D. De Masi, Lavorare gratis, lavorare tutti

Domenico De Masi, Lavorare gratis, lavorare tutti
Perché il futuro è dei disoccupati

di Maurizio Tiriticco

Il sottotitolo dell’ultimo libro di Domenico De Masi è sconfortante: “perché il futuro è dei disoccupati”. Il volume è stato pubblicato da Rizzoli in questi giorni. Di fatto, si tratta di una ricerca di estremo interesse sulla condizione del lavoro oggi ed ancor più domani. Trascrivo:

“Ormai non esiste famiglia dove non ci sia un figlio, un parente o un amico che non sia disoccupato. Se ne parla come di un appestato, abbassando la voce per non farsi sentire dagli estranei, e comunque sospettando che, sotto sotto, si tratti di un fannullone o di uno scapestrato. Con la disoccupazione giovanile stabile oltre il 40 per cento, l’Italia è oggi un Paese con milioni di questi fannulloni e scapestrati. Tutte le soluzioni sperimentate finora, compresi i voucher e il jobs act, celano l’intento di ampliare a dismisura un esercito di riserva professionalizzato e docile, disponibile a entrare e uscire dal mondo del lavoro secondo le fluttuazioni capricciose del mercato. Invece bisognerebbe avere il coraggio di affrontare il problema in tutta la sua gravità: la disoccupazione non solo non diminuirà, ma è destinata a crescere. Basta guardarsi intorno: ieri le macchine sostituivano l’uomo alla catena di montaggio, domani software sempre più sofisticati lavoreranno al posto di medici, dirigenti e notai. Insomma, il progresso tecnologico ci procurerà sempre più beni e servizi senza impiegare lavoro umano. E la soluzione non è ostacolarne la marcia trionfale, ma trovare criteri radicalmente nuovi per ridistribuire in modo equo la ricchezza.

“Per questo i disoccupati e tutti coloro che temono di poterlo diventare, se vogliono salvarsi, devono adottare una precisa strategia di riscatto. Perché pretendere un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando il lavoro viene negato? Perché non trasformare i disoccupati in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro e sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà? Ciò che oggi si prospetta non è conquistare, lottando con le unghie e con i denti, un posto di ultima fila nel mercato del lavoro industriale, ma sedere nella cabina di regia della società postindustriale. La soluzione è un nuovo modello di sviluppo e di convivenza, che possa condurci verso approdi sempre meno infelici”

Ciò che ho trascritto è la posizione di Domenico De Masi: un’analisi lucida e per certi versi inquietante. A mio giudizio, è un’analisi che occorre approfondire, in primo luogo da parte di chi ci governa: far fronte a un’ipotesi di questo tipo, o meglio a una società così profondamene cambiata e in continuo cambiamento – ed in negativo, come sembra – richiede un’intelligenza politica non indifferente. Con ricadute non indifferenti non solo per quanto riguarda il controllo, se non la guida, del mercato del lavoro, ma anche per quanto riguarda le finalità e i compiti del “Sistema Nazionale di Istruzione e di Formazione”. In effetti, se l’Istruzione, con tanto di “I” maiuscola riguarda le tematiche del leggere, scrivere e far di conto, ovviamente con tutte le innovazioni del caso, la Formazione, con tanto di “F” maiuscola riguarda tutto ciò che riguarda l’attenzione, l’orientamento di chi apprende al futuro inserimento al sociale e al mondo del lavoro. Non affronto in questa sede la terza gamba delle responsabilità che la Costituzione affida al sistema scolastico, che è quella del’Educazione, che afferisce alla cittadinanza ed all’acquisizione delle relative competenze che ciascun cittadino deve acquisire.

Non mi sembra che nel dibattito al Lingotto di questi giorni tematiche di questo tipo siano state affrontate! L’attenzione dei “compagni” – si è rinverdita una parola ormai desueta – riguarda più l’unità del partito che l’analisi del “sociale” in cui oggi viviamo e dell’’“economico” nazionale e transnazionale con cui ci dobbiamo confrontare: come se gli ombelichi fossero più importanti della realtà che ci circonda.

Il mondo del lavoro OGGI – anzi il mondo nella sua interezza – non è più quello di IERI, e ciò vale per tutti i Paesi industrializzati. La globalizzazione, la delocalizzazione, le applicazioni tecnologiche sempre più ardite e risolutive per tanti processi lavorativi che fino ad oggi richiedevano occhi e mani esperti stanno creando fasce sempre più ampie di disoccupati e la prospettiva per un futuro, anche ravvicinato, non è affatto confortante. E’ una realtà che libera l’uomo dal lavoro, e non solo manuale, ma lo rende anche disoccupato! E allora, che fare? Tornare al luddismo di un tempo? Impossibile! Non abbiamo distrutto le macchine e non distruggeremo le tecnologie e le loro applicazioni. A fronte quindi di questo mondo del lavoro assolutamente nuovo, “deumanizzato”, se si può dir così, occorre fare fronte! E questa tematica De Masi la avverte e la affronta. Rinvio quindi al libro, ma…

Ciò che soprattutto mi interessa, in quanto pedagogista, è l’insieme delle ricadute che queste trasformazioni hanno ed avranno sempre più sulla scuola, laddove si Educano, Formano e Istruiscono le nuove generazioni. La scuola ha sempre una triplice finalità: educare alla vita, formare il cittadino, istruire lungo l’arco di date discipline colui che domani dovrà affrontare il mondo del lavoro. Ed è proprio questo terzo aspetto che mi preoccupa. Gli ordinamenti attuali, le discipline di studio, le rigide scansioni orarie, le lezioni, le interrogazioni, i voti, i compiti in aula (non in classe: la classe è un concetto, non un luogo), oltre a quelli a casa, ordinamenti che la legge 107 non ha voluto mettere in discussione, le pagelle, i recuperi, gli esami, tutti i rituali di sempre hanno ancora senso di fronte alle sfide che un mondo della conoscenza e del lavoro quale De Masi ci descrive ci propone? E De Masi non è né un sognatore né un visionario! E’ la classe politica che non sa sognare e andare oltre le poltrone che occupa! E sono pure “compagni”, almeno da ieri! Cari “neo compagni”! Ve lo dico da “vecchio compagno”! Leggete di più, soprattutto De Masi, e parlate di meno! Se volete fare non dico di più, ma meglio!

F. Stoppa, La costola perduta

Francesco Stoppa, La costola perduta
Le risorse del femminile e la costruzione dell’umano

di Piervincenzo Di Terlizzi

Una tra le questioni più rilevanti che ogni istituto scolastico si trova ad affrontare nello scorrere dei giorni è quella delle ragioni di tenuta della scuola come comunità. Non più (a dire il vero da quadi vent’anni, ma cosa sia l’autonomia scolastica è ancor lungi dall’essere consapevolezza di dominio comune) emanazione di una filiera gerarchica, in un momento storico di forte ridefinizione di quali siano gli elementi che uniscono le comunità (dai comuni all’Unione Europea), le nostre scuola sono esperienza vissuta e laboratorio di relazione sociale. In questo contesto di cui ognuno ha cognizione nei rapporti quotidiani, è sono utili gli strumenti di riflessione e pensiero che aiutino a focalizzare le nuove questioni.

In questo senso, va segnalato un testo che è nelle librerie da pochi giorni, ed ha già avuto importanti recensioni: si tratta del nuovo saggio dello psicologo pordenonese Francesco Stoppa, La costola perduta (Vita e Pensiero, pp. 197, euro 16 ). Muovendosi dalle solide premesse della propria formazione lacaniana, in una dimensione di apertura metodologica che lo porta ad integrare la lettura antropologica e sociologica di alcuni miti della tradizione culturale occidentale, nonché a chiamare in causa opere antiche e recenti del nostro patrimonio artistico, Stoppa sviluppa la propria riflessione attraverso alcuni intensi capitoli, che possono essere agevolmente affrontati -ed è grande merito della scrittura rigorosa dell’autore- anche da un lettore non specialista del discorso psicanalitico.

La riflessione che Stoppa conduce si origina da due racconti fondamentali, quello della Genesi ed il mito platonico di Penia e Poros, ed attraversa le condizioni con le quali l’umanità si riconosce in comunità, a partire dal beneficio decisivo costituito dalla sua proiezione nel campo della storia, apportato dall’esperienza femminile, che rompe l’immobilismo logico della mentalità del maschio, il quale in proprio risulta, per citare un’immagine del libro, un “patito del quieto vivere”.

Il punto di arrivo del saggio è uno sguardo sulle condizioni di costruzione di una comunità umana che si possa dire tale a pieno titolo: essa accoglie al suo interno, non come dato di fatto ma quale condizione ineliminabile e sempre chiamata al dinamismo, la propria incompletezza, i propri vuoti, quei margini che aprono alla vita che l’autore coglie, nella mirabile pagina di avvio, nella Madonna del parto di Piero della Francesca: il dono femminile è, per usare parole di Stoppa, la consapevolezza del carattere strutturale della mancanza, la ribellione ad ogni fissità univoca, e per questo segnata di frequente dalla scriteriata perdita della qualità umana delle cose, che è propria, invece, dell’ordine fallocentrico.

Nella filigrana dell’avvincente riflessione dell’autore è quasi naturale avvertire l’appello alla manutenzione e alla cura di quanto renda possibile e agibile l’esperienza vitale del vivere in comunità, all’insegna dell’inevitabilità dell’apertura e dell’illusorietà della scorciatoia della chiusura: un ulteriore regalo che questo prezioso testo reca a chi s’immerge nelle sue intense pagine; uno stimolo per chi, in quell’organizzazione che risulta essere, secondo uno classica definizione, a legami deboli, che è la scuola, s’impegna nella costruzione di relazioni vitali e significative nel mondo della complessità.

Valeria Fedeli: «Stipendi e precari, cambiamo la scuola»

da Il Messaggero

Valeria Fedeli: «Stipendi e precari,
cambiamo la scuola»

di Lorena Loiacono

La Buona scuola è stata «uno straordinario investimento economico» per introdurre «qualità e innovazione» nel sistema dell’istruzione italiana, ma ha avuto – spiega Valeria Fedeli – un difetto: non è riuscita a coinvolgere coloro che quella riforma dovevano applicarla, cioè innanzitutto gli insegnanti.

La missione affidata alla Fedeli come ministro dell’Istruzione è proprio questa: recuperare il rapporto con i docenti, tra mondo della scuola e ministero, ricucire quel legame fondamentale per portare avanti la riforma, attuarne i decreti, per cambiare davvero la scuola italiana.

Del resto è stato lo stesso Matteo Renzi nei giorni scorsi ad ammettere il paradossale passo falso del suo governo: «Abbiamo speso 3 miliardi, assunto centomila precari e siamo riusciti a far arrabbiare tutti» ha detto l’ex premier mercoledì scorso a “Porta a Porta”. E allora, proprio per far pace con tutti gli “arrabbiati” della Buona scuola, la scelta del nuovo ministro (un’ex sindacalista della Cgil) è un segnale chiaro rivolto all’intera categoria docente.

Ministro Fedeli, che cosa non ha funzionato secondo lei nella Buona scuola?
«Innanzitutto voglio dire che la Buona scuola ha introdotto qualità e innovazione, oltre ad aver messo in campo uno straordinario investimento economico di 3 miliardi di euro e oltre 90 mila assunzioni. Si è trattato di un processo di cambiamento fortissimo. Proprio per questo credo che sarebbe stato necessario coinvolgere prima tutti i soggetti interessati. Forse è stato proprio questo il problema, il motivo della cesura con il mondo della scuola: la mancanza di un dialogo, sia sui tempi sia sulle modalità di attuazione».

La strada da seguire, d’ora in poi, quale sarà?
«Personalmente credo molto nella condivisione dei percorsi da attuare: ci diamo un obiettivo da raggiungere e decidiamo insieme come arrivarci nella maniera migliore possibile».

Si vuole cambiare la scuola, con quale obiettivo?
«Dobbiamo concentrarci sulla formazione e sull’educazione delle studentesse e degli studenti: è questo il nostro vero obiettivo, lo scopo principale. E credo che si debba partire da qui. Quindi, proprio per questo, l’impianto qualitativo della Buona scuola va salvaguardato così come vanno salvaguardati i grandi investimenti che sono stati fatti. Occorre superare il precariato e dare qualità al ruolo del docente».

Dare qualità, concretamente, come?
«Innanzitutto con un nuovo reclutamento. A questo tema è riservata una delle deleghe per me più importanti in discussione in Parlamento in queste settimane. Ai docenti poi chiediamo sempre più qualità e sempre più formazione, compresa la formazione in servizio. Di contro abbiamo l’obbligo di valorizzare il loro ruolo anche economicamente. Chi entra nella scuola come docente altamente formato deve avere anche un riconoscimento economico».

I docenti sono senza rinnovo del contratto da anni, è in arrivo?
«Il rinnovo deve obbligatoriamente arrivare, è un impegno che ci siamo dati. Non è accettabile che il contratto sia fermo da 7 anni. Aspettiamo l’iter previsto per il decreto Madia, ora all’attenzione delle Commissioni parlamentari, e poi procediamo con il rinnovo. Probabilmente entro l’anno».

È previsto un aumento per gli insegnanti?
«Sì, certo. In base all’accordo dello scorso 30 novembre, firmato con le sigle sindacali, che riguarda tutta la pubblica amministrazione. È previsto un aumento medio di 85 euro, declinati poi sulle diverse professionalità».

Il bonus di 500 euro per la formazione resterà?
«Dobbiamo capire come e se ha funzionato. Faremo un esame dal punto di vista qualitativo e quantitativo dell’uso del bonus. Per quest’anno, comunque, resta di sicuro».

E la valutazione del merito?
«La carriera di un docente va valutata nel suo insieme, anche considerando, ad esempio, il tempo che impiega per la formazione. Sulla questione del merito stiamo ascoltando tutte le parti coinvolte, perché vogliamo adottare uno strumento che prenda in considerazione tutti gli aspetti del lavoro dell’insegnante. Uno strumento che sia condiviso per evitare elementi che possano creare difficoltà».

“Supplentite” e precariato, due facce della stessa medaglia. Come se ne esce?
«Stiamo lavorando per superare il precariato, abbiamo una norma transitoria che serve proprio per affrontare seriamente quello che, di fatto, è uno dei maggiori problemi della scuola italiana. Già con la legge della Buona scuola sono previste le immissioni in ruolo per i precari e il piano andrà avanti. Non possiamo risolvere tutto in un anno: nel 2017-2018 ci saranno ancora cattedre assegnate ai supplenti perché di certo non possiamo lasciarle scoperte. Ma andranno via via diminuendo».

Per le famiglie la mobilità degli insegnanti sta diventando un incubo. Si fermerà mai?
«I problemi ci sono stati ma stiamo lavorando affinché a settembre, con l’avvio del prossimo anno scolastico, ci sia la maggiore stabilità possibile anche grazie a una parte dell’organico di fatto che diventerà organico di diritto. Solo per quest’anno è prevista una deroga al blocco triennale della mobilità, ma sarà una mobilità parziale, solo volontaria e non su tutti i posti e, inoltre, daremo maggior rigore all’utilizzo e alla gestione delle assegnazioni provvisorie».

Uno dei punti più contestati della riforma è stato quello della chiamata diretta, meccanismo che a giudizio degli insegnanti assegna poteri eccessivi ai presidi. Pensate di modificarlo?
«Stiamo discutendo con gli interessati per raggiungere uno strumento più trasparente ed efficace, per consentire la chiamata diretta da parte dei presidi. Stiamo discutendo con i sindacati, ad esempio, sui requisiti richiesti per il docente. Se il metodo è condiviso, supereremo tutti gli ostacoli».

Parliamo di studenti: la possibilità di essere ammessi alla maturità con la media del 6 (invece che con il 6 in tutte le materie) è una novità molto contestata ed è stata vista come un ritorno del “6 politico”. Resterà questa norma?
«Cominciamo con il dire che non mi piace chiamarlo 6 politico perché non lo è. Si tratta piuttosto di valutare il percorso degli studenti nel suo insieme. So perfettamente che non c’è un parere unanime e che la norma, in discussione in Parlamento in merito al decreto per gli esami di Stato, potrebbe saltare. Io mi auguro di no anche perché la polemica sulla media del 6 è durata molto poco. Subito dopo si è passati ai contenuti. Abbiamo discusso molto di più sulla capacità dei ragazzi di saper scrivere. Preferisco sempre guardare i processi della formazione, entrare nei contenuti».

Dietrofront maturità torna l’obbligo di avere la sufficienza in tutte le materie

da la Repubblica

Dietrofront maturità torna l’obbligo di avere la sufficienza in tutte le materie

La Camera frena sull’ammissione garantita anche con la media del 6. Un parere di cui la ministra non potrà non tenere conto

Salvo Intravaia Corrado Zunino

ROMA.

Sufficienza piena in tutte le materie per l’ammissione alla Maturità e lettere (o giudizi sintetici) al posto dei voti alla scuola primaria. Il Parlamento rilascia i primi verdetti sulle deleghe della legge 107: la Buona scuola bis. E le raccomandazioni sulla valutazione sono importanti. Dalle commissioni Istruzione di Camera e Senato sono usciti in queste ore due pareri entrambi favorevoli alle indicazioni di governo, ma con condizioni e osservazioni allegate. Il governo Gentiloni e la ministra Valeria Fedeli non potranno non tenerne conto in sede di emanazione del decreto definitivo. Come spiega la relatrice al Senato, Francesca Puglisi (Pd), questi pareri sono sintesi «della voce unanime del mondo della scuola acquisita attraverso le tante audizioni realizzate nei giorni scorsi».

È altamente probabile, e la ministra lo ha detto a più riprese, che le modifiche richieste all’esecutivo sulle nuove norme della Maturità e sulla valutazione alle elementari saranno accolte, soprattutto, quelle che nelle ultime settimane hanno creato più divisioni nel mondo della scuola. Tra le più discusse l’abbassamento dell’asticella per l’ammissione alla Maturità. La bozza di decreto licenziata in prima battuta dal Consiglio dei ministri dava infatti la possibilità ai maturandi di accedere all’esame finale anche con qualche insufficienza, perché a guidare gli insegnanti sarebbe stata la media del sei e non più la sufficienza piena in tutte le discipline, condotta compresa, come avviene adesso. La semplificazione non è andata giù a molti docenti, con i quali il governo sta provando a ricucire un rapporto logorato dal percorso della Buona scuola. La commissione Istruzione del Senato è stata perentoria nell’inserire tra le “condizioni” per il parere favorevole l’abolizione del paragrafo che allarga le porte alla Maturità anche a coloro che stentano in qualche materia. Resta però aperta la possibilità per il Consiglio di classe di ammettere agli esami anche coloro che hanno cinque (o quattro) in una o più discipline a patto che queste insufficienze restino visibili e pesino sul computo del credito. «Una buona mediazione», commenta Mara Carocci (Pd), relatrice alla Camera, «in questo modo abbiamo voluto sanare un’incongruenza ». Anche oggi, in parecchi casi, i Consigli di classe ammettono alla Maturità studenti con qualche insufficienza, che però viene trasformata automaticamente in sei nei verbali che vanno alla commissione giudicatrice e per la media che determina il credito.

Dalle due commissioni parlamentari è arrivato parere positivo su tutte le altre novità che partiranno con la Maturità 2018: due sole prove scritte nazionali e abolizione della terza prova; valutazione della carriera scolastica che da 25 punti sale a 40 sui cento totali; voto massimo allo scritto di 20 punti anziché gli attuali 15; voto massimo di 20 punti anche per il colloquio (oggi si arriva a 30); obbligo di relazionare all’orale sulle attività seguite nelle ore di alternanza scuola-lavoro e obbligo di una prova Invalsi per l’ammissione agli esami. Quest’ultima serve per saggiare le competenze in Italiano, Matematica e Inglese, varrà come certificazione linguistica e sarà inserita nel curriculum dello studente.

Tra le osservazioni stilate dalle commissioni anche il suggerimento di sostituire la votazione in decimi alla scuola primaria con cinque lettere corrispondenti a giudizi sintetici. «Le “condizioni” sono i punti su cui il mondo della scuola si è espresso in maniera unanime, le osservazioni riflettono aspetti su cui non c’era unanimità», spiega Carocci. «Sulle bocciature alla primaria abbiamo specificato che potranno essere promossi – puntualizza Puglisi – anche i bambini con livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione». Un aiuto dunque agli scolari rimasti indietro.

Alla maturità con la media del 6, niente retromarcia: l’ultima parola al Consiglio di Classe

da La Tecnica della Scuola

Alla maturità con la media del 6, niente retromarcia: l’ultima parola al Consiglio di Classe

Non ci sarà alcuna marcia indietro sulla media del 6 per essere ammessi all’esame di maturità, prevista dal decreto della L.107/15 sulla nuova valutazione.

La notizia trapela dalla Commissione Istruzione della Camera, che ha svolto nell’ultimo mese circa 70 audizioni: la maggior parte delle categorie della scuola audite, avrebbe dare il suo consenso.

Lo rivela – scrive l’Ansa – la presidente della Commissione di Montecitorio Flavia Nardelli: “da quanto abbiamo ascoltato nel corso delle audizioni – naturalmente professori e studenti, ma anche pedagogisti, Comuni e Regioni – non pare giusto non ammettere alla maturità uno studente che ha un 8 in una materia e magari un 4 o un 5 in un’altra; ma è bene ricordare – sottolinea Nardelli, parlamentare dem – che la decisione finale spetterà al consiglio di classe, che potrà valutare positivamente o meno il ‘recupero’ di apprendimento di ogni singolo studente e quindi la sua ammissione”.

Il nuovo orientamento, “fa perno sul senso di responsabilità della scuola, in linea con lo spirito della legge 107, la cosiddetta Buona Scuola, e a me personalmente sembra un orientamento dettato dal buon senso”.

Anche se “in Commissione non sono mancate posizioni contrarie”. Inoltre a mio giudizio, continua Nardelli, “con un approccio di questo tipo si riuscirebbe anche a garantire un principio di trasparenza fondamentale per comprendere quali studenti abbiano goduto dell’aiuto’ e quali, al contrario, alla vigilia della maturità possano vantare tutte le sufficienze necessarie in ogni singola materia. Ma ripeto – torna a sottolineare – la scelta finale spetterà al consiglio di classe, che potrà o meno ammettere uno studente all’esame”.

Conferme sul consenso per la media del 6 per l’accesso agli Esami di Stato della scuola superiore di secondo grado, è giunto poi dalla relatrice in Commissione Istruzione di Montecitorio Mara Carocci.

“Anche con un 5 si potrà essere ammessi, stante il via libera del consiglio di classe. A mio giudizio questo meccanismo favorisce il principio della trasparenza e contestualmente può migliorare il livello di motivazione degli studenti. C’è anche da dire – aggiunge Carocci, anch’ella esponente Pd – che ci si sta incamminando su questa strada dopo una serie ampia e trasversale di richieste emerse durante le audizioni”.

Insomma, sull’argomento ormai i giochi sembrano fatti. Ora, la “palla” tornerà al Governo, dove però difficilmente si tornerà indietro, visto che l’input per questa soluzione era giunto proprio da lì.

Mobilità 2016, l’ombra dei trasferimenti su sostegno senza specializzazione: ricorsi in arrivo

da La Tecnica della Scuola

Mobilità 2016, l’ombra dei trasferimenti su sostegno senza specializzazione: ricorsi in arrivo

Si allunga la striscia di possibili errori sui trasferimenti avvenuti nel 2016, determinati attraverso il discusso e mai rivelato algoritmo ministeriale.

Secondo il Comitato #8000esiliatifaseb, sarebbero infatti stati “rilevati casi di docenti che hanno ottenuto per l’anno scolastico 2016/17 il trasferimento sul sostegno, pur non possedendo il titolo di specializzazione necessario, privando così gli alunni del docente specializzato e violando il diritto a rientrare nella propria provincia di chi, invece, tale titolo lo possiede”.

Sembra infatti – continua il Comitato – che, in fase di domanda di mobilità, alcuni docenti abbiano dato “per errore o svista” disponibilità al sostegno, pur non avendo presentato autocertificazione di essere in possesso del titolo, e che il sistema (il famoso algoritmo) abbia in automatico dato loro il trasferimento su un posto di sostegno, senza che nessuno abbia controllato se ne avessero diritto.

Si presume che errori dello stesso genere possano essere accaduti in diverse province, producendo, a cascata, ripercussioni su tutta la mobilità.

Il commento del comitato degli assunti nella fase B, nel 90 per cento dei casi mandati fuori provincia, è di quelli al vetriolo.

“Nella jungla delle immissioni in ruolo della L. 107/15 e della successiva mobilità straordinaria, è accaduto anche questo. Non bastava la suddivisione in fasi, che ha creato disparità e ingiustizie tra colleghi, stravolgendo i criteri di merito e le legittime aspettative di chi per decenni ha insegnato con contratti annuali”.

E ancora: “non bastava l’algoritmo della mobilità, che ha generato trasferimenti sbagliati a causa di errori grossolani anche nelle scuole secondarie di secondo grado, a differenza di quanto ha dichiarato il Miur, per giustificare il passaggio diretto nel cestino della carta straccia delle numerose domande di conciliazione che gli sono piovute addosso”.

Giunti a questo punto, per il comitato di docenti “è quanto mai necessario che il MIUR e gli USR provvedano urgentemente ad effettuare verifiche a tappeto a livello nazionale sui trasferimenti dello scorso anno”. Bisogna, conclude il comitato, “ripristinare equità ed evitare l’ennesima pioggia di ricorsi contro il Miur”.

Bonus docenti e chiamata diretta, si cambia. Fedeli: dobbiamo capire

da La Tecnica della Scuola

Bonus docenti e chiamata diretta, si cambia. Fedeli: dobbiamo capire

Il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ha un compito a dir poco ostico: convincere gli insegnanti che la Buona Scuola è un’ottima riforma. Ma anche capire come migliorarla.

Perché, dice al Messaggero, la Legge 107/15 “ha introdotto qualità e innovazione, oltre ad aver messo in campo uno straordinario investimento economico di 3 miliardi di euro e oltre 90 mila assunzioni. Si è trattato di un processo di cambiamento fortissimo. Proprio per questo credo che sarebbe stato necessario coinvolgere prima tutti i soggetti interessati. Forse è stato proprio questo il problema, il motivo della cesura con il mondo della scuola: la mancanza di un dialogo, sia sui tempi sia sulle modalità di attuazione”.

Forte degli errori compiuti, ammessi anche dall’ex premier Renzi, anche poche ore prima sul palco del Lingotto di Torino, la Fedeli ha un obiettivo molto chiaro da raggiungere: credo molto nella condivisione dei percorsi da attuare: ci diamo un obiettivo da raggiungere e decidiamo insieme come arrivarci nella maniera migliore possibile”.

Poi annuncia il suo piano. “Occorre superare il precariato e dare qualità al ruolo del docente”. E spiega come: “Innanzitutto con un nuovo reclutamento”. Sull’immediato, il ministro conferma la fase “transitoria che serve proprio per affrontare seriamente quello che, di fatto, è uno dei maggiori problemi della scuola italiana. Già con la legge della Buona scuola sono previste le immissioni in ruolo per i precari e il piano andrà avanti. Non possiamo risolvere tutto in un anno: nel 2017-2018 ci saranno ancora cattedre assegnate ai supplenti perché di certo non possiamo lasciarle scoperte. Ma andranno via via diminuendo”.
Conferma, però, anche il progetto sulla formazione obbligatoria in itinere. “Ai docenti poi chiediamo sempre più qualità e sempre più formazione, compresa la formazione in servizio. Di contro abbiamo l’obbligo di valorizzare il loro ruolo anche economicamente”.

Poi ammette: “Chi entra nella scuola come docente altamente formato deve avere anche un riconoscimento economico”. E il rinnovo? “Deve obbligatoriamente arrivare, è un impegno che ci siamo dati. Non è accettabile che il contratto sia fermo da 7 anni.

Aspettiamo l’iter previsto per il decreto Madia, ora all’attenzione delle Commissioni parlamentari, e poi procediamo con il rinnovo. Probabilmente entro l’anno».
L’importo degli aumenti non si dovrebbe discostare molto da quello che “riguarda tutta la pubblica amministrazione. È previsto un aumento medio di 85 euro, declinati poi sulle diverse professionalità”.
I 500 euro di autoaggiornamento, non sembrano, invece, più una certezza. A domanda: “Il bonus di 500 euro per la formazione resterà?”, Fedeli risponde: “Dobbiamo capire come e se ha funzionato. Faremo un esame dal punto di vista qualitativo e quantitativo dell’uso del bonus. Per quest’anno, comunque, resta di sicuro”. Ma questo si sapeva, visto che i docenti possono fruire dello scorso mese di novembre del cosiddetto “borsellino” elettronico.

Pure sul merito professionale, quest’anno assegnato ad un docente su tre, si prevede qualche novità: “La carriera di un docente va valutata nel suo insieme, anche considerando, ad esempio, il tempo che impiega per la formazione. Sulla questione del merito stiamo ascoltando tutte le parti coinvolte, perché vogliamo adottare uno strumento che prenda in considerazione tutti gli aspetti del lavoro dell’insegnante. Uno strumento che sia condiviso per evitare elementi che possano creare difficoltà”. Anche su questo fronte, quindi, le proteste pesano. E il Governo non può continuare a dire solo che va tutto bene.