mi piace ricordare una riflessione di Carlo Cattaneo, tratta da “I problemi dello Stato italiano”. E’ un’ottima cosa il fatto che “i maestri e le maestre, chiuso il loro annuale corso d’insegnamento, vengono chiamati alla volta loro a imparare. Parte dell’anno insegnano; parte dell’anno imparano ciò che debbono insegnare. E così, d’anno in anno, questi veri padri e queste vere madri del popolo salgono d’un gradino la scala; e con loro sale tutto il popolo”.

Raffaele Laporta, nel suo L’assoluto pedagogico, saggio sulla liberà in educazione, La Nuova Italia, Firenze, 1996, a pag. 257, così scrive: “Esiste una diffusa pratica di educatori che non hanno rispetto per la libertà dei loro educandi; anzi, si può affermare che una gran parte della riflessione sull’educazione abbia all’origine proprio constatazioni relative ai danni prodotti da un tale tipo di pratica”. Laporta ci ricorda nella sua ultima opera – ci ha lasciati nel 2000 – che non c’è libertà di insegnamento, se non c’è libertà di apprendimento. E non è un gioco di parole! Sono anzi parole importanti, che hanno segnato la lunga storia della nostra ricerca pedagogica. Sia quella di matrice laica che quella di matrice cattolica, molto attive nel nostro Paese. Alcuni nomi: Giuseppe Lombardo Radice, Ernesto Codignola, le sorelle Agazzi, Rosa e Carolina. Per non dire anche di Antonio Gramsci! Mi è sufficiente ricordare un saggio bellissimo di Mario Alighiero Manacorda: Il principio educativo in Gramsci. Americanismo e conformismo, Roma, Armando, 1970. E per non dire di Don Milani! Ma qui mi fermo perché la nostra ricerca educativa è stata più che fertile!

Sì, fino agli ultimi decenni del secolo scorso. Ma poi?

 

La scuola ai tempi del Regime

 

Molti molti anni fa, esattamente nel 1916, John Dewey pubblicava a New York “Democracy and Education”. Ma in Italia non venne pubblicato! Prima la guerra, poi il fascismo e, con il Regime, c’era poco da scherzare! Solo la classicità, l’Antica Roma, erano rivisitate ad uso e consumo… della nuova Italia! Che bisogno avevamo noi Itagliani, sì Itagliani, con la gl, come ci apostrofava il Duce in ogni suo discorso! Che bisogno avevamo di accedere alle culture straniere? Straniero come estraneo, come nemico, soprattutto! Noi, eredi di un’antica civiltà, dovevamo farla rinascere ed esportarla in tutto il mondo! Sulla mura di Via dell’Impero figurava un enorme tavola marmorea! I confini dell’Impero Romano ai tempi di Traiano! Ovviamente non solo un ricordo, ma anche e soprattutto un monito, una promessa!

L’Enciclopedia Utet del ragazzo italiano – venti volumi, se non erro, e i miei genitori, ovviamente, me l’acquistarono – era tutta un’esaltazione della Nuova Era fascista, i cui anni, in cifre romane, si affiancavano a tutti i calendari gregoriani! E l’America in quell’enciclopedia ci era descritta come il Paese degli scioperi e dei gangster! E i nostri ragazzi dovevano essere difesi da quella incultura! Così fummo tutti irreggimentati! Io balilla, prima semplice, poi escursionista, poi moschettiere, poi tamburino, poi trombettiere, poi mazziere! Un cursus honorum di tutto rispetto, di cui andavo fiero, fino a quel 25 luglio del 1943! Ed erano passati appena tre anni da quel discorso del Duce, pronunciato dallo storico balcone di Palazzo Venezia la sera del 10 giugno 1940!

A memoria me lo avevano fatto imparare! “Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Italiani! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati”. E mi fermo qui.

Anni bui per la nostra cultura! Ed anche per la ricerca pedagogica! Dewey? Non ne avevamo alcun bisogno. Dominavano Croce e Gentile! E soprattutto l’attualismo gentiliano! Un Dewey, che con molta umiltà attendeva nel suo libro a sviluppare concetti fondanti, educazione come necessità della vita, educazione come funzione sociale, educazione come direzione, educazione come crescita. E che così scriveva: “Una società distinta in classi deve prestare attenzione speciale soltanto all’educazione dei suoi elementi dirigenti. Ma una società democratica, mobile, ricca di canali distributori dei cambiamenti, ovunque si verifichino, deve provvedere a che i suoi membri siano educati all’iniziativa personale e all’adattabilità. Altrimenti essi sarebbero sopraffatti dai cambiamenti nei quali si trovassero coinvolti e di cui non capissero il significato e la connessione. Ne conseguirebbe una confusione nella quale un piccolo numero di persone si impadronirebbe dei risultati delle attività altrui cieche e dirette all’esterno” (p. 111).

Sono solo alcune delle considerazioni di Dewey. Quindi estremamente pericolose per un regime che, come tale, doveva irreggimentare un popolo e soprattutto la sua gioventù. Il regime accettò soltanto Maria Montessori, la cui esperienza, comunque, aveva ormai raggiunto una fama internazionale! E poi lei si occupava degli svantaggiati! Questo sosteneva il regime! Perché tutti i bambini e le bambine non svantaggiati venivano inquadrati nei “figli della lupa” e nelle “piccole italiane”! Tutti e tutte con tanto di emme maiuscola sul petto o sul fez!

Nel ventennio l’elaborazione pedagogica d’oltremare o d’oltr’alpe – l’allusione è anche a Piaget e a Vigotsky – da noi non ebbe alcuna fortuna! L’attualismo gentiliano era più che sufficiente! Ed istruire i nuovi piccoli italiani, insegnare loro a leggere, scrivere e far di conto – la grande scommessa dei governi dell’Italia postunitaria – non era più sufficiente. Occorreva ben altro! Il regime doveva occuparsi non solo di istruire, ma anche e sopratutto di educare! Ed educare, ovviamente agli ideali e ai principi della nuova era fascista. “Libro e moschetto, fascista perfetto”! Quindi si superava il leggere, scrivere e far di conto di sempre per educare soprattutto i nuovi nati ai princìpi e agli ideali della nuova era fascista!

E Giovanni Gentile fu il primo ministro dell’Italia fascista dopo la “marcia su Roma”. Guidò il ministero a partire dal 30 ottobre del 1922 – il 28, due giorni prima i fascisti avevano marciato su Roma – fino al primo luglio del 1924! Quel Ministero dell’Istruzione che dal 1929 fu ridenominato Ministero dell’Educazione Nazionale! Gentile governò il ministero per appena due anni! Durante i quali, però, la nostra scuola venne interamente riformata! Educare tutti e subito, non appena nati! Era una scommessa, oltre che un parola d’ordine, per il regime fascista. E nel 1923 Gentile varò quella riforma che porta il suo nome, riforma che, di fatto – almeno secondo il mio modesto giudizio – non è stata ancora del tutto superata! Nei suoi contenuti di fondo! Ed è trascorso quasi un secolo! Novantacinque anni, per l’esattezza!

 

La scuola come palestra di libertà

 

Ma torniamo a Dewey. E a quel titolo, “Democrazia e Educazione”. Così giustifica la sua scelta lo stesso Dewey nella prefazione all’opera: “Le seguenti pagine contengono un tentativo di scoprire ed esporre le idee implicite in una società democratica e di applicare queste idee ai problemi del compito educativo. La discussione include un’indicazione degli scopi costruttivi e dei metodi dell’educazione pubblica osservati da questo punto di vista, e una valutazione critica delle teorie della conoscenza e dello sviluppo morale che erano state formulate in precedenti condizioni sociali, ma che ancora agiscono, in società nominalmente democratiche, per ostacolare l’adeguata realizzazione dell’ideale democratico”. Queste considerazioni Dewey le sviluppava nell’agosto del 1915. L’Europa era nel pieno della prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti interverranno a fianco delle truppe dell’Intesa nel 1917.

In Italia finalmente potemmo leggere e conoscere Dewey solo dopo la seconda guerra mondiale, dopo tanti anni di scuola fascista, di retorica fascista e di mistica fascista… non sto scherzando! La “Scuola di mistica fascista Italico Sandro Mussolini”, nipote di Mussolini, morto giovanissimo, fu fondata a Milano il 10 aprile del 1930 e fu attiva fino al 1943. Il fascismo era letto addirittura come religione! Ebbene, Enzo Enriques Agnoletti e Paolo Paduano tradussero “Democrazia e Educazione” e lo pubblicarono nel maggio del 1949 per i tipi de “La Nuova Italia”. Leggere Dewey per noi non fu solo una scoperta, ma la grande occasione per riprendere quel discorso pedagogico – che andava anche oltre i confini italiani – che il fascismo aveva violentemente interrotto! Per non dire poi di tutte quelle aberranti giustificazioni addotte quando il regime, in ordine alle scelte naziste, decise che la pura razza italica avrebbe dovuto essere difesa! Per poi affermarsi in tutto il mondo! Appunto! Quando nacque quella orribile rivista, “La difesa della razza”, diretta da Telesio Interlandi. E Giorgio Almirante era segretario di redazione.

Ma non fu solo la scoperta di Dewey che ci appassionò, che mi appassionò, in quegli anni. C’era anche un Jean Piaget! Ed anche quel comunista sovietico di Lev Semënovič Vygotskij. E la polemica che tra loro era intercorsa. Problema: il pensiero e il linguaggio – che poi sarà il titolo dell’opera di Vigotskij – nascono dal soggetto/persona in quanto tale, o sono indotti dal sociale, dalla comunità in cui il soggetto nasce e apprende? Una tematica oltremodo interessante. Sulla quale mi sono già intrattenuto sei anni fa con la relazione intitolata “Omaggio a Jean Piaget e al suo fondamentale contributo all’educazione: attualità della sua ricerca”, presso l’Institut de Psycologie et Education de l’Université de Neuchâtel, Svizzera, in due giornate di studio organizzate dall’ANDIS. Un contributo che allego alla presente relazione. In effetti, a mio vedere, si trattò più di una polemica ideologica che di un confronto scientifico. In realtà, e’ come se volessimo polemizzare se è nato prima l’uovo o la gallina.

Comunque, è certo che il compito del vivente è in primo luogo quello di sopravvivere e di riprodursi. Pertanto, i viventi di tutte le specie apprendono nella misura in cui devono sopravvivere e riprodursi. Ciascun vivente apprende secondo i programmi genetici e i quadri concettuali che gli sono naturalmente dati. In linea generale possiamo dire che ogni vivente, dagli esseri unicellulari all’uomo, per sopravvivere deve adattarsi all’ambiente secondo un processo che Jean Piaget distingue in due stadi: assimilazione e accomodamento. Se piove, io mi riparo; se ho freddo, io mi copro; se ho fame, io mangio; se ho uno stimolo sessuale, io mi riproduco. Sono le strategie imposte dalla natura e adottate per sopravvivere e riprodursi! Sono le chiavi dell’apprendimento! Se non apprende, l’individuo muore… e muore la specie. Il che è un’assurda banalità!

 

La Scuola Città Pestalozzi

 

Ma torniamo a quel “Democracy and Education”, che per prima volta apparve in Italia ben trentatre anni dopo la sua prima pubblicazione! Trentatre anni di silenzio! Perché doveva risuonare la fanfara dell’educazione fascista. Ebbene, quel volume nell’immediato dopoguerra segnò la ripresa nel nostro Paese del discorso pedagogico, della ricerca pedagogica, anzi. Non a caso fu pubblicato a Firenze, per i tipi de “La Nuova Italia Editrice”. Perché a Firenze Ernesto Codignola e la moglie Anna Maria Lelli avevano fondato nell’immediato dopoguerra la Scuola Città Pestalozzi. Un’assoluta novità! Gli obiettivi della nuova scuola erano essenzialmente due: offrire un servizio sociale alle famiglie disagiate del rione, tra i più popolari e malfamati di Firenze e tra i più disastrati dalla guerra; costituire uno spazio educativo per la formazione del cittadino, dove si potesse coniugare l’istruzione ed il consolidamento di una coscienza civica e democratica. Al progetto partecipò anche Raffaele Laporta, mio maestro di pedagogia.

Laporta sosteneva con forza che l’istruzione e la cultura devono essere proposte ed erogate non solo da istituzioni a ciò dedicate, ma anche dall’intera comunità sociale del territorio. E’ notorio – e lo era anche allora – che non è cosa facile affidare o restituire la scuola al sociale, in forza del fatto che dell’educazione da sempre si sono fatto carico la famiglia ed il conteso comunitario. Comunque, pensava ad una scuola che provenisse dal sociale e che appartenesse al sociale, ma… come? Si trattò in verità di una scommessa, anzi di una “Difficile Scommessa”! È il saggio più significativo di quegli anni che Raffaele Laporta pubblicò nel 1971 per La Nuova Italia e che volle dedicare a Bruno Ciari, scomparso l’anno precedente.

Gli anni Settanta furono anni felici per la rinnovata ricerca pedagogica nel nostro Paese. Potrei accennare a più tipologie di ricerca, a quella cattolica e a quella laica: quest’ultima riconducibile al filone socialista e al filone comunista! Quindi, si leggevano anche tre prestigiose riviste: “Orientamenti pedagogici”, gestita dai Salesiani; “Scuola e Città”, dell’area socialista; e “Riforma della Scuola”, dell’area comunista. Ed io ne ero redattore. Ricordo anche benissimo come condussi due seminari annuali – quando ebbi in sorte di insegnare con Raffaele Laporta – uno avente come tema la pedagogia cattolica, il secondo la pedagogia marxista.

Nel 1978 vide la luce un aureo volumetto, di ben 334 pagine, intitolato “Pedagogia e scienze dell’educazione”. Ne era autore Aldo Visalberghi, che si era avvalso della collaborazione di due validi scolari, tra virgolette: Roberto Maragliano e Benedetto Vertecchi. Due animali di razza, come si suol dire! Le scienze dell’educazione – dopo anni di diseducazione fascista – andavano quindi per la maggiore! Ed erano anche tante! Alla pagina 21 del citato volume i nostri autori ne individuano ben ventiquattro! Afferibili a quattro macroaree: settore psicologico; settore sociologico; settore metodologico-didattico, settore dei contenuti. E sono citati numerosissimi autori di un panorama pedagogico internazionale! Ne cito solo alcuni. Althusser, Bloom, Bruner, Calonghi, Castelnuovo, Chomsky, Claparède, Decroly, Dewey, Engels, Freinet, Gagné, Illich, Jakobson, Nicholls, Piaget, Pontecorvo, Rogers, Lodi, Tornatore, Vygotskij, e tanti altri! Ed ovviamente, non poteva mancare la “Scuola di Barbiana”.

 

Da Comenio a Morin

 

Ma voglio tornare un po’ indietro nel tempo. E’ noto che per secoli e secoli l’istruzione pubblica non ha mai interessato i governi, tranne qualche rara eccezione nel periodo degli Illuministi. Ciò non significa che la ricerca filosofica a volte non approdasse anche a qualche suggerimento pedagogico! E’ più che noto! Ci sono voluti secoli perché la pedagogia si riscattasse come disciplina di ricerca a tuttotondo e soprattutto autonoma. Voglio ricordare una rara ma preziosa eccezione! Cito un nome e un’opera: Comenio e il suo “Orbis pictus”! Convinto che l’istruzione dovesse coinvolgere tutti ed arrivare a tutti, Comenio volle produrre quello che potremmo definire il primo sillabario della storia. Fu un grande primo maestro nel porgere all’alunno il disegno di un dato oggetto, il suo nome, il suo significato e l’uso che se ne dovesse fare. E tutto con un linguaggio di estrema semplicità. In un’epoca e in un mondo in cui il bello scrivere era una sorta di gara tra dotti e letterati! Il volgo era ignorante! E tale doveva rimanere! Ma mi piace rinviarvi ad un saggio di Benedetto Vertecchi, “Rileggere Comenio”, che del nostro grande pedagogo ne sa senz’altro più di me. Ecco il link — (http://lps.uniroma3.it/wp-uploads/2014/03/140317_09-10-Rileggere-Comenio.pdf) — Buona lettura!

Gli anni corrono! Giungiamo alla fine del “secolo breve”!! E, a cavallo del nuovo, si distinguono due autorevoli autori, ma ricercatori e militanti di campi opposti! Alludo a Luigi Berlinguer e a Giuseppe Bertagna. La storia è nota. Giuseppe Bertagna ispira direttamente quella riforma condotta e realizzata dalla Ministra Letizia Moratti, che trova corpo nel Legge n. 53 del 28 marzo 2003, avente come titolo: “Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale”. Con questa legge, le due leggi varate con il Ministro Berlinguer vengono abrogate: la legge 9, del 20 gennaio 1999, concernente “Disposizioni urgenti per l’elevamento dell’obbligo di istruzione”, e la legge 30 del 10 febbraio 2000, concernente il “Riordino dei cicli di istruzione”. La nostra scuola militante visse allora momenti molto difficili. Nel corso di un biennio furono varate due riforme, e non di lieve entità.

Ciò che è accaduto dopo è cosa nota. Matura la stagione delle “Indicazioni nazionali” e delle “Linee guida”. Cito soltanto due nomi, un filosofo e un politico: Edgar Morin, con la sua “Testa ben fatta”; Giuseppe Fioroni, ministro dell’istruzione dal maggio del 2006 al maggio del 2008! Mi piace ricordare che con quest’ultimo è stato innalzato l’obbligo di istruzione: dpr n. 139 del 22 agosto 2007.

Ma, in tutto questo bailamme, la ricerca pedagogica ha avuto una funzione? Non so! In effetti non c’è ministro che non intervenga a ritoccare o a riformare la scuola, un po’ per lasciare il suo nome ai posteri, un po’ per dare qualche indicazione di non so quale natura, ma… mi sembra che ciò che è avvenuto in questi ultimi anni si debba più a una sorta di furore normativo – qualche allusione alla 107? – che di una effettiva necessità di innovare qualcosa! Anche e soprattutto perché non si può innovare senza un’idea! Ed oggi c’è carenza di idee! Spesso si innova solo per innovare, per lasciare traccia di sé, ma! La situazione delle nostre scuole è sotto gli occhi di tutti! Fatto salvo il primo gradino di istruzione – grazie soprattutto a tante nostre brave maestre – rileviamo studenti ed insegnanti sempre più demotivati. Gli studenti in forza di strutture e modalità amministrative vetuste! Sulle quali qualunque presunta innovazione si infrange inesorabilmente! E non sto qui a ripetere la storia delle tre C, Classe, Cattedra, e Campanella su cui ho scritto centinaia di pagine! Quelle tre C che il dirigente scolastico Salvatore Giuliano – oggi nostro apprezzato Sottosegretario all’Istruzione – ha brillantemente dribblato e da tempo nel “Majorana” di Brindisi, l’istituto tecnico da lui diretto! E gli insegnanti in forza del fatto che il loro lavoro è sottopagato!

Ma ciò che è più grave è che la scuola OGGI non è sostenuta, accompagnata, incoraggiata da una ricerca pedagogica che sia veramente tale! Comunque, se mi sbaglio, mi corrigerete! Come disse Papa Vojtila quando si presentò al popolo romano per la prima volta dal balcone di San Pietro! Ovviamente, la pedagogia si insegna all’Università. Tuttora! Ma con quali finalità? Non so e vorrei essere corretto ed informato! E manca anche forse una sociologia dell’educazione. Ricordo Bourdieux e Passeron! Sostenevano l’inutilità della scuola! Considerata uno strumento di cui la società si serve per riprodurre se stessa! E vorrei capire se è vero o no che gli insegnanti sono anche oggi le “vestali della classe media” come sostenevano negli anni settanta Marzio Barbagli e Marcello Dei. Ma c’è anche il risvolto della medaglia! La scuola non condiziona le menti e non riproduce l’assetto sociale! La scuola libera! Ovvio è il richiamo a Don Milani! “La scuola non deve essere un ospedale che cura i sani e respinge i malati”! La scuola, l’istruzione, come liberazione! Paulo Freire, un maestro di scuola, in Brasile! Sempre anni settanta del secolo scorso.

Il mio cruccio è oggi quello di allora! La parola d’ordine allora è: gli insegnanti non devono soltanto istruire! Anche se il Ministero è il Ministero dell’Istruzione! Debbono anche e soprattutto formare persone, educare cittadini! I tre verbi di cui all’articolo 1, comma 2 del dpr 275/1999, con cui abbiamo varato l’autonomia delle istituzioni scolastiche! Queste sono tematiche che richiedono attenzione, studio, ricerca, promozione!

Esistono i dipartimenti di scienze dell’educazione, o della formazione! Ma io sono abbastanza ignorante da non sapere quali siano oggi i ricercatori più accreditati, o all’avanguardia! In grado di dare alla nostra povera scuola qualche luce! Ammesso poi che la nostra povera scuola abbia gli occhi per vedere! E non solo per piangere! Come a volte avviene! Insomma, non vorrei che i pedagogisti di oggi fossero come le lucciole estive, la cui luce ha durata stagionale! O come le chimere, pezzi di varie discipline male assemblate.

Ovviamente, in questo nostro consesso, amici più esperti di me mi potranno illuminare in proposito! Quello che so, ho detto! Quello che non so, non dico! Parafrando il Maestro Manzi, che era sempre generoso con i suoi alunni! Quando diceva: “Fa quel che può, quel che non può, non fa”!

Ed io non sono un buon alunno! Ma un novantenne! Che ha bisogno di luce, di tanta luce! Altrimenti rischia di spegnersi! Ma oggi no! Grazie a voi!

Laceno, 14 luglio 2018


*Relazione tenuta da Maurizio Tiriticco all’”11° Seminario Nazionale Estivo ANDIS di studi e confronto sul tema: Proviamo a riparlare di scuola e di educazione” – Laceno – Bagnoli Irpino (Av) – 12-13-14 luglio 2018

Un sistema da migliorare

Un sistema da migliorare

di Maurizio Tiriticco

Giorgio Allulli in “Passare dalla conoscenza al miglioramento del sistema”, pubblicato su “il Sole 24 Ore” di oggi, afferma tra l’altro, a proposito degli esisti della somministrazione delle prove Invalsi in alcune delle nostre scuole: “Se le novità organizzative del 2018 presentano aspetti positivi, luci ed ombre emergono dai risultati dei test. Complessivamente soddisfacenti appaiono i risultati per quanto riguarda la conoscenza della lingua inglese, mentre rimangono confermati, anzi in qualche caso si allargano, gli squilibri nei risultati conseguiti nelle diverse regioni italiane e dagli alunni di diversa appartenenza socio-economica e culturale. Questi squilibri sono limitati nella scuola elementare e si aggravano nella scuola media e secondaria: in alcune regioni del Sud i risultati del 75% degli alunni sono sotto la media nazionale; inoltre, sempre nell’Italia meridionale, l’influenza della condizione socio-economica e culturale familiare condiziona pesantemente i livelli di apprendimento degli alunni”.

I commenti sarebbero infiniti! Ma mi limito a sottolineare che la scuola elementare, oggi primaria, adempie ai suoi compiti istituzionali, mentre, nei gradi successivi di scuola, gli obiettivi di apprendimento – per non parlare delle competenze, altrimenti il discorso sarebbe infinito e problematico – man mano che si procede nella successione dei gradi e nella differenziazione degli ordini (istituti professionali, tecnici e licei), lasciano sempre più a desiderare. Il che significa, a mio modesto giudizio, che forse sarebbe il caso di chiedersi se l’organizzazione stessa degli studi in tali ordini di studi non sia totalmente da rivedere. L’organizzazione militaresca – potremmo dire – della nostra istruzione secondaria di primo e secondo grado, non sarebbe forse l’ora di rivederla? Allulli e i miei lettori conoscono già la “storia” della tre C, la Classe d’età, la Cattedra e la Campanella! Una organizzazione da collegio di altri tempi! I gesuiti erano maestri nell’organizzazione dei loro collegi! Ma sotto i ponti di acqua ne è passata! Basti pensare che lo stesso Papa Francesco è un gesuita! Eppure innova! Io ricordo benissimo Pio XII! Uno stile comportamentale che oggi non comprenderemmo!

Per non dire poi di lezioni, compiti a casa e in aula, interrogazioni, registri! Lo so! I richiami alla “didattica laboratoriale” compaiono puntualmente in tutti i documenti innovativi, cosiddetti, emanati dal nostro Miur! Alludo alle reiterate Indicazioni nazionali e Linee guida. Si tratta di nobili inviti ad innovare, ma chi si occupa di “teoria delle organizzazioni” – e tu Giorgio, ne sai più di me in materia – sa bene in quale misura una struttura organizzativa condiziona l’attività lavorativa. Le ricerche di Kenneth Blanchard e Paul Harsey (vedi “Il modello di leadership situazionale”), anche se datate, sono sempre valide. Pertanto i richiami alla “didattica laboratoriale”, salvo rare eccezioni, lasciano il tempo che trovano.

Possiamo, pertanto, dire che “a tale organizzazione corrisponde tale attività”. Mi occupai di queste cose nel lontano 1999 quando pubblicai per Anicia un agile volumetto dal titolo “Apprendimento organizzativo nella scuola dell’autonomia”. Era Ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer e si pensava tutti a riforme che avrebbero innovato profondamente la nostra scuola! Ma le due leggi da lui firmate, la 9/1999 sull’innalzamento dell’obbligo di istruzione, e la 30/2000 sul riordino dei cicli, furono spazzate via dalla legge 53/2003 della Ministra Moratti. E da allora – ed è passato quasi un ventennio – di luci innovative per la nostra scuola, o meglio per il nostro “Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione” non abbiamo visto nulla! Non dirmi della legge delega 107/2015, la cosiddetta “buona scuola” e dei successivi decreti delegati! Si tratta di 202 articoli che di fatto non mettono in discussione le tre C di sempre.

Caro Giorgio! Un grande Dirigente Scolastico, Salvatore Giuliano, ha rovesciato come un guanto il suo Istituto tecnico di Brindisi! Non entro nel merito per non farla lunga! Il che dimostra, però, che a volte certi condizionamenti normativi possono essere, se non stravolti, però utilizzati al meglio! Chissà se il nostro Giuliano, nuovo Sottosegretario di Stato, potrà essere di esempio ai tanti nostri Dirigenti Scolastici! E a quelli futuri! Il concorso è prossimo! E i nostri candidati si apprestano a memorizzare le migliaia di quesiti! A proposito: ho provato a leggerli! Io, professore di liceo e di università, ispettore tecnico, sarei sonoramente bocciato! O tempora o mores?

Lettera aperta a Salvatore Giuliano

Lettera aperta a Salvatore Giuliano

di Maurizio Tiriticco

Caro Salvatore! Penso che questo governo “penta-legato” durerà a lungo, stante la polverizzazione delle opposizioni, anche se io, come sai, sono un uomo di sinistra da sempre! E sai anche quanto apprezzi da tempo – e non solo da ora – ciò che hai innovato nel corso degli anni nell’Istituto Tecnico “Ettore Majorana” di Brindisi. Ne fa fede il fatto che, se scorri i miei numerosi articoli, quando accenno alla necessità di processi riformatori nella scuola, scrivo sempre di te e del tuo istituto! Dove le tre C sono scomparse da tempo! Quelle tre C, la Classe, la Cattedra e la Campanella, che fin dai tempi della legge Casati, del lontano 1859/69, e della riforma Gentile, del meno lontano 1922/23, non sono mai cambiate! Si tratta di quella struttura oraria e organizzativa dura a morire! Anche nonostante il recente varo delle Indicazioni Nazionali e delle Linee guida, nonché di quella legge 107 che tutto sembra innovare – 202 commi!!! – ma che non tocca di un ette la struttura oraria di sempre. E che in effetti non intacca neanche – salvo casi sporadici – quel rapporto docente/alunno fondato da sempre sulla tripletta lezione, compiti per casa, interrogazione! E compiti in classe! Non meno di tre a trimestre! Sennò come si fa a calcolare una media accettabile? Nonché diario di classe e registro! Elettronico, certamente! E per sua natura altamente democratico!

Alunni, genitori, nonni e parentame tutto sono così debitamente e tempestivamente informati sul cinque o sull’otto che il nostro studente ha conseguito! Appunto! Sul cinque e sull’otto! Per non dire dei più, dei meno, dei meno meno e dei mezzi! Nonostante i numerosi dpr sulla valutazione, che da anni il ministero ci ripropone, affermino e sostengano chiaramente che la valutazione adottata dalla nostra scuola è decimale e che riguarda solo numeri interi! Pertanto, niente più, niente meno, niente mezzi! Ma gli insegnanti italiani sono più realisti del re! Dieci posizioni non sono mai sufficienti! Così la scala decimale, di fatto, diventa una scala di venti o trenta punti, se non di più! Salvo a riadattarla con le scadenze trimestrali! O bimestrali che siano!

Viene da dire: c’era una volta la docimologia! Perché di fatto è una disciplina come le altre, come la storia, la filosofia, la lingua straniera! Ma l’insegnante di storia, di filosofia o di inglese, è padrone della sua disciplina senz’altro! I nostri insegnanti sono tra i migliori in Europa E forse sanno anche come si insegna la disciplina di competenza! Ma nulla o poco sanno di come si valuta la prestazione du un alunno! O più prestazioni! Poco sanno che prima del valutare c’è il misurare e che, poi, da alcuni anni, dopo il misurare e il valutare, c’è anche il certificare! Una tripletta valutativa di tutto rispetto! Ed ecco pure la certificazione delle competenze! E in molti si chiedono, ma non lo dicono: ma che diavolo è una competenza? Perché, in effetti, non è neanche roba nostra! Se la sono inventata in Europa! Quella Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006! Sono passati 12 anni 12!!! Sì! Le competenze chiave per l’apprendimento permanente! Ma che ci azzeccano queste cose con la valutazione dei miei alunni? Io voglio sapere se Antonio la prima guerra punica l’ha studiata o non l’ha studiata! Per non dire cha Laura ancora non ha capito che cosa significa quattro terzi pi greco erre tre! Eppure è campionessa di palla a volo!

Insomma, caro Salvatore! Non voglio farti perdere tempo, perché il da fare che hai di fronte è immenso! Se pensi che tutte le scuole della Repubblica debbano diventare come la tua, sai anche che hai bisogno non solo di tanta pazienza, ma anche di tempi molto lunghi! Dovrai rovesciare la nostra scuola come un pedalino! Aiutarla a superare le limitazioni indotte, anzi imposte, dalle tre C di sempre e da una legislazione che a volte ha imposto più laccioli che proposto briglie per correre! E che la nostra scuola, con te, impari a correre come un cavallo di razza! Grazie per quanto farai!

Aspiranti allo sbaraglio!

Aspiranti allo sbaraglio!

di Maurizio Tiriticco

In un mondo in cui l’immagine è dominante e dove la parola conta sempre meno, sembra che la parola scritta, quella che esprime un pensiero, un ragionamento, una serie di considerazioni, oggi non abbia più mercato! In un mondo dominato dai vaffa dei pentastellati e del “prima gli Italiani” dei leghisti, tutto sembra estremamente semplificato! E la tv aiuta! E come! Immagine dopo immagine, parola dopo parola, dove tutto corre come un fiume! Interrotto solo dalle mille barchette dei messaggi pubblicitari! Ragazze accattivanti, prodotti che di meglio non ce n’è! L’essenziale è persuadere! Ad acquistare e a consumare, soprattutto! Ma non i contenitori di plastica che ormai riempiono i nostri secchi della mondezza più che gli alimenti il frigorifero! Sovrabbondanza di plastica, che tutto contiene e tutto fa risplendere! Mettici anche un po’ di colore, qualche parola suadente… io sono l’unico! Come me non c’è nessuno! Dopo di me il diluvio! Questi sono gli unici piselli! Queste le uniche marmellate! Compra, compra, che oggi c’è lo sconto, un centesimo di euro, domani chissà!

E tutti noi navighiamo in questi mari dei supermercati! Metti pure questo nel carrello! Ma non serve! Serve, serve, servirà! Lo consumerai, stai certo! Questa è la società dei consumi! Questa, che si è impadronita del mondo, quello cosiddetto civile, e che ha depredato interi continenti, cosiddetti incivili! Ma i neri ora ci chiedono il conto, sbarcano sulle nostre spiagge, risalgono le nostre strade, come i salmoni i nostri fiumi! E alcuni non ce la fanno! Come i salmoni divorati dagli orsi, puntuali al cibo stagionale, e gratuito anche! E poi, quando bevi quella birra o mangi quel biscotto, è come se baciassi la meravigliosa fanciulla che lo sponsorizza! L’oggetto è l’immagine e l’immagine è l’oggetto! E la parola corre dietro, sempre pericolante, paurosa di perdere il suo significato! Il dominio è quello dell’immagine e degli jingle! Si sa, quando un fiume giunge alla sua foce, si confonde con il mare, diventa mare! Là dove tutte le parole del vocabolario si ritrovano in ordine alfabetico! Il vocabolario è pieno di parole , ma non dice nulla! I nostri politici abbondano di parole – ed anche di parolacce, ormai! Tutto è sdoganato! Tutto è colore, tutto è suono, tutto è parola detta… e ridetta! Ma, la parola scritta? La parola scritta, poverella, è sempre fredda, carta su inchiostro! La parola scritta! Troppo difficile oggi, dove tutto si consuma! E la carta serve solo per impacchettare oggetti che poi riempiono le nostre case. E’ vietato scrivere! Ma è pericoloso, perché, di fatto, è anche vietato pensare!

In un simile contesto, fortemente subculturale, anche un concorso per dirigenti scolastici diventa una sorta di gioco! I quiz televisivi sono divertenti, ma… i quiz per accedere a una professione sono semplicemente demenziali! Ma così va il mondo, qui ed oggi, se vuoi diventare dirigente scolastico! Per cui, è necessario rassicurare i nostri numerosi candidati DS a mettersi l’anima in pace e a subirsi tonnellate di quiz (che non ho il coraggio di chiamare item, i quali, in prove serie, sono strumenti altrettanto seri e più efficaci) se intendono veramente diventare DS. Lo so! Si tratta di una scrematura perché i concorrenti sono tanti! Comunque, è il trionfo della memoria sull’intelligenza, sulla cultura e sulla creatività! No è più come ai miei tempi in cui a concorrere come direttore didattico o preside o, addirittura, ispettore, o dirigente tecnico che sia, non eravamo migliaia di aspiranti! In effetti, i numeri grossi di oggi ci fanno anche riflettere sui modi con cui la scuola è considerata da ci governa! Cioè, una cosa di cui si farebbe volentieri a meno! Perché la cultura, gli studi e la scuola in questa società tutta mirata al soldo e all’imbroglio sono solo cose da sopportare! Ma non da sostenere! Non da governare!

Purtroppo questa considerazione negativa su chi ci governa ricade su alunni, genitori e insegnanti! Alunne sempre più demotivati, genitori attenti solo alla promozione comunque; gli insegnanti mal pagati e rassegnati! Qualche lettore insorgerà! E non nego che le eccezioni ci sono! Gli eroi non mancano mai! Ma dei ragazzi del ’99 le mitragliatrici austriache hanno fatto macello!!! Comunque, non so chi ha detto che una società che non pone mai ai primi posti la cultura e la scuola è condannata a deperire! Eppure un tempo i nostri edifici scolastici costruiti dopo l’Unità sono ancora in piedi, forti, maestosi! Gli edifici scolastici costruiti in questi ultimi anni sono fatiscenti! O ci piove dentro o casca qualche soffitto! O non so che altro! Gli ultimi ministri dell’istruzione? Ignoti pressappochisti, lanciati nel cursus honorum!

Ora l’ignoranza non solo dilaga! Ma viene premiata!! Ed in effetti lo vediamo. Il triumvirato che ci governa è composto da tre ometti piccoli cos’, ma che si danno tanto da fare. Tra un congiuntivo sbagliata ed un altro! Per non dire di un curriculum in cui una pizza mangiata a Cambridge diventa una laurea conseguita! Un Presidente del Consiglio ignorante e bugiardo! Un Ministro degli Esteri che parla per slogan! Un Ministro dell’Economia che si fa imboccare da un Paolo Savona, finto Ministro degli Affari Europei! Tutto ciò mi riempie di tristezza! Abbiamo avuto un De Gasperi, un Togliatti, un Moro, un Berlinguer! I politici di oggi non dovrebbero neanche pronunciare il loro nome! La scuola che oggi conta è solo imparare ad essere furbi e a rubare! A cominciare dalle migliaia di furbetti del cartellini! E il nostro Paese è in crisi! Lo credo bene! E non so se riusciremo a superarla! In tempi brevi non davvero! Mi sembra che non siamo più il Paese di Dante, di Michelangelo, di Galilei, del Ponte di Rialto, della Sistina, di Venezia e di Firenze! Due città che, con gli assalti di masse di ignoranti scamiciati che vengono da tutto il mondo , nel giro di un paio di decenni saranno polvere! Voglio veramente sperare di essere un pessimista! E che la storia dei prossimi anni mi smentisca!

Intelligenza eguale memoria?

Intelligenza eguale memoria?

di Maurizio Tiriticco

Nei lontani anni cinquanta nei lontani Stati Uniti un certo signor Bloom, psicologo e pedagogista di chiara fama, elaborò una tassonomia, cioè una classificazione, delle nostre operazioni cognitive, a partire da quella più semplice fino a quella più elaborata. I gradini erano sei! E lo sono ancora, ovviamente, almeno per quanto riguarda il signor Bloom! In effetti altri studiosi elaborarono tassonomie più complesse. Ricordo, ad esempio, quella di Krathwohl e quella di Gagné. Per non dire poi che un altro scienziato americano, Joy Paul Guilford, ne ha individuate ben 120! Hai voglia a conoscere! Quando affitti? Come diciamo a Roma!

Ma torniamo a Bloom, certamente il più gettonato, il quale propose la seguente successione, secondo la quale il processo cognitivo procede da un primo scalino, abbastanza semplice, che poi si sviluppa lungo altri cinque scalini, sempre più complessi. Eccoli: conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi e valutazione. Tra i primi tre e i tre successivi corre una grande differenza. Possiamo dire che i primi tre sono abbastanza semplici e che i successivi sono più complessi. Un esempio banale. Ho a che fare per la prima volta con una matita: la vedo, la tocco, la conosco; poi qualcuno mi aiuta a comprendere a che cosa serve, quindi la applico, o meglio la uso per scrivere. Ma, se la punta della matita si rompe, sono guai! Che fare? Allora voglio capire, o meglio analizzare, com’è fatta: la rompo e mi rendo conto che si tratta di una cannuccia di legno con all’interno un sottile cilindro di grafite, in genere nera. Se posso – ma non credo – la ricompongo. Con la matita rotta non c’è nulla da fare: debbo ricorrere ad un’altra! Ne trovo una nuova – sintesi – e constato – valutazione – che scriveee!!! Cheffelicità!!! La prossima volta, se la matita non scrive, non la rompo! Ho capito che è un’operazione inutile! E che devo semplicemente ricorrere a un temperamatite! Non ridete! Anche le operazioni banali hanno la loro successione!

Ricorro a un altro esempio, meno banale. Un antico romano, resuscitato grazie a chissà quali sortilegi, ha a che fare con un’automobile! Che diavolo mai sarà? Con l’aiuto di uno di noi, conosce che si tratta di un’automobile e comprende a che cosa serve. Dopo un corso in un’autoscuola – ovviamente un po’ lunghetto, abituato com’è solo alle bighe – impara a guidarla: è la fase dell’applicazione. Allora finalmente corre tutto felice, ma ad un tratto – per Bacco – l’auto si ferma! Che cosa è successo? Procede all’analisi della situazione e si accorge che è finita la benzina! Per Diana! O, se volete, per Giove! Ma Giove non interviene! Sappiamo quali sono i suoi deboli! Lo avrebbe fatto solo se l’autista fosse stata una bella ragazza! E si sarebbe trasformato in un vigile premuroso… ma molto interessato! Insomma, spinge l’auto – è un antico romano, quindi è forte e robusto – fino al primo benzinaio e, come si suol dire, “fa il pieno”! E’ l’operazione del fare, quella della sintesi. Si rimette in auto, tutto felice, mette in moto e riparte! Quindi valuta che è tutto ok! E menomale che si tratta solo di sei operazioni! Con il signor Guilford non se la sarebbe cavata così facilmente! Hai voglia a percorrere i 120 gradini che lui ha contato!!! E chissà con quanto scrupolo!!!

Ma tutto ‘sto discorso a che serve? Sto pensando ai nostri insegnanti, maschi e femmine, altrimenti mi accusano di maschismo, aspiranti dirigenti scolastici… e me cojoni, come diciamo a Roma! Poverelli! In effetti, sono trattati peggio di un bambino di prima  primaria! In prima istanza debbono dimostrare che sanno conoscere! O meglio, nel loro caso – ma che diavolo di amministrazione abbiamo? – a ri-conoscere tra non so quante migliaia di item, quali sono quelli corretti! E’ il primo gradino di Bloom! E quello di tutti gli scienziati che si sono occupati del conoscere, dell’intellegere dei Latini! O meglio, forse di un sottogradino! Quello del semplice memorizzare! E di un memorizzare tutto strumentale, che richiede soltanto una delle forme prime, se non primordiali, pur se importantissime, dell’intelligenza, del conoscere e del comprendere!

Mi chiedo: ma in che mondo viviamo!? Povera nostra scuola! Avremo dirigenti prodigiosi per la memoria, ma… mi chiedo: un poverello, od una poverella, che non ha tanta memoria – e sarebbe il mio caso! Eppure so’ diventato ispettore!!! – che fine farà! E pensare che si tratta solo del primo gradino! Perché il bello, il concorso, che è una cosa seria, viene dopo! E allora saranno dolori! Auguri, carissimi! Datevi da fare! Memorizzate! Memorizzate! Memorizzate!

A quando una scuola che non boccia?

A quando una scuola che non boccia?

di Maurizio Tiriticco

Da “la Repubblica” di oggi 24 giugno: “Brutte pagelle – Due classi e zero promossi, la scuola più severa d’Italia – Livorno, gli scrutini alle superiori diventano un caso. Non riusciamo a farli studiare”. Ormai non mi meraviglio più! Sono anni che penso, dico e scrivo che il nostro sistema di istruzione (che – non dimentichiamolo – è per norma anche di formazione ed educazione), nonostante le numerose riforme che si sono avvicendate nel tempo, non si è mai discostato nettamente dal sistema creato dopo l’”Unità” e parzialmente riformato da Gentile nel lontano 1923! Per non dire poi della “riforma Bottai”, del 1940, e di quelle del periodo repubblicano. Per quanto attiene all’organizzazione delle nostre scuole, sono anni che intervengo e che disserto in primo luogo sulle cosiddette tre C! La Classe, la Cattedra e la Campanella! Basta cliccare “titriticcheide” sul web!

Ecco la prima C! Com’è noto, esiste la CLASSE d’età, che è rigidamente determinata. Penso soprattutto al ciclo 11/19 anni. A proposito: quanto dovremo aspettare per non trattenere più su banchi di scuola cittadini maggiorenni? Si tratta di un’organizzazione per “classe d’età” che pertanto vincola alla promozione o alla bocciatura. Ma che cosa significa “ripetere un anno”? Nessun vivente, dall’ameba alle piante e agli animali, crescendo, sviluppandosi e apprendendo, ripete un anno! Semmai ripete una determinata azione finché non ne sia padrone! Il cucciolo di leone va con la leonessa per imparare a cacciare! E impara, in tempi più o meno lunghi! Ripete determinate azioni, finché non ne è perfettamente padrone! Però non ripete un anno! Non può tornare ad essere “più cucciolo”! L’olimpionico ripete mille volte la sua performance, in uno o più giorni! Ma non aspetta un anno per farlo! La ripetizione rafforza, è vero! Ma non la ripetenza!

Noto anche cha il sostantivo ripetenza il correttore ortografico me lo sottolinea in rosso! Non esiste nel suo vocabolario! Esiste solo nel vocabolario delle nostre scuole! In effetti, la ripetenza che conosciamo noi in Italia è solo un’invenzione della scuola! E di altre! Lo so! Però è una ripetenza che, come abbiamo visto, non esiste né in natura né nel sociale! Ciò detto, per  evitare le inutili, se non dannose, ripetenze, la classe dovrebbe essere sostituita da gruppi di lavoro, anche intercambiabili: Pierino ha bisogno di più matematica; Gianni di più italiano. In altre parole: nel gruppo si studia, individualmente ed insieme; da quel gruppo eventualmente si esce per entrare in un altro gruppo per partecipare a date “lezioni” o a dati “compiti”. Ovviamente le lezioni non dovranno essere cattedratiche, ma condotte secondo una didattica laboratoriale. In effetti, anche nel “sociale”, con alcuni amici andiamo al cinema, con altri in pizzeria, con altri a teatro! Le scelte e le preferenze non sono eguali per tutti!

La seconda C è la CATTEDRA. Questa aveva un senso nelle scuole gesuitiche! Là dove il “verbo” erogato e trasmesso non si discute! L’abolizione della cattedra (e non solo della predella, o meglio della pedana, come recentemente ha sostenuto qualcuno) implica un’operazione assolutamente nuova: non è l’insegnante che va in un’aula, ma è un gruppo di studenti che, in dati orari e in ordine a date operazioni e finalità (un incontro di studio e di lavoro può richiedere un’ora, un altro tempi diversi) si reca in quell’aula, in quell’ambiente di lavoro, quindi in un’aula attrezzata per quella disciplina, in un’aula/laboratorio dove “si amministra” quella disciplina e non un’altra. E dove opera un insegnante! E non è detto che operi sempre da solo! Anni fa discutemmo a lungo (seminari e convegni) sulla compresenza, e l’attuammo anche! E discutemmo anche sulla necessità della pluridisciplinarità e della interdisciplinarità! Il fatto è che sono “cose” che la rigida divisione in “materie di studio” e in relativi tempi orari, regolati un tempo dai “programmi ministeriali”, oggi da “indicazioni nazionali” e “linee guida”, vanifica approcci pluri- ed interdisciplinari. In effetti, la “materia di studio” (dal mater dei latini: la corteccia di un albero) è l’adattamento di una “disciplina di ricerca” alle esigenze scolastiche. Per non dire poi che i tempi di lavoro degli insegnanti sono rigidi: il che non favorisce scelte di tempi diversi da quelli dettati dalla norma. So bene che gli articoli 4 e 5 del dpr 275/99, in forza dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, invitano a scelte diversificate! Ma sono sempre molto difficili a realizzarsi.

La terza C è la CAMPANELLA. Chi mi può spiegare perché in un istituto scolastico di 300, 400 o più studenti, una famigerata campanella suona allo scadere di un tempo di studio (in genere un’ora) eguale per tutti? Come alunno e come insegnante, quante volte ho dovuto interrompere la “lezione” perché “suona la campanella”, o quante volte ho dovuto attendere perché ormai la “lezione” era di fatto terminata. Quella micidiale campanella, la pistola dello starter, che segna il tempo di partenza e il tempo di arrivo eguali per tutti! Insegnanti e studenti! Dell’intero istituto scolastico! Mille persone che entrano alle 8,30! Mille persone che escono alle 13,30! Poco più, poco meno!

Insomma, abbiamo una scuola organizzata come una fabbrica! E tayloristica, per di più! E a questo proposito mi sembra opportuno ricordare l’organizzazione rigida delle attività lavorative che il buon Taylor negli USA agli inizi del secolo scorso aveva pensato e progettato per le fabbriche di Ford! I principi ispiratori erano i seguenti: i comportamenti umani si fondano su basi di razionalità; è scarsa la capacità di agire in situazioni di gruppo e di responsabilità; vi è una propensione per i lavori semplici; occorre garantire l’efficienza produttiva; occorre anche un’incentivazione economica dei lavoratori; occorre puntare alla massimizzazione della produzione. Insomma, si delineava e si proponeva – e si realizzava – un’organizzazione del lavoro fondata su dei princìpi non a misura d’uomo, “alienanti”, per scomodare Marx! Princìpi che Gramsci analizza puntualmente e critica severamente in “Americanismo e fordismo”.

Ma non voglio tirarla troppo in lungo! Mi limito a ricordare che chi amministra e organizza le nostre scuole dovrebbe anche sapere che in altre fabbriche degli USA, in seguito ad una serie di ricerche che Elton Mayo condusse presso laWestern Electric Company di Hawthorne negli anni Venti, emerse che le operaie che lavoravano in condizioni migliori (sia come ambiente, sia dal punto di vista dei rapporti relazionali) producevano un rendimento nettamente maggiore. In altri termini, l’attenzione alle condizioni di vita e di lavoro degli operai consente anche un incremento delle loro potenzialità produttive! In seguito alle ricerche citate si giunse in seguito al superamento della tradizionale “catena di montaggio” ed alla istituzione delle cosiddette “isole di lavorazione”, nelle quali il lavoratore si vedeva maggiormente coinvolto, soprattutto in ordine alle sue competenze e responsabilità professionali. Si tratta di “cose” ormai datate, a fronte della rivoluzione che definirei permanente che le TIC (informatica, robotica ed altre diavolerie) sempre più rinnovate inducono nei processi lavorativi. Datate! Ma chi amministra le nostre scuole di organizzazione del lavoro ne mastica poco!

Termino qui, anche perché tematiche simili non sono di mia competenza! Mi preme soltanto sottolineare che, mentre nel mondo del lavoro si è giunti a modelli organizzativi finalizzati sia agli obiettivi di produzione che al rendimento degli operatori ed alla loro soddisfazione, nel mondo della nostra scuola nulla è cambiato in ordine all’organizzazione varata dalle leggi Coppino e Casati, ereditate per altro da quelle del Regno di Sardegna. Lo so! Ora abbiamo la 107! Ma quelle leggi di fatto sono ancora vigenti! E come!!!

Conversando con Benedetto Vertecchi

Conversando con Benedetto Vertecchi

di Maurizio Tiriticco

Caro Benedetto (Vertecchi)! Ottimo il tuo quarto “pezzo” pubblicato su “Academia”, dai titolo “Esperti senza esperienza”! E’ triste il fatto che, a fronte di cambiamenti così profondi, così epocali, direi, che stanno attraversando il nostro contesto/scenario sociopolitico (penso al nostro Paese: degli altri non so), la ricerca educativa sia silente! A fronte, invece, del grande “fragore” che ha prodotto negli anni Settanta e Ottanta! Erano gli anni delle grandi riforme, dai “decreti delegati” ai “nuovi programmi della scuola media”! E poi vennero il Progetto 92 e il successivo Progetto 2002! Per non dire degli Orientamenti del ’91, relativi alla scuola per l’infanzia (ne sono seguite riscritture a iosa, però tutte vere e proprie “rimasticature”!). E delle innovazioni nell’istruzione tecnica! Insomma, la ricerca educativa e le ricadute sulla scuola erano “cose” concrete! Oggi non so!

A volte penso che sono vecchio e che i vecchi pensano solo ai tempi “loro” come ai migliori, ma… inorridisco, quando leggo una legge 107 e alla inutilità di certi adempimenti che vengono imposti alle scuole! Ad esempio RAV e PDM!!! Non ti dico poi quante parole seguono, spesso al vento e quanti copio copias! Carte su carte che molti scrivono e che… nessuno legge! Poi arrivano le prove Invalsi a dettar legge a una scuola che di prove oggettive non sa nulla, e neanche della differenza che corre tra il misurare e il valutare! Soprattutto perché i dpr sulla valutazione che si succedono (ogni ministro vuol dire la sua!) tutto dicono tranne che le cose essenziali!!! Che cosa sono le conoscenze, le abilità, le competenze? Che cosa comportano la misurazione, la valutazione, la certificazione? Si tratta di concetti grossi come case, ma che si danno per scontati! Poi, però, arriva la “certificazione delle competenze”! Anche nella scuola primaria! Un bambino competente!

Li hai letti i documenti e le schede ad hoc che il Miur propina alle scuole primarie e medie? Un alunno e un genitore che li leggono non capiranno mai se il soggetto apprende o non apprende, se sa fare due più due oppure no! Se sa scrivere un “pensierino” corretto o pure no! Per non dire poi che una grande maggioranza dei genitori ormai percepisce la scuola come un megaparcheggio spazio/temporale! E guai se un insegnante si permette di assegnare un voto negativo! Le aggressioni agli insegnanti sono il segnale del fatto che la scuola non è percepita come quell’ascensore sociale che piaceva tanto al ministro Giuseppe Fioroni! Taccio sulla certificazione delle competenze con cui si dovrebbero concludere gli esami che tutti si ostinano a chiamare di maturità, quando questa è stata cassata (si fa per dire!!!) dalla legge 425/97 (ministro Berlinguer), con cui si prevedeva che si dovesse “dare trasparenza alle competenze, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”. Altro che trasparenza! In effetti oggi fa fede solo il voto/punteggio finale! E, se poi c’è la lode, è meglio! Anche perché il nuovo “pezzo di carta” non differisce molto dal vecchio! Insomma, competenze addio!

In effetti, abbiamo una scuola in cui si insegna poco e male e in cui difficilmente si socializza a certi valori… se vogliamo tirare in ballo i “princìpi fondamentali” della Costituzione! Anche se esiste una disciplina ad hoc: Educazione alla Cittadinanza! Una volta Cittadinanza e Costituzione! E prima ancora “Educazione civica”! Come sai, questa disciplina venne introdotta nel lontano 1958 da Aldo Moro, allora Ministro della Pubblica Istruzione; interessava le scuole medie e le scuole superiori per due ore al mese, obbligatorie, affidate al professore di storia. Però, non prevedeva né valutazione né voto, per cui, in una scuola tutta fondata da sempre su voti e pagelle, l’Educazione civica di fatto, tranne forse qualche rara eccezione, non esisteva. Si tentò anche di farne una “cosa” diversa e più “appetiibile” per gli studenti ed anche per gli insegnanti! Ci lavorai anch’io con il buon Luciano Corradini, quando era ministro Giancarlo Lombardi, convinto che, con la sua esperienza di boy scout, la rivalutazione di questa disciplina avrebbe potuto fare qualcosa di buono per la scuola e per lo sviluppo/crescita dei nostri studenti! Illusione!

In effetti, una scuola più civica, o più civile, non mi sembra di vederla oggi! La scuola, se diamo retta a Marx, è la sovrastruttura di un dato contesto sociale, per cui, ne riproduce valori e disvalori! E quando i disvalori aumentano… Per non chiamare poi in causa anche Bourdieu e Passeron! Siamo agli inizi degli anni Settanta! Autori de “La riproduzione. Elementi per una teoria del sistema scolastico”. Insomma, secondo alcuni, l’educazione e la scuola non fanno altro che riprodurre atteggiamenti e comportamenti in atto nel sociale. Però è anche opportuno ricordare che, sempre in quegli anni, nel lontano Brasile, Paulo Freire sviluppava la teoria, anzi la teologia, dell’educazione come strumento di liberazione. Insomma, la scuola “conforma” o “libera”? Un dilemma che di fatto è più che attuale! Per non dire che un certo Ivan Illich aveva anche pensato che fosse venuta l’ora di “descolarizzare la società”! Mah! Anche se le TIC e il web oggi incrementano i processi dell’Insegnare/apprendere, la questione dei fini e dei valori è sempre aperta! Almeno mi sembra! E vorrei essere smentito!

Un PD allo sbando?

Un PD allo sbando?

di Maurizio Tiriticco

Il PD! Una grande tradizione, ma… prima di procedere sul “ma”, penso che sia bene ricordarla questa tradizione, e ricostruirla nei suoi passaggi più importanti, anche in occasione del quarantesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, che per certi versi non è affatto estraneo alle vicende dell’evolversi della storia dei comunisti italiani. Com’è noto, alla fine degli anni settanta del secolo scorso Aldo Moro ed Enrico Berlinguer si adoperarono per dar vita a un nuovo “soggetto politico”, o meglio a un “compromesso” che in molti definirono “storico” e che rappresentasse la migliore tradizione della Democrazia Cristiana – versione Don Luigi Sturzo – e del Partito Comunista Italiano, quello di Gramsci e quello della “svolta di Salerno”, voluta,e per certi versi imposta ai comunisti italiani di allora, da Palmiro Togliatti nel 1943. Un compromesso che si presentava ovviamente difficile, e che doveva essere avviato e condotto da politici di grande spessore!

Ma Togliatti morì a Yalta nel 1964, Moro venne assassinato a Roma nel 1968, Berlinguer morì l’11 giugno del 1984, lasciando, comunque, un PCI che, pochi giorni dopo – occorre ricordarlo – il 17 giugno, alle elezioni europee, si affermò come primo partito italiano. Raccolse infatti 11.641.955 voti, pari al 33,32% dei votanti! E poi? A Berlinguer successe Alessandro Natta, fino al 1988; e a Natta successe Achille Occhetto. Furono anni di enorme importanza sul fronte internazionale. La “cortina di ferro”, che per decenni aveva nettamente tenuto divisa l’Europa in due blocchi, da un lato i Paesi dell’Ovest, governati democraticamente, e dall’altro quelli dell’Est, sotto l’egida dell’Unione sovietica, cominciò a sgretolarsi in forza di un processo di democratizzazione – la glasnost e la perestroika – avviato nell’Unione Sovietica da Michail Gorbaciov, divenuto nel 1985 segretario generale del PCUS.

Furono anni di veloci e profonde trasformazioni nell’Est europeo, che si conclusero poi con la famosa “caduta del muro di Berlino”, il 9 novembre 1989. Il “crollo” dell’URSS, o meglio di un intero sistema di governo di tanti Paesi dell’Asia e dell’Europa occidentale, ebbe ovviamente serie ripercussioni su tutti i partiti comunisti e in primo luogo sul PCI, tra i più forti e i più autorevoli dell’Europa occidentale. Ovviamente, si trattava di avvenimenti che imponevano di fatto un intero ripensamento sulla natura e sulla vocazione del comunismo, sull’Unione sovietica di Stalin e dei suoi successori.

Un ripensamento che il PCI avrebbe dovuto affrontare per primo e con grande onestà intellettuale e lucidità politica, ma… Achille Occhetto, a mio vedere, non fu all’altezza della situazione! Invece di sollecitare, avviare e condurre un necessario e approfondito dibattito nel partito, allora tra i più grandi e organizzati nel nostro Paese e non solo, si preoccupò soltanto di cambiare nome al partito e di cancellare dalla sua bandiera il simbolo storico della falce e del martello. Una fretta che nessuno imponeva a lui né a tutti i comunisti italiani! Dette così vita al Partito Democratico della Sinistra e creò il simbolo della quercia! Il tutto, come se una storia di grande spessore e che “veniva da lontano” – come è opportuno dire – fosse liquidabile con un atto che in molti giudicammo allora molto intempestivo. Mi piace ricordare che l’espressione del “venire da lontano” aveva costituito un passaggio ormai storico del discorso che Palmiro Togliatti tenne all’Assemblea Costituente il 26 settembre del 1947 in occasione della sfiducia al quarto Governo De Gasperi.

Va comunque detto che certamente Occhetto non fu solo a condurre quella operazione! In effetti sembra che molti quadri del partito avessero una gran fretta di cancellare dalla bandiera rossa il simbolo della falce e del martello. I quadri sì, ma i compagni iscritti? Furono veramente consultati? Ci fu un dibattito aperto? Non credo!. Così, con un tratto di penna è come se decenni di storia – il Partito Comunista d’Italia era nato a Livorno nel 1921 – fossero cancellati! Come se ci si dovesse vergognare di essere comunisti! E fu così che a Rimini, il 3 febbraio del 1991, a conclusione del XX° congresso del PCI, nacque il PDS, il Partito Democratico della Sinistra.

E il “cambio”, a mio vedere, non fu solo di nome, ma di sostanza. In effetti, per tutti gli anni Novanta e con l’avvio del nuovo millennio, è come se si fosse avviata una corsa per mettere sempre più in sordina le origini e la storia del PCI e dei militanti comunisti italiani. Giungiamo così ai nostri giorni, all’“era Renzi”, se vogliamo chiamarla così! Estate 2010! Ha inizio l’era della “rottamazione” Una rottamazione senza incentivi – per dirla con lui – al fine di dar vita a un nuovo corso del partito e della politica. Ma, come tutte le comete appaiono e passano, anche la cometa del rottamatore sembra andata e passata! Non solo, ma… a furia di rottamare sembra che abbia rottamato anche se stesso e lo stesso partito che ha guidato per anni!

Ed è così che, dopo la tempesta delle tante Leopolde, nella grande bonaccia dell’oggi, un fantasma si aggira per l’Italia, e speriamo che non si aggiri per l’intera Europa! O meglio! I “fantasmi” sono due, due baldi giovanotti, sostenuti e incoraggiati da una vecchia volpe della nostra politica! Due giovanotti che hanno messo sotto scacco l’intera politica italiana! E, mentre sto scrivendo, il nostro saggio Presidente si arrovella per riuscire a dare al Paese un governo che certamente non sarà uno dei migliori possibili! In tale scenario, il PD è allo sbando! E speriamo che domani non lo sia anche un intero Paese!