Il diritto ai permessi per assistenza spetta anche alle unioni civili e di fatto

da Superabile

Il diritto ai permessi per assistenza spetta anche alle unioni civili e di fatto

Lo stabilisce una circolare pubblicata dall’Inps, che recepisce la legge n.76/2016 sulle unioni civili e una recente sentenza della Corte costituzionale: permessi e congedi potranno quindi essere richiesti anche all’interno di convivenze di fatto e unioni civili, per assistere però soltanto “l’unito” e non i suoi parenti

ROMA – L’Inps recepisce la legge sulle unioni civili (n. 76/2016) e mette mano ai permessi per la legge 104: d’ora in poi, anche le “parti di unione civile” i conviventi di fatto potranno fruire dei permessi e dei congedi previsti per l’assistenza del proprio compagno o della propria compagna con disabilità. E’ scritto chiaramente nella circolare n. 38 emanata ieri dall’Istituto. Circolare dettata da due disposizioni normative recenti: in primo luogo, la legge sulle unioni civile, in secondo luogo una sentenza della Corte Costituzionale. “La Legge 20 maggio 2016, n.76 ha disciplinato le unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto – si legge nella circolare – prevedendo, tra l’altro, che ‘le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole ‘coniuge’, ‘coniugi’ o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.per quanto riguarda invece la sentenza della Corte Costituzionale, si fa riferimento alla n. 213 del 5 luglio 2016, che “ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art.33, comma 3, della legge 104/1992 – riferisce Inps – nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire dei permessi ex art. 33, comma 3, della legge 104/92”.

Di tutto ciò occorre quindi tener conto innanzitutto nell’applicazione della legge 104, che prevede (all’articolo 33 comma 3) il “diritto ad usufruire di 3 giorni di permesso mensili retribuiti – ricorda Inps nella circolare – in favore di lavoratori dipendenti che prestino assistenza al coniuge, a parenti o ad affini entro il secondo grado (con possibilità di estensione fino al terzo grado), riconosciuti in situazione di disabilità grave ai sensi dell’art. 3, c.3 della legge 104 stessa”. E bisogna tener conto delle novità sulle unioni civili anche nell’applicazione del decreto legislativo n. 151/2001, che stabilisce (art. 42 comma 5) “la concessione del congedo straordinario in favore di soggetti con disabilità grave ai sensi dell’art.3, c. 3 della legge 104/92, fissando un ordine di priorità dei soggetti aventi diritto al beneficio che, partendo dal coniuge, degrada fino ai parenti e affini di terzo grado”.

Ecco dunque come cambiano le norme su permessi e congedi per assistenza:

Come cambiano i permessi ex lege 104. “Dal coordinamento delle norme richiamate, emerge che i permessi ex lege n. 104/92 e il congedo straordinario ex art. 42, comma 5, D.Lgs.151/2001 possono essere concessi anche in favore di un lavoratore dipendente, parte di un unione civile, che presti assistenza all’altra parte”. Di conseguenza, “il convivente, pertanto, deve essere incluso tra i soggetti legittimati a fruire dei permessi di cui all’art 3, comma 3, della legge 104/92 per l’assistenza alla persona con disabilità in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine di secondo grado”.

Inps stabilisce però delle condizioni e dei limiti nella fruizione dei permessi all’interno di convivenze e unioni civili. Innanzitutto, “a differenza di quanto avviene per i coniugi, la parte di un unione civile può usufruire dei permessi ex lege 104/92 unicamente nel caso in cui presti assistenza all’altra parte dell’unione e non nel caso in cui l’assistenza sia rivolta ad un parente dell’unito, non essendo riconoscibile in questo caso rapporto di affinità”. Il permesso può quindi fruito solo per assistere il cosiddetto “unito”, ma non un suo parente, con il quale non esiste – nel caso della convivenza e dell’unione civile – un “rapporto di affinità”.

Seconda condizione è che la convivenza sia attestata anagraficamente: “Per la qualificazione di ‘convivente’ dovrà farsi riferimento alla ‘convivenza di fatto’ come individuata dal commi 36, dell’art. 1, della legge n. 76 del 2016, in base al quale ‘per convivenza di fatto si intendono due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da unione civile’ e accertata ai sensi del successivo comma 37. Tale comma prevede che, ferma restando la sussistenza dei presupposti di cui al comma 36, per l’accertamento della stabile convivenza deve farsi riferimento alla dichiarazione anagrafica”. Inoltre, si sottolinea che “mentre l’unione civile può essere costituita solo tra persone dello stesso sesso, la convivenza di fatto può essere costituita sia da persone dello stesso sesso che da persone di sesso diverso”.

Come cambia il congedo straordinario ex Dlgs 151/2001. Il  decreto legislativo n. 151/2001 stabilisce (comma 5 dell’art. 42) la concessione del congedo straordinario in favore di soggetti con disabilità grave a coniuge, parenti e affini fino al terzo grado. “Alla luce di quanto disposto dalla legge n.76/2016 – scrive Inps nella circolare – il congedo in argomento può essere fruito dalla parte di un unione civile che assiste l’altra parte dell’unione”. Questo, con le stesse limitazioni presviste per i permessi, quindi “a differenza di quanto avviene per i coniugi, la parte di un unione civile può usufruire  del congedo straordinario ex art. 42, comma 5, D.Lgs.151/2001 unicamente nel caso in cui presti assistenza all’altra parte dell’unione e non nel caso in cui l’assistenza sia rivolta ad un parente dell’unito, non essendo riconoscibile, in questo caso, rapporto di affinità”.

Si allarga comunque notevolmente,i n questo modo, la platea degli aventi diritto ai benefici previsti dalla legge 104 ai fini dell’assistenza di un familiare con disabilità. (cl)

Le analogie e le differenze tra POF e PTOF

Le analogie e le differenze tra Pof (art. 3 del D.P.R. n. 275) e Ptof (art. 1, commi 12, 13 e 14 della legge n. 107/2015) *

di Pietro Boccia

 

Il Piano dell’offerta formativa (Pof) deve, in base all’art. 3 del D.P.R. n. 275/1999, essere coerente con gli obiettivi generali ed educativi dei diversi tipi e indirizzi di studi che vengono determinati a livello nazionale, ma, nello stesso tempo, deve partire sia dalla “storia” sia dall’analisi delle condizioni sociali, economiche e culturali del territorio, nel quale gli Istituti, che lo adottano, operano. Le istituzioni scolastiche attuano, in tal modo, nel rispetto della libertà d’insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e delle finalità generali del sistema, gli obiettivi, le indicazioni e le linee-guida nazionali in percorsi formativi funzionali alla realizzazione del diritto all’apprendimento e alla crescita educativa e formativa di ciascun allievo. Anche le scuole parificate, pareggiate e legalmente riconosciute, entro il termine, di cui al comma 2 dell’art. 1 (D.P.R. n. 275 del 1999), adeguano, in coerenza con le proprie finalità, il loro ordinamento alle disposizioni del presente regolamento, relative alla determinazione dei curricoli, e lo armonizzano con quelle relative all’autonomia didattica, organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo e alle iniziative finalizzate all’innovazione. Ad esse si applicano, altresì, le disposizioni, di cui agli artt. 12 e 13 del D.P.R. n. 275. Le fasi, per la realizzazione del Pof (Art. 3 del D.P.R. n. 275/1999), sono: documentazione e analisi (bisogni e risorse); elaborazione (definizione delle attività corrispondenti ai bisogni, identificazione delle funzioni e degli obiettivi, determinazione dei ruoli e delle attività (chi, cosa, come, quando) e produzione di nuova documentazione; approvazione (Collegio dei docenti) e adozione (Consiglio d’istituto); pubblicazione (Albo e Sito Web dell’Istituto) e pubblicizzazione (interna ed esterna – studenti, famiglie, territorio); esecuzione, verifica, documentazione, valutazione, trasparenza e responsabilità (accountability, customer satisfaction).

La legge n. 107/2015, in parte, riscrive l’art. 3 del D.P.R. n. 275/1999. I commi 12, 13 e 14 dell’unico articolo stabiliscono che entro il mese di ottobre, l’istituzione scolastica deve predisporre il piano triennale dell’offerta formativa (Ptof) per il triennio successivo.

Il piano deve comprendere le iniziative di formazione-aggiornamento rivolte ai docenti e al personale Ata. Esso può essere rivisto annualmente sempre entro il mese di ottobre. L’ Ufficio scolastico regionale (U.S.R) ne verifica la congruità e lo trasmette al MIUR. Al comma 14 si afferma, poi, che Il Ptof dovrà, innanzitutto, indicare anche il fabbisogno di posti di organico (posti comuni, di sostegno e per il potenziamento dell’offerta formativa). Esso è elaborato dal collegio dei docenti sulla base degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione, definiti dal Dirigente scolastico, ed è approvato dal consiglio d’istituto. Le fasi per la realizzazione del Ptof (art. 1, commi 12,13 e 14 della legge n. 107/2015): documentazione e analisi (bisogni e risorse); elaborazione da parte del Collegio dei docenti sulla base degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico (definizione delle attività corrispondenti ai bisogni, identificazione delle funzioni e degli obiettivi, determinazione dei ruoli e delle attività – chi, cosa, come, quando –, produzione di nuova documentazione; approvazione (Consiglio d’istituto) e adozione (Dirigente scolastico); pubblicazione (Albo e SitoWeb dell’Istituto) e pubblicizzazione (interna ed esterna – studenti, famiglie, territorio); esecuzione, verifica, documentazione, valutazione, trasparenza e responsabilità (accountability, customer satisfaction).

L’accountability è la capacità di un’organizzazione d’identificare un utente, di individuarne le azioni e il comportamento che egli svolge all’interno di un sistema. Nello svolgersi dell’accountability, tale funzione è supportata dall’audit delle tracce e dal sistema di autenticazione. L’accountability fa, nel campo della governance, riferimento all’obbligo per un soggetto di rendicontare le azioni e le decisioni per i risultati raggiunti; è, quindi, un aspetto del controllo di accesso e si basa sulla concezione che ognuno è responsabile delle azioni, che sviluppa, all’interno del sistema organizzato.

I presupposti dell’accountability sono, perciò, il concetto di responsabilizzazione e i principi di trasparenza e dii conformità od osservanza delle regole. La gestione di un’organizzazione complessa richiede, per mezzo del governo delle performance, un controllo, che è valutato pienamente responsabile quando vige un continuo dialogo con l’utenza. È, infatti, importante, per condividere la conoscenza e per accrescere il capitale umano, rendicontare, in maniera adeguata, non solo i risultati delle analisi compiute ma anche gli effetti di quanto viene acquisito. Il controllo è, dunque, il primo punto di domanda in cui si manifesta la determinazione a procedere verso equilibri migliori.

Una gestione che è responsabile a livello collettivo e che è aperta nei confronti dei diversi stakeholder (interlocutori), implica, di continuo, un impegno per la trasparenza, per la comunicazione e per ogni forma di coinvolgimento. Un processo di reporting, quando è concretamente avviato al miglioramento ed è costruito sul monitoraggio delle attività, sulla comunicazione corretta dei risultati e sull’assunzione di responsabilità, non può trascurare lo scambio con le parti. Il bilancio sociale, come report complessivo, interviene, poi, per rendere comprensibile gli esiti della gestione; esso si fonda sui percorsi di valutazione dei risultati e indica un cammino verso il miglioramento gestionale, che include la prospettiva degli stakeholder stessi. Far conoscere la propria attività agli stakeholder è, infatti, l’accountability, che esprime, appunto, assunzione di responsabilità per quanto riguarda il proprio dovere nei confronti di quanti sono interessati.

Il marketing, nell’esigenza di creare un’immagine positiva di un’organizzazione complessa, si configura come strategia di studio e di valutazione continua e sistematica di tutti i fattori che condizionano la domanda di beni e di servizi da parte dei consumatori e degli utenti. La strategia del marketing, in tale situazione, è, pertanto, quella della massimizzazione del volume di vendita e di utilizzazione di un servizio. Oggi, le organizzazioni aziendali, che si trovano nella fase contraddistinta non più dalla scarsità dei beni e dei servizi, ma dalla ristrettezza economica, devono dare risposte nuove e tempestive ai consumatori e agli utenti; è per tale motivo che, attraverso il marketing, le organizzazioni complesse stanno orientando la produzione in funzione dei bisogni, attuali e potenziali, dei fruitori. Si è arrivati, così, a un nuovo modo di concepire l’attività di marketing: al centro dell’attenzione dell’organizzazione imprenditoriale non c’è più il prodotto o il servizio, bensì il consumatore o l’utente (customer satisfaction). Questa è la capacità di un’organizzazione nel soddisfare, attraverso un servizio, le esigenze degli utenti, monitorandole attraverso sondaggi di opinione, in modo periodico e approfondito. Si può affermare, semplificando, che i prodotti e i servizi devono corrispondere alle esigenze dei beneficiari e dei fruitori. Nessuna attività di un’organizzazione complessa può, pertanto, fare più a meno del marketing, inteso come moderna capacità organizzativa e direzionale, per consentire a qualsiasi istituzione dinamicità e flessibilità rispetto al mercato.

* da: Pietro Boccia, Manuale di preparazione al concorso per DIRIGENTE SCOLATICO, Maggioli editore, Rimini 2016

Doposcuola per bambini e ragazzi con autismo

Superando.it del 09-03-2017

Doposcuola per bambini e ragazzi con autismo

Si chiama così il progetto dell’ANGSA Veneto (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) – selezionato tra l’altro nell’àmbito del Programma “Aviva Community Found” – che si rivolge a bambini e adolescenti con disturbi dello spettro autistico, di età compresa fra i 6 e i 18 anni, residenti nel territorio dell’ULSS vicentina n. 7, con l’obiettivo di offrire un servizio di doposcuola specialistico che operi, nel rispetto delle caratteristiche del progetto individuale e all’insegna della condivisione di risultati da conseguire con le famiglie.

VICENZA. Si rivolge a bambini e adolescenti con disturbi dello spettro autistico, di età compresa fra i 6 e i 18 anni, residenti nel territorio dell’ULSS vicentina n. 7 (Thiene-Bassano-Asiago) e zone limitrofe, il progetto denominato Doposcuola per bambini e ragazzi con autismo, promosso dall’ANGSA Veneto (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici).
«L’obiettivo principale – spiega Sonia Zen, presidente dell’ANGSA Veneto – è quello di offrire un servizio di doposcuola specialistico che operi, nel rispetto delle caratteristiche del progetto individuale e all’insegna della condivisione di obiettivi da conseguire con le famiglie. In generale le attività proporranno il mantenimento e il potenziamento delle aree delle autonomie, con l’incremento delle competenze comunicative, relazionali e sociali. Il personale coinvolto ha una formazione specifica sui disturbi del neuro sviluppo».
Selezionato tra l’altro nell’àmbito del Programma Aviva Community Found, il progetto potrà essere sostenuto da tutti fino al 30 marzo prossimo. (S.B.).

Per votare (fino al 30 marzo) il progetto dell’ANGSA Veneto Doposcuola per bambini e ragazzi con autismo, nell’àmbito del Programma Aviva Community Found, si deve accedere a questo link, per consentirne l’ammissione alla fase successiva e un parziale finanziamento dello stesso. Per ulteriori informazioni e approfondimenti: angsaveneto@gmail.com.

Agevolazioni per i dislessici, dalle lingue all’Iva ridotta

Italia Oggi del 09-03-2017

Agevolazioni per i dislessici, dalle lingue all’Iva ridotta

ROMA. Non solo deleghe della Buona Scuola. Il diritto allo studio e l’inclusione scolastica degli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) passano anche dal disegno di legge n. 2236 sulle agevolazioni fiscali per l’acquisto e l’utilizzo di sussidi tecnici e informatici a loro favore, primo firmatario Gianluca Rossi (Pd), di cui domani inizierà l’esame in sede consultiva in Commissione Istruzione del Senato. Due soli articoli, depositati oltre un anno fa, il 9 febbraio 2016, che secondo la relatrice del Ddl Francesca Puglisi (Pd) mirano a «completare il pacchetto di misure previste dalla legge n. 170 del 2010» su dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) che riguardano secondo il Miur 186 mila studenti, il 2,1% del totale. Per consentire una maggiore diffusione degli strumenti compensativi di flessibilità didattica previsti dalla legge 170, a partire dai mezzi e dalle tecnologie informatiche il ddl introduce una duplice agevolazione per il loro acquisto, riducendone gli oneri fiscali. Prevedendo così per le casse dello Stato una spesa annua pari a 21 milioni di euro dal 2017. Si tratta di una detrazione d’imposta per le spese sostenute dai genitori in favore dei figli minori a cui è stato diagnosticato un Dsa per l’acquisto di strumenti compensativi e di sussidi tecnici e informatici necessari all’apprendimento e per l’uso di strumenti compensativi che favoriscano la comunicazione verbale e che assicurino ritmi graduali di apprendimento delle lingue straniere. La seconda nuova agevolazione, invece, consiste nell’applicazione dell’aliquota Iva al 4%o nel caso dell’acquisto di strumenti tecnici e informatici necessari all’apprendimento e alla comunicazione verbale dei minori con diagnosi di Dsa. Per coprire gli oneri del provvedimento, «stimati in 21 milioni di euro all’anno a decorrere dal 2017», spiega Puglisi, il ddl prevede «una corrispondente riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica».

Che cosa significa insegnare

Che cosa significa insegnare

di Carmela Russo

 

Don Milani scrive:

<<Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio ad averla piena.

<<Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica.

<<Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola>>.

Leggendo queste parole ci si accorge che la Lettera ad una Professoressa di Don Milani, dopo più di mezzo secolo, ci serve ancora.

Semplicemente perché nella Scuola di Barbiana, lontano dai sentieri esperti della pedagogia, accaddero cose degne del nostro ricordo, cose che invitano tuttora a riflettere.

Da quegli anni la scuola è profondamente cambiata e ancora adesso vive un processo di grandi trasformazioni, nel quale le novità si susseguono con grande velocità.

In questo processo, che continuamente cambia, non solo le nostre conoscenze, ma il modo stesso di scoprirle e di usarle, il messaggio di Don Milani resta comunque sempre attuale.

La scuola, ufficialmente luogo privilegiato per la formazione degli individui come uomini e come cittadini, si prefigge di fornire ai propri utenti, non solo strumenti conoscitivi, ma anche valori umani e capacità relazionali.

Attraverso l’acquisizione delle competenze, che tengono legati i vari aspetti della persona (dai saperi alle capacità, agli atteggiamenti), funzionali al bene personale e al bene della società di appartenenza, la scuola mira a rendere ciascun soggetto capace di muoversi nella vita in modo autonomo, razionale, etico e responsabile.

In tale processo formativo, l’insegnante riveste un ruolo privilegiato, poiché è chiamato a mediare tra l’individuo singolo e la società.

E questo non è un compito facile.

È un compito fatto di impegno, pazienza, ricerca, sperimentazione.

Un lavoro difficile, se affrontato con serietà, e soprattutto pieno di responsabilità.

Prima fra tutte, la responsabilità di influenzare in maniera positiva delle personalità, di contribuire a formare quelli che saranno le donne e gli uomini di domani.

L’insegnante non è assimilabile ad un comune impiegato, da inquadrare soltanto più o meno decentemente in un organico.

Non è un funzionario da graduare secondo i titoli e il servizio, anche se i titoli e l’esperienza servono per l’evoluzione della professionalità, per la valorizzazione e il riconoscimento dei meriti.

È molto di più.

È un educatore, un regista del processo di costruzione dell’apprendimento e di formazione delle competenze, uno stratega dell’attività educativa in classe che ha effetti lungo tutta la vita dell’allievo.

Come una luce che il tempo non spegne, tutti noi abbiamo sempre vivo nel nostro animo il ricordo dell’insegnante che guidò la nostra infanzia.

Quale genitore non ha udito pronunziare la frase che non ammette replica: “ L’ha detto il maestro” oppure: “L’ha detto la maestra”?

Ciò che dice l’insegnante per il bambino non può che essere vero, giusto, buono.

E questo accade nei primi ordini di scuola, quella scuola che costituisce il fondamento educativo della società.

La psicologia dello studente, invece, è diversa da quella dell’alunno e anche la figura del professore è diversa dalla figura del maestro (nonostante oggi i percorsi di studi si equivalgano), tuttavia la funzione docente è identica, perché identico è il significato dell’azione didattico-educativa svolta.

L’insegnante è, dunque, una figura di grande valore nell’immaginario collettivo, perché di grande valore è la funzione che svolge quotidianamente in classe.

Ma i docenti sono coscienti della loro importanza sociale?

Ci rendiamo conto di tutto il bene e di tutto il male che può fare un buono o un cattivo insegnante?

Nella sua scuola l’insegnante non ha clienti e utenti, ma persone che hanno bisogno di cura nel senso più largo.

Egli deve guidare le esperienze degli alunni con grande competenza e responsbailità.

Per far questo deve creare le condizioni appropriate affinché tutti gli alunni possano sviluppare le diverse intelligenze che ciascuno di essi possiede, in misura diversa e in modi diversi.

Fare il docente significa saper far posto ai pensieri degli allievi, ai loro sentimenti, alle loro attività.

Significa saper assumere come punto di partenza la “loro” esperienza.

Significa creare un contesto, progettare e costruire l’apprendimento con ruoli definiti e scambiabili e tenerne le chiavi.

È lui a garantire, come fine dell’educazione, l’ampliamento delle possibilità per ciascuno di scegliersi una vita cui dare valore.

Il suo compito è orientare questa scelta in ogni momento dell’attività didattica e formativa.

È compito dell’insegnante adoperarsi perché gli allievi diventino persone libere e responsabili, capaci di acquisire le conoscenze, le abilità e gli atteggiamenti necessari a vivere autonomamente la loro vita.

È per questo che chi aspira a diventare insegnante, se ne comprende veramente il senso, deve operare una scelta che continua, giorno dopo giorno, fermamente e infaticabilmente.

Docente si diventa giorno dopo giorno, senza sosta, sempre.

Non esiste il docente ideale e perfetto: insegnanti si diventa, costruendosi un ruolo che tenga sempre presente l’umanità della persona e che faccia degli errori uno stimolo per la sua crescita professionale.

Per questo il docente, sia durante la formazione iniziale,sia durante l’esercizio della professione, deve imparare ad utilizzare la capacità di fare continui bilanci, di fare il monitor di se stesso, abbinando l’elasticità mentale e la flessibilità personale al rigore metodologico.

Solo così si diventa insegnanti colti, attenti alle esigenze formative, consapevoli dei processi di apprendimento e di crescita, capaci di porsi obiettivi, di operare e di valutare i risultati, disponibili alla ricerca e al cambiamento.

Non dimenticando mai che di fronte non ha dei “libri bianchi” su cui lasciare traccia, ma delle persone che apprendono a diventare autonome.

Insegnare è qualcosa di più di una semplice professione.

Richiede specifica e solida competenza disciplinare, capacità di interagire con gli altri e capacità didattica e di comunicazione.

Ma è, soprattutto, qualcosa che si sente dentro, perché se la professionalità, seppure indispensabile, la si può apprendere, la motivazione, l’entusiasmo, l’amore per l’altro no.

Non è facile fare “il maestro”.

È un scelta che si deve fare col cuore, prima che con la mente.

Industry 4.0

Il 9 marzo 2017 al MIUR il Sottosegretario Gabriele Toccafondi presenta il progetto sperimentale MIUR-ITS “Industry 4.0” insieme ai rappresentanti degli ITS (Istituti tecnici superiori) e del mondo delle imprese.

In particolare sei gli ITS presenti per illustrare i progetti e portare le testimonianze dei ragazzi quali soggetti propositivi di innovazione, tutti nell’area della manifattura digitale Made in Italy e dell’Industria 4.0:
-ITS Umbria Made in Italy Innovazione, Tecnologia e Sviluppo. Perugia/Terni- ITS coordinatore
-Fondazione ITS M.I.T.A. (Made in Italy Tuscany Academy) Nuove Tecnologie per il Made in Italy – Sistema moda Scandicci (FI)
-ITS Maker Meccanica Meccatronica Motoristica e Pakaging. Emilia Romagna
-ITS PAVIA – per le nuove tecnologie per il Made in Italy – Sistema Casa. Lombardia
-ITS Agroalimentare Marketing Agroalimentare Veneto – Conegliano
-ITS SI – Istituto Tecnico Superiore Servizi alle Imprese – Lazio, Viterbo


ITS, presentata la sperimentazione “Industry 4.0”
Toccafondi: “Valorizzare le eccellenze degli Istituti Tecnici Superiori”

Un nuovo prototipo di volante per le automobili della formula SAE, un casco intelligente con visore a realtà aumentata, piastrelle dotate di sensoristica intelligente per la sicurezza dell’edificio, un’App per il monitoraggio fitosanitario dei vigneti. Sono questi alcuni dei progetti presentati questa mattina, presso la Sala della Comunicazione del Miur, alla presenza del Sottosegretario Gabriele Toccafondi, risultati della sperimentazione ITS (Istituti tecnici superiori) nell’area della manifattura digitale Made in Italy e dell’Industria 4.0.

“Uno dei frutti che il sistema degli ITS può dare al nostro Paese – ha osservato il Sottosegretario Gabriele Toccafondi  – è quello di valorizzare e sperimentare le idee di eccellenza ed originalità che i nostri studenti hanno. Adesso con questa sperimentazione possiamo vedere che è possibile anche nell’industria 4.0, garantendo competenze e prospettive occupazionali certe agli studenti. Gli ITS sono nati solo qualche anno fa e hanno già fatto grossi passi in avanti, in quantità e qualità della formazione proposta. Adesso – ha concluso Tocccafondi – è fondamentale portare la sperimentazione dell’industria 4.0 da 6 a 93 fondazioni ITS”.

Sei gli ITS che hanno partecipato alla sperimentazione, coordinata dal professor Stefano Micelli, docente di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari di Venezia, in altrettanti settori tecnologici:

  • l’ITS Agroalimentare Marketing Veneto di Conegliano partendo dalle esigenze degli agricoltori e raccogliendo i dati dalla rete agrometeorologica, del bollettino vinicolo e radar meteo, ha sviluppato un’App capace di fornire attraverso un unico strumento, intuitivo e d’immediata fruibilità, un supporto fitosanitario veloce ed efficiente;
  • l’ITS M.I.T.A. Nuove Tecnologie per il Made in Italy, Sistema moda Scandicci ha inteso conciliare l’antica tradizione artigianale italiana con moderni strumenti diagnostici, applicando la tomografia 3D su materie prime o pellami nel settore tessile per individuare le difettosità non visibili del prodotto;
  • l’ITS Umbria Made in Italy Innovazione, Tecnologia e Sviluppo Perugia Terni ha avviato una partnership con diverse aziende, presso le quali gli studenti potranno fornire progetti e soluzioni innovative nella fase di produzioni;
  • l’ITS Maker Meccanica Meccatronica Motoristica e Packaging Emilia Romagna ha sviluppato un prototipo di volante per migliorare la performance di guida della monoposto del team di formula SAE Unipr, competizione internazionale tra gruppi di studenti universitari;
  • l’ITS Pavia per le nuove tecnologie per il Made in Italy ha ideato una piastrella dotata di sensoristica intelligente che inizialmente è nata con una funzione estetica nell’ambito della Home Entertainement, successivamente ha incorporato funzioni di sicurezza come indicare la via d’esodo più sicura in caso di sisma o incendio;
  • l’ITS SI, Istituto tecnico Superiore Servizi alle Imprese Viterbo sta realizzando un duplice progetto: da un lato l’elaborazione di contenuti e strumenti di comunicazione per divulgare i temi legati all’industria 4.0 (big data, realtà aumentata e stampa 3D); dall’altro la sperimentazione con GS Net Italia per la progettazione di un casco intelligente che garantisce una maggiore sicurezza.

CONTRATTO PUBBLICO IMPIEGO: STRADA IN SALITA

CONTRATTO PUBBLICO IMPIEGO: STRADA IN SALITA

“Finalmente è approdato al vaglio della Corte dei Conti il DPCM che stanzia i fondi per il rinnovo dei contratti del Pubblico Impiego, di cui la scuola costituisce il comparto più numeroso. Ma i tempi per arrivare alla definizione del contratto non sono così rapidi come il Governo vuol far apparire”. Così Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, commenta l’annuncio del ministro Madia.

“Delle risorse necessarie per raggiungere i miseri 85 euro lordi di aumento promessi – spiega Di Meglio – ad oggi risulta stanziata meno della metà. Inoltre, per quanto concerne la parte normativa, va sottolineato che non si è concluso l’iter di revisione del Testo Unico nel quale sono ancora presenti ambiguità su quale sia la sfera riservata alla contrattazione”.

“Come è stato evidenziato anche dai recenti dati della Tesoreria dello Stato sugli stipendi degli statali, la scuola resta fanalino di coda del settore pubblico. Chiediamo dunque al Governo – conclude il coordinatore nazionale della Gilda – di reperire le risorse per recuperare il potere di acquisto dei docenti, cioè almeno 150 euro mensili”.