Performance formative e professionali delle donne

PIU’ BRAVE A SCUOLA E ALL’UNIVERSITA’,
MA PENALIZZATE SUL MERCATO DEL LAVORO

Le donne italiane sono più brillanti lungo il percorso formativo rispetto agli uomini ma scontano un forte divario in termini occupazionali, contrattuali e retributivi.

Bologna, 6 marzo 2017 – Le donne italiane registrano risultati più brillanti lungo il percorso formativo e in quasi tutti gli indirizzi di studio rispetto ai colleghi maschi, ma sul mercato del lavoro scontano ancora un forte divario in termini non solo occupazionali e contrattuali, ma anche e soprattutto retributivi.
L’identikit delle performance formative e professionali delle donne, dalla scuola superiore all’università fino al mercato del lavoro, arriva dalle Indagini AlmaDiploma e AlmaLaurea. La lettura dei dati conferma un differenziale a favore dei maschi che non diminuisce con il passare del tempo e permane anche quando le donne intraprendono percorsi disciplinari che offrono maggiori chance occupazionali o dove sono storicamente più presenti.

BRAVE GIÀ TRA I BANCHI DI SCUOLA
Veloci, preparate e con le idee chiare. Il Rapporto 2016 sul Profilo dei diplomati conferma che le donne nel campo della formazione se la cavano meglio dei loro colleghi e questo fin dalla scuola media inferiore, che concludono portando a casa un voto d’esame molto spesso più elevato dei maschi: il 38% delle ragazze contro il 29% dei ragazzi ottiene 9 (su 10) o più. E quando arrivano tra i banchi delle superiori, che siano quelli di un liceo, un tecnico o un professionale, le femmine raggiungono ancora una volta ottimi risultati.
Sono più regolari: il 91% delle femmine non fa ripetenze contro l’85% dei maschi.
Raggiungono voti più alti: il voto medio di diploma è rispettivamente 78,3 su cento per le ragazze contro 75,2 dei ragazzi.
Studiano di più: il 39% dedica allo studio e ai compiti a casa più di 15 ore settimanali contro il 16% dei maschi.
Compiono più esperienze internazionali: il 41% delle femmine contro il 28% dei maschi, in particolare organizzate dalla scuola. Le ragazze d’altronde intraprendono in maggior misura percorsi formativi linguistici e per questo conseguono anche un maggior numero di attestati (37% contro 28%).
Sono maggiormente impegnate in attività di carattere sociale: il 20% delle ragazze svolge attività di volontariato contro il 14% dei ragazzi.
Nel tempo libero intraprendono più attività culturali e non perché devono, ma perché lo vogliono: le svolgono il 55% delle femmine, in larga parte su iniziativa personale, contro il 41% dei loro colleghi.
Sono maggiormente interessate a proseguire gli studi soprattutto con l’università: 75% delle ragazze contro il 61% dei ragazzi.

BRILLANTI ALL’UNIVERSITÀ
Il Rapporto 2016 sul Profilo dei laureati conferma che le donne, nella quasi totalità dei percorsi di studio, continuano ad avere performance più brillanti rispetto ai loro colleghi uomini, sia in termini di regolarità negli studi che di voti1. Tra i laureati del 2015, dove è nettamente più elevata la presenza della componente femminile (60%), la quota delle donne che si laureano in corso è superiore a quanto registrato per i loro colleghi, il 48% contro il 44% degli uomini e il voto medio di laurea è uguale a 103,2 su 110 per le prime e a 101,1 per i secondi.
Non solo, le donne si iscrivono all’università più frequentemente spinte da forti motivazioni culturali (36% contro il 30% degli uomini) e hanno svolto più tirocini e stage riconosciuti dal proprio corso di laurea, il 59% contro il 51% dei maschi.
Le laureate inoltre provengono in misura maggiore da contesti famigliari meno favoriti sia dal punto di vista culturale che socio-economico. Così il 26% delle donne ha almeno un genitore laureato contro il 32% dei maschi. Un differenziale che permane considerando anche la classe sociale: il 20% delle donne proviene da una famiglia di estrazione economica elevata contro il 24% dei loro colleghi2. Non stupisce quindi che tra le donne, più brave ma provenienti da contesti famigliari più svantaggiati, sia maggiore la percentuale di chi ha usufruito di borse di studio: il 24% contro il 19% dei maschi.

PENALIZZATE SUL MERCATO DEL LAVORO
Lo conferma il Rapporto 2016 sulla condizione occupazionale dei laureati che registra ancora una volta significative e persistenti disuguaglianze di genere.
Il Rapporto mostra che tra i laureati magistrali, a cinque anni dal conseguimento del titolo, le differenze di genere si confermano significative e pari a 10 punti percentuali: lavorano 80 donne e 90 uomini su cento. E a un lustro dal titolo il lavoro stabile diventa una prerogativa tutta maschile: può contare su un posto sicuro, infatti, il 78% degli occupati e il 67% delle occupate. In particolare, ha un contratto a tempo indeterminato il 48% delle donne rispetto al 58% degli uomini. È naturale che queste differenze siano legate anche alle diverse scelte professionali maturate da uomini e donne; le seconde, infatti, tendono più frequentemente ad inserirsi nel pubblico impiego e nel mondo dell’insegnamento, notoriamente in difficoltà nel garantire, almeno nel breve periodo, una rapida stabilizzazione contrattuale.
Le differenze di genere si confermano anche dal punto di vista retributivo. Tra i laureati magistrali che a cinque anni lavorano a tempo pieno emerge che il differenziale è pari al 20% a favore dei maschi: 1.624 euro contro 1.354 euro delle colleghe. Se è vero che questo risultato è influenzato da diversi fattori, è altrettanto vero che, a parità di ogni altra condizione, gli uomini guadagnano in media 168 euro netti mensili più delle donne. A ciò si aggiunge che il titolo di laurea è efficace per lavorare più per gli uomini che per le donne: rispettivamente l’88,5% contro l’82,5%.
A ulteriore conferma che ancora oggi le donne fanno più fatica dei loro colleghi a realizzarsi professionalmente, basti pensare che a cinque anni dal titolo magistrale svolge un lavoro ad elevata specializzazione (compresi i legislatori e l’alta dirigenza) il 46% delle donne e il 56% degli uomini.

SE HANNO FIGLI SONO ANCORA PIÙ PENALIZZATE
La lettura dei dati conferma che le donne sono più penalizzate sul lavoro se hanno figli.  Il forte divario in termini occupazionali, contrattuali e retributivi tra maschi e femmine, infatti, aumenta in presenza di figli.
Il differenziale occupazionale a cinque anni dalla laurea sale addirittura a 28 punti percentuali tra quanti hanno figli: isolando quanti non lavoravano alla laurea, il tasso di occupazione è pari all’88% tra gli uomini, contro il 60% delle laureate. Anche nel confronto tra laureate, chi ha figli risulta penalizzata: a cinque anni dal titolo lavora il 79% delle laureate senza prole e il 60% di quelle con figli (un differenziale di 19 punti percentuali).
Tra i laureati con figli il differenziale retributivo sale al 32%, sempre a favore degli uomini (in tal caso si considerano quanti hanno iniziato l’attuale lavoro dopo la laurea e lavorano a tempo pieno): percepiscono 1.754 euro contro i 1.331 delle colleghe.

LE DONNE PAGANO PEGNO IN TUTTI I PERCORSI DI STUDIO
I vantaggi della componente maschile sono confermati a parità di gruppo disciplinare, a tal punto che le donne pagano un pegno maggiore, soprattutto in termini retributivi, anche quando intraprendono i percorsi formativi che hanno un maggior riscontro sul mercato del lavoro, come i percorsi di Ingegneria, Professioni Sanitarie, Economico-Statistico o Scientifico.
Quando intraprendono la strada delle Professioni Sanitarie, dove si registrano in entrambi i casi risultati brillanti, le differenze tra uomini e donne permangono: nei tassi di occupazione (97% per i maschi e 94% per le femmine), nella stabilità (rispettivamente 96% e 92%) e soprattutto nelle retribuzioni, rispettivamente 1.733 euro mensili netti contro i 1.434.
Anche per chi opta per Ingegneria, non solo restano marcate le differenza a livello di occupazione (lavorano 90 donne su cento e 95 uomini su cento), ma le donne sono più precarie e percepiscono un guadagno mensile netto di gran lunga inferiore a quello dei loro colleghi. Può contare su un posto sicuro il 78,5% delle occupate e l’85% degli occupati e su una retribuzione di 1.588 euro contro i 1.759 degli uomini.
La situazione non cambia neanche quando scelgono un percorso Economico-Statistico o Scientifico: in questo caso non solo restano elevate le differenze occupazionali (rispettivamente 89% contro il 92% dei maschi; 80% contro il 90%), e contrattuali (il 77% contro l’83% sono stabili; 58 contro il 69%), ma anche le retribuzioni sono sempre inferiori: 1.423 euro contro il 1.638 euro e 1.494 contro il 1.810.
E nei percorsi dove storicamente la presenza femminile è più marcata come nell’Insegnamento, in ambito Letterario, Psicologico e Linguistico? Anche in questo caso il divario tra femmine e maschi permane.
Così, laddove le differenze a livello retributivo calano come nel Letterario e Insegnamento (1.234 euro mensili netti per donne contro 1.331 euro percepiti dai colleghi; 1.227 contro i 1.304), le donne restano comunque penalizzate: hanno meno chance occupazionali dei loro colleghi (rispettivamente 71% contro il 75%; 77% contro l’87%), e una minore stabilità (48,5% contro il 54%; 66,5% contro il 70%).
Se puntano alla strada della Psicologia, gli uomini non solo sono più occupati (87% contro il 78%) ma anche più stabili (78,5% contro il 69%) e percepiscono guadagni superiori (1.435 euro contro 1.190) delle colleghe.
Infine, nel solo indirizzo di studio in cui le donne hanno la meglio dal punto di vista occupazionale rispetto ai loro colleghi, il percorso Linguistico (lavora l’86% delle femmine contro il 79% dei maschi), dove possono contare anche sullo stesso livello di stabilità (in entrambi i casi 54%), le retribuzioni sono di gran lunga a favore dei maschi (1.453 euro contro 1.331).

1 Le donne ottengono voti di laurea leggermente inferiori agli uomini solo nei gruppi Letterario e Insegnamento (differenze sotto il mezzo punto su 110). Le donne risultano meno regolari degli uomini solo nel gruppo Chimico-farmaceutico (-2,5 punti percentuali di laureati in corso).

2 Le donne hanno un background socio-culturale più favorito degli uomini solo nei gruppi Ingegneria e Architettura.

I figli della libertà

A scuola senza compiti, materie e voti: si può?
A Varese un documentario e un dibattito sui linguaggi non autoritari

Martedì 7 marzo al Multisala Impero proiezione del film “I figli della libertà”, realizzato da genitori che hanno scelto per la propria figlia un percorso scolastico alternativo. L’appuntamento è promosso dalla Scuola Montessori Percorsi per Crescere. Presente anche Makula, la prima scuola media parentale a pedagogia attiva di Varese

Martedì 7 marzo arriva a Varese, al Multisala Impero in contemporanea con altre 14 sale in tutta Italia, il film che racconta un nuovo modo di andare a scuola. I figli della libertà è il documentario realizzato da due genitori, Luca Basadonne e Anna Pollio, per raccontare la scelta educativa fatta per la loro figlia Gaia: per lei hanno provato un percorso alternativo, senza voti, né materie, né compiti, che ha puntato sul trarre insegnamento dalla vita, dal confronto e dai viaggi. Può funzionare? È possibile per un bambino imparare in modo non convenzionale? E la scuola può rinunciare al linguaggio autoritario, ed essere veramente democratica?
«La visione di questo film, dove due genitori mettono in discussione non solo il sistema scolastico, ma anche se stessi, stimola riflessioni sulle scelte educative, su come si confrontano con il “mondo reale” e sulla possibilità di sperimentare, con i propri figli, linguaggi non autoritari e non costrittivi» spiega Elisabetta Bellini, coordinatrice della Scuola Montessori di Percorsi per Crescere di Varese, che organizza la proiezione al Cinema Impero in collaborazione con Makula, la prima scuola media parentale a pedagogia attiva di Varese.
«Quello di “imparare facendo”, lasciando al bambino la propria autonomia nel percorso di crescita, è uno dei principi cardine del metodo Montessori –spiega ancora Bellini–. Parlare di “scuola non autoritaria” però non vuol dire abdicare al progetto educativo: sulla scorta dell’esperienza montessoriana, daremo risposte ai dubbi dei genitori che vogliono immaginare, per i propri figli, una scuola diversa»
Per Percorsi per Crescere interverrà il dottor Carlo Alberti, sociologo e formatore, mentre per la scuola media parentale Makula interverrà Marco Bertaglia, genitore di un bambino che ha frequentato la scuola primaria paritaria Montessori di Varese e che ha proseguito il percorso scolastico a Makula. Mediatrice del dibattito sarà Chiara Achini, psicologa e genitore-fondatore (insieme ad altri due genitori) di Makula.

I figli della libertà
Martedì 7 marzo – Ore 20
Varese, Cinema Impero
Ingresso 8 euro. Biglietti acquistabili online su
http://www.movieday.it/event/event_details?event_id=832

Scuola Montessori di Percorsi per crescere (www.percorsipercrescere.it) – La scuola Montessori Percorsi per crescere è nata nel 1998: inizialmente solo come nido, quindi negli anni per far fronte alle crescenti richiesti si è estesa anche alla scuola dell’infanzia e, dal 2006, alla primaria. Le insegnanti sono specialiste del metodo Montessori, grazie a una formazione specifica, mentre la supervisione pedagogica è affidata a Grazia Honegger, una delle ultime allieve di Maria Montessori. L’asilo nido e la scuola dell’infanzia si trovano in via Maggiora 10, mentre l’ingresso della scuola primaria è in via Duca degli Abruzzi 118, sempre a Calcinate del Pesce (Varese).

L. Liukas, Hello Ruby

 

8 MARZO 2017
AL VIA LA SECONDA EDIZIONE DEL “MESE DELLE STEM”. PER L’OCCASIONE IL CENTRO STUDI ERICKSON PROPONE IL VOLUME “HELLO RUBY” DI LINDA LIUKAS

Trento, marzo 2017 – A partire dalla data simbolica dell’ 8 marzo, prende il via la seconda edizione del “Mese delle Stem”, l’iniziativa lanciata dal MIUR per stimolare le scuole a promuovere, con il supporto di università, enti esterni, associazioni, imprese, attività didattiche legate alle discipline scientifiche. Oggi infatti uno degli stereotipi più diffusi è quello di una presunta scarsa attitudine delle studentesse verso le discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) che conduce a un divario di genere in questi ambiti sia interno al percorso di studi sia nelle scelte di orientamento prima e professionali poi. Sviluppare competenze nelle materie STEM significa avere la possibilità di accedere a professioni con prestigio e retribuzioni maggiori, oggi ancora prevalentemente appannaggio degli uomini. A questo proposito il Centro Studi Erickson propone Hello Ruby di Linda Liukas, una delle voci più nuove e originali nel panorama degli studi e della letteratura sul coding. Finlandese, classe 1986, è stata nominata nel 2013 Campione digitale della Finlandia dal Commissario UE per l’Agenda Digitale ed è anche la fondatrice di Rails Girls, una community senza fini di lucro sorta per insegnare i principi fondamentali della programmazione a più di 10.000 donne, e oggi attiva in oltre 230 città in tutto il mondo.

Linda Liukas adotta il linguaggio della narrazione per avvicinare e spiegare in modo semplice le basi del pensiero computazionale scegliendo, come protagonista del suo libro Ruby – una simpatica bambina che introduce i più giovani alle meraviglie della tecnologia, dell’informatica e del coding. Con uno sguardo e un tributo alla didattica italiana: “Dunque come mai, cento anni dopo, il metodo Montessori continua a funzionare? E perché il Reggio Emilia Approach mi è di grande ispirazione? Credo che la risposta sia semplice: entrambi questi movimenti pedagogici mi hanno aiutata a riscoprire il senso di meraviglia che provo per tutto ciò che è tecnologia. Ed è la meraviglia che mi permette di inventare nuove pratiche didattiche e percorsi intrisi di bellezza alla scoperta dell’informatica”, afferma Liukas. E proprio come Alice nel Paese delle Meraviglie, Ruby, bambina dotata di fervida immaginazione, si addentra nel mondo del coding dove tutto è possibile se ci si mette in testa di farlo. Mentre Ruby si imbarca nella sua avventura, attraverso la narrazione i bambini faranno conoscenza dei concetti base del coding. “In tutto il processo di esplorazione e sperimentazione, i bambini imparano l’astrazione, la collaborazione, l’alfabetizzazione digitale e a sviluppare una quantità tale di idee così potenti che mai mi sarei aspettata” – commenta Liukas – “Per questo motivo la maggior parte degli esercizi che propongo prevedono dei punti di discussione e sono pochissimi quelli che hanno risposte giuste o sbagliate. Credo sia importante dare ai bambini il permesso di fidarsi di loro stessi e sapere che ci siano più risposte giuste a una domanda”.

Proprio come insegnato da Maria Montessori, il libro propone l’idea di non usare le parole come scorciatoie verso la conoscenza. I concetti del pensiero computazionale diventano più affascinanti quando ci rendiamo conto della loro presenza intorno a noi. Inspirata da Maria Montessori, Liukas si è impegnata a rendere l’informatica qualcosa di concreto, specifico e comprensibile per un bambino. Chi ha detto infatti che la matematica e l’informatica sono materie noiose? Grazie alle attività incluse in ogni capitolo, i futuri piccoli programmatori saranno entusiasti di mettere in pratica la loro immaginazione.

Hello Ruby è il primo volume della collana “STEM”, la nuova collana Erickson dedicata a storie e narrazioni che stimolano la curiosità verso la scienza, sviluppando il pensiero logico-scientifico. Si tratta di libri pensati per giovani lettori e lettrici che vogliono sperimentare, inventare e provare a realizzare i propri progetti.

Durante questa seconda edizione del “Mese delle Stem” è importante ricordare che i progetti riguarderanno anche la formazione degli insegnanti. Nei prossimi giorni il Ministero, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità, metterà a disposizione sul sito www.noisiamopari.it, con richiamo sul sito istituzionale www.istruzione.it, una piattaforma su cui potranno essere caricate le proposte di progetto e attività.

Concorsi pubblici solo orali per i dislessici

Vita.it del 06-03-2017

Concorsi pubblici solo orali per i dislessici: presentata una proposta di legge

Offrire gli strumenti a istituzioni e aziende per inserire al meglio le persone con dsa nel contesto lavorativo, e superare ogni discriminazione: questi gli obiettivi della prima proposta di legge per l’inserimento delle persone con disturbi specifici dell’apprendimento nel mondo del lavoro, presentata ai primi di marzo alla Camera. Ecco il testo completo.

Prove orali al posto di quelle scritte nei concorsi pubblici, e l’istituzione, nelle aziende, di una figura manageriale specificamente formata per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con dsa. Sono questi alcuni dei punti qualificanti della prima proposta di legge (in allegato il testo completo) che riguarda l’inserimento delle persone con Disturbi specifici dell’ apprendimento nel mondo del lavoro, presentata il 1° marzo alla Camera a firma dell’On. Laura Coccia e dell’On. Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro. Obiettivo della pdl è offrire gli strumenti a istituzioni e aziende per inserire al meglio le persone con dsa in un contesto lavorativo che valorizzi al meglio le diverse potenzialità, per superare ogni discriminazione e assicurare pari opportunità.

Le nuove norme si rendono necessarie, secondo i promotori, perché la legislazione italiana offre già un buon quadro di riferimento per gli anni della scuola con la legge 170/2010, ma risulta carente per il mondo universitario e del lavoro. In particolare le imprese, anche volendo favorire l’inclusione professionale, non hanno però la possibilità di assegnare ai responsabili dell’inserimento lavorativo dei dipendenti con disturbi specifici di apprendimento progetti personalizzati.

A queste e ad altre lacune sovviene la proposta, che prevede appunto l’introduzione di modalità di esecuzione di prove e colloqui che permettano di «valorizzare le competenze a prescindere dalle aree di debolezza, con la garanzia di utilizzo di strumenti e misure di supporto adeguati al profilo funzionale e alle necessità individuali». Nelle prove scritte dei concorsi pubblici indetti da Stato, Regioni, Comuni e dai loro enti strumentali deve quindi essere assicurata la possibilità di sostituire i test tradizionali con un colloquio orale, o di utilizzare strumenti compensativi per le difficoltà di lettura, di scrittura e di calcolo, e di usufruire di un prolungamento dei tempi stabiliti per l’espletamento delle medesime prove, come previsto dalla legge n.170 del 2010. Tali prove – esplicita la proposta – devono essere esplicitamente previste nei relativi bandi di concorso.

Inoltre, le imprese, per favorire l’inclusione professionale di persone con disturbi specifici di apprendimento «devono avere la possibilità di attribuire al responsabile dell’inserimento lavorativo nei luoghi di lavoro la predisposizione di progetti personalizzati per facilitare lo sviluppo delle potenzialità in azienda di tali dipendenti». La pdl prevede dunque che le Regioni definiscano strutture e specialisti pubblici o privati accreditati per le valutazioni diagnostiche e le certificazioni delle persone con disturbi specifici di apprendimento. «E’ necessario dare alle aziende gli strumenti per valutare le reali capacità di un candidato in un ambiente adatto all’interno dell’azienda», scrivono i relatori nell’introduzione, «e contestualmente sviluppare soluzioni per supportare il lavoratore dislessico stesso nella comprensione e nello sviluppo delle sue capacità e dei suoi punti di forza». Infine, il testo prevede modalità semplificate per altre forme di valutazioni concernenti l’ambito sociale, come esami di teoria per la patente di guida e altre situazioni assimilabili.

di Gabriella Meroni

Il taglio ai fondi sociali scuote le associazioni: “Atto gravissimo”

da Redattore sociale 06 marzo 2017
Il taglio ai fondi sociali scuote le associazioni: “Atto gravissimo”

Il Fondo per le politiche sociali passa da 313 a 99 milioni e quello per la non autosufficienza da 500 a 450 milioni. Forum: pesanti conseguenze per cittadini e famiglie. Fand: politiche sociali umiliate. Comitato 16 novembre: governo e regioni hanno giocato con la disabilità gravissima

Roma – “Un atto gravissimo – peraltro deciso senza coinvolgere il  Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – che avrebbe pesanti conseguenze per i cittadini e le famiglie che si trovano in condizioni di forte disagio e che quindi hanno più bisogno del sostegno delle istituzioni. La spesa sociale italiana necessiterebbe di maggiori investimenti per rafforzare le misure di inclusione sociale delle persone svantaggiate, non certo di tagli che minacciano la realizzazione di servizi sociali di base e rappresentano inaccettabili passi indietro”. Il Forum nazionale del terzo settore commenta così la notizia del taglio al Fondo nazionale per le Politiche sociali (da 313 a 99 milioni) e del Fondo non autosufficienza (da 500 a 450 milioni), legato all’esigenza delle regioni di elidere alcuni capitoli di spesa in modo da raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica, che prevedono un ridimensionamento delle spese a livello di bilancio statale e regionale. Riduzione di fatto confermata dal sottosegretario al Lavoro e Politiche sociali, Luigi Bobba, che rispondendo in Commissione Affari sociali ad una interrogazione sul tema della deputata Pd Lenzi ha confermato che l’ipotesi è in campo, sottolineando che è in corso una trattativa fra le regioni e il Ministero dell’Economia.

Forum chiede “chiarimenti da parte del Governo sulle informazioni circolate, auspicando che si provveda a una loro repentina smentita: la grave situazione sociale del Paese non consente l’adozione di una misura così dannosa che porterebbe ad un ulteriore aggravamento della condizione delle persone più deboli e con più difficoltà”.
“La sforbiciata è prevista dall’intesa siglata la settimana scorsa tra Stato e Regioni sul contributo degli enti locali all’equilibrio di bilancio. – commenta la Fand – I risparmi imposti alle Regioni per contribuire all’equilibrio di bilancio andranno dunque ad incidere pesantemente sul Fondo non autosufficienze e sul Fondo per le politiche sociali. Il Fondo destinato al sostegno delle persone non autosufficienti scende quindi al livello cui era stato portato con l’ultima legge di Bilancio, perdendo i 50 milioni aggiuntivi promessi lo scorso novembre dal Ministro del lavoro Giuliano Poletti ai malati di Sla e sbloccati solo il 22 febbraio (l’incremento era stato inserito nel dl Sud)”. Ancora peggio per il Fondo politiche sociali, “che ne esce decimato, perdendo 211 sui 311,58 milioni stanziati nell’ottobre 2016”. “Si tratta di soldi che servono a finanziare, per esempio, gli asili nido, le misure di sostegno al reddito per le famiglie più povere (nel frattempo l’approvazione al Senato della legge per il contrasto alla povertà è stata rinviata alla prossima settimana), l’assistenza domiciliare e i centri antiviolenza”.

“Il fatto è di una gravità inaudita e quel che ancor più sconcerta – afferma il presidente Franco Bettoni – è il fatto che la Fand che, in questi mesi, ha partecipato ad incontri e confronti con il Ministro del Lavoro proprio per arrivare ad un aumento del Fondo per la non Autosufficienza, non abbia ricevuto alcuna informativa al riguardo e ne sia venuta a conoscenza per altri canali; questo atteggiamento certamente non giova ed anzi mette in discussione la qualità dei rapporti fino ad oggi intercorsi con gli organismi istituzionali. Mi sento comunque in dovere di rimarcare l’assoluta buona fede e correttezza del Ministro Poletti che a dicembre ha mantenuto la parola data, spendendosi personalmente per l’aumento del Fondo per la non Autosufficienza, fondo che oggi tuttavia è stato ridotto per scelte certamente non sue, poiché artefici della manovra risultano viceversa essere gli assessori al bilancio ed i presidenti delle Regioni ed il MEF”. “È evidente che con questi tagli, le politiche sociali del nostro paese ne escono  pesantemente umiliate: queste politiche sono sbagliate e inopportune, e non solo feriscono le persone più vulnerabili, negando diritti ed inclusione sociale, ma paralizzano il nostro Paese. È puro autolesionismo tagliare la spesa per le politiche sociali e sanitarie anziché utilizzarla come un formidabile investimento per creare sviluppo, innovazione e buona occupazione” La Fand annuncia che sta “valutando tutte le possibili iniziative per contrastare questa grave scelta politica, sia chiedendo un confronto diretto con il Presidente del Consiglio dei Ministri e con il Ministro dell’economia, sia organizzando, se del caso, una ampia mobilitazione del mondo della disabilità, oggi così pesantemente colpito”.

Sul suo blog il Comitato 16 novembre, che rappresenta gli ammalati di Sla e di tutte le patologie altamente invalidanti che conducono alla totale non autosufficienza scrive: “Governo e Regioni hanno giocato con la disabilità gravissima. Ricordiamo infatti che il Governo aveva mantenuto la promessa fatta al mondo della disabilità il 30 novembre 2016, a seguito dell’ennesimo presidio organizzato dal Comitato 16 novembre, stanziando effettivamente 500 milioni di euro nel 2017 ma, solo pochi mesi dopo, d’intesa con le Regioni, ha deciso di tagliare questi 50 milioni in più”. Ma ”come si può pensare di far partire un Piano per la non autosufficienza senza le risorse necessarie? – si chiede il comitato -. Come si pensa di pagare prestazioni e servizi che rientrerebbero nei livelli minimi di assistenza? Per capire meglio la portata dell’insufficienza delle risorse ricordiamo, a Governo e Regioni, che nel 2010 per 5000 ammalati di Sla e malattie similari furono stanziati 100 milioni di euro. Oggi parliamo di una platea di beneficiari allargata all’ennesima potenza, centinaia di migliaia di persone cui dare assistenza con una quota parte del 40% del Fondo non autosufficienza, ovvero 180 milioni di euro. Praticamente impossibile!”.  Anche per tale motivo “solo nelle more del reperimento di ulteriori fondi e al solo scopo di uscire da una situazione disperata e di emergenza, il Comitato 16 novembre chiede nuovamente al Governo, così come ha già fatto in occasione del Tavolo nazionale sulla non autosufficienza del 14 febbraio scorso, che la quota parte del Fondo nazionale destinata alle persone con disabilità gravissime, venga elevata dal 40% al 60% e, al tempo stesso, il Comitato 16 novembre, invita le altre organizzazioni presenti al Tavolo nazionale, dai sindacati alle associazioni, a fare fronte comune su questa richiesta. Nel frattempo chiediamo con forza al Governo di ripristinare immediatamente il Fondo a 500 milioni per restituire ai disabili gravissimi quella dignità che resta un diritto fondamentale e, a se stesso, un minimo di credibilità”. Senza risposte soddisfacenti il Comitato annuncia “fin da ora forme di protesta a tutti i livelli”.

Irrinunciabile smartphone. “Ma i divieti non servono”

da Repubblica 

Irrinunciabile smartphone. “Ma i divieti non servono”

È proibito (con deroghe) nelle aule italiane. Tra sequestri, denunce e polemiche Pochi ragazzi ne fanno a meno. L’esperto: “Rafforza la dipendenza dai genitori”

di ELENA DUSI

ROMA. Verso il futuro a testa bassa. Occhi in giù, mani sotto al banco, dita che saltellano fra i tasti del telefono mentre il professore spiega. Diversi paesi, Italia inclusa, cercano di arginare il fenomeno vietando i cellulari a scuola. E anche il candidato presidente francese Emmanuel Macron ieri ha annunciato di voler bandire l’uso dei telefonini fino al collège (a 15 anni). Il divieto è già previsto dal Code de l’éducation. Ma Macron ha scelto di ribadirlo in un mondo che sta andando in realtà in direzione opposta. New York nel 2015 ha cancellato il veto per la pressione dei genitori, troppo in ansia senza contatti continui con i figli. E la proibizione che vige in Italia dal 2007 è stata in parte superata dal Piano nazionale per la scuola digitale. Il testo del 2015 non ha rango di legge, ma con quel suo definire “troppo drastico” il divieto del 2007, finisce di fatto con l’autorizzarne le deroghe.

Il risultato è che oggi in Italia ogni scuola può scegliere se ammettere o no telefonini e tablet (ovviamente solo per scopi didattici). Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, il 70% dei 33mila edifici scolastici è connesso via cavo o wireless. Rita Marchignoli, maestra e “animatrice digitale” di una scuola primaria a Fidenza, con i suoi alunni di 7 anni usa i tablet per fare lezione. “Mi trovo bene. Loro partecipano con interesse. Così riesco a coinvolgere anche chi non parla bene la lingua o è disabile”. E Ilenia Melli, che insegna matematica alle secondarie di primo grado di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, ha presentato ai suoi ragazzi un quiz cui bisognava rispondere con un’app sul cellulare. “Si sono divertiti. Da allora sono loro a preparare un test ogni settimana”.

Ma poi c’è l’altro lato della medaglia. “A scuola? Il cellulare lo uso sempre. Sono stata rimproverata e mi hanno sequestrato il telefono, ma è più forte di me e non posso trattenermi dal rispondere a un messaggio” racconta una ragazza 15enne intervistata nel rapporto “Net Children Go Mobile”, coordinato da Giovanna Mascheroni dell’Università Cattolica di Milano. Alla domanda su quanto tempo passi con il telefono in mano, la ragazza risponde: “Sempre”.

Una ricerca della London School of Economics nel 2015 ha calcolato che alla maturità, nelle scuole dove il cellulare è vietato, i ragazzi ottengono voti del 6,4% più alti. Ma quando in Italia i professori hanno deciso di adottare l'”approccio drastico” della legge, a finire nei guai sono stati loro. È successo a Forlì nel 2014, quando un insegnante ha sequestrato il cellulare a un ragazzo che guardava foto porno e si è visto arrivare a scuola il giorno dopo la madre insieme a un avvocato. O a gennaio di quest’anno, quando un 18enne di Treviso ha denunciato la scuola per sequestro illegittimo e abuso di potere.

Sul fatto che i divieti non servano sono d’accordo Pier Cesare Rivoltella, che alla Cattolica insegna Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento, e Giorgio Tamburlini, pediatra e presidente del Centro per la Salute del Bambino di Trieste. Ma mentre il primo sostiene che il cellulare “va fatto usare, affinché venga naturalizzato nelle pratiche scolastiche quotidiane”, il pediatra mette in guardia (proprio nel giorno in cui il Centro ha presentato a Trieste, insieme al Garante della Privacy, la ricerca “Uso delle tecnologie digitali nei primi anni di vita”): “Il telefonino sempre in mano rafforza la dipendenza fra figli e genitori. Ed è ormai evidente che ostacola lettura profonda e uso critico delle nozioni”

Global Teacher Prize, Italia partner del premio da un milione di dollari: a breve il vincitore

da La Tecnica della Scuola

Global Teacher Prize, Italia partner del premio da un milione di dollari: a breve il vincitore

Per la prima volta il Forum mondiale per l’istruzione e le competenze (Global Education & Skills Forum – Gesf) avrà un Paese partner: sarà l’Italia ad avere questo ruolo.

L’annuncio ufficiale è arrivato il 5 marzo, a due settimane dal Forum, giunto alla sua quinta edizione, che si svolgerà a Dubai il 18 e 19 marzo, dove si svolgerà la proclamazione del vincitore del Global Teacher Prize 2017, dal valore di un milione di dollari.

L’Italia sarà rappresentata da un insegnante di Bergamo: sarà Armando Persico – ex commercialista che insegna dal 1996 – fra i 50 finalisti a Dubai e a fare da Ambasciatore dei docenti italiani.

Definito comunemente “il Davos dell’istruzione”, il Forum, patrocinato dallo sceicco Mohammed Bin Rashid Al Maktoum, vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, nonché emiro di Dubai, avrà al centro il tema “Come creare veri cittadini del mondo“.

“Il Gesf 2017 sarà un’importante opportunità – ha dichiarato la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli – per raccogliere le opinioni e le sollecitazioni dei rappresentanti di molte istituzioni di tutto il mondo sull’istruzione e per lanciare, davanti a un pubblico d’eccezione, il nostro programma di educazione alla cittadinanza globale. Inoltre questo evento rappresenterà un trampolino di lancio per gli incontri e gli eventi nel campo della sostenibilità sociale, della riduzione delle disuguaglianze, dell’innovazione e delle competenze che si svolgeranno nel corso dell’anno sotto la presidenza italiana del G7″.

Per celebrare la collaborazione, nell’ambito del Gesf l’Italia sarà anche protagonista di un evento speciale, una “Italy night”, nel quale sarà messo in risalto il meglio della cultura italiana nell’ottica della cittadinanza globale.

Sunny Varkey, fondatore della Varkey Foundation, la fondazione con sede a Londra promotrice del Forum e del Premio Mondiale dell’insegnamento, ha spiegato la scelta dell’Italia come partner: “Durante tutta la sua ricca storia, l’Italia ha donato al mondo la sua cultura, il suo sapere e la sua ricerca intellettuale. Ed è proprio per proseguire la sua tradizionale apertura verso l’esterno che il Paese ha adesso collocato l’educazione alla cittadinanza mondiale al centro della propria agenda politica. Siamo lieti e onorati di darle il benvenuto in qualità di partner del Gesf 2017. Gli italiani sono consapevoli che l’istruzione è la chiave per una società più giusta, pacifica e inclusiva”.

Tra i principali relatori che guideranno le sessioni del Gesf 2017 vi sono Sadhguru, un autore e poeta di successo, yogi e mistico, Julia Gillard, il ventisettesimo primo ministro australiano, Thomas Friedman, editorialista del NY Times e autore vincitore del Premio Pulitzer, Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, Andreas Schleicher, direttore della Direzione per l’istruzione e le competenze dell’Ocse, Tariq Al Gurg, amministratore delegato di Dubai Cares e Jim Ryan, undicesimo preside della facoltà di scienze della formazione dell’Università di Harvard.