Addio a Tullio De Mauro. I suoi appunti su come raccontare la disabilita’

Redattore Sociale del 05-01-2017

Addio a Tullio De Mauro. I suoi appunti su come raccontare la disabilita’

La cultura italiana in lutto per la morte del linguista e docente universitario. Aveva 84 anni. Una vita dedicata alla grande passione per la lingua e la parola. Fra le sue riflessioni, anche quella sui termini utilizzati per indicare la disabilità: da minorato a disabile, passando per handicappato e diversamente abile. Ecco una sua intervista.

ROMA. Linguista, docente universitario, saggista: ma soprattutto un appassionato della lingua e delle parole. E’ morto a 84 anni Tullio De Mauro, uno degli uomini di cultura più conosciuti dell’Italia contemporanea. Ministro della Pubblica istruzione dal 2000 al 2001, presidente della Fondazione Bellonci, che organizza il premio Strega, De Mauro era nato a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, il 31 marzo del 1932. Si era laureato in Lettere classiche a Roma nel 1956, poi una lunga carriera universitaria: alla Sapienza è stato direttore del Dipartimento di scienze del linguaggio, e in moltissimi altri incarichi ha seguito e in parte guidato il processo di cambiamento del linguaggio.

Semiologo, autore di innumerevoli opere di linguistica, intellettuale tra i più impegnati in favore della crescita culturale degli italiani, Tullio De Mauro per oltre mezzo secolo ha riflettuto sul significato delle parole e il loro uso. Il mensile SuperAbile, edito dall’Inail, nel 2012 gli aveva chiesto un aiuto per muoversi all’interno del campo minato dei termini utilizzati per indicare la disabilità. Un campo dove si ha spesso l’impressione che ogni parola sia quella sbagliata, un vero terreno di battaglia dove antiche ottiche si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità. E dove lui stesso ricordava che la ricerca delle parole giuste deve sempre andare di pari passo con la costruzione di nuove condizioni culturali, economiche e sociali. Riportiamo qui di seguito il testo integrale dell’intervista, curata da Antonella Patete, al grande linguista oggi scomparso.

Come si è evoluto negli ultimi decenni il linguaggio che definisce la disabilità?
Grazie per l’invito a riflettere su un tema complesso, per i suoi aspetti linguistici, certamente, ma anche per i molti fattori di altro ordine che si intrecciano alla scelta di parole nel campo semantico della disabilità. In attesa di studi specialistici d’insieme che analizzino la storia di questo campo nelle diverse lingue, le considerazioni ben fondate sono solo di primissima approssimazione. La prima cosa da dire è che questo campo semantico è un campo di battaglia, dove antiche ottiche, impastate di ignoranze e pregiudizi, si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità, con nuove esigenze di scienza, di vita sociale, di umanità. Nelle nostre lingue e culture lo stesso campo generale e unitario è, mi pare di dover dire, di formazione recente, ottocentesca, legato allo sviluppo dell’incidenza sociale di pratiche mediche e alla crescita della coscienza della parità di diritti. Nella tradizione, i cui riflessi persistono tuttora nel parlare, concettualizzata e verbalizzata non è la disabilità in generale, comunque la si voglia chiamare, ma sono le innumerevoli forme che essa assume nell’orizzonte dei sedicenti normali. In primo piano ci sono ciechi, sordi, muti, storpi, zoppi, gobbi, dementi, imbecilli, pazzi che si aggirano oltre i margini dell’universo dei sani. Questa storia antica sopravvive tuttora nel nostro parlare, ci è difficile liberarcene per la concretezza e crudezza che ci offre per definire in modo non mieloso ed eufemistico chi mal ode, o vede, o articola, o si muove, o tiene la stazione eretta, o “ragiona come noi”. E non solo sopravvive: in anni recenti talune comunità di persone con alcune forme di disabilità hanno rivendicato il diritto a continuare a denominarsi con le parole più crude e dirette. Ciechi, dunque, o sordi, contro il tentativo pressante di introdurre espressioni elaborate in sedi specialistiche e usate spesso in chiave di copertura eufemistica: videolesi, audiolesi, motulesi, non vedenti, non udenti, non deambulanti…

Quando inizia questo processo?
La ricerca di espressioni generali, unificanti e sostitutive delle tradizionali comincia dall’Ottocento, di pari passo con l’emergere di una volontà e di un costume meno inumani e discriminanti. Fu allora ripreso e riproposto l’uso di invalide in francese, invalido in italiano, cui seguirono poi i più fortunati disabile dal 1869 e, in pieno Novecento, dagli anni Trenta, minorato, un aggettivo e sostantivo condannato da puristi, ma, per la sua stessa fortuna e diffusione, soggetto a usi pesantemente negativi e offensivi. Trent’anni dopo la stessa sorte doveva toccare a handicappato tratto dall’inglese, usato in due testi importanti: la legge 118, sulla eliminazione delle barriere edilizie, e la circolare del ministero dell’Istruzione, «sul più ampio inserimento degli alunni handicappati nelle scuole aperte a tutti gli allievi», cioè nella scuola dell’obbligo. Ma proprio il faticato e faticoso affermarsi di queste norme e il loro largo impatto resero rapidamente popolare la parola handicappato e, com’era avvenuto per minorato, aprirono la via a usi negativi e offensivi. Di qui, non solo in italiano, la ricerca di nuove espressioni più neutre, da portatore di handicap a diversamente abile, espressione concettualmente bizzarra dato che tutti siamo diversamente abili. E l’ansia di trovare nuove espressioni non è finita e si sono lanciati neologismi come diversabile e diversabilità.

È così che siamo arrivati al linguaggio politicamente corretto. Alcuni lo considerano una conquista, altri ne sottolineano l’ipocrisia, come nel caso della (s)fortunata formula diversamente abile.

Certamente c’è un margine di ipocrisia, fastidiosa a confronto del molto che resta da fare per eliminare le barriere e migliorare le condizioni di vita specifiche dei disabili. Tuttavia bisogna tenere presente che l’intero campo di espressioni è necessariamente in movimento sia nell’uso comune sia a livello specialistico internazionale, come mostra il succedersi di classificazioni e riclassificazioni: nel 1980 la classificazione Icidh, International Classification of Impairments Disabilities and Handicaps, dell’Organizzazione mondiale della sanità; dieci anni dopo la Icf, International Classification of Functioning, sempre dell’Oms, che ripensa la stessa nozione di salute e in questo quadro propone una riclassificazione delle diverse funzionalità e dei loro limiti; nel 2006 il documento, la Convenzione dell’assemblea Onu in cui emerge la difficoltà di trovare una buona definizione unitaria per tutelare i «diritti delle persone con disabilità».

Quando si pensa ai termini comunemente usati per la disabilità, vengono in mente soprattutto i limiti che ogni parola ha in sé. È qualcosa di inevitabile?
Esistono le parole giuste e come trovarle? In Italia, e non solo, siamo all’inizio di un lungo cammino nella riflessione scientifica, nelle procedure di comprensione e diagnosi e nella conquista della diffusione di un atteggiamento sociale che ci impegni al riconoscimento non solo teorico del pari diritto alla vita di ogni creatura umana e vivente. Non è un cammino facile. A mano a mano troveremo le parole giuste per capire e farci capire in una prospettiva che è profondamente nuova.

Spesso a essere sotto accusa per l’uso di formule scorrette e banalmente convenzionali è il giornalismo. In letteratura, invece, si usano talvolta espressioni molto crude che, se adoperate in altri contesti, sarebbero duramente condannate. Perché ai narratori è concessa maggiore libertà?
Perché devono aiutarci a capire le cose nella loro drammatica crudezza, diffidando di espressioni generiche, benintenzionate, magari, ma opache. Se nelle strade eleganti di New York o Roma o Tokyo si affollano barboni, mendicanti, disperati, non miglioriamo certo le cose se, descrivendo la situazione, li chiamiamo persone in condizione di disagio ambientale con riflessi psicosomatici. Sforziamoci di costruire condizioni di cultura ed economia in cui non siano possibili la marginalizzazione e reiezione di una parte delle persone. Le parole sono importanti, ma vengono, se non dopo, certo insieme alle cose e alla maturazione dell’impegno per la parità di diritti.

Un plauso a quella Sentenza contro le “classi pollaio”

Superando.it del 05-01-2017

Un plauso a quella Sentenza contro le “classi pollaio”

Non è certo un fatto marginale la frequente violazione della norma che stabilisce il tetto massimo di venti alunni, in un’aula scolastica, quando sia presente un alunno con disabilità. Si parla, in casi del genere, di “classi pollaio”, fenomeno che costituisce uno tra i motivi dello snaturamento del processo di inclusione scolastica. Per questo va letta con estremo favore una recente Sentenza prodotta dal TAR della Campania, che censura proprio quella violazione.

Tramite la recente Sentenza n. 4706/16, la Quarta Sezione del TAR della Campania (Tribunale Amministrativo Regionale) ha censurato la formazione di classi con più di venti alunni, se frequentate da alunni con disabilità, in violazione dell’articolo 5, comma 2 del DPR (Decreto del Presidente della Repubblica) 81/09. Quest’ultimo, va precisato, stabilisce tale tetto massimo «di norma», il che può consentire qualche eccezione; e tuttavia, gli Uffici Centrali e Decentrati del Ministero dell’Istruzione hanno sin troppo spesso rimesso quella possibilità di eccezioni all’arbitraria discrezionalità dell’Amministrazione, motivando lo sforamento del tetto di venti alunni per classe con motivi di carattere economico.
A tal proposito occorre innanzitutto ricordare che la Corte Costituzionale, dapprima con la Sentenza 80/10 e assai recentemente con la Sentenza 275/16, ha stabilito che il diritto all’inclusione scolastica non può essere violato dall’Amministrazione per motivi di vincoli di bilancio.
Bisogna inoltre far presente agli Uffici Ministeriali che l’unica eccezione consentita è contenuta nello stesso DPR 81/09, all’articolo 4, e riguarda esclusivamente eventuali eccessi di iscrizioni: in tali casi, però, il tetto massimo può salire solo fino a ventidue alunni, ciò che invece gli Uffici stessi e numerosi Dirigenti Scolastici continuano a fingere di ignorare, sforando quel limite anche quando non vi sia affatto un eccesso di iscrizioni.

Finalmente, dunque, è successo che alcune famiglie e l’Associazione ANIEF si siano ribellate a questa palese e persistente violazione della normativa, ottenendo una decisione, come quella del TAR campano, che può certamente essere ritenuta “epocale”. Sino ad oggi, infatti, quasi tutti i ricorsi contro l’Amministrazione Scolastica riguardavano il ridotto numero di ore di sostegno assegnate. Adesso, invece, si comincia ad agire giudizialmente anche contro la violazione normativa del tetto massimo di venti alunni per classe, che non è certo meno importante. Ci si augura anzi che il numero dei ricorsi per questo motivo aumenti in modo esponenziale. Proprio l’aumento delle ore di sostegno, infatti, se accompagnato a quelle che spesso vengono definite come “classi pollaio”, rischia di favorire ancor più la delega ai soli docenti per il sostegno da parte dei docenti curricolari, dal momento che questi ultimi, a causa dei troppi alunni cui badare, sono costretti a trascurare gli alunni con disabilità, facendo quindi venir meno – e per colpa dell’Amministrazione – la caratteristica basilare dell’inclusione, vale a dire la presa in carico del progetto inclusivo da parte di tutti i docenti della classe.
Va aggiunto inoltre che è stata la stessa deriva verso le “classi pollaio” a spingere alcune famiglie e collegi giudicanti rispettivamente a richiedere e ad assegnare un numero di ore di sostegno pari a quello delle ore di insegnamento e questo, favorendo ancora una volta la delega ai soli docenti per il sostegno, sta portando a un ulteriore snaturamento della caratteristica dell’inclusione.

A dare ampia diffusione alla notizia – che può preludere a una fase nuova della qualità dell’inclusione scolastica, nel rispetto della normativa fissata, come detto, dall’articolo 5, comma 2 del DPR 81/09 – è stata recentemente la testata «OrizzonteScuola.it», alla quale va per questo un plauso e un ringraziamento. (Salvatore Nocera)

Morte De Mauro

La FLC CGIL, attraverso il suo segretario generale, Francesco Sinopoli, esprime il dolore di tutte le iscritte e gli iscritti, docenti e lavoratori del mondo dell’istruzione, della formazione e della ricerca per la scomparsa di Tullio De Mauro. “Insigne filosofo del linguaggio, linguista e intellettuale prestigioso, Tullio De Mauro ha lottato costantemente per una istruzione democratica e un sapere aperto e diffuso, senza privilegi, né barriere, in coerenza con lo spirito della Costituzione repubblicana”, dichiara Francesco Sinopoli. “Lo ha fatto sempre, nelle diverse funzioni, accademiche, istituzionali e politiche”, prosegue il segretario generale della FLC CGIL, “che ha avuto il merito di svolgere nella sua vita preziosa e piena, dedicata al progresso, non solo linguistico, di tante generazioni di italiani. Lo vogliamo ricordare per il costante e pressante richiamo alla necessità di investire nella formazione continua e permanente, perché vedeva nell’analfabetismo di ritorno un pericolo per i diritti di cittadinanza e per la democrazia. E il nostro pensiero”, conclude Sinopoli, “va anche a quella illuminata intuizione di istituire presso l’Università La Sapienza di Roma la prima Facoltà di Scienze Umanistiche, che tanto ha contribuito per il rinnovamento della cultura italiana ed europea nel corso di mezzo secolo. Con la scomparsa di Tullio De Mauro, la cultura italiana ed europea perdono un altro straordinario intellettuale di prestigio. Ai suoi famigliari, e a coloro che lo hanno amato, la FLC CGIL rivolge le condoglianze e il senso del lutto condiviso e partecipato”.

Con “school bonus” studenti di serie A e di serie B

Scuola: M5S, con “school bonus” studenti di serie A e di serie B
Pronte interrogazioni alla Camera e al Senato: “E’ attacco a diritto allo studio”.

ROMA, 5 gennaio 2016 – “Passa il tempo ma la Buona Scuola continua a fare disastri. Con l’entrata in vigore dello School Bonus aumenta vertiginosamente la probabilità di avere scuole di serie A e di serie B. Al crescere della distanze nei livelli qualitativi della formazione scolastica corrisponderanno differenze sempre maggiori tra gli studenti e dunque, ci prepariamo a creare cittadini di serie A e di serie B. Sì tratta di un vero e proprio attacco al diritto allo studio e al principio di uguaglianza rispetto al quale, per prima cosa, presenteremo un’interrogazione al Miur sia alla Camera sia al Senato, a prima firma rispettivamente di Luigi Gallo e Manuela Serra”. Lo affermano i parlamentari M5S in commissione Cultura di Camera e Senato.
“Questa norma scandalosa della Buona Scuola è operativa anche grazie al codice tributo messo a disposizione dalll’Agenzia delle Entrate, che consente a ai soggetti privati, titolari di reddito d’impresa ed enti di finanziare una scuola, ricevendo in cambio un credito d’imposta  del 65%. Ovvero riceveranno soldi di tutti noi contribuenti per il fatto di essersi impegnati economicamente l° dove lo Stato a smesso di farlo .Non solo scuole di serie A e serie B: lo School Bonus creerà un’ulteriore frattura tra territori che ospitano istituti di qualità e territori dove l’offerta sarà mediamente più scadente. Al Nord la ricchezza è più diffusa rispetto al Sud e, dunque, sono più alte le probabilità che nel primo caso un cittadino possa effettuare una donazione.
Non solo: queste politiche determineranno una vera e propria “scalata” della scuola pubblica da parte di chi investe per cui, oltre a scuole di élite e scuole povere, rischiamo di avere scuole subordinate agli indirizzi dati dell’investitore, con buona pace della didattica e dell’omogeneità dell’offerta formativa. Tutto questo mentre permane la scandalosa tassa occulta dei contributi volontari da parte dei genitori e lo Stato continua a dare alle scuole paritarie mezzo miliardo di euro all’anno. Tutte misure che vanno contro la parità di accesso, non formale ma sostanziale, al diritto allo studio”.

Ricorsi per ottenere i risarcimenti

Precariato: dopo la campagna per recupero scatti, ripartono i ricorsi per ottenere i risarcimenti

Secondo le indicazioni della Cassazione, soltanto chi dimostra di aver avuto più di 36 mesi di contratti su posto vacante, può chiedere il risarcimento per abuso dei contratti a termine, indipendentemente se docente o ATA, anche se ha stipulato contratti al 30 giugno. Per questo l’Anief ha predisposto specifiche istanze di accesso agli atti propedeuticheall’azione giudiziaria presso il tribunale del lavoro che potrebbe portare anche al riconoscimento di un’annualità in più di stipendi arretrati. Ancora da definire, invece, la responsabilità dello Stato italiano per il mancato adeguamento tra il 2001 e il 2015 della normativa scolastica alla direttiva UE. In attesa delle prime pronunce sui ricorsi pilota depositati dall’Anief presso il Tribunale Ordinario di Roma, risulta necessario, per tutti gli interessati, inviare una lettera/diffida interrutiva dei termini di prescrizione. Resta salva la possibilità di avviare già i ricorsi specifici per il personale precarioe per i neoimmessi in ruolo per ottenere la ricostruzione di carrieravalutando per intero il servizio preruolo.

Ricordando Tullio!!!

Ricordando Tullio!!!

di Maurizio Tiriticco

Mi piace rendere pubblici alcuni scambi epistolari intercorsi tra me e l’amico Tullio De Mauro che ci ha lasciati molto prematuramente. In effetti, delle sue ricerche e delle sue considerazioni sulla nostra scuola e sul nostro Paese abbiamo avuto sempre bisogno!

Ci mancherai, Tullio!


06/10/2016 14:51

Caro Tullio! Ti allego una lettera aperta per te e per tutti gli italici (esistono gli italiani?). Un abbraccio! Maurizio

Questo è il link della lettera aperta: http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=84609

Caro Maurizio,

hai ragione a denunciarmi e chiamarmi in causa dinnanzi al tribunale dell’amicizia. Ma ai giurati cercherò di dire: ognuno si azzoppa come capita. Io, signori giurati, mi azzoppo accettando troppi impegni. Così, a parte qulche problema familiare che qui non voglio metter davanti a scusante, vedete la mia agenda, vedete i fogli dove annotto i lavori da fare, le mail cui rispondere, guardate anche i lavori smaltiti negli ultimi mesi, e capirete come e perché il lungo silenzio di un amico caro e poi finalmente nella sua riapparizione, in cui mi dava notizia del suo azzoppamento, siano cose rimaste snza una mia apparente reazione. La reazione c’era, in realtà, ma solo mentale ed emotiva, senza che si manifestasse in cenni scritti o orali. E anche ora, mannaggia, signori giurati, Maurizio mi pone problemi intorno a cui si arrovellano da cinquanta anni e più una parte dei miei lavori di studio e due, tre, anzi almeno quattro libri di apparenz diversa, ma che al fondo anche in superficie tematizzano proprio le questioni che lo arrovellano, e arrovellano anche me, e dovrei rispondegli con una lettera di pari spessore, ma vedete, voi che avete accesso al mio PC e alla mia agenda, che devo finire uno dietro l’altro prima della prossima settimana tre o quattro diversi lavori, forse insignificanti, ma impegnativi per me, impegnativi, come Gramsci insegnava, anche fisicamente, muscolarmente. E il tempo per scrievre queste righe lo sto sottraendo a una cosa che devo assolutamente finire in serata, per mandarla a un amico a Tokyo, che deve tradurla appunto entro la prossima settimana. E, guarda caso, parlandovisi di Italia linguistica nell’Europa linguistica, sfiora proprio i problemi di Maurizio.

Signori giurati, facciamo così: prima di condannarmi per inadempienza amicale, reato che considero gravissimo, datemi un altro pò di tempo per rispondere adeguatamente al mio Amico Azzoppato. Consentitemi di dire che io sono d’accordo con quello che dice, ma non sono d’accordo, se così posso dire, con quelloo che non dice, ossia per quello che tace. E quel che lui tace non è in contrasto con quanto lui dice, è in contrasto con le cose di cui lui dice, è una sequela di contraddizioni oggettive che tessono la storia del nostro paese, del paese che, attenzione, è già un signum contradictionis, chiamiamo ininterrottamnte Italia dal terzo secolo avanti Cristo (solo per qualche decennio provarono a chiamarlo Longobardia, ma sono spariti, poi). Come mai? Come mai se gli abitanti si sono chiamati per secoli in tanti modi diversi prima di cominciare a sentirsi chyiamare italiani dagli intellettuali, che avevano sì una lingua comune ma facvano giri di parole per non chiamarla italiana? E però la usavano, costo di non farsi capire. Sicuro? Quasi sicuro, perché poi coime mai i poveracci delle little Italies sparsi per il mondo (con i loro discendenti di seconda, terza generazione, 60 milioni, un’altra Italia piazzano, loro che intellettuali non erano, tra un salame importato di contrabbando e un pacco di pasta Voiello piazzavano un busto bruttissimo di Dante? Allora qulcosa arrivava?

Domande. Domande di uno scrivente affannato al caro Maurizio.
Un abbraccio, già da ora, Tullio

P.S. Per far prima, non rileggo e ti lascio i sadici piaceri dell’antico correttore di bozze che tu sei (e anch’io! fui).


26/11/2016 10:40

 

Caro Tullio! Non ti sento da tanto tempo e mi manchi! Io ormai sono azzoppato, ma il cervello – penso – ancora funziona! Ti allego questa cosa in difesa di Laura Boldrini pesantemente insultata da migliaia di italiani, ovviamente “maschietti”, sempre più illetterati! Che cosa possiamo fare per questo nostro povero Paese? Pare che l’ignoranza e l’inciviltà aumentino paurosamente!
Maurizio ti abbraccia!

Maurizio, scusami per i troppi silenzi, ma sono soffocato da troppi lavori in ritardo e impegni vari. Spero presto di uscirne e corrispondere meglio alle tue sollecitazioni sempre preziose.
Un abbraccio, Tullio

Carissimo Tullio, il tuo tempo è prezioso e ne ho rispetto! Non vedo l’ora che siano pubblicati gli esiti della ricerca Timms Pirls il prossimo 6 dicembre! Che ne sarà della nostra bella lingua? Buon lavoro, Tullio! Anche se non ti sento, so che lavori… anche per me!
Un abbraccio! Maurizio

Riformare la “BUONA SCUOLA”?

Riformare la “BUONA SCUOLA”?

di Luigi Manfrecola

Nel momento in cui si vuole porre mano ad una giusta revisione della cosiddetta BUONA SCUOLA renziana, ritengo utile riproporre su questa pagine le mie riflessioni di qualche tempo fa. Ciò al fine di avvertire che tale operazione va fatta con cautela per evitare che ” si butti anche il bambino con l’acqua sporca”. Soprattutto, occorre evitare ogni deriva “sindacalizzata” che contesti i nuovi “poteri” (?) dei Capi di Istituto, posto che non di “poteri” si tratta ma di facoltà necessarie per la gestione, di “strumenti” utili per individuare i meriti di tanti, per incentivare la professionalità di molti, per costruire e realizzare una squadra di docenti che possa indirizzare ed arricchire un’ Offerta formativa ambiziosa ed al passo coi tempi. Anche per liberare i Dirigenti dalla prigione burocratica e notarile nella quale li si è sempre confinati. Ma qualche puntualizzazione va fatta anche per ridimensionare a quella ottusa lettura riduttiva che li vorrebbe assimilati al “manager”, attesa la specificità della Scuola e la sua vocazione socio-pedagogica. Anche manager, dunque, ma non solo…! l’intelligenza pedagogica, il pensiero strategico, un orizzonte culturale sorretto da una salda mappa valoriale o, se si preferisce, da una “vision” di grande respiro, necessitano al D.S. per poter assolvere efficacemente un mandato delicatissimo e faticoso.

Ed allora, se la Riforma va corretta, ciò va fatto in direzione di un potenziamento delle risorse professionali ed umane, in difesa d’una scuola di Stato che non ceda alle sirene neoliberiste di una incalzante privatizzazione, finanziata con risorse pubbliche , come si va delittuosamente facendo da molti anni. Ridimensionamento delle classi, arricchimento curricolare, apertura e flessibilità per l’ammodernamento dei curricoli, recupero della dignità e della centralità dei docenti contro le troppo facili “invasioni di campo” ad opera di malintesi protagonismi genitoriali, con buona pace delle telecamere che si vanno diffondendo oltre ogni ragionevole misura…

La BUONA SCUOLA divenga, dunque, veramente tale! Ma non certo sacrificando i DD.SS. , quali facili capri espiatori.

Si riporta , in forma integrale, il testo delle mie PRECEDENTI E DATATE RIFLESSIONI che tuttavia conservano, a mio giudizio, ancora piena validità, avvertendo che le medesime furono pubblicate, all’epoca, anche da alcune prestigiose Testate on-line

 


 Per memoria storica….
ARCHEOLOGIA DELLA BUONA SCUOLA

Alcune volte le indagini retrospettive possono riuscire utili per capire fenomeni e dinamiche che sembrano presentarsi come innovative. E’ necessario, in questi casi, recuperare la memoria storica ed avvalersi di eventuali testimonianze. In tal senso ritengo doverosa una mia partecipazione al dibattito di questi giorni. Quale è, dunque, la matrice da cui discende la tentata Riforma renziana, quale cultura la ispira e/o la sorregge? Ebbene, la risposta è rintracciabile nella rilettura di antichi documenti rivelatori. Mi riferisco al cosiddetto Rapporto Oliva della Confindustria diffuso negli anni ‘90 che valse ad attivare un ampio dibattito nel Paese. Rapporto che riecheggiava e diffondeva i primi studi dell’OCSE sulla situazione dell’istruzione-formazione a livello mondiale ed in chiave comparativa (vedasi la ricerca “Education at a Glance > Indicatori Ines). Ebbene, proprio questo è, dunque, il peccato d’origine, posto che un peccato ci sia. Ebbi personalmente modo di studiare a fondo quel Rapporto perché all’epoca era ritenuto funzionale alla causa comune che da qualche anno parecchi di noi, Capi di istituto, sostenevamo per rivendicare ed ottenere l’Autonomia scolastica, concepita come premessa per una gestione funzionale ed efficace delle nostre scuole.
L’ANDIS, della quale ero Presidente Nazionale, combatté quella battaglia in prima linea, fornendo – anche e non solo per mia mano – un valido contributo alla lotta comune che fu poi finalmente vinta mediante ricerche, studi e riflessioni raccolte anche in un volume diffuso, prima di tutti gli altri, in migliaia di copie e distribuito a tutte le forze politiche e culturali del Paese (si recuperi e si legga la nostra “Proposta Organica” che già tracciava le linee complessive di una riforma sostanziale degli assetti istituzionali).
Una delle condizioni da noi posta come irrinunziabile era il conferimento della qualifica dirigenziale ai Capi di Istituto per metterli in condizione di governare flessibilmente un’organizzazione complessa, quale la scuola, che doveva attualizzarsi ed aprirsi necessariamente al sociale. Erano gli anni dell’immediato dopo Maastricht in cui impazzava in tutta Europa la teoria della sussidiarietà contro il burocratismo ed il centralismo statuale, in favore di un’amministrazione che si voleva più attenta al territorio, ai cittadini ed ai loro bisogni reali, per una governance da spendere in una logica di servizio. Già allora si delineavano, tuttavia, alcuni diversi “orientamenti” fra le forze associative e culturali che patrocinavano tale causa. Per ciò che riguardava i Dirigenti, noi dell’ANDIS eravamo maggiormente inclini e sensibili ad interpretare il mandato in chiave sociale. L’altra parallela Organizzazione storica, l’ANP, si mostrava invece più sensibile al richiamo pragmatico ed efficientista. Al punto da strutturarsi come vero e proprio Sindacato di categoria, così inimicandosi il fronte sindacale, naturalmente più propenso a sposare la causa dei grandi numeri e quindi la tutela dei docenti, ostili all’eventuale politica di rafforzamento del ruolo dei dirigenti che falsamente venivano vissuti come “la controparte”. Insomma, si andavano già allora rivelando, sul più generale scenario, le due distinte anime che hanno poi alimentato anche la parallela politica riformistica in Europa: quella “sociale” e quella “efficientista”; quest’ultima, enfaticamente sorretta da una cultura strumentale e pragmatica di stampo economicista, meritocratica, competitiva. Dopo svariate tornate elettorali e Congressuali, la mia Organizzazione scelse e mi diede mandato di operare solo come Associazione Professionale non sindacalizzata per avere anche l’appoggio di tutti i Sindacati-scuola, in modo che correggessero il loro tiro ostile e ci affiancassero nella difficile lotta. L’ANP proseguì invece per la sua strada oltranzista, sviluppando la sua lotta parallela.
La vittoria finalmente giunse dopo anni di Conferenze, Convegni, lotte ed alleanze con varie compagini politiche mediante la promulgazione della L.59/97 (art-21), la cosiddetta Bassanini 1, che concesse l’Autonomia Scolastica a tutte le scuole di ogni ordine e grado e che, mediante contestuale decretazione derivata (D.Lgs. 59/98), conferì la qualifica dirigenziale ai Capi di Istituto.
Ora l’Autonomia ha assunto il rango di norma primaria perché recepita nella Legge Costituzionale 3/2001. All’approvazione della legge 59/97, ritenendo di aver onorato per un intero e faticoso settennato il mandato conferitogli, chi scrive decise di dimissionarsi (ma avendo alle spalle già 35 anni di servizio) per dedicarsi a studi e ad attività privata. L’Associazione ANDIS restò nelle mani fidate dei suoi collaboratori delle prima ora… La medesima scelta non fu fatta dall’ANP che resta ancora oggi governata dal vecchio Presidente e non pare nemmeno che la Confindustria si sia in questi anni dissolta, mentre non è cambiata la posizione della mia ex Associazione ANDIS, esclusivamente attenta alla convegnistica professionale (per quel pochissimo che mi è dato di sapere). Anzi, la deriva pragmatica, meritocratica e falsamente efficientista che è propria della Confindustria e dei suoi autoritari “cortigiani”, domina i nostri tempi malati e sempre più sordi alle istanze sociali. A questo punto ed alla luce della testimonianza da me resa – e riscontrabile presso gli stessi protagonisti di quelle remote vicende – penso di aver individuato gli artefici e le origini della conversione/illuminazione del nostro presidente del Consiglio, ancora completamente all’oscuro, per fatto anagrafico, delle dinamiche e delle istanze che portarono all’approvazione della Legge sull’Autonomia. Voi no? Un ultimo appunto si impone però a chiusura del discorso. Si sono resi conto i nostri governanti, che cianciano di “Autonomia”, che la politica perpetrata in questi anni a danno delle nostre scuole ha vanificato perfino questa riforma ? Come può un dirigente scolastico governare oggi una miriade di scuole anche decentrate per effetto di un dimensionamento feroce attuato per le solite “prevalenti” ragioni economiche ? Che altro può fare, se non limitarsi ad apporre delle firme frettolose su atti di vario tipo? Come può svolgere un eventuale opera di sostegno relazionale o di indirizzo pedagogico presso insegnanti che riesce a malapena a conoscere ? La trasformazione subita non è quella che auspicavamo ed intendevamo promuovere. Un bel passaggio: da burocrate a manager d’un supermercato, in ossequio a quella mentalità commerciale che rischia di assimilare sempre più la scuola ad un’azienda; e perciò lontana da ogni sua originaria vocazione pedagogica.