D. Di Capua, L’uomo che vendeva ricordi

“L’uomo che vendeva ricordi”, un libro di Donato Di Capua,
Casa Editrice Kimerik, gennaio 2017

di Mario Coviello

 

Corre più veloce il tempo o l’uomo? Vivono più i ricordi o i pensieri? Sono queste alcune delle domande a cui Donato Di Capua prova a dare risposta nel suo ultimo lavoro letterario “L’uomo che vendeva ricordi”. Un romanzo poetico e introspettivo che tocca una tematica importante come quella dell’Alzheimer.

Duecentosessantacinque pagine, trentadue brevi capitoli per un libro diverso, affascinante, impegnativo. E’un libro, questo che ho appena finito di leggere, che richiede al lettore di mettersi a nudo per fare un bilancio della propria vita, dei sogni che ha realizzato, dell’amore che ha vissuto, della capacità che ha di essere, vivere, sentire, amare, gioire.

E’ un libro che racconta la vita, il ricordo, il tempo, il dolore, la natura, l’amicizia, il riso, l’abbraccio, l’infanzia, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia, con un linguaggio piano e profondo, intessuto di luci, colori, odori, sapori.

Al centro della narrazione Emanuele, orfano di entrambi i genitori, morti, quando lui era molto piccolo, in un incidente stradale. Esperto informatico si licenzia perché non ha voluto chiedere scusa ad una manager, cliente importante della sua agenzia, che lo aveva umiliato per una intera giornata, mentre svolgeva al meglio il suo lavoro.

Emanuele è scapolo, vive una vita povera perché il lavoro lo ha assorbito completamente e ama osservare gli altri. Vive in un piccolo appartamento disordinato in un anonimo condominio, in una città affollata, caotica e ha perso il gusto di vivere.

Alla ricerca del senso della vita incontra a Villa Flora, una casa per anziani, Gustavo Lor che con il suo sorriso, gli occhi cerulei, un caldo abbraccio, uno strano orologio, stravolge la sua vita lo rinfranca, gli procura un nuovo lavoro e soprattutto nuovi “straordinari”, impegnativi “poteri”.

Emanuele diviene capace di leggere le menti, udire i pensieri delle persone, di tutte le persone che lo affiancano, lo incrociano. Sono, egli scopre, persone che soffrono per preoccupazioni, sconfitte, odi, rimpianti, ed ha paura di impazzire.

Il suo nuovo lavoro è presso il negozio di un antiquario Raffaele, che lo accoglie con un sorriso franco. Subito lo ristora con un caffè che macina con un vecchio macinino e prepara con una caffettiera napoletana che ha bisogno del beccuccio di cartone quando viene capovolta per donare la sua magica miscela. Raffaele sa gestire il suo tempo, accarezza i suoi pezzi d’antiquariato che hanno l’anima di chi li ha posseduti, ed insegna ad Emanuele a vivere.

Emanuele a poco a poco rinasce, sente, odora, gusta, vive gli altri, pulendosi dagli affanni che nel corso degli anni lo avevano incrostato.

E’ proprio Francesca, la sua vicina di casa, la vicina invadente che fino ad allora aveva appena salutato con un cenno, che diventa la donna della sua vita, quella che lo fa sentire vivo, amato, compiuto. Per lei Emanuele, prima dell’amore, prepara piatti raffinati, cucinati con maestria. E’ lei che lo completa, comprende, compenetra.

L’amico antiquario Raffaele, che custodisce oggetti e ricordi, ha amato, ormai anziano, Gloria, una donna matura che è improvvisamente scomparsa. Raffaele, nonostante sia passati ormai molti anni, non si è rassegnato, ha continuato a coltivare il seme del suo amore che è convinto di poter ritrovare, e questa speranza lo ha reso dolce, accogliente, unico. Sarà proprio Emanuele a realizzare il sogno dell’amico. Egli che sa ascoltare le voci della mente, novello highlander, riparerà dei torti donando a molti un briciolo di speranza, e farà rincontrare Raffaele e Gloria. E Maria, un’anziana colpita dall’ alzheimer ospite della “villa del silenzio”, grazie ad Emanuele, potrà scrivere al figlio una lettera d’amore e di perdono. Lo farà vincendo il tempo e la morte perché è divenuto “l’uomo che vendeva i ricordi”.

Donato Di Capua nel suo libro cita alcuni autori e canzoni che raccontano la redenzione dell’uomo come “Io e Bobby Mc Gee “, interpretata da Roger Miller e poi da Janis Joplin e Gianna Nannini. Interrogandosi sul senso della vita e della morte, dell’amore e del dolore Di Capua riprende Cesare Pavese con la poesia “L’amore e la morte” e Khalil Gibran de “ Il Profeta “ e ci insegna che la felicità è la capacità di scoprire l’assoluto nelle piccole cose di ogni giorno. “Con questo romanzo — spiega Di Capua — siamo davanti ad una storia che incrocia passato e presente, vive il sollazzo delle ore in un turbinio d’impressioni vitali che coinvolgono, a volte spaventano, tante altre incoraggiano. Si tratta di ricordi. Questo libro ci insegna a non fuggire da ciò che è felicità per paura che sia illusione e, al contempo, vuole rendere omaggio, anche con il suo intento benefico, a quanti, proprio come i malati di Alzheimer, sono costretti a vivere senza i ricordi”. E ancora “ La scrittura è il mio modo per sentirmi completo, felice di dar vita a nuove storie in quanto narratrici di emozioni. Scrittura è tramite dal finito all’infinito, unico mezzo per arrivare all’eterno, al per sempre. Per questo è arte, perché abbatte i confini del tempo, valica il mortale e si nutre d’essenza, di cielo, di sogni, di vita, quella vera però.”
I diritti d’autore del primo anno di questo libro saranno devoluti all’associazione “Alzheimer Basilicata”. Per lo scrittore di Pietragalla (Potenza) si tratta del quarto romanzo dato alle stampe in poco meno di un quinquennio. Il primo nel 2013 “Il buio della mente, la luce nell’anima“, edito sempre da Kimerik è risultato il più venduto della casa editrice; l’anno successivo è la volta di “Giocando con le spade di legno“, poi arriva “La croce dentro”, dedicato a Papa Francesco. A dare un volto al protagonista del libro è stato l’artista Sergio Nappo, autore della copertina di “ L’uomo che vendeva ricordi”. “Dando vita a Emanuele, dice Di Capua, Nappo è riuscito a toccare, con le parole mute dell’arte, le corde più profonde della mente, del cuore e dell’anima”. L’aforisma scelto da Di Capua per descrivere il suo lavoro e le sue emozioni è  :‘L’immortalità è quell’ attimo fugace che sconvolge e carezza, diventando istante dopo istante la concretizzazione dei sogni’.

La serendipità come pensiero abduttivo

La serendipità come pensiero abduttivo

di Immacolata Lagreca

 

La ragione umana si basa su ragionamenti logici che portano alla conoscenza. Un ragionamento è «una successione di enunciati collegati fra loro in un certo modo da inferenze»[1]. L’inferenza è un ragionamento logico mediante il quale si esercita il processo di conoscenza. Gli elementi che compongono un processo inferenziale (ragionamento), sono tre: un caso, una regola, e un risultato. Combinando questi tre elementi si possono ottenere altrettanti tipi di inferenza:

  • caso (premessa) – regola – approdo (conclusione): deduzione;
  • caso (premessa) – approdo (conclusione) – regola: induzione;
  • regola – caso (premessa) – approdo (conclusione): abduzione.

La deduzione è un processo in cui si conoscono le premesse e le regole e si vuole ricavare una conclusione. Essa parte da una regola generale la applica a un fatto specifico e ne trae un risultato certo. La conclusione renderà esplicite informazioni che sono presenti solo implicitamente nelle premesse. Viene impiegata nel ragionamento matematico, mentre nel ragionamento ordinario essa viene impiegata molto raramente a causa della difficoltà di disporre di regole generali certe.
Un esempio per comprendere:

  • Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi (regola);
  • Questi fagioli vengono da questo sacchetto (caso);
  • Questi fagioli sono bianchi (risultato)[2].

L’induzione è invece un processo in cui si conoscono le premesse e la conclusione e si vogliono ricostruire le regole. Essa parte da un caso specifico, lo connette a un altro fatto e ne trae una regola generale probabile (risultato incerto). In pratica, l’induzione parte da un’ipotesi senza essere guidata fatti specifici, anzi essa cerca dei fatti studiando le ipotesi. Il valore di verità del suo approdo aumenta statisticamente via via che le conferme arrivano. Tuttavia, non si potrà mai arrivare a una certezza assoluta, perché non si potrà ricevere conferme per la totalità dei casi.

Un esempio per comprendere:

  • Questi fagioli vengono da questo sacchetto (caso);
  • Questi fagioli sono bianchi (risultato);
  • Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi (regola).

L’abduzione è un processo a ritroso che si impiega quando si conoscono regole e conclusione e si vogliono ricostruire le premesse. Essa considera un fatto specifico, lo connette a una regola ipotetica e ne ricava un risultato incerto, cioè una conclusione ipotetica. L’abduzione parte dai fatti osservati senza avere in mente nessuna particolare teoria, il suo risultato è una regola solo probabile, mai certa, e va adottata solo provvisoriamente.

Utilizzando sempre l’esempio dei fagioli:

  • Questi fagioli sono bianchi (risultato);
  • Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi (regola);
  • Questi fagioli vengono da questo sacchetto (caso).

Per comprendere ancor di più una abduzione, essa è impiegata nel ragionamento diagnostico (un medico di fronte a un sintomo, un informatico di fronte a un guasto del pc e così via), nel ragionamento investigativo, nel ragionamento scientifico (un ricercatore di fronte a un’ipotesi da verificare).
Riassumendo: l’induzione si ha quando si va verso qualcosa (in-duzione); la deduzione quando da questo qualcosa si proviene (de-duzione); l’abduzione quando il pensiero compie un movimento laterale (ab-duzione), oppure anche quando si procede a ritroso (e in tal caso è anche chiamata retro-duzione). L’approdo di questi tre tipi di inferenza è diverso: per una induzione è una sintesi, quello di una deduzione una tesi, quello di un’abduzione una ipotesi.

Un aspetto particolare dell’abduzione è la serendipità.

Il termine serendipità fu coniato dallo scrittore Horace Walpole (1717-1797), in una lettera scritta il 28 gennaio 1754 e destinata al cugino Horace Mann. Nella lettera Walpole dichiarava di aver concepito il neologismo dopo aver letto la novella I tre principi di Serendippo di Cristoforo Armeno[3]. Il romanzo narra che durante un viaggio senza una meta precisa e al solo scopo di guardarsi intorno per scoprire il mondo, i tre Principi riescono a capire, sulla base di osservazioni del tutto casuali fatte lungo il loro cammino, che un cammello misteriosamente scomparso ha un occhio cieco e zoppica. Il proprietario del cammello, stupito dall’esattezza delle affermazioni dei tre Principi, li accusa del furto e li fa imprigionare. Il cammello però è ritrovato e i tre Principi liberati. In realtà la scoperta dei tre erano dovute esclusivamente alla sagacia e non erano compiute mentre inseguivano altro, come vuole la definizione attuale: la facoltà di fare scoperte inattese, mentre si sta cercando altro. Così nel linguaggio quotidiano con il termine serendipità è diventato praticamente sinonimo di “caso” e “scoprire per serendipità” equivale a “scoprire per caso”. Tuttavia questa “deriva” semantica non rende quanto dovrebbe a questo processo. Certamente questa “distorsione” è stata alimentata dall’aneddotica che si è sviluppata intorno a questo processo: Cristoforo Colombo scopre l’America per caso, mentre parte per le Indie; Archimede scopre l’omonimo principio mentre si concede un po’ di relax nella vasca da bagno; Isaac Newton sviluppa la legge di gravitazione universale dopo aver visto cadere una mela da un albero; Alexander Fleming scopre la penicillina al rientro da una breve vacanza, mentre stava lavorando sugli stafilococchi; o per finire, ma gli aneddoti sono tanti, la scoperta del Viagra dai ricercatori della Compagnia Pfizer mentre compivano ricerche sul trattamento dell’Angina Pectoris[4].

Tuttavia, serendipità non significa che ognuno di noi può diventare uno scienziato da un momento all’altro, pur in assenza di qualsiasi competenza o preparazione, né che le scoperte scientifiche sono affidate al caso, perché il caso è solo una componente della serendipità, che funziona sempre in maniera abduttiva: nessun evento fortuito è in grado di generare da sé una scoperta scientifica o di altro tipo se a esso non corrisponde una mente sagace e preparata, vale a dire una mente in possesso di conoscenze non comuni, riflessioni e teorie elaborate nel tempo, nozioni acquisite con sforzo e disciplina[5]. In definitive, senza “preparazione” l’evento casuale sarebbe passato inosservato. L’espressione “scoprire per caso” dovrebbe quindi esser tradotta in “capace di trarre profitto dall’imprevisto”.

La definizione più appropriata di serendipità è probabilmente quella offerta da Robert Merton:

Il modello della serendipity, si riferisce all’esperienza, abbastanza comune che consiste nell’osservare un dato imprevisto, anomalo e strategico [deve avere implicazioni che incidono sulla teoria generalizzata], che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria, o all’ampliamento di una già esistente. […] l’incongruenza stimola il ricercatore a “trovare un senso al dato”. Nella fortunata circostanza che la sua nuova supposizione si dimostri giustificata, il dato anomalo finisce per portarlo a un ampliamento della teoria o a una teoria nuova[6].

 

Se c’è una cosa che insegna la serendipità è che ogni scoperta è basata sul pensiero metodico e rigoroso. Niente soli colpi di fortuna, dunque, ma nuovi dati per elaborare nuove idee.

Formare al pensiero abduttivo è importante, specialmente oggi, epoca della complessità e dell’eccesso delle informazioni. Predisporsi alla serendipità può essere un modo per comprendere mentre si vaga in ambiti a prima vista privi di senso, per non lasciarsi perdere l’occasione “fortuita” di esplorare nuovi orizzonti.


 

Bibliografia

AA.VV., Indeterminazione, Serendipity, Random: tre “misure” dell’incertezza, «Scienza & Politica», Quaderno n. 3, 2015.

Boniolo G., Vidali P., Piga C., Strumenti per ragionare, Bruno Mondadori, Milano 2002.

Dri P., Serendippo, come nasce una scoperta: la fortuna nella scienza, Editori Riuniti, Roma 1994.

Merton R.K., Barber E.G., The Travels and Adventures of Serendipity. A Study in Historical Semantics and the Sociology of Science, Princeton University Press, Princeton 1992, trad. it. Viaggi e avventure della Serendipity. Saggio di semantica sociologica e sociologia della scienza, il Mulino Bologna 2002.

Merton R.K., Fallocco S., La serendipity nella ricerca sociale e politica: cercare una cosa e trovarne un’altra, Luiss University, Roma, 2002

Mongai M., Serendipità. Istruzioni per l’uso, Robin Edizioni, Roma 2007.

Peirce C.S., Collected papers 1931-58, Harvard University Press, Cambridge 1958, tradit. parz.  Le leggi dell’ipotesi, a cura di M. Bonfantini, Bompiani, Milano 1984.


 

NOTE

[1] G. Boniolo, P. Vidali, C. Piga, Strumenti per ragionare, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 3.

[2] Esempio trattato da C.S. Peirce, Collected papers 1931-58, Harvard University Press, Cambridge 1958, tradit. parz.  Le leggi dell’ipotesi, a cura di M. Bonfantini, Bompiani, Milano 1984, p. 207.

[3] Serendippo era il nome dell’attuale Sri Lanka, l’antica Ceylon. Cfr. R.K. Merton, E.G. Barber, The Travels and Adventures of Serendipity. A Study in Historical Semantics and the Sociology of Science, Princeton University Press, Princeton 1992, trad. it. Viaggi e avventure della Serendipity. Saggio di semantica sociologica e sociologia della scienza, il Mulino Bologna 2002. Anche R.K. Merton, S. Fallocco, La serendipity nella ricerca sociale e politica: cercare una cosa e trovarne un’altra, Luiss University, Roma, 2002.

[4] Cfr. P. Dri, Serendippo, come nasce una scoperta: la fortuna nella scienza, Editori Riuniti, Roma 1994.

[5] Cfr. M. Mongai, Serendipità. Istruzioni per l’uso, Robin Edizioni, Roma 2007.

[6] R.K. Merton, Teoria e struttura sociale: Il modello della serendipity (Il dato imprevisto, anomalo e strategico stimola la nascita di una teoria), pp. 167 ss, così cit. in L. Del Grosso Destreri, La conoscenza sociologica. Considerazioni epistemologiche sulle scienze sociali, in AA. VV., Indeterminazione, Serendipity, Random: tre “misure” dell’incertezza, «Scienza & Politica», Quaderno n. 3, 2015, p. 15. Nello stesso saggio cfr. anche M. Bucchi, Un incontro “serendipitoso” con Robert K. Merton, pp. 59-65.

Decreti “Buona Scuola”: pubblicati fra luci e ombre

Decreti “Buona Scuola”: pubblicati fra luci e ombre

 

Sono stati dunque pubblicati in Gazzetta Ufficiale (n. 112 del 16-5-2017 – Suppl. Ordinario n. 23) i decreti applicativi della cosiddetta “Buona Scuola”.

Per FISH è stato un percorso molto sofferto e di intensi confronti fino all’ultimo per tentare di far apportare tutti i possibili miglioramenti, ma anche per frenare derive o rischi per la reale inclusione delle persone con disabilità – commenta il Presidente Vincenzo Falabella – Un confronto cui vanno riconosciute anche nuove sensibilità e disponibilità.”

FISH, in questo scenario, rileva alcuni elementi di cambiamento soprattutto dalla lettura del decreto legislativo 66/2017 che riguarda appunto l’inclusione degli alunni.

Viene chiarito il procedimento di riconoscimento della disabilità, sino ad oggi di handicap, che negli ultimi anni aveva assunto situazioni diversificate nelle varie regioni italiane con gravi disagi per le famiglie. Il riconoscimento della disabilità degli alunni viene ora ricondotta ai criteri dell’ICF, uno strumento scientifico internazionale che dovrebbe consentire la più puntuale definizione del profilo di funzionamento delle persone. Viene valorizzato, in tal senso, anche il ruolo delle famiglie e delle loro associazioni, riconoscendone la rilevanza anche nella definizione del PEI, il piano educativo individualizzato e del progetto di vita. Per ragioni di opportunità e per la portata innovativa di tali aspetti, l’entrata in vigore è posposta al 2019, in attesa anche di congrue indicazioni e decreti applicativi.

La continuità didattica dovrebbe, secondo il decreto, essere maggiormente garantita. Viene potenziata la formazione iniziale dei futuri docenti per il sostegno sia della scuola dell’infanzia e primaria che della scuola secondaria.

Risulta rafforzato anche il ruolo dell’Osservatorio scolastico ministeriale, ora espressamente previsto da una norma di legge, i cui compiti sono di maggiore collaborazione con l’amministrazione scolastica nel campo dell’inclusione.

Sulla delicata questione del tetto massimo di alunni per classe, FISH riconosce il miglioramento rispetto alla formulazione iniziale che prevedeva “di norma” un tetto di 20 alunni, significando con ciò che si sarebbe potuto eccezionalmente superarlo senza limiti. Nel nuovo testo, grazie alla pressione di FISH, scompare quel “di norma”. Ciò significa che continua ad essere vigente la regola attuale: il tetto di 20 alunni può essere eccezionalmente aumentato ma non oltre il 10%, cioè due alunni in più.

Altri aspetti, tuttavia, continuano a lasciare molte perplessità.

Il testo del decreto insistitamente ripete che le innovazioni si svolgeranno sulla base delle risorse finanziarie disponibili, quasi che i diritti possano essere compressi da limiti di bilancio. E in tal senso esistono sentenze numerose della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato che garantiscono l’inviolabilità del diritto allo studio degli alunni con disabilità.

Il testo del decreto 66 conserva degli elementi di ambiguità: non è più precisata la sede in cui effettuare la quantificazione delle risorse necessarie per ciascun alunno. Invero si prevede che il Dirigente scolastico invii le proposte al GIT sulla base di tutti i dati relativi a ciascun alunno contenuti nella valutazione e nel PEI. È questo uno degli elementi più rilevanti che ci si augura vengano chiariti nelle Linee guida che si prevede vengano emanate entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto.

FISH ha già chiesto di partecipare alla stesura di tale documento, ottenendone rassicurazioni dal Ministro Fedeli.

Ma c’è un’ulteriore criticità. Nessuna novità in materia di didattica inclusiva nella formazione iniziale dei futuri insegnanti curricolari: il numero di crediti formativi richiesti rimane immutato rispetto agli obblighi attuali.

Questa lacuna – commenta Vincenzo Falabella – è un aspetto assai grave perché continuerà ad alimentare la delega del progetto inclusivo ai soli docenti per il sostegno: è un fronte su cui la Federazione già annuncia un rinnovato impegno.”

Omofobia: il contrasto parte dalla scuola

Omofobia, Fedeli: “Il contrasto parte dalla scuola. Educare ragazze e ragazzi a dire no a discriminazioni e violenza”
Inviata circolare agli istituti in occasione della Giornata internazionale

“Il contrasto dell’omofobia e della transfobia deve partire dalla scuola. È a scuola che si educa al rispetto dell’altra e dell’altro, secondo i principi della nostra Costituzione. Le studentesse e gli studenti devono essere formati per essere cittadine e cittadini responsabili e rispettosi dei diritti di ciascuna persona. A scuola dobbiamo creare, attraverso le nuove generazioni, una società di pari opportunità, di uguali diritti, di rispetto e di libertà, in cui ciascuna e ciascuno senta di potersi esprimere senza condizionamenti”. Così la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, nella Giornata internazionale contro l’omofobia istituita con la risoluzione del Parlamento Europeo del 26 aprile 2007.

I principi che hanno ispirato la Giornata sono quelli a cui si ispira la Costituzione italiana: il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’uguaglianza fra tutte le cittadine e  i cittadini e la non discriminazione.
“Aggredire l’altro o l’altra in quanto vissuto come diverso da noi significa lederne la dignità, i diritti. Alle ragazze e ai ragazzi dobbiamo spiegarlo con chiarezza. E dobbiamo invitarli, di fronte a episodi di violenza o discriminazione, a non girarsi dall’altra parte, a denunciare e contrastare. Anche quando questi episodi avvengono in Rete. Quando si aggredisce l’altro o l’altra, il fatto di farlo on line, in quella che comunemente definiamo la realtà virtuale, non è un’attenuante. Questo dobbiamo ricordarlo con forza”.

“La scuola – prosegue Fedeli – è il luogo della conoscenza e dell’accoglienza. È il luogo in cui si fa esperienza della diversità, intesa come fonte di arricchimento di ciascuna e ciascuno di noi e dell’intera società. La scuola è quindi il luogo per definizione in cui si combatte ogni forma di esclusione, in cui si rifiutano la violenza e l’odio”.

Nei giorni scorsi il Miur ha inviato alle scuole una circolare per invitarle ad effettuare un approfondimento sui temi legati alla lotta a tutte le discriminazioni in coerenza con quanto sancito dalla nostra Costituzione. Il Ministero, attraverso la piattaforma www.noisiamopari.it mette a disposizione di scuole, studentesse, studenti, docenti, genitori, le iniziative realizzate dalle varie istituzioni scolastiche che possono essere divulgate in qualità di buone pratiche.

Miur e Inps divisi sulle pensioni

da Il Sole 24 Ore

Miur e Inps divisi sulle pensioni

di Fabio Venanzi

Il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con nota protocollo 1137 del 9 maggio 2017 disconosce il contenuto della circolare 5/2017 dell’Inps in merito alla modalità di predisposizione dei flussi contenenti i dati retributivi del personale scolastico.

A inizio anno, con la circolare 5, l’istituto di previdenza – dando seguito alla sperimentazione avviata in alcune sedi – aveva comunicato la nuova modalità di lavoro con il superamento della sistemazione della posizione assicurativa a ridosso del pensionamento tramite il flusso telematico (Sidi) o il modello PA04. L’applicazione a regime era stata portata a conoscenza del ministero con lettera del presidente Inps.

Dal prossimo 1° settembre, le pensioni dei dipendenti della scuola iscritti alla Cassa Stato dovrebbero essere liquidate sulla base dei dati presenti nella banca dati della gestione dipendenti pubblici (Passweb) che è alimentata mensilmente dai flussi uniemens. Per i periodi più remoti la parte giuridica (cosiddetta ricostruzione di carriera) e retributiva deve essere verificata.

Secondo l’Inps, a tal fine, le direzioni regionali si sarebbero dovute attivare per comunicare agli uffici scolastici regionali, ed eventualmente agli istituti scolastici, il programmato passaggio al nuovo sistema delle posizioni del settore scuola, affinché venissero individuate le modalità migliori di intervento nel singolo contesto territoriale per la gestione del conto assicurativo dell’iscritto e la trattazione delle prestazioni.

A poco più di tre mesi dal pensionamento del personale della scuola, urge una condivisone certa delle modalità applicative, affinché possano essere erogate prestazioni pensionistiche su basi retributive corrette.

Scuola digitale, 8,4 milioni e una piattaforma per gli animatori

da Il Sole 24 Ore

Scuola digitale, 8,4 milioni e una piattaforma per gli animatori

di Pierangelo Soldavini

A due anni dal lancio del Piano nazionale scuola digitale si completa l’architettura del progetto per l’innovazione digitale della scuola italiana. Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha firmato il decreto per lo stanziamento di 8,4 milioni di euro, mille per ogni scuola che si è dotata di un animatore digitale, in arrivo entro la fine dell’anno scolastico in corso, somma che poi andrà a regime dal prossimo anno.

Con questo provvedimento si completa così uno dei tasselli chiave del Piano: ogni scuola potrà avere un animatore digitale, un docente che, insieme al dirigente scolastico, avrà una dotazione finanziaria annuale per ricoprire il suo ruolo strategico nella diffusione dell’innovazione a scuola. Ma non è solo questo. La ministra Fedeli ha anche annunciato, sempre nell’ambito dell’appuntamento “Verso gli Stati generali della Scuola digitale” che si è svolto a Bergamo, che a giugno sarà completata la piattaforma a disposizione degli animatori, per comunicare e condividere al meglio le eccellenze e i percorsi dell’innovazione all’interno della comunità scolastica, un’interazione che sarà aperta alle migliori esperienze tecnologiche e digitali del paese.

“Vogliamo dimostrare che crediamo davvero nell’importanza di disseminare l’innovazione all’interno della scuola e di una digitalizzazione che attraversi trasversalmente l’intero schema dell’apprendimento”, ha affermato la ministra: “La rivoluzione digitale impone al mondo scuola di imparare insieme “dentro” ai cambiamenti”.

La ministra Fedeli ha anche sottolineato l’importanza della scuola come “caposaldo di responsabilità nella formazione alla cittadinanza digitale” annunciando l’avvio di un percorso di educazione civica digitale in ogni scuola, in linea con quanto richiesto anche dall’Ocse.

A due anni dal lancio del Piano nazionale Scuola digitale l’appuntamento di Bergamo ha fornito l’opportunità all’intero mondo della scuola per un confronto e un dialogo per valutare il progresso dell’innovazione verso una didattica che formi davvero i ragazzi a soddisfare le richieste di un mondo del lavoro in grande trasformazione sulla strada dell’Industria 4.0.

“E’ una rivoluzione prima di tutto culturale e antropologica: per questo è sbagliato puntare tutto sulle tecnologie senza pensare alle persone”, ha sottolineato il sindaco di Bergamo Giorgio Gori che ha ospitato per il secondo anno consecutivo il più importante summit della scuola del futuro del nostro paese.

“La scuola deve preparare i ragazzi a un futuro che cambia velocemente, introducendoli alle metodologie per la formazione delle competenze, più che delle semplici conoscenze: dobbiamo capire quale sia il significato della scuola dell’innovazione e per questo dobbiamo fare rete con i docenti per condividere e crescere”, ha affermato Dianora Bardi, presidente del Centro studi ImparaDigitale che ha contribuito in maniera determinante a preparare la giornata, che si è sviluppata in quattrodici tavoli tematici aperti ai contributi di tutti gli attori, le cui conclusioni saranno presentate alla ministra Fedeli.

Nella logica di una scuola che lavora sulla base di una didattica per competenze, è forte la pressione per arrivare a “un nuovo modo di interpetare le competenze dei docenti”, come ha sottolineato Sabrina Bono, capo di gabinetto del Miur: “Anche i docenti di devono aprire a competenze e conoscenze nuove: alle competenze tradizionali, quella disciplinare e quella relazionale, si aggiunge una competenza didattica intesa come capacità di ripensare la metodologia di insegnamento e di apprendimento”.

Pubblicati in Gazzetta gli otto decreti attuativi della riforma

da Il Sole 24 Ore

Pubblicati in Gazzetta gli otto decreti attuativi della riforma

di Cl. T.

A più di un mese dal varo finale, lo scorso 7 aprile, da parte del Consiglio dei ministri, sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale di ieri, supplemento ordinario n. 23, gli otto Dlgs attuativi della «Buona Scuola». Tutti i Dlgs entreranno in vigore il 31 maggio. Ecco nel dettaglio gli estremi dei provvedimenti:

DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 59
Riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale

DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 60
Norme sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività
DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 61
Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale nel rispetto dell’articolo 117 della Costituzione, nonche’ raccordo con i percorsi dell’istruzione e formazione professionale

DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 62
Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato
DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 63
Effettivita’ del diritto allo studio attraverso la definizione delle prestazioni, in relazione ai servizi alla persona, con particolare riferimento alle condizioni di disagio e ai servizi strumentali, nonche’ potenziamento della carta dello studente

DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 64
Disciplina della scuola italiana all’estero
DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 65
Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni
DECRETO LEGISLATIVO 13 aprile 2017, n. 66
Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità