Addio a Tullio De Mauro. I suoi appunti su come raccontare la disabilita’

Redattore Sociale del 05-01-2017

Addio a Tullio De Mauro. I suoi appunti su come raccontare la disabilita’

La cultura italiana in lutto per la morte del linguista e docente universitario. Aveva 84 anni. Una vita dedicata alla grande passione per la lingua e la parola. Fra le sue riflessioni, anche quella sui termini utilizzati per indicare la disabilità: da minorato a disabile, passando per handicappato e diversamente abile. Ecco una sua intervista.

ROMA. Linguista, docente universitario, saggista: ma soprattutto un appassionato della lingua e delle parole. E’ morto a 84 anni Tullio De Mauro, uno degli uomini di cultura più conosciuti dell’Italia contemporanea. Ministro della Pubblica istruzione dal 2000 al 2001, presidente della Fondazione Bellonci, che organizza il premio Strega, De Mauro era nato a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, il 31 marzo del 1932. Si era laureato in Lettere classiche a Roma nel 1956, poi una lunga carriera universitaria: alla Sapienza è stato direttore del Dipartimento di scienze del linguaggio, e in moltissimi altri incarichi ha seguito e in parte guidato il processo di cambiamento del linguaggio.

Semiologo, autore di innumerevoli opere di linguistica, intellettuale tra i più impegnati in favore della crescita culturale degli italiani, Tullio De Mauro per oltre mezzo secolo ha riflettuto sul significato delle parole e il loro uso. Il mensile SuperAbile, edito dall’Inail, nel 2012 gli aveva chiesto un aiuto per muoversi all’interno del campo minato dei termini utilizzati per indicare la disabilità. Un campo dove si ha spesso l’impressione che ogni parola sia quella sbagliata, un vero terreno di battaglia dove antiche ottiche si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità. E dove lui stesso ricordava che la ricerca delle parole giuste deve sempre andare di pari passo con la costruzione di nuove condizioni culturali, economiche e sociali. Riportiamo qui di seguito il testo integrale dell’intervista, curata da Antonella Patete, al grande linguista oggi scomparso.

Come si è evoluto negli ultimi decenni il linguaggio che definisce la disabilità?
Grazie per l’invito a riflettere su un tema complesso, per i suoi aspetti linguistici, certamente, ma anche per i molti fattori di altro ordine che si intrecciano alla scelta di parole nel campo semantico della disabilità. In attesa di studi specialistici d’insieme che analizzino la storia di questo campo nelle diverse lingue, le considerazioni ben fondate sono solo di primissima approssimazione. La prima cosa da dire è che questo campo semantico è un campo di battaglia, dove antiche ottiche, impastate di ignoranze e pregiudizi, si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità, con nuove esigenze di scienza, di vita sociale, di umanità. Nelle nostre lingue e culture lo stesso campo generale e unitario è, mi pare di dover dire, di formazione recente, ottocentesca, legato allo sviluppo dell’incidenza sociale di pratiche mediche e alla crescita della coscienza della parità di diritti. Nella tradizione, i cui riflessi persistono tuttora nel parlare, concettualizzata e verbalizzata non è la disabilità in generale, comunque la si voglia chiamare, ma sono le innumerevoli forme che essa assume nell’orizzonte dei sedicenti normali. In primo piano ci sono ciechi, sordi, muti, storpi, zoppi, gobbi, dementi, imbecilli, pazzi che si aggirano oltre i margini dell’universo dei sani. Questa storia antica sopravvive tuttora nel nostro parlare, ci è difficile liberarcene per la concretezza e crudezza che ci offre per definire in modo non mieloso ed eufemistico chi mal ode, o vede, o articola, o si muove, o tiene la stazione eretta, o “ragiona come noi”. E non solo sopravvive: in anni recenti talune comunità di persone con alcune forme di disabilità hanno rivendicato il diritto a continuare a denominarsi con le parole più crude e dirette. Ciechi, dunque, o sordi, contro il tentativo pressante di introdurre espressioni elaborate in sedi specialistiche e usate spesso in chiave di copertura eufemistica: videolesi, audiolesi, motulesi, non vedenti, non udenti, non deambulanti…

Quando inizia questo processo?
La ricerca di espressioni generali, unificanti e sostitutive delle tradizionali comincia dall’Ottocento, di pari passo con l’emergere di una volontà e di un costume meno inumani e discriminanti. Fu allora ripreso e riproposto l’uso di invalide in francese, invalido in italiano, cui seguirono poi i più fortunati disabile dal 1869 e, in pieno Novecento, dagli anni Trenta, minorato, un aggettivo e sostantivo condannato da puristi, ma, per la sua stessa fortuna e diffusione, soggetto a usi pesantemente negativi e offensivi. Trent’anni dopo la stessa sorte doveva toccare a handicappato tratto dall’inglese, usato in due testi importanti: la legge 118, sulla eliminazione delle barriere edilizie, e la circolare del ministero dell’Istruzione, «sul più ampio inserimento degli alunni handicappati nelle scuole aperte a tutti gli allievi», cioè nella scuola dell’obbligo. Ma proprio il faticato e faticoso affermarsi di queste norme e il loro largo impatto resero rapidamente popolare la parola handicappato e, com’era avvenuto per minorato, aprirono la via a usi negativi e offensivi. Di qui, non solo in italiano, la ricerca di nuove espressioni più neutre, da portatore di handicap a diversamente abile, espressione concettualmente bizzarra dato che tutti siamo diversamente abili. E l’ansia di trovare nuove espressioni non è finita e si sono lanciati neologismi come diversabile e diversabilità.

È così che siamo arrivati al linguaggio politicamente corretto. Alcuni lo considerano una conquista, altri ne sottolineano l’ipocrisia, come nel caso della (s)fortunata formula diversamente abile.

Certamente c’è un margine di ipocrisia, fastidiosa a confronto del molto che resta da fare per eliminare le barriere e migliorare le condizioni di vita specifiche dei disabili. Tuttavia bisogna tenere presente che l’intero campo di espressioni è necessariamente in movimento sia nell’uso comune sia a livello specialistico internazionale, come mostra il succedersi di classificazioni e riclassificazioni: nel 1980 la classificazione Icidh, International Classification of Impairments Disabilities and Handicaps, dell’Organizzazione mondiale della sanità; dieci anni dopo la Icf, International Classification of Functioning, sempre dell’Oms, che ripensa la stessa nozione di salute e in questo quadro propone una riclassificazione delle diverse funzionalità e dei loro limiti; nel 2006 il documento, la Convenzione dell’assemblea Onu in cui emerge la difficoltà di trovare una buona definizione unitaria per tutelare i «diritti delle persone con disabilità».

Quando si pensa ai termini comunemente usati per la disabilità, vengono in mente soprattutto i limiti che ogni parola ha in sé. È qualcosa di inevitabile?
Esistono le parole giuste e come trovarle? In Italia, e non solo, siamo all’inizio di un lungo cammino nella riflessione scientifica, nelle procedure di comprensione e diagnosi e nella conquista della diffusione di un atteggiamento sociale che ci impegni al riconoscimento non solo teorico del pari diritto alla vita di ogni creatura umana e vivente. Non è un cammino facile. A mano a mano troveremo le parole giuste per capire e farci capire in una prospettiva che è profondamente nuova.

Spesso a essere sotto accusa per l’uso di formule scorrette e banalmente convenzionali è il giornalismo. In letteratura, invece, si usano talvolta espressioni molto crude che, se adoperate in altri contesti, sarebbero duramente condannate. Perché ai narratori è concessa maggiore libertà?
Perché devono aiutarci a capire le cose nella loro drammatica crudezza, diffidando di espressioni generiche, benintenzionate, magari, ma opache. Se nelle strade eleganti di New York o Roma o Tokyo si affollano barboni, mendicanti, disperati, non miglioriamo certo le cose se, descrivendo la situazione, li chiamiamo persone in condizione di disagio ambientale con riflessi psicosomatici. Sforziamoci di costruire condizioni di cultura ed economia in cui non siano possibili la marginalizzazione e reiezione di una parte delle persone. Le parole sono importanti, ma vengono, se non dopo, certo insieme alle cose e alla maturazione dell’impegno per la parità di diritti.

Un plauso a quella Sentenza contro le “classi pollaio”

Superando.it del 05-01-2017

Un plauso a quella Sentenza contro le “classi pollaio”

Non è certo un fatto marginale la frequente violazione della norma che stabilisce il tetto massimo di venti alunni, in un’aula scolastica, quando sia presente un alunno con disabilità. Si parla, in casi del genere, di “classi pollaio”, fenomeno che costituisce uno tra i motivi dello snaturamento del processo di inclusione scolastica. Per questo va letta con estremo favore una recente Sentenza prodotta dal TAR della Campania, che censura proprio quella violazione.

Tramite la recente Sentenza n. 4706/16, la Quarta Sezione del TAR della Campania (Tribunale Amministrativo Regionale) ha censurato la formazione di classi con più di venti alunni, se frequentate da alunni con disabilità, in violazione dell’articolo 5, comma 2 del DPR (Decreto del Presidente della Repubblica) 81/09. Quest’ultimo, va precisato, stabilisce tale tetto massimo «di norma», il che può consentire qualche eccezione; e tuttavia, gli Uffici Centrali e Decentrati del Ministero dell’Istruzione hanno sin troppo spesso rimesso quella possibilità di eccezioni all’arbitraria discrezionalità dell’Amministrazione, motivando lo sforamento del tetto di venti alunni per classe con motivi di carattere economico.
A tal proposito occorre innanzitutto ricordare che la Corte Costituzionale, dapprima con la Sentenza 80/10 e assai recentemente con la Sentenza 275/16, ha stabilito che il diritto all’inclusione scolastica non può essere violato dall’Amministrazione per motivi di vincoli di bilancio.
Bisogna inoltre far presente agli Uffici Ministeriali che l’unica eccezione consentita è contenuta nello stesso DPR 81/09, all’articolo 4, e riguarda esclusivamente eventuali eccessi di iscrizioni: in tali casi, però, il tetto massimo può salire solo fino a ventidue alunni, ciò che invece gli Uffici stessi e numerosi Dirigenti Scolastici continuano a fingere di ignorare, sforando quel limite anche quando non vi sia affatto un eccesso di iscrizioni.

Finalmente, dunque, è successo che alcune famiglie e l’Associazione ANIEF si siano ribellate a questa palese e persistente violazione della normativa, ottenendo una decisione, come quella del TAR campano, che può certamente essere ritenuta “epocale”. Sino ad oggi, infatti, quasi tutti i ricorsi contro l’Amministrazione Scolastica riguardavano il ridotto numero di ore di sostegno assegnate. Adesso, invece, si comincia ad agire giudizialmente anche contro la violazione normativa del tetto massimo di venti alunni per classe, che non è certo meno importante. Ci si augura anzi che il numero dei ricorsi per questo motivo aumenti in modo esponenziale. Proprio l’aumento delle ore di sostegno, infatti, se accompagnato a quelle che spesso vengono definite come “classi pollaio”, rischia di favorire ancor più la delega ai soli docenti per il sostegno da parte dei docenti curricolari, dal momento che questi ultimi, a causa dei troppi alunni cui badare, sono costretti a trascurare gli alunni con disabilità, facendo quindi venir meno – e per colpa dell’Amministrazione – la caratteristica basilare dell’inclusione, vale a dire la presa in carico del progetto inclusivo da parte di tutti i docenti della classe.
Va aggiunto inoltre che è stata la stessa deriva verso le “classi pollaio” a spingere alcune famiglie e collegi giudicanti rispettivamente a richiedere e ad assegnare un numero di ore di sostegno pari a quello delle ore di insegnamento e questo, favorendo ancora una volta la delega ai soli docenti per il sostegno, sta portando a un ulteriore snaturamento della caratteristica dell’inclusione.

A dare ampia diffusione alla notizia – che può preludere a una fase nuova della qualità dell’inclusione scolastica, nel rispetto della normativa fissata, come detto, dall’articolo 5, comma 2 del DPR 81/09 – è stata recentemente la testata «OrizzonteScuola.it», alla quale va per questo un plauso e un ringraziamento. (Salvatore Nocera)

Morte De Mauro

La FLC CGIL, attraverso il suo segretario generale, Francesco Sinopoli, esprime il dolore di tutte le iscritte e gli iscritti, docenti e lavoratori del mondo dell’istruzione, della formazione e della ricerca per la scomparsa di Tullio De Mauro. “Insigne filosofo del linguaggio, linguista e intellettuale prestigioso, Tullio De Mauro ha lottato costantemente per una istruzione democratica e un sapere aperto e diffuso, senza privilegi, né barriere, in coerenza con lo spirito della Costituzione repubblicana”, dichiara Francesco Sinopoli. “Lo ha fatto sempre, nelle diverse funzioni, accademiche, istituzionali e politiche”, prosegue il segretario generale della FLC CGIL, “che ha avuto il merito di svolgere nella sua vita preziosa e piena, dedicata al progresso, non solo linguistico, di tante generazioni di italiani. Lo vogliamo ricordare per il costante e pressante richiamo alla necessità di investire nella formazione continua e permanente, perché vedeva nell’analfabetismo di ritorno un pericolo per i diritti di cittadinanza e per la democrazia. E il nostro pensiero”, conclude Sinopoli, “va anche a quella illuminata intuizione di istituire presso l’Università La Sapienza di Roma la prima Facoltà di Scienze Umanistiche, che tanto ha contribuito per il rinnovamento della cultura italiana ed europea nel corso di mezzo secolo. Con la scomparsa di Tullio De Mauro, la cultura italiana ed europea perdono un altro straordinario intellettuale di prestigio. Ai suoi famigliari, e a coloro che lo hanno amato, la FLC CGIL rivolge le condoglianze e il senso del lutto condiviso e partecipato”.

Con “school bonus” studenti di serie A e di serie B

Scuola: M5S, con “school bonus” studenti di serie A e di serie B
Pronte interrogazioni alla Camera e al Senato: “E’ attacco a diritto allo studio”.

ROMA, 5 gennaio 2016 – “Passa il tempo ma la Buona Scuola continua a fare disastri. Con l’entrata in vigore dello School Bonus aumenta vertiginosamente la probabilità di avere scuole di serie A e di serie B. Al crescere della distanze nei livelli qualitativi della formazione scolastica corrisponderanno differenze sempre maggiori tra gli studenti e dunque, ci prepariamo a creare cittadini di serie A e di serie B. Sì tratta di un vero e proprio attacco al diritto allo studio e al principio di uguaglianza rispetto al quale, per prima cosa, presenteremo un’interrogazione al Miur sia alla Camera sia al Senato, a prima firma rispettivamente di Luigi Gallo e Manuela Serra”. Lo affermano i parlamentari M5S in commissione Cultura di Camera e Senato.
“Questa norma scandalosa della Buona Scuola è operativa anche grazie al codice tributo messo a disposizione dalll’Agenzia delle Entrate, che consente a ai soggetti privati, titolari di reddito d’impresa ed enti di finanziare una scuola, ricevendo in cambio un credito d’imposta  del 65%. Ovvero riceveranno soldi di tutti noi contribuenti per il fatto di essersi impegnati economicamente l° dove lo Stato a smesso di farlo .Non solo scuole di serie A e serie B: lo School Bonus creerà un’ulteriore frattura tra territori che ospitano istituti di qualità e territori dove l’offerta sarà mediamente più scadente. Al Nord la ricchezza è più diffusa rispetto al Sud e, dunque, sono più alte le probabilità che nel primo caso un cittadino possa effettuare una donazione.
Non solo: queste politiche determineranno una vera e propria “scalata” della scuola pubblica da parte di chi investe per cui, oltre a scuole di élite e scuole povere, rischiamo di avere scuole subordinate agli indirizzi dati dell’investitore, con buona pace della didattica e dell’omogeneità dell’offerta formativa. Tutto questo mentre permane la scandalosa tassa occulta dei contributi volontari da parte dei genitori e lo Stato continua a dare alle scuole paritarie mezzo miliardo di euro all’anno. Tutte misure che vanno contro la parità di accesso, non formale ma sostanziale, al diritto allo studio”.

Ricorsi per ottenere i risarcimenti

Precariato: dopo la campagna per recupero scatti, ripartono i ricorsi per ottenere i risarcimenti

Secondo le indicazioni della Cassazione, soltanto chi dimostra di aver avuto più di 36 mesi di contratti su posto vacante, può chiedere il risarcimento per abuso dei contratti a termine, indipendentemente se docente o ATA, anche se ha stipulato contratti al 30 giugno. Per questo l’Anief ha predisposto specifiche istanze di accesso agli atti propedeuticheall’azione giudiziaria presso il tribunale del lavoro che potrebbe portare anche al riconoscimento di un’annualità in più di stipendi arretrati. Ancora da definire, invece, la responsabilità dello Stato italiano per il mancato adeguamento tra il 2001 e il 2015 della normativa scolastica alla direttiva UE. In attesa delle prime pronunce sui ricorsi pilota depositati dall’Anief presso il Tribunale Ordinario di Roma, risulta necessario, per tutti gli interessati, inviare una lettera/diffida interrutiva dei termini di prescrizione. Resta salva la possibilità di avviare già i ricorsi specifici per il personale precarioe per i neoimmessi in ruolo per ottenere la ricostruzione di carrieravalutando per intero il servizio preruolo.

Ricordando Tullio!!!

Ricordando Tullio!!!

di Maurizio Tiriticco

Mi piace rendere pubblici alcuni scambi epistolari intercorsi tra me e l’amico Tullio De Mauro che ci ha lasciati molto prematuramente. In effetti, delle sue ricerche e delle sue considerazioni sulla nostra scuola e sul nostro Paese abbiamo avuto sempre bisogno!

Ci mancherai, Tullio!


06/10/2016 14:51

Caro Tullio! Ti allego una lettera aperta per te e per tutti gli italici (esistono gli italiani?). Un abbraccio! Maurizio

Questo è il link della lettera aperta: http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=84609

Caro Maurizio,

hai ragione a denunciarmi e chiamarmi in causa dinnanzi al tribunale dell’amicizia. Ma ai giurati cercherò di dire: ognuno si azzoppa come capita. Io, signori giurati, mi azzoppo accettando troppi impegni. Così, a parte qulche problema familiare che qui non voglio metter davanti a scusante, vedete la mia agenda, vedete i fogli dove annotto i lavori da fare, le mail cui rispondere, guardate anche i lavori smaltiti negli ultimi mesi, e capirete come e perché il lungo silenzio di un amico caro e poi finalmente nella sua riapparizione, in cui mi dava notizia del suo azzoppamento, siano cose rimaste snza una mia apparente reazione. La reazione c’era, in realtà, ma solo mentale ed emotiva, senza che si manifestasse in cenni scritti o orali. E anche ora, mannaggia, signori giurati, Maurizio mi pone problemi intorno a cui si arrovellano da cinquanta anni e più una parte dei miei lavori di studio e due, tre, anzi almeno quattro libri di apparenz diversa, ma che al fondo anche in superficie tematizzano proprio le questioni che lo arrovellano, e arrovellano anche me, e dovrei rispondegli con una lettera di pari spessore, ma vedete, voi che avete accesso al mio PC e alla mia agenda, che devo finire uno dietro l’altro prima della prossima settimana tre o quattro diversi lavori, forse insignificanti, ma impegnativi per me, impegnativi, come Gramsci insegnava, anche fisicamente, muscolarmente. E il tempo per scrievre queste righe lo sto sottraendo a una cosa che devo assolutamente finire in serata, per mandarla a un amico a Tokyo, che deve tradurla appunto entro la prossima settimana. E, guarda caso, parlandovisi di Italia linguistica nell’Europa linguistica, sfiora proprio i problemi di Maurizio.

Signori giurati, facciamo così: prima di condannarmi per inadempienza amicale, reato che considero gravissimo, datemi un altro pò di tempo per rispondere adeguatamente al mio Amico Azzoppato. Consentitemi di dire che io sono d’accordo con quello che dice, ma non sono d’accordo, se così posso dire, con quelloo che non dice, ossia per quello che tace. E quel che lui tace non è in contrasto con quanto lui dice, è in contrasto con le cose di cui lui dice, è una sequela di contraddizioni oggettive che tessono la storia del nostro paese, del paese che, attenzione, è già un signum contradictionis, chiamiamo ininterrottamnte Italia dal terzo secolo avanti Cristo (solo per qualche decennio provarono a chiamarlo Longobardia, ma sono spariti, poi). Come mai? Come mai se gli abitanti si sono chiamati per secoli in tanti modi diversi prima di cominciare a sentirsi chyiamare italiani dagli intellettuali, che avevano sì una lingua comune ma facvano giri di parole per non chiamarla italiana? E però la usavano, costo di non farsi capire. Sicuro? Quasi sicuro, perché poi coime mai i poveracci delle little Italies sparsi per il mondo (con i loro discendenti di seconda, terza generazione, 60 milioni, un’altra Italia piazzano, loro che intellettuali non erano, tra un salame importato di contrabbando e un pacco di pasta Voiello piazzavano un busto bruttissimo di Dante? Allora qulcosa arrivava?

Domande. Domande di uno scrivente affannato al caro Maurizio.
Un abbraccio, già da ora, Tullio

P.S. Per far prima, non rileggo e ti lascio i sadici piaceri dell’antico correttore di bozze che tu sei (e anch’io! fui).


26/11/2016 10:40

 

Caro Tullio! Non ti sento da tanto tempo e mi manchi! Io ormai sono azzoppato, ma il cervello – penso – ancora funziona! Ti allego questa cosa in difesa di Laura Boldrini pesantemente insultata da migliaia di italiani, ovviamente “maschietti”, sempre più illetterati! Che cosa possiamo fare per questo nostro povero Paese? Pare che l’ignoranza e l’inciviltà aumentino paurosamente!
Maurizio ti abbraccia!

Maurizio, scusami per i troppi silenzi, ma sono soffocato da troppi lavori in ritardo e impegni vari. Spero presto di uscirne e corrispondere meglio alle tue sollecitazioni sempre preziose.
Un abbraccio, Tullio

Carissimo Tullio, il tuo tempo è prezioso e ne ho rispetto! Non vedo l’ora che siano pubblicati gli esiti della ricerca Timms Pirls il prossimo 6 dicembre! Che ne sarà della nostra bella lingua? Buon lavoro, Tullio! Anche se non ti sento, so che lavori… anche per me!
Un abbraccio! Maurizio

Riformare la “BUONA SCUOLA”?

Riformare la “BUONA SCUOLA”?

di Luigi Manfrecola

Nel momento in cui si vuole porre mano ad una giusta revisione della cosiddetta BUONA SCUOLA renziana, ritengo utile riproporre su questa pagine le mie riflessioni di qualche tempo fa. Ciò al fine di avvertire che tale operazione va fatta con cautela per evitare che ” si butti anche il bambino con l’acqua sporca”. Soprattutto, occorre evitare ogni deriva “sindacalizzata” che contesti i nuovi “poteri” (?) dei Capi di Istituto, posto che non di “poteri” si tratta ma di facoltà necessarie per la gestione, di “strumenti” utili per individuare i meriti di tanti, per incentivare la professionalità di molti, per costruire e realizzare una squadra di docenti che possa indirizzare ed arricchire un’ Offerta formativa ambiziosa ed al passo coi tempi. Anche per liberare i Dirigenti dalla prigione burocratica e notarile nella quale li si è sempre confinati. Ma qualche puntualizzazione va fatta anche per ridimensionare a quella ottusa lettura riduttiva che li vorrebbe assimilati al “manager”, attesa la specificità della Scuola e la sua vocazione socio-pedagogica. Anche manager, dunque, ma non solo…! l’intelligenza pedagogica, il pensiero strategico, un orizzonte culturale sorretto da una salda mappa valoriale o, se si preferisce, da una “vision” di grande respiro, necessitano al D.S. per poter assolvere efficacemente un mandato delicatissimo e faticoso.

Ed allora, se la Riforma va corretta, ciò va fatto in direzione di un potenziamento delle risorse professionali ed umane, in difesa d’una scuola di Stato che non ceda alle sirene neoliberiste di una incalzante privatizzazione, finanziata con risorse pubbliche , come si va delittuosamente facendo da molti anni. Ridimensionamento delle classi, arricchimento curricolare, apertura e flessibilità per l’ammodernamento dei curricoli, recupero della dignità e della centralità dei docenti contro le troppo facili “invasioni di campo” ad opera di malintesi protagonismi genitoriali, con buona pace delle telecamere che si vanno diffondendo oltre ogni ragionevole misura…

La BUONA SCUOLA divenga, dunque, veramente tale! Ma non certo sacrificando i DD.SS. , quali facili capri espiatori.

Si riporta , in forma integrale, il testo delle mie PRECEDENTI E DATATE RIFLESSIONI che tuttavia conservano, a mio giudizio, ancora piena validità, avvertendo che le medesime furono pubblicate, all’epoca, anche da alcune prestigiose Testate on-line

 


 Per memoria storica….
ARCHEOLOGIA DELLA BUONA SCUOLA

Alcune volte le indagini retrospettive possono riuscire utili per capire fenomeni e dinamiche che sembrano presentarsi come innovative. E’ necessario, in questi casi, recuperare la memoria storica ed avvalersi di eventuali testimonianze. In tal senso ritengo doverosa una mia partecipazione al dibattito di questi giorni. Quale è, dunque, la matrice da cui discende la tentata Riforma renziana, quale cultura la ispira e/o la sorregge? Ebbene, la risposta è rintracciabile nella rilettura di antichi documenti rivelatori. Mi riferisco al cosiddetto Rapporto Oliva della Confindustria diffuso negli anni ‘90 che valse ad attivare un ampio dibattito nel Paese. Rapporto che riecheggiava e diffondeva i primi studi dell’OCSE sulla situazione dell’istruzione-formazione a livello mondiale ed in chiave comparativa (vedasi la ricerca “Education at a Glance > Indicatori Ines). Ebbene, proprio questo è, dunque, il peccato d’origine, posto che un peccato ci sia. Ebbi personalmente modo di studiare a fondo quel Rapporto perché all’epoca era ritenuto funzionale alla causa comune che da qualche anno parecchi di noi, Capi di istituto, sostenevamo per rivendicare ed ottenere l’Autonomia scolastica, concepita come premessa per una gestione funzionale ed efficace delle nostre scuole.
L’ANDIS, della quale ero Presidente Nazionale, combatté quella battaglia in prima linea, fornendo – anche e non solo per mia mano – un valido contributo alla lotta comune che fu poi finalmente vinta mediante ricerche, studi e riflessioni raccolte anche in un volume diffuso, prima di tutti gli altri, in migliaia di copie e distribuito a tutte le forze politiche e culturali del Paese (si recuperi e si legga la nostra “Proposta Organica” che già tracciava le linee complessive di una riforma sostanziale degli assetti istituzionali).
Una delle condizioni da noi posta come irrinunziabile era il conferimento della qualifica dirigenziale ai Capi di Istituto per metterli in condizione di governare flessibilmente un’organizzazione complessa, quale la scuola, che doveva attualizzarsi ed aprirsi necessariamente al sociale. Erano gli anni dell’immediato dopo Maastricht in cui impazzava in tutta Europa la teoria della sussidiarietà contro il burocratismo ed il centralismo statuale, in favore di un’amministrazione che si voleva più attenta al territorio, ai cittadini ed ai loro bisogni reali, per una governance da spendere in una logica di servizio. Già allora si delineavano, tuttavia, alcuni diversi “orientamenti” fra le forze associative e culturali che patrocinavano tale causa. Per ciò che riguardava i Dirigenti, noi dell’ANDIS eravamo maggiormente inclini e sensibili ad interpretare il mandato in chiave sociale. L’altra parallela Organizzazione storica, l’ANP, si mostrava invece più sensibile al richiamo pragmatico ed efficientista. Al punto da strutturarsi come vero e proprio Sindacato di categoria, così inimicandosi il fronte sindacale, naturalmente più propenso a sposare la causa dei grandi numeri e quindi la tutela dei docenti, ostili all’eventuale politica di rafforzamento del ruolo dei dirigenti che falsamente venivano vissuti come “la controparte”. Insomma, si andavano già allora rivelando, sul più generale scenario, le due distinte anime che hanno poi alimentato anche la parallela politica riformistica in Europa: quella “sociale” e quella “efficientista”; quest’ultima, enfaticamente sorretta da una cultura strumentale e pragmatica di stampo economicista, meritocratica, competitiva. Dopo svariate tornate elettorali e Congressuali, la mia Organizzazione scelse e mi diede mandato di operare solo come Associazione Professionale non sindacalizzata per avere anche l’appoggio di tutti i Sindacati-scuola, in modo che correggessero il loro tiro ostile e ci affiancassero nella difficile lotta. L’ANP proseguì invece per la sua strada oltranzista, sviluppando la sua lotta parallela.
La vittoria finalmente giunse dopo anni di Conferenze, Convegni, lotte ed alleanze con varie compagini politiche mediante la promulgazione della L.59/97 (art-21), la cosiddetta Bassanini 1, che concesse l’Autonomia Scolastica a tutte le scuole di ogni ordine e grado e che, mediante contestuale decretazione derivata (D.Lgs. 59/98), conferì la qualifica dirigenziale ai Capi di Istituto.
Ora l’Autonomia ha assunto il rango di norma primaria perché recepita nella Legge Costituzionale 3/2001. All’approvazione della legge 59/97, ritenendo di aver onorato per un intero e faticoso settennato il mandato conferitogli, chi scrive decise di dimissionarsi (ma avendo alle spalle già 35 anni di servizio) per dedicarsi a studi e ad attività privata. L’Associazione ANDIS restò nelle mani fidate dei suoi collaboratori delle prima ora… La medesima scelta non fu fatta dall’ANP che resta ancora oggi governata dal vecchio Presidente e non pare nemmeno che la Confindustria si sia in questi anni dissolta, mentre non è cambiata la posizione della mia ex Associazione ANDIS, esclusivamente attenta alla convegnistica professionale (per quel pochissimo che mi è dato di sapere). Anzi, la deriva pragmatica, meritocratica e falsamente efficientista che è propria della Confindustria e dei suoi autoritari “cortigiani”, domina i nostri tempi malati e sempre più sordi alle istanze sociali. A questo punto ed alla luce della testimonianza da me resa – e riscontrabile presso gli stessi protagonisti di quelle remote vicende – penso di aver individuato gli artefici e le origini della conversione/illuminazione del nostro presidente del Consiglio, ancora completamente all’oscuro, per fatto anagrafico, delle dinamiche e delle istanze che portarono all’approvazione della Legge sull’Autonomia. Voi no? Un ultimo appunto si impone però a chiusura del discorso. Si sono resi conto i nostri governanti, che cianciano di “Autonomia”, che la politica perpetrata in questi anni a danno delle nostre scuole ha vanificato perfino questa riforma ? Come può un dirigente scolastico governare oggi una miriade di scuole anche decentrate per effetto di un dimensionamento feroce attuato per le solite “prevalenti” ragioni economiche ? Che altro può fare, se non limitarsi ad apporre delle firme frettolose su atti di vario tipo? Come può svolgere un eventuale opera di sostegno relazionale o di indirizzo pedagogico presso insegnanti che riesce a malapena a conoscere ? La trasformazione subita non è quella che auspicavamo ed intendevamo promuovere. Un bel passaggio: da burocrate a manager d’un supermercato, in ossequio a quella mentalità commerciale che rischia di assimilare sempre più la scuola ad un’azienda; e perciò lontana da ogni sua originaria vocazione pedagogica.

La scuola davanti alla sfida: migrazioni epocali e futuri digitali

La scuola davanti alla sfida: migrazioni epocali e futuri digitali

di Mariacristina Grazioli

Il nuovo Uomo: migrazioni, robot e umanoidi

L’era nuova sarà quella della Singolarità, dove si verificherà la fusione tra l’intelligenza umana e quella artificiale. Gli osservatori del presente devono riconoscere il paradigma dell’accelerazione, per il quale il ritmo del cambiamento stesso è collegato all’assioma che tutto cambia per necessità, anche a causa dell’impatto della rivoluzione digitale, che nei prossimi trent’anni riuscirà a restituirci un’intelligenza non biologica confrontabile all’intelligenza umana. “Come apparirà la Singolarità a chi vorrà restare biologico? La risposta è che non se ne accorgeranno, se non per il fatto che l’intelligenza artificiale apparirà all’umanità biologica come una stirpe di servitori trascendenti” (1).

Se questo è lo scenario in arrivo, il comportamento sociale deve attivare modelli di rappresentazione delle propria “umanità” in linea con la propensione al progresso per la tutela delle specie.

“Certamente la natura umana è prefissata. E’ universale e immutabile, comune a tutti i bambini che nascono attraverso la storia della nostra specie. Ma il comportamento umano, che è generato dalla natura, è infinitamente variabile e diversificato (…) per cui la risposta al determinismo genetico è semplice. Se si vuole cambiare il comportamento, basta cambiare l’ambiente” (2).

Il nuovo Uomo ha dunque diritto all’ambiente che gli è necessario per la sopravvivenza. E’ semplicemente banale, ma indiscutibile. Se osserviamo lo schema delle Storia vediamo come le differenze tra i popoli, ossia tra le società umane nei diversi continenti, sono attribuibili proprio alle differenze ambientali e non alle differenze biologiche tra le popolazioni stesse. Dunque “la nostra storia sta scritta nei nostri geni e nelle nostre azioni. Sui primi la nostra capacità di intervento è scarsa, sulle seconde è pressochè totale, se siamo persone libere (..). Le conoscenze che abbiamo acquisto su noi stessi mostrano con chiarezza che tutta questa diversità, come il mutevole aspetto della superficie del mare o della volta del cielo, è ben poca cosa rispetto allo sterminato patrimonio che noi esseri umani abbiamo in comune” (3).

La nuova torre di Babele, in realtà, non si nutre delle diversità umane, ma dal rapporto simbiotico tra umanità ed ambiente in prospettiva evoluzionistica  allargato inesorabilmente alla presenza della tecnologia, che impone una ricollocazione della nuova umanità.

Siamo in fondo nell’epoca in cui il Paramento Europeo sta per approvare il “Report on the civil Low Rules on Robot”, dove diritto e tecnologia si strutturano a vicenda implementandosi in un futuro possibile per L’Uomo che non diminuisce la sua “umanità”, ma sa regolamentare gli accadimenti con attenzione ai sensi arcaici del bene e del male. Pare davvero insignificante – inteso come incongruente se rapportato al senso storico e  temporale attuale e futuro- trattare il fenomeno epocale delle migrazioni come un elemento contrario all’agire umano (4). La migrazione naturale è elemento umano e va considerata un aspetto del tutto connaturato all’Uomo, non ancora umanoide. Migrare comporta mutamento, adattamento, riorganizzazione, riallineamento, di nuovo mutamento; è il cambiamento la chiave concettuale della migrazione. E il cambiamento è anche  la sostanza del processo evolutivo. Bloccare ogni genere di cambiamento in nome di statiche pretese o di un presunto benessere, significa bloccare l’assetto umano nel profondo e consegnandolo ad un ambiente ostile. Da qui, il passaggio al fatto che le macchine presto saranno ben più capaci di programmare e auto programmarsi finalizzandosi al cambiamento, il passo è breve. E l’Uomo, se rimarrà statico ed involuto, dovrà lasciare spazio ai futuri robot, per loro determinazione più evoluti e  dinamici.

E’ di tutta evidenza che anche il Sapere umano evolve attraverso processi di migrazione delle informazioni. “ Il cervello umano porta avanti un intricato minuetto cognitivo con ambiente ecologicamente nuovo e dalle immense potenzialità: il mondo dei simboli, dei mezzi di comunicazione, dei formalismi, dei testi, delle parole, degli strumenti e della cultura. Il circuito computazionale della cognizione umana scorre così sia all’interno sia al di là della testa.” (5)

Nonostante le evidenze ormai scientifiche di tali scenari, il processo di migrazione dell’Uomo non è ancora un diritto, seppure si collochi, come abbiamo visto,  nella naturalità dell’evoluzione basata sul principio del cambiamento.  La difficoltà del riconoscimento è forse dovuta al fatto che si riconosca nel “cambiamento per migrazione” l’evidenza di un doloroso percorso. In effetti, la migrazione “indica lo spostamento che avviene per necessità: cioè causato da grave povertà, da mancanza di libertà, da persecuzioni subite a causa di idee politiche o religiose, a causa dell’appartenenza etnica e soprattutto a causa di guerre. Le condizioni di vita sono tali per cui si lascia il luogo di origine per non morire ogni giorno” (6). Il tema della sofferenza non può tuttavia allontanare l’idea della migrazione  e del cambiamento connaturate all’Uomo.  La ricerca di un nuovo ambiente di vita deve essere garantito come diritto umano e occorre saper strategicamente  trasformare la migrazione in mobilità. Il passaggio epocale sta proprio qui: spostare l’attenzione dalla sofferenza della migrazione alla tutela del diritto di mobilità libero, destinato alla ricerca di nuove opportunità e per realizzare un progetto di vita del singolo, come di una intera specie se ammettiamo la spinta evoluzionistica.

La migrazione-mobilità è scientificamente un diritto: gli ostacoli e gli impedimenti devono dunque cessare.

 

Diritti di solidarietà per una mobilità universale: la sfida della scuola

La libertà di migrazione non sarà solo geografica, ma anche storico- temporale e digitale: il futuro è inarrestabile e pensare di imporre confini  all’Uomo in nome di criteri di appartenenza, significa consegnare la nuova umanità al depotenziamento, incapace di affrontare le grandi e reali sfide che stanno già affacciandosi negli scenari dell’evoluzione cyberg-umana.

La Carta dei diritti universali dell’Uomo sancisce che ogni  individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato, tra cui il diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese (7).

Il quadro strategico dell’UE in materia di diritti umani e di democrazia chiarisce l’impegno di intensificare la promozione della ratifica e dell’efficace attuazione dei trattati internazionali fondamentali in materia di diritti umani, ivi compresi gli strumenti regionali in materia. Più in particolare, all’interno dell’Ue si deve attivare una seria attività strategica di cultura della legalità, come conoscenza e promozione dei diritti umani. Nei rapporti con i Paesi esterni UE si intende elaborare uno strumento per operare a favore di un’impostazione basata sui diritti nell’ambito della cooperazione allo sviluppo,  anche al fine di integrare i principi dei diritti umani nelle attività operative dell’UE per lo sviluppo, riguardanti accordi sia a livello di QG, sia sul terreno per la sincronizzazione delle attività  in materia di diritti umani e cooperazione allo sviluppo (8).

A ben vedere quindi c’è una consistente azione strategica istituzionale che intercetta il tema della migrazione come situazione di squilibrio, e  per la quale vi è uno sforzo complessivo di  adozione delle migliore politica di integrazione.

Nella cultura delle scienze sociali l’integrazione è una forza che sostiene e unisce una società, attraverso le forme di solidarietà utili allo scopo. Purtuttavia, in nome e per conto delle forza “integranti” si condizionano i processi profondi di evoluzione culturale del fenomeno migratorio  epocale che ci sta attraversando; non è un caso che a molti non piaccia il termine integrazione, soprattutto se assimilato ai temi di acculturazione ed adattamento nella cultura ospitante e perciò dominante. Chi si occupa dell’integrazione degli studenti stranieri sa bene che occorre sviluppare il senso del valore profondo delle differenze dell’identità, e quindi gli aspetti  più multiculturali, prima di acquisire regole e costumi delle cultura delle maggioranze dominati.  Il processo di integrazione a livello del contesto formale  scolastico ha molto da insegnare alla strategia istituzionale: si tratta di un percorso dinamico, di evoluzione socio- culturale, di avvicinamento a ciò che è diverso e per questo interessante, e non necessariamente  pericoloso.

E’ assai utile il contributo  del ruolo del dialogo interculturale, della diversità culturale e dell’istruzione nella promozione dei valori fondamentali dell’UE, come espresso nella risoluzione del Parlamento europeo del 2016, dove al punto 3) si evidenzia  che è necessario incoraggiare un approccio interculturale, interconfessionale e basato sui valori nel campo dell’istruzione al fine di affrontare e promuovere il rispetto reciproco, l’integrità, i principi etici, la diversità culturale, l’inclusione sociale e la coesione, anche attraverso programmi di scambio e di mobilità per tutti (9). Si sottolinea che un vero dialogo interculturale e interconfessionale incoraggia le interazioni positive e cooperative, promuove la comprensione e il rispetto tra le culture, rafforza la diversità e il rispetto per la democrazia, la libertà, i diritti umani nonché la tolleranza per valori sia universali che legati alle culture. La Costituzione italiana, ancora una volta, ci indica la strada con il dettato degli articoli 2, 3 e 34. E’ una strada che la nostra comunità professionale di tecnici dell’istruzione e della formazione ha il dovere di compiere, dove  “ la solidarietà  in positivo è caratterizzata da reciprocità dell’individuo che si lega al gruppo; pertanto nel dovere di istruzione che determina la gratuità dell’accesso, l’obbligo si affianca ad una forma di sostegno importante che consente a tutti indistintamente di frequentare le scuole dell’obbligo della Repubblica” (10).

 

La scuola italiana è la più grande officina educativa di inclusione e democrazia

Ecco dunque la grande sfida della scuola italiana: dare testimonianza attiva della storica capacità di tessere modelli democratici destinati allo sviluppo del potenziale di ciascuno. L’inclusività dell’organizzazione scolastica italiana, sia nella dimensione dell’istruzione di base, sino ad arrivare ai nuovi Cipia, rappresenta quella fucina operativa dove la  literacy (Students require 16 skills for the 21st century) consente una competenza linguistica e digitale come dato imprescindibile di accesso alla capacità di cittadinanza attiva, nell’ambito di un processo Life Long Learnig 11). Non solo le strutture istituzionali di formazione ed istruzione sono al centro di questa complessa sfida educativa, ma anche gli assetti informali e non formali sono chiamati in causa a più riperse, in un’ottica  di “co-costruzione” di setting di governance educativa a largo raggio.

Infatti  si sottolinea che l’istruzione formale, non formale e informale e un accesso all’apprendimento permanente non forniscono soltanto conoscenze, abilità e competenze, ma dovrebbero anche aiutare i discenti a sviluppare valori etici e civili e a diventare membri della società attivi, affidabili e aperti. L’esigenza, a questo proposito,  è che l’educazione civica inizi fin dalla prima infanzia e riconosce l’importanza della cooperazione fra tutti i soggetti interessati. Il tema genera l’attrazione corresponsabile di modelli di formazione in grado di sviluppare  lo spirito   di iniziativa e  l’impegno dei bambini e dei giovani per rafforzare i legami sociali nonché per generare un senso di appartenenza e sviluppare codici etici per combattere la discriminazione. Fondamentale è il ruolo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché di Internet, come strumenti per la promozione del dialogo interculturale, attraverso cui promuove l’uso dei social media al fine di rafforzare la consapevolezza dei valori e dei principi comuni fondamentali dell’Unione europea tra i cittadini. Si sottolinea l’importanza dell’alfabetizzazione mediatica a tutti i livelli di istruzione come strumento per promuovere il dialogo interculturale tra i giovani,  incoraggiando altresì il SEAE e i capi delle rappresentanze dell’UE a trarre il massimo vantaggio possibile, nel loro lavoro, dai nuovi strumenti digitali  (12).

La traduzione operativa di questa sinergia culturale che ci consegna il decisore politico europeo passa attraverso il fare quotidiano dei territori di riferimento. La lotta alle povertà materiali ed immateriali e alla discriminazione rappresentano le difficili avanguardie sociali; queste sfide sociali non saranno superabili se non si tesse in sistema aperto e condiviso di governance  fisica e  digitale, che sappia fare tesoro delle spinte innovative evidenziate nel Pnsd italiano. Il mondo della scuola può beneficiare molto dall’innovazione che avviene fuori dalla mura scolastiche. A maggior ragione in una visione di educazione allargata, che avviene non solo lungo tutto l’arco della vita (life-long), ma anche orizzontalmente, lungo tutte le esperienze quotidiane, in diversi contesti (life-wide) (13).  La grande sfida sta nella sintesi tra le emergenze epocali che invocano valori di democrazia, cittadinanza e solidarietà e l’accelerazione esponenziale all’innovazione digitale, che esige visioni di co- costruzione del sapere umano: le politiche che trattano entrambi i temi devono trovare  linguaggi comuni per una nuova alleanza. E’ questo lo scenario su cui il sistema di formazione ed istruzione si deve spendere con energia rinnovata, anche ricollocando il territorio in un unico ambito di lavoro, costruendo reti, ampliando gli orizzonti, sconfinando sempre più, attraverso un’azione di innovazione sociale strategica coerente con le sfide del tempo del nuovo Uomo.


Note a margine

(1) Raymond Kurzweil “ The Age of Intelligent Machine”, Cambrige M. 1992
(2) John Brockman “ I nuovi umanisti” , Milano, 2005, Garzanti
(3) Luca e Francesco Cavalli-sforza “ Chi siamo? La storia delle diversità umana, Milano , 1993 Oscar Mondadori
(4) Mariacristina Grazioli “L’accoglienza necessaria”  web Edscuola.it, 2012
(5) Andy Clark “ Ciborg Nati?” in “ I nuovi umanisti”, Johon Brokman, Milano, 2005, Garzanti
(6) Carta di Palermo- 2015
(7) Carta Universale dei diritti dell’Uomo- art 13.
(8) CONSIGLIODELL’UNIONE EUROPEA Bruxelles, 25 giugno 2012
(9) Il ruolo del dialogo interculturale, della diversità  culturale e dell’istruzione nella promozione dei valori fondamentali dell’UE del 19.1.2016- vedi nota 13)
(10) Mariacristina Grazioli “ La scuola in bottiglia: legge 107/2015 Buona Scuola” , Trento, 2016, Ed Del Faro
11) “ Foundational literacies represent how students apply core skills to everyday tasks. These skills serve as the base upon which students need to build more advanced and equally important competencies and character qualities. This category includes not only the globally assessed skills of literacy and numeracy, but also scientific literacy, ICT literacy,financial literacy and cultural and civic literacy. Acquisition of these skills has been the traditional focus of education around the world. Historically, being able to understand written Technology” New Vision For education for Word Economic Forum
(12) Risoluzione del Parlamento europeo del 19 gennaio 2016 sul ruolo del dialogo interculturale, della diversità culturale e dell’istruzione al fine di promuovere i valori fondamentali dell’UE (2015/2139(INI)
(13) PNSD. Miur 2015

Scomparsa Tullio De Mauro

Fedeli:”Profondo dispiacere per la sua morte. Grazie per la passione e l’impegno a favore delle nuove generazioni e della cultura italiana”

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, esprime “profondo dispiacere” per la scomparsa del professor Tullio De Mauro, linguista di fama internazionale e docente universitario, Ministro della Pubblica Istruzione dal 2000 al 2001, morto oggi all’età di 84 anni.

“De Mauro oggi se n’è andato, ma quello che ha fatto per la lingua e la cultura italiana non passerà. Voglio salutarlo non con un addio, ma con un grazie. Grazie per aver lavorato con passione veramente civile, un aggettivo che molto amava, a contatto con le nuove generazioni; grazie per aver avuto la determinazione di costruire ed esaltare l’identità culturale del nostro Paese; grazie per avere avuto il coraggio di continuare a riformare il nostro sistema d’istruzione per dare respiro alle ambizioni di futuro dei giovani; grazie, infine, per essersi dedicato per decenni all’educazione linguistica di tantissime generazioni di italiane e italiani”.

Fondamentale il suo contributo nello studio della lingua italiana, dalla Storia linguistica dell’Italia unita al Grande dizionario italiano dell’uso. Oltre ad essere stato Ministro della Pubblica Istruzione, era stato componente della cosiddetta Commissione Brocca, istituita nel 1988 per la ristrutturazione dei piani di studio sia del biennio sia, in seguito, del triennio superiore. Durante l’incarico di Ministro, in ideale prosecuzione di quanti lo avevano preceduto, si era occupato attivamente di completare il disegno riformatore sul riordino dei cicli.

“L’eredità di De Mauro – continua Fedeli – è viva tra gli studenti e i docenti della scuola italiana, nel mondo universitario e in quello della ricerca dove ha apportato contributi assolutamente fondamentali. È viva nella nostra vita di tutti i giorni. È viva e profondamente radicata, perché ormai parte costitutiva del nostro patrimonio culturale. Continueremo a lavorare per mantenerla tale a beneficio delle nuove generazioni, affinché la sua passione e il suo impegno non vengano mai dispersi”.

La “Rete” e i suoi nemici III

La “Rete” e i suoi nemici
La terza Risposta

di Luigi Manfrecola

Per la terza risposta (che pure avevamo promesso con riferimento alla questione fasulla della POST-VERITA’) da svilupparsi lasciandola sospesa a mezzo fra sociologia e psicologia, per questa volta e contro il nostro costume, utilizziamo un prodotto “riciclato” in quanto trascriviamo una nostra nota già qualche anno fa pubblicata sui nostri siti. Mi sembra assolutamente in linea col senso complessivo del discorso fin qui svolto relativamente alle “false verità” artatamente costruite e diffuse dai media asserviti al Potere. La riportiamo integralmente, a partire dal titolo…>>>>>>>>

 

Media e Potere: da Chomsky a Postman

Ci sono diversi media, con ruoli diversi: ci sono quelli dello spettacolo, le soap opera e così via, e poi tutti i giornali del paese (nella stragrande maggioranza). Tutti questi sono rivolti ad un pubblico di massa. Ma ci sono anche altri media, quelli di élite, quelli che, come si suol dire, stabiliscono l’ordine del giorno , perché dotati di grandi risorse e dedicati alla raccolta ed al commercio delle notizie ….

I media di élite stabiliscono le linee guida entro cui operano gli altri… I media di massa tentano essenzialmente di distrarre il pubblico e fanno capo a grandi imprese con alti margini di profitto. Con essi siamo al vertice della struttura di potere dell’economia privata, quanto mai tirannica. Le grandi corporation sono fondamentalmente delle tirannie, strutturate in maniera rigidamente gerarchica, e controllate dall’alto. Se non ti piace quello che fanno, ti sbattono fuori …

I media più importanti sono semplicemente parte di quel Sistema e funzionano come un sistema d’indottrinamento, affiancate da Grandi Università molto simili ai media stessi …

E’ il PUBBLICO il loro “prodotto”; il loro prodotto è “l’audience”; è un settore privilegiato, come le persone che vendono i giornali, ossia quelli che nella società prendono le decisioni che contano …
Cosa si potrebbe dire circa la natura del prodotto dei media? Che non appare il modo in cui essi sono orientati a presentare i fatti riflettendo l’interesse dei compratori e dei venditori, delle istituzioni e del sistema che gli sta intorno …

A tale proposito va ricordato che fu negli Stati Uniti che nacque il primo grande centro per la propaganda statale e fu chiamato “Commissione per l’informazione”, col compito di “controllare il pensiero della gente”. L’industria delle pubbliche relazioni, insomma, è un’invenzione americana e valse perfino a cambiare l’orientamento pubblico a favore dell’interventismo nella seconda guerra mondiale.
Un membro della Commissione – Lippmann – già all’epoca affermò che c’era una nuova arte nella democrazia, chiamata la “fabbrica del consenso”. Fabbricando il consenso, disse Lippmann, si può aggirare il fatto che formalmente una gran quantità di persone ha il diritto di voto. Si può svuotarlo d’importanza perché è possibile fabbricare il consenso ed assicurarsi che le scelte e gli orientamenti siano strutturati in modo tale che le persone facciano sempre quello che viene detto loro, anche se formalmente hanno la possibilità di partecipare ………………………………………………………………………………………………

Se mi avete seguito fin qui, presumibilmente vi sarete convinti che questa volta, con insolito stile, stavo producendomi in un’analisi largamente condivisibile, anche se suscettibile di parziale revisione. Ebbene vi state sbagliando perché mi sono limitato, finora, a riportare FRASI NON MIE ma del celebre CHOMSKY in “Media e potere”, raccolta recente di saggi del celebre studioso. Tanto vale a rafforzare un convincimento che molta parte di noi ha ormai maturato da tempo. A questo proposito, però, va detto che l’analisi dell’Autore merita comunque, a mio giudizio, un aggiornamento urgente, e per due ragioni.

In primo luogo perché Internet offre ormai largo spazio ad una pluralità di voci ed anche ad una controinformazione capillare ed efficace. Resta tuttavia il problema d’una verifica dell’attendibilità delle fonti e della loro faziosità, assai frequente. La seconda ragione fa capo ad una doverosa lettura della “cultura” dei tempi, intesa come forma mentis, atteggiamento diffuso ed impalpabile. E qui s’impone la necessità di integrare la lezione di Chomsky con quella di POSTMAN. Sì, perché gli atteggiamenti sono ampia parte del costume d’un popolo, della scala di valori acquisita, dei convincimenti condivisi, dello stile di vita adottato. In questo senso, a diffondersi sono proprio i “modelli di vita” presentati in televisione come vincenti, i beni ritenuti desiderabili per la propaganda martellante, le aspirazioni maggiormente condivise che finiscono col costituire la cultura popolare, quella civiltà dell’avere, quel consumismo insensato ed avido che incitano alla competizione ed all’individualismo diffuso. E questa “cultura” si assorbe principalmente per immersione e per immedesimazione, in maniera inavvertita ed inconsapevole; a poco a che fare con le idee esplicitamente manifestate e con i convincimenti chiaramente espressi poiché vive e si alimenta di atteggiamenti metabolizzati ed introiettati lentamente. Non a caso si è focalizzato da oltre 60 anni il concetto di “persuasori occulti” (Packard) per sottolineare le tecniche del marketing. Ma la questione non riguarda solo l’atteggiamento consumistico, che è solo una delle manifestazioni dell’uomo post-moderno.

La questione è ben più grave poiché coinvolge complessivamente la sua personalità, le sue aspirazioni, i suoi orizzonti di vita.
In tal senso aveva visto giusto un altro impareggiabile Autore, quel Postman che parlava di “PARABOLE TELEVISIVE” a voler intendere l’effetto perverso dei serial televisivi capaci di proporre tutto un mondo di fiction nei suoi finti valori, comunque improbabili e distanti dalla routine della vita reale. I miti del nostro tempo nascono soprattutto da queste esposizioni mediatiche che vengono rafforzate ed enfatizzate dai “servizi” calibrati sui gusti facili di un pubblico suggestionabile ed incline al sensazionalismo. In nome dell’audience si fa di tutto e così anche la violenza esibita, mostrata, frequentata ed ostentata finisce col perdere di mordente, non fa scandalo ma si trasforma in occasione di morbosa curiosità salottiera. Insomma, non sbagliava di molto chi affermava qualche decennio fa che la televisione aveva fatto gli italiani, prima che divenissero degli yankees. E così tutto ritorna, in un mondo globalizzato e dominato da un imperialismo americano che ha cancellato l’equilibrio, la saggezza, il gusto, l’armonia della nostra millenaria cultura europea. Oggi più di ieri, i media esercitano una feroce coercizione psichica che si avvale della forza d’una suggestione incontrollata ed incontrollabile.

Vi sorprenderò nel dirvi che a me fanno pena non solo i cittadini plagiati, ma perfino quegli stessi che li plagiano in quanto vittime d’una stessa visione distorta, povera e miserevole d’una esistenza che va vissuta con bel altro coraggio e ben altra consapevolezza della precarietà d’un vivere che ha bisogno di un’ansia di ricerca che possa illuminarla e darle un senso. Un senso che è possibile, forse, rintracciare nella solidarietà, nella fratellanza, nella consapevolezza d’essere tutti abitanti d’un medesimo “atomo opaco del male” di pascoliana memoria, e che non ha bisogno di ulteriori conflittualità, egoismi, protagonismi insensati.

Dalle graduatorie d’istituto, ai servizi di pulizia: tutte le novità del decreto milleproroghe

da Il Sole 24 Ore

Dalle graduatorie d’istituto, ai servizi di pulizia: tutte le novità del decreto milleproroghe

di Alessia Tripodi

Più tempo per il pagamento dei lavori finanziati con il decreto del fare e per l’adeguamento antisismico degli edifici scolastici. Proroga di un anno per i contratti dei ricercatori universitari a tempo determinato e possibilità per i docenti precari di restare altri due anni nelle graduatorie di circolo e di istituto. Sono le principali novità per il comparto della scuola e dell’università previste dal decreto milleproroghe del Governo che sbarca oggi in Parlamento. Si tratta invece ancora per la proroga di due mesi per l’emanazione delle nove deleghe Buona Scuola.

I contenuti del decreto
La norma prevede la possibilità per gli enti locali beneficiari del finanziamento previsti dal decreto legge n. 69 del 2013 (cosiddetto decreto del fare) di utilizzare le risorse per interventi già autorizzati e finanziati e di differirne il pagamento dei lavori fino al 31 dicembre 2017. Tale proroga si rende necessaria in quanto, essendo state reinvestite le economie di gara, gli enti beneficiari delle stesse hanno provveduto ad aggiudicare solo entro il 29 febbraio 2016, con conseguente ritardo sull’esecuzione dei lavori. Si tratta, infatti – precisa la norma – di interventi i cui importi non potevano consentire da un punto di vista tecnico la completa esecuzione entro il 2016.
Viene poi fissato al 31 dicembre 2017 il termine per l’adeguamento alla normativa antincendio degli edifici scolastici e dei locali adibiti a scuola per i quali non si sia ancora provveduto al predetto adeguamento.

Ricercatori, proroga dei contratti
La norma interviene autorizza le università a prorogare fino al 31 dicembre 2017, con risorse a carico del proprio bilancio e previo parere favorevole del dipartimento di afferenza, i contratti di ricercatori a tempo determinato previsti dall’articolo 24, comma 3, lettera b), della legge 30 dicembre 2010, n. 240, in scadenza prima della medesima data, i cui titolari non hanno partecipato all’abilitazione scientifica nazionale (Asn).
Con il milleproroghe, pertanto, viene consentita la proroga per un ulteriore anno ai titolari di tali contratti, a condizione che i docenti abbiano superato la valutazione prevista nel terzo anno di contratto. In tal modo, i titolari del contratto in questione potranno partecipare alle procedure per il conseguimento dell’Asn di cui all’articolo 16 della legge n. 240 del 2010, entro il termine di scadenza della proroga.

Docenti precari, altri due anni nelle graduatorie
I docenti precari privi di abilitazione potranno restare nelle graduatorie di circolo e istituto fino all’anno scolastico 2019/2020. Il decreto milleproroghe posticipa infatti la scadenza fissata al termine dell’anno scolastico 2016/2017, dalla legge sulla Buona scuola.

Servizi di pulizia, ex Lsu
Il decreto riduce poi di 11.851 unità rispetto alle necessità delle scuole l’organico dei collaboratori scolastici a livello nazionale. Le scuole coprono i servizi di pulizia che il personale mancante non può erogare, tramite l’acquisizione di contratti di servizio con ditte esterne. Ciò accade in quasi tutte le regioni, con particolare concentrazione nel Centro-Sud.
Allo stato attuale, spiega il decreto, i contratti di servizio impiegano circa 18.625 persone che corrispondono a 13.136 unità lavorative a tempo pieno equivalente a fronte, come già detto,
della necessità di sostituire 11.851 collaboratori scolastici. Nell’ambito dei suddetti 18.625 lavoratori delle imprese esterne, sono compresi circa 479 dipendenti di c0operative attive nella provincia di Palermo,che sostituiscono l’opera di 350 collaboratori scolastici. La presente norma proroga al 31 dicembre 2017 i rapporti convenzionali in essere attivati dall’ufficio scolastico provinciale di Palermo a seguito del subentro dello stato
nei compiti degli enti locali (ai sensi dell’articolo 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124) già prorogati ininterrottamente (fino al 31 dicembre 2016) per lo svolgimento di funzioni corrispondenti a quelle di collaboratore scolastico. A tal fine dispone che il termine del 31 dicembre 2016 di cui all’articolo 1, comma 215, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, è differito al 31 dicembre 2017.

Criteri per chiamata diretta: anche per l’Anac vanno definiti con il collegio

da La Tecnica della Scuola

Criteri per chiamata diretta: anche per l’Anac vanno definiti con il collegio

Il prossimo anno, la cosiddetta “chiamata diretta” (al Ministero ci tengono ad utilizzare la formula “chiamata per competenze”) potrebbe cambiare, pur senza derogare alla legge.

Si sta molto parlando, in questi giorni, di un intervento diretto anche da parte degli organi collegiali: la “regola” potrebbe essere recepita da uno specifico accordo (una sorta di sequenza contrattuale) previsto dall’intesa politica sottoscritta lo scorso 29 dicembre.
In realtà se si vanno a leggere le linee guida deliberate già nell’aprile scorso dall’Autorità nazionale anticorruzione si scopre che in quella delibera c’era già tutto, sarebbe bastato applicarla.
L’Anac, infatti, aveva già detto che le procedure di “conferimento di incarichi di docenza” rappresentano attività a rischio di corruzione.

In particolare, la delibera dell’Anac, si riferisce proprio a possibili  “discriminazioni e favoritismi nell’individuazione all’interno degli ambiti territoriali del personale cui conferire incarichi”.

Per evitare tali rischi l’Anac aveva già individuato le contromisure del caso:
1) definizione, anche attraverso la consultazione con gli organi collegiali, e pubblicazione, sul sito internet della scuola, dei criteri oggettivi per l’attribuzione di incarichi
2) diramazione di circolari esplicative dei criteri
3) pubblicazione tempestiva degli incarichi di docenza conferiti

Un accordo ministero-sindacati basato su questi criteri sarebbe perfettamente legittimo e avrebbe persino il benestare dell’Anac e del Dipartimento della Funzione Pubblica.

Chiamata diretta, sarà il Collegio dei docenti a scegliere i requisiti

da La Tecnica della Scuola

Chiamata diretta, sarà il Collegio dei docenti a scegliere i requisiti

La chiamata diretta è destinata a notevoli modifiche. Ma come faranno i docenti titolari di ambito ad avere l’incarico triennale su una scuola?

L’intesa politica sulla mobilità 2017/2018 ha toccato anche la sfera della criticatissima chiamata diretta dei docenti titolari di ambito da parte dei dirigenti scolastici.

Si tratterà di un passaggio, fondato su principi di imparzialità e trasparenza, in modo da annullare la discrezionalità dirigenziale, basandosi su di una tabella nazionale di requisiti, che saranno pattuiti nel contratto della mobilità 2017/2018.

Quindi, appare evidente dall’intesa politica sottoscritta il 29 dicembre 2016, che la “Chiamata” dei docenti da ambito a scuola, non sarà lasciata alla discrezionalità del dirigente di turno, ma sarà predisposta sulla base di una vera e propria delibera del Collegio docenti.

In buona sostanza, il Collegio docenti dovrà decidere sulla base di una decina o poco più di requisiti stabiliti dal contratto della mobilità 2017/2018, quali sono più attinenti ai fabbisogni della scuola, in modo che il Dirigente scolastico dovrà chiamare il docente titolare di ambito più titolato per sottoporgli l’opportunità di un incarico triennale.

Bisogna sapere che dopo l’accettazione dell’incarico triennale, ciò probabilmente verrà specificato anche nel contratto di mobilità in via di approvazione e varrà soltanto a partire dall’anno 2017/2018, con il docente che dovrebbe restare vincolato alla scuola in cui ha sottoscritto il contratto per tre anni scolastici.

Per quanto attiene i requisiti che dovrebbero essere valutabili, si parla di esperienze professionali specifiche, consolidate e certificabili.

Per capire meglio di ciò che stiamo parlando si potrebbe azzardare a fare l’esempio di qualche requisito che potrebbe essere oggetto del contratto: “una seconda laurea, un dottorato di ricerca, una specializzazione pluriennale universitaria, oppure l’esperienza professionale acquisita ad es. in almeno 3 anni di servizio in scuole collocate in aree a rischio e a forte processo immigratorio o nell’educazione degli adulti”.

Ovviamente questa nuova chiamata diretta, introdotta per rimediare alle criticità emerse con quella pensata nella legge 107/2015, andrebbe a contrastare i commi dal 79 al 82 della medesima legge.

A questo punto, la domanda che in molti addetti ai lavori si pongono è: “il governo Gentiloni modificherà con un’altra legge le norme della Buona Scuola modificate per via contrattuale?”.

Fedeli: “Inclusione e superamento delle barriere siano sempre obiettivo prioritario”

da La Tecnica della Scuola

Fedeli: “Inclusione e superamento delle barriere siano sempre obiettivo prioritario”

“L’inclusione, il superamento delle barriere e degli ostacoli alla conoscenza devono essere sempre la nostra priorità”. Così la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, in occasione della Giornata internazionale dedicata all’alfabeto Braille. La Giornata è stata indetta in memoria di Louis Braille, nato il 4 gennaio 1809, e della sua invenzione che ha cambiato l’approccio alla lettura per i non vedenti.

“In Italia la scuola è in cammino da tempo sulla strada dell’inclusione e del superamento delle barriere. Tutti insieme dobbiamo continuare a lavorare per migliorare la qualità dell’apprendimento e della vita scolastica degli alunni con disabilità. Dobbiamo farlo in sinergia con le famiglie, le associazioni, il territorio, consapevoli che ogni differenza può trasformarsi in occasione di arricchimento e crescita per l’intera comunità scolastica”, conclude Fedeli.

Contratto d’Istituto, nella scuola si firma più di altri comparti: quasi mai l’atto unilaterale

da La Tecnica della Scuola

Contratto d’Istituto, nella scuola si firma più di altri comparti: quasi mai l’atto unilaterale

Nel pubblico impiego la Scuola è il comparto maggiormente ‘attivo’ per la contrattazione di secondo livello con cui si decide del salario accessorio.

Si tratta di quei compensi che riguardano la parte retributiva legata a premi, indennità e progressioni economiche: ebbene, nelle nostre scuole il 50% delle sedi ha sottoscritto le intese interne (al tavolo con le Rsu) e trasmesso di conseguenza il contratto all’amministrazione centrale. Il comparto che tallona la scuola, sempre per percentuale di contratti stipulati, è l’università con il 48,5%.

I dati sono contenuti in un report realizzato dall’Aran, l’agenzia che rappresenta il governo nelle trattative, che ha rendicontato la trasmissione dei contratti, da parte delle amministrazioni, avvenuta via web: una nuova procedura che semplifica i passaggi relativi e che consente di disporre di “dati più ampi e più facili da monitorare”, spiega l’Agenzia.

Complessivamente, nel primo semestre del 2016 sono stati trasmessi 7.165 contratti integrativi, per un tasso di contrattazione pari al 34,1%: quindi l’intesa risulta essere stata raggiunta in un’amministrazione su tre.

Quanto alla tipologia del contratto, nel 57,5% dei casi ha natura normativa, ovvero stabilisce i criteri che regolano premi, indennità, progressioni economiche (le materie tipiche dell’accessorio). Nel 36,4% invece si tratta di contratti puramente economici, di ripartizione delle risorse.

Una fetta residua riguarda la contrattazione su specifici aspetti.

Un dato indicativo riguarda il ricorso all’atto unilaterale, limitato all’1,3% del totale (95 atti contro 7.070 contratti): ricordiamo che si arriva a questa formula contrattuale nei casi in cui le Rsu (in maggioranza) decidono di non sottoscrivere il contratto. Che, a quel punto, viene redatto dal solo dirigente, a nome della parte pubblica.

L’Aran ricorda che, stando al Testo unico sul lavoro pubblico, “gli atti unilaterali possono essere adottati al fine di assicurare la continuità e il migliore svolgimento della funzione pubblica, qualora non si raggiunga l’accordo per la stipulazione di un contratto collettivo integrativo”.