Doveroso incontrare famiglie ragazze scomparse un anno fa in Spagna

Erasmus, Fedeli: “Doveroso incontrare famiglie
ragazze scomparse un anno fa in Spagna.
L’impegno del Governo è
per maggiore sicurezza e regole condivise in Europa”

“Era doveroso e importante aprire il Ministero, anche in una giornata non lavorativa, per incontrare le famiglie delle ragazze italiane tragicamente scomparse un anno fa in un incidente stradale in Catalogna durante il periodo dell’Erasmus. Da parte del Governo c’è il massimo dell’impegno affinché le studentesse e gli studenti che vivono una esperienza importante come l’Erasmus possano farlo sempre in sicurezza”. Così la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli che oggi pomeriggio ha incontrato al Miur i familiari delle sette ragazze italiane che un anno fa persero la vita in Spagna a causa di un incidente mentre partecipavano al progetto Erasmus.

La Ministra ha incontrato le famiglie a nome del Governo e ha ascoltato le richieste dei genitori delle ragazze che si sono costituiti nell’associazione “Genitori Generazione Erasmus“: maggiore sicurezza e regole condivise a livello europeo per tutte le giovani e i giovani che prendono parte al programma di studio e mobilità all’estero. All’incontro era presente anche il Presidente di Indire, Giovanni Biondi.

“Porrò al Consiglio europeo dell’Istruzione di maggio il tema di come dotarci di regole di sicurezza condivise, comuni per tutte le Università che ospitano l’Erasmus. Quando permettiamo alle nostre figlie e ai nostri figli di partecipare a questo progetto, li affidiamo alle istituzioni estere anche quando vivono fuori dall’università. Sono necessarie regole stringenti affinché quanto avvenuto un anno fa non avvenga mai più”, ha concluso la Ministra.

Premio Sunhak per la Pace 2017

Assegnato il Premio Sunhak per la Pace 2017 a Gino Strada e Sakena  Yacoobi

La cerimonia di premiazione si è tenuta venerdì, 3 febbraio, 2017 a Seoul (Corea del Sud). Il Dott. Il Sik Hong, ex presidente dell’Università di Corea, ha condotto la Cerimonia di premiazione al Jamsil, Lotte Hotel World, Crystal Ballroom.

Gino Strada, un medico italiano, ha fornito assistenza medica di emergenza a rifugiati in Africa, Medio Oriente e Afghanistan.

Sakena Yacoobi, un’educatrice afgana, ha sviluppato una soluzione innovativa al problema dell’insediamento dei rifugiati, tramite l’educazione.

Oltre 800 persone provenienti da più di 100 paesi del mondo erano presenti, compresi Capi di Stato ed ex Capi di Stato, parlamentari e VIP internazionali, provenienti da tutti i settori della società.

I risultati del Dott. Gino Strada sono largamente conosciuti per il contributo al progresso dell’”assistenza medica di emergenza” nel corso degli ultimi 25 anni; la sua compassione per l’umanità lo ha portato oltre i confini nazionali, perfino verso l’epicentro del conflitto in Medio Oriente e in Africa. Il suo lavoro ha portato guarigione e soccorso ai 7 miliardi di persone intorno al mondo.

La Dott.ssa Sakena Yacoobi è stata riconosciuta in tutto il mondo per aver sviluppato programmi educativi legati all’insediamento dei rifugiati, lavorando specialmente nei campi profughi in Afghanistan, sottoposti a particolare stress dai numerosi anni di conflitto.

Gino Strada sostiene che il “diritto ad essere curati” sia un diritto umano fondamentale ed inalienabile, e su questa base ha stabilito l’organizzazione medica di emergenza internazionale conosciuta come “Emergency”. Emergency opera in più di 60 strutture sanitarie d’emergenza in 16 nazioni e ha contribuito a salvare più di 7 milioni di vite fino ad oggi.

Nel 2008, il Dott. Strada si è assicurato le firme dai governi di 12 paesi africani (Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Gibuti, Egitto, Eritrea, Etiopia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sudan e Uganda), promuovendo il “Manifesto per una Medicina basata sui diritti umani”. Il Dott. Strada ha guidato una campagna globale per promuovere la consapevolezza dei diritti umani e la sua importanza per l’assistenza sanitaria. Inoltre ha costruito un centro di chirurgia cardiaca di prim’ordine nel mezzo del deserto africano offrendo assistenza medica gratuita alle vittime di guerra della regione. Attualmente è impegnato nella costruzione di altre strutture di trattamento sanitario.

Il Dott. Strada è riconosciuto come un filantropo di grande caratura, non solo per i suoi sforzi durante il rapido aumento di immigrati in Europa, ma anche per il suo coinvolgimento attivo in campagne contro la guerra. Il Dott. Strada è stato raccomandato per il Premio Nobel per la Pace, e il suo lavoro è stato descritto in un documentario intitolato “Open Heart”, che introduce il suo lavoro di soccorso medico. Tale film è stato nominato per gli Academy Awards nella categoria Miglior Cortometraggio Documentario.

La Dott.ssa Sakena Yacoobi è un’educatrice impegnata, che ha dedicato se stessa all’educazione delle donne. Ha sviluppato una visione innovativa per l’istruzione nel mondo islamico, basata sulla sua convinzione che “educare le ragazze vuole dire educare le generazioni future”. Al fine di stabilire un sistema educativo stabile per i rifugiati, ha fondato l’istituto afgano per l’apprendimento (AIL – Afghan Institute of Learning) nel 1985, offrendo servizi educativi e sanitari a più di 13 milioni di rifugiati.

In particolare, Yacoobi è stata riconosciuta per aver migliorato notevolmente i diritti e lo status sociale delle donne all’interno della società islamica. Gestisce più di 80 scuole clandestine, lavorando anche a rischio della propria vita. I suoi sforzi hanno consentito l’istruzione di migliaia di ragazze, anche sotto il regime talebano che proibiva strettamente alle donne di ricevere un’istruzione. Attualmente assiste attivamente la comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite, in qualità di esperta nel rispondere alle crisi dei rifugiati. I suoi successi l’hanno portata ad essere una candidata per il Premio Nobel per la Pace nel 2005.

Il Presidente del Comitato, Dott. Il Sik Hong, ex presidente della Università della Corea a Seoul, ha affermato, “Come premio fondato sulla visione per la pace di ‘Un’unica Famiglia Sotto Dio’, il comitato ritiene la crisi dei rifugiati come il tema centrale per l’edizione 2017”.

Inoltre, ha aggiunto, “Oggi, avendo a che fare con la più grande crisi di rifugiati dalla Seconda Guerra Mondiale, i cittadini del mondo devono ricordare il valore di ogni essere umano, un valore che ci unisce. Attraverso la solidarietà e la cooperazione abbiamo bisogno di risolvere questo problema insieme”.

Ogni vincitore ha ricevuto un premio di $500.000, insieme ad una medaglia e targa presentata dal fondatore, Dr. Hak Ja Han Moon e il presidente della commissione, il Dr. Il Sik Hong, durante la cerimonia di premiazione.

Presidente Hong ha affermato che, “Nel momento in cui la crisi dei rifugiati a livello globale sembra peggiorare di giorno in giorno, queste due personalità, che hanno dedicato la loro vita a ricostruire radicalmente la vita dei rifugiati fornendo il più essenziale dei nostri diritti all’Assistenza medica e all’Educazione sono gli eroi di questa epoca”.

L’On. Anote Tong ex presidente delle isole Kiribati, premiato nella prima edizione 2015 del Premio Sunhak per la Pace, nel suo discorso di congratulazioni ha affermato, “La crisi dei rifugiati richiede una risposta globale, e quindi dobbiamo migliorare lo sforzo globale attraverso la cooperazione e il coordinamento tra tutti gli attori”.

Il Premio Sunhak per la Pace (Sunhak Peace Prize) riconosce ed onora su base biennale individui od organizzazioni che hanno offerto contributi duraturi alla pace e allo sviluppo umano. Il premio include una somma in denaro per un totale di un milione di dollari.

Gino Strada

“L’Albert Schweitzer del XXI secolo”, Gino Strada è un chirurgo umanitario italiano che ha dedicato se stesso alla diffusione dell’assistenza medica d’emergenza in almeno sedici paesi del Medio Oriente e Africa nel corso degli ultimi venticinque anni. Egli ha contribuito a salvare vite, fornendo assistenza medica di emergenza gratis per sette milioni di rifugiati con grande amore per l’umanità, che trascende i confini nazionali. Gino Strada ha assunto la guida nella campagna contro la guerra per proteggere e nobilitare i diritti umani, contribuendo così alla costruzione della pace globale.

Sakena Yacoobi

“La madre dell’istruzione per i rifugiati”, Sakena Yacoobi, che ha assistito alla vita di sofferenze dei rifugiati afgani segnate da decenni di guerra, è convinta che l’istruzione sia la chiave per sperare per le generazioni future. Nel 1995, ha fondato l’Istituto afghano di apprendimento (AIL) per fornire un ambiente educativo sistematico, d’istruzione e formazione professionale a tredici milioni di rifugiati, in particolare contribuendo al miglioramento dei diritti umani e allo status sociale delle donne musulmane. Anche in circostanze pericolose per la sua vita sotto il regime dei talebani, la Dr.ssa Yacoobi ha educato più di tremila ragazze in oltre ottanta scuole sotterrane “segrete”, senza incidenti. A differenza della prima generazione di rifugiati afghani, i cui sforzi pionieristici sono stati devastati dalla disperazione e dalla povertà, i rifugiati della seconda e terza generazione sono diventati leader nella ricostruzione delle loro comunità.

L’UPF è una ONG dotata di statuto consultivo speciale presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. Sostiene e promuove il lavoro delle Nazioni Unite e il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio

N. Terranova, Gli anni al contrario

Un difficile confronto

di Antonio Stanca

Presso Einaudi è ricomparso il romanzo Gli anni al contrario, pubblicato la prima volta l’anno scorso dalla stessa casa editrice. L’ha scritto Nadia Terranova che, nata a Messina nel 1978, vive a Roma ed è giunta a quest’opera dopo aver scritto cinque libri per ragazzi, alcuni illustrati. Il romanzo rappresenta il suo esordio nella narrativa e con esso ha vinto i premi Bagutta Opera Prima, Brancati, Fiesole, Grotte della Gurfa, Viadana e Viadana Giovani.

Abilissima si è mostrata la Terranova nel costruire una vicenda ambientata in Italia negli anni tra il 1977 e il 1989, una vicenda di amore e di morte. Capace è stata di narrarla con un linguaggio molto semplice, molto appropriato anche se tramite un discorso continuamente frammentato, diviso in brani, in paragrafi. Ci sono sempre pause, intervalli nella narrazione, non c’è un movimento unico che tutta la comprenda insieme ai suoi sviluppi. E’ una forma espressiva insolita che ha procurato delle critiche alla scrittrice ma che non ha impedito che il romanzo fosse apprezzato.

Questo dice del rapporto d’amore che nasce tra Giovanni e Aurora, entrambi studenti universitari nel 1977 a Messina. Lui è più avanti negli anni e indietro negli studi ma messosi con lei, che è stata sempre brava, riuscirà a recuperare. Entrambi sono di buona famiglia. Giovanni ha perso tempo per l’attività politica che ha svolto da quando si è unito con quei gruppi di estrema sinistra che avevano voluto continuare gli ideali di protesta, lo spirito di contestazione che era esploso nel 1968. Giovanni e gli altri dei gruppi erano convinti che la rivoluzione si dovesse fare, che fosse necessaria e che per essa ci si dovesse impegnare in Italia e all’estero. Nonostante le contrarietà, le preoccupazioni della famiglia egli aveva continuato in questa attività perché convinto che bisognava preparare la rivoluzione, che non si doveva aver paura dei pericoli.

Ma quando si metterà con Aurora, quando riprenderà gli studi, sembrerà che voglia abbandonare questi impegni. A conferma della nuova condizione verranno il matrimonio, la casa a Messina, la laurea per entrambi, la nascita di Mara e i doveri coniugali. Col tempo, però, succederà che in Giovanni riemerga il vecchio spirito del rivoltoso, del ribelle, che ritornino i collegamenti con i vecchi compagni di lotta politica e che la nuova vita con la moglie, la figlia, la casa, gli sembri un limite, un ostacolo per quella che aveva sempre sentito come una missione. Si allontanerà da casa prima per poco, poi per molto tempo, vi ritornerà, se ne andrà: comincerà per lui quell’interminabile oscillazione tra luoghi, pensieri, propositi sempre diversi, tra persone, azioni, situazioni che saranno opposte tra loro e che gli procureranno uno stato di tale inquietudine da farlo passare dal vizio ossessivo del fumo all’uso di droghe prima leggere, poi sempre più pesanti. Non ci sarà più la casa né Aurora né Mara per Giovanni, vivrà lontano da loro. Quando comparirà sarà solo per poco e per confermare la gravità della situazione che si è creata. Giovanni si separerà da Aurora e mentre sfumano a livello locale, nazionale e mondiale i progetti di lotta continua, di rivoluzione totale, si troverà egli a vivere in una comunità contadina perché vuole disintossicarsi. Qui scoprirà di essere malato di Aids, morirà e l’ultimo legame con la famiglia rimarrà quel precedente scambio di lettere che sempre, ovunque si era trovato, era avvenuto tra lui e la piccola figlia.

Aurora, la bella e brava ragazza che insieme a Giovanni aveva sognato una vita di affermazioni, di successi, si era dovuta, anche se lentamente, convincere del dramma che stava investendo la sua famiglia. Aveva sempre creduto possibile una soluzione, aveva sempre sperato, cercato un’alternativa ai pensieri che la torturavano. All’insegnamento aveva aggiunto un’attività di ricerca presso l’Università ma niente le aveva evitato di assistere, vecchia, alla fine di ogni aspirazione, di ogni sogno, di ogni speranza.

Una vicenda vera, reale sembra quella vissuta da Giovanni, Aurora e la piccola Mara e che la Terranova sia riuscita a farne il motivo di un romanzo è merito soltanto suo, della sua capacità d’immaginazione, di osservazione che l’ha fatta andare oltre la realtà, le ha fatto trasformare persone e situazioni comuni nei termini di un difficile confronto, quello tra la volontà e il destino, l’anima e il corpo, la vita e la morte, l’uomo e la storia.

Io, Daniel Blake, di Ken Loach

Io, Daniel Blake, un film di Ken Loach

di Mario Coviello

 

Oggi che una famiglia su quattro ha un tenore di vita prossimo alla povertà o addirittura all’indigenza e al sud un cittadino su due rischia l’esclusione sociale per la mancanza di lavoro o per la precarietà salariale, Io, Daniel Blake, l’ultimo capolavoro del maestro Ken Loach, non può che essere un film necessario. Se lo avete perso al cinema cercatelo in streming. Ken Loach non si stanca di raccontare la classe operaia e la vita difficile che è costretta a vivere in una società che chiede domande di impiego on line a persone che hanno lavorato sodo per tutta la vita, una società che non è più capace di offrire uno scambio tra uomini che si guardano negli occhi.

Daniel Blake è un esperto carpentiere che vive a Newcastle e ha quasi sessant’anni. Ha lavorato per oltre trent’anni usando le mani. Con il legno costruisce mobili e uccelli in volo. Sa riparare un rubinetto e uno scarico. Ma ha avuto problemi seri al cuore e non può più fare il suo lavoro .Per la prima volta è costretto a rivolgersi all’assistenza pubblica che gli fa frequentare un corso per costruire il suo curriculum, lo manda per strada a chiedere un lavoro qualsiasi, anche se non può, in malattia, farne alcuno.

In attesa dell’esito che non arriva di un ricorso che gli riconosca la malattia, rimane per ore in attesa di risposte da una segreteria telefonica e tenta di capire qualcosa con il computer e con il mouse “sfiora lo schermo”, come gli viene consigliato

Daniel Blake è vedovo, sente molto la mancanza della moglie Molly che ascoltava musica con le cassette, era mentalmente instabile e che ha curato fino all’ultimo per un cancro inesorabile.

Daniel Blake lotta, cercando sempre di non perdere la sua dignità perché “un uomo senza dignità non è un uomo”.

Nella sua vita, durante il suo inutile vagabondare in una periferia spoglia, incontra una giovane donna Daisy che ha due figli. Daisy ha potuto finalmente prendere una casa in fitto, dopo essere stata per un anno in ostello. Daisy sviene per la fame perché il cibo che riesce a prendere al banco alimentare basta solo per i suoi piccoli.

Daniel Blake invita la donna “a non mollare”, la aiuta come può e si affeziona ai due bambini che diventano per lui i figli che non ha mai potuto avere.

Ken Loach non fa sconti e accompagna i quattro protagonisti della sua storia lungo tutta la loro via crucis. Daniel Blake combatte, vende tutti i mobili che ha fatto con le sue mani quando non gli viene concesso nemmeno il sussidio, si ribella, e….

E’ la dignità della persona quella che si vuole annullare grazie a un sistema in cui dominano i ‘tagli’ alla spesa sociale e dove anche una funzionaria che deve applicarli si rende conto della crudeltà delle regole .  Ancora una volta Ken Loach ha diretto un film necessario, un film che da ogni inquadratura, quando si ferma sui volti dei suoi protagonisti, urla la necessità di conservare la nostra umanità, nonostante tutto.

Il regista ha uno sguardo profondamente umano e nello stesso tempo con le caratteristiche del grido che invita a ribellarsi . Per farlo è ritornato, per documentarsi, nella sua città natale, Nuneaton, e ha partecipato all’attività di sostegno di chi si trova in difficoltà.

Come sempre il cineasta inglese lavora per sottrazione, la sua è una regia asciutta e lineare ma, al tempo stesso, assolutamente efficace e coinvolgente. Non c’è spazio per nessun pietismo né retorica.
Il suo cinema non si limita a descrivere il disagio e il dolore dei personaggi, li condivide e li metabolizza, amplificando così l’empatia che lo spettatore prova nei loro confronti. Nella loro semplicità alcune scene hanno una potenza emotiva enorme, si pensi a quando Daisy perde il controllo al banco alimentare.

Si è scossi e commossi alla fine del film. Sarà difficile dimenticare Daniel Blake, la sua storia e le sue toccanti parole: “Non sono un cliente, né un consumatore. Non sono uno scansafatiche, uno scroccone, un mendicante e neanche un ladro,  non sono un numero di previdenza sociale e neanche un bip sullo schermo di un computer. Ho fatto la mia parte fine all’ultimo centesimo, e ne sono orgoglioso. Non accetto né chiedo carità. Sono una persona, non un cane. E come tale chiedo che mi siano garantiti i miei diritti. Chiedo di essere trattato con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino. Niente di più, niente di meno. Grazie.”

Professori con la maiuscola

da La Stampa

Professori con la maiuscola

Io credo che abbiamo bisogno dei Professori e dei Maestri per tutta la vita e credo che, in Italia, questi Professori e questi Maestri ci siano e siano la maggioranza. Dunque: a questa maggioranza, rendiamo onore. Rispettiamoli. Scriviamo il loro ruolo con la maiuscola. Pronunciamolo con la maiuscola. È un inizio. Piccolo. E poi proviamo a tradurre questo prestigio in stipendio (come in Germania, per esempio).

Antonella Boralevi

Una classe di prima media, una piccola scuola, un piccolo paese. Una mamma spalanca la porta durante l’ora di lezione di italiano. Si pianta accanto alla cattedra. Chiede ai ragazzini. «È vero che la vostra classe è divisa in bravi e asini? È vero che gli asini, quando fiatano, sono costretti a guardare il muro per punizione?». Loro ripondono: «Sì». L’ha raccontato Nicola Pinna in questo servizio. Sono arrivati i carabinieri.

Oggi invece Sara Ricotta Voza, racconta di Armando Persico, «il professore da un milione di dollari», l’unico italiano entrato tra i 50 finalisti del Global Teacher Prize, premio al miglior insegnante del mondo istituito da un lungimirante miliardario indiano, Sunny Varkey, che, con la formazione, è diventato molto molto ricco ma ha anche capito che chi insegna non interviene solo sugli studenti, ma su tutta la comunità. E quindi, va tenuto di conto. La scuola dove insegna Persico è l’Istituto tecnico Superiore di San Paolo d’Argon, Bergamo,nata dalla collaborazione tra pubblico e aziende del territorio.

E poi c’è un film. Non è ancora uscito. Classe Z, di Guido Chiesa. Racconta di una classe dove il preside confina tutti quelli che restano indietro e di un professore idealista,un supplente che dopo sei mesi di scherzi feroci e umiliazioni, si arrende. E proprio allora, e solo allora, la classe cambia. La scuola siamo noi. C’è poco da fare. La scuola siamo quello che diventeranno i nostri figli e quello che siamo diventati noi.

I nostri genitori ci educano, ci accudiscono, ci sostengono. Eppure, la nostra giornata di figli ruota tutta intorno alla scuola. L’immagine della mamma o del papà che ci accompagnano davani al portone, e poi lasciano la nostra mano e ci guardano entrare, non è solo una abitudine: è un manifesto, secondo me.

In tanti, ci ricordiamo un professore,un maestro. Uno solo. Ma è quello che ci ha cambiato la vita, che ci ha aperto il cervello, che ci ha fatto apapssionare a qualcosa che mai avremmo pensato che ci potesse interessare. Quello che ci ha insegnato a capire chi siamo e chi possiamo, avremmo potuto, potremmo diventare. L’attimo fuggente e il Professor Keating che incoraggia i suoi studenti a mettersi in piedi sui banchi per «vedere le cose da una prospettiva differente», sono un film. La Scuola di Barbiana no.

Io credo che abbiamo bisogno dei Professori e dei Maestri per tutta la vita e credo che, in Italia, questi Professori e questi Maestri ci siano e siano la maggioranza. Dunque: a questa maggioranza, rendiamo onore. Rispettiamoli. Scriviamo il loro ruolo con la maiuscola. Pronunciamolo con la maiuscola. È un inizio. Piccolo. E poi proviamo a tradurre questo prestigio in stipendio (come in Germania, per esempio).

Perchè insegnare in inglese significa difendere l’italianità

da la Repubblica

Perchè insegnare in inglese significa difendere l’italianità

L’insegnamento in lingua inglese nelle nostre università è stato, anche di recente, oggetto di accesi dibattiti e polemiche. Sostanzialmente unanime la levata di scudi a difesa dell’italiano, che ha avuto anche riflessi giudiziari.

Alberto Mantovani

L’insegnamento in lingua inglese nelle nostre università è stato, anche di recente, oggetto di accesi dibattiti e polemiche. Sostanzialmente unanime la levata di scudi a difesa dell’italiano, che ha avuto anche riflessi giudiziari.

È DI fine febbraio il semaforo giallo della Consulta, la cui sentenza stabilisce che sono leciti i corsi di studio in lingua inglese, purché in misura residuale rispetto all’offerta complessiva dei singoli atenei.

Un’apparente uniformità di vedute da cui la mia si discosta: sulla base non di principi astratti, bensì della mia esperienza di medico e scienziato che ha lavorato all’estero, e — soprattutto — di docente che, in Humanitas University, insegna in inglese nell’ambito in un corso di laurea internazionale in Medicina. Un corso seguito da una quota importante — circa il 40 per cento — di giovani non italiani. È sulla base di questo mio vissuto che credo che il miglior modo di difendere e promuovere l’italiano — e i talenti italiani — sia insegnare in inglese, per lo meno nei contesti appropriati.

In primis, dunque, in ambito scientifico.

L’inglese è infatti la lingua della Scienza. Così come il greco e il latino sono stati, in passato, la koinè, ossia la lingua comune ed accettata della cultura classica: nessun autore spagnolo, africano o inglese si sarebbe mai sognato di metterlo in discussione.

Insegnare in lingua inglese in ambito scientifico è importante innanzitutto per il bene stesso dei nostri ragazzi. In un recente Keystone Symposium tenutosi negli Stati Uniti, quattro dei nostri ragazzi — posso dirlo con orgoglio! — sono stati selezionati per le presentazioni orali, superando un vaglio estremamente severo. Deve far riflettere però il commento del mio collega e amico Michael Karin, che ha ospitato nel suo laboratorio diversi italiani che si sono fatti onore fra giovani di tutto il mondo: «Bravi i ragazzi italiani. Peccato parlino male l’inglese». Un’opinione purtroppo condivisa a livello globale: i nostri ragazzi, di certo non meno bravi dei colleghi del Nord Europa, affrontano la competizione internazionale con un’arma spesso spuntata, perché hanno meno familiarità con la koinè della scienza.

Non sottovalutiamo, poi, il fatto che una forte componente internazionale a livello dei corsi universitari sia un valore aggiunto anche per i nostri studenti: li abitua a respirare l’aria del mondo, ad uscire da una dimensione provinciale e a vivere in un ambiente più stimolante, aperto al confronto con coetanei di culture diverse, ampliando gli orizzonti. E come attirare giovani da tutto il mondo nei nostri atenei se non insegnando in inglese?

Opporsi all’insegnamento in lingua inglese per difendere la cultura italiana è dunque, a mio avviso, profondamente sbagliato. Anzi, è vero il contrario. Accogliere da tutto il mondo giovani talenti, portarli a studiare nel nostro Paese dove restano per anni è in assoluto il modo migliore per promuovere la nostra cultura. Mentre studiano in inglese, infatti, questi ragazzi vivono in Italia, accanto agli italiani. E quando mettono in pratica le nozioni acquisite — gli studenti di Medicina, ad esempio, passano dalle aule alla clinica, a contatto con i pazienti — hanno comunque imparato l’italiano, perché usano la nostra lingua nella vita di tutti i giorni, al di fuori dell’insegnamento. Passano nel nostro Paese i momenti liberi andando a teatro, al cinema, ai concerti. Mangiano ed apprezzano il nostro cibo, imparando a distinguere un Parmigiano vero da un Parmesan.

Fanno conoscenze, costruiscono legami duraturi con il nostro Paese, amicizie che si porteranno dietro per la vita. Assorbono e respirano la nostra cultura ed i nostri valori in tutto e per tutto, per anni. E, quando torneranno nei rispettivi Paesi d’origine, contribuiranno a diffonderli.

Chiudere le porte al mondo non aiuta affatto a difendere la nostra cultura. È bene invece aprirle ed attirare i migliori talenti, che arricchiscono il Paese che li ospita e favoriscono la crescita scientifica di quello da cui provengono. L’insegnamento in lingua inglese, all’interno di corsi altamente qualificati, è dunque il modo migliore con cui possiamo non solo difendere, ma anche promuovere l’italianità.

L’autore è direttore scientifico Irccs Humanitas e docente di Humanitas University

Aggiornamento annuale GaE, chi presenta il sostegno va a pettine

da La Tecnica della Scuola

Aggiornamento annuale GaE, chi presenta il sostegno va a pettine

Altra pronuncia favorevole all’inserimento a pettine negli elenchi aggiuntivi dei docenti di sostegno agli allievi disabili.

In occasione dell’ultimo aggiornamento annuale delle GeE, disposto con i decreti 325/2016 e 495/2016, è stato infatti consentito agli insegnanti già inseriti nelle stesse Graduatorie ad esaurimento di dichiarare il conseguimento del titolo di sostegno, attraverso Tfa specializzante, per la collocazione nei relativi elenchi aggiuntivi.

Gli uffici scolastici hanno però inserito in “coda” negli elenchi di sostegno i neo specialisti, sebbene già inseriti in GaE anche da parecchi anni nelle rispettive classi di concorso per le quali erano abilitati.

Dopo gli interventi dei giudici del lavoro di Taranto, di Caltagirone e di Genova, questo tentativo di reintrodurre il meccanismo delle code nelle GaE è stato censurato anche dal Tribunale di Enna.

Con sentenza dell’8 marzo scorso, accogliendo il ricorso proposto dall’avvocato Dino Caudullo nell’interesse di un docente che aveva dichiarato il conseguimento del titolo di sostegno ed era stato collocato in coda, perdendo quindi la possibilità di essere immesso in ruolo nonostante vantasse un punteggio elevato nelle GaE, il giudice del lavoro di Enna ha ribadito l’illegittimità del meccanismo dell’inserimento in coda.

Il concetto vale non solo in occasione della “finestra” triennale, ma anche per  l’aggiornamento annuale delle Gae, perchè contrastante con i principi enunciati dalla Corte Costituzionale con la sentenza 41/2011.