Interrogazione alla Ministra della Pubblica Istruzione

UE – MO =
A Roma Universita’ La Sapienza annulla autorizzazione per convegno domani su Palestina
Deputati invitati al convegno Palazzotto (SI) Tidei (Pd), Fossati (Art.1 – Mdp)  presentano interrogazione alla Ministra della Pubblica Istruzione

Riteniamo la scelta di revocare la disponibilità all’utilizzo degli spazi dell’Università la Sapienza ‎per l’iniziativa “É tempo di giustizia in Palestina. Le responsabilità dell’Europa” un fatto grave che lede la libertà di espressione e l’autonomia dell’universita’.
Ritenere discriminatorio una iniziativa politica sulla crisi Israelo-Palestinese organizzata dalle associazioni del coordinamento La Nostra Europa di cui fanno parte anche l’Arci, la CGIL e diverse associazioni pacifiste è una forzatura sul piano ideologico oltre che del senso comune.
All’iniziativa avrebbero partecipato infatti oltre che diversi parlamentari nazionali ed europei ‎anche intellettuali e rappresentanti della società civile israeliana e palestinese.
Non permettere che l’iniziativa si svolga nei locali dell’Università su richiesta di un fantomatico Osservatorio sulle discriminazioni appare in questo contesto un atto di censura preventiva che si iscrive nel generale clima di rimozione della questione palestinese ‎nel paese.
‎Abbiamo gia’ presentato un’interrogazione parlamentare alla Ministra dell’Istruzione con cui chiediamo immediati chiarimenti.

Lo dichiarano in una nota i deputati Erasmo Palazzotto di Sinistra Italiana, Marietta Tidei del Partito Democratico e Filippo Fossati di Articolo 1 – Mdp.

Quote azzurre nella scuola italiana

Quote azzurre nella scuola italiana

L’OCSE ci annuncia oggi una cosa che sapevamo già, e cioè che la percentuale dei docenti di sesso femminile è preponderante rispetto a quella maschile. Il dato europeo sarebbe il 68 %, e quello italiano – in alcune cose riusciamo a essere primi in classifica – sale addirittura all’83 %. L’OCSE  non pare però soddisfatta  di tale situazione, poiché nel comunicato si legge: “Persistenti squilibri di genere nella professione di insegnante hanno sollevato una serie di preoccupazioni” e via recriminando su questo tono. Rileviamo en passant il grano di incenso bruciato sull’altare del politicamente corretto (non “sesso” ma “genere”) e veniamo al punto. La premessa doverosa ma tutt’altro che ritualistica è che  le docenti svolgono mediamente assai bene il proprio lavoro: competenza e dedizione riescono a produrre risultati nonostante la scuola com’è oggi strutturata. Sì, diciamo “nonostante”, perché la miriade di incombenze burocratiche cui l’insegnante deve soggiacere (ormai si riempie un modulo anche per andare ai servizi) sembrerebbe tale da soffocare qualsiasi vocazione; eppure, nonostante tale fardello, maestre e professoresse il loro lavoro lo svolgono con un impegno che sfiora l’eroismo. Ma questa era la nostra premessa. Il dubbio che agita l’OCSE è che questa massiccia presenza dell’elemento femminile dietro la cattedra possa produrre dei danni, tanto che – prosegue il documento – “sarebbe interessante indagare il potenziale impatto del divario di genere nell’insegnamento, per esempio, sui risultati di formazione e di carriera”. Su tale questione non mettiamo bocca, preferendo spostare l’attenzione su un altro piano. A noi sembra che la sparizione del docente maschio dalla scuola proceda di conserva (seppure in parte per altre cause) con quella della sparizione del padre dalla famiglia. In poche parole: la femminilizzazione della scuola fa il paio con l’educazione familiare, la quale è impartita dalla madre perché il padre è stato espulso dal nucleo oppure, per motivi storico-sociologici che qui non richiamiamo, è una figura effimera e sbiadita e svolge un ruolo marginale. Nella sostanza, il problema è come incide sull’educazione e la crescita dei giovani italiani la presenza prevalente, in funzione genitoriale ed educativa, di uno solo dei due sessi. Quello cui la tradizione, ma forse anche la natura, affidano tanti preziosissimi compiti in favore della prole, ma non tanto quello del porre dei limiti e abituare ad una ragionevole disciplina nei rapporti con se stessi e con gli altri. Allora, oltre a interrogarsi, come fa l’OCSE, circa le conseguenze “sui risultati di formazione e di carriera”, bisognerebbe forse chiedersi quanto la sparizione del padre come dell’insegnante di sesso maschile, che del padre conserva le stimmate, incida sulle svariate forme di devianza e violenza giovanile di cui le cronache recano allarmante testimonianza.

Alfonso Indelicato
Responsabile Dipartimento Scuola della Lombardia
Fratelli d’Italia Alleanza Nazionale

Fedeli: presto piano prevenzione droga rivolto alle scuole

da Il Sole 24 Ore

Fedeli: presto piano prevenzione droga rivolto alle scuole

di Cl. T.

A breve arriverà un piano educativo per la prevenzione delle dipendenze rivolto agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, alle loro famiglie e ai docenti: lo ha reso noto la ministra per l’Istruzione, Valeria Fedeli, rispondendo ad un’interrogazione del deputato di Ap Maurizio Lupi sulla diffusione di sostanze stupefacenti tra gli studenti.

Il piano
Fedeli ha spiegato che il piano, che sarà sottoposto all’esame di un comitato paritetico composto da rappresentanti dei ministeri dell’Istruzione e della Salute, «si pone l’obiettivo di fornire agli studenti e alle famiglie informazioni sui rischi legati all’uso/abuso di droghe» e si propone inoltre «di fornire ai docenti gli strumenti e i supporti didattici utili a contrastare i pericoli legati all’assunzione di droghe e a rafforzare negli studenti la capacità di esprimere opinioni sull’uso degli stupefacenti».

La ministra ha assicurato che «proprio sulla prevenzione si incentra l’azione di contrasto che il sistema formativo può mettere in atto. Occorre che la scuola interagisca con le famiglie e con le altre istituzioni e amministrazioni a ciò deputate per fornire modelli educativi e stili di vita e, soprattutto, per far acquisire ai nostri ragazzi la consapevolezza dei danni che derivano da queste sostanze e dalla dipendenza da esse».

Cani antidroga nelle classi? Il dilemma dei presidi

da Corriere della sera

Cani antidroga nelle classi? Il dilemma dei presidi

I dirigenti di istituto continuano a ricorrere ai controlli come estrema ratio, ma il sottosegretario all’Istruzione: «La maggior piazza di spaccio è la scuola. Serve la divisa

Valentina Santarpia

Progetti, relazioni, dibattiti: e poi, quando tutto questo non serve, arrivano i cani che fiutano la «roba» e scovano chi ha, o ha avuto, addosso del «fumo». Mentre il fenomeno sembra evaporato dalla lista delle emergenze, docenti e presidi «al fronte» continuano a combattere tutti i giorni con le «canne» a scuola. E, quando non ce la fanno più, chiamano le forze dell’ordine. Statistiche precise non ce ne sono, ma fioccano i casi segnalati dalle cronache locali. E spesso non sono falsi allarmi: l’anno scorso, quando la Questura di Firenze fece un controllo a tappeto delle scuole della provincia, in 28 istituti su 60 furono trovate sostanze. «È l’ennesima dimostrazione che il problema c’è- dice il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi- La maggiore piazza di spaccio è la scuola. E l’educazione non basta: serve anche la divisa».

IL PEDAGOGISTA: UN ERRORE, VANNO PIU’ LI’ CHE IN DISCOTECA

Il dilemma dei presidi

Non è una scelta facile per un dirigente, quella di chiedere un controllo. «Certo- racconta Isabella Pinto, preside dell’istituto Magarotto per sordi di Roma- non lo faccio mica a cuor leggero. Ma so che, se i ragazzi non mi amano, genitori e docenti mi apprezzano. Ho dovuto chiamare i carabinieri anche qui, i ragazzi arrivavano in classe già fumati. Non hanno trovato niente, ma spero sia servito da deterrente». L’esperienza più desolante? «A Ostia, al Faraday. Mentre i cani antidroga erano dentro, dalle finestre volavano pezzi di roba, zainetti, pacchetti, aggeggi strani», racconta Pinto. E naturalmente il dilemma non colpisce solo chi lavora in una grande città. «Con le forze dell’ordine ho un accordo di collaborazione», spiega Carlo Braga, dirigente dell’istituto Salvemini di Casalecchio sul Reno (Bologna). «Purtroppo è una realtà conclamata, non si può fingere di non vedere. Deve passare il messaggio che il controllo esiste: i miei 1400 studenti sanno che mi basta alzare il telefono, per far intervenire qualcuno. Ma negli ultimi tre anni l’ho fatto una sola volta: preferisco lavorare sulla prevenzione, sull’educazione. Abbiamo un articolato progetto di prevenzione delle dipendenze con collaborazioni con San Patrignano, col carcere minorile e uno sportello interno di ascolto. L’intervento delle forze dell’ordine è solo successivo, in presenza di segnali di pericolo». Ma c’è anche chi si è messo di traverso: come Ludovico Arte, il preside del Marco Polo di Firenze, che ha detto no ai controlli della Polizia. «Penso che non siano efficaci, perché non colpiscono uso e spaccio delle sostanze. E non sopporto l’idea che un cane punti un ragazzo, mi ricorda un regime repressivo. Preferisco puntare su psicologi e tutor: chiamare le forze dell’ordine significa derogare alle proprie responsabilità».

LA DIRIGENTE: NON È NEGATIVO, DOBBIAMO SORVEGLIARE

Il rispetto dei confini

Il punto cruciale del dibattito si sposta sui confini: dove finisce quello mentale, temporale, affettivo della scuola? «Il tema è borderline- ammette Angela Nava, Associazione genitori democratici- se la scuola è una Repubblica con leggi sue, va protetta, e anche il cane antidroga deve avere un confine: può stare fuori, non dentro». Il controllo può essere un «pugno allo stomaco», ammette Rosaria D’Anna, Associazione italiana genitori: «Deve avvenire come extrema ratio. Non è che un figlio, quando entra in classe, diventa di proprietà dell’istituzione scolastica». Certo che no, sottolinea Santo Rullo, psichiatra dell’età evolutiva ed ex consigliere dell’Agenzia capitolina per le tossicodipendenze: «Ma visto che i cannabinoidi intralciano l’effetto dell’insegnamento, perché in età evolutiva incidono sull’apprendimento, allora è compito della scuola insegnare a non usarli».

La via giusta per scegliere i professori

da La Stampa

La via giusta per scegliere i professori

ANDREA GAVOSTO

Gli insegnanti di domani, ma anche quelli di oggi. Delle deleghe della legge sulla Buona scuola in dirittura d’arrivo – ricevuti i pareri delle commissioni parlamentari il governo ne darà ora le stesure definitive – quella che desta più apprensioni riguarda la formazione e il reclutamento dei docenti della scuola secondaria. In gioco è la qualità dell’insegnamento per i prossimi decenni.

 

Sul nuovo sistema, che realisticamente andrà a regime non prima del 2023, ho già espresso perplessità (La Stampa del 15 gennaio) e ritengo andrebbe profondamente ripensato. Ma questa delega è decisiva anche per l’immediato futuro: prevede infatti una fase transitoria, che deciderà quali insegnanti andranno in ruolo nei 5 o 6 anni a venire, in attesa che siano pronte le prime leve formate secondo il nuovo modello.

Si tratta dell’ennesima sanatoria per i precari, come si è detto un po’ frettolosamente nei giorni scorsi? In realtà, il meccanismo appare disegnato con intelligenza, introducendo e graduando una verifica dei requisiti di ingresso nella professione in base alle competenze attese delle varie categorie di precari. Finalmente, si è appreso qualcosa dagli errori dei primi due anni di Buona scuola, quando lo svuotamento delle graduatorie ha portato in cattedra decine di migliaia di docenti senza controllare che ne avessero le capacità.

Provo a spiegare in modo semplice una materia intricata. Come si diceva, ci vorranno almeno 5 anni per avere i primi insegnanti delle superiori usciti dai nuovi concorsi. Nel frattempo, il governo ha due problemi, che la riforma non ha risolto. Coprire i posti liberati dai pensionamenti, in significativo aumento nel prossimo decennio per il venir meno degli effetti della riforma Fornero. E trovare una soluzione per i tanti – troppi – precari che ancora ci sono.

Nel 2017-18 saranno assunti i 13 mila rimasti nelle graduatorie ad esaurimento e altrettanti idonei del concorso 2016, che solo ora va completandosi: se i secondi hanno superato una prova selettiva, sui primi permangono incognite. Come i loro predecessori, andranno in ruolo senza che si sappia granché sulla loro qualità, mai veramente sottoposta a verifica: una scelta purtroppo obbligata, frutto di un’improvvida vecchia promessa, ribadita dal governo Renzi. Dal 2019-20 entreranno in ruolo 62 mila precari abilitati (le cosiddette seconde fasce), finora rimasti al palo. La maggioranza di loro è un po’ più giovane dei precari «storici» e ha esperienza recente in aula; soprattutto quasi tutti hanno seguito corsi di specializzazione e di tirocinio (Tfa). Inoltre, a differenza dei predecessori, la loro qualità sarà ulteriormente accertata: subito con una prova sulle capacità didattiche e al termine di un altro anno di tirocinio. Certo, molto dipenderà dalla serietà delle verifiche; ma la novità è che sono previste.

Infine, non prima del 2022 toccherà a circa 20 mila supplenti non abilitati che hanno già insegnato per almeno 36 mesi: prima dovranno avere passato un concorso ed essere stati valutati al termine del tirocinio, con l’unico vantaggio che questo sarà più breve, poiché hanno già esperienza di classe.

Se le verifiche saranno serie, queste due ultime categorie di neoassunti in genere dovrebbero garantire una qualità professionale migliore e meno eterogenea dei precari storici e abbassare l’età media del corpo docente. Onestamente, non è la solita sanatoria.

Tutto bene, per una volta? No. Perché nemmeno così sarà possibile risolvere la questione emersa quest’anno in tutta la sua gravità: la carenza di insegnanti al Nord e nelle discipline matematico-scientifiche. Le assunzioni saranno su base regionale: la mobilità territoriale quindi ridotta. Ma i precari sono al Sud, le cattedre al Nord. Il problema dunque resterà. Almeno finché non daremo ai giovani laureati – specie scientifici – gli incentivi giusti per scegliere l’insegnamento: condizioni di lavoro e soprattutto un nuovo status della professione, che in altri Paesi è paragonabile al medico o all’ingegnere. Ma questo richiede tempo e lungimiranza.

Direttore Fondazione Agnelli

#ScuoleInnovative, 1.238 proposte: Fedeli nomina i commissari per scegliere le tre vincitrici

da La Tecnica della Scuola

#ScuoleInnovative, 1.238 proposte: Fedeli nomina i commissari per scegliere le tre vincitrici

Sono stati individuati i commissari che valuteranno le oltre mille proposte pervenute al Miur nell’ambito del “Concorso di idee per la realizzazione di scuole innovative”.

Il decreto di nomina dei commissari è stato firmato, il 21 marzo, dalla ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli

Il concorso ha l’obiettivo di individuare nuove soluzioni per gli ambienti scolastici dal punto di vista architettonico, impiantistico, tecnologico, dell’efficienza energetica e della sicurezza strutturale e antisismica. Saranno 51 le scuole realizzate (qui i dettagli e le aree dove sorgeranno http://www.scuoleinnovative.it/) grazie allo stanziamento di 350 milioni di euro, previsto dalla legge ‘Buona Scuola’.

La Commissione, che opera a titolo gratuito e il cui presidente sarà designato per sorteggio, è così composta (in ordine alfabetico):

  •  per il Consiglio nazionale dell’ordine degli ingegneri;
  •  per la Struttura di missione per il coordinamento e impulso nell’attuazione di interventi di riqualificazione dell’edilizia scolastica;
  •  come rappresentante del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca;
  •  docente di pedagogia generale e sociale presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”;
  •  per il Consiglio nazionale dell’ordine degli architetti.

La Commissione individuerà per ciascuna area di intervento (sono 51 in tutto) le prime tre proposte vincitrici che saranno premiate rispettivamente con 25.000, 10.000 e 5.000 euro.

I progettisti potevano concorrere per una sola area. I progetti arrivati al Miur sono stati 1.238.

La progettazione finale sarà curata dagli Enti locali e potrà essere affidata anche agli stessi progettisti individuati dal concorso di idee nel rispetto della normativa vigente.

Esami di Stato all’estero: domande entro il 12 aprile per fare il commissario

da La Tecnica della Scuola

Esami di Stato all’estero: domande entro il 12 aprile per fare il commissario

Il Ministero Affari Esteri ha pubblicato l’avviso 3029 del 21 marzo con il quale comunica modalità e tempistiche per presentare domanda come commissario agli esami di Stato all’estero.

Possono presentare l’istanza esclusivamente i docenti titolari delle classi di concorso indicate nell’ ALLEGATO A (SEDI E DISCIPLlNE D’ESAME) che rientrino nelle seguenti categorie:

  • a) docenti a tempo indeterminato di istituti statali di istruzione secondaria superiore in servizio sul territorio nazionale;
  • b) docenti a tempo indeterminato di istituti statali di istruzione secondaria superiore, collocati fuori ruolo presso il MAECI per le finalità di cui all’art. 626 del D. Lgs. n. 297/94;
  • c) docenti a tempo indeterminato di istituti statali di istruzione secondaria superiore collocati a riposo da non più di 3 anni. In questa categoria rientrano anche, ai fini degli esemi del calendario australe, coloro che risultano collocati a riposo alla data del 1/09/2017.

I docenti impegnati in qualità di commissario interno nella sede di servizio sono ammessi a presentare domanda unicamente per gli esami che si svolgono in calendario australe.

Requisiti necessari sono:

  • a) avere almeno 5 anni di servizio di ruolo nella classe di concorso di attuale titolarità;
  • b) avere svolto almeno una volta le funzioni di commissario negli esami di Stato del nuovo corso, ossia a partire dall’a.s. 1998/99;
  • c) non avere svolto l’incarico di commissario di esame presso una scuola italiana all’estero nell’anno scolastico 2015/2016;
  • d) non avere riportato condanne penali né avere procedimenti penali in corso;
  • e) non avere subito né avere in corso provvedimenti disciplinari superiori alla censura;
  • f) essere in possesso, all’atto della domanda, del prescritto Nulla Osta rilasciato dal Dirigente scolastico della scuola presso cui prestano servizio;
  • g) essere muniti, all’atto della domanda, di documento valido per l’espatrio o, se richiesto, del passaporto.

Le domande vanno presentate on-line dalle ore 12.00 del 29 marzo 2017 alle ore 12.00 del 12 aprile 2017.