Archivi categoria: Rassegne

Cosa studiare per trovare lavoro nei prossimi anni? 2 alunni su 3 si specializzeranno in competenze che oggi non esistono

da La Tecnica della Scuola

Cosa studiare per trovare lavoro nei prossimi anni? 2 alunni su 3 si specializzeranno in competenze che oggi non esistono

Vaccini, corsa per la scadenza del 10 marzo. Cosa accade in caso di mancata certificazione?

da La Tecnica della Scuola

Vaccini, corsa per la scadenza del 10 marzo. Cosa accade in caso di mancata certificazione?

Fedeli: ‘È incivile aggredire la scuola. Serve una nuova partnership tra genitori e docenti’

da Tuttoscuola

Fedeli: ‘È incivile aggredire la scuola. Serve una nuova partnership tra genitori e docenti’

Insegnamento e genitorialità insieme al servizio dell’educazione delle nuove generazioni. È una missione appassionante che tocca il nucleo e l’essenza stessa della società”. Dialogo, rispetto reciproco, responsabilità, regole chiare: sono gli ingredienti per una nuova alleanza educativa. Va restituita autorevolezza alla scuola e agli insegnanti, che però devono essere formati e aggiornati: “non basta salire in cattedra per essere autorevoli”. Molti genitori non possiedono gli strumenti culturali per affrontare la sfida dell’educazione. La scuola può aiutarli. Ci vogliono luoghi di incontro tra scuola e famiglia e momenti di informazione e approfondimento.
 di Giovanni Vinciguerra

Viale Trastevere, fine legislatura, elezioni alle porte, un anno intenso di lavoro alle spalle, paracadutata all’improvviso nel mondo elefantiaco, complicato ma appassionante della scuola, l’unica agenzia sociale che tocca quotidianamente il 47% degli italiani – se agli operatori e agli studenti aggiungiamo i loro genitori – e l’avvenire di tutti (in realtà le sono stati affidati anche il mondo dell’università e della ricerca, che non trattiamo in questa intervista).

“In questi mesi abbiamo lavorato per rimettere al centro l’alleanza educativa fra scuola e famiglie e rilanciare la figura dell’insegnante”. La ministra dell’istruzione Valeria Fedeli lo ripete quasi come un mantra nel lungo colloquio che concede a Tuttoscuola, in cui traccia un bilancio dei quattordici mesi trascorsi al palazzo della Minerva.

E si infervora. “D’altronde, qual è la missione dei genitori? L’educazione dei figli; e la missione della scuola? L’educazione degli studenti, cioè di quegli stessi figli: c’è piena coincidenza, è un’alleanza naturale, di cui in troppi si dimenticano, ma che è prevista dalla stessa Costituzione. Docenti e genitori sono adulti con pari responsabilità educative, sia pure con funzioni e compiti diversi, chiamati a operare in sinergia e unione di intenti mettendo al centro l’interesse delle studentesse e degli studenti”.

È diventato cruciale abbassare il livello di conflittualità (e di contenzioso) nella scuola. Come rigenerare il patto educativo tra scuola e famiglia?
«È fondamentale il dialogo. Invito tutti a riflettere sul fatto che di fronte a qualsiasi contrasto c’è sempre la possibilità di arrivare con il dialogo ad una soluzione costruttiva. Altri ingredienti sono la comprensione reciproca (anche delle difficoltà dei rispettivi ruoli), l’impegno della responsabilità, la chiarezza nelle regole. Nelle prossime settimane presenteremo il nuovo Patto di corresponsabilità educativa, che darà importanti risposte a queste istanze. Non sarà un atto burocratico, ma un punto di incontro tra scuola e i genitori. Solo l’incontro tra una comunità educante ed accogliente (la scuola) e famiglie che credono nell’educazione dei figli come la risorsa fondante per la vita dei ragazzi può consentire di rigenerare un patto educativo vincente».

Più facile a dirsi che a farsi, di questi tempi…
«Vanno create e salvaguardate le condizioni di successo. In primo luogo occorre restituire autorevolezza alla scuola e a chi la rappresenta, in particolare alla figura del docente, che svolge una funzione fondamentale. Autorevolezza – voglio sottolinearlo – che passa per un’adeguata formazione iniziale, una selezione rigorosa, un continuo aggiornamento professionale, ai quali devono corrispondere – ne sono convinta e su questo abbiamo iniziato un percorso che deve continuare – adeguati riconoscimenti anche economici. Non è che basta salire in cattedra per essere autorevoli. Detto questo, bisogna sensibilizzare tutta la società. È un problema che riguarda tutti, non solo chi a vario titolo frequenta la scuola. Se il ragazzo non impara a scuola ad accettare le regole della convivenza e ad accettare di essere valutato (e se i genitori non lo aiutano in questo), non potrà diventare un cittadino equilibrato e rispettoso dei diritti altrui.
E dico di più: attenzione, l’autorevolezza dell’insegnante si intreccia strettamente, agli occhi delle ragazze e dei ragazzi, con quella dei genitori. La sfida dell’educazione è per entrambe le figure. Riflettiamoci: agli insegnanti si richiedono competenze sempre più evolute, che toccano anche la sfera relazionale e psicologica, oltre a quella cognitiva. Basti pensare che oggi gli insegnanti si confrontano con generazioni che sviluppano un ‘pensiero digitale’, mentre loro si sono formati sulla base di un ‘pensiero analogico’. Ma la complessità crescente della società civile, i nuovi temi che si affacciano, investono anche il ruolo di genitore e la sua funzione verso i figli. E in molti casi i genitori non possiedono gli strumenti, anche culturali, per affrontare queste sfide. In questo la scuola può offrire un contributo importante».

Come?
«Ad esempio se l’offerta formativa di una scuola punta in particolare sulla cittadinanza attiva e sull’educazione al rispetto, ai genitori devono essere offerti strumenti di conoscenza di queste tematiche. Ci vogliono luoghi, anche fisici, di incontro tra scuola e famiglia, momenti di informazione, di approfondimento e di dibattito sulle linee strategiche e sugli elementi distintivi del piano dell’offerta formativa perseguito dall’istituto scolastico».

Sta dicendo che i genitori dovrebbero tornare sui banchi di scuola?
«No, il genitore deve fare il genitore, ma docenti e genitori possono affrontare insieme l’importante compito di essere educatori verso gli studenti/figli. Insegnamento e genitorialità al servizio dell’educazione delle nuove generazioni. È una missione appassionante che tocca il nucleo e l’essenza stessa della società».

Una nuova partnership?
«Sì, per i motivi di fondo di cui parlavo prima, chiaramente nella netta distinzione dei rispettivi ruoli. In questa cornice il genitore ha anche ovviamente tutto il diritto di verificare e discutere l’operato della scuola. Ma questo può avvenire solo se c’è rispetto reciproco. Non è mai accettabile la delegittimazione della funzione docente e dell’istituzione scolastica, che peraltro è l’anticamera della delegittimazione della stessa funzione genitoriale. Entrambi sono aspetti di quella crisi del principio di autorità – ma io preferisco dire ‘autorevolezza’ – che ha accompagnato l’evoluzione delle società liberal e socialdemocratiche nel passaggio dalla seconda rivoluzione industriale alla attuale fase post-industriale, che sta ridisegnando valori e gerarchie. Ma l’autorevolezza e il rispetto dei ruoli sono indispensabili in una società democratica e vanno ricostruiti a tutti i livelli, cominciando appunto dalla scuola. E vado oltre: anche chi non ha i figli a scuola deve capire che l’autorevolezza degli insegnanti non riguarda solo i diretti interessati (non è certo una mera rivendicazione di categoria), ma tutti gli studenti, tutte le famiglie, con e senza figli a scuola. È un problema di tutta la società».

Fin qui abbiamo parlato di conflittualità, comunque all’interno dei limiti di civiltà. Ma ormai nelle scuole si susseguono veri e propri episodi di violenza. In percentuale minima, per fortuna, ma comunque in preoccupante aumento. Presidi minacciati, docenti picchiati, addirittura un’insegnante sfregiata con un coltello…
«Quello è un salto ulteriore, direttamente verso l’inciviltà. Questo è totalmente inaccettabile. La violenza – di qualsiasi tipo: fisica, verbale, psichica, morale, sessuale – è un reato e va punita severamente, e se commessa a scuola c’è un’aggravante. E questo chiunque la commetta: che sia un genitore, uno studente (con le dovute distinzioni per i minori) o anche un docente. E che non si scherzi su questo, penso sia stato dimostrato dal fatto che per la prima volta è stato previsto nel contratto scuola il licenziamento per chi commette molestie a carattere sessuale verso studentesse o studenti. La fermezza nei provvedimenti sanzionatori verso chi tradisce la propria delicata funzione dà credibilità alla scuola e al patto di corresponsabilità e rappresenta una garanzia agli occhi di tutti gli interlocutori».

Smartphone e didattica: ecco perché è un binomio che funziona

da Tuttoscuola

Smartphone e didattica: ecco perché è un binomio che funziona

Quando andavo a scuola io, tutte queste diavolerie (che sarebbero tablet e smartphone) non esistevano e neanche ne sentivamo la mancanza (ovviamente, se non esistevano) e a scuola andavamo lo stesso”. Oppure: “Dove andremo a finire? Presto i cellulari prenderanno il posto dei libri, povera scuola”. Su Facebook, piovono commenti simili a quelli riportati, con centinaia di like e messaggi di approvazione. Perché cambiare la scuola? Che bisogno abbiamo di usare gli smartphone, quando gli studenti hanno nei libri, penne e quaderni (peccato che l’inchiostro e il calamaio ormai non siano più di moda), un riferimento autorevole? Addentrandoci nella nostra ricerca assistiamo anche a timidi tentativi di riflessione “Perché non provare? In molte scuole già si fa”, ma i commenti negativi fioccano e i più si arrendono. Tranne che per i gruppi specifici, dove l’attenzione alla didattica e alla tecnologia è elevata e costante (un esempio su tutti, la pagina della Classe Capovolta del prof. Maglioni), la proposta dell’uso degli smartphone avanzata dalla ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, sembra non destare interesse, né benevolenza alcuna.

Dalla nostra breve ricerca realizzata su Facebook, emerge un quadro abbastanza chiaro: a molti, per fortuna non a tutti, dei docenti italiani l’idea dello smartphone non va giù. Ciò che più colpisce, e che forse deve far riflettere, è che per manifestare tutta la loro rabbia, questi docenti utilizzano proprio un social network, e lo fanno per confrontarsi, ragionare, trovare soluzioni a problemi. Proprio le stesse motivazioni che sono alla base dell’invito della Ministra.

Partiamo da un dato di fatto scontato. L’uso dei cellulari, intesi come strumento didattico, deve essere considerato come una possibilità, un’opzione possibile e non l’unica strada per promuovere il processo di insegnamento apprendimento in classe. Si tratta di alternare metodi innovativi e strategie tecnologiche, ad altri approcci più tradizionali, con l’obiettivo di accompagnare ogni studente al proprio successo formativo.

Imparare a scegliere la strada migliore, quella in grado di non lasciare indietro nessuno, è forse questa la sfida principale della scuola italiana. Perché allora non partire da ciò che tutti gli studenti hanno in tasca? Perché non accompagnare lo studente verso un uso didattico, educativo, di un strumento che ha grande potenzialità, ma anche incredibili rischi? Lo smartphone, in altre parole, può essere sia strumento didattico, che fine educativo.

Attraverso i loro cellulari i nostri alunni si incontrano, si fidanzano, si innamorano (l’ordine di queste prime tre attività è sparso), prendono appuntamenti per la serata, a volte leggono un libro o parte di esso, più spesso guardano video e fotografie. Essendo uno strumento così importante, è necessario che ci sia un’educazione e un’attenzione della scuola, verso un uso corretto e adeguato. La scuola può tirarsi indietro da questa sfida?

Ciò che forse maggiormente spaventa i docenti è forse il fatto di non avere il controllo sui loro alunni, il rischio di perdere la loro attenzione. Sappiamo però, che ad oggi il livello di attenzione è molto basso, e sembra che un adulto, dopo circa 10 minuti, non sia in grado di seguire un discorso nella sua lingua madre. Un adulto. Immaginiamo un adolescente, abituato a comunicare usando una pluralità di codici diversi, alternando immagini, a video, a riflessioni di vario genere. Probabilmente manca nel nostro paese una formazione capillare sull’uso delle nuove tecnologie ed i docenti, nel dubbio di fallire, preferiscono non rischiare. È comprensibile. Però la scuola e la società, da sempre, sono legate da un processo osmotico di interscambio continuo ed è impossibile che le grandi innovazioni sociali non entrino, in un modo o nell’altro, nella scuola. Partiamo dai nostri alunni, dalle loro competenze, rendiamoli maestri, tutor, formatori. Partiamo dalla loro curiosità, dalla richiesta di capire il presente, dallo slancio verso il futuro.

Partiamo da loro e con loro. E se c’è campo, mandiamo anche un invito tramite WhatsApp.

Scuola, l’orientamento è un flop: il 45% dei diciottenni insoddisfatto della scelta. Un anno dopo il 20% è disoccupato

da Il Fatto Quotidiano 

Scuola, l’orientamento è un flop: il 45% dei diciottenni insoddisfatto della scelta. Un anno dopo il 20% è disoccupato

Stando ai dati diffusi da AlmaDiploma il 25% cambierebbe sia scuola sia indirizzo, il 12% ripeterebbe il corso ma in un’altra scuola e l’8% sceglierebbe un diverso indirizzo pur restando nello stesso istituto. Il 67% si iscrive a un corso di laurea mentre il restante 19% inizia a lavorare. Ma uno su cinque non trova un posto

La scuola che non insegna la passione alimenta il bullismo e la violenza

da Il Fatto Quotidiano 

La scuola che non insegna la passione alimenta il bullismo e la violenza

È violenza imporre agli studenti la noia di uno studio lontano dai loro interessi.
DEVI studiare! E se non lo fai sarai punito.
Chissenefrega se nessuno è stato capace di farti capire quanto è bello conoscere! Lo studio animato dalla passione aiuta a superare i conflitti con sé stessi e con gli altri. La paura della punizione e la sensazione di essere inadeguati incentivano la rabbia e l’alienazione. Un brutto voto è un insulto. E non convince gli ultimi della classe a impegnarsi. Invece, se i ragazzi si appassionano studiano di buona lena perché piace loro. Sono anni che lavoro con ragazzi problematici e criminali precoci e ho sempre verificato che quando superi la corazza della diffidenza e del senso di inferiorità iniziano a impegnarsi anche di più “dei più bravi”. Ma non lo capisce chi non crede alla possibilità di far germogliare nei giovani l’amore per la conoscenza.

Abbiamo scritto tutti qualche centinaio di temi in classe. Messi assieme formerebbero un bel libro. L’hanno buttato via. Cioè milioni di italiani nella loro vita hanno scritto un libro che è stato letto da una sola persona: l’insegnante. Che spreco pazzesco! E che messaggio subliminale negativo! “Sei talmente insignificante che quel che scrivi lo legge solo il professore: perché lo pagano…”

Anni fa ebbe successo sulla stampa di Firenze il progetto che avevo sviluppato con gli studenti di un liceo scientifico. L’idea era di usare tutte le competenze del corpo insegnante e di alcuni esperti esterni per condurre un’analisi dei consumi energetici del loro edificio scolastico. Gli studenti avrebbero poi individuato le tecnologie adatte a ottenere la riduzione dello spreco e avrebbero gestito la supervisione dei lavori. Avrebbero anche trovato una Energy service company (Esco) che, dati alla mano, avrebbe finanziato l’investimento sulla base del risparmio ottenuto (queste società “comprano” lo spreco energetico).

Infine, le stesse tecnologie utilizzate a scuola le avrebbero proposte alle loro famiglie, creando un sistema di analisi degli sprechi casa per casa e di assistenza tecnica per ridurli. Grazie a tutta questa attività gli studenti avrebbero ottenuto delle percentuali sui lavori realizzati dalle aziende fornitrici e con questo denaro avrebbero finanziato viaggi di studio e l’acquisto di materiali didattici.

Gli studenti, i professori, il preside e il provveditore agli studi parteciparono con entusiasmo alla conferenza stampa gremita di giornalisti. Nello stesso periodo il comune di Rimini mi chiese un progetto sperimentale per rendere più appassionante l’insegnamento in una scuola elementare e in una media inferiore. Proposi che i bambini più piccoli realizzassero nel cortile della scuola un allevamento di caprette nane, conigli e papere, mentre i più grandi si sarebbero dedicati alla realizzazione di un orto. Anche in questo caso gli insegnanti delle diverse materie avrebbero organizzato le lezioni in modo che il fulcro dell’apprendimento partisse dai problemi pratici che si incontravano nei lavori agricoli.

L’idea era che se un ragazzino arriva a casa con un po’ di carote e può dire: “Cari genitori, oggi mangiate il cibo che vi ho coltivato io” il suo desiderio di imparare si verticalizza. Sono passati 15 anni da quando ho portato queste proposte, ma nonostante il successo iniziale in pratica non sono ancora partite…
Ma sono sicuro che prima o poi lo faranno. Perché non c’è un’altra possibilità. Nel frattempo ha proposto le stesse idee ad altre scuole e ne ho parlato in vari convegni politici. L’idea che la cultura sia coinvolgimento non interessa proprio. Ma se immagino una scuola diversa mi vengono in mente effetti meravigliosi sulla società nel suo insieme. Che succede se invece di studiare i prodotti della cultura gli studenti ne creassero di loro?

Negli ultimi anni sono aumentati esponenzialmente gli insegnanti che hanno capito che l’apprendimento astratto è avvilente e che hanno iniziato a coinvolgere gli studenti in progetti veri, invitandoli a realizzare scritti e immagini con lo scopo di COMUNICARE con il resto del mondo. Docenti che hanno capito che la qualità dell’apprendimento aumenta se non si tratta solo di conoscenze teoriche. Come è possibile che si frequenti la facoltà di Scienze della Comunicazione senza mai sperimentare la gestione di un blog?

L’insegnamento per lo più è ancora troppo astratto. Agli studenti non viene detto nulla su come funzionano gli antibiotici, su come è calcolata una busta paga, come funzionano gli interessi bancari, i contratti di telefonia, le truffe finanziarie, come si legge l’etichetta di un prodotto, come si firma un contratto per ristrutturare un bagno, cos’è l’isolamento termico. E ovviamente niente sul sesso, la gravidanza, il parto, la psicologia infantile…

E poi ci si stupisce se gli studenti sono svogliati e che ragazzi con gravi problemi mentali diventano violenti? La scuola italiana è per lo più basata sull’idea che il cervello vada allenato meccanicamente, l’importante è lo sforzo, la fatica. Ma è come se le corse in bicicletta si facessero sulle cyclette. Una palla.
E anche la noia scolastica ha un suo perché: devi imparare a accettare quel che non ti piace! Per questo molti ancora credono che la scuola debba essere sacrificio e sofferenza. Una scuola che serve ad allenare all’ubbidienza, non a inventarsi la propria vita.

Solo se gli studenti trovano un motivo per produrre cultura, solo se si appassionano, apprenderanno con grande profitto. Solo una scuola che insegna a diventare culturalmente attivi può coinvolgere anche gli ultimi della classe. Quando imparare diventa passione si riesce a dare anche a chi proviene da una famiglia culturalmente povera, i mezzi e il metodo per capire questo mondo e realizzare con successo un progetto di vita. Solo la passione per l’arte, per la scienza, per lo sport può rendere ricchi di valori civili e fare argine contro

la noia, l’alienazione, il bullismo e la criminalità. Gli studenti potrebbero essere una risorsa enorme per la collettività se con il loro entusiasmo giovanile fossero incoraggiati a realizzare azioni positive.

Vedi anche: “Picchiate i professori! Così imparano!
Non sono casi isolati, c’è un piano organizzato!

A Gela stiamo sviluppando un progetto di Alternanza Scuola Lavoro: 530 allievi hanno aderito e stanno realizzando, ognuno individualmente, un blog personale. L’argomento è: “la tua passione più grande…”

Esami di terza media, ecco come saranno per gli alunni disabili e Dsa

da La Tecnica della Scuola

Esami di terza media, ecco come saranno per gli alunni disabili e Dsa

Corso-concorso dirigenti scolastici in provincia di Bolzano: domande entro il 9 marzo

da La Tecnica della Scuola

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PON, tempistica di svolgimento dei percorsi di alternanza scuola-lavoro

da La Tecnica della Scuola

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Religione cattolica, concorso ordinario o riservato? E’ polemica fra i sindacati

da La Tecnica della Scuola

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Contratto scuola: Gilda e Snals alla fine firmeranno?

da Tuttoscuola

Contratto scuola: Gilda e Snals alla fine firmeranno? 

Alla fine della maratona notturna alle ore 7,45 di venerdì mattina, 9 febbraio, nella sede dell’Aran è stata firmata l’ipotesi del CCNL per il personale del nuovo Comparto Istruzione Università e Ricerca per il triennio 2016-2018.

Per la delegazione sindacale hanno sottoscritto l’ipotesi di Contratto i sindacati scuola di Cgil, Cisl e Uil, insieme alle rispettive Confederazioni, ma Snals e Gilda, pur presenti al tavolo negoziale dove hanno partecipato attivamente ai lavori fino all’ultimo, non hanno firmato.

Per lo Snals “i miglioramenti retributivi sono irrisori mentre davvero problematica risulta il testo nella parte normativa”, “il contratto rischia di svendere l’intera nostra categoria”. Per la Gilda “la valutazione complessiva del contratto non raggiunge la sufficienza”. A parte le valutazioni di merito esternate dai due sindacati non firmatari, ci si chiede quali conseguenze potranno esserci per questa sottoscrizione parziale.

Visto che siamo di fronte ad una ipotesi di contratto e non al contratto vero e proprio definivo, è legittimo prima di tutto chiedersi: quali margini di integrazione o modifica è possibile ancora apportare a quel testo, come forse sperano i due sindacati non sottoscrittori?

Sulla base delle passate esperienze si può ritenere che, al di là di elementi marginali, sarà difficile e improbabile che, pur passando il testo dell’ipotesi al vaglio delle assemblee della categoria, possano essere apportati cambiamenti sostanziali sia per la parte economica sia per quella normativa.

Una seconda domanda riguarda la definizione ufficiale del Contratto: avrà valore il CCNL firmato soltanto da tre delle cinque organizzazioni sindacali rappresentative?

A parte ogni considerazione politica legata alla domanda, va detto che per qualsiasi contrattazione pubblica l’accordo finale richiede la maggioranza della rappresentatività. Poiché i tre sindacati firmatari detengono il 65,07% della rappresentatività del comparto, la loro sottoscrizione è sufficiente per rendere valido il contratto.

Qualora Snals e Gilda non sottoscrivessero il contratto, verrebbero esclusi, fino al prossimo rinnovo del contratto, dalla partecipazione alla contrattazione integrativa nazionale, regionale e d’istituto (RSU). Resteranno fino alla fine sull’Aventino?

Diplomati magistrali: nuovi scioperi il 23 febbraio e il 23 marzo

da Tuttoscuola

Diplomati magistrali: nuovi scioperi il 23 febbraio e il 23 marzo

Non sembra placarsi l’ondata di protesta che si è alzata dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha escluso dalle GAE 50mila diplomati magistrali. Annunciati ben due scioperi, uno in calendario per il 23 febbraio, l’altro per il mese successivo, il 23 marzo.

Cobas sembra concentrarsi in particolare sullo sciopero del 23 febbraio. Due le ragioni principali a sostegno della protesta: la prima risponde all’esigenza di non restare in attesa statica del nuovo Governo e di richiedere un impegno esplicito all’attuale; la seconda intende invece esercitare una immediata pressione sui parlamentari che sederanno alle Camere dopo le elezioni del 4 marzo.

Anief, invece, lancia un appello a tutti i sindacati che hanno intenzione di fermare la loro protesta al 23 febbraio: «Urge una soluzione legislativa che riapra le GAE a tutti gli abilitati e tuteli i maestri assunti a tempo indeterminato e determinato con diploma magistrale, così come grida vendetta l’intesa raggiunta da Governo e sindacati sul rinnovo del contratto della scuola. Sono questi i due motivi centrali di una mobilitazione e di una manifestazione di piazza, organizzata nel giorno dell’avvio dei lavori del nuovo Parlamento, per chiedere alla politica una risposta sollecita per garantire la continuità didattica, affrontando una volta per tutte il problema del precariato e perché ci ripensi chi sta tradendo con un accordo ingiusto la professionalità di 1,2 milioni di docenti e Ata. Sul fronte contrattuale, dopo tante battaglie giudiziarie e le pronunce della Cassazione, ci si sarebbe aspettati almeno una riscrittura delle norme pattizie sulla progressione di carriera dei supplenti, sulla valutazione per intero del servizio pre-ruolo, sulla parità di trattamento tra assunti prima e dopo il 2011, sul riconoscimento del servizio nei passaggi di ruolo dei Dsga. E pure sui trasferimenti annuali. Per mandare un segnale forte, Anief chiede di aderire alla protesta sia a tutte le altre sigle che si fermeranno il 23 febbraio, sia alle organizzazioni rappresentative che non hanno firmato l’intesa». Scopo dell’appello è di coinvolgere più sigle possibile anche per lo sciopero del 23 marzo prossimo.

Ricordiamo che il prossimo 23 marzo è anche il giorno in cui, secondo quanto dichiarato dalla ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, nel corso di un incontro con una delegazione di diplomati magistrali a Como, probabilmente l’Avvocatura dello Stato renderà noto il parere richiesto relativamente alla applicazione della sentenza n. 11/2017 con cui il Consiglio di Stato ha disposto la cancellazione dalle GAE di oltre 50 mila diplomati magistrali.

Leggi e contratti: facciamo chiarezza

Leggi e contratti: facciamo chiarezza

A leggere l’ipotesi di CCNL scuola colpisce  un dato di fatto: lo strumento del contratto è stato piegato a produrre effetti che c’entrano ben poco con la tutela delle condizioni di lavoro e il miglioramento della qualità del servizio.

Il personale della scuola riceve un incremento salariale simbolico, se non offensivo. Il dirigente scolastico si trova ad operare in un contesto di regole e procedure a dir poco labirintiche e bizantine.

Il contratto collettivo nazionale di lavoro è lo strumento che regola  aspetti rilevanti del rapporto di lavoro e, quindi, è teso a prevenire qualsiasi forma di contenzioso.

Questo CCNL sembra invece puntare ad un altro obiettivo: creare il contesto migliore per determinare ambiguità, oscurità interpretative e quindi contenzioso, l’esatto contrario rispetto alla vocazione naturale di un atto negoziale.

I dirigenti e tutto il personale delle scuole hanno diritto ad avere regole chiare.

Solo con previsioni univoche e realisticamente attuabili è possibile garantire l’interesse pubblico, tutelando così la collettività e non solo una parte.

Quello che stupisce maggiormente non è tanto che l’ipotesi di  CCNL sia stata sottoscritta da parte delle OO.SS., quanto che sia stata firmata della parte pubblica.

L’Amministrazione ha concesso alla parte sindacale di potersi vantare di aver scardinato la legge 107/2015 – senza che questo, peraltro, abbia un fondamento giuridico – completando un percorso avviato già con il CCNI sulla mobilità dell’anno scorso, prorogato anche per l’anno prossimo.

Oltre il danno la beffa.

Gli ultimi rimasti a difendere la legge e a tutelare l’interesse pubblico sono i dirigenti delle scuole, anche se ancora senza contratto e con una retribuzione profondamente iniqua rispetto agli altri dirigenti dell’area Istruzione e Ricerca.

ANP si riserva di approfondire le clausole più problematiche dell’accordo e di valutare iniziative finalizzate a difendere quanto previsto dalle norme imperative che per loro natura sono, appunto, inderogabili dai contratti.