Utilizzazioni e assegnazioni provvisorie

Dal 10 luglio le domande per utilizzazioni e assegnazioni provvisorie.
Le altre scadenze per le assegnazioni da ambito a scuola e per i ruoli

Dal 10 luglio e fino al 20 luglio 2017 sarà possibile presentare le domande di utilizzazione e assegnazione provvisoria per la scuola dell’infanzia e per la scuola primaria.
Per la scuola secondaria di primo e secondo grado le domande si presentano dal 24 luglio con scadenza il 2 agosto.
Per il personale ATA ed educativo, le scadenze non sono ancora definite.

Intanto sono in corso le procedure per l’assegnazione alle scuole dei docenti che hanno ottenuto mobilità su ambito per il 2017/2018. Per il primo ciclo l’inserimento dei requisiti si è concluso il 7 luglio. Per la secondaria di secondo grado l’istanza sarà disponibile dal 20 al 22 luglio (salvo proroghe).

Il Miur ha anche fornito le prime indicazioni per le prossime immissioni in ruolo le cui procedure dovrebbero iniziare entro la fine di luglio.

BIOFOTONI E MEDICINA

“BIOFOTONI E MEDICINA”

Paolo Manzelli Chimico-Fisico Presidente di EGOCREANET (NGO-Firenze) egocreanet2016@gmail.com

Il Dr. Fritz-Albert Popp, un pioniere nella ricerca sui biofotoni e sul loro ruolo nella comunicazione cellulare ha scoperto che i cambiamenti nelle emissioni di biofotoni del corpo sono associati a cancro ed altre malattie. Infatti le sostanze chimiche cancerogene possono essere riconosciute dalla loro proprietà di modificare le emissioni di biofotoni alterandone la coerenza dei quanti di luce .Pertanto Popp assume che la malattia abbia una stretta relazione con la perdita di luce coerente che è un indice della vitalita’ e del benessere di un individuo. Inoltre la ricerca di Popp ed altri mette in evidenza come il numero di fotoni emessi da un essere vivente sembra essere legato alla posizione dell’organismo nella scala evolutiva. Infatti più complesso l’organismo, minore è la emissione di biofotoni e la loro frequenza si avvicina alle frequenze visibili. Gli animali e le piante tendevano mediamente a emettere 100 fotoni / cm2 / sec ad una lunghezza d’onda di 200-800 nm, mentre gli umani emettono solo 10 fotoni / cm2 / sec principalmente nell’ ambito dello spettro visibile .

 

Sulla base di queste scoperte Popp ha ipotizzato che ci potrebbero essere composti che hanno l’effetto negativo rispetto alla necessita’ di ripristinare le emissioni di biofotoni coerenti .

Inoltre Popp ritiene che le cellule nel loro metabolismo ed il DNA utilizzino onde elettromagnetiche di spettro UV e Visibile per comunicare e trasferire informazioni necessarie ad armonizzare i sistemi di auto-organizzazione biologici della vita . Di conseguenza le sostanze che disturbano o modificano la trasmissione di questi quanti di luce coerente nelle diverse gamme di frequenza possano influenzare la nostra salute. (1)

 

La ricerca su Biofotoni e Medicina proposta da F.A.Popp, verra discussa al Convegno si Biofotoni ed Energia per la Vita del 28 Sett 2017 c/o la Accademia dei Georgofili in Firenze , ed in tale contesto come Egocreanet intendiamo di lanciare una nuova proposta di ricerca su Biofotoni come segnali per la regolazione della risposta immunitaria innata. Per sviluppare questo tipo di ricerca Egocreanet vorra’ aggregare un gruppo di giovani scienziati in grado di studiare la segnalazione biofotoni in relazione ai processi di attivazione dei Natural Killer (NK) nella regolazione dell’innato Immunità in modo da migliorare la comprensione di questa importante funzione immunitaria ed aprire la strada per attivare un riconoscimento più efficace dette relazioni di segnalazione tra NK e biofotoni ed ottimizzare lo sviluppo di terapie basate sulla comunicazione cellulare-quantistica. (2)

 

I Natural Killer (NK) sono linfociti molto importanti per regolare la risposta immunitaria innata in quanto essi forniscono la prima importante linea di difesa contro i parassiti, i virus e il cancro. (3)

Riteniamo che i segnali di attivazione che regolano la funzionalità di azione dei NK possano essere correlate alla comunicazione coerente dei biofotoni, cio’ in quanto le cellule malate possono essere riconoscibili per il fatto che producono oscillazioni fotoniche “non coerenti”.In tale ricerca potremo pertanto analizzare come le NK preferiscano uccidere le cellule con alterate emissioni “ biofotoni non coerenti” . Questa ipotesi è ricavata direttamente dalle osservazioni di A.F. Popp sulle relazioni tra l’emissione di biofotoni ed il cancro che permettono di interpretare i “Biofotoni non-coerenti” come segnali utili per il riconoscimento molecolare di cellule malate.

 

Le cellule Natural Killer ,(Linfociti NK ), sono importanti cellule del sistema immunitario, che esplicano una decisa azione come prima difesa della vita, tipica dell’immunità innata, infatti esse sono particolarmente importanti nella distruzione di cellule tumorali e cellule infette da virus. I linfociti NK , intervengono molto presto quando si sviluppa un’ infezione ed in molti casi riescono a bloccare l’ infezione stessa ed eliminare i microbi invasori; inoltre i linfociti NK sono in grado di produrre citochine, come l’interferone gamma che attiva le azioni di fagocitazione e di lisi dei macrofagi ; questi ultimi sono veri e propri “spazzini” capaci di inglobare eventuali microrganismi invasori, proteine estranee, o anche eventuali detriti cellulari di disfacimento dei tessuti, per poi distruggerli ed eliminarli.

 

Purtroppo sappiamo come la impostazione riduzionista -meccanica della scienza, ha trascurato ormai da molti anni lo studio della bio-comunicazione fotonica , e quindi non ha permesso fino ad oggi di acquisire competenze appropriate a comprendere sotto un tale profilo innovativo di indagine sui metodi di attivazione e di regolazione del sistema immunitario innato, il quale presiede alla naturale difesa sistema immunitario La integrita individuale di ciascun organismo è infatti causata da molteplici sostanze tossiche ed indubbiamente tale organizzazione di difesa costituisce l’aspetto che maggiormente ignoriamo pur essendo tra i più importanti per mantenere in salute la nostra vita.

 

La immunologia tradizionalmente si limita nel considerare la interazione tra molteplici sostanze biochimiche che scambiamo informazioni unicamente per contatto secondo un “modello meccanico” di riconoscimento del tipo “Chiave-Serratura”

Pertanto il nostro sistema di difesa naturale e’ concepito come un “sistema corpuscolare” costituito da numerose sostanze con specializzazioni diverse . Sono sostanze gli immunogeni che inducono una risposta specifica, sono ancora sostanze gli antigeni che reagiscono ad una risposta specifica, cosi come sono detti anticorpi le specifiche proteine che vengono prodotte in risposta ad una interazione tra un immunogene ad un antigene ecc. ecc.

Pertanto in tale contesto interpretativo tradizionale della scienza, la immunologia persegue una impostazione generale limitata nel considerare sequenze di interazione conformazionali basate sula simulazione di riconoscimento del tipo “chiave-e-serratura” . E’ evidente come tale modello “meccanico” di fatto non si interessi di come la comunicazione di biofotoni possa agire nelle decisive relazioni di identificazione e riconoscimento di microorganismi estranei che vengono distrutti dalle cellule NK ed anche dai macrofagi

 

Diversamente da tale impostazione , seguendo gli studi di A.F. Popp, riteniamo che la chiave della regolazione della efficienza del sistema di difesa immunitario naturale ed innato possa avere il suo focus nella bio-comunicazione di biofotoni , cio’ proprio in quanto riteniamo decisivo riconoscere i limiti riduzionisti del modello locale-meccanico di tipo la combinazione tra “chiave-e-serratura” inteso come immediata simulazione intuitiva applicata al riconoscimento molecolare in biologia.

 

Infine una relazione tra biofotoni e attivita dei Linfocity NK e dei macrofagi ecc.. potra essere messa in evidenza come esempio di bio-comunicazione al fine di aprire un importante di studio innovativo sulla biofotonica rivisitato in termini di energia ed informazione necessaria per attivare a distanza la regolazione del sistema immunitario . Pertanto annunciamo fin da oggi che sulla base di queste iniziali considerazioni attiveremo tale innovativa possibilta di ricerca su “Biofotoni in Medicina” , sperando di trovare giovani ricercatori capaci di prendere in attenta considerazione la proposta di Egocreanet che verra lanciata al convegno del 28 Sett 2017 c/o la Accademia dei Georgofili a Firenze .

 

Biblio on Line

(1): F.A. Popp : http://www.rexresearch.com/popp/popp.htm

(2): Biofotoni e la vita: http://venezian.altervista.org/Scienzarte/58._Biofotoni_e_la_vita.pdf

(3): NK : https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14734107

Notte alla fine degli esami

Notte alla fine degli esami

di Ariella Bertossi

Dopo un periodo di pausa perché impegnata negli esami di maturità, ritorno quest’anno a fare da presidente agli esami conclusivi del primo ciclo. Scuole diverse in province diverse, ma lo scenario è un po’ sempre lo stesso. Poiché questo esame sarà l’ultimo anno a svolgersi con le modalità attuali, pongo delle riflessioni finali.
Personalmente ho visto con favore l’abolizione del commissario esterno, in quanto credo che la regolarità degli adempimenti dovuti in un esame di Stato non sia messa in dubbio. Se poi la funzione di un presidente esterno sia anche quella di vigilare sulla formazione degli alunni, sicuramente non è assistendo ad un esame che essa si possa garantire: l’unica volta che ho avuto l’ardire di porre ad un’alunna una domanda, anche piuttosto banale, ho capito che non era il caso di proseguire. Ho visto invece in queste “intrusioni” in scuole altrui delle occasioni di crescita e formazione sul campo, di percepire il clima vissuto, le prassi organizzative, i documenti richiesti, la condivisione reale di criteri di valutazione e soprattutto le modalità relazionali dei vari docenti e credo che, più degli alunni, sia la componente docente a mettersi in fermento di fronte ad un commissario forestiero.

Osservando i docenti dall’esterno ho potuto porre attenzione a come si pongano con gli alunni in quello che è il momento conclusivo di un percorso triennale. C’è il docente accogliente, l’intransigente, il deluso, l’oratore, il cattedratico, l’annoiato… probabilmente le stesse categorie che ognuno di noi ha ritrovato nei propri studenti. Mi mancherà questo tessuto umano sconosciuto che in pochi giorni diventa quasi famigliare. Per contro credo sarà molto utile vedere come i docenti della scuola che dirigo si rapportano con gli alunni, perché in fondo se li conosciamo dal punto di vista professionale e “burocratico”, difficilmente ormai abbiamo il tempo di entrare in classe e vederli all’opera. Ecco, vedere i “miei” docenti durante gli esami mi darà degli elementi utili per comprendere le loro modalità di insegnamento e di rapporto: si capisce molto osservando come gli esami vengono condotti. Spero pertanto che i miei colleghi dirigenti colgano le opportunità che questa nuova modalità di conduzione degli esami ci darà e che non si sottraggano alla presenza delegando ancora una volta perché assorbiti e affranti per le incombenze di fine anno.

Vorrei ora soffermarmi sulle modalità che portano alla stesura del giudizio finale del candidato. In tutte le scuole in cui sono andata e già come docente, ho visto l’uso costante di griglie pre-costituite a guida della composizione di quel giudizio che dovrebbe accompagnare il voto finale per renderlo esplicativo. Di fronte a tali giudizi sono sempre molto perplessa perché, se dovessero veramente essere tagliati ed esplicativi per ogni singolo studente, non se ne verrebbe fuori: ogni docente ha una visione diversa dell’alunno e metterebbe in luce aspetti che potrebbero non combaciare con quelli dei colleghi. La griglia rende più oggettivi i punti da analizzare e soprattutto la sua stesura più rapida, ma alla fine quel che ne esce a volte mi risulta incomprensibile e non so quale utilità possa avere a chiarire un voto, che per quanto mi riguarda, vedo molto chiaro ed esplicito. 6 vuol dire 6 e tutti sappiamo cosa significhi: sai stato promosso, anche se magari il voto non è un granché. Ma aggiungere che la preparazione è “sostanzialmente valida” oppure “organica” (come se potesse esisterne una inorganica) potrebbe necessitare di una legenda. Il giudizio però viene richiesto e quindi, tra le mille incombenze, si trova la soluzione anche a questo. Trovo molto più chiaro e leggibile da questo punto di vista la modalità organizzativa dell’esame conclusivo del 2° ciclo, dove la parte discorsiva non compare.

C’è poi il problema del punteggio. Se c’è un voto di ammissione nella maggioranza dei casi la tendenza sarà quella di confermarlo e i meccanismi per raggiungerlo tra i più disparati. Ho visto orali da 6 diventare 9 e altre macchinerie per non scontentare o deludere l’idea che ogni docente di quel percorso si è fatto. La valutazione è collegiale ed i voti sono proposti, per cui è legittimo
modificare motivando quanto richiesto, ma se di esame si tratta è giusto anche tenere conto di come quell’esame è andato, per quanto triste possa essere. Sono concorde comunque su tale modalità premiante perché, in fondo, che valore ormai ha il diploma della terza media? Quando questi ragazzi già con una laurea avranno difficoltà ad inserirsi in un mondo sempre più competitivo?

La normativa pone in mano all’assemblea plenaria la scelta dell’attribuzione della lode: poiché si tratta di un’eccezionalità, la sua ratifica prevede che ci sia l’unanimità. Rispetto all’attribuzione di questo ulteriore punteggio ho assistito a discussioni furenti che non condivido. Partiamo dal punto di vista dell’alunno, che probabilmente di fronte ad una lode negata si potrebbe chiedere: che cosa avrei dovuto fare di più? Ecco, credo che a volte la risposta del docente sia basata su sensazioni. Il suo punto di vista spesso è infatti quello opposto: non ha fatto, non ha dimostrato, non ha esposto secondo l’idea di come per noi deve essere un alunno da lode. Nell’assemblea plenaria iniziale vengono esplicitati i criteri oggettivi per l’attribuzione della lode, per cui a mio avviso, qualora si ritenga un alunno non rientri in tali criteri per la trasparenza cui ha diritto, andrebbe spiegato perché la lode, nonostante la media del 10, non è stata attribuita. Poiché la valutazione per gli studenti dovrebbe essere sempre formativa non capisco questo accanimento nel negare quel “di più” che in genere la maggior parte dei docenti vuole attribuire, ma che spesso trova l’opposizione di pochi che difendono la posizione per la quale l’eccezionalità debba essere per forza rara. Se i criteri di valutazione sono veramente condivisi e non risentono di quanto il docente si prende a cuore l’alunno meritevole, allora la lode non avrebbe motivo di trovare tanti contrasti. Non capisco poi come sia possibile votare contro un ragazzo di un’altra classe, che non si conosce e del quale non si è assistito alle prove d’esame, ma questo è quanto prevede la normativa, quindi tutto sommato si vota sulla fiducia. Accade quindi che spesso si trova più facile concordare sulla lode di alunni di altre classi, che non si conoscono, rispetto agli alunni delle proprie.

Da ultimo ancora un discorso sulle competenze e la loro certificazione. Di fronte a questo documento, ormai non più sconosciuto, le scuole si sono attrezzate affinché la loro certificazione non sia episodica e un trasferimento automatico del voto disciplinare. Le competenze vanno osservate e certificate, ma soprattutto favorite, insegnate, sviluppate. Come faccio a certificare competenze se la mia didattica rimane frontale e tradizionale? Come posso pretendere che un alunno si orienti con sicurezza nelle prove nazionali se non ho creato degli ambienti di apprendimento perché possano essere sviluppate? Se anche ho addestrato a destreggiarsi in prove non più solo disciplinari, la didattica ha subito la stessa rivoluzione? Perché si sente dire che i ragazzi non sanno orientarsi nelle prove nazionali, che non sanno applicare quanto imparano e non sanno comprendere veramente un testo… ma siamo proprio sicuri di averglielo insegnato?

In questi anni ho raccolto le osservazioni degli insegnanti e, facendo una sintesi, diversi di essi ritengono che l’aver inserito la prova nazionale all’esame, per il timore che gli alunni più deboli non raggiungano la sufficienza, ha portato generalmente ad alzare il voto di ammissione. Le prove d’esame inoltre, sempre più comuni a tutte le sezioni di una scuola, vengono calibrate verso il basso, per non mettere in difficoltà nessuno. Tutto questo però comporta che anche i meno bravi alla fine arrivano a voti inspiegabilmente alti (forse perché magari più competenti di chi studia senza riflettere…rispetto a chi studia poco ed è costretto a pescare tutte le risorse che ha), mentre gli eccellenti non emergono più. Insomma l’esame così concepito porta a dei voti in uscita tendenti generalmente al rialzo, ma non adeguati e non sono quelli realmente relativi ai criteri di valutazione condivisi, frutto di una media matematica che con i vari arrotondamenti arrotonda sempre per eccesso.

E’ con amarezza dunque che molti insegnanti infine dicono che i livelli si sono abbassati, che tutto è sempre più facile, gli alunni sempre più problematici e quindi alla fine si da’ il 6 che però è sempre un 5: ha cambiato soltanto nome. Carità pelosa: si alza l’asticella, ma il livello è sempre lo stesso.

La richiesta europea di maggior scolarizzazione, di aumento dei ragazzi in possesso di diploma, della lotta alla dispersione chiede che il ragazzo possa veramente recuperare, possa raggiungere una sufficienza meritata, non un finto 6. Questo è forse l’errore più grande si possa fare: un 6 regalato, consente all’alunno il passaporto per la classe successiva, ma di fatto non gli da’ gli strumenti per
affrontarla. Ritengo pertanto che finché non si comprenderà che aumentare il numero degli studenti promossi non significa essere più buoni, ma aver veramente colmato delle lacune, non potremo veramente dire di aver migliorato il successo scolastico dei nostri alunni: è come barare al solitario. Con l’organico potenziato, con i finanziamenti, con tutti i PON banditi per il disagio e il recupero i nostri ragazzi in difficoltà dovrebbero arrivare ai minimi contenuti in ogni disciplina, ma soprattutto a livelli di competenza base, senza i quali il futuro cittadino non avrà strumenti di cittadinanza e strategie metacognitive per affrontare con successo il suo futuro.

Il nostro investimento pertanto sarà utile essere nella formazione dei docenti, affinché trasformino realmente le classi in ambienti adatti alla didattica differenziata, alla convivenza di alunni con livelli sempre più diversi, così com’è la società, dove non si vive per categorie, ma si convive tutti insieme. Non sarà più necessario un piano di inclusione con i numeri di quanti disagi, separazioni, stranieri, e via dicendo ci sono, perché tutto ciò sarà una normalità e l’attenzione verrà posta finalmente alla singola persona, non ad un programma da seguire in una classe. Credo che imparare a lavorare personalizzando sarà l’unica soluzione per il docente, che potrà avere a disposizione le tecnologie, sistemi di peer tutoring, un organico potenziato e quant’altro, ma soprattutto dovrà rivedere il proprio sistema di insegnamento e di posizione all’interno di una classe sempre più laboratorio di idee. Concludo dunque citando Don Lorenzo Milani e il suo “Non c’è niente di più ingiusto di fare parti uguali tra diseguali”, messaggio ancora oggi sempre più attuale.

Contratto statali, più soldi alle fasce basse

da Il Messaggero

Contratto statali, più soldi alle fasce basse

L’operazione al momento è solo un’indicazione inserita nella versione finale della direttiva madre sui rinnovi contrattuali della Pubblica amministrazione

 

ROMA Nella Pubblica amministrazione i futuri aumenti di stipendio saranno applicati a tutti i dipendenti, ma attraverso un meccanismo che favorisca gli statali che guadagnano meno, con aumenti più generosi rispetto a chi incassa super stipendi. Un meccanismo che il ministero già chiama alla Robin Hood, in cui, in termini di aumento percentuale, sarà dato di meno a chi guadagna molto (si pensi ai dirigenti con redditi tra i 150 mila a 240 mila euro lordi all’anno) e di più ai dipendenti più deboli che in alcune amministrazioni arrivano a toccare una retribuzione inferiore a 20 mila euro. Il tutto dovrebbe essere calibrato all’interno di diverse fasce retributive riferite ai quattro comparti, in modo da garantire incrementi di 85 euro medi al mese per tutti, seppure graduati.
GLI INCONTRIL’operazione al momento è solo un’indicazione inserita nella versione finale della direttiva madre sui rinnovi contrattuali della Pubblica amministrazione, già annunciata dalla ministra Marianna Madia, e che dovrà essere concretizzata durante la trattativa tra i sindacati e Aran, l’agenzia che rappresenta il Governo nelle negoziazioni. Un primo incontro per delineare la futura strada dei negoziati c’è stato nelle scorse settimane ed entro la fine di luglio dovrebbe partire la trattativa vera e propria. Una trattativa che riguarda 3,2 milioni di dipendenti pubblici tra ministeri, enti pubblici, enti territoriali, scuole, settore sanitario e amministrazioni fiscali. A fare da apripista al confronto dovrebbe essere il settore della Pa centrale.
LA DIRIGENZAIl meccanismo pensato dalla Funzione pubblica potrebbe portare incrementi mensili non necessariamente proporzionali all’ammontare della busta paga. In altre parole, chi guadagna di meno potrebbe percepire un aumento proporzionalmente più alto. La decisione di applicare aumenti per tutti non significa infatti che ogni dipendente riceverà la stessa cifra. Finora infatti si è sempre parlato di un aumento medio di 85 euro, con cui ad ogni lavoratore sarà applicato un incremento in termini percentuali alla sua retribuzione. Solo a titolo di esempio, se l’aumento equivale al 2% dello stipendio annuo, gli stipendi di tutti i dipendenti crescerebbero in modo proporzionale a quella percentuale, determinando di conseguenza un maggior aumento per i redditi più alti e viceversa per chi guadagna meno.
Per evitare che questa operazione crei grandi sproporzioni, il ministero punta a limare gli aumenti dei redditi alti per spostarli su chi a conti fatti è destinato a prendere di meno, perché già in partenza ha meno soldi in busta paga. Una modalità già sperimentata con il bonus Irpef, che infatti decresce per chi guadagna di più e che potrebbe essere basata su fasce retributive (5 o 6). Allo stesso tempo, vanno salvaguardati gli 80 euro per quella platea di dipendenti a rischio di scavalcare il tetto di 26 mila euro proprio a causa dei futuri aumenti (circa 200 mila su 650 mila beneficiari). Per chi supera il limite potrebbe essere aggiunta in busta una voce una tantum per compensare la perdita. Nel testo finale della direttiva il ministero lascia comunque ampio mandato alle parti, posto che le risorse sono quelli a disposizione, anche per la tutela degli 80 euro. Circa cinque miliardi di euro, di cui 2,4 miliardi già stanziati, 1,2 miliardi che arriveranno con la manovra d’autunno e il restante da reperire nei bilanci di Regioni e Comuni.
Inoltre, con i nuovi contratti arriveranno alcune novità per tutelare i dipendenti con gravi malattie: «Devono esserci dei giorni nei quali è possibile assentarsi a causa degli effetti collaterali di alcune terapie – ha scritto la ministra Madia su Facebook – senza che queste assenze vengano conteggiate nel monte di assenze massimo consentito dai contratti, come invece accade oggi».
Sonia Ricci

Sei idoneo ad insegnare? Fedeli: non bastano più laurea e concorso, devi essere anche equilibrato

da La Tecnica della Scuola

Sei idoneo ad insegnare? Fedeli: non bastano più laurea e concorso, devi essere anche equilibrato

Gli ultimi casi di insegnanti aggressivi verso i loro alunni hanno fatto tornare alla ribalta l’idoneità all’insegnamento.

Del tema si è parlato in settimana al Miur, nel corso della conferenza di presentazione del prossimo anno scolastico. E la ministra dell’Istruzione è stata categorica, anche nel corso di un’intervista a ‘Qn’,

“Per l’idoneità all’insegnamento non può più servire più solo la laurea. Nella ‘Buona scuola’ c’è una delega sul nuovo reclutamento che stiamo implementando e che dà la certezza di avere insegnanti che siano idonei al lavoro che andranno a fare”. Docenti, anche, che “sappiano instaurare una sana relazione con la classe”.

La Fedeli si riferisce alla decreto legislativo n. 59 della L.107/15, approvato lo scorso maggio, sul nuovo sistema formativo e di reclutamento.

A tal proposito, la responsabile del Miur ha ricordato che il percorso per arrivare alla cattedra sarà lungo: dopo aver vinto il concorso, l’aspirante docente sarà infatti atteso da un percorso triennale (più breve per i precari storici già abilitati) comprensivo di tirocinio.
Il percorso Fit prevede “una formazione iniziale, un tirocinio e un inserimento nella funzione di docente”.
È in quel contesto, di affiancamento ai docenti-esperti, che si valuterà l’eventuale incompatibilità del vincitore di concorso con la professione. Spetterà a loro – ai formatori, esperti di didattica e di rapporti con gli alunni – avere la forza, e forse anche il coraggio, di fermare l’aspirante docente inadeguato. Di dirgli: faccia un altro lavoro, per fare questo serve maggiore equilibrio nei rapporti con gli alunni, mi spiace ma l’insegnamento non fa per lei!

Fedeli: gap Nord-Sud su formazione

da La Tecnica della Scuola

Fedeli: gap Nord-Sud su formazione

La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, intervenendo al seminario di Symbola a Treia, ha voluto fare riferimento ai livelli di formazione nel nostro Paese: “Non possiamo avere un’Italia che fa l’Italia e che compete nel mondo con qualità e sostenibilità a 360 gradi e avere un differenziale di formazione, d’istruzione, di partecipazione ai percorsi formativi così bassa, compresa la partecipazione al percorso universitario, rispetto agli altri Paesi europei”.

“Come Ministero – ha aggiunto – stiamo provando a rompere il percorso di formazione, che vede separati i contenuti tradizionali da quelli dell’esperienza e del mondo del lavoro. Si deve rafforzare alternanza scuola-lavoro, e poi il rapporto scuola-impresa. Dobbiamo far vivere l’intreccio tra chi fa impresa di qualità e chi chiede formazione di qualità”.
E ancora “dobbiamo passare dalla declinazione della sostenibilità che guardava all’ambiente e al rispetto dei diritti del lavoro a una sostenibilità che corrisponda alle indicazioni contenute nell’agenda 2030 dell’Onu sullo sviluppo sostenibile”.

Docenti, in tribunale il servizio svolto nelle scuole paritarie vale come quello delle statali

da La Tecnica della Scuola

Docenti, in tribunale il servizio svolto nelle scuole paritarie vale come quello delle statali

Ci sono buone notizie per i tanti insegnanti che hanno iniziato la loro carriera nelle scuole paritarie.
Dai tribunali continuano a pervenire indicazioni di equiparazione di quel servizio d’insegnamento a quello svolto negli istituti scolastici statali.
Ai ricorsi, patrocinati dai sindacati, si aggiungono quelli condotti dai singoli legali. A Palermo, ad esempio, il giudice del lavoro, con sentenza n. 2124/2017, pubblicata il 5 luglio, ha condannato il Miur ad attribuire alla parte ricorrente, in relazione alla procedura di mobilità dell’anno scolastico 2016/2017 ed alle successive, anche il punteggio derivante dal servizio pre-ruolo prestato presso le scuole paritarie.

Inoltre, il giudice del capoluogo siciliano ha condannato il ministero dell’Istruzione a computare alla medesima stregua di quello prestato presso le scuole statali il predetto servizio pre-ruolo, anche ai fini della ricostruzione della carriera e della posizione stipendiale maturata.
“Dopo le numerose sentenze emesse in varie province d’Italia – racconto l’avvocato Rosanna Mangiapane, che ha difeso i ricorrenti – anche il Tribunale di Palermo si è per la prima volta pronunciato sul riconoscimento del servizio pre-ruolo prestato dai docenti presso le scuole paritarie, accogliendo integralmente le domande spiegate in seno al ricorso proposto”.
Ora, poiché i precedenti cominciano ad essere diversi, potrebbe accadere che anche altri docenti che hanno dei trascorsi nelle paritarie (e sono molti), tentino la stessa strada del ricorso. La quale comporta non solo maggior punteggio per le domande di mobilità, ma anche riconoscimenti economici: sotto forma di arretrati, scatti automatici e stipendi maggiorati.

Ferie non godute: quando possono essere monetizzate?

da La Tecnica della Scuola

Ferie non godute: quando possono essere monetizzate?

Le ferie non fruite, normalmente, non possono essere pagate. Ci sono però alcune situazioni in cui il mancato godimento può dar luogo alla monetizzazione.

In alcuni orientamenti applicativi l’Aran si è occupata della questione. Riportiamo di seguito i più significativi, riguardanti il Comparto Scuola.

Quali sono le condizioni che consentono la monetizzazione delle ferie non godute? E’ possibile monetizzarle in costanza di rapporto? La monetizzazione presuppone sempre che le ferie non siano state godute per ragioni di servizio?

La disciplina contenuta nell’art. 13 del CCNL del 29.11.2007 che prevede il pagamento sostitutivo delle ferie all’atto della cessazione del rapporto di lavoro (con la conseguenza che deve ritenersi assolutamente vietata la monetizzazione delle ferie in costanza di rapporto) è stata rivista daldecreto legge 6 luglio 2012, n. 95.

Tale decreto, all’art. 5, comma 8, espressamente prevede “la non monetizzazione delle ferie all’atto di cessazione del rapporto, tranne che per il personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attività didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie”. Successivamente, il Dipartimento della funzione pubblica ha chiarito, con nota dell’8/10/2012, che non rientrano nel divieto posto dal citato decreto legge n. 95 del 2012 i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente, come le ipotesi di decesso, malattia e infortunio, risoluzione del rapporto di lavoro per inidoneità fisica permanente ed assoluta, congedo obbligatorio di maternità. Resta fermo in ogni caso che la monetizzazione delle ferie in questi residui casi potrà essere corrisposta solo in presenza delle limitate ipotesi normativamente stabilite nel rispetto delle previsioni in materia di riporto.

Come deve comportarsi l’amministrazione scolastica di fronte ad un accumulo consistente di ferie non fruite nell’anno precedente?

L’art.2109 c.c. espressamente stabilisce che le ferie sono assegnate dal datore di lavoro, tenuto conto delle esigenze dell’impresa e degli interessi del lavoratore. L’applicazione di tale disciplina, pertanto, nel caso di inerzia del lavoratore o di mancata predisposizione del piano ferie annuale, consente all’amministrazione anche la possibilità di assegnazione di ufficio delle ferie.

Un’attenta pianificazione delle ferie, infatti, è diretta a garantire, da un lato, il diritto dei dipendenti al recupero delle proprie energie psicofisiche e, dall’altro, ad assicurare la funzionalità degli uffici.

Cosa avviene, all’atto del collocamento a riposo, se il dipendente non ha potuto usufruire delle ferie maturate nel corso dell’ultimo anno di servizio a causa di malattia?

Sulla monetizzazione delle ferie è intervenuto il decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito nella legge n. 133/2012.

Al riguardo, inoltre, la nota del Dipartimento della Funzione Pubblica del 8/10/2012 ha ulteriormente chiarito che non rientrano nel divieto di monetizzazione posto dal decreto legge n. 95 del 2012 anche “i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente, come le ipotesi di decesso, malattia e infortunio, risoluzione del rapporto di lavoro per inidoneità fisica permanente ed assoluta, congedo obbligatorio di maternità. Resta fermo in ogni caso che la monetizzazione delle ferie in questi residui casi potrà essere corrisposta solo in presenza delle limitate ipotesi normativamente e contrattualmente previste e nel rispetto delle previsioni in materia di riporto”.

In base a quanto sopra riportato, si ritiene che nel caso specifico si possa procedere alla monetizzazione delle ferie in quanto si tratta di un caso in cui la mancata fruizione delle stesse non è imputabile in alcun modo ad una precisa volontà in tal senso del dipendente ma ad un evento oggettivo, di carattere impeditivo, come appunto la malattia protrattasi nel tempo, che non può risolversi in un danno per il lavoratore. Si tratta, in sostanza, di una applicazione analogica dello stesso principio espressamente previsto nell’ipotesi di licenziamento del dipendente per superamento del periodo massimo di conservazione del posto nell’ambito della disciplina dell’assenza per malattia. Ovviamente, la monetizzazione sarà possibile solo nell’ipotesi in cui la malattia per il suo protrarsi nel tempo fino alla data di collocamento a riposo non abbia lasciato alcuna possibilità di fruizione delle ferie da parte del dipendente.

Per il personale a tempo determinato, all’atto della cessazione dal rapporto di lavoro, qualora le ferie spettanti a tale data non siano state fruite, si procede al pagamento sostitutivo delle stesse?

Sul punto è intervenuto il decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge n. 135/2012, che, all’art. 5, comma 8, espressamente prevede “la non monetizzazione delle ferie all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, rilevando che tale norma non si applica al personale docente e amministrativo, tecnico ed ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attività didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie”.

Nel caso in cui la malattia abbia impedito il godimento delle ferie queste devono essere liquidate al momento della quiescenza? 

Si fa presente che la malattia, per la sua imprevedibilità e per la sua non programmabilità, sia una esimente di carattere generale superiore anche alle esigenze di servizio.

Pertanto ove la malattia abbia impedito il godimento delle ferie, le stesse saranno liquidate al momento della quiescenza, come chiarito dalla nota del 8/10/2012 del Dipartimento della funzione pubblica.

Congedo parentale a ore: come funziona?

da Tuttoscuola

Congedo parentale a ore: come funziona?

Sono una docente di ruolo di scuola superiore e madre di una bambina di due anni. Ho letto su alcune riviste che posso fruire del congedo parentale ad ore. Il personale di segreteria del mio istituito e lo stesso dirigente scolastico, interpellati in merito, mi hanno fornito riposte evasive e, a volte, contrastanti. Mi rivolgo a Lei per avere corrette e puntali delucidazioni su tale tipologia di congedo. Attendo, con ansia materna, la sua autorevole risposta.

La risposta dell’esperto

Il congedo parentale (già astensione facoltativa) è stato oggetto, nel 2015, di alcune importanti modifiche. Per coglierle puntualmente richiameremo, prima, la precedente disciplina, poi, in una sorta di contrappasso, illustreremo le novità intervenute con specifico riferimento alle lavoratrici madri che operano in ambito scolastico.

La disciplina previgente

Il precedente regime prevedeva un periodo di congedo parentale pari, complessivamente, a 6 mesi, che la lavoratrice madre poteva utilizzare sino agli 8 anni di età del minore, nel rispetto delle seguenti modalità retributive:

– sino a 3 anni di età del minore, la retribuzione era del 100% per il primo mese e del 30% per gli altri 5 mesi;

– dai 3 ai 6 anni di età del minore, la retribuzione poteva essere corrisposta – secondo gli importi dianzi evidenziati – solo ed unicamente se il reddito della madre richiedente risultava inferiore di 2,5 al minimo pensionabile corrisposto dall’Inps;

– dai 6 agli 8 anni di età del minore, la retribuzione non veniva – in ogni caso – corrisposta.

La disciplina vigente

Con il d.lgs. 15.06.2015, n. 80, che modifica, tra l’altro, gli artt. 32 e 34 del d.lgs. n. 151/2001, il congedo parentale rileva due importanti innovazioni, dapprima introdotte in via temporanea o sperimentale, successivamente rese definitive con altra disposizione legislativa (d.lgs. n.148/2015, art.43,comma 2).

La prima innovazione – che, però, lascia immutato il periodo massimo di fruizione di 6 mesi – concerne il più ampio lasso temporale entro cui la lavoratrice madre può fruire del congedo, elevato sino al compimento del 12° anno di età del minore.

Di conseguenza, vengono rideterminati anche i periodi di indennizzabilità ( cfr. Aran, Orientamento appl.vo SCU_098 del 5.04.2016), ovvero:

– sino al compimento del 6° anno di età del minore, la retribuzione per la lavoratrice madre della scuola è del 100% per il 1°mese e del 30% per gli altri 5 mesi;

– dal 6° all’8° anno del minore, la retribuzione è possibile, in misura identica a quella di cui al punto precedente, subordinatamente al reddito della lavoratrice richiedente, che deve essere inferiore di 2,5 all’importo previsto dal trattamento minimo pensionabile dell’Inps;

– dall’8° al 12° anno del minore non è prevista alcuna forma di retribuzione.

La seconda innovazione introduce la modalità di fruizione oraria del congedo parentale anche per i dipendenti delle Pubbliche amministrazioni che, in passato, ne erano esclusi.

Di seguito, gli aspetti di maggiore rilevanza.

  1. La lavoratrice madre, aggiuntivamente alle modalità già previste (giornaliere, plurigiornaliere o mensili), può fruire del congedo parentale ad ore in misura pari, di norma, alla metà dell’orario medio giornaliero, definito, a sua volta, sulla base dell’orario settimanale di servizio. Nella applicazione di tale criterio, riteniamo possibile – ove il permesso giornaliero ad ore risulti costituito da frazioni orarie, di difficile gestione in ambito scolastico – accordare alla lavoratrice la facoltà di utilizzare permessi orari giornalieri differenziati, senza comunque eccedere il tetto massimo consentito, ovvero la metà dell’orario settimanale di lavoro.
  2. In assenza della contrattazione collettiva, intesa a definire il criterio di calcolo della base oraria e della equiparazione di un determinato monte ore alla singola giornata lavorativa, il computo del congedo avviene, a tutt’oggi, su base giornaliera anche se la fruizione è effettuata in modalità oraria. Come dire, un permesso giornaliero di 2 ore corrisponde ad una giornata intera che concorre, a sua volta, a determinare il periodo massimo del congedo di 6 mesi. Resta, invece, rapportata al periodo orario di congedo parentale fruito la relativa corresponsione economica.
  3. La lavoratrice, nel fruire del congedo parentale può utilizzare le diverse modalità previste: giornate o mesi di congedo possono essere alternate da periodi di permesso orario. Tuttavia, al fine di evitare una fruizione, per cosi dire, “selvaggia”, in grado di indurre disfunzioni nella erogazione del servizio, il legislatore ha previsto la possibilità di addivenire ad un accordo tra il datore di lavoro ( per la scuola, il dirigente scolastico ) e la lavoratrice.
  4. La lavoratrice che articola la propria prestazione di servizio dal lunedì al venerdì e chieda, per tale periodo, il permesso ad ore con prosecuzione anche nella giornata del lunedì successivo, non vede computati d’ufficio anche il sabato e la domenica come congedo parentale, cosa che avviene, invece, per il congedo parentale richiesto a giornate intere. La spiegazione è semplice: nel congedo parentale orario, il sabato e la domenica risultano interposti da giornate ( venerdì e lunedì) in cui viene comunque effettuata l’attività lavorativa, pur se in maniera ridotta.
  5. Il congedo parentale orario – per espresso dettato normativo ( cfr. novellato art. 32, comma 1-ter, d.lgs. n. 151/2001) non è cumulabile, nelle medesime giornate, con altri permessi o riposi previsti dallo stesso Corpus normativo ( il D.lgs. n. 151/2001) e di cui sono parte integrante le innovate disposizioni in commento. In particolare, la lavoratrice madre, nel mentre utilizza il congedo parentale orario, è impedita dal fruire:

– del congedo parentale orario per altro figlio;

– dei permessi per allattamento, anche per altro figlio;

– dei permessi orari (di norma, due ore giornaliere ), in alternativa al prolungamento del congedo parentale a giorni, per l’assistenza ai figli disabili fino al compimento dei tre anni di vita.

Risultano cumulabili, in quanto disciplinati da altre fonti normative:

  • i 3 giorni di permesso mensile fruiti in modalità oraria per assistere parenti e affini con disabilità grave ( La maniera frazionata ad ore delle tre giornate di permesso mensile, però, non è prevista per il personale della scuola. – Cfr. Circ. Funzione pubblica, n.8/2008);
  • i permessi orari giornalieri di 2 ore al giorno, fruiti per se stesso, da parte del lavoratore in situazione di disabilità grave.

Tutto quanto evidenziato ha carattere provvisorio. Toccherà, infatti, alla contrattazione collettiva definire – anche in maniera diversa da quelli attuali – i criteri di compatibilità e incompatibilità per la fruizione del congedo parentale orario.

  1. L’ultima notazione riguarda i termini entro cui presentare la domanda per la fruizione del congedo. Per il congedo parentale a giorni, rimangono validi i termini previsti dal vigente Ccnl, ovvero:
  • in via ordinaria, 15 giorni prima della decorrenza;
  • 48 ore prima dell’astensione dal lavoro, a fronte di particolari situazioni personali da documentare.

Per il congedo parentale ad ore, il termine di preavviso è, invece, di 2 giorni.

Portfolio del Dirigente Scolastico, ecco come si compila

da Tuttoscuola

Portfolio del Dirigente Scolastico, ecco come si compila

Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla protesta dei dirigenti scolastici per le responsabilità e i crescenti carichi di lavoro, e a farne le spese potrebbe essere il portfolio del dirigente, un oggetto sconosciuto (e forse proprio per questo temuto) che, andandosi ad aggiungere ad altri adempimenti a carico, è considerato un di più fastidioso. Per protesta contro lo stato di disagio della categoria, meglio non compilarlo, hanno detto alcuni rappresentati sindacali.

Il portfolio del dirigente scolastico

Tuttoscuola, che aveva raccolto il grido di dolore dei dirigenti anche per l’arrivo di questo oggetto misterioso di cui molti favoleggiano in termini di onerosa compilazione, ha voluto capirne di più e ha visto e provato il portfolio del dirigente scolastico presentato in una direttiva ministeriale lo scorso 27 aprile, e messo in linea successivamente.

Online portfolio del dirigente scolastico

È infatti online sul sito del ministero dell’Istruzione la versione elettronica del portfolio del dirigente scolastico che conterrà informazioni che vanno dal curriculum, al bilancio delle competenze, agli obiettivi e alle azioni professionali. Con questo strumento, dichiarano dal Miur, la valutazione dei dirigenti “entra nel vivo”. Il portfolio consentirà agli stessi presidi di analizzare i propri compiti e competenze, di fare il punto sugli obiettivi di miglioramento. Sarà cioè uno strumento di supporto per il “loro sviluppo professionale, ma anche uno elemento chiave per il processo di autovalutazione e di valutazione”. Un primo video tutorial introduce ed illustra l’utilizzo del portfolio. Ci sarà tempo, per la compilazione, fino al 31 luglio 2017.

Il parere di Tuttoscuola

Un primo sintetico giudizio: sembra abbastanza semplice da compilare, non richiede molto tempo per la compilazione (anche se i DS il tempo se lo devono strappare dai mille impegni di gestione), consente di scegliere risposte già predisposte (per fortuna) apponendo una semplice crocetta,  prevede l’impiego di documentazione già definita dal dirigente o dalla sua scuola. Il portfolio è accompagnato da un tutorial, un video della durata di pochi minuti che guida con buona efficacia il dirigente alla compilazione. Il portfolio vero e proprio (da compilare on line) si compone di tre parti: Anagrafe professionale, Autovalutazione e Obiettivi e azioni.

Portfolio del dirigente scolastico: l’anagrafe professionale

L’Anagrafe professionale riporta tutti i dati del dirigente già registrati a sistema e prevede la compilazione facoltativa per altri titoli di studio posseduti, per certificazioni (informatiche o linguistiche), per incarichi, per pubblicazioni, per altra documentazione meritevole d’attenzione. In diversi casi basta uno spunto per la scelta. L’anagrafe sarà aggiornabile annualmente.

Portfolio del dirigente scolastico: l’autovalutazione

L’Autovalutazione riguarda le dimensioni professionali previste dalla legge n. 107/15 e si focalizza sulle azioni che il Dirigente scolastico ha realizzato e/o favorito nell’istituzione scolastica per:

  1. la definizione dell’identità, dell’orientamento strategico e della politica dell’istituzione scolastica;
  2. la gestione, la valorizzazione e lo sviluppo delle risorse umane;
  3. la promozione della partecipazione, la cura delle relazioni e dei legami con il contesto;
  4. la gestione delle risorse strumentali e finanziarie, la gestione amministrativa e gli adempimenti normativi;
  5. il monitoraggio, la valutazione e la rendicontazione.

L’obiettivo di questa parte è quello di consentire al Dirigente scolastico una riflessione sul suo ruolo e sui suoi punti di forza/debolezza, per lo sviluppo e il miglioramento della professionalità. Per ognuna delle cinque sezioni sopramenzionate è stata prevista una rubrica di riferimento. Il Dirigente scolastico è chiamato ad autovalutarsi su ciascun aspetto, attribuendosi un livello che va, in maniera decrescente, da A (aspetto eccellente) a D (aspetto critico) e, se lo ritiene opportuno, motivando il livello nell’apposito campo libero.

Il contenuto di ogni livello è predefinito: basta lo spunto o la crocetta per scegliere.

Una volta che il Dirigente ha provveduto ad attribuirsi un livello per ognuna delle rubriche di autovalutazione, il sistema genererà automaticamente un diagramma di Kiviat (o grafico radar), ovvero un grafico a cinque variabili (una per ciascuna delle dimensioni indagate), rappresentate su assi/raggi con la stessa origine, che rappresentano ciascuno una delle variabili contemplate dall’analisi. Il grafico assume una forma a stella, consentendo di identificare con immediatezza visiva punti di forza e punti di debolezza relativi alle dimensioni indagate.

Il portfolio del dirigente scolastico: obiettivi e azioni professionali

Obiettivi e Azioni professionali: questa parte del Portfolio può essere particolarmente rilevante ai fini della valutazione.

Una prima sezione (obiettivi) è relativa agli obiettivi inseriti all’interno della lettera di incarico: saranno precaricati gli obiettivi nazionali e gli eventuali obiettivi regionali.

Nella seconda sezione (azioni) il Dirigente scolastico deve indicare le azioni professionali da lui ritenute particolarmente significative (indicativamente due o tre) e direttamente riconducibili al suo operato.
La terza sezione (documenti) è riservata al caricamento di quei documenti (Ptof, Rav, Monitoraggi, ecc.) che il Dirigente ritiene necessari e opportuni per la consultazione da parte del Nucleo di Valutazione.

A tali documenti può essere aggiunta altra documentazione particolarmente significativa che il Dirigente riterrà necessario caricare e/o che il Nucleo di Valutazione richiederà al Dirigente di caricare nel Portfolio.

Anche per questa sezione è possibile utilizzare materiale pronto nel suo formato originario.

I documenti caricati sono riservati e consultabili solo dal Nucleo di Valutazione e dal Direttore dell’USR.

 Da giovedì 27 APRILE sul Portale del sistema nazionale di valutazione saranno aperte le funzioni per procedere alla compilazione del Portfolio. Termine ultimo per la compilazione 30 GIUGNO 2017.

Una considerazione finale

Se l’impegno che viene chiesto ai DS anche per la compilazione del Portfolio fosse accompagnato a livello politico e governativo anche da un concreto e immediato impegno a riconoscere la parità di trattamento economico con l’altra dirigenza pubblica in ragione degli incredibili carichi di lavoro e di responsabilità che gravano quasi a senso unico sulla dirigenza scolastica, se, insomma, l’equiparazione non fosse proclamata a parole ma realizzata davvero nei fatti, anche la compilazione del portfolio sarebbe cosa lieve. Se…