I ragazzi italiani scrivono male in italiano. Stupisce chi si stupisce

Scuola=
on. Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana):
I ragazzi italiani scrivono male in italiano.
Stupisce chi si stupisce: sono gli effetti dello smantellamento della scuola pubblica

Stupisce chi si stupisce dell’allarme lanciato  da centinaia di docenti universitari: molti, troppi ragazzi scrivono male, leggono poco e faticano ad esprimersi. Quando la politica e le Istituzioni pensano che la scuola e il sistema di formazione siano solo qualcosa di indistinto e non utile per il futuro del Paese in cui tagliare a piu’ non posso, questi sono i risultati.
Lo afferma Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana.
Oppure  – prosegue l’esponente della sinistra – qualcuno davvero pensava che avere avuto ministri dell’Istruzione come Moratti, Gelmini, Giannini che hanno contraddistinto l’azione politica dei governi con enormi tagli alle risorse e nessun investimento non avrebbe avuto effetti?
Il nostro Paese sta semplicemente  raccogliendo i frutti dello smantellamento della scuola pubblica. Invece delle 3 I berlusconiane e delle slide renziane sarebbe servito tutto l’opposto.
Ma quando lo comprendera’ – conclude Fratoianni –  la classe politica italiana?

La famiglia tra definizioni e descrizioni

La famiglia tra definizioni e descrizioni

di Margherita Marzario

Abstract: L’Autrice ci offre una pagina di sociologia giuridica con l’intento di riaffermare la vitalità della famiglia

 

“Nonostante la famiglia sia un’istituzione sociale pressoché universale, non è facile identificare quali siano le proprietà che universalmente caratterizzano la famiglia e soltanto essa. Le varie definizioni che sono state proposte sono insoddisfacenti per una ragione o per l’altra”: quello che scriveva il sociologo Alessandro Cavalli negli anni ’70 vale ancor di più nel XXI secolo.

Lo psicologo Pasquale Borsellino, ai giorni nostri, risponde alle perplessità passate e presenti sulla famiglia: “Eppure, nonostante le sue fragilità, la famiglia rimane l’unica ancora di salvezza, l’unica strada attraverso la quale sprigionare buone pratiche, perché è il luogo degli affetti, delle relazioni, della crescita e dell’integrazione del maschile e del femminile, nonché il luogo in cui si esprimono responsabilità riconosciute e condivise e in cui le generazioni possono stabilire rapporti di reciprocità. La famiglia può essere un sistema auto generativo, ovvero capace di mettere a disposizione la propria energia e le proprie competenze per la crescita dei figli, per la loro educazione e per la crescita della coppia genitoriale (generatività familiare), per la cura e l’investimento nei legami e nei rapporti sociali (generatività sociale) e infine per la comunità all’interno della quale è inserita (generatività comunitaria)”. La famiglia, “cellula fondamentale della società” (Parte I n. 16 Carta sociale europea riveduta nel 1996): “cellula” (diminutivo di “cella”), etimologicamente significa “stanza, nido, luogo dove si nasconde”. È questa la natura che contraddistingue la famiglia e che la famiglia dovrebbe recuperare.

Il sociologo Francesco Belletti[1] aggiunge: “In effetti la famiglia è oggettivamente una risorsa insostituibile per la società, ma la società non se ne accorge e forse non vuole nemmeno farlo. […] Si parla troppo di famiglia tradizionale come se fosse un residuo del passato e il futuro fosse nelle famiglie “allargate”, ricomposte, divise e rimesse insieme, ma oggi la vera rivoluzione è quella di chi ancora crede che fare famiglia sia un progetto stabile di dono reciproco. I veri rivoluzionari sono quelli che resistono. […] È un’urgenza l’idea stessa di persona che oggi viene strumentalizzata per i desideri dell’individuo. Mi preoccupa la prospettiva dei bambini costruiti in provetta, la dimenticanza del diritto dei figli ad avere un papà e una mamma, l’idea stessa che il maschile e il femminile siano una scelta della persona e non la differenza che genera l’umanità. […] Un’altra sfida radicale è che la società sostenga la famiglia anziché spremerla come un limone. Troppe volte si dice che la famiglia è il potente ammortizzatore sociale del Paese, ma così le famiglie, anziché sostenute, vengono sfruttate e schiacciate dai propri bisogni. Un’altra urgenza riguarda invece l’educazione delle famiglie a diventare soggetto sociale […]. Accogliere i percorsi accidentati significa riaffermare la bellezza della famiglia e richiamare tutti all’ideale alto. Non si tratta della famiglia del Mulino Bianco, ma di riconoscere che anche le storie famigliari più solide possono attraversare crisi, fatiche e difficoltà”. Nell’art. 16 par. 3 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si legge: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato”.

Etimologicamente “nucleo” deriva da “noce”, “tenere, tenere insieme, aggruppare”: la famiglia è dove nasce e si crea quello che e sarà la persona. “Ogni nato è a suo modo speciale – dice il bioeticista Paolo Marino Cattorini –, è «indaco», ha un colore miracoloso e un potenziale di sviluppo creativo che vanno difesi dalle contaminazioni di una società omologante e di un’ecologia intossicata”. Nel paragrafo “Creare ambienti favorevoli” della Carta di Ottawa per la promozione della salute del 1986 vi è scritto: “Gli inestricabili legami che esistono tra le persone e il loro ambiente costituiscono la base per un approccio socio-ecologico alla salute”. Il primo ambiente socio-ecologico è la famiglia, tanto che si parla sempre più frequentemente di “ecologia familiare”. Ricordando che “eco-“ deriva dal greco “oikia, oikos” che significa casa, come l’ebraico “baith” (che diventa “beth” in unione con un’altra parola): entrambi i termini, quello greco e quello ebraico, possono essere usati per indicare la famiglia o il gruppo familiare, proprio perché casa e famiglia s’identificano come punto di riferimento nella vita di ognuno, in cui ritrovare sicurezza e riservatezza.

Il teologo e scrittore gesuita Antonio Spadaro afferma: “La famiglia è un viaggio impegnativo, come lo è tutta la vita, del resto. E sono incalcolabili la forza, la carica di umanità in essa contenute: l’aiuto reciproco, le relazioni che crescono con il crescere delle persone, la generatività, l’accompagnamento educativo, la condivisione delle gioie e delle difficoltà. La famiglia è il luogo in cui si vive la «gioia dell’amore»”. Come recita il Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia: “Convinti che la famiglia, quale nucleo fondamentale della società e quale ambiente naturale per la crescita ed il benessere di tutti i suoi membri ed in particolare dei fanciulli debba ricevere l’assistenza e la protezione necessarie per assumere pienamente le sue responsabilità all’interno della comunità”.

Lo psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Fantoni precisa: “È incomprensibile la cieca intensità di un sentimento, che è difficile chiamare amore. Un legame inquieto e combattuto che non trova pace e serenità. […] La molla di questo sentimento è l’onnipotenza, cioè l’idea di poter modificare un’altra persona attraverso la dedizione costante e il sacrificio di sé. Un pensiero illusorio, perché nessuno può cambiare nessuno: né il genitore cambia il figlio, né il marito la moglie, o viceversa, né il maestro l’allievo o il terapeuta il paziente. Anche perché nessuno può arrogarsi questo diritto. Semmai nelle relazioni ci si modifica reciprocamente imparando ad ascoltarsi, rispettarsi e camminare sulla stessa strada. Ma questa è una scoperta che si fa crescendo”. Quel “crescere” (letteralmente “andare formandosi”) che è stato aggiunto nell’art. 315 bis comma 2 cod. civ., dove si dispone: “Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti”. In famiglia si cresce, o si dovrebbe crescere, nell’amore e con amore, in famiglia si pratica, si apprende, si esperisce l’amore, non solo all’inizio ma ad ogni inizio. L’amore, scaturigine di salute e ben-essere, come descritto anche nel paragrafo “Entrare nel futuro” della Carta di Ottawa: “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si studia, si lavora, si gioca e si ama. La salute è creata prendendosi cura di se stessi e degli altri, essendo capaci di prendere decisioni e di avere il controllo sulle diverse circostanze della vita, garantendo che la società in cui uno vive sia in grado di creare le condizioni che permettono a tutti i suoi membri di raggiungere la salute”. Formulazione che si addice alla famiglia, al processo di crescita della famiglia e in famiglia.

“[…] si può apprendere un’arte solo nelle botteghe di coloro che con quella si guadagnano la vita” (lo scrittore inglese Samuel Butler). La famiglia è (o dovrebbe tornare ad essere) bottega (etimologicamente da “porre in disparte”) dell’arte di amare, di comunicare, di vivere, senza demandare o domandare continuamente ad altre figure (dallo psicologo all’animatore per le feste): anche questo è il senso della locuzione “società naturale” espressa nell’art. 29 della Costituzione. La famiglia è una società, è società, per cui è inutile lamentarsi e deresponsabilizzarsi addossando tutto ad un’astratta o fantomatica società. La famiglia non deve essere né raccoglitore né inceneritore del mondo circostante, ma motore e propulsore.

Il giornalista Paolo Perazzolo analizza: “Essere genitori non è mai stato facile, ma la sensazione è che, oggi, la sfida di essere padri e madri capaci di crescere i propri figli sia ancora più difficile, ancora più impegnativa. Se non altro per il convergere di due fattori: la rivoluzione tecnologica con l’invasione di telefonini, tablet e Facebook vari da una parte e, dall’altra, il trovarsi immersi in un’epoca nella quale i riferimenti consolidati del passato sono venuti meno (i sociologi la chiamano “società liquida”, a indicare l’infrangersi delle certezze e l’incessante mutamento dei modelli)”. Già nella prima metà del ‘900, Cesare Pavese annotava: “Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con l’altro”. La famiglia: dove si rompe la propria solitudine e si comunica con l’altro e non dove ci si chiude nella propria solitudine e si rompe la comunicazione con l’altro. La famiglia di oggi, esasperata da crisi e altri problemi, recuperi questa dimensione che è la sua vera identità e che rimane l’unica risorsa incorruttibile per se stessa e per la società intera. Anche la scrittrice Mariapia Veladiano lancia il suo appello: “L’essenza della paura è la solitudine. Da soli tutto spaventa, quando si è insieme anche le esperienze più tremende possono essere affrontate. “Insieme è nulla la paura”: è un’iperbole, un’esagerazione, che vale solo nel rapporto d’amore più profondo. Ma in misura diversa è sempre un po’ così”. Se si riscoprisse che la famiglia è mettersi a servizio (dal latino “famul, famulus”, servo, servitore; colui che conosce e custodisce tutto in casa), ci sarebbe meno “paura di vivere”, tra l’altro meno casi di depressione, in particolare meno casi di depressione infantile o altre patologie, “riconosciuto che il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

Famiglia: ritrovarsi tutti in quei pochi che contano, raccogliersi attorno allo stesso centro, raccontarsi storie nella stessa intima lingua, vivere i momenti che restano impressi nella ferialità e nelle feste. Come descrive lo scrittore Erri De Luca: «“La doppia vita dei numeri” proviene dalle feste nella mia piccola famiglia d’origine, quando quei pochi c’erano tutti… La sera di capodanno si allestiva la tombola e accadeva il prodigio di estrarre dal canestro dei numeri una folla di storie in una lingua nostra»[2]. Parole che riecheggiano quelle dello scrittore Fulvio Ervas: “[…] una perfetta sintonia, non c’è bisogno di altro, come quando senti l’amore che si diffonde e ha il sapore di un liquido dolce”.

La famiglia nasce da una scelta d’amore e dovrebbe continuare ad essere fonte di amore nella quotidianità, nonostante le difficoltà e proprio nelle difficoltà. Come le crescenti difficoltà relazionali, soprattutto tra affini, tra suocere e nuore, o tra cognati/e. Per esempio “cognato/a”, deriva etimologicamente da “nato insieme”: per cui non sia solo un’etichetta da appiccicare, ma una relazione da edificare e vivificare ricordando che vanno rispettati i diritti relazionali di tutti e in particolare dei bambini.

La famiglia, però, oltre ad essere culla d’amore, è anche stata ed è patologica e patogena, l’ambiente in cui, talvolta più di ogni altro, vengono a mancare il rispetto, lo “sguardo attento”, e l’ascolto, il “silenzio accogliente”. Il filosofo Immanuel Kant metteva in guardia: “La mancanza della vista ti isola dagli oggetti, la mancanza dell’udito ti isola dalle persone”. La mancanza dello sguardo e dell’udito isola nella famiglia, dalla famiglia. La con-divisione familiare da umili “servitori” (secondo l’etimo di famiglia) sia fondamentalmente “pane” (etimologicamente dal verbo “pascere”, “nutrire, dar da mangiare, far crescere, sostenere, proteggere”, come la stessa radice della parola “padre”) da spezzare, perché si mette l’impegno nello spezzarlo e si disperdono le briciole da raccogliere, come briciole d’amore per chi dovesse averne bisogno, perché piccolo o invisibile agli occhi o inudibile alle orecchie, per trascuratezza o stanchezza. La famiglia non può non essere sorgente e scuola di vita.

[1] F. Belletti in “La famiglia costruisce la società. Un valore “aggiunto” per tutti”, San Paolo Edizioni 2015

[2] E. De Luca in “La doppia vita dei numeri”, Feltrinelli 2012

Donazioni alle scuole? Una da 7,50 euro e solo 27 in un anno

da Corriere della sera

Donazioni alle scuole? Una da 7,50 euro e solo 27 in un anno

Lo «school bonus» prevede detrazioni per privati e aziende. Magro bilancio: raccolti 58 mila euro

Ventisette donatori. In tutta Italia. E sembra quasi una beffa quell’immagine con una grande aiuola circondata da bambini che salutano sorridenti intorno alla scritta «grazie». Grazie a quegli unici 27 benefattori che in tutto il Paese hanno deciso di donare qualche soldo alla loro scuola per renderla più bella o per rimetterla a posto. Ventisette donazioni su oltre 8.500 scuole. E l’immagine dei ragazzini ideata per invitare a dare «a chi ti ha dato tanto» e che «per anni è stata una seconda casa» sbiadisce un po’.

È il primo (magro) bilancio dello «school bonus», la possibilità prevista dalla legge 107 della Buona scuola di avere un credito d’imposta fino a un massimo di 100 mila euro per chi fa donazioni in favore delle scuole. Vale sia per gli istituti statali sia per quelli paritari. Così si può partecipare alla manutenzione o alla realizzazione di strutture scolastiche (laboratori, palestre, mense) e sostenere azioni per migliorare l’occupabilità degli studenti e avere in cambio detrazioni fiscali pari al 65% della cifra donata.

Il 2016 è stato il primo anno in cui il meccanismo dello «school bonus» è entrato nelle scuole. C’è da sperare che il 2017 sia più generoso. In tutto sono stati raccolti 58 mila euro, versati da famiglie e aziende. Quattro imprese hanno donato diecimila euro ciascuna per la realizzazione di nuovi laboratori informatici. Nove famiglie hanno donato cifre entro i 100 euro. Altri 13, tra famiglie e aziende hanno dato tra i 100 e i 500 euro. Un benefattore ha regalato 7 euro e 50 centesimi. E per questa cifra ha chiesto di usufruire del credito d’imposta.

La novità magari è stata poco pubblicizzata e le famiglie che già versano ogni anno alle scuole il contributo volontario magari hanno pensato che lo «school bonus» fosse la stessa cosa. E poi forse scoraggia anche la trafila burocratica del versamento alle scuole statali con il lungo viaggio del bonus che va alla Tesoreria di Stato, passa al ministero delle Finanze, poi alla Ragioneria, poi al ministero dell’Istruzione e finalmente arriva alla scuola, decurtato di un 10% che finisce in un fondo destinato alle scuole meno «fortunate». Per le scuole paritarie invece il meccanismo è più immediato: i soldi vengono versati direttamente nel conto corrente dell’istituto (con l’obbligo però di togliere il 10 per cento per il fondo).

Ecco perché al Miur si sta studiando un sistema affinché anche per le statali il bonus vada direttamente alla scuola indicata, senza ritardi burocratici, perché «chi versa possa vedere subito come vengono utilizzati i propri soldi».

Claudia Voltattorni cvoltattorni@corriere.it

Avremo nelle scuole il “pedagogista grafologo multifunzionale”

da La Tecnica della Scuola

Avremo nelle scuole il “pedagogista grafologo multifunzionale”

In tutte le istituzioni scolastiche italiane dovrà essere istituita la figura del “pedagogista grafologo multicompetenza”.
Lo prevede un disegno di legge a firma della senatrice pentastellata Enza Blundo che presenterà ufficialmente l’iniziativa nel pomeriggio di lunedì 6 febbraio  presso il  Palazzo Beni Spagnoli a Roma.
L’idea della senatrice del M5S è quella di avere in ogni scuola una figura professionale in grado di facilitare i processi di apprendimento e di ridurre i fenomeni di bullismo, disagio e dispersione scolastica.
“L’obiettivo – spiega Enza Blundo – è quello di introdurre nelle scuole un’importante figura di raccordo tra famiglia e realtà scolastica, capace di valorizzare le potenzialità di ciascun minore, nonché  individuare in via preventiva tutte quelle difficoltà , legate a motivazioni di carattere personale, relazionale ed emotive, che possono condizionare negativamente il percorso scolastico, qualora non vengano adeguatamente affrontate”.
Il disegno di legge è formato da 8 articoli che esaminano nel dettaglio i molteplici aspetti dell’operazione: dalla formazione dei “pedagogisti grafologi”  (per acquisire tale titolo bisognerà frequentare un apposito corso specialistico post-laurea), al piano straordinario di assunzioni finanziato utilizzando particolari entrate di natura fiscale fino all’aggiornamento dei docenti delle scuole.
In proposito un articolo del disegno di legge entra anche nel dettaglio: i corsi di formazione per gli insegnanti dovranno essere frequentati da almeno due docenti per plesso; al termine si prevede il  rilascio di  “regolare attestato di frequenza che confluirà nell’aggiornamento relativo al curriculum europeo e al fascicolo dell’insegnante”.
Una proposta, quella della Blundo, un po’ in controtendenza con l’idea di digitalizzazione spinta che il M5S propugna da anni: c’è infatti da chiedersi a cosa servano i pedagogisti grafologi se già dalla prima elementare i bambini devono iniziare a scrivere con PC e tablet.

In arrivo decreto contro assenteismo e scarso rendimento

da La Tecnica della Scuola

In arrivo decreto contro assenteismo e scarso rendimento

Il decreto anti-furbetti dall’assenza facile e dallo scarso rendimento sarebbe pronto per essere approvato dal Consiglio dei ministri del 17 febbraio.

Il ministro Madia nel suo decreto specifica le sanzioni disciplinari che toccheranno a chi si assenta senza un giustificato e riscontrato motivo e le penalizzazioni salariali per chi è scarsamente produttivo. Un decreto di tolleranza zero contro chi abusa delle certificazioni mediche per allungare il week end, ammalandosi proprio di sabato o lunedì senza essere effettivamente malato.

Nel decreto Madia sarà dato risalto all’importanza dei codici etici e di comportamento, per cui i dipendenti pubblici e quindi anche gli insegnanti o i dirigenti scolastici che commettono gravi e reiterate violazioni del codice di comportamento, rischieranno il licenziamento.

Sarà anche attuata una pesante sanzione, nei casi più gravi, per il responsabile dell’ufficio che davanti agli illeciti si volta dall’altra parte. In buona sostanza si darà molta importanza a tutto quello che riguarda l’etica della responsabilità, ognuno per il suo ruolo.

Sembrerebbe che all’interno del decreto ci sia un elenco con 10 punti che mettono in evidenza i casi che espongono il lavoratore al rischio sanzione o addirittura a quello del licenziamento.

Si tratta di un decreto che adotta di fatto il codice etico del comportamento dei dipendenti pubblici, che inasprisce le sanzioni disciplinari di chi sbaglia e che accorcia i tempi delle azioni disciplinari.

Questo decreto dovrebbe essere anche ripreso nei suoi principi fondamentali, nella riscrittura del Testo Unico della scuola che dovrebbe vedere la luce attraverso un apposito disegno di legge.

Mobilità 2017, assegnazione provvisoria per tutti o solo per le categorie protette?

da La Tecnica della Scuola

Mobilità 2017, assegnazione provvisoria per tutti o solo per le categorie protette?

A chi saranno destinate le assegnazioni provvisorie dell’anno scolastico 2017/18?

Gli unici sicuri (si intende che potranno presentare domanda, altra cosa è ottenerla), sono al momento i lavoratori della scuola che assistono bambini o anziani con invalidità medio-alta, oppure sono in possesso dei benefici della L.104/92.

Al momento, invece, rimangono in forse tutti gli assunti della Buona Scuola. Che sono in alto numero, nell’ordine di decine di migliaia.

La domanda che molti ci pongono è la seguente: verrà confermata la deroga al blocco triennale dell’anno in corso, attuata nell’anno in corsi sia per i trasferimenti, sia per le assegnazioni provvisorie?

La logica, trattandosi dello stesso personale e di condizioni analoghe all’anno precedente, indurrebbe a dire di sì. Ma i dubbi permangono.

Perché è vero che quest’anno per beneficiare dell’assegnazione annuale (rigorosamente su ambito territoriale, trattandosi di assunti dopo il 2014) non sono servite motivazioni estreme: in tanti, alla resa dei conti, l’hanno ottenuta pur non rientrando nella casistica della patologia o invalidità grave, né nell’assistenza a parenti-affini disabili o che necessitano di assistenza.

Ma è altrettanto vero che qualche giorno fa la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ha detto che la deroga nel 2017 verrà accordata “solo ad alcune categorie di docenti”.  Per molti, le sue parole sono state intese come una restrizione dei requisiti. E questa possibilità ha fatto entrare in angoscia proprio i tanti che quest’anno hanno potuto beneficiare della deroga e spostarsi in una sede vicino casa.

“È difficile capire come mai la ministra Fedeli ritenga che si possa garantire la continuità non concedendo l’assegnazione provvisoria a docenti che, sbattuti a migliaia di chilometri da casa, certamente non appena la legge lo consentirà cercheranno un riavvicinamento alle proprie famiglie”, ci dice la professoressa Anna Maria Scuderi, assunta proprio a seguito del piano straordinario della L.107/15.

“Tutti, compresi i sindacati – continua la docente -, gioiscono del fatto che è stato firmato il contratto integrativo, che si potrà inserire la preferenza per qualche scuola e che per quest’anno verrà tolto eccezionalmente il vincolo triennale per i trasferimenti. Ma nessuno dice che questi trasferimenti (solo qualche manciata di posti per provincia) riusciranno a soddisfare solo qualche fortunato docente”.

“E agli altri che non usufruiranno del trasferimento, cosa accadrà? Perché se di esodo (sebbene qualcuno storca il naso all’udire tale termine) si poteva parlare l’anno scorso, di esodo si dovrà continuare a parlare anche per il prossimo anno, dato che i trasferimenti potranno soddisfare solo pochi”.
La docente chiude il suo intervento con un appello alle “organizzazioni sindacali, che dovrebbero rappresentarci: pongano la questione nelle sedi competenti”.

E qui sta il punto: il modello da adottare su utilizzazioni e assegnazioni provvisorie sinora è stato affrontato solo nelle linee generali. L’idea del ministero dell’Istruzione è quella, espressa anche da Fedeli, di ridurne la portata, tornando così all’antico. Ma è anche vero che il testo che si andrà a sottoscrivere dovrà passare per il tavolo di contrattazione. E difficilmente i sindacati rappresentativi faranno passare un testo che arretra sui benefici di cui hanno goduto quest’anno tanti neo-assunti spostati su sedi lontane.

A tanti di loro, ad iniziare dagli 8mila della Fase B assunti lontano da casa, il Miur ha concesso quell’assegnazione provvisoria in deroga, che il comma 108 della L.107/15 prevedeva solo per l’a.s. 2015/16.

Per favorire una risposta positiva alle domande presentate, oltre che per ridurre la portata dei ricorsi a seguito degli errori dell’algoritmo (perché ci sono pure quelli che lontano non dovevano andare, almeno 6-7mila), si è poi deciso di collocare quei docenti pure sui posti di potenziamento. Gli stessi che ora sperano nel bis, per poi tentare la lotteria del trasferimento nel 2018.

School Bonus: un flop annunciato

da La Tecnica della Scuola

School Bonus: un flop annunciato

La vicenda dello school bonus potrebbe essere riassunta in 4 parole: tanto rumore per nulla.
Quando venne approvata la legge 107 la norma che consente ai privati di fare elargizioni alle scuole e di ottenere qualche beneficio fiscale accadde di tutto e di più
L’intero schieramento del “no 107” si disse contrario, con la motivazione: “Questo farà sì che ci saranno scuole di serie A e scuole di serie B perchè nei territori meno ‘ricchi’ nessuno farà elargizioni”.
In realtà sarebbe bastato leggere con attenzione la norma per capire che nel concreto non sarebbe accaduto proprio nulla: i contributi, innanzitutto, devono essere “destinati – si legge al comma 145 della legge 107 – agli investimenti in favore di tutti gli istituti del sistema nazionale di istruzione, per la realizzazione di nuove strutture scolastiche, la manutenzione e il potenziamento di quelle esistenti e per il sostegno a interventi che migliorino l’occupabilità degli studenti”.
Ma poi c’è la procedura che è particolarmente complicata, tanto che per far arrivare i fondi alla scuola interessata occorre almeno un anno dal momento dell’erogazione (senza contare che comunque il Miur trattiene il 10% di tutto per distribuirlo fra tutte le altre scuole).
Adesso sono stati resi noti i dati sui contributi versati dai privati nel 2016: si tratta di 58mila euro, derivanti da 4 contributi di 10mila euro ciascuno erogati da altrettante aziende; il resto deriva da modeste elargizioni di qualche decina di famiglie.
E a questo si tratta di capire cosa se ne farà mai una scuola di 100-200 euro per la manutenzione?  Cambieranno due rubinetti o uno sciacquone?
Ma la polemica adesso si sta spostando sul fatto che la trafila per le scuole paritarie è decisamente più semplice perchè i soldi vanno direttamente dal “benefattore” alla scuola.
Pare quindi che al Ministero stiano lavorando per semplificare le cose anche per le scuole statali.
E pensare che a suo tempo il movimento no-107 aveva persino dedicato tempo ed energie per raccogliere le 500mila firme necessarie per sottoporre la norma a referendum, quando invece sarebbe bastato aspettare che lo school bonus morisse di morte naturale.