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Inclusione? No, scuola di tutti!

Superando.it del 22-02-2017

Inclusione? No, scuola di tutti!

di Rosa Mauro

«Contesto il termine “inclusione”, per come è stato usato finora – scrive Rosa Mauro – perché nella vera inclusione, la scuola sarebbe semplicemente la scuola di tutti, nata per sviluppare le competenze di tutti i suoi membri. Una scuola in cui tutti i docenti – e non uno solo – si informano e si formano per comunicare con tutti i propri alunni, dove i programmi si adeguano a ogni alunno, senza nascondersi dietro a percorsi differenziati. Una scuola che, come il mondo, sia realmente di tutti».

Io odio l’inclusione scolastica! OK, odio anche quella sociale, ma per il momento pensiamo a quella scolastica, dedicheremo all’inclusione sociale un altro articolo.
Ecco, l’ho detto, e ora mi sento decisamente meglio. Perché era un po’ di tempo che volevo contestare questo termine ormai accreditato, ormai usato per indicare qualcosa che in realtà non dovrebbe esistere: la divisione delle persone in due gruppi, spesso la divisione in un gruppo e in un singolo, che è “altro” dal gruppo precedente.
Inclusione implica che originariamente qualcosa era escluso, implica uno sforzo che indica una separazione originaria che dev’essere riparata, ma ci siamo chiesti perché si crea questa separazione? E soprattutto andiamo all’origine della parola stessa inclusione: quanti sanno che è una relazione binaria, e quindi reciproca, tra i due gruppi?
In questo periodo stiamo esaminando e discutendo la scuola oggi, come è uscita dall’ultima riforma detta della Buona Scuola, ma questo “peccato” c’era anche prima, sappiatelo.

Cosa c’è di davvero binario e reciproco nella scuola? Davvero il gruppo che potremo chiamare A (docenti curricolari, alunni, genitori) dialoga e interloquisce con il gruppo B (ragazzi con disabilità, docenti di sostegno, assistenti all’educazione e alla comunicazione e genitori)? A me sembra proprio di no.
Nei programmi della scuola che dovrebbe essere di tutti, di materie o di ore dedicate alle competenze di ragazzi con disabilità motorie o sensoriali, o con autismo, non ce ne sono proprio. Casomai, di tanto in tanto, si fanno dei laboratori che non assurgono mai a dignità di materia d’insegnamento.
Vi sono per caso ore di Braille, ore dedicate alla comprensione di una fisicità diversa, possibilità per esempio, di fare ginnastica in modo che anche chi ha problemi fisici possa insegnare qualcosa agli altri? Assolutamente no.
Ci si dedica ad espressioni quali possono essere il teatro o la musica, in cui un autistico non verbale o una persona con difficoltà cognitive possa competere eventualmente con i suoi coetanei?
I ragazzi fanno almeno un certo numero di ore con un tablet, comunicando così con un ragazzo con problemi relazionali? Ma certo che no, quando queste cose si fanno, sono concessioni.
I due gruppi, quindi, non hanno una relazione binaria e perciò non hanno una relazione di inclusione.

E siamo arrivati al punto: le cose false non le sopporto. Il termine inclusione, così come é stato usato finora, è semplicemente falso.
Nella vera inclusione, la scuola sarebbe semplicemente la scuola di tutti, nata per sviluppare le competenze di tutti i suoi membri, perché – e cito dalla matematica, pur non amando questa materia – l’inclusione è una relazione binaria tra due insiemi in cui B è incluso in A se e solo nel caso che X, elemento di B, sia anche elemento di A. Nella mia particolare interpretazione discalcolica e umanistica, questo vuol dire che Paolo (X), cieco, è incluso nella scuola solo se è a tutti gli effetti uguale ad Anna, che vede perfettamente, sia come numero di ore, sia come reciprocità delle informazioni e dell’istruzione.
Per chi dice che questo non è possibile, ribadisco che fornire i giusti ausili a una persona con disabilità non dovrebbe servire a differenziarla, ma a metterla in condizione di uguaglianza con gli altri. L’ausilio può essere certo anche una persona, ma per aiutare a instaurare la relazione, non per allontanare la persona dal gruppo classe.
Però ormai l’inclusione scolastica, così come è concepita, non è salvabile e allora sapete una cosa? Io ne proporrei l’abolizione. Sostituiamola, una volta per tutte, con l’espressione “scuola di tutti” e combattiamo perché questa espressione, più giusta, si realizzi.
Il gruppo collegiale dei docenti – tutti e non solo uno – si informi e si formi per comunicare con tutti i suoi alunni e non solo con quelli che fanno loro comodo, quelli che vengono considerati “normali”. I programmi si adeguino, e non ci si nasconda dietro a percorsi differenziati, perché ogni percorso scolare deve esserlo. E i genitori di tutti si riuniscano, parlino, organizzino riunioni e creino obiettivi comuni, perché la scuola non è “o inclusiva o non inclusiva”, la scuola, come il mondo, deve essere di tutti.

Il “piccolo” mondo dei volontari con disabilita’: far del bene fa bene

Redattore Sociale del 22-02-2017

Il “piccolo” mondo dei volontari con disabilita’: far del bene fa bene

C’è chi ha messo in piedi un centro di aggregazione giovanile, chi accompagna gli anziani della casa di riposo al mercato, chi raccoglie viveri per i più poveri e chi passa interi pomeriggi al canile. Storie ed esperienze raccolte in un’inchiesta.

ROMA. Volontari con disabilità, un’inversione di ruolo tutt’altro che scontata in cui le persone disabili diventano soggetti anziché destinatari di aiuto e di attenzione. Se ne occupa l’inchiesta (che raccoglie storie ed esperienze pubblicata) nel numero di febbraio del magazine SuperAbile, la rivista cartacea dell’Inail sui temi della disabilità. La giornalista Michela Trigari racconta un aspetto meno noto del volontariato. In Italia le esperienze non mancano. Come quella de “La casa di Cristina”, che porta il nome di una ragazza in carrozzina di 29 anni che, insieme ad altri tre universitari disabili, a Pescara ha dato vita a un centro di aggregazione per bambini e adolescenti con disabilità. Dei quattro giovani fondatori è rimasta solo lei a fare volontariato in modo assiduo all’interno dell’associazione, mentre gli altri vanno solo ogni tanto. “Volevo dedicarmi ai più piccoli per dimostrare loro che la vita non è tutta sofferenza, ma anche -sorrisi e felicità – racconta -. E volevo pure capire come è possibile lavorare pur avendo una disabilità importante come la mia”. Così, nel 2011, ha creato una onlus che è al tempo stesso ludoteca, laboratorio musicale, cinematografico, di canto e di manualità, nonché un luogo per le feste, e che si avvale della collaborazione di operatori sociali, tirocinanti e volontari. Cristina – che ha un’emiparesi doppia a causa della sindrome di West – è laureata in Scienze dell’educazione, si sta specializzando in Scienze pedagogiche e da grande vuole fare l’insegnante. Fa parte di quel piccolo mondo quasi invisibile di persone con disabilità che aiutano il prossimo.

Oltralpe l’hanno già notato: l’associazione France Bénévolat, infatti, ha realizzato una ricerca sul tema – intitolata La place des personnes en situation de handicap dans l’engagement bénévole 2016 (Il ruolo delle persone disabili nel volontariato) -, individuando ben 71 buone pratiche di realtà e organizzazioni francesi che coinvolgono volontari disabili. C’è chi si occupa dell’amministrazione o del funzionamento pratico dell’associazione di appartenenza, chi organizza corsi di Braille o lingua dei segni, ci sono i rappresentanti all’interno di comitati e consulte o coloro che si battono per i grandi temi sociali come l’accessibilità universale, l’inserimento lavorativo, la vita affettiva e sessuale. Ma c’è anche chi anima eventi di sensibilizzazione, chi va a parlare nelle scuole o è impegnato in attività artistiche, culturali e sportive, e perfino chi si prende cura dei cavalli salvati dal macello.

In Italia troviamo più o meno la stessa situazione. Molte delle cariche direttive o di segretariato delle grandi associazioni di volontariato che si occupano di disabilità, infatti, sono ricoperte da persone disabili. Tra queste troviamo i vertici di Unione italiana ciechi e ipovedenti (Uici), Ente nazionale sordi (Ens), Associazione italiana sclerosi multipla (Aism), Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish), solo per citarne alcune. Ma c’è dell’altro. Tante piccole iniziative individuali o di gruppo che vedono le persone disabili uscire dal guscio protettivo della propria onlus per andare a tendere una mano agli altri. Per esempio i ragazzi con autismo della cooperativa sociale Loco Motiva di Rieti, che per Natale hanno deciso di preparare marionette e pupazzi di stoffa da regalare ai bambini colpiti dal terremoto di Amatrice e dintorni. La cooperativa è nata per volontà di Andrea, un giovane autistico di 31 anni che voleva avere uno spazio dove poter insegnare agli operatori (sanitari e scolastici) e ai genitori quella comunicazione non verbale – cioè la comunicazione aumentativa alternativa – che gli ha permesso di raggiungere la laurea, dando così anche ad altri ragazzi la sua stessa opportunità. A portare i pupazzi di stoffa a destinazione sono stati alcuni degli stessi giovani, insieme al papà di Andrea e all’operatrice della Loco Motiva che ne ha seguito la fabbricazione. Era la seconda volta che Andrea andava a far visita alle terre devastate dal sisma. “Noi non vediamo le persone con autismo incapaci di intendere e di volere – dice il padre Nunzio –, ma al contrario le pensiamo in grado di capire il mondo che le circonda, capaci di provare emozioni e sentimenti, di rendersi conto delle situazioni difficili e di fare perfino del bene. Basta solo trovare il canale comunicativo giusto”.

Samuele, Mariarita, Paola e Damiano portano a spasso gli anziani di una casa di riposo. Tutti e quattro frequentano il centro socioeducativo “Le Villette” di Crema. “L’iniziativa è partita dalla riflessione secondo cui gli adulti disabili hanno alle spalle una vita intera di aiuti ricevuti da altri, mentre raramente si ragiona sulla possibilità che avvenga il contrario – spiega Patrizia Casappa, coordinatrice del centro diurno che fa capo all’Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale) –. Quindi perché non provare a invertire i ruoli? Dopo alcune proposte fatte a diverse realtà cittadine, la Fondazione Benefattori Cremaschi, che gestisce una residenza sanitaria assistita, ha accolto la nostra idea. Così i quattro, insieme a un nostro educatore e a un’animatrice della fondazione, hanno iniziato la loro opera di volontariato”. Ogni giovedì accompagnano alcuni anziani (chi in carrozzina, chi a braccetto) al mercato cittadino a fare la spesa, facendo anche una sosta al bar. “Tutto ciò è possibile solo grazie alla presenza di queste persone disabili che riescono a farsi carico dell’accompagnamento degli ospiti della casa di riposo. E i risultati sono più che sorprendenti: gli anziani sono entusiasti perché hanno la possibilità di frequentare un luogo a loro caro, di incontrare vecchie conoscenze e di fare alcune azioni che caratterizzavano la loro quotidianità prima di entrare nella Rsa. Anche le persone disabili che frequentano il nostro centro hanno evidenziato aspetti positivi da questa esperienza: sono molto motivate e felici di partecipare, in quanto percepiscono il sentirsi utili, adulte, più adeguate e sicure di sé. Naturalmente si sono create delle affinità, gli anziani non vedono l’ora che arrivi l’uscita del giovedì e accolgono volentieri i volontari dicendo: “Spingimi tu che sei un bel giovanotto alto”. I cittadini e i commercianti di Crema, inoltre, danno un riscontro positivo di questo servizio, consapevoli del fatto che, senza Samuele, Mariarita, Paola e Damiano, l’uscita al mercato per gli ospiti della Rsa non sarebbe possibile”, commenta la coordinatrice de “Le Villette”.

“A parte il benessere emozionale, poi, c’è tutto il discorso sul ruolo sociale delle persone con disabilità cognitiva: non si tratta di lavorare solo sull’inclusione, l’autonomia e l’autostima, ma anche di considerarle come una risorsa per l’intera comunità”. L’esercito dei consulenti alla pari. È una forma di volontariato “esperienziale” quasi professionalizzante, appositamente pensata per aiutare chi si trova alle prese con un vissuto simile al proprio e attiva in alcuni istituti di riabilitazione o in qualche onlus tra cui il Centro per l’autonomia umbro e quello di Roma, l’Istituto di Montecatone (in provincia di Bologna), l’Associazione unità spinale dell’ospedale Niguarda di Milano, Dpi Italia, l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare (Uildm). Attraverso una formazione specifica nell’ambito del counseling, si mettono in atto metodologie e tecniche di comunicazione finalizzate ad attivare nelle persone disabili una maggiore consapevolezza del proprio status e delle possibilità di riprogettare la propria vita anche dopo un trauma. Alcuni ricevono un contributo per il loro operato, ma nulla che sia superiore al classico rimborso spese. Uno degli ultimi casi è quello dello Sportello per la vita indipendente del Comune di Nola, in provincia di Napoli, inaugurato lo scorso settembre grazie a un apposito bando regionale finanziato dal ministero del Welfare e attivo per tutto l’ambito territoriale. A dare informazioni ai cittadini su normativa in vigore, pratiche burocratiche e quant’altro sono tre consulenti alla pari: Antonio e Giovanni De Luca e Francesco Ciccone (questi ultimi due responsabili rispettivamente delle sezioni della Uildm di Ciccano e Saviano).

“Chi può trasferire, meglio di una persona con la distrofia muscolare, un know-how fatto di esperienze concrete e difficoltà pratiche a coloro che vogliono intraprendere un percorso di autonomia? – dice Ciccone, 50 anni, un figlio quasi adolescente e una madre anziana da gestire perché la sua compagna lavora tutto il giorno fuori casa -. Il nostro ruolo, però, non consiste solo nell’orientare, indirizzare e informare su ausili, assistente personale, detrazioni fiscali, eccetera, tutte cose per cui abbiamo seguito un corso, ma siamo anche in grado di dare consigli e raccontare il nostro vissuto. Il messaggio che vogliamo dare è “noi per noi”, smettendola di pensare sempre alla logica dei servizi assistenziali”. Ecco allora che la sensibilità e la consapevolezza dell’essere stati utenti diventano il valore aggiunto del loro ritrovarsi nel ruolo di collaboratori pubblici. Lo Sportello per la vita indipendente di Nola, infatti, è il primo di questo genere in Campania.

Sostegno, la rete dei “65 movimenti” scende in piazza contro la legge delega

Redattore Sociale del 21-02-2017

Sostegno, la rete dei “65 movimenti” scende in piazza contro la legge delega

Famiglie e docenti in presidio a Roma il 23 febbraio, davanti a Montecitorio, per chiedere il ritiro del decreto inclusione della Buona Scuola. “La legge 107 ha danneggiato tutti. E studenti, docenti, associazioni, comitati, operatori e assistenti, uniti, per la prima volta, fanno sentire la loro voce”.

ROMA. La ministra dell’Istruzione ha assicurato che i decreti della Buona Scuola saranno rivisti e migliorati, soprattutto in alcuni punti “caldi” che riguardano l’inclusione degli studenti con disabilità. Ma questo non è bastato a rassicurare tutte le associazioni: alcune di queste si sono riunite, aggregando anche famiglie e docenti, nella “Rete dei 65 movimenti per il sostegno”, con l’intenzione e il compito di difendere i diritti tutelati dalla legge, non sempre applicati nella realtà e che oggi rischiano di essere messi seriamente in discussione dalla “Buona scuola” e dai suoi decreti attuativi: quello sull’inclusione, in particolare, e quello sulla valutazione. Giovedì 23 febbraio scenderanno in piazza, a partire dalle 14, davanti a Montecitorio, per chiedere il ritiro delle deleghe.

“La legge 107 ha danneggiato tutti – spiega la rete – E tutti, famiglie, studenti, docenti, associazioni, comitati, operatori e assistenti, uniti, per la prima volta, fanno sentire la loro voce. E’ partita una battaglia che non è solo del comparto scuola, è la battaglia di tutti, della società civile che rivendica i diritti. Dal Tavolo tecnico nazionale organizzato da Osservatorio diritti scuola, tenutosi a Palermo il 28 e 29 gennaio – riferiscono ancora – la Rete ha redatto un documento unitario, che possa essere la base di confronto tra il Parlamento e la società civile”.

Il documento sarà al centro dell’incontro seminariale previsto per venerdì 24 febbraio a Roma e della conferenza stampa in Senato che, il 23 febbraio, accompagnerà il presidio. “Esaminata la legge delega Sostegno, articolo per articolo, i partecipanti hanno messo nero su bianco una serie di proposte, che si rifanno a quella che tutti considerano l’unica legge che disciplina e tutela la condizione di disabilità: la legge 104 del 1992”. Tra i tanti punti critici evidenziati nel documento, “principalmente è risultata a tutti molto grave e inaccettabile l’esclusione della famiglia nelle fasi organizzative e decisionali per la costruzione di un percorso didattico inclusivo – spiega la rete – La quantificazione delle ore di sostegno e delle figure professionali sembra debba essere accettata dai genitori esclusi, per volere di una commissione composta da varie figure che entrerebbero in contatto con il figlio disabile solo una volta all’anno e comunque all’insegna del massimo risparmio economico”

Altro punto critico è la composizione delle classi e l’innalzamento del “tetto massimo” del numero di alunni in presenza di disabilità. A tal proposito, “in comune accordo, dal tavolo tecnico, è emerso il proposito di tornare, così come prevede la legge 104/92, a classi composte da un massimo di 20 alunni con uno studente con disabilità grave o due con disabilità lievi”. La rete chiede poi la cancellazione “della dicitura ‘nei limiti delle risorse disponibili’, presente in più articoli della legge delega, perché le risorse devono essere necessariamente disponibili di fronte a diritti inalienabili e fondamentali”.

In sintesi, “la società civile, e non solo il mondo della scuola, dichiara irricevibile la volontà di depotenziare la legge 104 (di 44 articoli, la legge delega ne mette in discussione circa 18). Si ritorni allo spirito iniziale della legge 104 del 1992 che tutela i diritti fondamentali ed effettivi degli alunni con disabilità. E soprattutto si applichi bene ciò che lo Stato ha legiferato ma non ha tradotto in pratica (ad esempio con i posti in deroga sul sostegno. Si trasformino tutti in organico di diritto). Diritti che negli ultimi anni, sono stati negati a favore di esigenze di cassa e di bilancio, malgrado la Corte Costituzionale, con la sentenza n.80 del 2010 ha stabilito che tra l’esigenza effettiva di garanzia dei diritti fondamentali degli alunni con disabilità e le esigenze di bilancio pubblico, queste ultime devono sempre cedere il passo e arretrare”.

Appuntamento quindi a Roma, per il 23 e 24 febbraio: si inizia con una conferenza stampa nella sala Nassyria del Senato ed in contemporanea con un presidio autorizzato alle ore 14 in piazza Montecitorio. Il 24 febbraio presso il Liceo Tasso di Roma è previsto un convegno nazionale, con la partecipazione di associazioni, genitori, studenti , docenti e rappresentanti di ogni figura lavorativa e sociale.

Giornata nazionale del Braille

Giornata nazionale del Braille

Fedeli: “Alfabeto della libertà, dell’uguaglianza, dell’inclusione.
Scuola sostenga nuove generazioni, garantendo pari opportunità”

“Oggi si celebra la Giornata nazionale del Braille, invenzione che nonostante abbia ormai quasi due secoli è ancora uno straordinario strumento di conoscenza, sviluppo e integrazione per le ragazze e i ragazzi non vedenti impegnati in un percorso di formazione. Uno strumento che nulla ha perso della sua originaria carica innovativa e di emancipazione culturale e sociale. Il Braille infatti è stato, è e sempre più dovrà continuare ad essere l’alfabeto della libertà, dell’uguaglianza, dell’inclusione e delle pari opportunità. E la scuola sempre più dovrà sostenere le nuove generazioni nel loro percorso formativo, garantendo le condizioni di pari opportunità per tutte e tutti, rimuovendo ogni tipo di ostacolo o barriera e favorendo l’inclusione”. Così la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli in occasione della Giornata nazionale del Braille, istituita nel nostro Paese nel 2007.

“Anche dopo l’avvento delle nuove tecnologie, il Braille – continua Fedeli –  resta per le studentesse e per gli studenti non vedenti lo strumento fondamentale di accesso alla cultura, l’unico non superato metodo di letto-scrittura. L’informatica, lungi dall’averlo soppiantato, ne ha permesso nuovi, più raffinati utilizzi. E altri ne fa presagire. Ma sempre, alla base di ogni futuribile innovazione, c’è quella straordinaria invenzione di Louis Braille della prima metà del XIX secolo, grazie alla quale, di lì a poco, nacquero le scuole per le non vedenti e per i non vedenti”.

L’Italia ha voluto sottolineare l’importanza di tale innovazione approvando, nel 2007, la legge che ha istituito la Giornata nazionale del Braille, durante la quale amministrazioni pubbliche e associazioni sono invitate a promuovere “idonee iniziative di sensibilizzazione e solidarietà”, si legge nel testo di legge, “al fine di sviluppare politiche pubbliche e comportamenti privati che allarghino le possibilità di reale inclusione sociale e di accesso alla cultura e all’informazione per tutti coloro che soffrono di minorazioni visive”.

“Ma questi obiettivi – sottolinea Fedeli – non vanno perseguiti soltanto in una giornata. Stiamo lavorando e continueremo a farlo per una sempre maggiore inclusione di tutte le ragazze e di tutti i ragazzi diversamente abili. Inclusione e superamento di qualunque possibile ostacolo alla cultura sono e continueranno ad essere la nostra priorità di ogni giorno. E una condizione fondamentale, in questo senso, è garantire che nelle scuole vi siano testi accessibili a tutte le alunne e a tutti gli alunni. Questa non è soltanto una necessità per le studentesse e gli studenti non vedenti. È anzi – conclude –  un’opportunità per tutti, perché sappiamo che ogni differenza può costituire un’occasione di arricchimento e avanzamento per l’intera comunità scolastica”.

18 Febbraio Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger

Mi-Lorenteggio.com del 15-02-2017

18 Febbraio Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger

MILANO. Il 18 febbraio è la giornata dedicata a livello mondiale alla Sindrome di Asperger, un disturbo dello spettro autistico ad alto funzionamento. Spesso associata a nomi di personaggi famosi come Einstein, Mozart e Steve Jobs, la Sindrome nasconde in realtà un vissuto molto difficoltoso e “invisibile”, perché la fatica degli Aspie a mettere in atto comportamenti che appartengono alla normalità del vivere quotidiano non viene immediatamente percepita generando incomprensioni e isolamento, che possono sfociare in episodi di bullismo a scuola e di mobbing nel mondo del lavoro. ASA Italia – Associazione Sindrome di Asperger dedica alla Sindrome una cena di Gala il prossimo 18 febbraio a Milano presso la Società Umanitaria, che ospita la sede dell’Associazione. Il ricavato andrà a finanziare le attività svolte dall’Associazione per
migliorare la qualità della vita degli Aspie, prima fra tutte l’esperienza di Casa Riccardo a Vailate, un luogo speciale dove ASA organizza weekend su misura per adolescenti e giovani adulti con Sindrome di Asperger e autismo ad alto funzionamento con la presenza di educatori specializzati, offrendo loro la possibilità unica di condividere esperienze di vita in comune e sperimentare con i coetanei il piacere di raggiungere l’autonomia nello svolgimento delle attività della vita quotidiana al di fuori del proprio nucleo familiare. “La nostra Associazione si impegna con passione per l’informazione e la formazione sulla sindrome di Asperger, gli unici reali strumenti che possono fare la differenza per migliorare la qualità della vita degli Aspie – afferma Milena Polidoro, presidente di ASA Italia. Vogliamo offrire servizi concreti, che sappiano mettere in relazione tutte le competenze per poter dare adeguato supporto a chi vive un disturbo dello spettro autistico”. La cena raccoglierà fondi per i progetti dell’Associazione, principalmente focalizzati sulla formazione di personale qualificato. Ultima iniziativa in ordine di tempo è stata l’apertura di uno Sportello d’Ascolto, con l’obiettivo di accogliere e comprendere il bisogno degli utenti aiutandoli a decidere quale potrebbe essere il percorso migliore da seguire. Durante la cena verranno premiate alcune personalità che più di tutte in quest’anno hanno speso energie e risorse per progetti legati alla Sindrome di Asperger, allo scopo di far conoscere questa realtà e offrire aiuto concreto agli Aspie e alle loro famiglie.

Inserimento lavorativo, slitta di un anno l’obbligo di assumere disabili

Redattore Sociale del 16-02-2017

Inserimento lavorativo, slitta di un anno l’obbligo di assumere disabili

Un emendamento al Milleproroghe rinvia al 2018 la modifica del Jobs Act alla legge 68/99, che prevede per le aziende con 15-35 dipendenti l’obbligo di copertura delle quote di riserva anche in assenza di nuove assunzioni. La scadenza per ottemperare all’obbligo slitta da marzo 2017 a gennaio 2018.

ROMA. Il decreto Milleproroghe rinvia di un anno le nuove norme sull’assunzione dei lavoratori disabili. L’obbligo per le aziende con un numero di dipendenti compreso tra 15 e 35 slitterà al 2018. Il “ripensamento” è contenuto in un emendamento approvato al Senato, e poi ripreso nel testo del maxiemendamento sul quale il governo ha chiesto e ottenuto la fiducia: il testo approvato di fatto rinvia al 1 gennaio 2018 la scadenza per le assunzioni obbligatorie, che continueranno a valere solo per le nuove assunzioni.

Viene così a cadere – per tutto il 2017 – quanto previsto dal Jobs Act, che modificava la legge 68/99, introducendo per le aziende con 15-35 dipendenti l’obbligo di adempiere all’obbligo delle quote di riserva anche in mancanza di nuove assunzioni. Un obbligo che doveva essere assunto entro marzo 2017. Ora, con la novità del milleproroghe, il cronometro riparte: fino al 31 dicembre 2017 resteranno le vecchie norme e quindi, l’obbligo di coprire le quote di riserva scatterà soltanto in caso di nuove assunzioni.

Il testo del Milleproroghe è stato approvato al Senato con 153 voti favorevoli e 99 contrari e viene ora trasmesso alla Camera per la (scontata) approvazione definitiva, che dovrà esserci entro il prossimo 28 febbraio.

Autismo, Iss: Piu’ diagnosi precoci ma casi in aumento

Redattore Sociale del 15-02-2017

Autismo, Iss: Piu’ diagnosi precoci ma casi in aumento

“C’e una combinazione tra una maggiore attenzione sui disturbi dello spettro autistico, grazie a una maggiore capacita diagnostica, con un effettivo aumento dei casi”. Risponde cosi’ Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di Sanita’ (Iss), a margine della conferenza della Fondazione italiana per l’autismo (Fia), alla domanda se ci troviamo dinanzi ad una epidemia di autismo.

Quale potrebbe essere la causa di questo aumento? Alcune “ipotesi di lavoro” mettono in risalto anche “l’esistenza di un collegamento del disturbo con gli aspetti genetici, che a loro volta sono collegati a fattori epigenetici”. Questo significa che bisognera’ studiare “l’interazione tra il genoma e i condizionamenti ambientali nel senso esteso del termine- conclude Ricciardi- poiche’ alcune mutazioni sono messe in moto da condizionamenti ambientali”. (DIRE)