Fido sbarca in Italia

Redattore Sociale del 15-09-2017

Fido, sbarca in Italia l’apparecchio acustico testato nella Silicon Valley

A lanciarlo sul mercato italiano è Sentosubito, un’azienda fiorentina che vuole aiutare i sordi a vivere meglio. Il dispositivo è economico e innovativo e racchiude nel suo piccolo guscio caratteristiche uniche ed esclusive.

FIRENZE. Si chiama Fido ed è il nuovo amplificatore acustico che serve a migliorare le condizioni di ascolto delle persone. A lanciarlo è Sentosubito, un’azienda fiorentina fondata grazie all’intuizione e alla voglia di rischiare di un gruppo di imprenditori toscani. L’apparecchio, già testato e venduto in America, ora sbarca anche nel nostro Paese.

Fido è stato studiato nella Silicon Valley, a poca distanza da Los Angeles. Si tratta di un dispositivo economico e innovativo che racchiude nel suo piccolo guscio caratteristiche uniche ed esclusive: il limitatore di potenza, che impedisce di superare gli 85 decibel, tutelando così il timpano da rumori dannosi e improvvisi come botti, sirene di emergenza, clacson, rumori da processi di lavorazione. Ma anche la gestione automatica dei suoni ambientali, ottimizzando così l’ascolto della parola. Vi è poi la possibilità di regolare l’amplificatore in modo semplicissimo e secondo le necessità del fruitore.

Il MIUR non riesce proprio a semplificare la vita delle scuole!

Il MIUR, nonostante tante dichiarazioni di principio, non riesce proprio a semplificare la vita delle scuole!

Ieri, 14 settembre, si è svolto presso il MIUR il previsto incontro di sintesi finale sulla semplificazione amministrativa. L’Amministrazione era rappresentata dal Vice Capo di Gabinetto, dal Capo Dipartimento per la programmazione, dal Direttore generale per le risorse umane e finanziarie, dal Direttore generale per i sistemi informativi.

Nel corso della riunione, la parte pubblica ha essenzialmente evidenziato tutti gli ostacoli che rendono difficoltoso il raggiungimento dell’obiettivo di una vera semplificazione amministrativa: la legislatura è alla fine della sua vita naturale, vi sono molte competenze intrecciate tra più Amministrazioni, il personale del MIUR e delle sue articolazioni territoriali è carente… Insomma, alla fine della riunione, sapevamo tutto sugli ostacoli alla semplificazione, ma di semplificazione nemmeno l’ombra!

Dopo ben sette riunioni tecniche, durante le quali ANP ha affrontato i molti aspetti che complicano la vita delle scuole ed ha avanzato precise richieste, abbiamo potuto sentire solo che l’Amministrazione “si impegna a…”

QUESTO NON BASTA!

La categoria non è più interessata a semplici impegni ma vuole fatti!

ANP ha contestato con fermezza l’atteggiamento “temporeggiatore” dell’Amministrazione che, non essendo riuscita ad individuare soluzioni, ha reso inutile il lavoro fin qui svolto ed ha rivelato in modo inequivocabile la mancanza di un’adeguata visione complessiva delle problematiche segnalate durante i cosiddetti tavoli di giugno e luglio. ANP ha nuovamente ribadito che le scuole sono in grande sofferenza e che il lentissimo iter del concorso per il reclutamento dei dirigenti scolastici, a fronte di circa 1700 reggenze, nonché di quello per l’assunzione dei DSGA sono chiari esempi della generale situazione di collasso del sistema.

Di fronte ad una tale evidente incapacità, da parte dell’Amministrazione, di risolvere con la dovuta celerità dei problemi seri ed urgenti e di attenuare la gravosità di una burocrazia vessatoria, diciamo BASTA con forza!

ANP invita tutti i dirigenti a continuare con la massima fermezza le azioni di protesta intraprese. L’unità della categoria è una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti:

PEREQUAZIONE
SEMPLIFICAZIONE
POTERI ADEGUATI ALLE RESPONSABILITÀ.

Persistiamo ora più che mai – tutti insieme – nelle azioni di lotta avviate con la deliberazione 2 aprile 2017 del Consiglio Nazionale ANP!

#laprotestacontinua

Vacanze scolastiche: chi ne ha di più?

Vacanze scolastiche: chi ne ha di più?

Qui a Viking, siamo orgogliosi di sapere come le culture dei nostri colleghi internazionali possono essere molto diverse, ad esempio per il modo in cui si tratta il lavoro e persino le frasi che usano quotidianamente. Queste differenze non sono una prerogativa degli adulti, dal momento che le vacanze scolastiche in diversi paesi possono determinare i periodi in cui le persone sono disponibili ed essere fonte di vera e propria gelosia intercontinentale!

Viste le differenze culturali e dei sistemi scolastici, alcuni paesi garantiscono ai loro alunni un numero maggiore di vacanze durante l’anno, mentre altri ne concedono di meno. Per esempio, il Belgio gode di ben sette giorni festivi in più rispetto a noi, mentre alla Bosnia è concesso un solo giorno di vacanza!

Chi gode del maggior numero di vacanze?

Per vedere quali paesi godono del maggior numero di giorni di riposo e come si piazza l’Italia in confronto, abbiamo ricercato tutte le festività in Europa e contato le vacanze concesse ai ragazzi in età scolare. Dunque, chi gode del maggior numero di giorni di vacanza?

Mappa dei giorni di vacanza in Europa

Alcuni paesi sono supportati da vacanze che non condividiamo in Italia, come la Pentecoste (che può garantire da un giorno ad un’intera settimana scolastica di vacanza in paesi come la Danimarca ed il Lussemburgo) e molti paesi concedono vacanze verso la fine di Maggio per il giorno dell’Ascensione.

L’Italia risulta comunque ben nove giorni al di sopra della media europea di vacanze scolastiche, con 87 giorni festivi nel corso dell’anno. Pochissime vacanze scolastiche, invece, in Repubblica Ceca, che è arrivata in fondo alla nostra ricerca con 56 giorni, mentre la Bulgaria è stata la prima in Europa con la colossale cifra di 102 giorni festivi!

Quando cadono queste vacanze?

Potrebbe sembrare ingiusto, ma quando si guarda al periodo in cui queste vacanze cadono durante l’anno, si nota che i ragazzi italiani godono di un maggior numero di giorni liberi durante l’estate, una scelta dovuta prevalentemente al clima molto caldo della penisola durante la stagione estiva, come si può vedere in basso:

Grafico vacanze scolastiche in Italia

Permutereste i giorni di vacanza estivi per averne di più a Natale? Gli studenti Bulgari hanno ben 12 settimane di vacanze estive (da Giugno ad Agosto), anche se non festeggiano il Natale, il che significa che la loro prima pausa del nuovo anno scolastico non arriva prima dell’1 Gennaio.

Cosa festeggiano gli altri paesi?

Alcuni paesi europei hanno giorni di vacanza dovuti alla celebrazione di feste nazionali che noi non abbiamo. Qui di seguito un esempio dei giorni festivi in vari paesi europei:

Ascensione – si commemora l’ascensione di Cristo, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È celebrata e concessa come giorno di vacanza in molti paesi europei tra cui il Belgio, la Norvegia, la Svezia e la Svizzera.

Autunno – molti paesi, tra cui il Regno Unito, la Germania, il Belgio e la Bulgaria celebrano l’autunno con alcuni giorni di vacanza.

Knabenschiessen – anche se non è una vacanza ufficiale, a Zurigo, le scuole (e molte aziende) restano chiuse per festeggiare questa gara di tiro al bersaglio che si tiene durante il secondo fine settimana di Settembre ogni anno. Il Knabenschiessen è uno dei festival più antichi in Svizzera, risalente al diciassettesimo secolo.

Tag der Deutschen Einheit – anche conosciuto come il Giorno dell’Unificazione Tedesca, in questa occasione la Germania festeggia l’anniversario della riunificazione della Germania Est ed Ovest avvenuta il 3 Ottobre 1990.

Carnevale – alcuni paesi come, per esempio, Malta, la Romania, il Portogallo ed il Lussemburgo, festeggiano il Carnevale con la chiusura delle scuole per alcuni giorni.

Riforniamo le scuole in tutto il mondo con i prodotti di cui hanno bisongo per funzionare e, con tutte queste festività nelle varie culture, sembra che la scuola sia sempre chiusa da qualche parte a prescindere dal periodo dell’anno!

Le novità al debutto per il 2017/18: dalle ammissione agli esami, dalla prova Invalsi alle assunzioni per i prof

da Il Sole 24 Ore

Le novità al debutto per il 2017/18: dalle ammissione agli esami, dalla prova Invalsi alle assunzioni per i prof

di Giorgio Allulli

Con l’inizio del nuovo scolastico verranno incasellate alcune nuove tessere del puzzle della riforma della Buona scuola, che prevede un ampio ventaglio di innovazioni che stanno dispiegando a poco a poco i loro effetti sul sistema scolastico italiano.
Si tratta di tessere che riguardano sia gli alunni, che il personale docente.

Per quanto riguarda gli alunni, allo scopo di avere una scuola più inclusiva, nella scuola primaria sarà possibile ammettere alla classe successiva anche in caso di livelli di apprendimento «parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione». Anche nella scuola secondaria di I grado si potrà essere ammessi alla classe successiva e all’esame finale in caso di mancata acquisizione dei necessari livelli di apprendimento in una o più discipline. Le scuole dovranno però attivare percorsi di supporto per sostenere il raggiungimento dei necessari livelli di apprendimento da parte degli alunni e delle alunne più deboli. Infine verrà rilasciata alla fine del I e del II ciclo una attestazione delle competenze chiave e di cittadinanza.

Cambierà anche l’esame finale della secondaria di I grado, per il quale si attribuirà maggiore valore al percorso scolastico effettuato. Infatti le prove si ridurranno a tre, dalle attuali cinque: lingua italiana, competenze logico-matematiche e competenze in lingue straniere; a queste si aggiungerà un colloquio per accertare le competenze trasversali, comprese quelle di cittadinanza.

La prova standardizzata Invalsi non verrà più somministrata durante l’esame, ma si svolgerà nel corso dell’anno scolastico, in forma elettronica, e non avrà più influenza sul voto finale, anche se costituirà un requisito obbligatorio per l’ammissione all’esame. Oltre alle prove tradizionali relative alle competenze linguistiche e logico-matematiche, verrà introdotta nei test una prova di inglese, per verificare e certificare le abilità di comprensione e uso della lingua inglese secondo le normative europee; alle famiglie verrà restituito un giudizio in forma descrittiva del livello di apprendimento raggiunto in italiano, matematica e inglese.

Alle novità che riguardano gli alunni si aggiungono quelle che riguardano i docenti: con il nuovo anno saliranno in cattedra gli 80.000 insegnanti vincitori del concorso varato dalla legge 107, i quali per la prima volta si sono confrontati con le nuove regole di assegnazione del posto sulla base degli ambiti territoriali e della scelta del capo di istituto. Si tratta di una innovazione profonda nel sistema nazionale di reclutamento, che si è dovuta confrontare con una lunga serie di problematiche e di difficoltà, alcune probabilmente evitabili con una migliore organizzazione, altre più comprensibili considerando l’ampiezza dell’innovazione introdotta. Resta però, in fondo a questo percorso accidentato, da valutare positivamente il fatto che finalmente nella scuola italiana si è proceduto ad assumere i docenti per concorso anziché per sanatoria: il che, dopo tanti anni, e considerando i numeri in gioco, non è assolutamente un risultato da poco.

Istat, 1 alunno su 3 va a scuola non accompagnato da un adulto

da Il Sole 24 Ore

Istat, 1 alunno su 3 va a scuola non accompagnato da un adulto

Un terzo degli alunni (fra gli 8 e i 14 anni) va a scuola senza essere accompagnato da un adulto. Lo afferma l’Istat, che – in occasione dell’avvio dell’anno scolastico 2017-18 – riferisce i dati di un’indagine multiscopo del 2014 sugli spostamenti casa-scuola di questa fascia di età. Secondo i numeri, sono 200mila i bambini e i ragazzi che percorrono un tragitto

casa-scuola, entro il chilometro di distanza, da soli o con i loro pari: il 30,3% del totale.

Nei piccoli comuni fenomeno più frequente
I ragazzi più grandi (11-14 anni), spiega l’Istat, sono come è ovvio più indipendenti di quelli più piccoli (8-10 anni): vanno a lezione da soli rispettivamente il 42,5% e il 17,3%. I ragazzi, inoltre, superano seppure di poco le ragazze: ammonta al 31,8% la loro quota rispetto al 28,3% delle coetanee.
Uno degli elementi determinanti, per l’Istat, è la dimensione demografica del comune di residenza: la percentuale di 8-14enni che si sposta senza la supervisione di un adulto sale infatti al 42,6% se risiedono in piccoli comuni (fino a 2mila abitanti). Il piccolo centro favorisce soprattutto la mobilità indipendente dei più piccoli (il 79,5% dei bambini), mentre nell’area metropolitana sono i ragazzi più grandi a muoversi maggiormente da soli (il 49,7% nei centri e il 73,4% nelle periferie).

Nei grandi centri autonomia penalizzata
È nei grandi comuni (oltre 50mila abitanti) che, secondo l’Istat, è più penalizzata l’autonomia di bambini e i ragazzi: qui soltanto il 22,4% non viene accompagnato a scuola da un adulto. Alcune condizioni e comportamenti che connotano la vita degli alunni e studenti e della sua famiglia, poi, influiscono sulla propensione ad andare a scuola da soli: sono il 42,1% tra quelli che svolgono i compiti in autonomia; il 37% di quanti si preparano da soli per uscire; il 31,2% se hanno almeno un fratello o una sorella. Infine, nelle famiglie che non possiedono un’automobile, la percentuale di “autonomi” raggiunge il 47,7 per cento.

La fuga dei giovani costa un punto di Pil

da Il Sole 24 Ore

La fuga dei giovani costa un punto di Pil

di R.Boc.

«Va sfatata l’assunzione che il recupero del mercato del lavoro sia la cenerentola del quadro economico». Il capo economista del CsC (Centro studi Confindustria) , Luca Paolazzi, tiene a sottolineare che i miglioramenti sul versante dell’occupazione sono stati consistenti: il numero delle persone occupate nell’estate del 2017 è tornato sopra i 23 milioni, sui livelli del 2008 e a fine 2018 vi saranno 160 mila occupati in più rispetto alla data d’inizio della grande crisi. Se invece si fanno i conti a partire dal 2014 (cioè subito dopo il punto di minimo raggiunto dall’occupazione in Italia) si vede che a fronte di una crescita cumulata del 3% nel Pil le persone occupate sono aumentate del 3,7%(+815 mila) e sono cresciute del 3,7% anche le unità di lavoro per anno (Ula) mentre il monte ore lavorate è salito del 4,3 per cento.

Tutto bene allora? Non esattamente. Da un lato, infatti, ha ricordato Paolazzi, resta assai elevato il numero delle persone a cui il lavoro manca, in tutto o in parte: si tratta di ben 7,7 milioni di persone(erano 8,1 nel 2014), se si considerano tutti insieme i disoccupati, il lavoratori scoraggiati e coloro che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma hanno solo un part-time. Dall’altro lato, ha detto il chief economist di viale dell’Astronomia «il vero tallone d’Achille è l’occupazione giovanile». È su questo terreno che la crisi ha picchiato durissimo, visto che tra il 2008 e il 2014 il tasso di occupazione è sceso di 8,6 punti percentuali nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni(da 24,2% a 15,6%) e di 12,6 punti nella fascia tra i 25 e i 29 anni(da 64,3% a 51,7%) mentre il calo medio complessivo è stato di 2,9 punti. Accanto a una forte riduzione del benessere di queste generazioni questo fenomeno può abbassare l’intero potenziale di crescita dell’economia italiana, in un paese che invecchia e che di giovani al lavoro avrà un disperato bisogno nei prossimi decenni(nel 2060 vi saranno 62 individui ultrassessantacinquenni ogni 100 persone in età da lavoro).

Senonché, invece di allargare la platea dei “lavoratori di domani” nel nostro paese si va intensificando il fenomeno dell’emigrazione all’estero dei giovani per motivi di lavoro: il 51% di chi ha spostato la residenza all’estero fra il 2008 e il 2015 aveva un’età compresa fra i 15 e i 39 anni: si tratta di ben 260 mila persone. Ora, qualunque genitore sa che allevare e offrire un’educazione completa a un figlio fino a 25 anni costa caro. Ma Confindustria ha fatto qualche calcolo più preciso: se si stima questa spesa familiare intorno ai 165 mila euro, è come se l’Italia con l’emigrazione dei giovani avesse perso in questi anni 42,8 miliardi di euro di investimenti in capitale umano. Nel solo 2015 la spesa delle famiglie più quella sostenuta dallo Stato per la formazione dei giovani che hanno lasciato il Paese, è stata complessivamente pari a 14 miliardi, ovvero un punto di Pil. È un’emorragia da fermare al più presto, sottolinea Confindustria, se si ha a cuore il potenziale di sviluppo e di innovazione del paese, che in definitiva è il motore della produttività.

“Il sabato si va a scuola” Il Tar adesso boccia anche la settimana corta

da la Repubblica

“Il sabato si va a scuola” Il Tar adesso boccia anche la settimana corta

Accolto il ricorso dei genitori di un liceo scientifico di Roma Il consiglio d’istituto aveva preso la decisione a maggioranza

Liana Milella

Due righe, in una decisione del Tar del Lazio, rivoluzionano l’anno scolastico del liceo scientifico Aristotele di Roma, notissimo istituto dell’Eur. Sei giorni a scuola, dal lunedì al sabato, anziché solo cinque, dal lunedì al venerdì, la settimana corta. Come, da oltre un triennio, avviene ormai in moltissime scuole italiane, per risparmiare sulle spese e per consentire ai ragazzi di garantirsi un week end lungo con la famiglia. Invece al liceo Aristotele, per tutto quest’anno, i giorni di lezione saranno sei, perché il Tar, solo sospendendo una decisione del Consiglio d’istituto, ha bloccato le lezioni spalmate in 5 giorni. Una novantina di famiglie avevano fatto ricorso, ma ovviamente la decisione varrà per tutta la scuola, anche per chi non è affatto d’accordo con i ricorrenti.

Ancora una volta i Tar – che l’ex premier Renzi aveva giurato di voler riformare radicalmente dopo la bocciatura dei direttori stranieri dei più importanti musei – diventano protagonisti di una storia di ordinario contrasto che potrebbe essere risolta anche senza ricorrere alla giustizia amministrativa.

Un potere eccessivo e invasivo? Un’inevitabile e obbligatoria tutela garantita dalla legge? Fatto sta che al liceo Aristotele il caso è diventato esplosivo, soprattutto per le sue conseguenze.

Ma stiamo ai fatti, considerando che il Tar del Lazio, il 31 agosto, con quattro paginette firmate dal presidente Giuseppe Sapone, dal consigliere estensore Pierina Biancofiore, e dal consigliere Antonino Masaracchia, sospende – senza portare alcuna motivazione – la scelta del Consiglio d’istituto, assunta l’11 luglio a maggioranza, di limitare i giorni di scuola a cinque.

Ma perché il Tar sospende la decisione? L’esigua ordinanza non lo dice. Per conoscere nel merito le ragioni bisognerà aspettare il 16 gennaio, quando i giudici amministrativi si riuniranno ed esamineranno nel merito il corposo ricorso – ben 45 pagine – presentato dall’avvocato Alfredo Del Vecchio, a nome di 94 genitori di altrettanti alunni, che contestano soprattutto una scelta assunta solo a maggioranza dal Consiglio d’istituto, che cambia le regole in corso d’opera, all’interno di un ciclo di studi, quando magari le famiglie degli alunni avevano scelto l’Aristotele, anziché un’altra scuola, proprio perché lì i giorni di lezione alla settimana erano sei, e non cinque.

Peccato che a quel punto – e anche se la decisione dovesse essere favorevole a chi opta per la settimana corta – l’anno scolastico dell’intero liceo scientifico Aristotele sarà obbligatoriamente spalmato sulla settimana lunga. Una volta decisa la scansione delle lezioni, gli orari, l’intreccio dei professori, sarà praticamente impossibile rivoluzionare tutto e passare ai cinque giorni.

Senza contare che i tempi del Tar saranno sicuramente più lunghi. Fatta l’udienza il 16 gennaio, bisognerà attendere la decisione, che coincide con la scrittura dell’ordinanza. E c’è da scommettere che, in un caso divenuto così delicato, e per giunta su un tema che va ben oltre il singolo liceo romano, i giudici romani del Tar non vorranno perdere l’occasione per scrivere una sentenza ben motivata e argomentata. Che “faccia scuola”. E che magari richiederà anche un paio di mesi per essere redatta. A quel punto saremo giunti a marzo, a tre mesi dalla fine delle lezioni, e comunque vada avranno vinto i 94 genitori ricorrenti che sono contrari ai cinque giorni, anche se magari, nel merito, il Tar dovesse invece dar ragione a chi, all’interno del Consiglio di istituto, aveva scelto l’opzione dei cinque giorni.