Revisione classi di concorso

Alla Ministra dell’Istruzione

Al Parlamento della Repubblica

Al Consiglio Superiore P.I.

Alle organizzazioni sindacali

e pc.               alla stampa

 

In riferimento alla ipotesi di revisione delle tabelle delle nuove classi di concorso di cui al D.P.R. 19/2016, al parere del CSPI e che sarà oggetto di una seduta di informativa il 9 gennaio 2017 , che contiene , tra le tante correzioni e/o integrazioni, anche quella relativa all’ ammissione “ad esaurimento limitatamente alla salvaguardia della titolarità” della classe di concorso A-50 (Scienze) agli insegnamenti di “Geografia” negli Istituti professionali e tecnici, il Coordinamento SOS Geografia fa rilevare :

  • il riordino delle classi di concorso , frutto peraltro di un lungo lavoro di elaborazione e mediazione politica, prevede che la Geografia debba essere insegnata esclusivamente dai docenti abilitati nella A021 – Geografia;
  • la ratio di tale disposizione è da ricercarsi nella specificità della formazione richiesta dagli insegnamenti in oggetto, nonché nella specificità dell’ insegnamento, derivante dalla confluenza di indirizzi nei quali esso era affidato esclusivamente alla classe 39/A, ora A-21 (nota MIUR 679/2012);
  • per troppo tempo, e in assenza del provvedimento di rango regolamentare richiesto, gli insegnamenti di “Geografia” sono stati illegittimamente affidati anche a classi di concorso non aventi titolo (c.d. atipicità) al fine di limitare esuberi e salvaguardare la titolarità del personale di ruolo; nonostante l’ illegittimità, lo stesso regime si è protratto anche durante lo scorso A.S. (D.D. 414/2016 e 635/2016), pur in presenza del provvedimento di rango regolamentare richiesto, rappresentato dal D.P.R. 19/2016 e senza alcuna motivazione a legittimarne la deroga ;
  • il protrarsi del regime di atipicità non è conforme ai principi di buon andamento e imparzialità dell’ Amministrazione in quanto avviene: a) in violazione dell’ art. 33 comma 5 Costituzione, che prescrive un Esame di Stato per l’ esercizio all’ abilitazione professionale; b) in violazione del D.Lgs. 206/2007, che prescrive l’ abilitazione professionale per l’ esercizio di professioni regolamentate; c) in violazione dell’ art. 97 comma 2 Costituzione e del D.Lgs. 165/2001, che prescrivono l’ obbligo della conformità alla Legge degli atti e delle operazioni di determinazione degli organici, secondo gli ordinamenti di ciascuna P.A. . A fortiori appare pertanto illegittimo qualunque provvedimento inteso a protrarre il regime di atipicità di attribuzione degli insegnamenti di “Geografia”;
  • alla luce delle modifiche introdotte dalla L. 107/2015, è inoltre evidente come la legittima salvaguardia della titolarità di docenti della classe A-50 debba avvenire attraverso iniziative di potenziamento dell’ offerta formativa con riferimento alle competenze matematico-logiche e scientifiche (art. 1 comma 7 lett. b) L. 107/2015) e non , ancora una volta, attraverso l’ introduzione del regime delle atipicità per decreto;
  • non si comprende per quale motivo in uno Stato ,che dovrebbe essere di diritto , per alcuni docenti (A050) il “diritto” non vale ma vale esclusivamente il proprio tornaconto a detrimento di altri (A021) che hanno legittimamente investito sulla propria formazione, conseguito l’abilitazione e superato il concorso;
  • una tale proposta genererebbe un’ulteriore erosione delle già poche cattedre di Geografia a detrimento anche dei vincitori dell’ultimo e recente concorso che già in questo A.S. non sono stati immessi in ruolo ;
  • è palesemente anticostituzionale , oltre che dannoso e diseducativo per gli studenti ,affidare l’insegnamento di una disciplina a chi non la conosce (art. 33 della Costituzione);
  • sarebbe stupefacente il comportamento di quei sindacati,  i quali per la Costituzione sono organizzazioni democratiche, che eventualmente sostenessero una simile proposta ignorando i diritti di TUTTI i lavoratori (che dovrebbero rappresentare) e prestandosi alle manovre corporative di classi di concorso più rilevanti solo da un punto di vista numerico;
  • ci auguriamo che queste proposte vengano ritirate da chi le ha formulate e chiediamo a tutti i destinatari di questo documento una netta presa di posizione in merito .

Tutto ciò premesso , il Coordinamento SOS Geografia fa appello alla Ministra, al Parlamento e agli Organi competenti affinché la vergogna delle cattedre atipiche cessi una volta per tutte e avvenga la piena e totale restituzione, legittimamente prevista, delle ore degli insegnamenti di “Geografia” e “Geografia generale ed economica” ai lavoratori della classe A021, in accordo col dettato costituzionale e a beneficio e tutela dell’ interesse generale, della qualità della formazione degli studenti e della dignità dei lavoratori della classe A-21, già troppo penalizzati dall’eliminazione della disciplina in molti indirizzi.

 

Per il Coordinamento Nazionale SOS Geografia

Prof. Riccardo Canesi

Per Tullio de Mauro

La scomparsa di Tullio De Mauro non può non interessare il mondo della Scuola e quella parte del corpo docente che vuole guardare al di là del proprio naso. I suoi libri sono e saranno un riferimento alto (perché non stiamo parlando di un accademico qualunque, ma di uno dei grandi studiosi del secondo Novecento) per chiunque voglia ragionare seriamente sull’educazione linguistica delle giovani generazioni, sulla civiltà di un paese, sulla sua cultura, sull’amore per la lingua, la storia e la cultura italiana – ovviamente non in chiave nazionalistica o identitaria, ma di coscienza di una tradizione da non disperdere.

E non può non interessare un sindacato come il nostro, che cerca di coniugare la difesa della condizione dei lavoratori e la qualità dei progetti formativi, il senso sociale dell’educazione e la negazione ormai sempre più palese di una funzione di avanzamento collettivo degli istituti ad esso deputati.

Altri parleranno del De Mauro linguista, glottologo, filosofo del linguaggio; altri ripercorreranno la sua precoce (aveva 31 anni) importantissima opera, Storia Linguistica dell’Italia Unita, dove per primo e in modo più analitico e critico ha saputo raccontare la storia dell’unificazione linguistica dell’Italia e dunque dell’unificazione del paese stesso, mettendone in rilievo gli aspetti positivi, come i momenti e le vicende anche violente che hanno caratterizzato questa unificazione, gli spaventosi squilibri territoriali, i molteplici fattori che l’hanno prodotta (dalla scuola alla televisione, senza mettere tutto sullo stesso piano, ma anche senza lo snobismo di chi crede che la cultura si produca solo a livello alto).

A noi sembra utile ricordare che di scuola si è sempre occupato, così come di analfabetismo ed alfabetizzazione. Ancora negli ultimi anni ha scritto più di un intervento, sia accademico che giornalistico, sul grave gap esistente tra la padronanza orale della lingua nazionale da parte della maggioranza degli italiani e la loro capacità di decodifica e produzione nella lingua scritta, assolutamente insufficiente. Più volte, statistiche e ricerche internazionali alla mano, ha mostrato come in Italia sia diffuso l’analfabetismo funzionale, sottolineando la gravità di una situazione come questa ed indicando nell’alfabetizzazione delle giovani generazioni e nella loro formazione una delle strade maestre per far sì che la maggioranza degli italiani possa “utilizzare” e comprendere la propria lingua in modo adeguato anche nella sua espressione più colta ed elaborata, quella scritta. La sua riflessione di accademico si è quindi sempre indirizzata verso il riconoscimento dell’importanza e della ricchezza della varietà linguistica e storica di questo paese e verso la necessità che lo Stato riconoscesse, sostenesse e rafforzasse l’azione della scuola della Repubblica, allo scopo di rendere il più possibili omogenee le opportunità linguistiche, culturali e dunque, in ultima analisi, di vita dei cittadini di questo paese.

Sempre in questa direzione, negli ultimi anni, ha più volte criticato le (pseudo)riforme che si sono susseguite, sia quelle della Scuola che dell’Università. E, se sulla recente riforma dell’Università aveva avuto modo di dichiarare che era meglio il niente della riforma che si stava operando, nonostante il grande bisogno di rinnovamento delle Università italiane, sulla riforma della scuola del Governo Renzi, la cosiddetta Buona Scuola, si era espresso in termini di “salto nel vuoto”, definendo la riforma vaga e poco attenta ai modi e ai tempi di realizzazione di quel cambiamento che pure da sempre sosteneva come essenziale, soprattutto per la scuola Secondaria Superiore che lamentava ferma alla Riforma Gentile. Era stato critico sia sul largo potere che la riforma concede ai Dirigenti Scolastici sia sul sistema di valutazione dei docenti e non aveva risparmiato parole dure per “la classe politica, imprenditoriale” che, a suo dire “ha sempre nutrito una diffidenza verso l’istruzione”. “Queste classi” aveva avuto modo di dichiarare” non amano la crescita del livello d’istruzione.”

Va però anche sottolineato che le sue parole non hanno sempre corrisposto al suo operato politico. Egli, come ricordano oggi molti giornali, è stato infatti anche Ministro dell’Istruzione del governo Amato, tra il 2000 e il 2001, e in quella veste ha tentato una riforma dei cicli con il taglio di un anno della Scuola Media Inferiore, per portare il percorso di studi da 8 a 7 gli anni di scuola complessivi, oltreché il passaggio dal rigido “programma” al “curricolo”, nel tentativo di far ricadere buona parte delle scelte di quanto si deve studiare a scuola sulle singole scuole e sui docenti, eliminando le indicazioni provenienti dal Ministero, a favore dell’elaborazione di percorsi di studi commisurati “alle realtà degli allievi e delle singole realtà scolastiche e ambientali”. La sua riforma, come molte altre, non vide la luce, perché il governo cambiò prima che fosse messa in pratica, ma, come appare chiaro anche solo da queste brevi righe, si poneva in perfetta continuità con la Riforma Berlinguer e con tutti i tentativi più o meno riusciti di modifica della Scuola Pubblica Statale che si sono susseguiti nei 15 anni successivi. La direzione è quella stabilita nel 1995 dal Libro Bianco dell’Istruzione, quella che ha affiancato e incoraggiato il percorso di trasformazione della società europea in società della conoscenza. Quell’idea di sistema di istruzione e formazione che a partire dagli assunti del liberismo capitalista sostituisce la società del welfare e della scuola di tutti e per tutti, con una società di saperi tecnici volti ad formare soggetti il più e il meglio possibile al servizio del mercato. Quella visione dell’istruzione che mira a formare l’attitudine all’occupazione, ovvero l’attitudine ad essere a piena e totale disposizione del mercato e di chi lo governa. Quella visione in cui la scuola forma buoni tecnici, ma non persone critiche e pienamente pensanti. Quella strategia che il Consiglio Europeo adottò pienamente a Lisbona nel 2000: “diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo” e che viene confermata negli obiettivi di Europa 2020. Una visione della società e della scuola che mira a preparare i giovani al mercato e a formare in modo continuo i lavoratori alla cultura di impresa, una cultura di impresa che informa ogni aspetto della vita, senza che i soggetti investiti da questa cultura se ne rendano conto. E non è un caso che De Mauro sia sempre stato un grande sostenitore della formazione continua.

Viene dunque naturale domandarsi come uno studioso acuto e profondo come Tullio De Mauro non abbia voluto o potuto vedere con chiarezza come la sua azione si inserisse in un quadro che tanto lontano ci avrebbe portato e ci sta, in effetti, portando dalla visione di cultura, di formazione, di conoscenza, di comunicazione che lui stesso ha difeso con il suo lavoro accademico. Lui, come molti altri intellettuali della sua generazione, non è stato in grado di affrancarsi dal modello imposto da questa società capitalista e neoliberista e si è reso compartecipe di trasformazioni – volute prevalentemente in ambienti di centro-sinistra e filoCGIL – le cui conseguenze ci portiamo e ci porteremo addosso per anni.

Può apparire di cattivo gusto ricordarne oggi le contraddizioni, ma a noi non interessano le contraddizioni dell’uomo, quanto la contraddizione tra i punti più elevati del suo magistero e il mondo politico-culturale che egli ha condiviso. Si tratta, come sempre, di usare libri e pensiero di questi grandi studiosi contro la società che li ha prodotti. Riprendere un ragionamento sugli strumenti della crescita culturale collettiva significa mettersi in contraddizione stridente e violenta con la buona scuola; riprendere il filo della tradizione linguistica, storica, letteraria italiana, dare strumenti di lettura (dei testi e della realtà) alle giovani generazioni (per lui, profondo conoscitore e ammiratore di Don Milani) significa aprirgli gli occhi sul vuoto di prospettive future che le alternanze scuola-lavoro o provvedimenti simili, vogliono provare a mascherare. In questo senso e con questa intenzione ci sembra importante ricordare Tullio De Mauro.

AL RIENTRO A SCUOLA ATTIVI SCHOOL BONUS

AL RIENTRO A SCUOLA ATTIVI SCHOOL BONUS, VOGLIAMO EQUITÀ E FINANZIAMENTI STATALI!

E’ ormai tutto pronto per dare il via allo School Bonus, provvedimento che permetterà ai privati di finanziare quasi del tutto direttamente le scuole italiane, sia quelle statali che quelle paritarie. Il provvedimento era stato inserito originariamente nel ddl “Buona Scuola” ed era stato successivamente modificato a seguito del parere della commissione Finanze al senato. Un emendamento della legge di Stabilità 2017 ha però reinserito le specifiche della manovra nei binari originari, prevedendo che il 90% dell’erogazione liberale venga destinato direttamente alla singola scuola e che solo il 10% vada ad un fondo nazionale di redistribuzione e mantendendo il credito d’imposta al 65% per il primo anno e al 50% per il secondo.

Giammarco Manfreda, Coordinatore Nazionale della Rete degli Studenti Medi, dichiara:” Siamo estremamente convinti che l’istruzione, in primis quella pubblica, sia il primo motore di una società sana. Per questo pensiamo che sia inaccettabile delegare il funzionamento delle strutture scolastiche ad enti privati che così facendo si sostituiscono ad uno dei ruoli fondamentali dello stato: garantire un’istruzione di qualità per tutte e per tutti. Le perplessità che avanziamo non sono dovute a solo ideologismo ma a preoccupanti storture che potrebbero generarsi con l’ingresso facilitato di capitali privati nella scuola pubblica. Infatti è innegabile che qualsiasi ente privato abbia degli interessi, interessi che non sempre potrebbero coincidere con ciò di cui la scuola italiana ha veramente bisogno al momento. Il rischio maggiore è quello di creare una situazione in cui scuole che dimostrano un’eccellenza possano attrarre il maggior numero di sovvenzionamenti, mentre le strutture che vivono già ora una condizione di estrema difficoltà vengano lasciate ancora più indietro, creando una situazione di disparità che a lungo andare diventerebbe incolmabile. Inoltre la strutturazione delle percentuali, con un divario abissale tra un 90 ed un 10 per cento come in questo caso, non fa altro che aumentare le nostre perplessità e criticità nei confronti dello “school bonus”. “

Continua Manfreda:” L’unico modo per evitare che si vengano a creare scuole di serie A e scuole di serie B, come già denunciato in precedenza a partire dal primo disegno di legge della “Buona Scuola”, è che il governo italiano scelga di investire seriamente in materia di diritto allo studio, facendo sì che sia lo stato il primo garante dei servizi fondamentali. La scuola italiana versa tuttora in una condizione estremamente difficile e permettere ai privati di incidere così pesantemente nel futuro dell’istruzione non è la risposta ai nostri problemi, anzi data la nettezza geografica con il quale è suddivisa la ricchezza nel nostro paese, questo sistema potrebbe acuire le immense disparità presenti tra le scuole del Nord Italia e quelle del Sud, oppure tra i celebri licei dei centri città a discapito delle scuole della periferia. Per questo abbiamo deciso che ci mobiliteremo sin dal primo giorno del rientro a scuola dalla pausa Natalizia, il 9 gennaio, per esprimere la nostre contrarietà ma anche per chiedere un modello di scuola alternativo, che sia garante di uguaglianza e che sia in grado di offrire una formazione valida ad ogni singolo studente.”

Chiediamo che si faccia un grosso passo indietro su questo provvedimento, vogliamo che si concretizzino le parole dette alla caduta del governo Renzi, dove si ammettevano le colpe di una riforma malfatta e speriamo che la nuova Ministra dell’Istruzione colga l’occasione di poter definire una cesura con chi l’ha preceduta. Saremo pronti ad eventuali confronti che speriamo si possano aprire al più presto con le istituzioni, non possiamo più permettere che le sorti della pubblica istruzione vengano decise a prescindere da un confronto con le organizzazioni studentesche.

Giammarco Manfreda

La genesi dell’economia e la perdita della sovranità monetaria

La genesi dell’economia e la perdita della sovranità monetaria

di Luigi Manfrecola

 

In linea teorica l’economia è stata ed è lo strumento utilizzato dalle Comunità per regolare gli scambi di prestazioni fra i cittadini in modo da assicurare la sopravvivenza e il soddisfacimento dei comuni bisogni.

Dalle primitive forma di baratto, si è poi gradualmente passati ad un sistema più efficiente creando un mezzo convenzionale (LA MONETA) cui attribuire un valore di scambio che si legasse al potere di transazione di cui ciascun cittadino potesse disporre. In origine, dunque, a ciascun membro della comunità sarebbe toccata una disponibilità di moneta-valore proporzionata al lavoro prestato in favore degli altri….

Con il nascere dello Stato, cui la Comunità conferisce il potere di regolamentare la vita pubblica, evidentemente la Moneta diviene strumento “pubblico” anch’esso e da gestirsi in maniera centralizzata , così da amministrare e regolare gli scambi fra i cittadini stessi ai quali andrebbe garantita una più o meno equa distribuzione.

“Più o meno” equa distribuzione poiché da subito gli Organismi sociali cui viene ad essere delegato il Potere (per fatto di nascita o in via elettiva) utilizzano tale leva strumentale per una distribuzione DISCREZIONALE che consenta di premiare alcuni più “vicini” al Governo o ritenuti più utili per l’ordine statuale, così da far nascere altrettante classi sociali (in origine premiando Sacerdoti e Guerrieri in maniera preferenziale rispetto al cosiddetto popolo minuto…).

Di conseguenza, il criterio di “utilità sociale” viene ad essere subito distorto ed inquinato dal Potere costituitosi.

E tuttavia, ciascuno Stato, dovendo sopravvivere, non può fare a meno di assicurare le condizioni generalizzate di un pur minimo sostentamento per tutti i cittadini.

Secondo la moderna Teoria della Moneta, dunque, lo Stato che amministra il denaro è anche quello che lo crea (lo stampa) e ne dispone a piacimento senza alcuna altra preoccupazione che quella di dover “costringere” i cittadini a farne uso per le comuni esigenze di libero scambio.

Fino a quando dispone d’una tale SOVRANITA’ monetaria, ciascuno Stato non ha alcun obbligo di limitare l’emanazione di moneta per assicurare un cosiddetto equilibrio di bilancio e può garantire velocità e distribuzione del denaro messo in circolo proprio in funzione delle necessità che si manifestano.

Così, in periodi di stagnazione degli scambi e di carenza di denaro, può battere più moneta incrementando la spesa sociale a favore dei poveri e dando impulso all’economia mediante il varo di opere pubbliche che creino occasioni di lavoro e le moltiplichino.

Per conservare l’equilibrio del sistema, in caso di inflazione, può – viceversa -azionare più rigidamente la leva fiscale per prelevare e sottrarre parte della massa di moneta circolante con una Tassazione che, teoricamente, dovrebbe puntare anch’essa al riequilibrio distributivo: maggiormente penalizzando chi abbia accumulato maggiori riserve di denaro.

Ciò significa che in tale sistema la tassazione non vale a finanziare la spesa pubblica poiché non è detto che lo Stato debba sempre spendere in maniera proporzionale a quanto drena e incassa dal basso mediante le tassazioni stesse.

PERTANTO NON SUSSISTE ALCUNA OBBLIGATA RAGIONE CHE DEBBA INDURRE UNO STATO A GARANTIRE L’EQUILIBRIO DI BILANCIO se esso può gestire sovranamente la propria economia.

Se un problema viene a crearsi, ciò dipende dai vincoli di un MERCATO GLOBALIZZATO e dominato da un’insensata speculazione parassitaria fine a se stessa che è il punto d’approdo di un’ideologia capitalistica e finanziaria avida e vampiresca.

Se tutto quanto abbiamo detto è vero, come è vero, possiamo temporaneamente ricavarne alcune considerazioni, riservandoci per l’immediato futuro l’approfondimento ulteriore del discorso.

1) Lo Stato è e deve restare il PRIMO GARANTE del lavoro con il necessario investimento di risorse economiche (che poi ritorneranno successivamente mediante le leve fiscali), da concepire come mezzo naturalmente e doverosamente utilizzabile per le pubbliche finalità per le quali è nato , come è nel PATTO SOCIALE originario.

2) Considerata l’assoluta arbitrarietà dei mezzi impiegabili, come sosteneva Keynes, si potrebbe arrivare al paradosso di creare anche artificialmente le occasioni di lavoro e di sostentamento per tutti mettendo alcuni a scavare fossi ed altri a riempirli subito dopo.

3) Aver ceduto la SOVRANITA’ monetaria significa aver ceduto all’ottusa Germania ed alla sedicente, surrettizia e fittizia Comunita’ Europea lo scettro per amministrare “ad libitum” ed ideologicamente i destini dei nostri giovani senza futuro.


Sottrarre denaro dal circuito economico – mediante una politica finalizzata a garantire un “surplus “del bilancio statale – equivale a costringere i cittadini a ridurre le spese e ad impoverirsi o a indebitarsi presso il sistema creditizio . Da ciò deriva, oltre tutto, il trasferimento di risorse economiche nazionali ad un settore (quello creditizio o bancario) che ha ormai dimensioni transnazionali e che alimenta in modo gigantesco il DEBITO PUBBLICO del Paese, mettendoci, una volta di più, alla mercé della finanza speculativa e ricattatoria. Si crea, insomma, quel circuito nefasto per cui possono essere poi programmati dei veri e propri attacchi ad un Paese che si veda/giudica indebolito per il grosso Debito Pubblico accumulato. (Ma , per inciso, andrebbe osservato che non ha senso alcuno che uno Stato, che dovrebbe amministrare equilibratamente le pubbliche risorse, non lo faccia e consenta una   disparità distributiva tale da indurlo poi a chiedere in prestito denaro dai cittadini stessi per poter alimentare quella spesa sociale che sarebbe suo prioritario dovere garantire in primis…).

Riportando testualmente da Wikipedia > “In situazione di deficit pubblico, lo stato dotato di sovranità monetaria immette moneta nel sistema economico onde finanziare l’acquisto di beni e servizi dai privati e dalle aziende private le quali di conseguenza pagano i loro dipendenti con questo denaro creando perciò un effetto a catena che condiziona la massa monetaria circolante e la velocità di circolazione della moneta. Questo processo tende a ridurre la richiesta di prestiti nei confronti del settore del credito. Si abbassano così anche i tassi di interesse richiesti dal settore del credito per la concessione di prestiti ai privati”.

Il che , in soldoni, vuol dire che una politica economica condotta e sviluppata ” in disavanzo” , immettendo risorse nel Sistema prima ancora di recuperare tali risorse con la successiva leva fiscale, costituisce uno shock positivo per la crescita economica e per l’occupazione ( e l’America di Obama proprio in tal senso docet…) .

Ma in Italia, come si è detto, la SOVRANITÀ MONETARIA non l’abbiamo conservata, purtroppo….

A questo punto, il riferimento a James Kenneth GALBRAITH è d’obbligo, alla faccia di quei colleghi , Soloni dell’Economia, che ne hanno contestato le teorie in virtù della comoda propensione  alle elucubrazioni accademiche per puri giochi intellettuali, tenendosi ben distanti dalla realtà e dalle sofferenze sociali che non li hanno fin qui toccati, proprio in quanto Grandi Sacerdoti del Potere Finanziario mondiale.

Per questa stessa ragione non approfondiamo qui il discorso nelle sue presunte implicazioni derivate dalla teoria (TMM) di cui si è colto il cuore, perché deve bastarne solo il cuore…

Viceversa. faremmo il gioco dei Gran Sacerdoti si ci mettessimo anche noi a cianciare di Transazioni orizzontali e verticali, di Bilancia dei pagamenti, di Importazioni e di Esportazioni …e chi più ne ha più ne metta…

E tuttavia, qualche mostro sacro preferiamo invocarlo proprio a chiusura di questa breve nota. A scanso di equivoci e per non essere tacciati di arbitrarietà…Penso che possa bastare, accanto al parere di Galbraith, l’altrettanto inequivocabile e recente testimonianza di un Nobel per l’Economia, un tale Paul KRUGMAN.

Ebbene, anche questo Gran Sacerdote – in polemica con molti colleghi e all’incalzare della crisi del 2008 in negli USA (peraltro ormai risolta proprio nel senso da lui indicato) – scriveva in “Fuori da questa crisi. adesso   : “Ciò che impedisce la ripresa è una mancanza di lucidità intellettuale e di volontà politica: Ed è compito di tutti coloro che possono fare la differenza, dagli economisti ai politici, ai cittadini responsabili, fare tutto ciò che è in loro potere per rimediare a quella carenza. Possiamo mettere fine a questa depressione: dobbiamo reclamare politiche che vadano in quel senso a partire da oggi stesso. Uno dei temi principali di questo libro è che un’economia profondamente depressa, dove con la manovra sui tassi di interesse le autorità monetarie non possono controllare praticamente nulla,abbiamo bisogno di PIU’ SPESA PUBBLICA, non il contrario. L’incremento della spesa federale mise fine alla Grande Depressione, e oggi abbiamo bisogno di un processo analogo…..In ogni caso, per capire come funziona l’economia, dovremmo ragionare in base all’evidenza empirica e non al pregiudizio. E uno dei pochi benefici di questa depressione è stato il diffondersi di studi economici sugli effetti intervenuti (negativamente fin qui > N.D.R.) nella spesa governativa. (pagg.258-259). ….Fortunatamente, i ricercatori del Fondo Monetario Internazionale si sono sobbarcati questo lavoro, identificando non meno di 173 casi di austerità fiscale nei paesi avanzati tra il 1978 ed il 2009. E hanno scoperto che a politiche di austerità fanno seguito la contrazione dell’economia e l’incremento della disoccupazione (Pag. 266).

Superiori di 4 anni, la sperimentazione si allarga a 100 prime classi

da Il Sole 24 Ore

Superiori di 4 anni, la sperimentazione si allarga a 100 prime classi

di Claudio Tucci

Se non è una novità assoluta per il mondo della scuola, davvero poco ci manca: il ministero dell’Istruzione ha deciso di “rispolverare” il decreto che fissa le regole per l’avvio di una sperimentazione, su scala nazionale, delle superiori della durata di quattro anni (anziché dei canonici cinque).

La novità
L’idea è autorizzare 100 prime classi degli istituti scolastici del secondo ciclo, e quindi tutti: licei, tecnici e professionali, statali e paritari, ad attuare progetti di abbreviazione (di un anno) del percorso di studi, e far così uscire i ragazzi dalle aule a 18 anni, così come avviene, da tempo, in molti paesi europei (tra cui Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, Ungheria, Romania – in Finlandia l’ultima campanella suona, addirittura, a 17 anni).

Il decreto del Miur
Il progetto risale nel tempo: negli scorsi anni partirono alcuni esperimenti in una manciata di licei e istituti tecnici, parte statali e parte paritari; poi il tutto si arenò, complici anche le forti resistenze sindacali per via degli impatti sugli organici. Il dossier venne ripreso e approfondito dall’ex ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, che, dopo l’estate, ha proposto una serie di modifiche, ma poi, a causa pure della crisi del governo Renzi, si è nuovamente arenato: adesso l’articolato, 7 articoli in tutto, è pronto e sta per riprendere l’iter amministrativo: la prossima settimana il decreto arriverà sul tavolo del Cspi (il Consiglio superiore della pubblica istruzione, l’organo tecnico-consultivo del Miur) per il parere. Poi potrà essere adottato dalla neo ministra Valeria Fedeli (i successivi passi sono Corte dei conti e pubblicazione ufficiale). Le novità, quindi, non arriveranno subito il prossimo anno (le iscrizioni iniziano il 16 gennaio per chiudersi il 6 febbraio); ma, più realisticamente, se tutto filerà liscio, si partirà a settembre 2018.

Gli obiettivi della sperimentazione
Del resto, il tema è importante, e i paletti fissati dal dicastero di Viale Trastevere sono piuttosto rigidi: il corso di studi “quadriennale” dovrà garantire, anche attraverso la flessibilità didattica e organizzativa, l’insegnamento di tutte le discipline previste dall’indirizzo di riferimento in modo da assicurare ai ragazzi il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e delle competenze previste per il quinto anno di corso (entro ovviamente il “nuovo” termine del quarto anno). Insomma, non è un nuovo indirizzo di studi, ma una vera e propria sperimentazione metodologica, fanno sapere dal Miur: l’esame di Stato rimane lo stesso, e identico sarà anche il diploma finale conseguito dagli alunni. Il senso di questa iniziativa è capire se in quattro anni si riusciranno a raggiungere i medesimi obiettivi formativi di un percorso quinquennale: per questo in una stessa scuola ci dovranno essere una classe a 4 anni e classi a 5 proprio per consentire l’opportuno confronto.

I progetti delle scuole
Le scuole interessate a partecipare alla sperimentazione dovranno presentare un progetto, caratterizzato, è scritto nel decreto, da «un elevato livello di innovazione» didattica. Si potrà chiedere l’attivazione di prime classi con in media 25-30 alunni (saranno quindi bocciate aule con pochi studenti). Il percorso di studi “abbreviato” dovrà poi prevedere un potenziamento delle lingue, anche attraverso la metodologia Clil; bisognerà, pure, valorizzare le attività laboratoriali e le tecnologie digitali; oltre ovviamente a un generale rafforzamento del curriculo, a partire dall’alternanza scuola-lavoro obbligatoria e attraverso la partecipazione a progetti di mobilità internazionale. Sarà necessario, inoltre, rimodulare il calendario scolastico ed eventualmente potenziare l’orario settimanale delle lezioni (da circa 900 ore annue per 5 anni si potrà passare a 1.000-1.050 ore per 4 anni nei licei). «È una sperimentazione molto seria – spiega il sottosegretario, Gabriele Toccafondi -. E ci aspettiamo dalle scuole progetti validi».

La valutazione del ministero
Anche perché l’iter valutativo previsto dall’articolato è decisamente rigido: le proposte progettuali degli istituti inviate al ministero verranno infatti giudicate da una commissione di esperti; una volta acceso semaforo verde toccherà, poi, a un comitato scientifico regionale, costituito presso ogni Usr, monitorare, anno dopo anno, lo svolgimento del corso quadriennale. Spetterà infine a un comitato scientifico nazionale, insediato al Miur, tirare le somme della sperimentazione, e decidere, eventualmente, se andare avanti con il progetto, e, in questo caso, proporre una modifica agli ordinamenti scolastici.

Un progetto che guarda agli studenti e innova la didattica

da Il Sole 24 Ore

Un progetto che guarda agli studenti e innova la didattica

di Daniele Checchi

Il progetto ministeriale di sperimentare una riduzione a quattro anni delle scuole superiori ha diversi pregi, anche se non rende espliciti gli scopi ultimi dell’iniziativa. Iniziata tre anni fa per concessione ministeriale ad alcune scuole statali e paritarie, la riduzione della durata scolastica sembrava rispondere all’esigenza di ceti sociali più elevati, che intendono avviare precocemente i propri figli agli stadi successivi della carriera formativa e lavorativa. Così come gli alunni anticipatari (i famosi “primini”) sono sempre provenuti da famiglie istruite che consideravano una perdita di tempo sottomettere i loro figli all’abbecedario (quando erano già in grado di leggere), così oggi probabilmente le stesse famiglie ritengono eccessivamente dispersiva la massa dei contenuti insegnati nella scuola secondaria, e ne invocano una sintesi e possibilmente una diversificazione verso competenze più appetite dal mercato (inglese, tecnologie, esperienza lavorativa).

In questo contesto ben ha fatto il ministero dell’Istruzione nel mettere a bando tra le scuole la possibilità di condurre questa sperimentazione. Si tratta di una sperimentazione su scala ridotta (100 classi equivalgono a 2.500-3mila studenti, pari allo 0,6% di ogni coorte di età che entra alle superiori), che tuttavia permette ad ogni ordine di scuola (e quindi non solo ai licei paritari) di concorrere sulla base della propria capacità organizzativa e innovativa nel ridisegnare il percorso. La presenza di molti aspiranti farà la gioia domani dei valutatori, i quali potranno confrontare i destini scolastici di classi ammesse con quelli di classi escluse, persino all’interno della stessa scuola, ottenendo così informazioni preziose sugli effetti dell’accorciamento del percorso.

Altrettanto importante è la precisazione che la sperimentazione debba assicurare agli studenti «il raggiungimento degli obiettivi specifici di apprendimento e delle competenze previsti per il quinto anno di corso, entro il termine del quarto anno» attraverso «adeguamento e rimodulazione del calendario scolastico e dell’orario settimanale delle lezioni… al fine di compensare la riduzione di una annualità del percorso scolastico». Questa precisazione è fondamentale per caratterizzare la sperimentazione non come una riduzione mascherata dell’organico docente. Quindi una sperimentazione didattico-organizzativa in positivo.

Tuttavia a me non sono chiarissimi gli incentivi di scuola e di sistema al promuovere questa sperimentazione. Se si leggono i criteri con cui verranno selezionate le scuole ammesse, tutto sembra molto orientato verso i «…processi di continuità e orientamento verso i percorsi universitari e postsecondari». Le scuole che offrano tale sperimentazione sono quindi scuole che intendono attrarre studenti particolarmente motivati, prefigurando quindi percorsi di eccellenza. Il nostro sistema scolastico è fortunatamente ancora in grado di promuovere le eccellenze, e non ho dubbi che non mancheranno scuole che competono nell’attrarre buoni studenti.

Meno chiaro è invece quale sia il guadagno di efficienza di questa proposta a livello di sistema. Sappiamo che sono gli indirizzi tecnici e professionali che soffrono i maggiori tassi di abbandono scolastico, e che quindi beneficerebbero maggiormente di un accorciamento della durata degli studi, possibilmente accompagnato da un innalzamento dell’obbligo scolastico. La durata quinquennale della scuola secondaria nasce sull’ipotesi di assicurare competenze adeguate per tutti per l’accesso universitario indipendentemente dall’indirizzo conseguito. Ma invece di imporre una durata uguale per tutti, non sarebbe forse meglio seguire uno schema modulare, sulla falsariga del modello inglese, che concentri nei primi anni della scuola superiore i contenuti necessari per una adeguata partecipazione sociale e lavorativa, e permetta negli anni finali, a questo punto resi opzionali, di prepararsi adeguatamente al percorso universitario? La principale controindicazione di questa impostazione sta però nel fatto che il nostro paese ha bisogno di un numero maggiore di persone con formazione terziaria, in quanto siamo il paese europeo con il più basso tasso di laureati. Offrire una via di fuoriuscita al terzo o al quarto anno rischierebbe di accentuare il fenomeno.

In ogni caso la sperimentazione non fornisce indicazioni utili a riguardo, in quanto punta a rafforzare studenti che già sono orientati verso la prosecuzione degli studi. Forse sarebbe stato più efficace approfondire l’efficacia dell’alternanza scuola-lavoro immaginando sì un percorso scolastico svolto in quattro anni, cui affiancare un anno di servizio civile dove le competenze acquisite entrassero a far parte della valutazione finale dello studente.

Da Profumo alla Fedeli, superiori di 4 anni e informatica: quel filo rosso che lega le ultime riforme

da La Tecnica della Scuola

Da Profumo alla Fedeli, superiori di 4 anni e informatica: quel filo rosso che lega le ultime riforme

Correva l’anno 2013 e il governo Monti si prestava a lasciare la staffetta al governo Letta.

Il ministero dell’Istruzione guidato da Francesco Profumo pubblicava un atto di indirizzo che si sarebbe potuto leggere come un invito al prossimo governo e ai suoi diretti successori in quel momento da individuare (sarebbe arrivata a Viale Trastevere Maria Chiara Carrozza) in cui presentava i provvedimenti principali ai quali il nuovo esecutivo avrebbe dovuto dare continuità.

Quel Ministro, Ingegnere, Rettore prestato alla politica, che nella congiuntura economica in cui operava il governo di cui faceva parte, all’atto del suo insediamento non aveva presentato idee rivoluzionarie forse per la consapevolezza del breve tempo in cui avrebbe potuto operare, nei suo 15 mesi di guida a Viale Trastevere si era dovuto smentire, perché gran parte della sua azione amministrativa avrebbe inciso e non poco su gran parte dell’assetto scolastico italiano.

Quell’atto d’indirizzo, puntava a riformare la scuola italiana mettendo in primo piano, questioni che erano rimaste nel cassetto e mai effettivamente e decisamente affrontate, cosa che invece dopo decenni, Profumo aveva concretamente cominciato a fare.

Basta pensare al concorso per diventare insegnanti al quale parteciparono più di 300.000 concorrenti, molti dei quali oggi sono in cattedra, più di quelli previsti secondo il modello di reclutamento all’epoca adottato.

Vero è che sarebbe stato interessante verificare in un arco di tempo più largo l’azione dell’allora Ministro, a cui va senz’altro il merito di avere dato lo start e dettato una scaletta che gli altri governi in campo scolastico in parte hanno seguito e spesso disordinatamente e ahimè in qualche caso maldestramente gestito.

Non è questa la sede per fare un bilancio dei meriti e/o demeriti di questo o quel ministro, ma è senz’altro interessante rispolverare quell’atto d’indirizzo che fra le altre cose mirava a ridurre di un anno il percorso scolastico e che oggi sembra avere subito nella sua sperimentazione un impulso da parte del neo ministro Fedeli.

Per non dimenticare dell’innovazione tecnologica che pur limitata negli anni di Monti dai tagli che lo stesso Profumo equamente distribuì su tutto il settore scolastico, rappresentano per quest’ultimo uno dei principali successi: fu proprio sotto quel Ministero che entrò a regime il plico telematico per le tracce di maturità e le iscrizioni online.

E nell’atto d’indirizzo si legge ancora fra le priorità “Sviluppo delle azioni delle performance del sistema scolastico con particolare riferimento agli apprendimenti e alle competenze degli alunni” nonché “implementazione e sviluppo di modelli ed interventi di edilizia scolastica e messa in sicurezza delle scuole”.

Fra le cose che invece sembrano essere cadute nel dimenticatoio, forse perché non di immediato impatto, c’è qualche punto in quell’atto d’indirizzo che riguarda “le politiche di riorganizzazione e ammodernamento del Ministero.

Politiche per l’efficienza gestionale” in cui si pone l’obiettivo di razionalizzare l’organizzazione amministrativa dell’amministrazione centrale (ci sono molti uffici inutili e mancano molti di quelli utili come avviene anche in altri Ministeri) e l’obiettivo di procedere ad una nuova configurazione della rete periferica del MIUR nella prospettiva di una migliore allocazione di funzioni amministrative fra Stato e Regioni.

Caduto nel dimenticatoio infine un altro obiettivo di cui soprattutto l’ultimo governo si sarebbe potuto avvalere, ovvero le risorse umane.

“Per completare l’organico del MIUR – scrive Profumo – occorre selezionare nuovi profili professionali, sia a livello dirigenziale che delle altre aree funzionali (ad esempio statistici, informatici, ingegneri gestionali) con specifiche competenze tecnico-scientifiche, che possano affiancare ed integrare con specifiche competenze tecnico-scientifiche , la tradizionale cultura giuridica e amministrativo contabile del personale delle Amministrazioni dello Stato”.

Non v’è dubbio che una maggiore sinergia fra cultura giuridica ed informatica nell’era dell’algoritmo forse avrebbe potuto evitare tanti errori e qualche paradosso.

Insomma, se un filo rosso, fra i vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni è possibile trovarlo, non c’è dubbio che in materia scolastica il documento di Profumo, rappresenta un interessante riferimento.