SCATTI ANZIANITA’: OK DA CORTE DEI CONTI, MERCOLEDI’ FIRMA DEFINITIVA

SCATTI ANZIANITA’, GILDA: OK DA CORTE DEI CONTI, MERCOLEDI’ FIRMA DEFINITIVA

“Dalla Corte dei Conti arriva finalmente l’ok al pagamento degli scatti di anzianità del 2011. Il via libera alla liquidazione delle progressioni di carriera è stato comunicato oggi ai sindacati durante un incontro all’Aran”. Lo fa sapere, in una nota, la Gilda degli Insegnanti che aggiunge: “Per mercoledì è attesa la firma definitiva del provvedimento con cui si chiuderà una lunga battaglia che ci ha visti in prima linea al fianco dei docenti”.

Scacco alla scuola

Scacco alla scuola

di Maurizio Tiriticco 

Nonostante le perplessità espresse da tante parti della scuola, l’amministrazione uscente ci ha voluto regalare il pacchetto “valutazione di sistema”. Non ripeto tutte le osservazioni fortemente critiche che sono state formulate da associazioni di categoria, sindacati, movimenti politici e non, e tanti tanti insegnanti. Mi limito soltanto a sottolineare fortemente l’errore metodologico che caratterizza l’iniziativa. La valutazione è un’operazione estremamente seria e complessa, che investe soggetti, oggetti e procedure diverse. Il suo esercizio nasce da una vera e propria disciplina di ricerca che, però, nel nostro Paese e nella nostra scuola è sempre stata affrontata con il massimo della improvvisazione, per non dire addirittura ignorata. Il che ha una sua precisa origine storica.

Quando, dopo l’Unità nazionale, provvedemmo alla diffusione dell’insegnamento elementare obbligatorio almeno per le prime due classi, non potevamo guardare troppo per il sottile, stante la necessità che le abilità minime del leggere, scrivere e far di conto, a fronte di un analfabetismo dell’80% della popolazione, diventassero, nel giro di qualche decennio un consolidato patrimonio nazionale. Occorreva creare uno Stato con un’amministrazione diffusa sul territorio, dai ministeri alle prefetture; occorreva anche formare dei quadri tecnici per avviare la nostra rivoluzione industriale. E così procedemmo per decenni fino al secondo dopoguerra! E per valutazione si intendeva soltanto l’attribuzione ai nostri alunni dei dieci fatidici voti: che poi con i più e con i meno diventarono e sono tuttora, molto più di dieci!

Ci rendemmo conto dell’assoluta insufficienza di questa procedura valutativa scorretta e casareccia soltanto quando nel ’62 innalzammo l’obbligo di istruzione da cinque ad otto anni! E ce ne rendemmo conto perché, con le procedure valutative di sempre, fioccavano solo le bocciature e non avremmo mai promosso cultura e conoscenze in una popolazione che ormai diveniva sempre più esigente a fronte di un “miracolo economico” che ci collocava tra i Paesi avanzati.

Ci rendemmo conto della insufficienza dei voti e delle pagelle e nel ’77 avemmo il coraggio di sostituirli in tutta la fascia dell’obbligo di istruzione con il sistema dei giudizi e delle schede di valutazione. E fu anche necessario adottare quella “valutazione di criterio”, per la quale non valgono tanto le conoscenze in astratto, che possono anche essere ripetitive nozioni, quanto quelle concrete abilità che conoscenze veramente acquisite consentono. Il che da un lato costituì un nuovo modo di fare scuola in tutta la fascia dell’obbligo, dall’altro permetteva di dare l’avvio ad una vera e propria “cultura della valutazione” che investisse contestualmente non solo le scuole e gli insegnanti, ma anche gli stessi organi di governo della scuola. In tale direzione si muovevano anche quei “decreti delegati” del ’74 che intendevano avviare un rinnovamento profondo di tutta la gestione del sistema di istruzione e della sua valutazione. E i programmi del ’79 della scuola media, quelli dell’85 della scuola elementare e gli Orientamenti del ’91 della scuola dell’infanzia andavano tutti in quella direzione.

Furono anni in cui imparammo che la valutazione è una disciplina… che si chiama docimologia! Che comunque rinvia pur sempre ad altre discipline e circolavano i testi di Noll, o di Bacher o di Reuchlin, o di Mialaret, o dei De Landsheere, dei nostri Gattullo, Pontecorvo, Vertecchi, Visalberghi, Domenici, Pellerey, Calonghi. E, con un pizzico di vanità, mi ci metto anch’io! Capimmo che la valutazione non è solo quella conclusiva, che c’è una valutazione iniziale e una formativa e che non si può insegnare se non in relazione a un progetto, la programmazione educativa e didattica. Insomma, una temperie di ricerca e di sperimentazione investì tutta la fascia dell’obbligo e una serie di sperimentazioni interessò anche il secondo grado di istruzione. E il concetto stesso di valutazione si ampliò fino a chiederci: chi valuta chi valuta? E’ l’interrogativo che conduce direttamente al concetto di valutazione di sistema. Ma…

Dopodiché il diluvio! Quello slancio in avanti verso un nuovo modo di “fare scuola”, che implicava una nuova didattica, una nuova organizzazione, un’amministrazione diversa, una diversa politica scolastica è andato via via scemando. Così, mentre da un lato con il lento ma inarrestabile processo dell’autonomia si venivano attribuendo alle istituzioni scolastiche poteri e responsabilità sempre nuovi, dall’altro l’amministrazione si andava liberando di compiti che solo con un ampio e convinto respiro nazionale poteva affrontare con successo. Non è sufficiente scrivere all’articolo 4, c. 4 del Regolamento sull’autonomia – siamo nel ’99 – che “le istituzioni scolastiche … individuano le modalità e i criteri di valutazione degli alunni… nel rispetto della normativa nazionale e i criteri per la valutazione periodica dei risultati conseguiti dalle istituzioni scolastiche rispetto agli obiettivi prefissati”. Non è sufficiente, dal momento che le modalità e i criteri di valutazione degli alunni discendono – e devono discendere – da una cultura della valutazione diffusa e condivisa da scuole e insegnanti. Se poi leggiamo l’articolo 10 del suddetto Regolamento, constatiamo che il Ministero fissa metodi e scadenze per la verifica degli obiettivi di apprendimento e degli standard di qualità del servizio; e affida questo compito al Cede, oggi Invalsi. E non si tratta forse di due articoli che rivoluzionano tutto ciò che fino ad allora abbiamo saputo e fatto in materia di valutazione?

Si tratta di impegni affidati in parte alle istituzioni scolastiche, in parte assunti anche dall’Amministrazione! E di un rilievo tale che non sarebbero mai stati soddisfatti se non con un avvio serio, rigoroso e diffuso su tutta la materia della valutazione: un salto di qualità non indifferente! Che avrebbe dovuto impegnare seriamente l’Amministrazione a preparare se stessa, in primo luogo, quindi istituzioni scolastiche e insegnanti. Saremmo dovuti crescere tutti insieme sulla via di una cultura della valutazione, ineludibile per il buon funzionamento di un “Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione”. Ma ciò non si è fatto! Dimenticanza? Disattenzione? Ignoranza? Nessuna sensibilità da parte di chi ha governato il Paese negli ultimi 12 anni! Anzi! Una serie di provvedimenti che via via hanno costantemente umiliato la scuola, i suoi insegnanti e i suoi studenti! Basti pensare all’insensato ritorno ai voti! Quale migliore esempio di crassa ignoranza in materia di valutazione?

Nel vuoto culturale in cui la scuola è stata gettata, adesso le si chiede di farsi valutare? D’accordo! Ma allora occorre in primo luogo un impegnativo giro di boa! Investiamo risorse sulla scuola! Con diffuse attività di formazione continua in servizio su come si apprende, su come si misurano, si valutano e si certificano processi e prodotti. In primo luogo si restituisca dignità a un corpo professionale offeso! E, quando gli sarà stata restituita la sua dignità, sarà esso stesso a pretendere di essere valutato… per migliorare e ottimizzare le proprie prestazioni… sempre!

Contratto sulla mobilità

Contratto sulla mobilità

LA SCHEDA UIL SCUOLA

Le parti hanno scelto di mantenere l’impianto contrattuale precedente, limitando gli interventi al solo scopo di apportare elementi di chiarezza.

La novità

1. Domande on line per tutti, docenti e Ata

Tutte le domande di mobilità, comprese quelle relative al personale Ata, verranno gestite on-line, attraverso la piattaforma Polis alla quale, i lavoratori interessati dovranno registrarsi preventivamente.
Procedure da seguire per la registrazione su Istanze On Line Possesso, per chi ancora non l’avesse, di una casella di posta elettronica (…@istruzione.it) da attivare sul sito del MIUR; Accesso nell’area di registrazione POLIS (Presentazione On Line Istanze) per ottenere le credenziali; A completamento dell’operazione è necessario rivolgersi all’istituzione scolastica al fine della conferma della registrazione. Per l’effettuazione di tutte le fasi si suggerisce di rivolgersi alle strutture provinciali della UIL scuola.

Riconfermati nel contratto 2013

  1. Esclusione docente neo assuntiIl personale docente assunto a tempo indeterminato nell’anno scolastico 2011/12 o negli anni successivi non potrà partecipare ai trasferimenti per altra provincia, per un quinquennio, in applicazione dell’art. 9, comma 21, della Legge n.106/11.
  2. Deroga per i neo assunti retrodatati all’anno precedenteIl blocco quinquennale non si applica ai docenti assunti con retrodatazione giuridica al 2010/11 o negli anni precedenti.
  3. Altre deroghe previste rispetto il blocco quinquennaleRiguardano il personale docente di cui all’art. 7 comma 1 del presente contratto, e fanno riferimento ai punti:
    – I) disabilita e gravi motivi di salute,
    – III) personale con disabilità e personale che bisogno di particolari cure continuative,

    – V) assistenza al coniuge, al figlio o al genitore con disabilità.

Contributi volontari delle famiglie alle scuole

Comunicato su contributi volontari delle famiglie alle scuole
Arriva la primavera e, come ogni anno, arriva la Nota del Ministero sui contributi volontari delle famiglie alle scuole. Peccato che, mentre la Primavera è dolce e gentile, questa volta nella Nota c’è proprio una “aggressione” ai dirigenti scolastici, con tanto di minaccia di ispezioni e provvedimenti.  Il Ministero risponde all’ eco di una “nota trasmissione televisiva”  (come l’anno scorso fece con l’Unione Consumatori), preoccupandosi che sia “danneggiata l’immagine dell’intera amministrazione” e in questo modo interessandosi ben poco delle condizioni reali della scuola in Italia.
Ancora una volta la Nota del 7 marzo presenta i dirigenti scolastici come controparte del Governo centrale, salvo poi usarli in tutti i modi possibili quando c’è da tappare buchi creati dall’inefficienza ereditata da decenni.
Perfetta sul piano giuridico e procedurale, la Nota ministeriale comunica la “mezza verità” che, nascondendo l’altra mezza, non fa equa e corretta informazione: un’informazione parziale è sempre disinformazione e distorsione della realtà.  Come stanno le cose sui bilanci con le quali le scuole dovrebbero “attuare il diritto all’istruzione” ?
*  La scuola è stata letteralmente prosciugata da ogni tipo di risorse economiche, crollate, per il funzionamento, in cinque anni a meno di un quinto delle assegnazioni.
*   L’utilizzo dei contributi volontari delle famiglie (progettato, deliberato e soggetto a controllo del Consiglio di Istituto prima ancora che dei Revisori dei Conti) non riguarda più da anni “i livelli qualitativi sempre più elevati” dell’offerta formativa, ma l’offerta di indispensabili prestazioni (fotocopie, materiale igienico-sanitario, materiale didattico e attrezzature per i laboratori, corsi di recupero alle superori, solo per citare solo pochi casi), a garanzia del diritto all’istruzione che lo Stato chiede alle scuole.
*  Nella gran parte dei casi i corsi di lingua italiana per stranieri e le attrezzature o materiali per i portatori di handicap sono accessibili solo con quei contributi.
* L’invocata (e qui ripetuta) rivoluzione digitale dell’amministrazione scolastica, che doveva attuare agevolazioni e risparmi, è stata avviata senza un euro alle scuole, con un aumento del lavoro e dei consumi ai quali le scuole stesse debbono fare fronte. La vicenda delle iscrizioni on-line o del registro elettronico insegna.
“Fa ovviamente bene il Ministero – ha dichiarato il presidente di DiSAL prof. Roberto Pellegatta – a esigere trasparenza nell’uso di tutti i fondi: ci piacerebbe che in questo desse un esempio illuminante in tutti i campi, anche se siamo poco convinti che una dovuta trasparente rendicontazione risolverà i problemi delle scuole italiane, facendo lievitare i docenti e gli amministrativi che mancano, riempiendo le casse per rinnovare macchinari obsoleti da 20 anni e facendo sparire le crepe che ogni giorno aumentano senza nessuno che le vada a coprire”.
Nella Nota avremmo preferito leggere di trovarci tutti nella stessa barca, magari con un riconoscimento di colpa del Governo nella propria incapacità o difficoltà a garantire i fondi necessari per il buon funzionamento delle scuole. Ci saremmo così sentiti alleati nell’attuale faticosa impresa del diritto all’istruzione. Con quella Nota invece siamo solo trattati ancora come controparte.
Ma non perdiamo la speranza: parole più eque forse le leggeremo alla prossima?

Contro la scuola-quiz dell’Invalsi, sciopero generale

Colpo di mano del governo-zombie: approvato il Sistema Nazionale di (S)Valutazione

Contro la scuola-quiz dell’Invalsi, sciopero generale delle Scuole Materne ed Elementari il 7 maggio, delle Medie il 14 maggio, delle Superiori il 16 maggio

Sembrava impossibile che un governo-zombie varasse un provvedimento così sconvolgente: e invece l’8 marzo Monti ha dato vita al Sistema Nazionale di (S)valutazione – bocciato dalle scuole quando fu proposto come  sperimentazione, dal Consiglio di Stato e dal Consiglio Nazionale Pubblica Istruzione –  introducendo uno strumento coercitivo per piegare l’istruzione alle logiche della scuola-azienda e della scuola-quiz e dando all’INVALSI il potere di stabilire i criteri che dovrebbero orientare – ma in realtà SVALUTARE, imponendo una scuola-miseria – l’azione dei nostri istituti. Il provvedimento prevede:

a) una sedicente “autovalutazione”: in realtà la scuola si “autovaluta” sulla base dei quiz INVALSI (ridicoli ed etero diretti, estesi anche all’ultima classe delle Superiori) e dei parametri forniti dal MIUR. È l’INVALSI che valuta e decide cosa valutare: nelle scuole si imporrà la subordinazione ai parametri indicati, eliminando ciò che non sarà oggetto di valutazione (ad es. la buona didattica). E dal prossimo anno i fondi alle scuole saranno dati in base ai risultati di “qualità”;

b) una valutazione esterna: in base ai risultati dei rapporti, si individueranno le scuole da sottoporre per prime alla “cura” (ma successivamente si estenderà a tutte): nuclei di (s)valutazione esterni costituiti da ispettori e “esperti” formati e selezionati dall’Invalsi, formuleranno il piano di “miglioramento” imposto alle scuole: di fatto viene annullata la libertà d’insegnamento;

c) azioni di “miglioramento”: entra in campo l’INDIRE che supporterebbe le scuole nella definizione dei piani di “miglioramento” attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie e di corsi di formazione in servizio potendo avvalersi anche di privati.

E se la cura non funziona? Non si dice cosa succederà alle scuole che, nonostante la “cura”, non riusciranno a raggiungere gli standard previsti: negli USA e Gran Bretagna vengono chiuse e i docenti licenziati (la legge Brunetta prevede il licenziamento dei dipendenti pubblici a fronte di “rendimenti negativi”). Innalzamento della “qualità”? In realtà questo sistema SVALUTERA’ rapidamente e con danni irreparabili la qualità della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata, come già accaduto nella scuola inglese e statunitense.

Una quantità enorme di risorse sarà ulteriormente dirottata nella burocrazia e sottratta al lavoro concreto della didattica. E ancor più pericoloso sarà  il potere di retroazione del sistema: ci verrà imposto di adeguare le  programmazioni e l’attività didattica agli indicatori dell’INVALSI, pena la “cura” a suon di ispettori e di corsi di “miglioramento”.

Il popolo della scuola deve rispondere con decisione a quest’attacco. Il Sistema di (S)valutazione modificherà il nostro lavoro ed entrerà di forza dentro le nostre classi: vogliono imporci cosa insegnare e come insegnare. I docenti devono reagire ed essere in prima fila nella difesa della qualità della scuola pubblica.

Abbiamo un’arma potente conto la svalutazione. Se blocchiamo i quiz Invalsi di maggio, fallirà il loro principale strumento di misurazione. 

I COBAS hanno indetto lo sciopero contro i quiz INVALSI  il 7 MAGGIO  per la  SCUOLA MATERNA ed ELEMENTARE, il 14 MAGGIO per la SCUOLA MEDIA. Il 16 MAGGIO per la  SCUOLA SUPERIORE. 

Lo scorso anno il tribunale di Roma ha decretato attività antisindacale la sostituzione dei docenti che avevano scioperato contro i quiz. La normativa non è cambiata e perciò è importante che scioperino i docenti in orario nelle classi coinvolte e/o i docenti “somministratori”. Proponiamo di istituire in ogni scuola una cassa di resistenza in modo da  sostenere economicamente i colleghi il cui sciopero risulterà utile a fermare la somministrazione.

No alla scuola-quiz degli (s)valutatori: solo una scuola pubblica di qualità, Bene comune per tutti/e, può battere la privatizzazione e la mercificazione dell’istruzione.

Piero Bernocchi   portavoce nazionale COBAS

Istruzione, Italia in ritardo rispetto alla media europea

da LaStampa.it

Istruzione, Italia in ritardo rispetto alla media europea

Il livello dipende in larga misura dall’estrazione sociale, dal contesto socio-economico e dal territorio
roma

Istruzione e benessere vanno di pari passo ma l’Italia, nonostante i miglioramenti conseguiti nell’ultimo decennio, non è ancora in grado di offrire a tutti i giovani la possibilità di un’istruzione adeguata.

Il ritardo rispetto alla media europea e il fortissimo divario territoriale si riscontrano in tutti gli indicatori che rispecchiano istruzione, formazione continua e livelli di competenze. Ad esempio la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario è del 20,3% in Italia a fronte del 34,6% dell’Unione europea a 27 paesi. E’ quanto emerge dal rapporto Istat-Cnel “Bes 2013”, presentato oggi.

Il livello di istruzione e competenze che i giovani riescono a raggiungere dipende in larga misura dall’estrazione sociale, dal contesto socio-economico e dal territorio. Il divario nelle competenze di italiano e matematica tra gli studenti dei licei e quelli degli istituti professionali è ampio e non semplicemente giustificabile con il diverso indirizzo formativo degli istituti; a questo si aggiunge la qualità del sistema educativo, che è profondamente diversa tra Nord e Sud. La famiglia inoltre influenza fortemente i risultati, tanto che i figli di genitori con al massimo la scuola dell’obbligo hanno un tasso di abbandono scolastico del 27,7%, che si riduce al 2,9% tra i figli di genitori con almeno la laurea.

Il percorso formativo è finalizzato a raggiungere e mantenere conoscenze e competenze adeguate per aumentare l’occupabilità (employability) delle persone, favorire lo sviluppo e realizzare stili di vita adeguati alla società complessa in cui viviamo.

In questa prospettiva, prosegue il rapporto “Bes 2013”,, il percorso formativo non si limita all’istruzione formale, ma è un processo continuo che inizia prima della scuola dell’obbligo, con gli stimoli ricevuti in famiglia fin dalla più tenera età e con la scuola dell’infanzia, e si estende oltre la scuola secondaria o l’università con la formazione continua e, più in generale, con le attività di partecipazione culturale.

Rispetto a questo percorso formativo, tra il 2004 e il 2011 la situazione è migliorata per quasi tutti gli indicatori considerati, ma l’Italia non è riuscita a superare il divario con il resto d’Europa. Restano comunque molte criticità. In primo luogo, a causa della crisi economica che ha colpito più duramente i giovani, è aumentata la quota di Neet, ossia di giovani 15-29enni che non lavorano e non studiano (dal 19,5% del 2009 al 22,7% del 2011).

Inoltre è in netta diminuzione la partecipazione culturale delle persone; dopo un periodo di stagnazione, nel 2012 l’indicatore presenta un decremento molto marcato, passando al 32,8% dal 37,1% del 2011.

Sono ancora ampie le differenze territoriali: nel 2011 la quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma superiore è pari al 59% al Nord e al 48,7% nel Mezzogiorno, mentre i giovani che non lavorano e non studiano (Neet) sono il 31,9% nel Mezzogiorno, ovvero il doppio della quota relativa al Nord (15,4%). Un miglioramento del livello d’istruzione e del livello di competenze che intervenga a ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali e garantisca maggiori opportunità ai giovani provenienti da contesti svantaggiati appare, dunque, una priorità nel nostro Paese.

“Ma….. la legge è uguale per tutti?” Lettera aperta

“Ma….. la legge è uguale per tutti”? <<lettera aperta>>

Giuseppe Mascolo

E’ evidente che il gioco delle “tre carte” non è ancora terminato; Come dire: “Cambiano i governi ma il modus operandi resta invariato”.

La proroga del blocco degli scatti di anzianità al personale della scuola per l’anno 2013 è un ulteriore segnale di una situazione paradossale, in netta controtendenza con la valorizzazione dei lavoratori della scuola, che oramai si protrae da troppo tempo e sembra non avere mai fine.

Dopo aver assistito da un lato “all’accordo” con cui sono stati sbloccati gli scatti di anzianità relativi all’anno 2011 e dei quali a tutt’oggi i lavoratori della scuola attendono ancora i benefici, dall’altro le risorse del FIS sono già state destinatarie dell’ennesima sforbiciata.

Insomma i soldi che “daranno”, sono quelli che “hanno” già tolto!

Ovviamente a fronte di tale fare sorgono alcuni legittimi dubbi.

Se per lo sblocco degli scatti di anzianità relativi all’anno 2011, sono diminuite le risorse del FIS, per lo sblocco del 2012 dobbiamo aspettarci un’ulteriore diminuzione?

Volendo azzardare una previsione “piuttosto realistica” e restando con i piedi per terra, potremmo dire che le somme destinate al FIS per il prossimo anno scolastico, saranno ridotte ad un terzo (una bastonata non da poco, considerando che verrebbero meno le risorse economiche per attuare i percorsi atti a conseguire i risultati previsti dal POF).

E per un eventuale sblocco degli scatti di anzianità del 2013, cosa “taglieranno” ancora?

Tenendo conto che si parla di un blocco del rinnovo del ccnl fino al 2014 (come in tutto il pubblico impiego), probabilmente “i soliti noti” stanno mettendo le mani avanti e considerando che come avviene di frequente “le risorse vengono rese disponibili l’anno successivo a quello cui si riferiscono”, eccoci arrivati alle porte del 2014.

Sembrerebbe si stia mirando al rinnovo del ccnl; Magari riusciranno a diminuire anche quelle briciole che di solito danno!

Ma… mica le situazioni balorde sono terminate.

Dov’è finita la necessità di risolvere la problematica dei docenti “fuori ruolo” che sembra essere finita nel dimenticatoio?

E l’introduzione dell’area “C” del personale ATA: Anch’essa è nel cassetto in attesa di poterla tirar fuori in occasione di un futuro rinnovo contrattuale, dando un’ulteriore sforbiciata agli organici!

Per non parlare delle mancate assunzioni in ruolo del personale collaboratore scolastico; Non capiamo la motivazione di tale blocco!

Altra “ciliegina sulla torta” è quella dei supplenti nominati su posti vacanti in organico di diritto, ma trattati come supplenti brevi.

Infatti, a detto personale, viene trattenuta la somma inerente il compenso individuale accessorio o la retribuzione professionale docenti, come se fossero dei supplenti annuali, mentre le assenze per salute, sin dal primo giorno, vengono retribuite al 50%, proprio come ai supplenti brevi.

Inoltre, conseguentemente all’introduzione della normativa che tutti conosciamo come “collegato lavoro”, con la quale è stato previsto che dopo tre contratti a tempo determinato, nel caso della scuola supplenze annuali, il rapporto di lavoro doveva trasformarsi a tempo indeterminato, il Miur “avrebbe dovuto” procedere all’adempimento del dettato normativo.

Tutto questo non è accaduto e i ricorsi sono stati un’infinità con sentenze dei Giudici favorevoli ai lavoratori.

Ma le spese legali le paga il Miur? Oppure vanno ad aggravare la situazione già fin troppo disastrosa del debito pubblico?

E come se non bastasse dopo il ghigno, la beffa; Il Miur adempie a quanto decretato dai Giudici, ma, dall’altra parte, licenzia gli ultimi immessi in ruolo.

Come dire: “Avete ottenuto 100 sentenze a vostro favore? Licenziamo gli ultimi 100 lavoratori immessi in ruolo!

Magari tali lavoratori a seguito della stipula di un contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato, hanno assunto impegni economici e adesso per un “errore” del Ministero ne faranno le spese (come di solito accade).

Ma se il dicastero di viale Trastevere avesse applicato la normativa fin dal primo momento, ci saremmo trovati in questa indecorosa situazione?

Insomma, quando finirà la filastrocca che a pagare sono sempre i lavoratori e la legge sarà veramente uguale per tutti? E da quando “chi sbaglia paga” verrà applicato anche agli strapagati vertici ministeriali e governativi?

A proposito: Come mai non si possono ridurre gli stipendi d’oro dei dirigenti, mentre di quelli dei lavoratori se ne può fare “carne da macello”?

E’ evidente una disparità di trattamento sempre più ampia!

E ancora….. come possiamo pensare di valorizzare la professionalità del personale se nelle procedure concorsuali sono previste domande a risposta multipla, proprio come il sistema utilizzato per il conseguimento della patente di guida.

Riteniamo impensabile che “nessuno” (ovviamente di quelli profumatamente remunerati), rifletta sulla via Crucis delle graduatorie e dei corsi abilitanti (o TFA) non pensando minimamente a chi, oramai da oltre un decennio, ha continuato ad investire tempo e soldi con la speranza che dopo aver fatto estenuanti rinunce e sacrifici, sarebbe riuscito ad ottenere un posto di lavoro!

Certo è sconcertante sentirsi dire che “la sicurezza del posto di lavoro non può esistere”, proprio da chi lo ha acquisito il giorno prima!!!!!

Inoltre, dopo aver preso atto della decisione del CDM in merito al sistema di valutazione nazionale del personale docente, ci viene spontaneo chiedere: “Ma a chi sarà affidato il delicato compito di controllare il controllore”?

Perché ci si ostina a non voler vedere la necessità di prevedere investimenti pluriennali da destinare alle scuole, un organico funzionale pluriennale e che non sia un mero rapporto numerico a determinare il personale spettante alle scuole?

E se proprio vogliamo parlare di risparmi, perché continuare con una diminuzione degli organici e non valutare la possibilità di far funzionare le scuole su cinque giorni, come del resto accade in tutti gli altri comparti della P.A.?

Dico “far funzionare” e non “possono funzionare”, poiché è evidente come anche all’interno degli OO.CC. “potrebbero esserci interessi diversi da quelli della scuola pubblica”.

Non credo occorra specificare cosa cambierebbe in caso di funzionamento degli istituti scolastici su cinque giorni, poiché “agli addetti ai lavori” è fin troppo chiaro.

Certo bisogna essere orbi per non vedere che le situazioni sopra descritte non vanno nella direzione della tanto decantata valorizzazione e neppure adeguano il nostro sistema scolastico a quanto richiesto da un mercato del lavoro in continua evoluzione.

Ma del resto non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere!

L’unica conclusione alla quale possiamo giungere è che la situazione della scuola italiana continua ad essere modificata “in peius”.

Per l’Ugl Scuola vale il principio che “la legge è uguale per tutti”, ma probabilmente “a qualcuno” fa comodo aggiungere “per gli amici si interpreta e per i nemici si applica”!!!!!

RESPONSABILITA’ E SCUOLA: I TEMI DI UNA RELAZIONE NECESSARIA

CONVEGNO NAZIONALE

RESPONSABILITA’ E SCUOLA: I TEMI DI UNA RELAZIONE NECESSARIA

Per la Scuola chi risponde? Di cosa risponde?

11 marzo 2013 dalle 9.00 alle 16.30 Auditorium
I.T.I.S. “SEVERI”
Via L. Pettinati, 46 Padova

“Respondeo”: sono responsabile, cioè rispondo.

La scuola è il “luogo geometrico” della responsabilità.
In essa s’intersecano e cercano risposta tutte le domande che hanno a che fare con la costruzione e la trasmissione della conoscenza, con la formazione delle persone, con la difesa dei principi della convivenza, con il “bene comune”.
È nella cura per la sua Scuola che si misura, nei fatti, quanto una Società si senta responsabile del proprio futuro e in esso voglia investire.
È nella Scuola che degli adulti sono chiamati ad assumersi la responsabilità di minori, per tutelarli, istruirli e aiutarli a realiz- zare le loro potenzialità e aspirazioni, per permettere a ognuno “concorrere al benessere materiale o spirituale della società”.
È nella Scuola che i bambini si avviano a diventare adulti, capaci cioè di rispondere delle proprie azioni, imparando che esse devono essere guidate dal rispetto di sé e degli altri.

Il ruolo educativo della Scuola è oggi spesso messo in discus- sione, come lo è l’etimo stesso di educare, ”educere”, guidare cioè fuori dall’infanzia un bambino, per condurlo dentro una comunità, insegnandogli a conoscerne e condividerne regole e valori.

La nostra società, diventata più ricca, ha smesso di “aver bisogno” dei figli, e sembra aver scelto di trattenerli invece che avviarli, crogiolandosi nell’idea che “ i figli vanno goduti”, non educati.

Anche per questo la Scuola ha visto messo in discussione il suo compito. Se in estrema sintesi, educare è guidare chi intraprende la sua strada, a sentirsi obbligato a rispondere, sia nel suo privato, sia nella sua vita sociale a tutte quelle doman- de che pretendono un ingaggio, a tutte quelle azioni che, conseguenti a una scelta, obbligano a un “respondeo” indivi- duale, l’educazione avveniva a Scuola.

Educare è sempre educare alla responsabilità, al sapere e volere rispondere, ed essere interdetti o esentati da ogni forma di responsabilità non è libertà, non è un diritto, è un sopruso! Eppure dobbiamo spesso osservare che per un giovane, entrare nel mondo sembra essere diventato o una

corsa ad ostacoli senza arrivo e graduatoria o uno sforzo non necessario perché il mondo nel quale dovrebbe entrare offre solo quelle opportunità, che nascono dalla dilatazione dei confini della famiglia, per cui, di quello che egli ha o avrà, non ha né meriti, né colpe.

E allora, se la nostra società non ha più un’idea di mondo vivibi- le per tutti, con opportunità e regole, da trasmettere, se la società non ha più una filigrana di valori riconoscibili in contro- luce, cosa può la Scuola? Può ancora educare?

Eppure è di tutta evidenza che soltanto la Scuola, possa e debba riannodare quei fili, che in ogni civiltà, attraverso la trasmissione della propria cultura, tenevano legata una genera- zione a quella successiva.

Ma affinché possa riprendere a svolgere questo ruolo, è essen- ziale che la Società stringa di nuovo con la Scuola il suo patto istitutivo, in modo che il mandato sia chiaro, fiduciario, proposi- tivo.

La Scuola potrà, in modo credibile, chiedere adesione, dedizio- ne e fatica (e solo con queste sappiamo essere possibile la costruzione di una persona), unicamente se in essa si realizza una “appartenenza”, l’appartenenza alla propria comunità, i cui valori positivi sono espliciti e condivisi. Solo a questa condizio- ne saranno vissuti dai giovani come il modo privilegiato per appartenere, essere “partecipi”, cioè conservatori e costruttori di essi.

All’inizio forse non li capiranno, diceva Anna Harent, ma li accet- teranno, se gli adulti di riferimento ne saranno coerenti testimoni.
Non sono mai esistite, nella storia, società che potessero o volessero garantire a tutti i loro membri, la possibilità di essere liberi e responsabili, come accade ora nelle grandi democrazie moderne. La Scuola è nata, come istituzione dello Stato, proprio dalla volontà di garantire a tutti i cittadini delle forme di appartenenza consapevole e responsabile.

Per questo ogni società deve continuare a rispondere della sua Scuola, risponderne con interventi organici, con una legislazio- ne coerente, con finanziamenti adeguati, ma soprattutto costruendo attorno ad essa un cordone di protezione vigile ma rispettosa.

Programma:

9.00

Saluto del Dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale IX – Padova

Dott. Paolo Jacolino

Saluto del Coordinatore Nazionale della Gilda degli Insegnanti

Prof. Rino Di Meglio

9.30

Introduzione

Prof.ssa Renza Bertuzzi

Centro Studi Gilda
Redazione di “Professione Docente”

9.45

Dott. Giorgio Quaggiotto

Insegnante di Lettere
Coordinatore Prov. Gilda Insegnanti di Padova LA RESPONSABILITÀ IN “ORIZZONTALE”

10.20

Dott. Piercamillo Davigo

Magistrato

LA SCUOLA EDUCA ALLA LEGALITÀ ED ALLA LEALTÀ?

11.00

Intervallo

11.20

Dott. Gian Antonio Stella

Giornalista e scrittore

FACCIAMO I “CONTI” CON LA SCUOLA?

12.00

Dibattito

Modera il dibattito la

Prof.ssa Renza Bertuzzi

13.15

Pausa pranzo

14.30

Prof. Carlo Schiavone

Insegnante, membro della direzione Nazionale Gilda degli Insegnanti
TUTELA DEI MINORI E RESPONSABILITÀ CIVILE DEI DOCENTI

15.30

Risposte a quesiti.

16.30

Conclusione dei lavori

Federazione Gilda-Unams GILDA degli INSEGNANTI Padova

La Gilda degli Insegnanti è la più grande Associazione Professionale e Sindacale in Italia formata solo da insegnanti.
La Gilda degli Insegnanti è stata costituita nel 1988 da alcuni gruppi di insegnanti, tra cui particolarmente numerosi i padovani, nella consapevolezza che il sindacalismo tradizionale non fosse in grado di rappresentare i docenti rispetto alle scelte di riforma e di politica scolastica, prima ancora che sindacali.

E’ una Associazione trasversale ed indipendente dalla politica ed ha come principi fondanti la difesa della libertà d’insegnamento, garantita dalla Costituzione, e della dignità della professione docente.

Per informazioni:
Gilda degli Insegnanti – Padova Via Paruta, 46 – 35126 Padova Telefono 0498024737
Fax 0498037583
e-mail info@gildapadova.it
sito web www.gildapadova.it

Ascolta, clicca e guarda ecco la nuova formula per insegnare ai ragazzi

da la Repubblica

Ascolta, clicca e guarda ecco la nuova formula per insegnare ai ragazzi

Dai testi di carta ai software: leggere non basta più

Maria Novella De Luca

ROMA — La sfida è catturare la loro attenzione, le loro menti che hanno spie sempre accese e tablet, pc e cellulari sincronizzati giorno e notte. Studenti 2.0 che imparano facendo mille cose insieme, in una rivoluzione multitasking dove il libro di testo non basta più, perché il sapere arriva da mille fonti e la generazione web le mescola tutte. Così la scuola prova a diventare interattiva: la parola più il video, più l’audio, cercando un ponte con quella tribù digitale che sta riscrivendo, sembra, i meccanismi dell’apprendere e del conoscere. Nasce il libro che entra nella Rete, e la Rete che rimanda al libro, e addirittura You-Tube può servire ad approfondire temi considerati “intoccabili”, la Divina Commedia o la poesia del Trecento, ambiti fino a ieri impermeabili a ogni contaminazione. Del resto l’80 per cento dei ragazzi lo confessa apertamente: studiamo connessi a Internet, la musica di sottofondo e il cellulare che vibra, la concentrazione si frammenta sì, ma si moltiplica anche. In tutto il mondo si stanno diffondendo “piattaforme” di studio multimediali, una sorta di laboratori dove si passa dal libro di testo al web e viceversa, attraverso una password data in dotazione a ogni studente. E cercando di catturare l’irrequieta attenzione dei nativi digitali i materiali diventano interattivi, grafici, video, audio. In Italia queste piattaforme sono da tempo diffuse da Pearson, casa editrice specializzata in materiali didattici che, dopo aver lanciato laboratori per imparare la matematica e l’inglese (MyLabMath e EnglishMy-Lab), adesso, con una versione tutta made in Italy, ha costruito MyLabLetteratura e MyLabStoria, entrando nel cuore del sapere umanistico. L’idea è quella di creare un percorso guidato e facilitato, basato sul concetto, ancora poco noto in Italia, del learning by doing,imparare facendo, che secondo la piramide dell’apprendimento dello psicologo americano Edgar Dale farebbe raggiungere i migliori livelli nello studio. «L’universo della scuola», spiega Matteo Lancini, che insegna Psicologia all’università Bicocca di Milano, «è oggi alla ricerca continua di strumenti che possano andare incontro ai nativi digitali, ormai impermeabili alle modalità di insegnamento tradizionali. Parliamo di bambini e ragazzi iperstimolati, che mal sopportano la solitudine del libro. Poter invece interagire con il testo, partecipando alla costruzione del sapere, può certamente favorire la loro attenzione». Imparare facendo. Nella piramide di Dale si riesce a conservare il 90 per cento delle informazioni ricevute, contro il 10 acquisito leggendo soltanto. Navigando nel V canto dell’Inferno nella piattaforma di My-LabLetteratura, collegata a un manuale scolastico cartaceo, ecco la voce di Gassman che recita la passione di Paolo e Francesca,mentre una “linea del tempo” sottolinea le date fondamentali della vita del poeta. E, sullo sfondo, scorrono i quadri ispirati al canto più celebre della Divina Commedia. Sapere multitasking. Andrea Moro, professore di Linguistica allo Iuss di Pavia, è scettico. «Non credo alle piramidi dell’apprendimento,anche se sono cosciente che l’attenzione dei ragazzi è sempre più breve. Dopo mezz’ora di lezione capisci che sono altrove, ma l’unico modo che conosco per catturarli è appassionarli. Non occorrono percorsi semplificati: penso, invece, che ogni ragazzo possa creare un metodo di studio autonomo faticando tra un libro, un dizionario, anche on line, perché no, ma facendo da sé uno schema di ciò che ha appreso ». In realtà le piattaforme sono contenitori aperti, in cui “coabitano” insegnanti e studenti, libri e web. E la multimedialità secondo le statistiche migliorerebbe del 25 per cento il profitto. Ma siamo soltanto all’inizio, aggiunge Paolo Inghilleri, ordinario di Psicologia sociale all’università di Milano. «I ragazzi vivono il loro mondo digitale come qualcosa di separato dalla scuola, e gli insegnanti faticano ad aprirsi alle tecnologie. È indubbio comunque che questi materiali “adattati” riescano a catturare l’attenzione degli studenti. E dall’unione di più linguaggi nasce sempre qualcosa di buono. Ma bisogna stimolare anche passione e spirito critico».

Per gli statali un taglio a doppio effetto

da Il Sole 24 Ore

Per gli statali un taglio a doppio effetto

In arrivo il decreto che prolunga il blocco dei contratti al biennio 2013-2014. Perso circa il 10% dello stipendio, con forti penalizzazioni sulla pensione soprattutto per chi è vicino all’uscita

Approvato il «codice di comportamento », che impedisce di ricevere regali troppo pregiati e di usare dotazioni di lavoro per fini privati, i dipendenti pubblici aspettano un provvedimento decisamente più pesante. Il bilancio dello Stato l’aveva messo in conto fin dal luglio del 2on, quando laprima manovra estiva dell’anno dello spread aveva “ipotizzato” un nuovo blocco di rinnovi contrattuali e stipendi individualinegli uffici pubblici anche per i12013-14, da attivare per decreto dopo il primo congelamento triennale del 2010-2012. Ora però, archiviate le cautele elettorali, il regolamento preparato da Economia e Funzione pubblica è in arrivo, e a farei calcoli sono i diretti interessati: una platea da quasi quattro milioni di persone, che ai dipendenti della Pubblica amministrazione unisce quelli delle società in house e degli enti strumentali (si veda anche l’articolo a fianco). Per avere un quadro completo, i calcoli dovranno considerare anche i riflessi previdenziali, particolarmente pesanti per chi andrà in pensione nei prossimi anni. La cifra pagata da ogni dipendente pubblico sull’altare della crisi, come mostrano i conti in tasca alle varie categorie riprodotti nel grafico qui a fianco, è importante, tanto più che nel nuovo congelamento dovrebbe essere compresa anche l’indennità di vacanza contrattuale (e proprio questo fattore spinge il provvedimento all’approdo in Gazzetta Ufficiale entro il mese di aprile). Il sacrificio è ovviamente proporzionale allo stipendio che ogni profilo di dipendente pubblico aveva all’inizio del congelamento, ed è calcolato su un doppio indicatore: per la prima tornata contrattuale saltata, quella del 2010-2012, il taglio è misurato sulla base delle risorse che erano state messe a disposizione dei vecchi rinnovi, mentre per il nuovo congelamento biennale il punto di riferimento è l’Ipca, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo che esclude i prodotti energetici importati e offre il punto di riferimento di tutti i nuovi contratti biennali. Risultato: nei cinque anni “congelati” gli statali e i loro colleghi delle Pubbliche amministrazioni territoriali hanno rinunciato in termini di mancati aumenti a circa i19,2% dello stipendio. Un dato che, soprattutto per il 2013-2014 visti i meccanismi di calcolo, tende a coincidere con la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione. Tradotto in cifre, significa 2.575 euro all’anno a regime in meno per gli impiegati degli enti locali, che con il loro stipendio medio inferiore ai 28mi1a euro lordi annui sono sul gradino più basso della categoria. Per i loro colleghi di Palazzo Chigi, che di euro ne guadagnano in media quasi 43mila, la tagliola vale a regime poco meno di 4mila euro, e le cifre crescono ovviamente man mano che si sale la scala gerarchica delle amministrazioni. Per chi sta in cima, e ha stipendi superiori ai 9omila euro lordi annui, in realtà il conto avrebbe dovuto essere ben più salato, a causa del contributo di solidarietà che chiedeva il 5% della quota di stipendio superiore ai 90mila euro e il 10% di quella sopra i i50mila. Il meccanismo, però, è caduto sotto i colpi della Corte costituzionale, e quindi è uscito dal conto. Il sacrificio è permanente, perché le norme escludono espressamente ogni possibilità di recupero di quanto perso alla ripresa dei rinnovi. Ma a rendere “eterna” la sforbiciata sono anche i suoi effetti sugli assegni previdenziali, inparticolare per chi va in pensione in questi anni: chi si avvicina all’uscita oggi ha circa la metà della pensione calcolata con il sistema retributivo, e sconterà sull’assegno circa l’80% del costo complessivo del blocco. In altri termini, chi ha “perso” 7mila euro come mancati aumenti e andrà in pensione nel 2014-15 riceverà una pensione più leggera di circa 5.500 euro annui rispetto a quella che avrebbe ottenuto in tempi normali. L’effetto si diluirà poi nel tempo, ovviamente con il ritorno ai rinnovi contrattuali. La prospettiva, insomma, non è leggera. Complice il quadro frastagliato uscito dalle urne, anche il fuoco di fila da parte dei sindacati è un dato quasi scontato, basato com’è sull’argomento non secondario che contesta l’opportunità da parte di un Governo uscente di adottare un provvedimento di questo peso, tra l’altro perfettamente in linea con la «politica del rigore» uscita malconcia dal voto di febbraio. Altrettanto scontato, però, sembra l’arrivo al traguardo del decreto, perché proprio dal nuovo blocco di contratti e stipendi dipende gran parte del miliardo di euro di risparmi messi a bilancio per il 2013-2015 dalla manovra estiva numero uno del luglio di due anni fa.

Cessazioni dei Dirigenti scolastici dal 1° settembre 2013

da Tecnica della Scuola

Cessazioni dei Dirigenti scolastici dal 1° settembre 2013
di L.L.
Gli interessati devono obbligatoriamente presentare la domanda all’ente pensionistico
Nel rispondere a numerosi quesiti riguardanti la gestione delle cessazioni dei dirigenti scolastici per l’a.s. 2013/2014, il Miur, con la nota prot. n. 2329 del 6 marzo 2013, ha precisato che se gli interessati non hanno presentato la domanda tramite Polis è possibile sanare la situazione con la produzione della domanda in formato cartaceo e il conseguente inserimento a S.I.D.I.
È però necessario che gli interessati procedano alla presentazione delle istanze, per l’accertamento del diritto a pensione, all’Ente Previdenziale secondo le modalità indicate nella C.M. n. 98 del 20 dicembre 2012.
Le domande di pensione devono essere inviate direttamente all’Ente Previdenziale, esclusivamente attraverso le seguenti modalità:
1)     presentazione della domanda on-line accedendo al sito dell’Istituto, previa registrazione;
2)     presentazione della domanda tramite Contact Center Integrato (n. 803164);
3)     presentazione telematica  della domanda attraverso l’assistenza gratuita del Patronato.
Si tratta delle uniche modalità ritenute valide ai fini dell’accesso alla prestazione pensionistica e quindi la domanda presentata in forma diversa da quella telematica non sarà procedibile fino a quando il richiedente non provveda a trasmetterla con le modalità sopra indicate.

I dirigenti tecnici e il nuovo sistema di valutazione

da Tecnica della Scuola

I dirigenti tecnici e il nuovo sistema di valutazione
di Pasquale Almirante
L’organico degli ispettori è ormai al lumicino, mentre l’iter del concorso, bandito nel 2008, è ancora tutto da definire in attesa degli orali a sostenere i quali sono stati ammessi solo 79 candidati per 145 posti messi a concorso
Una delle famose tre gambe del sistema nazionale di valutazione, che il Consiglio dei Ministri ha varato la scorsa settimana, è rappresentata dal cosiddetto corpo ispettivo, che è in ultima analisi il vetusto ormai organismo degli ispettori ministeriali il cui compito, quando venne implementato ad opera di Casati, era quello di controllare e verificare l’andamento di ciascuna scuola, sia in ordine ai dirigenti e sia dei docenti e quindi verificare il regolare andamento della didattica e della gestione.
Ciò perché fu ritenuto ragionevole affidare a un corpo indipendente di persone qualificate il compito di sorvegliare il sistema, cercando di guidarlo nell’affrontare le sue criticità. È noto però che col tempo questo apparato è andato assottigliandosi e a perdere perfino il suo ruolo, tanto che negli ultimi anni i vari uffici scolastici regionali e provinciali sono stati costretti a nominare, pro tempore, singoli dirigenti scolastici da inviare a “ispezionare” le Istituzioni in odore di “crisi” o su segnalazione per lo più dell’utenza o di docenti. Al momento infatti ci sono complessivamente solo 36 ispettori in servizio rispetto ad un organico di 335 posti, mentre all’inizio degli anni ’90 l’organico degli Ispettori del Ministero ammontava a 695 unità.
In vista tuttavia di questa nuova fase, della formulazione cioè del sistema di valutazione nazionale, l’allora ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, bandisce il concorso a 145 posti e nomina la commissione giudicatrice presieduta da Raffaele Sanzo. Ma il governo Prodi viene sfiduciato e per fare ripartire la procedura concorsuale si attende la nomina del nuovo esecutivo che vedrà al Miur Mariastella Gelmini. Il concorso per ispettore deve iniziare con una prova preselettiva attraverso test a risposta multipla ma per un anno della selezione si perdono le tracce. L’8 aprile 2009 la Gelmini nomina il nuovo presidente della commissione, il direttore generale Olimpia Cancellini, e rinnova l’intera commissione. Nel frattempo, la prima prova viene rinviata più volte e il 21 settembre del 2009, un anno e mezzo dopo la pubblicazione del bando, si svolge la prova preselettiva alla quale partecipano in 16mila, ma vengono ammessi agli scritti in 900. E per un anno e mezzo si blocca tutto nuovamente. A rallentare ancora l’intera procedura non è certamente la correzione dei test che avviene con lettori ottici. Gli scritti – tre per ogni candidato – si svolgono a Roma tra il 28 febbraio e il 24 marzo 2011. Per correggere i 2.700 elaborati la commissione impiega ben 21 mesi: in media si procede al ritmo di sei al giorno. E lo scorso 18 dicembre arriva l’esito degli scritti: appena 79 ammessi agli orali su 145 posti messi a concorso. Un numero evidentemente inferiore rispetto persino alla richiesta avanzata e al numero dei posti disponibili, per cui si cerca ancora di capire in base a quali criteri siano state valutate le prove, tanto che tutti gli esclusi stanno facendo richiesta di accesso agli atti per poter verificare i criteri di valutazione delle loro prove. In ogni caso, questo concorso, come per certi versi tutti gli altri messi a dimora dal Miur, è stato caratterizzato, oltre che dai i rinvii, da ricorsi (circa 400 vincitori alle preselezioni furono esclusi dagli elenchi per un errore assolutamente pacchiano e sconsiderato) e da pronunciamenti dei giudici amministrativi, nonché, sostengono i sindacati, dalla assoluta mancanza di trasparenza in tutte le fasi del suo svolgimento. E’ stata presentata anche un’interrogazione al Senato il 13/10/2009, ma l’Amministrazione ha perseverato nella sua posizione di chiusura e di mancanza di trasparenza, alimentando così i ricorsi giurisdizionali. Per questo pensiamo che col prossimo governo si dovrebbe fare chiarezza su questo organismo, sul concorso ancora in itinere e avviare una diversa e più seria riflessione sulle finalità del corpo Ispettivo e soprattutto sulla sua utilità, visto che pare avere una funzione marginale nel nuovo sistema di valutazione.
Ad oggi, questa è la situazione degli ispettori in Italia: in Veneto e Molise sono andati tutti in pensione e in altre regioni, come la Sicilia, è rimasto in servizio un solo ispettore che deve farsi carico di oltre mille scuole. L’organico dei dirigenti tecnici prevede 335 posti, ma al momento la macchina scolastica del Paese può contare soltanto su 36 ispettori. E anche quando i 79 ammessi agli orali dovessero tutti entrare in servizio rimarrebbero scoperti ben 220 posti: il 65 per cento del totale.

BES: una scorciatoia pericolosa

da tuttoscuola.com

BES: una scorciatoia pericolosa

Gli alunni in difficoltà costituiscono da sempre un problema educativo di grande rilevanza sociale che l’Italia ha cercato, in parte, di risolvere con due leggi speciali: la 104/1992 per i portatori d’handicap (disabili di vario tipo) e la 170/2010 per alunni con DSA (dislessici, disgrafici, ecc.).

Ma gli alunni con difficoltà di apprendimento non sono soltanto i disabili e i dislessici. Vi sono altre categorie di alunni con svantaggio socio-economico, linguistico, culturale, che non sono tutelati da provvidenze legislative specifiche, identificati come alunni BES, con bisogni educativi speciali.

Per i disabili la legge 104 ha previsto l’assegnazione di docenti di sostegno; per i dislessici la legge 170 ha previsto strumenti compensativi e misure dispensative.

Per avvalersi di tali tutele normative, entrambe le leggi esigono specifica certificazione probante.

Per evitare che compiacenti certificazioni mediche portino all’assegnazione di docenti di sostegno a favore di alunni non disabili, anche se in difficoltà di apprendimento, il Dpcm 185/2006 ha introdotto misure più severe per le Asl, disponendo per le certificazioni dell’handicap il riferimento alle classificazioni internazionali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Per tutte le altre categorie di alunni in difficoltà di apprendimento non vi è però alcuna legge speciale e, di conseguenza, non vi sono apposite misure di tutela, né sono previste, quindi, certificazioni probanti.

Legge o non legge, il ministro Profumo ha emanato, comunque, la direttiva 27 dicembre 2012 con la quale ha voluto regolamentare le situazioni rimaste fino ad oggi senza tutela legislativa. Gesto tanto apprezzabile quanto discutibile. Se è vero che ha dato visibilità a un mondo sommerso, individuandone contorni e specificità, è altrettanto vero che ha usato impropriamente le leggi speciali (la 104 sui disabili e la 170 sui DSA) per estendere anche agli alunni con difficoltà di apprendimento le provvidenze da esse previste.

Si tratta di una scorciatoia di dubbia legittimità, in quanto le legge speciali (come la 104 e la 170) non possono essere applicate in via estensiva o per analogia a situazioni da esse non previste.

Ultimo canto del cigno di un ministro in uscita, la circolare Miur n. 8 del 6 marzo fornisce indicazioni alle scuole affinché i BES entrino subito a tutti gli effetti nel sistema. Temiamo che, a questo punto, per le scuole possano arrivare problemi, anziché soluzioni.