Istruzione e formazione professionale separati in casa

Istruzione e formazione professionale separati in casa

di Gian Carlo Sacchi

Sarebbe interessante sapere da chi ha scritto l’art. 117 della Costituzione nel 2001 perché ha usato la frase “Istruzione e Formazione Professionale”, che non sembra essere il naturale adeguamento di quell’istruzione artigiana e professionale utilizzata dalla versione più antica e nemmeno una sorta di sincretismo legato ai principi fondanti dei due versanti. Un’interpretazione più politica farebbe ritenere che fosse giunto il momento di spostare il baricentro verso un nuovo rapporto tra realtà formative finalizzato alla costruzione di un robusto indirizzo che fruisse della stabile presenza degli istituti professionali statali a coprire tutto il territorio nazionale, dal momento che il sistema di formazione professionale regionale risente dei diversi livelli di sviluppo delle regioni stesse, ma adottasse da quest’ultimo le strategie didattiche e la maggiore efficacia del rapporto con le imprese.

Un cambiamento di rotta, che allontanasse gli istituti professionali dai tecnici, che per un certo periodo di tempo li ha visti praticamente sovrapposti, anzi modifiche legate all’autonomia li aveva fatti rientrare in un’unica struttura (istituti superiori ad indirizzo…) che la riforma Moratti avrebbe collocati sotto forma di “campus” tra i licei vocazionali. E’ storia infatti che nell’ambito dell’istruzione tecnica le difficoltà degli allievi e la loro provenienza sociale ed economica aveva indotto ad attivare con una maggiore aderenza alle esigenze del territorio corsi biennali e triennali con il rilascio di qualifiche professionali. Il tentativo per anni non riuscito di riformare la scuola superiore ha offerto l’occasione di emancipare tali istituti aggiungendo un biennio post-qualifica per arrivare all’esame di maturità e perfino costituire ordini professionali per i diplomati alla pari dei così detti “periti”. Anche in questo settore iniziò il periodo della sperimentazione assistita come nei tecnici per l’ammodernamento dei curricoli, mantenendone l’autonomia, ma replicandone il carattere di scuola di recupero attraverso il precoce inserimento nel mondo del lavoro. La gran parte degli studenti infatti usciva dopo la qualifica triennale ed ancora oggi siamo in presenza di un notevole insuccesso scolastico al quale si sono aggiunti problemi legati all’integrazione degli stranieri.

La prima occasione per cambiare decisamente strada si ebbe nel 2007, con la legge 40, che da una parte portò notevoli innovazioni, ma che su questo fronte si limitò a conservare la sopravvivenza di detti istituti imponendone la quinquennalizzazione. I dati però si mantennero stabili nelle difficoltà, anzi facevano percepire una certa quale ghettizzazione rispetto agli altri ordini di scuola; gli studenti bocciati preferivano il salto verso la formazione regionale e questi istituti superiori nati oltre che per affinità di indirizzo e per i numeri necessari all’autonomia, anche per cercare di migliorare il sistema di orientamento interno, furono destinati ad aumentare la dispersione.

Ormai della legge 40 se ne può dare una lettura storica, che ci fa dire con certezza che attorno alla salvezza degli istituti professionali ci fu un patto sindacal ministeriale, che impedì qualunque discussione sul loro trasferimento alle Regioni, per la costruzione del predetto sistema allargato e verosimilmente meglio capace di dare discontinuità ad una didattica ritenuta troppo tradizionale, trasmissiva-selettiva, valorizzando la funzione educativa del lavoro e ponendo come traguardo finale l’occupabilità. Il passaggio aveva alle spalle il predetto art.117 della Costituzione, anche se non ancora applicato, che indicava il nuovo contenitore: istruzione e formazione professionale.

In questa situazione la riforma Gelmini cercò di conferire agli istituti tecnici, con relativamente pochi ed ampi indirizzi nazionali, la finalità di portare gli allievi verso una formazione tecnica superiore in rapporto con le grandi imprese e le loro organizzazioni. I professionali vennero caratterizzati per funzioni, in modo da indicare un ingresso precoce nel mondo del lavoro. Era più facile fosse un tecnico a costituire una fondazione per l’istituzione degli istituti tecnici superiori che un professionale, il quale per effetto della flessibilità curricolare offerto dall’autonomia, poteva rapportarsi con la formazione professionale regionale per percorsi validati dalle regioni. Ciò diede origine a progetti sperimentali, ancora oggi in atto, basati sulla così detta sussidiarietà “integrata”, che pone cioè istituti e centri regionali insieme nella gestione dei percorsi didattici, o sussidiarietà “complementare” se i percorsi regionali fossero entrati nell’organizzazione della scuola.

Dall’altra parte il sistema regionale, che fu difeso più dai soggetti gestori dei centri accreditati che dalle stesse regioni, ha cominciato a prendere il largo; nel frattempo la legislazione aveva legittimato la terza gamba del sistema, cioè la qualifica triennale, il quarto anno per il diploma professionale, la formazione superiore (IFTS) in grado di predisporre i requisiti per il riconoscimento dei crediti universitari. Tale sistema, com’è noto, è versato sulle domande delle imprese e sull’apprendistato, con l’aiuto del Ministero del Lavoro ha inaugurato un altro percorso sperimentale per l’istituzione del “doppio canale” all’italiana, prendendo esempio da quello tedesco.

Ormai gli istituti tecnici erano lontani, penalizzati a loro volta dalla diminuzione di iscrizioni che invece premiavano i licei; le altre due gambe a questo punto avrebbero fatto bene a fondersi per riempire in modo coerente il contenitore indicato dalla Costituzione, la cui applicazione avrebbe potuto offrire norme generali da parte dello Stato (si pensi al repertorio nazionale delle qualifiche ed alle tante linee guida emanate sui due versanti, anch’esse da unificare), affidando la gestione alle regioni, con strumenti di coordinamento a livello di conferenza tra queste e lo stato medesimo. I livelli essenziali delle prestazioni del sistema formativo erano già stati stabiliti nel 2005.

E’ noto che il tentativo di riportare tutto sotto l’egida statale, comprese le “disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale”, riducendo la legislazione regionale ad organizzare i servizi alle imprese ed alla formazione professionale, non ha avuto esito, lasciando tutto quanto deciso nel 2001, anche se, come si è detto, non applicato in modo esplicito. Il sistema regionale ha così occupato tutto lo spazio, comprendendo la parola istruzione che sembra fare tutt’uno con la formazione, mentre sul piano politico e istituzionale si tratta di due realtà che poteva essere venuto il momento di mettere insieme.

La buona scuola però ha continuato a lavorare sulle tre gambe, riportando alla luce il vaso di coccio, anch’esso in crisi di adesioni ma non di criticità. L’ultima frontiera del sistema scolastico che rischia di essere ancor più dimenticato da un regionalismo di ritorno, che tra referendum e trattative con il governo nazionale, amplierà i poteri delle stesse Regioni, sicuramente considerando anche il rapporto tra formazione e lavoro; una nuova via rispetto alle competenze concorrenti, tutt’ora in vigore, che pur avevano dato tanto spazio alla legislazione regionale nel settore.

Il decreto 61/2017 ha iniziato una discussione su tutti gli indirizzi, anche perché bisognava porre rimedio ad una sentenza del TAR di condanna di un provvedimento che aveva calato le ore negli istituti tecnici e professionali con particolare riferimento alle attività di laboratorio, ma poi ha deciso di occuparsi solo di questi ultimi, ipotizzando invece un raccordo con il sistema regionale, peraltro ancora da scrivere da parte del ministro e il buco nell’istruzione tecnica ancora da sanare.

Si tratterà di favorire i passaggi tra istituti professionali statali e sistema regionale, con un riconoscimento di crediti e sarà costituita una rete nazionale delle scuole professionali, per avere un perimetro più largo e forse più stabile, ma di separati in casa, perché come già succede nelle predette sperimentazioni i due sistemi di governce sono difficili da mettere d’accordo. Mentre è la forma integrata quella preferita dal più alto numero di regioni, secondo una logica di maggiore efficacia dell’organizzazione didattica e che risponde meglio alla congiunzione che sta tra istruzione e formazione, il suddetto decreto 61 agisce nella direzione opposta e cioè nel creare apposite classi con qualifica regionale nella scuola statale.

Concludendo, ci si aspettava una svolta in favore di una forte struttura che messa insieme alla parte alta, cioè all’istruzione terziaria tecnica, avrebbe così ridisegnato un nuovo impianto didattico, organizzativo e di governo che sta a cuore proprio ad una legge che ha fatto del rapporto tra scuola e lavoro uno dei pochi elementi chiari della sua proposta politica, mentre alla fine risulteranno tre debolezze, di cui quella regionale, pur seguendo l’andamento dello sviluppo economico e produttivo del proprio territorio, sarà in grado di acquisire maggiore autonomia ed efficienza. Certo in questo Paese siamo a metà di tutto: sul fronte statale abbiamo una maggiore copertura del territorio, ma una più obsoleta qualità della formazione, su quello regionale una maggiore flessibilità dei curricoli ed abitudine a trattare con le imprese, ma scarsa affidabilità da parte di Enti formativi e Regioni. Si nutrono perplessità che le ambizioni contenute nel decreto 61 possano portare in tempi rapidi ad un miglioramento di questa componente e che da qui si arrivi a diffondere una nuova identità all’intero sistema.

Biofotoni e sangue

Biofotoni e sangue

di Paolo Manzelli <egoreanet2016@gmail.com>

Corso di aggiornamento Medico-scientifico. Bologna- 10-sett-2017 : https://dabpensiero.wordpress.com/2017/08/28/fotoni-quanti-di-vita/

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Le cellule del corpo umano, necessitano di un continuo apporto di ossigeno : tale richiesta è soddisfatta attraverso il sangue che contiene “emoglobina” che ha una struttura chimica assai simile a quella della Clorofilla (1) – http://www.synergyworldwide.com/Sites/legacymag/eu/0516/pdf/chlorophyll-infographic-it.pdf

L’ ossigeno è un gas che si scioglie debolmente in acqua pertanto per velocizzarne il trasporto nel sangue umano ed animale viene utilizzata la emoglobina, ed anche una sua piu’ semplice proteina la “Mioglobina”. (2)- http://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/emoglobina-mioglobina.html

La emoglobina è una a ferro-proteina che è contenuta nei globuli rossi e che lega e trasporta lo ossigeno, quando il Ferro è ferroso (Fe++) . cio’ in quanto il Fe 3+ non è in grado di legare reversibilmente l’ossigeno. (3)- http://www.chimica-online.it/biologia/emoglobina.htm

La emoglobina ha al centro il Gruppo EME con cui puo’ legare 4 molecole di ossigeno e rilasciarle in modo cooperativo nelle cellule trasformandosi da ossi-emoglobina nella forma de-ossigenata,detta desossi-emoglobina. (4)- Trasporto Ossigeno : http://www.gsartor.org/pro/didattica/pdf_files/B07.pdf

La emoglobina lega pertanto in maniera reversibile l’ossigeno. Infatti il lavoro dell’emoglobina nella transizione da ossi e desossi è quello,di prelevare ossigeno nei polmoni, rilasciarlo nelle cellule ove i mitocondri sono capaci di utilizzare l’ossigeno come energia biologica per la respirazione cellulare, e quindi che il sangue posse tornare ai polmoni trasferendo anidride carbonica in modo che il ciclo di assorbimento dell’ ossigeno ricominci.

L’ assorbimento e la cessione dell’ ossigeno è un sistema che ha alla base la regolazione elettromagnetica del processo che prevede la “emissione di biofotoni”.

La emoglobina ossigentata (Hb) contenente (Fe++), aggrega una disposizione a bassa energia dell’ ossigeno (ossigeno di tripletto ) il quale è “diamagnetico”, cio’ in quanto presenta lo spin in accoppiamento antiparallelo.

3 O2 Tripletto + uV→ 1O2 Singoletto

 

La cessione dell’ ossigeno è causata dal fatto che un Biofotone UV, normalmente emesso spontaneamente dal mt.DNA, va ad eccitare l’ ossigeno di tripletto a trasformarsi in “ossigeno di singoletto” cosi che questo diventa “paramagnetico” in quanto assume la configurazione di “spin paralleli”, cosi che il campo magnetico del ferro respinge l’ ossigeno aggregato all’ EME , favorendone il rilascio alla cellula.

La transizione tra assorbimento e cessione dell’ ossigeno si attua quindi per la azione di fotosensibilizzazione biofotonica,(5) – http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=94320, la quale eccita la formazione dell’ ossigeno di singoletto , che viene poi ricondotto alla situazione piu’ stabile (a piu bassa energia) di ossigeno di tripletto dalla interazione con molecole di acqua che inducono la riemissione di luce in forma di biofotoni.

(6)- http://www.tecnoalimenti.altervista.org/ossigeno-singoletto-e-tripletto/

La transizione da una attivita’ diamagnetica a paramagnetica, puo’ essere visualizzata dall’ indagine di risonanza magnetica (iNMR) che quindi indirettamente puo’ registrare anche la attivita del flusso di biofotoni che sono la causa di tale variazione.

(7)- – http://dueotrecosenondipiu.myblog.it/media/00/01/209507397.pdf

In conclusione la trasformazione bimolecolare dell’ossigeno da singoletto a tripletto è generata dalla attivazione di Biofotoni UVA e dalla ri-emissione di biofotoni di.lunghezza d’onda intorno ai 634,7 nm, che corrisponde allo scarto energetico tra i complessi biomolecolari di singoletto e quelli di tripletto dell’ossigeno.

Pertanto anche in relazione alla attivita’ del trasporto di ossigeno del sangue i biofotoni costituiscono all’interno del metabolismo delle cellule , un sistema di regolazione elettromagnetica coerente dei processi cellulari che è di elevata importanza per il conseguimento della salute e del benessere psicofisico. .

(8) – http://www.synergyworldwide.com/Sites/legacymag/eu/0516/pdf/chlorophyll-infographic-it.pdf

Caro libri, la soluzione sono i tablet. Le scuole che li sperimentano: “La spesa per le famiglie è dimezzata”

da Il Fatto Quotidiano

Caro libri, la soluzione sono i tablet. Le scuole che li sperimentano: “La spesa per le famiglie è dimezzata”

Gli strumenti digitali arrivano a Modena nell’istituto Mattarella. Il dirigente Daniele Barca: “Ci siamo mossi con il paracadute, qualche copia c’è per dare sicurezza ma si tratta di pochi testi. La quota per i volumi di carta era di seicento euro su tre anni per ogni bambino: ora è la metà”. In Italia solo la metà delle scuole ha aperto le classi all’uso dei tablet

Scuola media, l’esperto: “Meglio un ciclo di sette anni e poi il passaggio alle superiori”

da La Stampa

Scuola media, l’esperto: “Meglio un ciclo di sette anni e poi il passaggio alle superiori”

Cesare Cornoldi è ordinario di Psicologia dell’apprendimento e della memoria presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Padova, presidente nazionale AIRIPA, svolge da più di 30 anni ricerche nel campo delle problematiche evolutive associate a difficoltà scolastiche

Professor Cornoldi, in un saggio del Mulino si domanda se abolire la scuola media. E se la si riducesse da 2 a 3 anni?

«Se un ordine di scuola non funziona bene, riducendone la durata si riduce il danno. Mi pare però che sarebbe un po’ una “soluzione dello struzzo” per non vedere quanto è sotto gli occhi di tutti e cioè la crisi della scuola media italiana».

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Ha ragione il ministro Fedeli nel voler ragionare su durata, materie e modalità di studio per armonizzare tutti i cicli?

«Qualcosa va fatto, anche senza tanti proclami o apparenti riforme radicali. Io ho proposto le sperimentazioni diffuse per non creare traumi e iniziare a coinvolgere gli insegnanti in linea con un cambiamento sostanziale. Terrei quindi durata e materie attuali, ma ne darei un senso diverso».

Quali sono le maggiori criticità della scuola media italiana?

«Ho documentato le criticità della scuola media italiana sulla base di dati di ricerca e ho fornito alcune prove. Fra queste ci sono i livelli di apprendimento e di competenza degli studenti, che rispetto agli altri Paesi occidentali calano e proprio nella fascia 11-14; il grado di piacere per l’apprendimento scolastico e l’atteggiamento verso la scuola, anche essi in calo più che altrove; il grado di soddisfazione degli insegnanti per il proprio lavoro che, pur con molte splendide eccezioni, alla scuola media è in genere basso».

Di che formazione hanno bisogno i ragazzini del 2017?

«L’adolescenza è sempre stata una fase di sviluppo critica ed è possibile che oggi le criticità si evidenzino di più perché ci sono meno inibizioni a manifestarle. Ma adolescenza significa anche apertura a nuovi temi e valori, completamento del processo di maturazione intellettiva, esplosioni relazionali e affettive: aspetti che per la pratica docente potrebbero diventare risorse oltre che fonti di intoppo. Se però l’insegnante continua a essere formato nella disciplina e non per interagire con gli adolescenti e capirli, il danno è quasi inevitabile».

Scuola media a parte, i nostri cicli scolastici vanno rivisti?

«La mia idea, che trova sostenitori e prove di efficacia in giro per il mondo, è abolire la scuola di mezzo. Già oggi la scuola media è legata istituzionalmente alla primaria, quindi, in un certo senso, le premesse organizzative esistono. Ma nei fatti c’è un’impressionante soluzione di continuità fra primaria e secondaria, tutti la avvertono e molti la soffrono. Tornando alla riduzione a 2 anni: nell’attuale dibattito sulla durata degli studi una possibilità sarebbe una scuola unica di 7 anni da cui passare al quinquennio delle superiori, anche queste però ripensate».

Se la scuola ha bisogno di una svolta

da La Stampa

Se la scuola ha bisogno di una svolta

Alessandro D’Avenia

Due sono gli ambiti su quali si gioca la partita della scuola: uno antropologico, uno di sistema.

La scuola da troppo tempo è diventata un ambiente autoreferenziale in cui la burocrazia si è progressivamente impadronita degli spazi e del tempo da dedicare all’unico centro di gravità scolastico: la relazione educativa. La relazione è come l’aria: più è buona più vivi, ma ti accorgi che esiste solo quando diventa irrespirabile. Senza relazioni educative di qualità la scuola perde la sua essenza e si trasforma in un ambiente fatto di muri, ruoli, voti.

Una relazione per essere reale deve produrre effetti rilevabili, e quella educativa ha come effetto nei ragazzi l’introduzione personale, graduale e progressiva alla realtà, che ha come conseguenza nell’ordine: la conoscenza di se stessi, il consolidamento della propria identità e la fioritura dei talenti. Il tasso di dispersione scolastica (ragazzi che si ritirano prima dello scadere dell’obbligo) in Italia tocca cifre che dimostrano che questa relazione è diventata irrespirabile: 20% per chi sceglie i licei, 40% per chi sceglie istituti professionali. Sono cifre patologiche i cui sintomi coinvolgono chi resiste in misura non letale ma dolcemente asfissiante: noia, disinteresse, ansia, repulsione.

Gli insegnanti, il cui contratto è bloccato da anni, hanno uno stipendio insufficiente, e i ragazzi non sono seguiti secondo percorsi personali dettati da un collegamento tra le tappe (primaria, secondaria di primo e secondo grado): il ragazzo non ha una storia ma produce risultati. Lo dimostra l’indotto di ripetizioni private che portano a guadagnare, in nero, in un mese il doppio del proprio stipendio, gravando sulle finanze delle famiglie che possono permetterselo. Le lezioni private mostrano che la didattica a scuola non funziona, perché dipende dalla qualità della relazione educativa: non è questione di iPad o di lavagne elettroniche (strumenti che semplificano il lavoro, ma non sostituiscono la relazione, altrimenti metteremmo le lezioni online e ci vedremmo solo per le interrogazioni e i compiti).

Questi fatti ben noti a tutti mostrano che la nostra scuola allo stato attuale contravviene a quel principio che vorrebbe la nostra Repubblica impegnata a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 della Costituzione). In questo senso la nostra scuola è, negli effetti, abbastanza anticostituzionale, anche perché non consente una reale libertà di scelta da parte delle famiglie e nei risultati conferma il censo di appartenenza e la cultura di partenza dei ragazzi. Più che un’ascensore sociale è diventato un ammortizzatore sociale, una falsa promessa al ribasso e un efficace specchietto per discorsi elettorali sentimentali.

A tutto questo si aggiunga un appiattimento della scuola a industria di risultati, in cui conta più la prestazione che la presenza, come mostrano da un lato l’esistenza di diplomifici che consentono di fare due anni in uno senza che nessuno batta ciglio, dall’altro un quasi del tutto assente progetto di orientamento scolastico e poi professionale. Alle medie è lasciato alla quasi totale improvvisazione, con giudizi per lo più impressionistici che portano le famiglie a scelte non basate sulla realtà ma su comodità, convenienza, tradizione. Per non parlare dell’orientamento alle superiori in vista della scelta lavorativa o universitaria, ridotto spesso a spot delle università stesse per accaparrarsi iscrizioni. La nostra scuola è priva di un sistema di orientamento serio e l’alternanza scuola-lavoro diventa efficace solo in casi virtuosi o per scuole più fortunate di altre. Non è un caso che i ragazzi finiscano i loro 13 anni di percorso senza conoscere qualche indizio della loro vocazione professionale. In molti casi non sanno neanche che facoltà scegliere.

A livello di sistema si potrebbero scrivere pagine, ma basti sapere che ogni studente costa alla Stato e quindi alle nostre tasche quasi 7 mila euro, una retta di tutto rispetto in una scuola privata. Il servizio ricevuto non risponde a questo investimento come mostrano le condizioni dell’edilizia e dell’ambiente scolastico, la mancata attivazione di corsi di recupero veri, retribuiti e gratuiti, per evitare le ripetizioni private. È evidente quindi che questi soldi si disperdono in un sistema iperburocratizzato o inefficiente, perché a fronte di una spesa del genere alcune scuole paritarie offrono servizi di ottimo livello. Quindi anche in questo caso la nostra scuola, pur essendo «aperta a tutti» (art. 34 della Costituzione), è anticostituzionale.

Tutto è affidato a dirigenti e docenti che, dotati di professionalità completa, curano i tre ambiti della relazione educativa (amare e conoscere ciò che insegno, come lo insegno, a chi lo insegno). Sono quelli che tutti ricordiamo, loro sì che sono Costituzionali. Potrebbero costituire la normalità della scuola, se solo li volessimo portare a sistema, e invece troppo spesso in Italia sono un’eccezione. E magari qualcuno li deride pure come dei donchisciotte e non sa che sta ridendo del futuro del Paese.

Si parla di scuola media a due anni ma il Comitato scientifico non ne sa nulla

da La Tecnica della Scuola

Si parla di scuola media a due anni ma il Comitato scientifico non ne sa nulla

 

Il lavoro del Comitato scientifico nazionale per l’attuazione delle Indicazioni nazionali per il primo ciclo, rinnovato esattamente un anno, fa non riprende nel migliore dei modi.

Sembra infatti che l’idea di rivedere la durata della scuola media (o meglio della secondaria di primo grado), portandola da tre a due anni, non sia piaciuta molto al Comitato ma più per una questione di metodo che di merito.
Il Comitato, infatti, si è riunito per la prima volta proprio giovedì 31 agosto: sarebbe stato quindi opportuno che, prima di parlarne pubblicamente, i vertici del Ministero avessero almeno chiesto un parere anche solamente informale al Comitato chè invece è venuto a conoscenza della iniziativa del vertici ministeriali tramite gli organi di stampa.
C’è da dire che il Comitato è formato, come si legge nel decreto istitutivo del 1° agosto scorso, da “accademici ed esperti di comprovate professionaità, capacità ed esperienza nel campo dell’innovazione didattica e della formazione dei docenti”.
Coordinato dal professor Italo Fiorin, il Comitato ha il compito di “indirizzare, sostenere e valorizzare le iniziative di formazione e di ricerca per aumentare l’efficacia dell’insegnamento, in corenza con le finalità e i traguardi previsti dalle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione”.
Ne fanno parte docenti universitari (Elisabetta Nigris e Rosetta Zan, oltre allo stesso Fiorin), tre dirigenti tecnici (Patrizia Bettini, Franca Da Re e Maria Rosa Silvestro), due ex dirigenti tecnici (Giancarlo Cerini e Gisella Langé), un dirigente scolastico (Sergio Cicatelli), un direttore generale (Carlo Petracca), un ricercatore universitario (Franca Rossi) e un docente di scuola primaria (Franco Lorenzoni).
Vedremo se nei prossimi mesi il Comitato verrà chiamato in causa dal Ministero per fornire pareri e proposte sulla revisione dell’impianto complessivo della scuola del primo ciclo.

Anche i docenti devono prestare attenzione alle norme sulla privacy

da La Tecnica della Scuola

Anche i docenti devono prestare attenzione alle norme sulla privacy

 

Con la vicenda dei vaccini obbligatori torna d’attualità anche il tema più generale della privacy e delle norme sulla tutela dei dati personali, tema sul quale – a leggere ciò che circola in rete – le idee sono talora un po’ confuse.

Intanto va chiarito che il codice della privacy distingue nettamente due diverse tipologie di dati (quelli identificativi e quelli sensibili) che sono tutelati in modo diverso.
I dati identificativi (nome, cognome, luogo e data di nascita, indirizzo) godono di una protezione piuttosto limitata e, per esempio, possono essere scambiati fra una amministrazione pubblica e l’altra ove questo sia necessario per l’espletamento di compiti di natura istituzionale. Nè c’è bisogno, in genere, di ottenere il consenso scritto dell’interessato per poterli trattare: un caso tipico riguarda i dati relativi agli alunni iscritti per il cui trattamento la scuola non ha bisogno di essere autorizzata dalla famiglia.
Resta peraltro fermo il divieto di cedere a soggetti privati i dati identificativi di cui l’amministrazione viene in possesso; tanto che il TU sulla privacy consente sì di trasmettere alle aziende i dati degli esiti conseguiti dagli studenti al termine del loro percorso formativo, ma purchè questo sia finalizzato a favorire l’orientameno o l’inserimento lavorativo e, in ogni caso, con il consenso della famiglia o dello studente, se maggiorenne.

Molto più complessa è la questione dei dati sensibili il cui trattamento deve essere previsto da una apposita norma regolamentare (nella scuola è attualmente in vigore il regolamento adottato con DM 305 del 2006).
Non tutti i dati sensibili, peraltro, possono essere trattati dalla pubblica amministrazione: per esempio i dati relativi alle condizioni salute possono essere trattati dalle segreterie scolastiche in modo limitato (sono infatti esclusi i dati di tipo diagnostico).
I dati sensibili più comuni riguardano le condizioni di salute, l’appartenenza etnica, religiosa, politica e sindacale.
Ovviamente le pubbliche amministrazioni non possono divulgare tali dati (è il motivo per cui, ad esempio, pubblicando gli esiti degli scrutini finali degli alunni, va esclusa la valutazione dell’insegnamento della religione o delle attività alternative).
E’ bene poi che tutti prestino particolare attenzione a ciò che si scrive in rete: fornire indicazioni, anche indirette, sull’appartenenza religiosa, politica o sindacale (la legge tutela persino l’orientamento filosofico) di questo o quel personaggio potrebbe configurare una violazione delle norme del codice. Senza dimenticare che violazioni di questo genere possono avere anche rilevanza di carattere penale.