La sindrome del libro di testo

La sindrome del libro di testo

di Giovanni Fioravanti

 

Con l’inizio dell’anno scolastico si ripropone il tema del caro scuola per le famiglie, scuola mia quanto mi costi! La scuola chiede a ciascuno di attrezzarsi: libri, materiale didattico e quant’altro; è perfino invalso l’uso che, soprattutto all’ingresso nella scuola primaria e secondaria di primo grado, gli insegnanti forniscano alle famiglie la lista delle strumentazioni necessarie ad affrontare l’impegno scolastico, solitamente un impegno di banco, ascolto e attenzione. Ovviamente su tutto prolifica l’industria dell’editoria scolastica e l’indotto che gravita attorno ad essa. C’è una sorta di vegetazione che si innesca nel corpo della scuola che ormai si dà per scontata e che si alimenta per via di simbiosi parassitaria, qualcosa di cui nonostante l’autonomia gli istituti scolastici pare non siano in grado di liberarsi.

Secondo i dati del rapporto Eurydice del 2012, i soli paesi europei che impongono agli insegnanti l’uso dei libri di testo sono Grecia, Cipro e Malta, che sono, peraltro, gli unici paesi in cui la selezione dei libri di testo è compiuta a livello centrale.

E allora c’è da chiedersi perché nonostante l’autonomia didattica, organizzativa e di sperimentazione sancita del DPR 275 del 1999, nelle nostre “buone scuole” continui a resistere un arnese così vecchio ed equivoco come il libro di testo in tempi di nuove tecnologie che mettono a disposizione in tempo reale la biblioteca e l’emeroteca più grandi del mondo. Come mai dai tempi di “Dio, patria e caramella” alla biblioteca di lavoro di Mario Lodi il libro di testo continua a resistere come sintomo di una scuola incapace di cambiare se stessa? È una questione grave che denuncia una scarsa spinta al rinnovamento e la resistenza di ampie sacche di pigrizia e di ignoranza.

Nell’altra società, che è il mondo separato della scuola in cui da noi s’usano aggregare per ore quotidiane le infanzie e le adolescenze, si continuano a celebrare antiche usanze e rituali che hanno negli insegnanti i loro sacerdoti, mentre la forza del verbo risiede tra le pagine dei libri di testo, tutti uguali come i messali in chiesa, specificatamente scritti per l’uso scolastico, per onorare le richieste del sacro dio “programma” o “curricolo standard”, secondo una versione più aggiornata del lessico.

Pensiero, intelligenza, creatività non abitano le nostre aule dove la mediocrità degli insegnamenti nutre altra mediocrità negli allievi in una sorta di coazione a ripetere.

Del resto perché meravigliarsi, quando il sito del Miur celebra il libro di testo come “…lo strumento didattico ancora oggi più utilizzato mediante il quale gli studenti realizzano il loro percorso di conoscenza e apprendimento. Esso rappresenta il principale luogo di incontro tra le competenze del docente e le aspettative dello studente, il canale preferenziale su cui si attiva la comunicazione didattica.”

Non so se l’autore di questo testo, lo stesso ministero, si rendano conto dell’idea di scuola che propagandano: il libro di testo come percorso di conoscenza e apprendimento… luogo di incontro tra docenti e studenti… canale della comunicazione didattica… Questa sarebbe la buona scuola del ventunesimo secolo? L’idea più malinconica di scuola, di sapere in pillole, di morte della ricerca, di costruzione del sapere, di confronto tra intelligenze. In questa scuola cattedre, banchi e libri di testo sono gli unici ad essere a loro agio, ciò che non potrà mai essere a proprio agio sono le menti dei nostri studenti.

C’è da chiedersi se esistono docenti in grado di far scuola senza il pannolone del libro di testo, c’è da chiedersi cosa si faccia nel nostro paese per far crescere professionalità docenti del tutto nuove, al passo con le sfide dei tempi che viviamo, ma che soprattutto attendono la vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Le nostre sono scuole ancora chiuse al sapere, non c’è vita, non c’è dinamica, e soprattutto sono troppo costose per le famiglie che pagano cara una formazione sempre più scadente.

Ma pare che almeno in materia di libri di testo il ministero preferisca stare dalla parte del “si è sempre fatto così” quello che la “Buona scuola” al suo esordio si proponeva di superare, per “pensare in grande”, prometteva. Per il momento il grande non si vede e il “si è sempre fatto così” resiste con la partigianeria dello stesso Miur.

Realizzare una scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica…” “Scuola aperta”, “laboratorio permanente”, dove “permanente” è l’opposto di “saltuariamente”, mica l’hanno scritto persone da una vita didatticamente eversive come il sottoscritto, è solo il testo del comma 1 dell’articolo 1 della legge 107 di riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione. Al momento le uniche cose che le nostre scuole promettono di aprire sono le pagine dei quaderni e dei libri di testo sui banchi nelle aule.

Continuo a credere che “la buona scuola” non sia in grado di curare i mali del nostro sistema nazionale di istruzione e formazione, perché neppure l’accanimento terapeutico può pretendere di tenere in vita nel terzo millennio un “sistema” scolastico, sottolineo sistema, che ha fatto da tempo il suo tempo e che meriterebbe di conquistarsi finalmente il riposo eterno.

FORMAZIONE OBBLIGATORIA, I COSTI NON DEVONO GRAVARE SUI DOCENTI

FORMAZIONE OBBLIGATORIA, I COSTI NON DEVONO GRAVARE SUI DOCENTI

“La formazione dei docenti, che riteniamo necessaria per valorizzare la nostra categoria professionale e per garantire agli alunni una sempre più elevata qualità dell’insegnamento, deve essere oggetto di uno specifico capitolo nel prossimo CCNL e non può essere affidata a provvedimenti che modificano unilateralmente il contratto di lavoro”. Così la Gilda degli Insegnanti esprime la sua posizione in merito alla prima bozza dell’introduzione del Piano per la formazione dei docenti.

“Tralasciando gli aspetti culturali, che approfondiremo appena sarà reso ufficiale l’intero documento del Miur, appare evidente che i docenti dovranno effettuare cinque moduli nel corso di un triennio. Secondo le informazioni disponibili finora, – spiega la Gilda – ogni unità formativa sarebbe di almeno 25 ore di attività, di cui preferibilmente almeno 8 in presenza, per un totale di ben 125 ore di formazione obbligatoria in tre anni. Probabilmente, per sostenere le spese dei corsi, gli insegnanti saranno costretti ad attingere ai 500 euro della card per l’aggiornamento. Eppure – sottolinea la Gilda – per tutti i lavoratori la formazione obbligatoria deve rientrare nell’attività lavorativa retribuita. Inoltre va evidenziato che, in base a quanto stabilito dalla legge 107/2015, la formazione obbligatoria deve essere regolamentata dai decreti attuativi, di cui però non c’è traccia, e non da una semplice circolare. Ricordiamo infine – conclude la Gilda – che, in base alle norme attuali, resta prerogativa del Collegio dei Docenti deliberare il piano di formazione”.

NO al Referendum Costituzionale

La riforma della Costituzione rappresenta un momento cruciale per il mondo del lavoro: da una parte la sua approvazione segnerebbe un passaggio chiave nella progressiva subordinazione dei diritti dei lavoratori al profitto privato; al contrario, la vittoria del “NO”, che arriverebbe dopo la sconfitta di Renzi alle amministrative e il voto inglese sulla Brexit,  travolgerebbe gli equilibri di potere esistenti e aprirebbe spazi di iniziativa politica nei quali le soggettività organizzate dei lavoratori potrebbero inserirsi con forza. Considerazioni analoghe valgono per la scuola: la torsione “esecutiva” delle istituzioni voluta da Renzi e Boschi con lo smantellamento della Costituzione repubblicana risponde alla stessa logica della “Buona scuola”, adeguare la scuola a un modello verticistico, aziendalistico e piegato alle necessità delle imprese: chiamata diretta degli insegnanti da parte di dirigenti con potere discrezionale di decidere chi lavorerà, chi sarà premiato perché giudicato meritevole e chi no; lavoro non pagato imposto agli studenti sotto forma di alternanza scuola lavoro, sono tutti meccanismi che entrano in palese conflitto con l’eminente funzione di promozione sociale assegnata all’istruzione da parte della Costituzione del ‘48. Contro questi orientamenti è necessaria una presa di posizione ferma da parte del mondo del lavoro e in particolare del sindacalismo conflittuale. Appaiono inaccettabili le posizioni dei sindacati concertativi, con la Cisl schierata in favore del Sì al referendum e le ambiguità della Cgil, intrappolata nel collateralismo nei confronti del PD e incapace di schierarsi in modo chiaro per il No. USB, che fa parte del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, ha individuato con chiarezza il nesso organico tra riforma costituzionale e attacco ai diritti del lavoro, con l’approvazione all’unanimità da parte del Coordinamento nazionale confederale del 6 febbraio di un documento nel  quale si ribadisce l’impegno da parte del nostro sindacato a sostenere il No. Sappiamo che in questa battaglia abbiamo buoni argomenti da sostenere e diffondere:

1. Veri conservatori sono i favorevoli al sì…

occorre innanzitutto rovesciare il senso comune che è stato costruito in questi mesi dalla propaganda del Governo, amplificata dagli organi di comunicazione compiacenti per cui “conservatore” è  chi si oppone alla riforma. È vero piuttosto il contrario: conservatore è chi vuole mantenere in essere gli equilibri di potere e gli assetti sociali vigenti, veri conservatori sono allora i fautori di una riforma che sbilancia l’equilibrio tra i poteri a netto vantaggio dell’esecutivo e consegna ai governi la possibilità di procedere indisturbati nell’applicazione di politiche di “austerità” basate sui tagli allo stato sociale – e quindi sulla redistribuzione della ricchezza dal lavoro al profitto – che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Si tratta di un passaggio politico tipicamente “gattopardesco”: all’apparenza cambiare tutto per consolidare la posizione del dominante.

2. … che vogliono l’iperstabilizzazione dell’esecutivo

In sostanza lo sbilanciamento dei poteri in favore dell’esecutivo (alcuni costituzionalisti hanno parlato di un “premierato assoluto”) si produce attraverso vari dispositivi: con la fine del bicameralismo perfetto sarà solo la Camera dei deputati e non più anche il Senato a votare la fiducia al Governo;  il combinato disposto della riforma e della nuova legge elettorale (il cosiddetto “Italicum”) assicurerebbe al partito di maggioranza relativa, anche se risultasse votato da una minoranza esigua degli aventi diritto al voto, la possibilità di governare senza impedimenti. Vengono ampliate le prerogative del Governo che può chiedere alle Camere la votazione prioritaria dei disegni di legge dichiarati essenziali per l’attuazione del programma; le modalità di elezione degli organi di garanzia, primi fra tutti Presidente della Repubblica e membri della Corte costituzionale, subiscono un’alterazione a vantaggio della maggioranza politica espressione del Governo. Insomma, la nuova Costituzione ridurrebbe gli spazi di partecipazione democratica dei cittadini e dei lavoratori, per disegnare istituzioni ritagliate a uso e consumo delle oligarchie dominanti di turno.

3. Una Repubblica fondata non più sul lavoro, ma sul mercato…

Non siamo di fronte ad una riforma puramente “tecnica” che modifica esclusivamente la seconda parte della Costituzione; occorre riconoscere che la riforma interessa in realtà anche la prima parte della Costituzione, i cosiddetti “Principi fondamentali”, a partire proprio dall’art. 1 che definisce la Repubblica “fondata sul lavoro”. È questo il reale obiettivo: l’iperstabilizzazione del Governo serve a blindare le politiche di progressivo smantellamento dei diritti dei lavoratori, che vengono considerati un intralcio rispetto all’efficienza dei mercati. Basti pensare alla lettera inviata al Governo italiano allora in carica dal Presidente della BCE Jean Claude Trichet e dal suo successore designato Mario Draghi nell’agosto 2011, che imponeva all’Italia una serie di politiche ultraliberiste: tagli allo stato sociale (colpendo in particolare le pensioni), privatizzazioni dei servizi pubblici, destrutturazione della legislazione sul lavoro e dei contratti collettivi nazionali, al fine di «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende.

La lettera rivelava esplicitamente l’ideologia fondativa dell’Unione Europea, vale a dire rendere i diritti dei lavoratori una semplice variabile dipendente dei profitti privati, in questo senso non potevano essere pronunciate parole più chiare di quelle sopra riportate:  «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende». I diktat imposti dalla Banca Centrale Europea hanno di fatto dettato i programmi dei Governi italiani che si sono da allora succeduti (Monti, Letta, Renzi), i quali non hanno fatto nient’altro se non eseguire gli ordini attraverso le principali “riforme” emanate: legge Fornero sulle pensioni, Jobs Act, “Buona” scuola. Ora tocca alla Costituzione, perché come esplicitamente affermato dalla Banca d’affari JP Morgan nel rapporto del 28 maggio 2013, intitolato “Aggiustamenti nell’area euro”, “I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. (…)«I sistemi politici e costituzionali del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori». Insomma, JP Morgan invita l’Italia a sbarazzarsi della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista perché tutela i diritti dei lavoratori e quindi è di intralcio per l’efficienza dei mercati: più chiaro di così…

D’altronde, per avere conferma del fatto che la riforma costituzionale sia caldeggiata principalmente dai potentati economici basta guardare all’atteggiamento di Confindustria,  che, con il suo Presidente Francesco Boccia, ha più volte ribadito il suo appoggio al Sì, in quanto «la stabilità e la governabilità sono nel DNA di Confindustria», contribuendo ad alimentare una campagna propagandistica basata sulla paura, paventando una caduta del PIL del 4% in caso di vittoria del No, lennesimo tentativo di strumentalizzare la paura della crisi economica per condizionare e manipolare l’opinione pubblica dei cittadini.

Per queste ragioni USB SCUOLA ribadisce il massimo impegno dell’organizzazione e dei suoi militanti per il NO al Referendum Costituzionale e invita i lavoratori della scuola alla più ampia partecipazione alle iniziative organizzate per la campagna referendaria.

La battaglia contro la demolizione della Costituzione e dei diritti del lavoro oggi si può vincere: e la vittoria del No potrà significare l’inizio di un nuovo ciclo di lotte sociali.

Terremoto, i sindacati: «Sospendere scadenze sul personale»

da Il Sole 24 Ore

Terremoto, i sindacati: «Sospendere scadenze sul personale»

Dopo il sisma che ha colpito il centro Italia nella notte tra martedì e mercoledì, i segretari generali dei sindacati della scuola Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e Snals Confsal hanno inviato al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, una richiesta di «intervenire urgentemente per ridefinire i termini per le operazioni riguardanti il personale scolastico nelle zone colpite dal terremoto, aggiornando tutte le scadenze e assumendo ogni provvedimento necessario per garantire un regolare avvio delle attività scolastiche».

L’emergenza
«In considerazione dei gravissimi disagi che si stanno verificando nelle aree territoriali interessate dal sisma – si legge nella nota dei sindacati – si chiede l’immediata sospensione, per le aree in questione, di tutte le scadenze previste per le operazioni di utilizzo e assegnazione del personale, e che le stesse siano successivamente rideterminate in base all’evolversi della situazione, insieme a ogni altro provvedimento che si rendesse necessario per assicurare un regolare avvio dell’anno scolastico».

Giannini: «Vicini a famiglie delle vittime»
Il ministro dell’Istruzione ha affidato a Twitter il suo messaggio di cordoglio dopo il terremoto: «Vicini ai nostri concittadini colpiti dal #terremoto e alle famiglie delle vittime. Un sentito grazie a chi e’ impegnato nei soccorsi» ha scritto Giannini.

Scuola: liceo in 4 anni, ok dal Miur. Nuova sperimentazione dal 2017

da Corriere della sera

Scuola: liceo in 4 anni, ok dal Miur. Nuova sperimentazione dal 2017

Altre sessanta scuole saranno coinvolte, oltre alle 11 che già seguono il percorso abbreviato. Il progetto era stato bloccato nel 2014

Il ministro Stefania Giannini firmerà nelle prossime settimane il decreto che estenderà i «licei brevi» ad altre 60 prime classi. Dopo aver bloccato l’estensione della sperimentazione per tre anni, Giannini ha cambiato orientamento e dall’anno scolastico 2017/2018 consentirà di allargare la sperimentazione. L’indiscrezione è del quotidiano «Italia Oggi», che racconta i dettagli che consentiranno ai licei ma anche agli istituti tecnici e professionali che aderiranno di comporre un curriculum flessibile in base all’autonomia scolastica.
Un bando per le «scuole innovative»

Per candidarsi, le scuole dovranno dimostrare la qualità della propria offerta formativa specie sul piano dell’innovazione, dell’utilizzo delle tecnologie e attività laboratoriali. Inoltre, tra i requisiti per candidarsi, sarà data molta importanza alle scuole che presentano sin dal terzo anno, il potenziamento del Clil, cioè l’insegnamento di una disciplina in lingua straniera, e un percorso di alternanza scuola – lavoro. Gli studenti non potranno essere più di venticinque per classe.

Le 11 sperimentazioni già esistenti

Al momento la sperimentazione avallata dal ministro Profumo e attuata poi dal ministro Carrozza coinvolge 11 scuole, 6 pubbliche e 5 paritarie tra cui il San Carlo di Milano.

Migliaia di ricorsi dei prof sull’avvio dell’anno scolastico

da la Repubblica

Migliaia di ricorsi dei prof sull’avvio dell’anno scolastico

Molti vanno risolti con “conciliazioni” caso per caso. Difficile avere la squadra di docenti a inizio anno, e la scadenza delle operazioni sul personale è spostata al 15 settembre.

Migliaia di ricorsi sui trasferimenti minacciano l’avvio dell’anno scolastico. Quasi certamente, il primo settembre le scuole italiane non avranno la loro squadra di docenti al completo per programmare le attività di inizio anno. Con l’elevata probabilità di una girandola di docenti che si protrarrà fino al mese di ottobre o anche oltre. Mille, ma secondo i sindacati 3/4mila, richieste di conciliazione incombono sull’apertura dell’anno che dovrebbe sancire la definitiva partenza della riforma Renzi/Giannini, completa con tutte le sue novità. Ma le nubi che si addensano sulle prime settimane di attività scolastiche e di lezione sono piuttosto scure. I sindacati lo dicono da tempo. E il governo è già corso parzialmente ai ripari spostando, per la prima volta, la lancetta per completare tutte le operazioni sul personale scolastico dal 31 agosto al 15 settembre.

Ma in parecchi territori la prima campanella suonerà prima di metà settembre: in 16 regioni e province autonome, le lezioni partiranno tra il 5 e il 14 settembre; in sei regioni il 15 settembre. Mentre l’anno scolastico, con tutte le operazioni di organizzazione delle attività e di completamento delle situazioni rimaste in sospeso del precedente anno (come le rimandature a settembre) parte ufficialmente il primo del mese. Che avvio dobbiamo aspettarci? Il fatto è che le operazioni sul personale docente sono ferme al primo step: i trasferimenti. Con una coda di polemiche su quelli della primaria e della secondaria di primo grado che non accenna a placarsi. Le centinaia di insegnanti meridionali che, malgrado un punteggio superiore di tanti colleghi più fortunati, sono stati spediti al Nord ha indotto sindacati e diretti interessati a immaginare un errore nell’ormai noto algoritmo che ha gestito la mobilità.

Errore che viale Trastevere non ha mai ammesso. Accettando, tuttavia, di sanare le “imperfezioni” – così le hanno definite i tecnici del Miur – con conciliazioni da gestire caso per caso. Ecco in che modo. Chi ha avuto dubbi sul proprio trasferimento ha inviato al ministero una richiesta di conciliazione che dovrebbe essere gestita da una task force che verrà messa in piedi proprio in questi giorni a Palazzo della Minerva. Ma, secondo alcune indiscrezioni, le richieste di rettifica inoltrate dai docenti di scuola primaria e media ammonterebbero ad alcune migliaia. Troppe per chiudere tutta l’operazione in tempi brevi. Perché ove ci fosse un posto più vicino richiesto dal docente ma non assegnato dal cervellone ministeriale il provveditorato agli studi (ora Ambito territoriale) convocherebbe l’interessato per proporre la nuova destinazione.

E, in caso di accettazione, effettuerebbe la correzione utilizzando anche le assegnazioni provvisorie e le utilizzazioni: operazioni che prevedono l’assegnazione di una cattedra per un solo anno. Poi, sempre entro il 15 settembre, potranno partire le immissioni in ruolo dal concorso 2012, dalla selezione del 2016 e delle graduatorie ad esaurimento. Ma già in molte regioni le lezioni saranno partite. E soltanto dopo partirà la girandola dei supplenti annuali e fino al 30 giugno. Operazioni che

ogni anno si protraggono fino ad ottobre ma che quest’anno potrebbero slittare anche a novembre. Con la conseguenza di migliaia di classi costrette a saltare ore di lezione nelle prime settimane o, nella situazione più fortunata, essere costrette a cambiare docente in corso d’anno.

Licei brevi, la Giannini rilancia

da ItaliaOggi

Licei brevi, la Giannini rilancia

Sono 60 le prime classi ammesse: cercansi studenti eccellenti

Alessandra Ricciardi

Un’esperienza di nicchia, che finora ha interessato 11 istituti scolastici, impegnati a fare in 4 anni il percorso dei 5 normali di una superiore Della riduzione della durata degli studi si è fatto un gran parlare, a partire dal 2001, ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer: obiettivo, portare i ragazzi italiani al diploma a 18 anni e non più a 19.

Ma neanche Mariastella Gelmini, che pure pianificò un piano di riduzione della spesa per l’istruzione da 8 miliardi di euro, ebbe il coraggio di tagliare via un anno, portando l’innovazione da sperimentale a ordinamentale. Contrari i sindacati, che nell’opzione 5 anni in 4 leggono soprattutto i rischi di riduzione di organico. Ora Stefania Giannini ci riprova.

Con un decreto che estende la sperimentazione in corso ad altre nuove 60 prime classi. Classi di scuole che, per i requisiti indicati e in base alle quali saranno selezionate con apposito bando, si presentano come istituti di eccellenza. Il corso di studi proposto dovrà garantire, attraverso la flessibilità didattica e organizzativa consentita dall’autonomia scolastica, precisa il decreto che ItaliaOggi ha letto, l’insegnamento di tutte le discipline previste per l’indirizzo di appartenenza.

Potranno partecipare alla selezione del piano nazionale sia istituti statali che paritari, licei ma anche professionali o tecnici. La prima classe candidata dovrà avere un numero di alunni non inferiore a 15 e non superiore a 25, alunni per i quali sia stata fatta apposita domanda di partecipazione da parte dei genitori. Non dovranno essere accolte le iscrizioni di studenti che hanno già usufruito di abbreviazioni dei corsi. Potranno fare istanza anche le scuole che hanno già classi sperimentali in corso.

Gli istituti candidati devono qualificare l’offerta in termini di elevato livello di innovazione, utilizzo delle tecnologie e attività laboratoriali, sviluppo delle eccellenze, con la partecipazione dei propri studenti alle iniziative di maggior prestigio, summer school e olimpiadi. Deve inoltre essere presente il potenziamento dell’insegnamento di una disciplina in lingua straniera (clil) già dal terzo anno di corso, e vanno intensificati i percorsi di alternanza scuola- lavoro e di partnership con le imprese. Maria Chiara Carrozza, penultimo ministro dell’istruzione, provò a estendere la sperimentazione nel 2013, ben 20 richieste furono respinte al mittente. Percorsi troppo pesanti, con uscite pomeridiane intensificate, oppure discipline cancellate dal piano di studi, i principali vizi riscontrati.

Ora gli standard sono stati definiti in modo più dettagliato e in largo anticipo, la sperimentazione partirà nell’anno scolastico 2017/2018, la selezione sarà fatta il prossimo anno, il decreto è atteso alla firma del ministro entro settembre, acquisito il parere del Cspi, l’organo consultivo della scuola.

Un comitato scientifico regionale valuterà i progetti vincitori per monitorare il permanere dei requisiti iniziali, in particolare il coinvolgimento di tutti gli insegnamenti nel progetto. E riferirà a un comitato nazionale, che predisporrà una relazione annuale.

Le scuole che stanno sperimentando i 4 anni ad oggi sono 5 paritarie, 6 le statali. C’è il Liceo internazionale per l’impresa «Guido Carli» di Brescia, una paritaria finanziata dall’associazione industriale locale, altre due le paritarie lombarde: il collegio San Carlo di Milano e l’istituto economico internazionale Tosi di Busto Arsizio. Sempre a Busto Arsizio, l’Istituto tecnico internazionale Olga Fiorini. Resiste al Sud il Liceo classico internazionale Garibaldi di Napoli, il Liceo classico internazionale Telesi@ di Telese Terme (Benevento), il Majorana di Brindisi, il Liceo classico internazionale Flacco di Bari.

Infanzia, ancora 15 mila precari

da ItaliaOggi

Infanzia, ancora 15 mila precari

Gli iscritti in graduatoria che rimarranno a bocca asciutta

Antimo Di Geronimo

Al via le immissioni in ruolo nella scuola dell’infanzia. Sono 4.405 le assunzioni a tempo indeterminato autorizzate dal ministero dell’istruzione con il decreto 621 del 5 agosto scorso: 3.619 su posti comuni e 786 per il sostegno agli alunni portatori di handicap. Gli uffici scolastici stanno predisponendo gli ultimi adempimenti e, a breve, i diretti interessati saranno convocati per ricevere la proposta di assunzione. In questa fase i docenti individuati quali aventi titolo, se interessati, sottoscriveranno una sorta di contratto preliminare (che in gergo tecnico si chiama « individuazione»). E dopo la presa di servizio stipuleranno il contratto vero e proprio con il dirigente scolastico della sede di destinazione.

Le assunzioni avverranno sempre secondo il criterio duale previsto dal testo unico: metà scorrendo le graduatorie dei concorsi a cattedra e metà traendo gli aventi titolo dalle graduatorie a esaurimento. In questa tornata di assunzioni, dunque, saranno assorbiti circa 2mila docenti attualmente inseriti nelle graduatorie a esaurimento, nelle quali risultano attualmente collocati circa 17mila aspiranti. La legge 107/2015, peraltro, ha disposto la cessazione della vigenza delle graduatorie dei concorsi precedenti a quello che si sta svolgendo attualmente.

Ma siccome i tempi tecnici sono tali da non consentire l’utilizzo delle nuove graduatorie, il legislatore è intervenuto con una norma speciale, che ha introdotto una deroga valevole solo per questa tornata di assunzioni. Deroga che consentirà lo scorrimento delle graduatorie del concorso del 2012. In caso contrario, tutte le assunzioni sarebbero state disposte in favore dei docenti attualmente collocati nelle graduatorie a esaurimento, vanificando le aspettative degli idonei del concorso del 2012. Le assunzioni degli aspiranti collocati nelle graduatorie del concorso avverranno in due fasi. Prima saranno disposte le immissioni in ruolo dei docenti inclusi nella graduatoria regionale. E poi, se rimarranno ancora dei posti liberi, gli ulteriori aventi titolo saranno tratti da una graduatoria nazionale, nella quale risulteranno collocati coloro che hanno presentato la domanda entro il 9 agosto scorso per partecipare alla fase nazionale (si veda il decreto 496 del 22 giugno scorso).

In ogni caso, le disponibilità per queste ulteriori immissioni in ruolo saranno individuate solo ed esclusivamente nel 50% dei posti destinati alle assunzioni da concorso. E comunque non potranno superare il 15% dei posti vacanti e disponibili. Non si tratta, quindi, di un incremento del numero delle immissioni in ruolo, ma di un mero meccanismo perequativo. Che consentirà ai docenti precari della scuola dell’infanzia, qualora non dovessero rientrare tra gli aventi titolo all’assunzione nella regione dove abbiano superato il concorso, di ottenere un’ulteriore chance in altre province.

L’amministrazione centrale ha ricordato agli uffici periferici che le immissioni in ruolo dovranno tenere conto anche delle riserve e delle priorità nella scelta della sede. In pratica, gli uffici dovranno applicare le disposizioni contenute nella legge 68/99, secondo le quali, il 7% dell’organico è riservato alle assunzioni degli invalidi (cosiddetta riserva N) e l’1% agli orfani per lavoro (riserva M). Pertanto, se nell’organico dei docenti di scuola dell’infanzia della provincia di riferimento non risulterà un 7% di invalidi e l’1% di orfani per lavoro, l’amministrazione dovrà riservare a tali categorie un numero di assunzioni tale da consentire la copertura delle rispettive aliquote del 7% e dell’1%. Fermo restando, però, che in ogni caso, il numero delle assunzioni da riservare a invalidi e orfani per lavoro non potrà superare il 50% dei posti autorizzati per le immissioni in ruolo. Facciamo un esempio.

Poniamo che nell’organico di una provincia vi siano 100 cattedre di scuola dell’infanzia e che non risultino in servizio docenti di ruolo assunti in quanto invalidi (riserva N). E che in quella provincia debbano essere effettuate 20 immissioni in ruolo. L’ufficio scolastico (salvo recuperi e compensazioni) dovrà suddividere le assunzioni a metà tra concorso e graduatoria a esaurimento. Pertanto, 10 assunzioni saranno disposte scorrendo la graduatoria del concorso del 2012 e 10 scorrendo la graduatoria a esaurimento. Delle 10 assunzioni da concorso, che devono essere effettuate prima di quelle da graduatoria a esaurimento, 5 saranno riservate a titolari di riserva N; delle 10 assunzioni da graduatoria a esaurimento, 2 saranno riservate agli ulteriori aspiranti titolari sempre della riserva N. Ciò comporterà la saturazione dell’aliquota e, a sua volta, la preclusione del diritto all’assunzione con riserva di altri titolari di tale beneficio. Quanto alle priorità nella scelta della sede, previste dalla legge 104/92, tale vantaggio spetterà ai portatori di handicap con invalidità superiore ai 2/3 (articolo 21) e ai soggetti che assistono un portatore di handicap grave in qualità di referenti unici (articolo 33 commi 5 e 7).

Mobilità annuale, ultima chance per avere una sede vicina Ma l’assegnazione potrebbe arrivare a lezioni già iniziate

da ItaliaOggi

Mobilità annuale, ultima chance per avere una sede vicina Ma l’assegnazione potrebbe arrivare a lezioni già iniziate

C’è tempo fino al 28 agosto per i docenti delle superiori. sono circa 100 mila i prof coinvolti

Carlo Forte

I docenti della scuola secondaria, che intendono partecipare alla mobilità annuale, hanno tempo fino al 28 agosto prossimo per presentare la domanda di utilizzazione o di assegnazione provvisoria. Le istanze vanno presentate via web, tramite l’apposito spazio collocato nel sito del ministero dell’istruzione (istanza on line). Gli interessati sono oltre 100mila, perché i relativi movimenti sono accessibili sia ai docenti già in ruolo nell’anno scolastico 2004/2015 che ai neoimmessi in ruolo, a prescindere dalla fase di appartenenza. Oltretutto, per i neoimmessi in ruolo appena assegnati agli ambiti si tratta dell’unica chance per tentare di ottenere una sede più vicina a casa, indicandola direttamente nella domanda e, soprattutto, giovandosi di un sistema trasparente e collaudato, basato su punteggi e regole tassative.

La mobilità annuale, infatti, non è stata toccata dalla legge 107/2015, perché i relativi movimenti durano solo un anno e non comportano l’assunzione della titolarità della sede. E soprattutto perché derivano da norme speciali, tuttora in vigore, finalizzate, rispettivamente, a consentire l’avvicinamento alla famiglia e alla ricollocazione degli esuberi. Le assegnazioni provvisorie discendono, infatti, dal decreto legislativo 297/94 e le utilizzazioni dalla legge 135/2012. Va detto subito, però, che i docenti neoimmessi in ruolo in fase B e C, se hanno ottenuto l’assegnazione ad un ambito, possono aspirare solo alle assegnazioni provvisorie. Mentre i docenti neoimmessi in ruolo, che sono stati assunti nelle fasi precedenti, possono aspirare anche alle utilizzazioni. Idem gli insegnanti che, pur essendo stati assunti in fase B o C, non abbiano ottenuto l’assegnazione ad alcun ambito.

Il contratto sulla mobilità annuale prevede che abbiano titolo all’utilizzazione sia i docenti assunti a tempo indeterminato dal 1° settembre dell’anno scolastico precedente, se trasferiti d’ufficio su sede, che gli insegnanti senza sede. La differenza tra utilizzazioni e assegnazioni provvisorie riguarda sia i destinatari che i titoli.

Le utilizzazioni, infatti, sono destinate ad un novero tassativo di aventi diritto, puntualmente descritto nell’articolo 2 del contratto sulla mobilità annuale. Fermo restando che, fondamentalmente, sono finalizzate a ricollocare gli esuberi e ad assicurare la continuità didattica ai docenti trasferiti d’ufficio. Per quest’ultima categoria di personale, tra l’altro, il contratto prevede espressamente una priorità assoluta, che sovrasta anche le precedenze previste dalla legge in favore dei portatori di handicap. Le utilizzazioni, inoltre, seguono la stessa disciplina dei punteggi della mobilità a domanda, con la sola eccezione della valutabilità dell’anno di servizio in corso che, invece, non è valido ai fini dei trasferimenti e dei passaggi. Ma a differenza di queste ultime tipologie di domande, il contratto, per le utilizzazioni, consente al richiedente di non allegare le autocertificazioni dei titoli posseduti (si veda la nota 19976 del 22 luglio 2016). La dispensa non vale nel caso in cui il richiedente risulti titolare di una precedenza oppure debba dichiarare titoli non fatti valere o non valutati precedentemente. Vi è poi una tipologia speciale di utilizzazione che è quella nei licei musicali. Che nella maggior parte dei casi consiste in un mero procedimento di conferma, a domanda, dei docenti che abbiano già insegnato in tali scuole. Per queste utilizzazioni, il termine di presentazione delle domande era stato inizialmente fissato al 16 agosto. Ma poi il ministero è intervenuto con una faq spostando il termine al 28 agosto. Le istanze si presentano ancora in formato cartaceo.

Le assegnazioni provvisorie, invece, sono destinate a tutti i docenti che abbiano intenzione di ricongiungersi al coniuge, al convivente (anche se parente o affine) al genitore, ai figli, agli affidati oppure ai docenti che abbiano bisogno di cure sanitarie. La disciplina dei punteggi è basata solo ed esclusivamente sulla valorizzazione delle situazioni familiari: il ricongiungimento dà titolo a 6 punti e i figli minori o a 4 oppure a 3 punti, a seconda se siano infra6enni oppure no. Le precedenze sono le stesse, ma non è prevista la conferma. Di solito gli esiti della mobilità annuale vengono resi noti prima dell’inizio delle lezioni. Quest’anno è probabile che ciò avvenga con ritardo, a causa della maggiore complessità delle operazioni. A differenza degli altri anni, infatti, in questa tornata di mobilità bisogna fare i conti anche con gli oneri derivanti dalla chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici. E dopo questa fase, gli uffici dovranno anche provvedere a collocare autoritativamente i docenti che rimarranno senza sede. Pertanto, è probabile che molti insegnanti dovranno riprendere servizio nella scuola dove hanno lavorato lo scorso anno e, dopo qualche giorno, andare a lavorare in un’altra scuola per effetto dell’esito della domanda di mobilità annuale.

Contratto, 3 mld per la scuola

da ItaliaOggi

Contratto, 3 mld per la scuola

È quanto serve per recuperare l’inflazione. Dal governo finora 300 milioni per tutti gli statali.

Marco Nobilio

Dal gennaio 2009, mese in cui venne sottoscritto l’ultimo contratto economico del comparto scuola, al mese di luglio 2016 le retribuzioni del personale scolastico hanno perso il 9,6% del potere di acquisito. È quanto emerge confrontando i dati Istat sull’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, disponibile sul sito dell’istituto nazionale di statistica: www.istat.it. A ciò va aggiunto l’effetto sulle retribuzioni della cancellazione dell’utilità del 2013 ai fini degli scatti di anzianità, che da solo porta via circa 1.000 euro netti l’anno. Insomma, per recuperare quello che manca e mettersi in pari con il salario reale, rispetto al 2009, ci vorrebbe un aumento netto di almeno 180 euro al mese.

Solo per la scuola, dunque, sarebbero necessari circa 3 miliardi di euro. E poi bisognerebbe fare i conti con gli altri comparti. Il condizionale è d’obbligo, perché la crescita zero e la crisi economica inducono a ritenere che il rinnovo contrattuale, se ci sarà, avrà esiti molto contenuti in termini di adeguamenti retributivi.

Resta il fatto, però, che la Corte costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il blocco della contrattazione nel pubblico impiego. Anche se l’illegittimità vale solo a partire dal 30 luglio 2015, giorno di pubblicazione della sentenza in Gazzetta Ufficiale. E quindi, in qualche modo, il governo dovrà incrementare le retribuzioni dei dipendenti pubblici. Cgil, Cisl e Uil hanno fatto sapere al governo che, per rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici (circa 1/3 sono lavoratori della scuola) ci vogliono almeno 7 miliardi di euro.

Il governo, fino ad oggi, ha stanziato solo i 300 milioni della legge di stabilità 2016. E non si sa ancora a quanto ammonterà la cifra che sarà messa a disposizione nella prossima finanziaria. Prima della pubblicazione della sentenza il governo aveva proposto ai sindacati di negoziare solo la parte normativa del contratto. Ma le organizzazioni hanno subito fatto sapere di non essere interessate. Un timido tentativo era stato fatto all’Aran, 3 anni fa, solo sul riordino della disciplina dei permessi. Ma anche lì la trattativa è morta sul nascere.

D’altra parte, rinegoziare la parte normativa potrebbe portare a svantaggi. Dal 2009, infatti, la contrattazione collettiva non può più derogare le norme di legge, fatte salve le deroghe introdotte fino a tale anno. Pertanto, se si rimettesse mano alla disciplina dei vari istituti, le parti rischiano di peggiorare il relativo trattamento.

Proprio per effetto delle nuove norme di legge introdotte nel frattempo, che non potrebbero più essere derogate in senso più favorevole ai lavoratori. Pertanto, in assenza di norme ad hoc, che dispongano il ripristino del potere della contrattazione collettiva di pattuire trattamenti migliorativi rispetto alle norme di legge, il rischio che si corre è quello di fare più male che bene.

In pratica, non è solo una questione di soldi, ma anche di garanzie di mantenimento in vita di diritti fondamentali. Come quello di fruire delle assenze tipiche, senza subire penalizzazioni e, soprattutto, di mantenere costante l’onerosità della prestazione. Se così non fosse, la stipula di un nuovo contratto potrebbe portare, addirittura, ad una forte perdita salariale. Si pensi, per esempio, all’ipotesi della cancellazione dei tre giorni di permesso retribuiti per motivi personali, previsti dall’articolo 15 del contratto, ma non dalla legge, oppure all’aumento delle ore di insegnamento nelle scuole secondarie, a parità di retribuzione. Ipotesi, quest’ultima, che era stata messa nero su bianco dal governo Monti nella finanziaria del 2013, poi ritirata all’ultimo momento.

Insomma, la strada è tutta in salita. Oltre tutto, nella scuola è in atto un processo di rilegificazione di importanti istituti, quali, per esempio, la mobilità dei docenti neoassunti o in esubero, sui quali i sindacati hanno intentato azioni legali volte a sottoporre alcune parti della legge 107/2015 al vaglio della Consulta.

Radiografia del concorsone docenti: 20 mila posti rischiano di restare scoperti (uno su tre)

da tuttoscuola.com

Radiografia del concorsone docenti: 20 mila posti rischiano di restare scoperti (uno su tre)
Esclusivo: Tutti i dati, raccolti regione per regione, con i risultati già maturati e la proiezione degli esiti finali

Scarsità di candidati in alcune classi di concorso ed ecatombe di candidati alle prove (meno del 45% è stato finora ammesso agli orali; in Lombardia solo il 31%, e agli orali ci sarà un’ulteriore selezione): queste le cause che impediranno di coprire i posti previsti.

Su 175 mila candidati, tutti con abilitazione all’insegnamento, solo 40 mila o poco più saranno ritenuti meritevoli di salire in cattedra. Una situazione senza precedenti nella scuola, e probabilmente in tutta la pubblica amministrazione. Il paradosso è che per molte classi di concorso ci sarà un eccesso di candidati vincitori (soprattutto in Campania e Lazio), che però non potranno andare a insegnare nelle regioni dove i posti sono vacanti (soprattutto al Nord). A meno che il Governo non intervenga con un provvedimento di urgenza…

Inoltre il ritardo delle procedure (ad oggi oltre 300 procedure di concorso su 800, riguardanti oltre la metà dei candidati, non hanno completato le correzioni degli scritti e si concluderanno dopo il termine ultimo del 15 settembre 2016) farà sì che nell’anno scolastico che sta per iniziare sarà assegnato un maggior numero di posti (stimabili in circa 4 mila) alle graduatorie ad esaurimento, e se esaurite si dovrà ricorrere a supplenze annue con docenti precari chiamati dalle graduatorie di II fascia. E in alcuni casi, ironia del destino, potrebbero essere chiamati alla supplenza docenti appena bocciati nel concorso.

Sul principio che per salire in cattedra si debbano possedere requisiti stringenti c’è un consenso diffuso. Ma lo spaventoso tasso di selezione che sta emergendo lascia sorpresi, soprattutto se si considera che per partecipare a questo concorso era richiesta l’abilitazione all’insegnamento. Chi sono le persone che hanno scelto negli ultimi 15-20 anni di insegnare e come si sono formate? Inutile nascondersi dietro un dito. Finché l’insegnamento non tornerà ad essere una prima scelta mancherà il presupposto principale per tenere alto il livello qualitativo della scuola italiana. E affinché ciò accada andrebbero ridisegnati il profilo della professione docente, le condizioni di lavoro ed economiche, il percorso di carriera. Nel dossier di Tuttoscuola (www.tuttoscuola.com) alcune proposte.

 Sommario:

1. Premessa. “Docenti (preparati) cercansi”

2. Il concorso fuori tempo massimo. Rush finale per contenere il ritardo

3. Non ha superato lo scritto finora il 55% dei candidati. E la selezione diventerà ancora più severa

4. Le conseguenze: il concorso non coprirà tutti i posti

5. Posti vacanti e concorsi non conclusi: cosa succederà a settembre?

6. Le previsioni per le procedure concorsuali ancora in alto mare

7. Un terzo dei posti senza vincitore: il concorso è bandito per 63 mila posti, ma lo vinceranno in poco più di 40 mila

 

1. Premessa. “Docenti (preparati) cercansi”

23. Sono i giorni che mancano al termine ultimo per le assunzioni a tempo indeterminato per l’anno  scolastico 2016-17, fissato per il prossimo 15 settembre. Entro lo stesso termine devono essere chiuse le graduatorie del concorsone per docenti, per evitare lo slittamento di un anno dell’entrata in servizio dei vincitori. La corsa contro il tempo per far trovare agli studenti italiani i docenti di ruolo in cattedra sin dall’inizio delle lezioni continua, e si fa sempre più affannosa mano a mano che diventa chiaro che, per una serie di fattori, non tutti prevedibili e gestibili, l’obiettivo di stabilizzazione non sarà pienamente raggiunto.

A poco più di tre settimane da questa scadenza fondamentale, qual è la situazione del concorso per docenti previsto dalla legge sulla Buona scuola, bandito a febbraio scorso per 63.712 posti?

I risultati che stanno emergendo dall’accurato “check up” effettuato da Tuttoscuola prefigurano una situazione solo un anno fa impensabile, poi in parte temuta via via che si accumulavano ritardi e inceppamenti nella “macchina” del concorso, ma fino ad oggi del tutto inattesa nelle proporzioni in cui si sta manifestando: nonostante la sovrabbondanza di docenti precari che premono da anni per salire in cattedra con un posto fisso, quasi un terzo dei posti messi a concorso dal Ministero dell’istruzione – da più parti ritenuti al momento del bando insufficienti per risolvere lo storico problema del precariato scolastico – rischiano di restare vacanti. Come dire che la risposta al cartello “Docenti cercansi” esposto davanti alla scuola italiana sia un finora impronosticabile “Non pervenuti”. Non che mancassero gli aspiranti (si sono cimentati in 175 mila), ma la maggior parte non è stata o non sarà giudicata (giustamente o meno, non spetta a noi, né saremmo in grado di dirlo) all’altezza.

 

2. Il concorso fuori tempo massimo. Rush finale per contenere il ritardo

Il termine per approvare definitivamente le graduatorie di merito dei concorsi e procedere alle nomine in ruolo dei vincitori, è stato fissato dalla legge 89/2016 al 15 settembre 2016. La norma ha così disposto in via straordinaria a fine maggio, per far fronte al ritardo che stava maturando nelle operazioni prodromiche all’avvio dell’anno scolastico: “1. Per l’anno scolastico 2016/2017, le assunzioni a tempo indeterminato del personale  docente della scuola statale sono effettuate entro il 15 settembre  2016.  … Le funzioni connesse all’avvio dell’anno scolastico e  alla nomina del personale docente attribuite ai dirigenti territorialmente competenti del Ministero dell’istruzione,  dell’università  e  della ricerca sono conseguentemente prorogate al 15 settembre 2016.

2. Per il concorso … il triennio di validità  delle  graduatorie, se approvate entro il 15 settembre 2016, decorre dall’anno scolastico 2016/2017”. 

Ma lo spostamento dei tempi previsto da quella norma non sarà sufficiente.

Solo alcuni concorsi minori (ad esempio, la B03-Laboratori di fisica del Veneto) con un numero molto ridotto di candidati si sono già conclusi con l’approvazione delle graduatorie finali di merito, ma la maggior parte dei concorsi, superato ormai ferragosto, è ancora a metà delle procedure e addirittura alcuni concorsi, come ad esempio tutti quelli per i posti comuni di scuola dell’infanzia e di scuola primaria, che coinvolgono più della metà dei candidati (101 mila su 175 mila), certamente si concluderanno ben oltre il termine utile del 15 settembre prossimo.

A causa dei tempi tecnici previsti dai bandi, è a rischio di concludersi fuori tempo massimo anche una consistente parte delle 55 tipologie di concorso che prevedono, oltre alle ordinarie prove scritte e orali, anche una prova pratica che, in molti casi, è tuttora in corso.

Per capire quanto pesi la “spada di Damocle” dei tempi tecnici, occorre ricordare che dalla comunicazione dell’esito della prova scritta (e pratica) devono decorrere venti giorni prima di dare avvio alla prova orale. A prova orale conclusa, la commissione deve valutare i titoli dei candidati e predisporre la graduatoria di merito che consegnerà all’USR per l’ufficializzazione.

Si può, quindi, ritenere che ferragosto abbia rappresentato lo spartiacque per concludere in tempo utile i concorsi. Le comunicazioni di ammissione agli orali che arriveranno dopo quella data decreteranno quasi certamente, infatti, il superamento del limite del 15 settembre proprio a causa dei venti giorni che dovranno intercorrere prima dell’inizio dei colloqui e dei successivi giorni necessari per l’effettuazione degli orali, la valutazione dei titoli e l’approvazione delle graduatorie finali.

Quante sono le procedure concorsuali ormai in ritardo conclamato? Tuttoscuola le ha contate una ad una dai siti dei vari uffici scolastici regionali: sono oltre 300 le graduatorie di merito finali (esattamente 315) che arriveranno fuori tempo massimo (dopo il 15 settembre) e che saranno efficaci soltanto dal 2017-18. Tra di esse ci sono quelle più affollate della scuola dell’infanzia e primaria.

 

3. Non ha superato lo scritto finora il 55% dei candidati. E la selezione diventerà ancora più severa

Al problema del ritardo causato dal prolungamento dei tempi tecnici della macchina concorsuale, se ne sta aggiungendo un altro forse non previsto, almeno in questa entità: la fortissima selezione dei candidati, che alla linea di partenza erano quasi il triplo rispetto ai posti disponibili e che giunti a metà percorso (la prova scritta) si sono più che dimezzati, con un trend che porta addirittura alla bocciatura di 2 candidati su 3, se non peggio.

Le procedure concorsuali previste per l’espletamento di tutte le classi di concorso nei diversi Uffici Scolastici Regionali sono poco più di 800 (825). A ferragosto, secondo quanto pubblicato sui siti degli uffici scolastici regionali, sono 510 le procedure per le quali sono stati pubblicati gli elenchi dei candidati che, superati gli scritti (e le prove pratiche dove previste), sono stati ammessi agli orali. Quindi data la tempistica sopra descritta, solo il 62% o poco più dei vari concorsi banditi riuscirà a concludere le procedure concorsuali in tempo utile.

 

Tuttoscuola ha analizzato nel dettaglio i risultati delle prime 510 procedure, e ha fatto una proiezione dei possibili esiti delle ulteriori 315 procedure concorsuali che viaggiano con forte ritardo.

 

I candidati che avevano presentato domanda per quelle 510 procedure concorsuali erano stati poco più di 82 mila (su 175.245 candidati totali). Degli 82 mila si erano però presentati alla prova scritta in 71,5 mila circa. Come sono andati gli scritti per quei 71,5 mila?

Non troppo bene, perché è stato ammesso all’orale poco meno del 45%. E ora lo scoglio degli orali potrebbe drasticamente ridurre questa percentuale.

Più esattamente, dei 71.448 candidati che si sono presentati agli scritti in queste 510 procedure concorsuali sono stati ammessi agli orali in 32.036, pari al 44,8%, che equivale a dire che è stato bocciato agli scritti, finora, il 55,2%, cioè 39.412 candidati.

Si tratta di una dura selezione (destinata a diventare ancora più rigida nell’ulteriore tranche di concorsi, come vedremo) nettamente differenziata sul territorio, anche per la diversa quantità e tipologia dei concorsi effettuati. In testa a questa graduatoria della severità selettiva la Lombardia, dove ha superato gli scritti meno del 31% dei candidati, seguita dal Molise (32%), dalla Liguria (35,7%), dalla Calabria (37,6%) e dalla Sicilia (39,6%).

Il Friuli Venezia Giulia risulta il meno severo con il 78,6% di ammessi.

               Candidati ammessi agli orali

Regioni Presenti agli scritti Ammessi all’orale
Lombardia 15.059 4.624 30,7%
Molise 425 136 32,0%
Liguria 3.259 1.162 35,7%
Calabria 1.778 669 37,6%
Sicilia 3.974 1.583 39,6%
Lazio 12.636 5.562 44,0%
Emilia-Romagna 3.468 1.560 45,0%
Toscana 3.696 1.665 45,0%
Sardegna 1.018 496 48,7%
Abruzzo 1.278 654 51,2%
Puglia 2.428 1.248 51,4%
Piemonte 3.713 1.988 53,5%
Veneto 5.698 3.134 55,0%
Campania 10.556 5.937 56,2%
Basilicata 249 142 57,0%
Umbria 658 399 58,8%
Marche 792 477 60,2%
Friuli-Venezia G. 763 600 78,6%
Totale 71.448 32.036 44,8%

Elaborazione Tuttoscuola su Uffici Scolastici Regionali (USR)

 

Al Centro-Nord gli ammessi agli orali sono stati complessivamente 21.171 (il 42,6% di coloro che hanno sostenuto lo scritto in quell’area), mentre nel Mezzogiorno sono stati 10.865 (50,1%): candidati più preparati in media rispetto a quelli che si sono presentati al Centro-Nord, o commissioni meno severe? Difficile a dirsi.

 

4. Le conseguenze della selezione: il concorso non coprirà tutti i posti

Con la selezione agli scritti e con squilibri territoriali (numero domande dei candidati inferiore al numero dei posti disponibili) si prospetta un elevato numero di posti vacanti, che cioè non potranno essere coperti per mancanza di candidati.

Una consistente parte di posti risultava vacante ancor prima dello svolgimento delle prove concorsuali per carenza di candidati: in particolare nei posti di sostegno nelle regioni settentrionali, dove avevano presentato domanda 1.140 candidati in meno dei posti di sostegno messi a concorso, mentre per quei posti c’era un eccesso di candidati al sud. Casi di ‘coperta corta’, con un numero di candidati inferiore al numero dei posti a concorso, ci sono stati anche, per esempio, per la classe di concorso A023 – Lingua italiana per discenti di lingua straniera, in crisi di candidati in sei regioni.

Dopo la “scure” degli scritti, con oltre la metà di bocciati, complessivamente, secondo le verifiche puntuali fatte da Tuttoscuola – regione per regione, classe di concorso per classe di concorso – già 10.500 posti che rimarranno certamente vacanti, per i soli concorsi che hanno giù chiuso le verifiche delle prove scritte, che come abbiamo visto sono solo il 62% delle procedure in corso (e includono meno della metà dei candidati): ulteriori posti vacanti emergeranno in base all’andamento del restante 38% di procedure. Senza considerare che, con la presumibile ulteriore selezione agli orali, quel numero di posti vacanti aumenterà ancora.

Insomma già ad oggi, a metà dei lavori, 10.500 dei 63.712 posti previsti – il 16,5% del totale – non verranno con certezza coperti.

In quali regioni sta maturando la situazione più preoccupante? Ancora una volta è la Lombardia ad avere, con matematica certezza, una non copertura di posti di 3.516 unità, seguita dal Piemonte con 1.122, dal Lazio con 1.060, seguiti da Toscana con 839 e dal Veneto con 719 che precedono la prima regione meridionale, la Campania con 553 posti vacanti.

Posti vacanti dopo il concorso

(situazione a metà agosto e basata su 510 procedure concorsuali su 815)

Regioni Posti vacanti
Lombardia 3.516
Piemonte 1.122
Lazio 1.060
Toscana 839
Veneto 719
Campania 553
Liguria 551
Calabria 498
Sicilia 458
Sardegna 408
Emilia-Romagna 399
Puglia 136
Marche 52
Umbria 49
Friuli-Venezia G. 48
Abruzzo 47
Basilicata 29
Molise 16
Totale 10.500

Elaborazione Tuttoscuola su dati UU.SS..RR.

Al Centro-Nord rimarranno certamente vacanti almeno 8.355 posti, nel Mezzogiorno 2.145.

Insomma ben l’80% dei posti che non verranno coperti sarà al Centro-Nord. Colpisce anche che al Sud, dove come noto è collocata la maggior parte degli aspiranti docenti, stia maturando un “buco” del 20% dei posti messi a concorso. Un buco che non può non aumentare, anche considerevolmente.

Molte le classi di concorso colpite. Ad esempio, per la classe di concorso A018 – Filosofia e scienze umane vi saranno posti vacanti in tutte le regioni per un totale di 237. Per l’A023 – Lingua italiana per discenti di lingua straniera i posti saranno vacanti in quasi tutte le regioni per complessivi 177 unità.

 

5. Posti vacanti e concorsi non conclusi: cosa succederà a settembre?

L’avvio dell’anno scolastico 2016-17 sarà impattato da due situazioni distinte.

Da un lato i concorsi che si concluderanno entro il termine del 15 settembre, dall’altra quelli che mancheranno questo obiettivo.

Nel primo caso (concorsi in chiusura con posti vacanti), a settembre si avrà un certo numero di vincitori, largamente inferiore al previsto. Tali vincitori accederanno ai ruoli probabilmente con la chiamata diretta dagli ambiti a cui saranno assegnati. Ma – come abbiamo visto – dalle 510 procedure concorsuali che si concluderanno entro il 15 settembre resteranno 10.500 posti vacanti. Gli effetti però non si sentiranno subito.

Infatti, le classi di concorso interessate a questa vacanza di posti prevedono di assegnare circa 35.600 posti nel triennio, cioè circa un terzo, 12 mila posti, per quest’anno. Poiché gli ammessi, potenziali vincitori, in queste classi di concorso sono circa 20.100, basteranno a coprire il fabbisogno per il primo anno, ma già a cominciare dall’anno prossimo in molti casi potrebbero non bastare e sarebbero svuotate completamente nel 2018-19.

Insomma, la crisi dei posti vacanti per il momento è rimandata. Le graduatorie diventeranno invece insufficienti l’anno prossimo e soprattutto nel terzo anno.

Concorsi in ritardo: altro discorso è quello dei 315 concorsi che andranno fuori tempo massimo e non potranno avere effetto per il 2016-17 (secondo caso). In particolare ci riferiamo soprattutto agli oltre 24 mila posti comuni di infanzia e primaria previsti per il triennio (circa 8 mila per il primo anno).

Dove sono ancora attive le graduatorie ad esaurimento i posti previsti e non assegnati saranno assegnati agli iscritti in GAE, ma dove le graduatorie mancano o sono in numero ridotto si dovrà fare ricorso a supplenze annue con docenti precari chiamati dalle graduatorie di II fascia.

In molti casi, ironia del destino, potrebbero essere chiamati alla supplenza docenti bocciati nel concorso.

La stabilizzazione che doveva essere assicurata dal concorso dovrà attendere.

 

6. Le previsioni per le procedure concorsuali ancora in alto mare

Noti i dati degli ammessi agli orali e quelli dei posti che rimarranno vacanti relativamente alle 510 procedure concorsuali che hanno girato la boa prima di ferragosto, quali previsioni si possono fare con attendibilità per le altre 315 procedure concorsuali (tra le quali quasi tutte quelle riguardanti infanzia e primaria, in particolare 87 mila dei 101 mila aspiranti a questi gradi di scuola) che non hanno ancora pubblicato gli esiti degli scritti e le cui graduatorie di merito arriveranno fuori tempo massimo? Come nel caso delle tornate elettorali, è necessario fare una proiezione rispetto ai dati già “scrutinati”.

Nelle 510 procedure concorsuali che si stanno avviando a conclusione si erano presentati agli scritti 82.162 candidati, meno della metà di tutti i candidati (175.245) che avevano sfidato la prova scritta. Nelle altre 315 procedure concorsuali sono presenti, quindi, altri 93.083 candidati tuttora in attesa di sapere se sono stati ammessi agli orali.

Tra le prime 510 procedure concorsuali ce ne sono state solo due dell’infanzia (ne restano altre 16) e tre della primaria (ne restano altre 15). Complessivamente per quelle cinque procedure sono stati ammessi agli orali solamente 3.142 candidati dei 13.997 presenti agli scritti: 22,4%. Quasi 4 su 5 sono stati bocciati allo scritto. Un’ecatombe.

 

7. Un terzo dei posti senza vincitore: il concorso è bandito per 63 mila posti, ma lo vinceranno in poco più di 40 mila

Complessivamente tra infanzia, primaria e altre classi di concorso, secondo le stime di Tuttoscuola potrebbero risultare vacanti sulle procedure che non hanno ancora reso noti i risultati degli scritti altri 10.572 posti che si aggiungerebbero ai primi 10.500, relativi alle 510 procedure concorsuali che hanno già concluso la fase degli scritti, per complessivi 21.072 posti. E questo sempre senza considerare gli ulteriori effetti di selezione agli orali!

Ora l’orale incombe su tutte le procedure concorsuali e in particolare su quelle interessate dai posti che rimarranno vacanti.

Prendiamo in considerazione solamente le procedure concorsuali in cui si è già verificato o potrebbe verificarsi un numero insufficiente di candidati. Per ogni candidato che non supererà l’orale vi sarà un corrispondente aumento di un posto vacante: un bocciato vale un posto vacante in più.

L’1% di bocciati all’orale determina altri 211 posti che rimarranno vacanti; il 2% vale 421 posti vacanti; il 3% significa altri 632 posti vacanti e così via.

Non è pensabile che tutti gli ammessi alla prova orale la supereranno, neanche fosse una formalità. Tra certezze e previsioni questo concorso si chiuderà con un risultato impensabile all’inizio: almeno un terzo dei 63.712 posti messi a concorso non potrà essere assegnato per mancanza di vincitori.

 

I tempi del concorso

  • La legge 107/15 prevede l’emanazione dei bandi di concorso entro il 1° dicembre 2015.
  • Per i bandi di concorso serve il regolamento delle nuove classi di concorso che, dopo una lunga procedura consultiva (Conferenza Unificata, Consiglio di Stato, Commissioni parlamentari, Corte dei Conti), viene approvato nel febbraio 2016 e pubblicato in GU il 22 febbraio 2016.
  • I bandi di concorso vengono banditi il giorno dopo il 23 febbraio 2016.
  • Le domande di partecipazione al concorso vanno presentate dal 29 febbraio 2016 al 30 marzo 2016.
  • Inizio prove scritte 28 aprile 2016.
  • Ultimo giorno di prove scritte 31 maggio 2016.
  • Nomine in ruolo previste entro il 15 settembre 2016

 

I numeri del concorso

Da assegnare nel triennio 2016-17/2018-19 63.712 posti tra cui:

–          posti comuni di scuola primaria 17.299 

–          posti comuni di scuola dell’infanzia 6.933

–          posti di sostegno complessivi 6.101

–          posti  di italiano, storia, geografia, nella scuola secondaria di I grado 5.011

–          posti di matematica e scienze 4.056

–          posti per insegnamento lingue straniere 3.112

–          posti discipline letterarie secondaria II grado 3.006

–          posti di tecnologia nella secondaria di I grado 2.056

–          posti di discipline letterarie e latino 1.022

–          posti di scienze motorie 994

 

Classi di concorso e relative prove scritte: 93

Domande presentate dai candidati 229.893

Candidati presenti alle prove scritte 175.245

Commissioni principali:825

Sottocommissioni: 202

Membri di commissione e aggregati: 5.200

Posti vacanti e concorsi non conclusi: cosa succederà a settembre?

da tuttoscuola.com

Posti vacanti e concorsi non conclusi: cosa succederà a settembre?

L’avvio dell’anno scolastico 2016-17 sarà impattato da due situazioni distinte.

Da un lato i 510 concorsi che si concluderanno entro il termine del 15 settembre, dall’altra i 315 che mancheranno questo obiettivo.

Nel primo caso (510 concorsi in chiusura con posti vacanti), a settembre si avrà un certo numero di vincitori, largamente inferiore al previsto. Tali vincitori accederanno ai ruoli probabilmente con la chiamata diretta dagli ambiti a cui saranno assegnati. Ma dalle procedure concorsuali che si concluderanno entro il 15 settembre resteranno 10.500 posti vacanti. Gli effetti però non si sentiranno subito.

Infatti, le classi di concorso interessate a questa vacanza di posti prevedono di assegnare circa 35.600 posti nel triennio, cioè circa un terzo, 12 mila posti, per quest’anno. Poiché gli ammessi, potenziali vincitori, in queste classi di concorso sono circa 20.100, basteranno a coprire il fabbisogno per il primo anno, ma già a cominciare dall’anno prossimo in molti casi potrebbero non bastare e sarebbero svuotate completamente nel 2018-19.

Insomma, la crisi dei posti vacanti per il momento è rimandata. Le graduatorie diventeranno invece insufficienti l’anno prossimo e soprattutto nel terzo anno, senza contare che dai concorsi che dai 315 concorsi in ritardo potrebbero emergere, secondo le proiezioni di Tuttoscuola ultreriori 10/11 mila posti vacanti per un totale di almeno 20 mila posti che rimarrano sui 63.712 messi a concorso.

Concorsi in ritardo: altro discorso è quello dei restanti 315 concorsi che andranno fuori tempo massimo e non potranno avere effetto per il 2016-17 (secondo caso). In particolare ci riferiamo soprattutto agli oltre 24 mila posti comuni di infanzia e primaria previsti per il triennio (circa 8 mila per il primo anno).

Dove sono ancora attive le graduatorie ad esaurimento i posti previsti e non assegnati saranno assegnati agli iscritti in GAE, ma dove le graduatorie mancano o sono in numero ridotto si dovrà fare ricorso a supplenze annue con docenti precari chiamati dalle graduatorie di II fascia.

In molti casi, ironia del destino, potrebbero essere chiamati alla supplenza docenti bocciati nel concorso.

La stabilizzazione che doveva essere assicurata dal concorso dovrà attendere.

25 agosto Riforma PA e Assunzioni AFAM in Consiglio dei Ministri

Il consiglio dei ministri, nel corso della riunione del 25 agosto, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo recante disciplina della dirigenza della Repubblica ai sensi dell’articolo 11 della legge 7 agosto 2015, n.124 ed altri decreti legislativi di riforma della PA.

Il Consiglio dei ministri ha approvato inoltre l’autorizzazione al MIUR ad assumere, a tempo indeterminato, nel settore AFAM, 100 docenti di I e II fascia per l’anno accademico 2015/2016 e n. 68 docenti di I e II fascia per l’anno accademico 2016/2017.

RIFORMA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

1) Disciplina della dirigenza della Repubblica (decreto legislativo – esame preliminare)
Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo recante disciplina della dirigenza della Repubblica ai sensi dell’articolo 11 della legge 7 agosto 2015, n.124.
Nello specifico, il sistema della dirigenza è costituito dal ruolo dei dirigenti statali, dal ruolo dei dirigenti regionali e dal ruolo dei dirigenti locali. Ogni dirigente può ricoprire qualsiasi ruolo dirigenziale; la qualifica dirigenziale è infatti unica. Alla dirigenza si accede per corso-concorso o per concorso. Le graduatorie finali sono limitate ai vincitori e non comprendono gli idonei. La Scuola nazionale dell’amministrazione (Sna) è trasformata in Agenzia senza maggiori o nuovi oneri per la finanza pubblica, è sottoposta alla vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri, svolge funzione di reclutamento e formazione del personale della PA. Ha come obiettivo quello di assicurare una formazione omogenea della dirigenza.
Presso il Dipartimento della funzione pubblica è istituita la Commissione per la dirigenza statale (analogamente è istituita anche la Commissione per la dirigenza regionale e la Commissione per la dirigenza locale). La Commissione, costituita entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto, opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione. In particolare, preseleziona i candidati ai fini del conferimento degli incarichi dirigenziali generali ed effettua la valutazione ex post delle scelte effettuate dalle amministrazioni per altri incarichi.
Gli incarichi dirigenziali hanno durata di 4 anni e possono essere rinnovati per altri 2 nel caso di valutazione positiva o per il periodo necessario al completamento delle procedure per il conferimento del nuovo incarico. I dirigenti privi di incarico, concluso il mandato, devono partecipare ad almeno 5 interpelli all’anno; in assenza di incarico, il primo anno percepiscono il trattamento economico fondamentale e il secondo anno lo stesso decurtato di un terzo. Successivamente il Dipartimento della funzione pubblica li può collocare d’ufficio in posti vacanti. Il dirigente a cui è revocato l’incarico per inadempienza ha un anno di tempo per avere un nuovo incarico altrimenti scatta la licenziabilità.

2) Riordino delle funzioni e del finanziamento delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura (decreto legislativo – esame preliminare)
Il Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia e dello sviluppo economico Carlo Calenda ha approvato, in esame preliminare, il decreto legislativo recante attuazione della delega di cui all’articolo 10 della legge 7 agosto 2015, n.124, per il riordino delle funzioni e del finanziamento delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura.
Nello specifico, il provvedimento prevede un piano di razionalizzazione, in un’ottica di efficientamento, di efficacia e di riforma della governance delle Camere di commercio.
Più nel dettaglio, entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto, il numero complessivo delle Camere si ridurrà dalle attuali 105 a non più di 60 nel rispetto dei seguenti vincoli direttivi: almeno una Camera di commercio per Regione; accorpamento delle Camere di commercio con meno di 75mila imprese iscritte.
Al fine di alleggerire i costi di funzionamento delle Camere, il decreto prevede 4 ulteriori azioni che riguardano: la riduzione del diritto annuale a carico delle imprese del 50%; la riduzione del 30% del numero dei consiglieri; la gratuità per tutti gli incarichi degli organi diversi dai collegi dei revisori; una razionalizzazione complessiva del sistema attraverso l’accorpamento di tutte le aziende speciali che svolgono compiti simili, la limitazione del numero delle Unioni regionali ed una nuova disciplina delle partecipazioni in portafoglio.
Il provvedimento introduce quindi maggiore chiarezza sui compiti delle Camere con l’obiettivo di focalizzarne l’attività su attività istituzionali evitando, al contempo, duplicazioni di responsabilità con altri enti pubblici.
Viene infine rafforzata la vigilanza del Ministero dello sviluppo economico, che attraverso un comitato indipendente di esperti valuterà le performance delle Camere di commercio.
Nell’ambito di questo piano complessivo di razionalizzazione organizzativa ricade anche la rideterminazione delle dotazioni organiche di personale dipendente delle Camere di commercio con possibilità di realizzare processi di mobilità tra le medesime Camere e definizione dei criteri di ricollocazione presso altre amministrazioni pubbliche.

3) Semplificazione delle attività degli enti pubblici di ricerca (decreto legislativo – esame preliminare)
Il Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia e dell’istruzione, università e ricerca Stefania Giannini, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo recante norme di semplificazione delle attività degli enti pubblici di ricerca ai sensi dell’articolo 13 della legge 7 agosto 2015, n. 124.
Nello specifico, per la prima volta gli Enti pubblici di ricerca (Epr) avranno un riferimento normativo comune, che elimina molti dei vincoli gestionali previsti per la PA. Un sistema di regole più snello e più appropriato alle esigenze del settore. Il decreto prevede autonomia gestionale e statutaria per gli Enti, il recepimento della Carta europea dei ricercatori e più libertà nelle assunzioni dei ricercatori. Come accade già per le Università, gli Enti che hanno risorse per farlo potranno assumere liberamente entro il limite dell’80% del proprio bilancio. L’unico vincolo sarà il rispetto del budget.

4) Disciplina del Comitato italiano paralimpico (decreto legislativo – esame preliminare)
Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo concernente il Comitato italiano paralimpico ai sensi dell’articolo 8, comma 1, lettera f), della legge 7 agosto 2015, n. 124.
Nello specifico, il provvedimento, nel riconoscere le peculiarità dello sport per persone con disabilità, prevede la trasformazione del Comitato Italiano Paralimpico in ente autonomo di diritto pubblico. Conformemente ai criteri di delega la trasformazione non introduce oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, in quanto il nuovo ente dovrà utilizzare parte delle risorse finanziarie attualmente in disponibilità o attribuite al Coni.

Ricerca, Giannini: “Da Cdm ok a ‘Sblocca-Enti’. Meno burocrazia, più autonomia gestionale per favorire la competitività del sistema”

Meno burocrazia, più autonomia nella gestione del budget e nell’assunzione del personale. Via libera in Consiglio dei Ministri al decreto che semplifica l’attività degli Enti pubblici di ricerca (EPR), 21 in tutto, di cui 14 vigilati dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

“Il provvedimento approvato oggi toglie molte catene al sistema, è uno ‘sblocca-ricerca’. Finalmente gli Enti vengono equiparati alle Università in termini di autonomia statutaria e gestionale – sottolinea il Ministro Stefania Giannini – La ricerca la fanno le persone. È quindi essenziale che i nostri EPR possano avere meno vincoli sul fronte delle assunzioni e meno burocrazia. Più ricercatori abbiamo, più il sistema sarà competitivo. Le misure approvate oggi sono essenziali per il rilancio del sistema che ora sarà più libero, autonomo e anche finanziato, grazie a quanto previsto dal nuovo Programma Nazionale per la Ricerca. Si tratta comunque – chiude il Ministro – di un’autonomia responsabile, che consentirà di assumere più giovani e di chiamare personale anche dall’estero con più facilità, ma che sarà poi valutata nella sua efficacia”.

Per la prima volta gli Enti pubblici di ricerca avranno un riferimento normativo comune, che elimina molti dei vincoli gestionali previsti per la PA. Un sistema di regole più snello e più appropriato alle esigenze del settore. Il decreto prevede anche il recepimento della carta Europea dei ricercatori per garantire più libertà di ricerca, portabilità dei progetti, valorizzazione professionale, adeguati sistemi di valutazione.

Stop burocrazia
Meno lacci e lacciuoli: gli Enti vengono svincolati dal ricorso obbligatorio al mercato elettronico per gli acquisti di attrezzature scientifiche, eliminati i controlli preventivi sui contratti per esperti e collaboratori professionali, regole più flessibili per le spese di missione.

Assunzioni più libere, favorito il rientro dei cervelli
Per assumere ricercatori e tecnologi, italiani e stranieri, soprattutto giovani, gli Enti non dovranno più attendere l’autorizzazione del Ministero competente. Né avere un posto libero nella propria pianta organica. Come accade già per le Università, gli Enti che hanno risorse per farlo potranno assumere liberamente, entro il limite dell’80% del proprio bilancio. L’unico vincolo sarà il rispetto del budget. Una novità assoluta e molto attesa. Vengono favorite la mobilità dei ricercatori, la portabilità dei progetti di ricerca, il rientro dei cervelli. I Piani Triennali di Attività (PTA), una volta approvati, diventano gli unici atti necessari per l’assunzione di personale, senza ulteriori procedimenti. Grazie al decreto lo sblocco del turnover al 100% scatterà già nel 2017, in anticipo di un anno.