Tutela dell’abilitante all’insegnamento tecnico-pratico

I docenti abilitati agli insegnamenti tecnico-pratici (Abilitati ITP), cui si sono aggiunti anche i docenti di insegnamenti artistici/musicali, si opporranno con forza, in ogni opportuna sede istituzionale, contro i recenti contenziosi per l’inserimento nelle seconde fasce delle graduatorie di istituto di aspiranti con il solo diploma tecnico-professionale (maturità), graduatorie già riservate solo a chi ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento (art. 33, Cost.) a seguito della formazione specialistica didattico-pedagogica (PAS), volta a garantire la qualità della didattica laboratoriale, caposaldo della Buona Scuola, nell’istruzione tecnica-professionale.

Il fine ultimo dei contenziosi tra gli aspiranti ITP, senza alcuna formazione didattico-pedagogica abilitante all’insegnamento, e il MIUR per l’inserimento nelle graduatorie di istituto, è quello di partecipare al piano transitorio per il passaggio al nuovo sistema di reclutamento dei docenti, il cosiddetto FIT (D. Lgs, 59/2017), ovvero la risposta sul piano assunzionale che il Governo Italiano, su delega del Parlamento, ha dato ai cittadini che hanno già conseguito:

  1. una formazione specialistica nei settori scientifico-disciplinari didattico-pedagogici (PAS/TFA),
  2. un esame di Stato specificamente abilitante all’insegnamento,
  3. una certificata esperienza di lungo servizio scolastico.

Invero, si ricorda che al percorso FIT possono partecipare tutti, anche aspiranti non ancora abilitati all’insegnamento, nonché privi di esperienza didattica: facendo un primo anno finalizzato al conseguimento della formazione didattico-pedagogica, si accede ad un secondo e terzo anno di tirocinio diretto e di inserimento lavorativo nella funzione docente.

Di fatto, i ricorrenti ai tribunali puntano al riconoscimento del solo diploma di istituto tecnico o professionale (o di istituti di formazione artistica-musicale) come equivalente della specializzazione/abilitazione per l’insegnamento, evitando così la specifica formazione universitaria.

È evidente che questa condizione viene ad inficiare la didattica laboratoriale, come pure la volontà legislativa di risolvere il precariato storico già formato/abilitato per l’insegnamento.

Ma chi sono i ricorrenti aspiranti ITP? Davvero sono cittadini cui sono stati negati diritti professionali? Non sono di certo quei lavoratori della scuola che ingiustamente hanno potuto frequentare solo il recente unico percorso di formazione universitaria-abilitazione professionale, il PAS – attivato per gli ITP dopo ben dieci anni dal 2005, negli anni 2014, 2015, 2016 -, perché questi lavoratori alla fin fine hanno conseguito l’abilitazione di Stato all’insegnamento.

PAS che per gli ITP, è bene ricordarlo, sono stati realizzati in tutte le classi di concorso (sì, in tutte, persino in quelle a esaurimento, come, ad esempio, per l’insegnamento dell’economia domestica collettiva), anche in modalità telematica per quelle a scarsa e disomogenea diffusione sul territorio nazionale, checché ne dicano alcuni ricorrenti in dichiarazioni rese nell’ambito dei ricorsi giurisdizionali.

Non una parola, finora, è stata detta su questa vicenda di palese ingiustizia, paradossalmente neanche da chi in passato ha portato avanti con forza le battaglie per realizzare i percorsi di formazione-abilitazione all’insegnamento, proprio in vista della stabilità lavorativa.

Eppure, lo si ripete, ad essersi ormai tutti recentemente abilitati all’insegnamento, sono proprio quelli cui erano state negate le opportunità di formazione, abilitazione e stabilità professionale (volutamente non si annovera, fra questi diritti negati, il riconoscimento dell’asserito “valore abilitante” del diploma tecnico-professionale, perché gli insegnanti tecnico-pratici sono da sempre a conoscenza del fatto che la normativa scolastica attribuisce al superamento delle procedure concorsuali e formative per l’insegnamento il valore di abilitazione professionale).

Ora, c’è veramente qualcuno che, privo di sempre possibili conflitti di interesse, possa affermare che sia giusto che le persone a lungo precarie della scuola debbano partecipare ad un concorso straordinario, ideato specificamente per loro, al pari di chi non si è mai specializzato, né ha mai prestato servizio o, che al massimo, ha svolto qualche supplenza nell’ultimo triennio? E, soprattutto dopo che, per ristabilire i diritti di formazione, abilitazione e stabilità professionale disconosciuti per più di un decennio, hanno finalmente potuto conseguire negli ultimi tre anni, il TFA speciale, poi rinominato PAS, presso l’università di Stato (con oneri di tassazione – e di vitto e alloggio, per coloro che si sono dovute spostare fuori sede – a carico del diretto interessato)?

La situazione è totalmente diversa dalla nota vicenda legata al diploma magistrale, finalizzati alla formazione didattico-pedagogica degli insegnanti della scuola primaria, in quanto, come stabilisce il Testo Unico della Scuola (D. Lgs. 297/94, all’art. 197): “il titolo conseguito nell’esame di maturità a conclusione dei corsi di studio dell’istituto tecnico e dell’istituto magistrale abilita, rispettivamente, all’esercizio della professione ed all’insegnamento nella scuola elementare”.

Ed infatti, sempre secondo il predetto Testo Unico (art. 191), “gli istituti tecnici hanno per fine precipuo quello di preparare all’esercizio di funzioni tecniche od amministrative, nonché di alcune professioni, nei settori commerciale e dei servizi, industriale, delle costruzioni, agrario, nautico ed aeronautico; […] gli istituti professionali hanno per fine precipuo quello di fornire la specifica preparazione teorico-pratica per l’esercizio di mansioni qualificate nei settori commerciale e dei servizi, industriale ed artigiano, agrario e nautici”, attribuendo, invece, solo all’“istituto magistrale […], quale fine precipuo, quello di preparare i docenti della scuola elementare”.

Quello che accade è un’ingiustizia per gli insegnanti della didattica laboratoriale e per gli studenti, è per questo che in vista di ogni opportuna azione di difesa, si invita ogni docente abilitato all’insegnamento tecnico-pratico, ad inviare all’amministrazione scolastica una istanza per la tutela dei diritti e degli interessi concernenti le graduatorie di istituto del personale docente in possesso della formazione specialistica didattico-pedagogica – PAS (di cui si pubblica un esempio di formulario con le istruzioni di trasmissione in questa pagina web: https://sites.google.com/view/segretariatoitp).

 

Gagliardi, V. Capaldo

SiamoNoi Scuola

Segretariato per la qualità della Didattica Laboratoriale

Uso degli smartphone a scuola

Uso degli smartphone a scuola. Fermiamoci tutti, e riflettiamo, ripartendo da zero

Sulla decisione di reintrodurre l’uso degli smartphone nelle scuole, che la ministra Fedeli ha lanciato nel corso di un’intervista a un quotidiano, vorremmo esprimere alcune opinioni, nella consapevolezza che il tema del rapporto tra uomo e tecnologia è talmente controverso che nessuna circolare ministeriale, o decreto, può darvi soluzione.
Soprattutto se si assume in modo apodittico la questione, con un sì o con un no. Inutile nascondersi che le nuove generazioni, e sempre più i Millennials, sono multitasking, ovvero sono ormai abituati a usare più strumenti, conoscitivi e mediatici, libri, pc, tablet o smartphone, nello stesso istante, e mentre studiano. E non possiamo neppure nasconderci che ormai essi sono la “generazione connessa”. Tuttavia, ci permettiamo di invitare a considerare la relazione tra studenti e tecnologie con maggiore cautela e sobrietà, soprattutto alla luce di quanto costantemente ci raccomanda la comunità pedagogica e scientifica.
Giusto immaginare un processo di educazione alle tecnologie, anche legata al piano dell’innovazione delle scuole, ma essa deve coinvolgere quanto più possibile l’intera comunità scientifica ed educante. Invece, si ha l’impressione che si sia partiti dalla fine: prima introduciamo lo smartphone e le tecnologie, e poi vediamo che uso farne, ammesso che sia possibile padroneggiarle del tutto.
Fermiamoci tutti e ripartiamo da zero. Stiamo parlando della vita quotidiana di milioni di alunni e studenti, della loro relazione educativa, dell’impegno didattico di centinaia di migliaia di docenti (il cui parere ci pare decisivo), e facciamo, con sobrietà, le necessarie verifiche.

Principali dati della scuola statale – Anno Scolastico 2017/2018

Anticipazione sui principali dati della scuola statale
Anno Scolastico 2017/2018

In classe 10 mila studenti disabili in più

Redattore Sociale del 13-09-2017

In classe 10 mila studenti disabili in piu’: quest’anno sono 234.658

Lo scorso anno gli alunni disabili erano 224.509: quest’anno sono 10 mila in più. Anticipazioni del Miur sui principali dati della scuola statale: il numero più alto di alunni disabili è in Lombardia (37.493), ma l’incidenza maggiore è nel Lazio e in Sicilia. In aumento anche i docenti di sostegno: da 124.572 a 138.849, di cui 38.769 in deroga.

ROMA. Sono quasi 8 milioni gli studenti che, in questi giorni, in tutta Italia stanno accorrendo al suono della campanella: precisamente, 7.757.849, divisi in 370.697 classi. Di questi, 234.658 hanno una disabilità. Sono alcuni dei dati diffusi oggi dal ministero dell’Istruzione (fonte: MIUR -Ufficio Statistica e Studi), nel focus “Anticipazione sui principali dati della scuola statale”.

Sicilia e Lazio in testa. In assoluto, il maggior numero di alunni disabili si registra in Lombardia (37.493 su 1.191.799), ma l’incidenza maggiore della disabilità sulla popolazione scolastica complessiva è in Sicilia (25.290 su 742.297) e nel Lazio (24.086 alunni con disabilità su 736.284).

Più studenti disabili nelle secondarie di primo grado. Per quanto riguarda gli alunni con disabilità nei diversi ordini e gradi d’istruzione, il numero più alto, in termini assoluti, si registra nella scuola primaria (83.232), seguita dalla secondaria di II grado (65.950) e di primo grado (65.905), ma l’incidenza maggiore è nella secondaria di primo grado (65.905 su 1.637.535).

Gli insegnanti di sostegno. Gli insegnati di sostegno sono in tutto 138.849, su un totale di 819.049 docenti che lavorano nelle scuole statali. Per il sostegno, 38.769 sono “posti in deroga”. In assoluto, il maggior numero di insegnanti di sostegno si registra in Campania (17.003) e in Sicilia (15.600),. dove quelli “in deroga” sono rispettivamente 3.778 e 4.094.

Lo “storico”. Complessivamente aumentano, rispetto allo scorso anno, sia gli alunni con disabilità sia gli insegnanti di sostegno, passando da 224.509 a 234.658 per quanto riguarda i primi, da 124.572 a 138.849 per i secondi. Per gli uni e per gli altri, siamo di fronte al picco massimo degli ultimi 10 anni: nel 2007/2008, gli alunni disabili erano 174.404, i docenti di sostegno 88.441.

Regioni che vai scuola che trovi

“Pompei Finas regioni che vai scuola che trovi, basta annunci spot da parte della ministra Fedeli”

“Mentre 1.100  studenti delle zone terremotate dell’Umbria ritornano sui banchi di scuola, in Abruzzo nove scuole su 10 sono a rischio sismico, a dimostrazione della paradossale situazione che vivono gli studenti italiani. Nonostante il piano nazionale di edilizia scolastica, ed il fondo unico per l’edilizia scolastica è un dato di fatto che in Italia 20.500 scuole su 42mila sorgono in zone a elevato rischio sismico, è chiaro che serve intervenire con i fatti e non con annunci spot, avere scuole sicure è un diritto di studenti e famiglie che non può variare da regione a regione.”

Così in una nota il Segretario Nazionale FINAS Pompei

Richiesta di chiarimenti in merito all’applicazione del D.L. 73/2017

Alla Ministra della Pubblica Istruzione
On.le Valeria Fedeli

Al Ministro della Salute
On.le  Beatrice Lorenzin

Oggetto: richiesta di chiarimenti in merito all’applicazione del D.L. 73/2017 convertito con Legge n° 119 del 31/07/2017 e delle successive note Ministeriali, prot. n° 1622 del 16/08/2017 e n° 1679  del 01/09/2017

 

Il D.L. 73/2017 convertito con Legge n° 119 del 31/07/2017 prevede, per i servizi educativi per l’infanzia e le scuole dell’infanzia ivi incluse quelle private non paritarie, che la mancata presentazione da parte dei genitori della documentazione di cui al comma 3 nei termini previsti comporti la decadenza dall’iscrizione e quindi l’impossibilità di accesso alla scuola, mentre la nota 1679 del 1/9/17 prevede l’allontanamento temporaneo del bambino con il mantenimento dell’iscrizione al servizio educativo ed il suo reinserimento solo dopo la presentazione della documentazione richiesta.

Come è noto in questi primi giorni di applicazione dei dispositivi normativi in oggetto molti dirigenti e responsabili di nidi e scuole per l’infanzia si trovano a dover gestire situazioni di minori i cui genitori, alla scadenza dell’11 settembre u.s., non hanno presentato la documentazione delle avvenute vaccinazioni o hanno manifestato in modo esplicito l’intenzione di non procedere. L’applicazione dei dispositivi in oggetto chiama in causa direttamente i responsabili di scuola ai quali spetterebbe, in tali casi, il compito di emanare provvedimenti motivati di allontanamento o di sostenere possibili contenziosi con l’utenza.

Ma è proprio così? A chi spetta questo compito nel D.L. 73/2017 non è chiaramente precisato ed occorre, pertanto, sapere in modo inequivocabile se sia il dirigente scolastico il pubblico ufficiale tenuto all’allontanamento o se la competenza appartiene ad altri organismi: è importante, innanzitutto, da un lato evitare di limitare il diritto soggettivo alla salute e quello all’educazione del bambino e, dall’altro, sgravare gli stessi dirigenti, già oberati da molti adempimenti, da dirette responsabilità penali. E’ grave che, per l’assenza di modalità chiare ed univoche a cui attenersi – e a fronte di iniziative nel merito molto diversificate tra Regioni ed Uffici scolastici regionali –  nella gestione di casi singoli o di gruppi di bambini non in regola si stiano generando situazioni di criticità che creano incertezza, difformità di comportamenti e disagio diffuso.

 

Si chiede, pertanto, alle SS.LL di chiarire con urgenza, attraverso appositi dispositivi, i seguenti aspetti:

 

–  è sufficiente da parte del dirigente scolastico trasmettere all’Asl l’elenco nominativo dei non adempienti?

–  è obbligatorio da parte del dirigente scolastico emettere il provvedimento motivato di cui all’art. 3 comm. 3 D.L.

73/2017 convertito con Legge 119/2017? Se obbligatorio, come rendere attuativo il provvedimento stesso?

–  come deve procedere il dirigente scolastico qualora il genitore accompagnasse a scuola il bambino, nonostante il dispone? deve avvalersi delle forze dell’ordine per vietare l’accesso ai servizi educativi della scuola dell’infanzia e/o allontanare il minore e colui che esercita la responsabilità genitoriale o rivolgersi ai responsabili delle Asl locali?

Occorre tener conto, inoltre, che in molti casi si tratta di bambini che negli scorsi anni già frequentavano lo stesso nido o scuola d’infanzia.

La norma sulle vaccinazioni è chiara nei suoi intenti e finalità e per questo ci interessa che siano identificate correttamente le responsabilità dei dirigenti scolastici a fronte della delicatezza di situazioni che stanno verificandosi in questi giorni. Lo spirito della legge è quello di “assicurare la tutela della salute pubblica e il mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vaccinale,….” e il contesto scolastico è “caratterizzato da un approccio pedagogico e antropologico”, chiamato ad accogliere i bambini, i loro bisogni educativi e formativi, in “una relazione educativa”  (Indicazioni nazionali 2012) caratterizzata da dialogo costruttivo con  famiglie e territorio.

 

Spiacerebbe che proprio i responsabili di scuola, chiamati per dovere professionale oltre che per passione educativa a promuovere la scuola dell’inclusione, si trovassero ad dover gestire modalità che li rendessero  protagonisti di un’immagine di scuola che esclude e contrappone.

 

Si auspica che le SS.LL e gli Uffici preposti intervengano per dettagliare meglio nel merito le regole da seguire nei confronti delle famiglie, in una prospettiva costruttiva e dialogante.

 

In attesa di sollecito riscontro, si porgono distinti ossequi.

 Ezio DELFINO
Presidente nazionale DiSAL

Università, pubblicata la ripartizione del Fondo 2017

Università, pubblicata la ripartizione del Fondo 2017

Distribuiti i 55 milioni per la no tax area. Applicato per la prima volta il criterio dell’autonomia responsabile

(Roma, 13 settembre 2017) Sono disponibili da oggi, sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, le tabelle con la ripartizione a livello di ateneo del Fondo di finanziamento ordinario, che per il 2017 ammonta a 6,982 miliardi di euro totali.

Le tabelle pubblicate oggi, a seguito della registrazione della Corte dei conti, fanno riferimento alle seguenti voci del Fondo di finanziamento: quota base, quota premiale, risorse perequative (per un totale di 6,272 miliardi di euro). A queste si aggiungono le assegnazioni per i piani straordinari di reclutamento docenti varati nel corso degli ultimi anni (237,2 milioni di euro), la quota 2017 relativa alla programmazione triennale (43,8 milioni di euro) e l’assegnazione dei 55 milioni di euro agli atenei a compensazione della cosiddetta no tax area a decorrere dal 2017. Per un totale di 6,6 miliardi di euro. Le tabelle relative alle voci ulteriori dell’FFO (fra cui dottorati, fondo giovani, risorse per la ricerca di base, risorse da destinare ai docenti) saranno pubblicate entro il mese di settembre. Per un totale finale di 6,982 miliardi.

La no tax area
Quest’anno per la prima volta sono stati distribuiti con l’FFO anche i fondi per la no tax area, la novità prevista dalla legge di bilancio per il 2017 che consente agli studenti con ISEE fino a 13.000 euro di essere esonerati dal pagamento delle tasse e garantisce tasse ‘calmierate’ a chi ha un ISEE fra 13.000 e 30.000 euro. Si tratta di 55 milioni. Di questi, 20,73 milioni (37,7%) vanno al Nord, 13,2 milioni (24%) vanno al Centro e 21,07 milioni (38,3%) vanno al Sud. Per la distribuzione delle risorse è stato applicato il criterio della legge di bilancio 2017, che prevede il riparto in proporzione alla percentuale di studenti attualmente esonerati dalle tasse moltiplicati per il costo standard per studente in corso del rispettivo ateneo.

La distribuzione dei fondi
I dati indicano una sostanziale ‘tenuta’ dei finanziamenti ricevuti dalle singole Università grazie alla clausola di salvaguardia fissata dal Ministero, che prevedeva un tetto massimo di riduzione del 2,5% rispetto al 2016. Tetto che non è stato toccato: il decremento massimo registrato è dell’1,94%. Fra le novità che hanno inciso sulla distribuzione del fondo di quest’anno, ci sono l’aggiornamento dei dati sulla qualità del reclutamento e l’attuazione del criterio dell’autonomia responsabile. Per la prima volta le variazioni di performance degli atenei sono state valutate anche sulla base di due indicatori da loro scelti a fine 2016 in relazione a didattica, ricerca e internazionalizzazione. Agli atenei è stata data la possibilità di ‘scommettere’ sulle loro peculiarità formative o di ricerca. Con un incentivo per le Università del Sud e del Centro. Le prime, a parità di risultati nei miglioramenti sugli indicatori scelti per didattica, ricerca o internazionalizzazione, si sono viste attribuire un coefficiente aggiuntivo del 20% mentre le seconde hanno avuto un coefficiente aggiuntivo del 10%.

Le novità di quest’anno hanno portato 21 atenei ad ottenere un Ffo 2017 superiore rispetto al 2016, di cui 11 al Sud (Bari Politecnico, Università di Catanzaro, Napoli Parthenope, Università degli studi de L’Aquila, Università degli studi della Campania ‘Vanvitelli’, Università di Bari, Università Chieti-Pescara, Università del Molise, Università di Foggia, Università del Sannio, Università di Salerno), 7 al Nord (Università di Bergamo, Milano Bicocca, Piemonte Orientale, Università di Ferrara, Università dell’Insubria, Milano Statale, SISSA di Trieste) e 3 al Centro (Università di Urbino, Università Politecnica delle Marche, Università per Stranieri di Siena).

Dispersione scolastica, cosa possiamo fare per prevenirla

da Il Fatto Quotidiano

Dispersione scolastica, cosa possiamo fare per prevenirla

di

Ricomincia la scuola e per molti è l’inizio di un nuovo ciclo di studi. Il passaggio a una scuola di grado superiore comporta sempre un certo livello di stress e richiede un periodo di assestamento. Non a caso, per favorire l’inserimento dei nuovi studenti, molte scuole hanno attivato negli ultimi anni programmi di accoglienza: i nuovi arrivati vengono accolti da compagni più grandi che li coinvolgono in attività ludiche strutturate, spiegano le regole della scuola, le aspettative degli insegnanti, fanno conoscere gli ambienti della scuola.

L’inserimento al liceo è un evento potenzialmente critico, in un periodo della vita considerato ad alto rischio. Alle attivazioni per il cambiamento si aggiunge anche la messa alla prova della scelta di indirizzo di studi. Molti ragazzi nel corso della terza media non manifestano ancora predisposizioni e preferenze definite, e al momento dell’iscrizione alla scuola superiore fanno scelte più legate all’amicizia, alla pressione genitoriale o, a volte, anche semplicemente alla comodità di una scuola per la sua vicinanza a casa.

In questi casi, è importante che l’inizio del nuovo corso scolastico sia monitorato e che eventuali difficoltà di rendimento non siano interpretate semplicemente come una mancanza di impegno da parte dello studente, ma analizzate, tra le altre cose, anche in relazione al grado di affinità con gli studi scelti.

La compatibilità con l’indirizzo di studi è uno degli elementi che concorrono alla costruzione di un buon percorso scolastico; si possono manifestare tante criticità che allontanato lo studente dalla scuola più o meno saltuariamente, fino ad arrivare alla dispersione scolastica, tema molto attuale oggi.

Come cercare di prevenire questa eventualità?

Monitorare l’impatto con la scuola, sia come genitori che come insegnanti, può essere utile per rendersi conto se c’è un problema: costruire prima possibile una rete di relazioni, e una buona comunicazione tra famiglia e scuola rappresenta un importante fattore di prevenzione.

In generale, la dispersione scolastica non è mai improvvisa, ma preceduta da periodi abbastanza lunghi, anche di qualche anno, in cui lo studente mette in atto comportamenti assenteisti sempre più marcati, con le più diverse giustificazioni.

Spesso, i genitori sono informati delle assenze dei figli. E’ importante che abbiano consapevolezza della natura delle loro assenze: quanto sono legate a singole situazioni contingenti (il ragazzo non è preparato per un’interrogazione o per un compito, oppure non si sente bene) e quanto impreparazione e malesseri si ripetono troppo spesso nel tempo, con assenze quindi più frequenti, e sono invece segnali di un disagio più profondo?

E’ importante che i genitori siano osservatori a distanza, che monitorino il rapporto del ragazzo con la scuola sia come qualità delle relazioni che costruisce con gli insegnanti e con i compagni, che come qualità dell’approccio allo studio; che abbiano un’idea di quale sia il livello di autostima e il sentimento di capacità personale che muove il loro ragazzo.

Quello che può allontanare i ragazzi dalla scuola, è che si ritrovino in indirizzi di studi che non gli appartengono e per i quali si sentono inadeguati.

Meglio essere pronti ad intervenire anche con un cambiamento dell’indirizzo di studi, se necessario.

Sostegno, matematica, lingue: ecco l’identikit dei 22mila docenti «introvabili» al Nord

da Il Sole 24 Ore

Sostegno, matematica, lingue: ecco l’identikit dei 22mila docenti «introvabili» al Nord

di Claudio Tucci

Alle professioni “introvabili” sul mercato del lavoro italiano rischiano di aggiungersi anche gli insegnanti. Un paradosso per un Paese che dal 2015 a oggi ha assunto a tempo indeterminato circa 150mila docenti. Senza riuscire però a trovare le 22mila cattedre che restano scoperte e che anche quest’anno sono state assegnate ad altrettanti supplenti. Ventiduemila prof di cui, per la prima volta, si conosce l’identikit: insegnano (o meglio dovrebbero insegnare) al Nord, soprattutto nelle scuole medie e superiori lombarde, piemontesi, venete, toscane, e sono abilitati in lingue, sostegno e matematica e italiano.

Il fatto è che al Nord ci sono più alunni e non abbastanza docenti, che, peraltro, per l’80% hanno una residenza di nascita al Sud. Fa riflettere il caso limite registrato in Lombardia: su 12.700 cattedre da assegnare a un insegnante di ruolo, ben 8.240 sono rimaste vuote. La difficoltà è stata quella di reperire “candidati”: nelle graduatorie a esaurimento ormai le classi di concorso più gettonate al Settentrione hanno da tempo esaurito gli iscritti (tutti regolarmente assunti a tempo indeterminato anche grazie alle immissioni degli ultimi anni). E anche i semplici abilitati sono merce rarissima: lo testimoniano i pochissimi partecipanti all’ultimo “concorsone” bandito nel 2016. In Piemonte, per fare un altro esempio, erano disponibili 552 posti per matematica e scienze. Ebbene, alla selezione si sono presentati solo 383 candidati (hanno poi superato le prove in 271, e oggi sono tutti di ruolo nelle scuole). Situazione diametralmente opposta nelle regioni meridionali: qui i candidati al “concorsone” 2016 sono stati in numero superiore ai posti effettivamente disponibili (peraltro, nel Mezzogiorno tra il 2015/2016 e il 2017/2018 gli alunni sono diminuiti di ben 91.396 unità – e ciò, ovviamente, riduce la necessità di cattedre).

A non far scappare di mano la situazione è stato, finora, il sostanziale rispetto del cronoprogramma stabilito in estate dalla ministra, Valeria Fedeli: «Sono i primi giorni di lezioni – ha sottolineato al Sole24Ore la titolare del Miur -. Le notizie che ci arrivano dagli Uffici scolastici regionali evidenziano un avvio ordinato del nuovo anno. Stiamo garantendo tutti gli insegnanti in cattedra”. Sui 51.773 posti autorizzati dal Mef a coprire stabilmente sono stati immessi in ruolo 29.686 insegnanti. I rimanenti 22.087 non rimangono vuoti: saranno coperti con supplenze lunghe (il docente porterà la classe avanti fino alla fine dell’anno) e assegnazioni provvisorie.

Su questi due fronti, si registrano sensibili miglioramenti: la “supplentite” resiste, ma quest’anno si stima che gli incarichi “lunghi” si attesteranno a circa 82.500 unità, comprese le 40mila deroghe sul sostegno; un numero elevato, ma inferiore rispetto ai 125.211 supplenti presenti in classe lo scorso anno. E comunque per la prima volta si scende sotto le 100mila unità. Anche il giro di vite sulle assegnazioni provvisorie (vale a dire, gli spostamenti vicino casa) ha sortito i suoi frutti: quest’anno hanno cambiato istituto 12.100 docenti, in netto calo rispetto ai circa 30mila insegnanti “con la valigia in mano” del 2015/2016.

Il punto è che ora bisognerà intervenire sulle “cattedre vuote”. Al Centro-Nord. A infanzia e primaria la situazione non è così grave: nel 99% dei casi gli alunni frequentanti hanno docenti di ruolo. Alla secondaria invece iniziano i problemi: al Nord, specie in Lombardia e Piemonte, le graduatorie (Gae o concorsi, è indifferente) in matematica e italiano sono esaurite. E quindi è stato necessario nominare un supplente. Situazione più o meno simile anche per le lingue straniere (francese), discipline letterarie, scienze e tecnologie informatiche.

Discorso a parte, merita il sostegno. Qui, quest’anno, erano disponibili per le assunzioni stabili 13.393 posti. Sapete quanti sono stati coperti con personale di ruolo? Appena 3.382. Ciò significa che 10.011 cattedre sono rimaste libere, e sono andate pertanto a supplenza. In diversi casi anche a professori senza titoli specifici. Ciò purtroppo accade anche perchè tanti docenti specializzati preferiscono insegnare su posto comune, e perciò appena possibile vi si spostano. Non a caso ad aprile è stato bandito da parte del Miur un nuovo corso di specializzazione sul sostegno per 9.949 posti.

«Stiamo lavorando per avere un quadro chiaro delle cattedre disponibili su tutto il territorio nazionale – ha chiosato la ministra Fedeli -. Su questi numeri bandiremo i prossimi concorsi a cattedra puntando su una programmazione efficace e una formazione di qualità. Faremo una grande operazione trasparenza. E soprattutto assumeremo docenti dove davvero servono. Garantire la continuità didattica è un obiettivo di qualità di ed è per me è valore».

Primo giorno di scuola, in Ue c’è chi inizia ad agosto

da Il Sole 24 Ore

Primo giorno di scuola, in Ue c’è chi inizia ad agosto

di Alessia Tripodi

Settembre, tempo per gli studenti di ritornare sui banchi. Ma in alcuni paesi europei la prima campanella è suonata già ad agosto. Il panorama dei calendari scolastici (e accademici) vigenti negli stati dell’Unione per il 2017/2018 è stato disegnato anche quest’anno daEurydice, che ha pubblicato due rapporti sull’organizzazione degli orari scolastici ed universitari nel vecchio continente.

In alcuni paesi scuole aperte già ad agosto
La scuola è ricominciata ad agosto in 10 Paesi Ue, con Danimarca e Finlandia tra le prime a riaprire le aule a insegnanti e docenti. In 14 stati, invece, – spiega Eurydice – l’anno scolastico è iniziato il primo settembre, in 12 la prima settimana di settembre, mentre in 10 paesi la prima campanella suona a metà settembre. Quest’ultimo è il caso – oltre che dell’Italia – di alcuni Paesi del sud dell’Europa (Cipro, Grecia, Portogallo e Turchia) ma anche di Bulgaria, Lussemburgo, Romania e Slovacchia. Come in Italia, anche in Austria, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Svizzera l’inizio e la fine dell’anno scolastico variano in base alle regioni.

Cultura e clima influenzano i calendari scolastici
Eurydice spiega che – fatta salva la pausa natalizia uguale per tutti – nell’Ue la durata e la distribuzione delle vacanze durante l’anno scolastico variano a seconda delle differenze culturali, delle tradizioni e del clima. Così, per esempio, in alcuni casi ci sono pause più lunghe e frequenti durante l’anno, mentre in altri casi i paesi preferiscono mantenere un ritmo serrato durante l’anno per regalare a insegnanti e alunni un pausa estiva più lunga.

In Italia fino al 97% dei bambini iscritto alla scuola dell’infanzia, record in Ue

da Il Sole 24 Ore

In Italia fino al 97% dei bambini iscritto alla scuola dell’infanzia, record in Ue 

La partecipazione alla scuola dell’infanzia in Italia è stata «quasi universale» nel 2015. Lo afferma l’Ocse nel report “Education at glance – Uno sguardo sull’istruzione 2017”, sottolineando che la media italiana è tra le più alte tra i paesi della zona Ocse.

Fino al 97% dei bimbi è iscritto
«I tassi d’iscrizione sono del 92% per i bambini di tre anni, del 94% per i bambini di quattro anni e del 97% per i bambini di cinque anni di età», si legge nel rapporto presentato ieri. Sempre secondo l’Ocse, il 72% dei bambini frequenta istituti pubblici e in ogni classe ci sono in media 13 alunni per insegnante. Resta bassa la spesa per le istituzioni scolastiche in questo ciclo di insegnamento: secondo i dati, infatti, nel 2014 l’Italia vi ha dedicato solamente lo 0,5% del suo Pil (6500 dollari statunitensi per studente), contro lo 0,8 di media nella zona Ocse (8700 dollari statunitensi per studente).

La svolta della ministra “Smartphone in aula dico sì, sono un aiuto”

da la Repubblica

La svolta della ministra “Smartphone in aula dico sì, sono un aiuto”

Valeria Fedeli: subito una commissione per stabilire come usarli Per Natale chiuderemo il contratto dei prof

Corrado Zunino

Ministra Fedeli, nel primo giorno di scuola li ha visti tutti quei ragazzi che entrano in classe con il loro smartphone?

«Li vedo e li frequento, i ragazzi. E so che non si può continuare a separare il loro mondo, quello fuori, dal mondo della scuola».

Quindi?

«Da venerdì prossimo una commissione ministeriale s’insedierà per costruire le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula. Entro breve tempo avrò le risposte e le passerò con una circolare agli istituti».

Cosa ne pensa dello smartphone in mano a un tredicenne?

«È uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa. Se guidato da un insegnante preparato, e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico ».

Dice che frequenta gli adolescenti, ministra, ma li conosce? Per l’Ocse il 70 per cento dei nostri ragazzi affronterà l’anno scolastico con ansia.

«Ne ho preso atto e sull’adolescenza ho creato uno dei tre gruppi di lavoro interni. Stanno incontrando associazioni e psicologi, ad ottobre organizzeranno una due giorni internazionale dedicata. Gli insegnanti, in classe, devono coinvolgerli e appassionarli. Un ragazzo può sbagliare, ma deve sapere che non è a scuola per essere giudicato, piuttosto aiutato a superare il suo limite. E deve riscoprire, in questo mondo, la qualità delle relazioni umane».

Di nuovo la ministra buonista.

Gli studenti di Terza media possono accedere all’esame «anche se mancano i livelli di approfondimento», dice una delle sue deleghe.

«Lo sa che in Consiglio dei ministri volevano che mettessi per iscritto “vietato bocciare”, vietato per legge. Ho tenuto, sono rigorosa, voglio studenti preparati. Ma c’è chi apprende in tre minuti e chi in una settimana: la scuola deve farsene carico e cercare di portare avanti tutta la classe. L’esame di Terza media sarà più leggero, non più facile».

Si studia poco il Novecento. Storia, Letteratura. Male e velocemente la cultura del Dopoguerra.

«Nel programma ministeriale c’è tutto il Novecento e ogni docente potrebbe farlo in modo completo. Autori come Grazia Deledda e Giorgio Caproni vanno fatti riemergere. Due giorni dopo che è andato in pensione ho chiamato Luca Serianni, il grande italianista della Sapienza. Gli ho chiesto di aiutarci a vivificare lo studio dell’italiano».

Come è iniziato l’anno scolastico 2017-2018, ministra?

«Non ho ricevuto una segnalazione negativa. Se i prossimi tre giorni saranno così potrete cancellare la parola “caos” dai vostri titoli sulla scuola. Guardi le carte, mi hanno risposto diciannove direttori degli uffici scolastici regionali su venti: tutte le cattedre sono state assegnate, 720mila insegnanti di ruolo e 85mila supplenti. Sono ancora troppi, ma l’anno scorso erano oltre centomila e in questa stagione saranno certi da settembre a giugno. Ne sono orgogliosa e ringrazio i sindacati che hanno aiutato questo processo».

Il contratto della scuola e gli scatti d’anzianità per i docenti universitari?

«Entro metà dicembre chiudiamo uno e l’altro, con la Legge di bilancio. Gli insegnanti scolastici dopo sette anni avranno un aumento medio di 85 euro lordi, che potrà salire per chi ha anzianità e ruoli. Nella contrattazione proporremo premi per i docenti che lavorano sul sostegno, oggi ne mancano 9.949, nelle scuole di frontiera, nell’educazione per gli adulti e per la continuità didattica in generale. Il centro della scuola restano gli studenti».

Nuovo contratto, Fedeli: si chiude a dicembre, più aumenti ai prof con anzianità e di sostegno

da La Tecnica della Scuola

Nuovo contratto, Fedeli: si chiude a dicembre, più aumenti ai prof con anzianità e di sostegno

 

Su contratto della scuola e scatti d’anzianità dei prof universitari, la ministra dell’Istruzione è ottimista: “Entro metà dicembre chiudiamo uno e l’altro, con la Legge di bilancio”.

Il concetto è espresso dalla responsabile del Miur, nel corso dell’intervista a Repubblica già ripresa dalla Tecnica della Scuola.

Fedeli conferma, come previsto dall’accordo tra Funzione Pubblica e sindacati a fine novembre 2016, che “gli insegnanti scolastici dopo sette anni avranno un aumento medio di 85 euro lordi“.

Ci sono, però, delle novità: sinora, dal ministero della PA era trapelato che gli aumenti maggiori sarebbero andati ai lavoratori con stipendi più magri.

Ora, però, la ministra non fa cenno a questa possibilità. Anzi, fa un cenno incrementi maggiori per i docenti con un numero più alto di anni alle spalle. I quali guadagnano di più degli altri, per via degli scatti automatici.

Fedeli annuncia, infatti, che l’incremento in busta paga “potrà salire per chi ha anzianità e ruoli”.

Poi entra nel merito su quali docenti riceveranno gli incentivi: nel corso della contrattazione con i sindacati, che partirà a breve, “proporremo premi per i docenti che lavorano sul sostegno, oggi ne mancano 9.949, nelle scuole di frontiera, nell’educazione per gli adulti e per la continuità didattica in generale. Il centro della scuola restano gli studenti”, ha concluso la ministra.

Secondo Fedeli, quindi, il docente di sostegno e gli insegnanti curricolari impegnati in scuole difficili (collocate ad esempio in zone con alto tasso di abbandono scolastico) o con gli adulti, meritano aumenti maggiori.

Non si comprende, invece, cosa la titolare del Miir intenda per docenti che garantiscono “la continuità didattica in generale”: forse, si tratta dei prof che non chiedono di cambiare scuola e rimangono con le stesse classi? E’ probabile, visto che il ministero in questo modo ridurrebbe l’altissimo numero di richieste di mobilità annue. Ma è solo un’ipotesi. Presto ne sapremo qualcosa di più: dicembre non è lontano.

Smartphone in classe, la ministra ci crede: a breve una circolare che spiegherà come

da La Tecnica della Scuola

Smartphone in classe, la ministra ci crede: a breve una circolare che spiegherà come

 

Il telefonino è “uno strumento che facilita l’apprendimento”. Si tratta di “una straordinaria opportunità”.

La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli conferma dunque, nell’intervista a Repubblica già ripresa dalla Tecnica della Scuola, la volontà di introdurre, nel breve periodo, l’utilizzo degli smartphone da parte gli alunni per fini didattici.

“Li vedo e li frequento, i ragazzi. E so che non si può continuare a separare il loro mondo, quello fuori, dal mondo della scuola”, per questo “da venerdì prossimo una commissione ministeriale s’insedierà per costruire le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula. Entro breve tempo avrò le risposte e le passerò con una circolare agli istituti”.

Detto questo, la Fedeli ritiene che l’opportunità dello smartphone da utilizzare per fini didattici “deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa.
Se guidato da un insegnante preparato, e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico”, conclude la ministra.
Un ragionamento che non fa una piega. Un dubbio, però, sorge: chi assicura che docenti e, soprattutto, le famiglie, sono sufficientemente pronti per guidare i giovani all’uso consapevole e corretto di smartphone e tablet?

PON, nuovi manuali su Convalida ed Emissione Attestati

da La Tecnica della Scuola

PON, nuovi manuali su Convalida ed Emissione Attestati

 

Informiamo che sono disponibili sul sito web dei Fondi strutturali europei, sotto la voce Pon Kit, Disposizioni e manuali (http://www.istruzione.it/pon/ponkit_disposizioni.html) due manuali che illustrano i passaggi per la corretta validazione e trasmissione degli attestati di partecipazione in favore dei corsisti che hanno frequentato un corso di formazione in servizio all’innovazione didattica e organizzativa di cui all’Avviso pubblico prot. 6076 del 04 aprile 2016 rivolto agli Snodi Formativi Territoriali.

I due manuali riguardano:

  • emissione attestati di frequenza “formazione all’innovazione didattica formativa”
  • trasmissione attestati di frequenza “formazione all’innovazione didattica formativa”.

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