PROPOSTE EMENDATIVE ALLO SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE MODIFICHE AL DECRETO LEGISLATIVO 30 MARZO 2001, N. 165

LE PROPOSTE EMENDATIVE DI DIRIGENTISCUOLA-Di.S.Conf. ALLO SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE MODIFICHE E INTEGRAZIONI AL TESTO UNICO DEL PUBBLICO IMPIEGO, DI CUI AL DECRETO LEGISLATIVO 30 MARZO 2001, N. 165.

 

I

Inserire l’art. 5-bis (Modifiche all’articolo 17 e conseguente abrogazione dell’articolo 25 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165)

Dopo il comma 1-bis dell’art. 17 aggiungere il seguente comma 2:

Sono fatte salve le speciali disposizioni di legge relative ai dirigenti preposti, quali organi di vertice, alla conduzione di istituti e scuole di ogni ordine e grado e alle istituzioni educative, di cui all’art. 1, comma 2. L’articolo 25 è abrogato.

Motivazione

In coerenza con i principi di riordino, razionalizzazione e semplificazione delle disposizioni del Testo Unico, si rende necessario de-specificare una dirigenza – quella delle istituzioni scolastiche e delle istituzioni educative – dopo che le generali integrazioni apportate dal D. Lgs. 150/09 e quelle particolari recate dalla legge 107/15, sulla c.d. Buona scuola, ne hanno accentuato il suo profilo organizzatorio-gestionale e reso ancor più implausibile la sua, presunta, atipicità, per contro riscontrabile nelle dirigenze professionali, come le dirigenze tecniche e la stessa dirigenza medica (peraltro normata da una speciale fonte esterna al D. Lgs. 165/01, quale il D. Lgs. 29/99), prive di compiti di gestione delle risorse umane e finanziarie, se non in misura marginale ed eventuale.

Del resto, la specificità delle funzioni è menzionata in un fugace passaggio dell’art. 25 del D. Lgs. 165/01( rubricato Dirigenti delle istituzioni scolastiche), dovendosene tener conto solo ed esclusivamente, e in concorso con gli altri comuni parametri dell’antecedente art. 21, agli effetti della valutazione dei risultati, come per tutta la dirigenza pubblica.

A ben vedere, la specificità è un pleonasmo, significando, alla fin fine, che la funzione dirigenziale nelle istituzioni scolastiche incrocia la presenza di soggetti che operano con larga discrezionalità tecnico-professionale (il che caratterizza non soltanto la scuola, ma anche altre amministrazioni pubbliche che erogano servizi alla persona) e l’esistenza di organi collegiali deliberanti (e i cui poteri devono necessariamente essere fatti salvi, sino a quando il Legislatore non riterrà di doverli riconfigurare per renderli maggiormente compatibili con il sopravvenuto assetto autonomistico delle istituzioni scolastiche).

Dunque, trattasi di una dirigenza più complessa, ma sempre di una dirigenza integrante i connotati organizzatori e gestionali della comune dirigenza pubblica. Sicché – secondo una perspicua dottrina (C. MARZUOLI, Commento agli artt. 25 bis, 25 ter, e 28 bis del D. Lgs. 29/93, in Le nuove leggi civili commentate, 5-6, Padova, 1999, pp. 1202-1203) – non sempre il modo più appropriato per affrontare gli elementi di specialità è quello di assecondarne le manifestazioni e gli effetti, nel mentre si dovrebbe tendere in direzione opposta, sia per una ragione di tecnica del diritto (il diritto è un sistema, le specialità tendono a comprometterne l’unità e la comprensibilità: perciò vanno contenute entro l’indispensabile), sia perché è la stessa Costituzione che, se pur promuove le libertà e le autonomie, non sembra poter sopportare forme di ordinamenti pubblici troppo speciali.

E alla luce della proposta salvezza di speciali disposizioni di legge, ben si può espungere l’intero articolo 25, siccome tecnicamente superfluo, non imposto da nessuna esigenza di sistema, sortendo anzi il solo effetto di intorbidarne la coerenza e l’armonia.

 

II

Inserire l’art. 11-bis (Modifiche all’articolo 42 del decreto legislativo 30 marzo 2015, n. 165)

Dopo il comma 1 dell’art. 42 aggiungere il seguente comma 1-bis:

All’atto della loro certificazione in conseguenza del possesso dei parametri di cui al successivo art. 43, comma 1, le pubbliche amministrazioni inseriscono le nuove organizzazioni sindacali a pieno titolo nel sistema delle relazioni sindacali.

Motivazione

La proposta emendativa è volta – sempre nell’ottica della razionalizzazione e semplificazione delle disposizioni del Testo Unico – al superamento dell’attuale dispositivo di legge e delle defatiganti connesse procedure amministrative, che producono un ragguardevole iato temporale tra la decorrenza del termine a partire dal quale è certificata la raggiunta rappresentatività di nuove associazioni sindacali e quello in cui queste possono in concreto esercitare le loro prerogative pleno iure, vieppiù in presenza di una reiterata moratoria contrattuale – che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 178/15, ha dichiarato affetta da illegittimità sopravvenuta a far data dal 30 luglio 2015 – e, ciò nonostante, della permanenza delle lungaggini per l’obbligato rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

 

III

Inserire l’art. 11-ter (Modifiche all’articolo 42 del decreto legislativo 30 marzo 2015, n. 165)

Dopo il comma 5 dell’art. 43 aggiungere il seguente comma 5-bis:

Hanno comunque titolo a partecipare alla contrattazione integrativa le organizzazioni sindacali dalla data della loro certificazione, di cui al comma 1.

Motivazione

La modifica si rende necessaria perché i contratti collettivi nazionali di lavoro (in particolare, si vedano art. 7 del CCNL Scuola e art. 7 del CCNL della V area della dirigenza scolastica) delimitano la partecipazione alla contrattazione integrativa alle organizzazioni sindacali firmatarie del CCNL. Trattasi di un’imposizione da rimuovere in radice ex lege, perché di dubbia costituzionalità per lesione della libertà sindacale di cui all’art. 39 della Carta fondamentale, in quanto costringe i sindacati, dopo aver partecipato alle trattative, a sottoscrivere comunque un contratto nazionale non condiviso per non precludersi la presenza nei vari tavoli territoriali, non solo con riguardo agli istituti della contrattazione in senso stretto, bensì – in forza di un’opinabile interpretazione estensiva dell’Amministrazione – all’intero sistema delle relazioni sindacali.

 

IV

Gli artt. 13-14-15-16-17 ridisegnano la responsabilità disciplinare rispetto all’attuale assetto, normato dal decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e s.m.i., sottraendo ai dirigenti pubblici, responsabili delle strutture organizzative, il potere di sanzionare direttamente il dipendente personale al di là del solo rimprovero verbale, con l’eccezione dei soli dirigenti scolastici, che mantengono – ora in forza di esplicita previsione legale – il potere di sospensione dal servizio e dello stipendio sino a un massimo di dieci giorni.

La richiesta modifica consiste invece nell’attribuire ad ogni dirigente pubblico responsabile della struttura la competenza diretta per tutte le sanzioni disciplinari inferiori al licenziamento: che resta nelle prerogative dell’Ufficio per i procedimenti disciplinari.

Il predetto Ufficio conserva la competenza sulle sanzioni disciplinari superiori al rimprovero verbale solo qualora il responsabile della struttura sia privo della qualifica dirigenziale.

Motivazione

Nella preannunciata scelta del Legislatore è arduo rinvenire una minima coerenza tra gli enfatizzati principi di razionalità e di semplificazione, per assicurare una migliore funzionalità alle amministrazioni pubbliche, e il depotenziamento delle prerogative del dirigente, privato di un fondamentale strumento di gestione, per l’appunto la già di per sé dissuasiva leva disciplinare.

Risulta confermato il pregiudizio presente già nella prima bozza di quello che poi sarebbe divenuto il decreto legislativo 116/16: che i dirigenti responsabili della struttura sarebbero restii a comminare sanzioni disciplinari per paura – per il vero del tutto inconferente – di esporre la propria persona a conseguenze risarcitorie, se vittoriosamente impugnate dal ricorrente incolpato, o addirittura – sempre per una sorta di automatismo – penali.

Ed è tutto da dimostrare che organi estranei e lontani dai luoghi di lavoro vogliano o siano effettivamente in grado di sanzionare adeguatamente quei tanti misfatti che quivi si consumerebbero, allorquando è agevole prevedere che i predetti uffici saranno inflazionati dalla pletora di pratiche su di essi riversate, in quanto non beneficiari dell’eccezione riservata ai soli dirigenti delle istituzioni scolastiche: di poter direttamente irrogare a tutto il dipendente personale un crescendo di sanzioni sino alla sospensione dal servizio per un massimo di dieci giorni e correlata perdita della retribuzione.

E’ di tutta evidenza l’inidoneità dello strumento del (solo) rimprovero verbale a perseguire gli elementari mancati doveri di correttezza, le gravi o reiterate negligenze in servizio, la violazione dei segreti d’ufficio e/o il pregiudizio al suo regolare funzionamento, le assenze ingiustificate, l’uso dell’impiego a fini personali et alia.

Da qui la proposta attribuzione al dirigente della struttura della competenza diretta di tutte le sanzioni disciplinari non comportanti il licenziamento, con salvezza delle garanzie di legge per il soggetto inciso.

 

V

Riscrivere il comma 1, lettera a) dell’art. 25 (Abrogazioni) nei termini che seguono:

  1. L’articolo 6-bis, l’articolo 25 e l’articolo 59 sono abrogati.

Motivazione

Trattasi, semplicemente, di riprendere e rinforzare la previsione dell’inerente modificato specifico articolo 5-bis.

Accesso ai PAS

Il TAR Lazio annullando definitivamente il decreto ministeriale che escludeva i docenti di ruolo dalla possibilità di frequentare i percorsi abilitanti speciali, accoglie in toto le ragioni sostenute dall’Anief. Ancora possibile aderire ai ricorsi per accedere al TFA Sostegno rivolti al personale educativo e ai docenti con diploma magistrale linguistico.
L’Anief continua la sua lunga battaglia per la tutela dei diritti dei lavoratori della scuola e ottiene definitiva ragione in tribunale con l’annullamento del Decreto Ministeriale n. 81/2013 e del conseguente DDG n. 58/2013 ‘nella parte in cui richiedono, tra i requisiti di accesso, quello di non essere docenti di ruolo’. Il ricorso, patrocinato per l’Anief dal sempre ottimo operato degli Avvocati Francesca Marcone e Rodrigo Verticelli, era stato promosso contro l’illegittimità dell’esclusione dei docenti di ruolo dalla possibilità di conseguire ulteriore abilitazione tramite i PAS, rilevando come tale statuizione costituisse una vera e propria discriminazione che violava la normativa interna e eurounitaria.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): ci siamo mossi immediatamente denunciando anche questa illegittimità del decreto istitutivo dei PAS che violava norme imperative comunitarie che impongono la non discriminazione tra lavoratori e anche, e direttamente, principi di rango costituzionale. La nostra azione di tutela è sempre volta a vigilare sul rispetto dei diritti di tutti i lavoratori e non potevamo permettere che il Miur mettesse ‘nero su bianco’ in un decreto che i docenti di ruolo non avevano diritto a migliorare la propria professionalità escludendoli da corsi abilitanti cui doveva poter accedere il personale docente tutto.

Pensierini tra la penna e la tastiera

Pensierini tra la penna e la tastiera

di Maurizio Tiriticco

 

“Tecnologi e manager della Silicon Valley mandano i figli in una scuola dove non entrano computer e tablet, ma solo quaderni, penne e matite”. E’ un titolo tratto dal'”L’Espresso” dello scorso 26 febbraio. Sembra che ricerche mirate dicano che il leggere e lo scrivere su carta, come da alcuni secoli ormai siamo abituati a fare, sollecitino certe aree del nostro cervello deputate alla comprensione/memorizzazione e risposta/produzione più compiutamente di quanto non avvenga con la scrittura tecnologica.

Io onestamente non so che cosa dire! Ovviamente ho imparato – ai miei tempi, anni trenta del Novecento – a leggere/scrivere (la slash sta ad indicare la reciprocità delle due azioni) solo con matita, penna, pennino, inchiostro e carta: strumenti che però ho presto abbandonato quando lo scrivere per quotidiani e riviste (siamo nell’immediato dopoguerra) nonché libri di pedagogia richiedeva forzatamente, potremmo dire, l’uso della macchina da scrivere (più correttamente macchina per scrivere), quella portatile famosa, l’Olivetti Lettera 22 che accompagnava sempre il compianto grande Indro Montanelli.

Ovviamente in seguito sono poi passato al computer e ho la netta sensazione che, se oggi dovessi scrivere a lungo con carta/penna, farei una grande fatica. Infatti il PC offre una grande opportunità, oltre a quella data dal correttore automatico: l’accesso immediato ad altri scritti, non solo miei ma, soprattutto, a quelli del web, di questa enciclopedia informatica che non ha confini e che si autoalimenta minuto dopo minuto! Quale tenerezza mi fanno i ponderosi volumi della Treccani che spesso ancora oggi “adornano” uffici, studi, presidenze scolastiche! Stanno lì, tristissimi, perché nessuno più li tocca se non per spolverarli.

Per uno smemorato di Collegno come me, lo confesso, questa tecnologia informatica che ormai uso quotidianamente non solo mi sostiene quanto a memoria, ma mi assiste anche e soprattutto per ciò che riguarda lo stesso flusso delle idee! Ciò detto, so benissimo quanto una interazione corretta occhi/mano/penna/carta nei primi anni di scuola – quali dita usare e come… a volte vedo cose turche quando qualche alunno afferra la penna o la matita come fosse un martello o un’ascia – stimoli e rafforzi non solo una grafia leggibile (in genere si scrive per essere letti, ameno che non si tratti di un diario o di un’agenda), ma anche soprattutto un pensiero comunicativo, se non creativo.

Concludendo, un evviva alle maestre per il paziente lavoro a cui attendono! I maestri ormai sono scomparsi! Addio per sempre al maestro Perboni del Libro Cuore! Purtroppo i maschietti non sanno, invece, quanto sia interessante, creativo e divertente anche, avere a che fare con bambini in sviluppo/crescita e primo apprendimento. Che pena mi fanno certi padri, assolutamente incapaci di “trattare” correttamente con i figli piccoli! Come se l’avere “a che fare” con un soggetto in sviluppo/crescita e apprendimento fosse solo una cosa da donne, da maestre! Così va il mondo… almeno in Italia… altrove non so!

La nuova scuola

da la Repubblica

La nuova scuola

Corrado Zunino

La Buona scuola bis è pronta. Oggi in Consiglio dei ministri le otto deleghe che completano la Legge 107 saranno approvate. Poi, passaggio alle Finanze, firma del presidente della Repubblica e Gazzetta ufficiale. I temi sono: valutazione, reclutamento, infanzia 0-6, disabilità (di cui parliamo a parte). Ma ci sono 30 milioni sul diritto allo studio per le borse degli iscritti agli ultimi due anni delle superiori (erano dieci, i restanti venti saranno sottratti al fondo della Buona scuola). Quindi, voucher per libri di testo e mobilità. Niente tasse — poco meno di 50 euro l’anno — per gli studenti di quarta e quinta superiore (in seconda e in prima erano già esonerati, i contributi restano solo in terza). La Carta dello studente viene estesa ad Accademie e conservatori. Una delega promuove la diffusione della cultura umanistica, un’altra riordina le scuole italiane all’estero (Made in Italy e “sei anni più sei” per i docenti migrati). Forte l’intervento sulle scuole professionali dal 2018: nascono biennio e triennio unico superando il “due bienni più uno”. Gli indirizzi passano da 6 a 11, rafforzate le attività di laboratorio. Per il 2017-2018 ventimila assunzioni di docenti sono certe: il Miur ne chiede altre ventimila, il Mef ne concederà metà.

MAturità via il quizzone dal 2019 servirà il test Invalsi per accedere

LE novità della maturità sono confermate, ma vengono spostate alla stagione 2018-2019 quando all’esame di Stato arriveranno i ragazzi che oggi frequentano la terza superiore. Le prove scritte scendono da tre a due (viene abolito il quizzone) e saranno riviste in seguito. Per accedere all’esame resta necessario, dopo dibattito, il “6” in tutte le materie. Un “5” può essere trasformato in sufficienza, ma in quel caso saranno ridotti i crediti formativi accumulati nel triennio: il credito massimo sale da 25 punti a 40. Il credito triennale per chi ha la media del ”6” sarà di 24. Il voto possibile alla maturità resta 100: venti punti per la prima prova (erano 15), venti per la seconda (erano 15) e venti all’orale (erano 30). La commissione ha un bonus per alzare il voto da 1 a 5 punti. La prova Invalsi (che testerà le competenze in Inglese dopo Italiano e Matematica) non sarà inclusa nell’esame finale, ma diventa pre-requisito per l’accesso. Così l’alternanza scuola-lavoro. Per l’esame di terza media si passa, dal 2018, a tre scritti e un colloquio (oggi gli scritti sono sei: escono tesina, prova concettuale e prova Invalsi).

L’Invalsi testerà anche inglese e francese. Alla primaria i voti restano numerici, accompagnati da una descrizione delle capacità degli alunni. Bocciatura extrema ratio, ma fin dal pri mo anno si allestiranno recuperi.

Ai Comuni 670 milioni di fondi obiettivo nidi per un bimbo su tre

PARTE il “Sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino ai sei anni”. È la legge 0-6, appendice della Buona scuola che riorganizza tutta l’educazione dei bambini: il “nido” (0-3 anni) non sarà più un servizio, ma l’inizio di un percorso scolastico. Il sistema omogeneo ingloberà anche le sezioni primavera (24-36 mesi). Per diventare educatore negli asili nido occorrerà la laurea triennale, per insegnare nella scuola dell’infanzia la laurea magistrale. Se un docente dell’infanzia vorrà dedicarsi ai piccoli al di sotto dei tre anni dovrà acquisire altri 60 crediti universitari. Si riconosce, ai fini dell’inserimento nelle graduatorie provinciali dei precari, il servizio prestato nelle sezioni primavera. Il fondo per la riforma andrà direttamente nelle casse dei Comuni, senza intermediazione delle Regioni: 209 milioni nel 2017, 220 nel 2018 e 239 nel 2019. La ripartizione avverrà in maniera inversamente proporzionale alla presenza di sezioni (classi) di materna statale sul territorio: meno sezioni, più fondi statali. Gli obiettivi sono portare al 33 per cento del fabbisogno (dal 17%) la presenza di nidi e micro-nidi nei Comuni italiani, estendere la scuola dell’infanzia a tutti i bambini dai tre ai sei anni (siamo al 94 per cento) e i servizi per l’infanzia al 75 per cento dei Comuni. Poi, assumere le precarie della Gae infanzia, ma per loro niente potenziamento.

Concorsi light e tirocinio in classe per portare i giovani in cattedra

FORMAZIONE e assunzione dei docenti, in tutti i cicli scolastici, cambiano ancora. Anche rispetto alla recente Buona scuola. Il Miur vuole portare in classe insegnanti più giovani. Innanzitutto, si apre una fase transitoria di due anni che coinvolge il precariato di seconda e terza fascia.

Gae (prima fascia) e Gm (graduatorie di merito) restano prioritarie per l’assunzione, ma per chi è in seconda e ha fatto percorsi universitari di abilitazione (Tfa, Ssis) basterà un concorso “light” con un solo esame orale — un colloquio — per prendere una cattedra libera «già dal 2017-2018». Per gli iscritti in terza fascia che hanno 36 mesi di supplenze (esclusi dalla Legge 107) si prevede un concorso con un solo scritto invece di due e l’orale. Dal 2018 inizierà, parallelamente, un ciclo di concorsi pieni ogni due anni (invece di tre) e il loro superamento aprirà ai vincitori (neolaureati con almeno 24 crediti in pedagogia e didattica) un periodo di tre anni che li farà entrare in ruolo: primo anno di specializzazione, diploma e 660 euro lordi, secondo anno ingresso in classe con supplenze brevi, terzo con supplenze lunghe. Al quarto anno l’assunzione in ruolo su posti vacanti, superate tutte le valutazioni. I “seconda fascia”saranno ammessi direttamente al terzo anno di formazione. Ci saranno deroghe per assumere i vincitori del concorso 2016 ancora senza ruolo.

Sostegno, 90mila prof stabili e attenzione al ruolo dei bidelli

QUELLA sul sostegno è la riforma più contestata. Con il passaggio parlamentare la maggioranza ha provato a far entrare nel testo finale alcune considerazioni avanzate dalle associazioni, critiche con il primo disegno del governo. La delega sulla disabilità ora prevede, si legge, «un sostegno potenziato». E 90mila insegnanti fissi. Le nuove assunzioni si faranno solo di fronte a pensionamenti e «in deroga». I tetti ai ragazzi in classe restano gli attuali: massimo venti alunni se c’è un disabile. Il sostegno entra nell’autovalutazione delle scuole, che in questo modo dovranno attrezzarsi per non veder scendere la media.

Gli uffici scolastici decideranno il numero dei bidelli (Ata) da assegnare alle scuole tenendo conto delle presenze di alunni con disabilità: saranno loro, infatti, a doverli accompagnare nei bagni (oggi non sempre avviene). Le scelte sull’organigramma Ata si faranno anche in base al genere: uno studente disabile maschio avrà bisogno di un bidello maschio, e viceversa. Per la formazione di un docente sul sostegno per le classi elementari si istituisce un corso ad hoc post- laurea (Scienze formazione primaria, 60 crediti sull’inclusione). La delega apre a famiglie e associazioni a tre livelli territoriali. Dalla norma finale è stato tolto l’aggettivo “equipollente”, che avrebbe reso più difficile a un disabile l’esame di terza media.

Esame di maturità, ammessi dopo prova Invalsi e con 6 in tutte le materie: ecco cosa cambierà

da Corriere della sera

Esame di maturità, ammessi dopo prova Invalsi e con 6 in tutte le materie: ecco cosa cambierà

Serena Rosticci

Domani, 7 aprile, i testi dei decreti delegati della Buona Scuola saranno discussi in Consiglio dei Ministri. Tante le novità, una su tutte la nuova maturità che quando entrerà in vigore – probabilmente nel 2019 stando a quanto riportato dal Corriere.it –  coinvolgerà circa mezzo milione di studenti. Dal numero di prove, ai crediti scolastici, passando per Invalsi e alternanza scuola – lavoro, ecco come cambierà l’esame di Stato stando al testo del decreto legislativo 384 relativo alla valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato. Per quanto riguarda la primaria, restano i voti numerici. Abolito Invalsi in sede d’esame di terza media, gli studenti dovranno svolgere il test nei mesi precedenti.

Alternanza scuola – lavoro all’esame

Diventerà di fatto oggetto di valutazione in quanto, in sede d’esame, si terrà conto anche della partecipazione alle attività di alternanza scuola -lavoro, dello sviluppo delle competenze digitali e del curriculum individuale. Durante il colloquio orale i ragazzi dovranno poi portare ed esporre una relazione al riguardo.

Ammessi con il 6 in tutte le materie

Inizialmente il decreto prevedeva che per poter essere ammessi all’esame di maturità bastava avere la media del 6. A incidere su questa sarebbe stato anche il voto in condotta che, si sa, generalmente supera (e non di poco!) la sufficienza. Ma le polemiche su una maturità troppo facile hanno avuto la meglio. Ora servirà il sei in tutte le materie per essere ammessi all’esame di maturità ma, in via eccezionale, potrà essere contemplata anche un’insufficienza, motivata dal consiglio di classe, e di cui si terrà conto nella tabella dei crediti.

Prova Invalsi in quinta (ma non in sede d’esame): chi non le sostiene non sarà ammesso alla maturità

Arrivano le prove Invalsi anche per gli studenti del quinto superiore, ma ad aprile, non in sede d’esame di Stato. Il decreto, infatti  prevede, ex-novo, una funzione dell’Invalsi. Per il secondo ciclo si paventa la possibilità che dei punteggi ottenuti nelle prove Invalsi (obbligatoria per l’ammissione all’esame) non resti nullaSarebbe importante invece che restasse una traccia delle prove almeno  nel curricolo dello studente che verrà rilasciato dopo la maturità, anche se non è più previsto che possa essere  considerato dall’università (ma non è detto che quale Università non voglia farlo lo stesso).

Più crediti per tutti

Passeranno dall’essere l’attuale massimo di 25 punti, a un massimo di ben 40 punti, di cui 12 per il terzo anno, 13 per il quarto e 15 per il quinto. Verranno assegnati in base alla media scolastica dei voti ottenuta alla fine di ognuno di questi anni nel modo illustrato nella seguente tabella.

tabella-crediti

Per i candidati che svolgono l’esame di Stato negli anni scolastici 2017/2018 e 2018/2019 la stessa tabella reca la conversione del credito scolastico conseguito, rispettivamente nel terzo e quarto anno di corso e nel terzo anno di corso.

conversione-crediti

Prove d’esame: bye bye quizzone

Il nuovo esame di Stato vedrà gli studenti alle prese con sole due prove scritte e un colloquio orale. Questo sarà quindi l’ultimo anno della terza prova.

Prima prova di maturità

Come attualmente, consisterà nella redazione di un testo argomentativo riguardante temi di ambito artistico, letterario, filosofico, scientifico, storico, sociale, economico e tecnologico. La prova può essere strutturata in più parti, anche per consentire la verifica di competenze diverse, in particolare la comprensione degli aspetti linguistici, espressivi e logico-argomentativi, oltre la riflessione critica da parte del candidato.

Seconda prova di maturità

Avrà ancora per oggetto una o più discipline caratterizzanti il corso di studio e lo scopo di accertare le conoscenze, le abilità e le competenze attese dal profilo educativo culturale e professionale dello studente dello specifico indirizzo. Nei percorsi dell’istruzione professionale la seconda prova avrà carattere pratico, tesa ad accertare le competenze professionali acquisite dal candidato. Le materie oggetto della seconda prova saranno rese note a gennaio.

Il colloquio orale di maturità

Durante il colloquio orale la commissione proporrà al candidato di: “analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera. Nell’ambito del colloquio il candidato espone, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola – lavoro svolta nel percorso di studi. Per i candidati esterni la relazione e/o elaborato ha ad oggetto l’esperienza di lavoro eventualmente svolta dal candidato”.

Voto d’esame: maggior peso al curriculum scolastico

Per ogni prova scritta, i commissari possono decidere di assegnare massimo 20 punti (al posto dei 15 attuali). Anche il colloquio orale potrà essere valutato con punteggio massimo di 20 (al posto dell’attuale massimo di 30 punti). Considerato che aumenta il peso dei crediti scolastici, appare chiara l’intenzione di dare maggiore importanza, in sede d’esame di Stato, al curriculum scolastico, al percorso che ogni studente ha quindi fatto negli anni, anziché all’esame in sé.

Il bonus: quando si può dare?

La commissione d’esame può poi decidere, come accade oggi, di integrare il punteggio fino a un massimo di 5 punti, sempre che il candidato abbia ottenuto un credito scolastico di almeno 30 punti e un risultato complessivo nelle prove di maturità pari almeno a 50 punti.

Arriva il curriculum dello studente

A confermare il fatto che il Miur pare voglia dare più importanza al percorso di ogni studente rispetto all’esame di maturità, arriva pure il curriculum scolastico. Verrà allegato al diploma e conterrà le discipline “ricomprese nel piano degli studi con l’indicazione del monte ore complessivo destinato a ciascuna di esse. In una specifica sezione sono indicati i livelli di apprendimento conseguiti nella prove scritte a carattere nazionale, distintamente per ciascuna delle discipline oggetto di rilevazione. Sono altresì indicate le competenze, le conoscenze e le abilità anche professionali acquisite e le attività culturali, artistiche e di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extra scolastico nonché le attività di alternanza scuola-lavoro ed altre eventuali certificazioni conseguite, ai sensi di quanto previsto dall’articolo”.

Nuova Maturità rinviata al 2019 L’anno prossimo resta il quizzone

da Corriere della sera

Nuova Maturità rinviata al 2019 L’anno prossimo resta il quizzone

Valentina Santarpia
Servirà il sei in tutte le materie per essere ammessi all’esame di Maturità ma, in via eccezionale, potrà essere contemplata anche un’insufficienza, motivata dal consiglio di classe, e di cui si terrà conto nella tabella dei crediti. È con questo compromesso che arriva domani in Consiglio dei ministri il decreto sulla valutazione, con alcuni cambiamenti significativi rispetto alla versione iniziale.

Le novità

Le novità per i cicli inferiori entreranno in vigore già nel 2018, mentre per la nuova maturità bisognerà aspettare il 2019: c’è bisogno di più tempo perché vada a regime l’alternanza scuola lavoro, che contribuirà ai crediti formativi, e perché vengano ri-formulate le nuove prove, dopo la scomparsa del«quizzone».

Invalsi e voti

Se il governo darà il via libera al testo esaminato ieri sera, le prove Invalsi, che testeranno anche la conoscenza delle lingue straniere (le due delle medie e l’inglese alle superiori), non saranno incluse né nell’esame di terza media né in quello di diploma, ma saranno obbligatorie per gli studenti. Si svolgeranno ad aprile o maggio, e i risultati, che entreranno a far parte del curriculum dello studente, dovrebbero essere resi noti, almeno alle famiglie. Ma non potranno essere usati come strumento per la selezione all’università, come si era ipotizzato. Passo indietro anche sui voti alla primaria, che resteranno numerici, anche se accompagnati da una maggiore descrizione delle competenze acquisite dagli alunni

Decreti L.107/15 approvati dal CdM: così cambia la scuola

da La Tecnica della Scuola

Decreti L.107/15 approvati dal CdM: così cambia la scuola

Il Governo ha esercitato otto delle nove deleghe previste dalla legge di riforma approvata a luglio del 2015. La nona riguardava la revisione del Testo unico sulla scuola per la quale sarà previsto un disegno di legge delega specifico e successivo.

I decreti approvati oggi riguardano:

–      il sistema di formazione iniziale e di accesso all’insegnamento nella scuola secondaria di I e II grado;

–      la promozione dell’inclusione scolastica delle studentesse e degli studenti con disabilità;

–      la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale;

–      l’istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni;

–      il diritto allo studio;

–      la promozione e la diffusione della cultura umanistica;

–      il riordino della normativa in materia di scuole italiane all’estero;

–      l’adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti e degli Esami di Stato.

LE SCHEDE

 

 

Reclutamento e formazione iniziale delle e dei docenti nella scuola secondaria di I e II grado

 

Cambia il sistema di accesso all’insegnamento nella scuola secondaria di I e II grado, con un nuovo modello di reclutamento e formazione iniziale che punta a: evitare che si formino nuove sacche di precariato; offrire orizzonti temporali certi e un percorso chiaro fra concorso e immissione in ruolo alle giovani e ai giovani che vogliono insegnare; garantire l’elevata qualificazione del percorso di formazione delle future e dei futuri docenti.

Oggi chi vuole diventare insegnante della scuola secondaria deve abilitarsi, dopo la laurea, attraverso un tirocinio formativo (TFA). L’abilitazione dà accesso alle graduatorie di istituto per le sole supplenze. Per entrare in ruolo, infatti, bisogna attendere e superare un concorso. Dal 1999 il primo concorso bandito in tempi recenti è stato quello del 2012 seguito, poi, da quello del 2016. Con lunghi periodi di attesa e di vuoto, senza certezze per le e gli aspiranti docenti.

Con l’approvazione del nuovo decreto, tutte le laureate e tutti i laureati potranno partecipare ai concorsi, a patto che abbiano conseguito 24 crediti universitari in settori formativi psico-antropo-pedagogici o nelle metodologie didattiche. I concorsi avranno cadenza biennale, il primo sarà nel 2018.

Il nuovo concorso prevede due scritti (tre per il sostegno) e un orale. Chi lo passa entra in un percorso triennale di formazione, inserimento e tirocinio (FIT), con una retribuzione crescente che parte fin dal periodo della formazione. Le docenti e i docenti vengono valutati per tutta la durata del percorso. Alla fine del triennio, se la valutazione è positiva, vengono immessi in ruolo. Niente più anni di attesa nelle graduatorie dei supplenti, dunque, ma un percorso certo e definito per diventare insegnanti.

 

Il decreto prevede una fase transitoria che, in prosecuzione con il Piano di assunzioni della Buona Scuola, continua ad offrire risposte al precariato storico. Saranno esaurite innanzitutto le Graduatorie ad esaurimento e quelle dell’ultimo concorso del 2016. Ci saranno delle procedure concorsuali specifiche per chi sta già insegnando come supplente da tempo. Per le docenti e i docenti abilitati della seconda fascia delle graduatorie di istituto ci sarà un concorso nel 2018 con una prova orale seguita – quando si verificherà disponibilità di posti – da un anno di servizio con una valutazione finale. I partecipanti entreranno in ruolo, dunque, dopo una ulteriore verifica in classe. Le iscritte e gli iscritti nelle terze fasce di istituto, quelli con 3 anni di servizio, potranno accedere a concorsi con uno scritto e un orale, se vincitori accederanno al percorso FIT facendo il primo e terzo anno.

 

Inclusione delle studentesse e degli studenti con disabilità

 

Garantire una scuola sempre più accogliente alle alunne e agli alunni con disabilità, rafforzando il ruolo delle famiglie e delle associazioni nei processi di inclusione e coinvolgendo – anche e soprattutto attraverso la formazione in servizio – tutte le componenti del personale scolastico. Questo l’obiettivo del provvedimento approvato.

Insegnanti sempre più preparati: viene rivista la formazione iniziale delle e dei docenti di sostegno dell’infanzia e della primaria, attraverso l’istituzione di un Corso di specializzazione ad hoc a cui si accede dopo aver conseguito la laurea in Scienze della formazione primaria, comprensiva di 60 crediti sulla didattica dell’inclusione. Tutte le future e tutti i futuri docenti, anche nella secondaria, avranno nel loro percorso di formazione iniziale materie che riguardano le metodologie per l’inclusione e ci sarà una specifica formazione anche per il personale della scuola, Ata compresi.

Coinvolgere tutto il personale nella formazione non vuol dire immaginare una riduzione delle docenti e dei docenti di sostegno, ma una maggiore partecipazione di tutte le componenti sul tema dell’inclusione, perché questa possa realizzarsi concretamente. La proposta di quantificazione del personale sul sostegno sarà fatta, infatti, dal dirigente scolastico sulla base del Progetto educativo individualizzato (PEI) di ciascuna alunna e ciascun alunno con disabilità e in coerenza con il Piano dell’inclusione di ciascuna scuola.

Il provvedimento introduce l’obbligo di tenere conto della presenza di alunne e alunni diversamente abili per l’assegnazione del personale Ata alle scuole. Nel processo di valutazione delle istituzioni scolastiche viene introdotto il livello di inclusività. Ogni scuola dovrà predisporre, nell’ambito del Piano triennale dell’offerta formativa, un Piano specifico per l’inclusione. Vengono poi rivisti, razionalizzati e rafforzati nelle loro funzioni gli organismi che operano a livello territoriale per il supporto all’inclusione, con un maggiore coinvolgimento di famiglie e associazioni.

Le commissioni mediche per l’accertamento della disabilità si arricchiscono di nuove professionalità: ci saranno un medico legale e due medici specialisti scelti fra quelli in pediatria e in neuropsichiatria infantile. Per la prima volta le e i supplenti potranno avere contratti pluriennali. In caso di un rapporto positivo con l’alunna o l’alunno e su richiesta delle famiglie le docenti e i docenti con contratto a termine potranno essere riconfermati per più anni senza passare dalle annuali trafile di assegnazione della supplenza. Viene rafforzato l’Osservatorio permanente per l’inclusione insediato al Miur.

 

Revisione dei percorsi dell’Istruzione professionale

 

Un sistema di istruzione e formazione professionale che educhi  le nuove generazioni al “saper fare di qualità”, consentendo una rapida transizione dal sistema educativo al mondo del lavoro. Lo prevede il decreto approvato oggi che si pone l’obiettivo di dare una chiara identità agli istituti professionali, innovare e rendere più flessibile la loro offerta formativa, superare l’attuale sovrapposizione con l’istruzione tecnica e mettere ordine in un ambito frammentato tra competenze statali e regionali.

I percorsi durano 5 anni: biennio più triennio. Gli indirizzi, a partire dall’anno scolastico 2018/2019, passano da 6 a 11: agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; pesca commerciale e produzioni ittiche; industria e artigianato per il Made in Italy; manutenzione e assistenza tecnica; gestione delle acque e risanamento ambientale; servizi commerciali; enogastronomia e ospitalità alberghiera; servizi culturali e dello spettacolo; servizi per la sanità e l’assistenza sociale; arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico; arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico.

Ogni scuola potrà declinare questi indirizzi in base alle richieste e alle peculiarità del territorio, coerentemente con le priorità indicate dalle Regioni. Si punta ad una sempre maggiore personalizzazione degli apprendimenti in modo tale che le studentesse e gli studenti, attraverso un progetto formativo individuale, possano sviluppare e acquisire competenze che li aiutino nell’accesso del mondo del lavoro. Nel biennio vengono inseriti gli assi culturali, ovvero aggregazioni di insegnamenti omogenei che forniscono competenze chiave di cittadinanza alle giovani e ai giovani, e si dà maggiore spazio all’alternanza scuola-lavoro e all’apprendistato.

Le scuole potranno utilizzare le loro quote di autonomia in relazione all’orario complessivo per rafforzare i laboratori e qualificare la loro offerta in modo flessibile. Gli istituti potranno, poi, avvalersi del contributo di esperti del mondo del lavoro e delle professioni e attivare partenariati per migliorare l’offerta formativa.

Conseguita la qualifica triennale, le studentesse e gli studenti potranno scegliere di proseguire gli studi passando al quarto anno dei percorsi di Istruzione Professionale o dei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale e conseguire un diploma professionale tecnico. Al termine dei percorsi di istruzione professionale, in quelle che diventano vere e proprie “scuole territoriali di innovazione”, le ragazze e i ragazzi conseguono il diploma quinquennale di istruzione secondaria di II grado, grazie al quale potranno accedere agli Istituti tecnici superiori (ITS), alle Università e alle Istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM), in base alle loro inclinazioni e ai loro desideri.

Le istituzioni scolastiche che offrono percorsi di istruzione professionale e le istituzioni formative accreditate per fornire percorsi di Istruzione e Formazione professionale (di competenza regionale) entrano a far parte della Rete nazionale delle Scuole Professionali: finalmente un’offerta formativa unitaria, articolata e integrata sul territorio. Il sistema sarà in vigore a partire dall’anno scolastico 2018/2019. Un tavolo coordinato dal Miur – al quale prendono parte le Regioni, gli Enti locali, le Parti Sociali, gli altri Ministeri interessati, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione (Invalsi), l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (Indire), l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) e l’Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro (Anpal) – monitora i percorsi dell’istruzione professionale e aggiorna gli indirizzi con cadenza almeno quinquennale. Vengono stanziati oltre 48 milioni a regime per incrementare il personale necessario all’attuazione delle novità previste. Sarà stabilizzato lo stanziamento di 25 milioni all’anno per l’apprendistato formativo.

 

Sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni

 

I servizi per l’infanzia escono dalla dimensione assistenziale ed entrano a pieno titolo nella sfera educativa. Viene istituito infatti per la prima volta un Sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a 6 anni per garantire “ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali”. Particolare attenzione verrà data alle bambine e ai bambini con disabilità.

Attraverso la costituzione del Sistema integrato progressivamente siestenderanno,amplieranno e qualificheranno i servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia su tutto il territorio nazionale. I servizi saranno organizzati all’interno di un assetto di competenze tra i diversi attori in campo (Stato, Regioni, Enti locali) chiaro ed efficiente. Per finanziare il nuovo Sistema viene creato un Fondo specifico (239 milioni all’anno a regime) per l’attribuzione di risorse agli Enti locali.

Il decreto prevede un Piano di azione nazionaledi attuazione che coinvolgerà attivamente tutti gli attori in campo. Anche le famiglie saranno coinvolte attraverso gli organismi di rappresentanza. Sarà promossa la costituzione di Poli per l’infanzia per bambine e bambini di età fino a 6 anni, anche aggregati a scuole primarie e istituti comprensivi. I Poli serviranno a potenziare la ricettività dei servizi e sostenere la continuità del percorso educativo e scolastico. I Poli saranno finanziati anche attraverso appositi fondi Inail (150 milioni per la parte edilizia). Sarà prevista la qualifica universitaria come titolo di accesso per il personale, anche per i servizi da 0 a 3 anni, nell’ottica di garantire una sempre maggiore qualità del sistema. Per la prima volta sarà istituita una soglia massima per la contribuzione da parte delle famiglie.

 

È prevista una specifica governance del Sistema integrato di educazione e di istruzione. Al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca spetterà un ruolo di coordinamento, indirizzo e promozione, in sintonia con le Regioni e gli Enti locali, sulla base del Piano di Azione Nazionale che sarà adottato dal Governo.

Diritto allo studio

Una nuova governance per garantire una maggiore partecipazione delle studentesse e degli studenti e delle famiglie. La promozione di un sistema di welfare fondato su livelli di prestazioni nazionali, misure su libri di testo, tasse scolastiche, trasporti. Il potenziamento della carta dello studente IoStudioOltre sessantamilioni di investimento fra borse di studio, mobilità, supporti per la didattica. Questi i principali contenuti del decreto sul Diritto allo Studio.

In particolare, il provvedimento prevede l’istituzione di una Conferenza Nazionale. Una novità assoluta che consentirà una governance più partecipata: al tavolo ci saranno Associazioni dei genitori e delle studentesse e degli studenti, Consulte provinciali delle studentesse e degli studenti, il Miur, ma anche Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Regioni, Comuni.

Sono previsti specifici finanziamenti per sostenere il welfare studentesco: 30 milioni vengono destinati per il 2017 (diventano 39,7 a regime dal 2019) alla copertura di borse di studio grazie alle quali studentesse e studenti delle scuole secondarie di II grado potranno avere supporto per l’acquisto di materiale didattico, per trasporti, per accedere a beni di natura culturale. Si tratta, a regime, di quasi 30 milioni in più rispetto allo stanziamento previsto dal testo iniziale, prima del passaggio parlamentare.

Altri 10 milioni (all’anno, fino al 2019/2020)  vengono stanziati per l’acquisto di sussidi didattici nelle scuole che accolgono alunne e alunni con disabilità. Ancora altri 10 milioni vengono investiti, a partire dal 2019, per l’acquisto da parte delle scuole di libri di testo e di altri contenuti didattici, anche digitali, per il comodato d’uso dalla primaria fino alle classi dell’assolvimento dell’obbligo. Supporto aggiuntivo anche per la scuola in ospedale e per l’istruzione domiciliare con uno stanziamento di 2,5 milioni di euro all’anno dal 2017.

È previsto l’esonero totale dal pagamento delle tasse scolastiche – in base all’Isee – per le studentesse e gli studenti delle quarte e delle quinte della secondaria di II grado. Si parte nell’anno scolastico 2018/2019 con le quarte. Rafforzata la Carta dello studente (IoStudio) che sarà estesa anche a chi frequenta i corsi dell’Afam (Alta formazione musicale e coreutica) e ai Centri Regionali per la Formazione Professionale.

Promozione e diffusione della Cultura umanistica, arriva il Piano delle Arti

Musica e danza, teatro e cinema, pittura, scultura, grafica delle arti decorative e design, scrittura creativa entrano a pieno diritto nel Piano dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado. Le studentesse e gli studenti potranno così sviluppare creatività, senso critico, capacità di innovazione attraverso la cultura e la pratica diretta delle arti e la conoscenza diretta e il rilancio del patrimonio storico e artistico del nostro Paese.

Dopo il Piano Nazionale Scuola Digitale, arriva il Piano delle Arti, un programma di interventi con validità triennale che il Miur metterà in campo di concerto con il Mibact (Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo) e che conterrà una serie di misure per agevolare lo sviluppo dei temi della creatività nelle scuole. Il Piano viene finanziato con 2 milioni all’anno a partire dal 2017 e per la prima volta il 5% dei posti di potenziamento dell’offerta formativa sarà dedicato allo sviluppo dei temi della creatività. Ci saranno perciò risorse e personale.

Le scuole dovranno recepire gli indirizzi del Piano nell’ambito della loro offerta formativa e potranno costituirsi in Poli a orientamento artistico-performativo (per il primo ciclo) e in Reti (scuole secondarie di secondo grado) per condividere risorse laboratoriali, spazi espositivi, strumenti professionali, esperienze e progettazioni comuni.

Ogni istituto potrà stabilire se articolare singoli progetti o specifici percorsi curricolari anche in verticale, in alternanza scuola-lavoro o con iniziative extrascolastiche, in collaborazione con altri soggetti pubblici e privati e con soggetti del terzo settore che operano nel campo artistico e musicale.

Tra le novità del decreto, i percorsi a indirizzo musicale delle scuole secondarie di I grado (che rappresenteranno la naturale evoluzione delle scuole di I grado ad indirizzo musicale), una più omogenea diffusione dell’insegnamento dello strumento musicale anche attraverso le docenti e i docenti dell’organico dell’autonomia e l’armonizzazione dei percorsi formativi della filiera artistico-musicale. Promosse, inoltre, forme di collaborazione strutturata tra licei artistici, accademie di belle arti, istituti superiori per le industrie artistiche, università, enti locali e tra licei musicali e coreutici e gli istituti superiori di studi musicali e i territori.

Plurale è anche la governance di questo settore: oltre al Miur e al Mibact (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) le attività di indirizzo e coordinamento saranno gestite dall’Indire (Istituto nazionale documentazione, innovazione, ricerca educativa), le istituzioni Afam (Alta formazione musicale e coreutica), le Università, gli Its (Istituti tecnici superiori), gli Istituti del Mibact, gli istituti di cultura italiana all’estero, soggetti pubblici e privati.

Il patrimonio culturale e artistico italiano può diventare occasione di crescita per il Paese se le nuove generazioni sapranno coniugare tradizione e innovazione. Per questo motivo l’alternanza Scuola-Lavoro, prevista dalla legge 107/2015, potrà essere svolta presso soggetti pubblici e privati che si occupano della conservazione e produzione artistica.

Scuole italiane all’estero

Una scuola che formi cittadine e cittadini italiani anche all’estero e che diffonda e promuova il nostro patrimonio culturale fuori dai confini nazionali: è questo l’obiettivo del decreto legislativo sulle scuole italiane all’estero.

La volontà è quella di colmare le distanze e le frammentazioni oggi esistenti fra le scuole del sistema nazionale e quelle all’estero, estendendo le innovazioni introdotte dalla Buona Scuola anche negli istituti scolastici che operano fuori dal Paese. Questo si tradurrà, per esempio, nell’istituzione dell’organico del potenziamento anche all’estero. Si tratta di 50 ulteriori insegnanti (si passa da 624 a 674), nuove risorse professionali grazie alle quali si potrà lavorare di più su musica, arte o cinema e garantire il sostegno alle alunne e agli alunni che ne hanno bisogno.

Queste figure professionali verranno selezionate per la prima volta dal Miur sulla base di requisiti predisposti insieme al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci). In precedenza era il solo Maeci ad effettuare queste selezioni. È prevista per queste figure una formazione obbligatoria prima della partenza per l’estero e in servizio, così come richiesto nel territorio nazionale dopo l’entrata in vigore della Buona Scuola. I tempi di permanenza fuori dall’Italia passano dai 9 anni attuali a due periodi di 6 anni scolastici che dovranno però essere intervallati da un periodo di 6 anni nelle scuole italiane del Paese. Questo per evitare che il personale all’estero perda contatto con il sistema di istruzione e con il Paese di riferimento.

Le scuole italiane all’estero potranno partecipare ai bandi relativi al Piano nazionale scuola digitale e saranno inserite nel sistema nazionale di valutazione. Sono previste maggiori e nuove sinergie con istituzioni ed enti che promuovono e diffondono la nostra cultura nel mondo e, infine, piena trasparenza delle scuole all’estero all’interno del portale unico della scuola.

Vengono promossi, inoltre, servizio civile e tirocini nelle istituzioni del sistema di formazione italiano nel mondo. Maggiori e nuove sinergie con istituzioni ed enti pubblici e privati che promuovono la nostra cultura nel mondo. Viene istituita una Cabina di Regia Miur-Maeci, cui spetta il compito di riorganizzazione e coordinamento strategico del sistema.

Valutazione ed Esami di Stato

Nessun cambiamento per gli Esami di Stato di quest’anno. Le novità saranno applicate nel 2018 per l’Esame del primo ciclo e nel 2019 per la Maturità. Alla primaria e alla secondaria di I grado cambia la modalità di valutazione: restano i voti, ma saranno espressione dei livelli di apprendimento raggiunti e saranno affiancati da una specifica certificazione delle competenze. Maggiore peso viene dato alla valutazione delle competenze in ‘Cittadinanza e Costituzione’, che saranno anche oggetto di colloquio anche all’Esame di Maturità. Sono alcune delle novità previste dal decreto su valutazione ed Esami di Stato.

La valutazione nel primo ciclo: il tema dell’ammissione alla classe successiva diventa parte di un processo più ampio di presa in carico delle studentesse e degli studenti. Le attività svolte nell’ambito della disciplina trasversale ‘Cittadinanza e Costituzione’ diventano oggetto di valutazione.

Alla primaria varrà la normativa vigente: la non ammissione è prevista solo in casi eccezionali e con decisione unanime dei docenti della classe. Ma con una novità: viene esplicitato che l’ammissione è prevista anche in caso di livelli di apprendimento “parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”. Le scuole dovranno attivare, anche questa è una novità, specifiche strategie di miglioramento per sostenere il raggiungimento dei necessari livelli di apprendimento da parte degli alunni e delle alunne più deboli. Per una scuola più inclusiva e capace di non lasciare solo chi resta indietro.

Nella secondaria di I grado resta ferma la necessità di frequenza di almeno tre quarti del monte ore annuale per poter essere ammesse o ammessi alla classe successiva. Anche alla secondaria di I grado, a differenza di quanto avviene oggi, in un’ottica di maggiore trasparenza dei voti e in linea con le esperienza di molti Paesi europei, si può essere ammessi o ammesse alla classe successiva e all’Esame finale in caso di mancata acquisizione dei necessari livelli di apprendimento in una o più discipline. In questo caso, come per la primaria, le scuole dovranno attivare percorsi di supporto per colmare le lacune. Alla fine del I ciclo viene rilasciata una apposita certificazione delle competenze oggi già sperimentata da oltre 3.000 istituzioni scolastiche.

Esame del I ciclo. Tre scritti e un colloquio saranno le prove previste alla fine della classe terza della secondaria di I grado. Oggi le prove sono cinque più il colloquio. L’Esame viene riequilibrato e si torna a dare più valore al percorso scolastico rispetto al peso delle prove finali. Sono previste: una prova di italiano, una di matematica, una prova sulle lingue straniere, un colloquio per accertare le competenze trasversali, comprese quelle di cittadinanza. Iltest Invalsi (la prova nazionale standardizzata) resta, ma si svolgerà nel corso dell’anno scolastico, non più durante l’Esame.

Esame del II ciclo. Due prove scritte e un colloquio orale. Questo il nuovo Esame.Oggi le prove scritte sono tre più il colloquio. Lo svolgimento delle attività di alternanza Scuola-Lavoro diventa requisito di ammissione, insieme allo svolgimento della Prova nazionale Invalsi. Si viene ammessi e ammesse all’Esame con tutti sei. Fatta salva la possibilità per il Consiglio di classe di ammettere, con adeguata motivazione, chi ha un voto inferiore a sei in una disciplina (o in un gruppo di discipline che insieme esprimono un voto). L’ammissione con una insufficienza incide sul credito finale con cui si accede all’Esame. Questo non vale per il voto legato al comportamento: chi ha l’insufficienza non viene ammessa o ammesso.

L’Esame sarà composto da: prima prova scritta nazionale che accerterà la padronanza della lingua italiana, seconda prova scritta nazionale su una o più discipline caratterizzanti l’indirizzo di studi, colloquio orale che accerterà il conseguimento delle competenze raggiunte, la capacità argomentativa e critica del candidato, l’esposizione delle attività svolte in alternanza. L’esito dell’Esame oggi è espresso in centesimi: fino a 25 punti per il credito scolastico, fino a 15 per ciascuna delle tre prove scritte, fino a 30 per il colloquio. Con il decreto il voto finale resta in centesimi, ma si dà maggior peso al percorso fatto nell’ultimo triennio: il credito scolastico incide fino a 40 punti, le 2 prove scritte incidono fino a 20 punti ciascuna, il colloquio fino a 20 punti. La Commissione resta quella attuale: un Presidente esterno più tre commissari interni e tre commissari esterni. La prova Invalsi viene introdotta in quinta per italiano, matematica e inglese, ma si svolgerà in un periodo diverso dall’Esame.

Le novità per le prove Invalsi: si introduce una prova di inglese standardizzata al termine sia della primaria sia della secondaria di I e II grado per certificare, in convenzione con enti certificatori accreditati, le abilità di comprensione e uso della lingua inglese in linea con il Quadro Comune di Riferimento Europeo per le lingue. Nelle classi finali della secondaria di I e II grado la prova Invalsi è requisito per l’ammissione all’Esame, ma non influisce sul voto finale.