Alfabeto civile: i pensieri e le parole

A tre mesi dalla  scomparsa, Tullio De Mauro viene ricordato alla Camera, nell’incontro “Alfabeto civile : i pensieri e le parole”, in programma nella Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio a partire dalle ore 15.

Dopo il saluto introduttivo della Presidente della Camera, Laura Boldrini, ci saranno gli interventi di Fabrizia Giuliani, Commissione Giustizia Camera, Sabino Cassese, professore e giudice emerito Corte Costituzionale, Nicoletta Maraschio, linguista e presidente onoraria dell’Accademia della Crusca, Walter Veltroni, politico e regista, Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.

Spese scolastiche, il bonus cresce. Dalle Entrate le istruzioni per la compilazione del 730

da Il Sole 24 Ore

Spese scolastiche, il bonus cresce. Dalle Entrate le istruzioni per la compilazione del 730

di Mario Cerofolini

Con la circolare congiunta di agenzia delle Entrate e Consulta nazionale dei Caf, arrivano istruzioni precise per la gestione nel modello 730 (rigo E/8-E10 – codice 12) anche delle spese di istruzione non universitarie.

Da quest’anno, con riferimento al periodo d’imposta 2016, queste spese saranno detraibili per chi le ha sostenute (contribuente o familiari a carico) con l’aliquota del 19% per un importo non superiore ad euro 564 (nell’anno 2015 era di € 400,00) per ciascun alunno. Se l’onere riguarda più di uno studente, occorre compilare più righi con l’indicazione della relativa spesa sostenuta con riferimento a ciascun scolaro. Le spese detraibili riguardano quelle sostenute per la frequenza di scuole: dell’infanzia (scuole materne), primarie e secondarie di primo grado (scuole elementari e medie), secondarie di secondo grado (scuola superiore) sia statali che paritarie private e/o degli enti locali.

Gli oneri detraibili

Tra le spese ammesse in detrazione, vi sono le tasse (ad esempio quelle di iscrizione e di frequenza), i contributi obbligatori, quelli volontari, nonché le erogazioni liberali appositamente deliberati dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenute dal contribuente con la specifica finalità legata alla frequenza scolastica. In detrazione vanno anche le spese per la mensa scolastica (circolare 2 marzo 2016 n. 3/E risposta 1.15) e per i servizi scolastici integrativi, quali l’assistenza al pasto e il pre/post scuola (risoluzione 4 agosto 2016, n. 68). Per queste ultime la detrazione viene accordata anche quando il servizio è reso per il tramite del Comune o di altri soggetti terzi rispetto alla scuola. Il beneficio fiscale spetta altresì nell’ipotesi in cui il servizio non è stato appositamente deliberato dagli organi di istituto (circolare 6 maggio 2016 n. 18/E risposta 2.1). Sono ammesse al beneficio della detrazione al 19% anche le spese per gite scolastiche, per l’assicurazione della scuola e ogni altro contributo finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa (ad esempio corsi di lingua, teatro, ecc…) deliberato dagli organi d’istituto. Quando le spese vengono pagate direttamente alla scuola, i soggetti che prestano l’assistenza fiscale non devono richiedere al contribuente la copia della delibera scolastica che ha disposto tali versamenti. La delibera va richiesta, invece, nel caso in cui la spesa per il servizio scolastico integrativo non sia sostenuta per il tramite dell’istituto, ma sia pagata direttamente a soggetti terzi (ad es. all’agenzia di viaggio). Si ricorda, tuttavia, che la detrazione non spetta per le spese relative all’acquisto di materiale di cancelleria e di testi scolastici (circolare n. 3/E del 2016 risposta 1.15), nonché per il servizio di trasporto scolastico, (risoluzione n. 68/E del 2016).

I documenti

Le spese sostenute per le tasse scolastiche, nonché i contributi obbligatori possono essere documentati dalle ricevute o quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti a tale titolo nel corso del 2016. Quelle per la mensa scolastica vanno comprovate mediante la ricevuta del bollettino postale o del bonifico bancario intestata al soggetto destinatario del pagamento – sia esso la scuola, il Comune o altro fornitore del servizio – e devono riportare nella causale l’indicazione del servizio mensa, la scuola di frequenza e il nome e cognome dell’alunno. Se per l’erogazione del servizio è previsto il pagamento in contanti o con altre modalità (ad esempio, bancomat) o l’acquisto di buoni mensa in formato cartaceo o elettronico, la spesa potrà essere documentata mediante attestazione, rilasciata dal soggetto che ha ricevuto il pagamento (es. Comune) o direttamente dalla scuola, che certifichi l’ammontare della spesa sostenuta nell’anno con i dati dello studente. L’attestazione e la relativa istanza sono esenti dall’imposta di bollo, purché indichino l’uso per il quale sono destinati. Per l’anno 2015, se la documentazione risultava incompleta, i dati mancanti relativi all’alunno o alla scuola potevano essere annotati dal contribuente sul documento di spesa (circolare 6 maggio 2016 n. 18/E risposta 2.1). Tale possibilità è, invece, esclusa con riferimento alle spese sostenute nel 2016.

Le otto deleghe «Buona Scuola» verso il Cdm di venerdì: alla primaria bocciatura solo in casi eccezionali

da Il Sole 24 Ore

Le otto deleghe «Buona Scuola» verso il Cdm di venerdì: alla primaria bocciatura solo in casi eccezionali

di Claudio Tucci

È corsa contro il tempo per portare le otto deleghe «Buona Scuola» sul tavolo del Cdm di venerdì 7 aprile: anche ieri ci sono stati una serie di incontri tecnico-politici per dirimere gli ultimi nodi sul tappeto.

Alle elementari bocciatura sì, ma solo in casi eccezionali
Per quanto riguarda il Dlgs sulla valutazione si confermano le ultime anticipazioni: per essere ammessi agli esami di Stato finali (2018) bisognerà avere il sei in tutte le materie (come accade oggi), e non sarà più sufficiente la media del sei. Alla primaria rimarrà la bocciatura, ma solo in casi eccezionali (e dovrà essere motivata dagli insegnanti). Sempre nella primaria, i voti dovrebbero rimanere in numeri (stop quindi alle lettere). Ma anche qui l’ultima decisione sarà presa a ridosso, o dentro, il Cdm.

Maturità
Per quanto riguarda la nuova maturità, che debutterà nel 2018, non cambia molo: le prove diventano tre: due scritti (si elimina la terza prova, il “quizzone”) e un colloquio orale. Oggi le prove scritte sono tre più il colloquio. Lo svolgimento delle attività di alternanza scuola-lavoro diventa requisito di ammissione, così come aver svolto le prove Invalsi (i cui esiti saranno certificati). Il nuovo esame sarà composto da: prima prova scritta nazionale che accerterà la padronanza della lingua italiana, seconda prova scritta nazionale su discipline caratterizzanti l’indirizzo di studi, colloquio orale che accerterà il conseguimento delle competenze raggiunte, la capacità argomentativa e critica del candidato, l’esposizione delle attività svolte in alternanza. L’esito dell’esame oggi è espresso in centesimi: fino a 25 punti per il credito scolastico, fino a 15 per ciascuna delle tre prove scritte, fino a 30 per il colloquio. Con il Dlgs il voto finale resta in centesimi, ma si dà maggior peso al percorso fatto nell’ultimo triennio: il credito scolastico incide fino a 40 punti, le due prove scritte incidono fino a 20 punti ciascuna, il colloquio fino a 20 punti.

Tra i nodi ancora da sciogliere c’è il regime transitorio in vista del decollo della nuova formazione iniziale dei prof: qui va superato lo scoglio Mef che ha chiesto numeri precisi su future assunzioni/stabilizzazioni e concorsi “agevolati”.

Vecchi abilitati, concorsi e precari Ecco come si diventerà docenti

da ItaliaOggi

Vecchi abilitati, concorsi e precari Ecco come si diventerà docenti

Il sistema definito dal miur a atteso al consiglio dei ministri

Marco Nobilio

Gli aspiranti docenti abilitati e i loro colleghi non abilitati, ma che hanno prestato servizio per non meno di 180 giorni in tre anni scolastici, anche non consecutivi, potranno accedere a un concorso loro riservato. I posti da destinare all’assunzione dei vincitori di tali concorsi saranno individuati in percentuali diverse utilizzando il 50% delle disponibilità per le immissioni in ruolo. Ma in ogni caso non prima che sarà cessata la validità delle graduatorie degli ultimi concorsi ordinari che ancora includono degli aspiranti all’assunzione. Compresi gli idonei e fermo restando che i vincitori manterranno comunque il diritto all’immissione in ruolo anche una volta decorso il termine di validità delle graduatorie. Sono gli assi portanti del nuovo reclutamento come previsto dal ministero dell’istruzione a seguito delle richieste delle commissioni parlamentari. Il relativo decreto è atteso al prossimo consiglio dei ministri.

In ogni caso, le graduatorie a esaurimento rimarranno in vigore fino a quando non rimarranno prive di aspiranti. E fino ad allora il 50% delle disponibilità per le immissioni in ruolo sarà destinato alle assunzioni dei precari storici in esse ancora inclusi. Il restante 50% sarà destinato all’assunzione dei vincitori degli ultimi concorsi. Dopo di che si passerà all’immissione in ruolo degli idonei. Vale a dire, degli aspiranti che, pur non essendosi collocati in posizione utile per vincere il concorso, lo abbiano comunque superato avendo ottenuto il punteggio minimo necessario. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, una volta esaurite le graduatorie dei concorsi ordinari, si passerà all’assunzione dei vincitori del concorso riservato agli abilitati.

Le operazioni di nomina di questa particolare tipologia di aspiranti avranno luogo a partire dall’anno scolastico 2018/2019. Nel biennio 2018/19 – 2019/20 l’amministrazione riserverà loro il 100% delle disponibilità che rimarranno libere dopo avere provveduto alle immissioni in ruolo degli aspiranti (vincitori o idonei) ancora inclusi nelle graduatorie dei concorsi ordinari. Fermo restando che, se vi saranno ancora aspiranti inclusi nelle graduatorie a esaurimento (GAE), a costoro bisognerà comunque riservare il 50% delle disponibilità. Nel biennio 2020/21 e 2021/22 la percentuale delle disponibilità residue riservate all’assunzione degli abilitati vincitori del concorso riservato scenderà all’80%. Nel biennio 2022/2023 – 2023/24 al 60%; nel 2024/25-2025/26 al 40%; nel 2026/27 – 2027/28 al 30% e al 20% a regime negli anni successivi. Le assunzioni dei vincitori dei concorsi riservati ai precari triennalisti avverranno a partire dal 2020/21. In tale anno l’amministrazione riserverà loro il 100% delle disponibilità, che rimarranno libere dopo l’assunzione dei vincitori del concorso riservato agli abilitati ( presumibilmente il 20% delle disponibilità residue detratto il 50% destinato alle assunzioni degli aspiranti in GAE). Nell’anno scolastico 2021/22 la percentuale scenderà al 60%. E al 50% nel biennio 2022/23-2023/24. Nel biennio 2024/25 – 2025/26 scenderà al 40%, al 30% nel biennio 2026/27 – 2027/28 e al 20% a regime negli anni successivi.

Ai vincitori dei concorsi ordinari, che saranno banditi successivamente alla cessazione della vigenza delle graduatorie degli attuali concorsi, saranno destinate le disponibilità che residueranno dopo avere provveduto all’assunzione dei vincitori dei concorsi riservati secondo le percentuali a loro destinate. I neoimmessi in ruolo saranno avviati ad un percorso di formazione della durata ordinaria di 3 anni con alcuni sgravi in favore dei vincitori dei concorsi riservati. Gli abilitati saranno esonerati dalla frequenza del primo anno di formazione, che sarà incentrato su un corso universitario di 60 Cfu con esame finale. I vincitori del concorso riservato ai triennalisti, non frequenteranno, invece, il secondo anno di formazione.

Gli abilitati con 3 anni di servizio non frequenteranno né il 1°, né il 2° anno di formazione e saranno ammessi direttamente al terzo. I vincitori dei concorsi ordinari dovranno frequentare tutti e 3 gli anni. Al termine del percorso di formazione i neoimmessi in ruolo che otterranno una valutazione positiva da parte di una commissione (presieduta dal dirigente scolastico e composta dai tutor che avranno seguito il candidato nel percorso di formazione) saranno assunti a tempo indeterminato. Dopo di che verranno assegnati ad un ambito e saranno assoggettati alla chiamata diretta, all’esito della quale stipuleranno un contratto di durata triennale con il dirigente scolastico preposto alla scuola dove andranno ad insegnare.

La retribuzione spettante e il trattamento normativo da applicare ai neoimmessi in ruolo sarà definita dalla contrattazione collettiva. Gli emolumenti del primo anno saranno fissati all’incirca in 400 euro mensili. Nel secondo anno ai 400 ero mensili dovrebbero aggiungersi eventuali spettanze derivanti dallo svolgimento di supplenze brevi (di durata non superiore ai 15 giorni). Infine, nel 3° anno, i neoimmessi in ruolo riceveranno lo stesso trattamento dei supplenti annuali.

Mobilità, si va verso l’ordinanza

da ItaliaOggi

Mobilità, si va verso l’ordinanza

Tempi quasi scaduti per avviare le operazioni del 2017

di Marco Nobilio

La chiamata diretta rallenta la mobilità. Sindacati e amministrazione non sono ancora giunti ad un accordo sulla questione della chiamata diretta: un istituto introdotto dalla legge 107/2015, che cancella il diritto alla titolarità della sede (salvandola solo per chi ce l’ha già e non la perda diventando soprannumerario) e assoggetta l’accesso e la permanenza in una sede al gradimento del preside. Le posizioni dei sindacati sono chiare: da una parte Cgil, Cisl, Uil e Snals, che sembrerebbero inclini ad accettare un accordo sulla base di adeguate garanzie circa i criteri sui quali dovrebbero basarsi le scelte dei dirigenti e sulla valorizzazione del collegio dei docenti nell’ambito del procedimento e dall’altra la Gilda, che resta ferma sulla richiesta di vincolare le scelte a punteggio e graduatorie.

E poi c’è l’amministrazione che sembrerebbe orientata a chiudere solo con Cgil, Cisl, Uil e Snals. Ipotesi, questa, che non inficerebbe la validità dell’accordo (che dovrebbe essere un vero e proprio contratto nazionale integrativo). Perché, per essere valido, un qualsiasi contratto necessita che lo firmino un numero di sindacati tale da superare il 50 + 1 della rappresentatività sindacale. Percentuale ampiamente superata da Cgil, Cisl, Uil, e Snals che insieme arrivano al 92% circa. E che allontanerebbe l’ipotesi di un provvedimento autoritativo da parte dell’amministrazione. Che in caso di mancato accordo potrebbe decidere con ordinanza. Insomma, l’accordo potrebbe essere firmato subito, senza problemi. Gli ostacoli, dunque, sono soltanto di natura politica. E proprio per questo, stanno salendo le quotazioni dell’atto amministrativo.

Secondo quanto risulta a ItaliaOggi vi sarebbero alcune organizzazioni di dirigenti scolastici che non vedrebbero di buon occhio la contrattualizzazione della chiamata diretta. E che starebbero esercitando pressioni sull’amministrazione centrale per evitare di giungere ad un accordo con i sindacati. Accordo che, peraltro, non farebbe altro che dare attuazione ad un’intesa messa nero su bianco dal ministro dell’istruzione, Valeria Fedeli, e dai sindacati. Fermo restando, però, che l’intesa del 29 dicembre è un accordo di massima che fissa il punto di partenza da cui le parti dovrebbero muovere in sede di contrattazione collettiva sulla mobilità. In pratica non si tratta di un atto normativo, ma di una semplice dichiarazione di intenti, il cui inadempimento non potrebbe essere fatto valere davanti al giudice.

Ma è comunque un impegno assunto direttamente dal ministro dell’istruzione con i vertici delle federazioni sindacali di comparto. E oltre tutto si ricollega ad un’altra intesa, sottoscritta il 30 novembre a palazzo Vidoni, tra il ministro della funzione pubblica, Marianna Madia, e le confederazioni sindacali. Intesa che impegnerebbe il governo a promuovere il varo di un provvedimento legislativo che dovrebbe ripristinare la supremazia del contratto rispetto alla legge. In pratica un vero e proprio colpo di spugna sul pilastro portante della riforma Brunetta: la inderogabilità delle norme di legge da parte della contrattazione collettiva e la sostituzione automatica delle clausole contrattuali difformi con le norme di legge con cui contrastano.

Colpo di spugna che, finora, non c’è stato. E dunque, se il legislatore non provvederà tempestivamente a dare attuazione alle pattuizioni contenute nell’intesa del 30 novembre, le deroghe previste nel nuovo contratto sulla mobilità e nell’eventuale accordo sulla chiamata diretta anche per effetto dell’intesa del 29 dicembre, alla prova dei fatti, potrebbero sciogliersi come neve al sole. L’iter di approvazione del decreto Madia, però, è in fase avanzata. Il provvedimento è già stato posto all’esame del commissioni parlamentari, per i prescritti pareri, e dovrebbe giungere a conclusione entro il 29 aprile prossimo.

Dunque, le deroghe potrebbero essere messe in sicurezza prima che i tempi diventino maturi per eventuali sentenze. Pertanto, l’ipotesi di illegittimità di accordi non rigidamente conformi al dettato legislativo non sembrerebbe più plausibile. In definitiva, quindi, la decisione di chiudere l’accordo sulla chiamata diretta è solo politica. E più passa tempo più c’è il rischio di che gli impiegati e i funzionari delle unità operative degli uffici scolastici che gestiscono le operazioni di mobilità debbano rinunciare alle ferie estive. Le deroghe più importanti alla legge 107/2015, peraltro, non sono solo quelle costituite dalla parziale contrattualizzazione della chiamata diretta. Che peraltro salverebbe i dirigenti scolastici dal rischio della responsabilità penale: il contratto non è legge, dunque, la violazione contrattuale non è reato.

Le deroghe che stanno maggiormente a cuore ai docenti, infatti, sono quelle contenute nell’ipotesi di contratto sulla mobilità attualmente al vaglio degli organi di controllo. E cioè la possibilità di chiedere il trasferimento o il passaggio in almeno 5 istituzioni scolastiche, assumendo la titolarità della sede nell’istituzione prescelta verso la quale venisse disposto il movimento richiesto

Disabilità, il decreto ci sarà con i correttivi parlamentari

da ItaliaOggi

Disabilità, il decreto ci sarà con i correttivi parlamentari

Resta il nodo della separazione delle carriere

Emanuela Micucci

In attesa del via libera in Consiglio dei ministri al decreto legislativo sull’inclusione scolastica, la titolate dell’Istruzione Valeria Fedeli rassicura che la delega ci sarà e si atterrà ai pareri espressi dalla Camera e dal Senato. Lo ha annunciato, la scorsa settimana, durante una riunione al Miur dell’Osservatorio per l’inclusione degli alunni con disabilità in seguito alle richieste di dialogo con il ministro delle associazioni dei disabili e delle loro famiglie. La riunione è stata onvocata con solo un giorno di anticipo. Tanto che delle 17 le associazioni membri della Consulta presso l’Osservatorio ne erano presenti solo 3: Fish (federazione italiana per il superamento dell’handicap), Fand (federazione tra le associazioni nazionali dei disabili) e Fiaba. «Abbiamo detto a Fedeli che», spiega a ItaliaOggi Salvatore Nocera della Fish, «se si va sui pareri migliorandoli per noi per ora va bene, anche perché circa il 90% delle nostre proposte sono state recepite dalle Commissioni. Poi si potrebbe intervenire con un disegno di legge di iniziativa governativa o con una modifica ai decreti» su cui la legge prevede un tagliando tra 2 anni.

«Aspettiamo anche i circa 20 decreti previsti per attuare questi» delle deleghe della Buona Scuola. In particolare, sono rimaste aperte alcune questioni: la separazione della carriera tra docenti di sostegno curricolari, soprattutto alla secondaria; la formazione iniziale e in itinere degli insegnati che le associazioni vorrebbero estendere anche ai docenti curricolari, ai presidi e al personale della scuola e non solo a quelli di sostegno; l’indicazione nel profilo di funzionamento e/o nel Pei dei sostegni, a partire da quello didattico, necessari per garantire un compiuto percorso di inclusione. Fiaba insiste sul rischio di inserire la scuola in ospedale nella delega sull’inclusione scolastica, perché equiparerebbe lo studente disabilità e studente ospedalizzato. Sebbene la legge 107 su questo punto (art. 1, c. 181, c), num. 9) faccia riferimento alla legge 104/1992 (art. 12, c. 9) dove si parla degli alunni normodotati ricoverati nei centri di degenza per i quali si accerta l’impossibilità di frequentare la scuola per un periodo non inferiore a 30 giorni di lezione. Se dopo la riunione dell’Osservatorio le associazioni esprimono soddisfazione, anche se con riserva fino in attesa del decreto legislativo vero e proprio, la Rete dei 65 movimenti per il sostegno è sul piede di guerra. E chiede il ritiro della delega perché «indebolisce e modifica la legge 104, esclude la famiglia da qualsiasi decisione, il Pei non sarà più impugnabile e il tutto sarà riconducibile unicamente alle ‘disponibilità economiche’ di chi dovrebbe garantire il processo di inclusione»

Il bonus di Renzi, un’odissea

da ItaliaOggi

Il bonus di Renzi, un’odissea

Solo il 40% dei docenti è riuscito a spendere i 500 euro

MArco Nobilio

La carta del docente non decolla. A fronte dei 350 milioni di euro resi disponibili dal governo per coprire l’impegno finanziario dei 500 euro a testa per l’aggiornamento, solo 60 milioni sarebbero stati spesi dai docenti e solo il 40% di loro avrebbe utilizzato il servizio, almeno parzialmente. Sono decorsi ormai circa 4 mesi da quando l’amministrazione ha fatto partire il nuovo sistema informatico per consentire ai docenti di spendere i 500 euro per l’aggiornamento. Ma i diretti interessati fanno fatica a spendere i proprio soldi scegliendo le varie opzioni sul mercato.

A differenza del contante, che può essere speso ovunque senza limitazioni, infatti i 500 euro per l’aggiornamento introdotti dalla Buona scuola di Renzi, da quest’anno, sono erogati dal ministero in moneta informatica. Che per essere spesa necessita anzitutto della previa acquisizione dello spid da parte dei docenti interessati.

La sigla spid sta per sistema pubblico di identità digitale e consiste in nella disponibilità di credenziali informatiche, senza le quali il docente interessato non può accedere al negozio virtuale dove si possono acquistare le varie utilità. Le credenziali si ottengono inserendo i proprio dati in una piattaforma informatica (la più utilizzata è quella fornita da Poste italiane, ma ve ne sono anche altre) compilando un modulo fornito direttamente dal sistema. E poi bisogna recarsi personalmente presso l’ente o l’impresa che fornisce il servizio per completare la procedura di identificazione.

Il procedimento, peraltro, è tutt’altro che semplice e, talvolta, anche se si seguono alla lettera la istruzioni, può essere necessario ripetere tutto da capo. Dopo avere portato a buon fine l’intero procedimento, il docente viene abilitato ad entrare nel negozio virtuale della piattaforma della carta del docente: è così che si chiama l’ambiente informatico predisposto dall’amministrazione per gli acquisti connessi all’aggiornamento.

Ma i problemi non finiscono qui. Per acquistare materialmente il bene di proprio interesse, è necessario utilizzare due codici diversi, volta per volta, che vengono inviati dal sistema, contemporaneamente, sia sul telefono cellulare che sulla posta elettronica. E solo dopo avere ricopiato i codici negli appositi spazi, il docente interessato può fruire del servizio.

A quel punto si apre una pagina web suddivisa in vari settori, ognuno per i vari ambiti dove è possibile spendere i 500 euro. Ognuno di questi settori, però, contiene solo un numero esiguo di esercenti, perché sono le stessi imprese o enti che, se vogliono rendere accessibili i loro prodotti ai docenti tramite il bonus dei 500 euro, devono accreditarsi in piattaforma.

E non sono pochi gli esercenti e gli enti che a tutt’oggi sono rimasti fuori pur avendo chiesto di accedere a questa nuova tipologia di mercato interno. La procedura di accesso, di per sé non agevole, prevede peraltro che possano entrare solo gli esercenti e gli enti in grado di farsi riconoscere dal sistema tramite i cosiddetti codici ateco. Vale a dire, i codici predisposti dall’Istat per classificare le attività economiche. Codici che vengono utilizzati anche dall’agenzia delle entrate.

Ma il sistema non riconosce tutti i codici perché non tutti i codici ateco sono stati inseriti nel sistema. E anche quando li riconosce, talvolta, non consente comunque l’ingresso alle ditte o gli enti interessati. Tant’è che vi sono diversi esercenti che, pur avendo accettato i voucher (è così che si chiamano gli assegni informatici che vengono rilasciati ai docenti all’esito della procedura) si trovano talvolta nella impossibilità di farseli trasformare in moneta sonante dall’amministrazione.

E non sono pochi i docenti che, pur avendo scaricato correttamente i voucher, se li sono visti rifiutare all’atto del pagamento, perché la ditta dove si sono recati non è ancora riuscita ad accreditarsi. Per spendere utilmente i voucher, infatti, non basta scaricarli e tentare di utilizzarli per l’acquisto di beni e servizi utili all’aggiornamento secondo i criteri fissati dalla legge.

È necessario, infatti, che le ditte o gli enti dove si intenda spenderli risultino in chiaro nella piattaforma. Pertanto, la procedura corretta per non vederseli rifiutare, deve necessariamente comprendere anche un controllo, da parte del docente interessato, direttamente in piattaforma. Controllo diretto a verificare se la ditta o l’ente dove si intende acquistare il bene o il servizio risultino accreditati oppure no.

Insomma, il meccanismo è molto complesso e sta scoraggiando tanti docenti che, in diversi casi, hanno rinunciato anche a munirsi di spid. Il rischio che si corre, dunque, è che le risorse rimangano in gran parte inutilizzate. Resta il fatto, però, che la legge 107/2015 non condiziona l’utilizzo dei 500 euro a qualsivoglia onere procedurale.

Anzi, nell’intenzione del legislatore, i 500 euro avrebbero dovuto essere posti nella disponibilità dei docenti tramite la consegna individuale di una carta elettronica. In pratica: una carta di credito prepagata. Mai vista