Disabilità: Convenzione ONU e Santa Sede

Disabilità: Convenzione ONU e Santa Sede

 

Andrea Stella è ormai noto alle cronache come il velista con disabilità che gira il mondo a bordo del suo catamarano Lo Spirito di Stella. Una imbarcazione priva di barriere e adattata che gli ha consentito di perseguire il suo progetto Wheels on Waves (WoW): solcare i mari per promuovere i diritti delle persone con disabilità.

Con sé ha portato, oltre alla passione, il testo della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, proponendola in ogni angolo del globo e consegnandola a istituzioni e autorità.

E proprio in questi giorni Andrea ha raggiunto due personalità di indubbio carisma, fascino e autorevolezza: Papa Francesco e il Dalai Lama.

In particolare la consegna della Convenzione ONU al Santo Padre evoca nel movimento delle persone con disabilità, credenti o meno, non poche aspettative.

Oltre alla soddisfazione per i due storici incontri che riaprono il tema del rapporto fra disabilità e confessioni religiose, Vincenzo Falabella, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, osserva: “La Santa Sede non ha ancora ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Il gesto di Andrea Stella e l’Udienza con Papa Francesco può forse rappresentare l’occasione per riprendere il filo di una riflessione che potrebbe generare profondi cambiamenti sia in termini pastorali che, quindi, culturali. Contare sulla condivisione ideale e formale della Chiesa attorno ai diritti e all’inclusione così come profilati dalla Convenzione ONU sarebbe di sicuro impatto su di una comunità che non conosce confini nazionali. La temperie attuale e le grandi aperture di Papa Francesco su temi sensibili ci fanno ben sperare in positive evoluzioni.”

Leggere e scrivere, ma anche…

Leggere e scrivere, ma anche…

di Maurizio Tiriticco

…parlare, ascoltare e transcodificare. Non aggiungo il far di conto né quel “far di canto” che piace tanto a Berlinguer, operazioni che comporterebbero altri discorsi. “La scuola deve essere il luogo dove gli studenti vengono allenati a riflettere su quello che scrivono, cosa che nemmeno gli adulti fanno quando scrivono in Facebook. E gli effetti sono sotto gli occhi di tutti”. Lo scrive Luca Serianni su “la Repubblica” di oggi. FB potrebbe essere una gigantesca palestra in cui chi interviene ha una importante occasione per migliorare il suo linguaggio, ma… purtroppo è uno strumento usato male… nessuna attenzione per la costruzione del pensiero, per l’ortografia, per la punteggiatura, ecc. Quando, invece, scrivere bene, o meglio, cercare di scrivere bene, ha un significato e un valore non tanto per il rispetto formale della lingua, quanto per la necessità di dovere esprimere con la massima chiarezza il proprio pensiero. Quando insegnavo, evitavo la cosiddetta lezione cattedratica, PERO’, a volte vi ricorrevo (cercavo di parlare con chiarezza e con le opportune cadenze) e invitavo gli alunni ad essere attenti e a prendere appunti. Quando poi confrontavamo collegialmente gli appunti, emergevano le grandi differenze, tra alunno e alunno, su quello che possiamo chiamare l'”ascolto intelligente”. E l’analisi collettiva di queste differenze aiutava tutti a migliorare l’ascolto, la comprensione, il linguaggio! Dico tutti! Anche me! Guai se un insegnante è convinto di esprimersi sempre con la dovuta chiarezza, soprattutto in considerazione delle diverse classi di età degli alunni.

Nessuno – ma soprattutto chi insegna – dovrebbe “parlare come pensa”, come si suol dire, ma parlare sempre tenendo conto anche e soprattutto del contesto comunicativo in cui si opera. E tale attenzione non deve essere soltanto dell’insegnante, ma di ogni parlante/ascoltante. E’ un’attenzione che in genere si adotta quando si debbono dare “brutte notizie”, o formulare dichiarazioni di amore! In effetti è un’attenzione che, invece, dovrebbe adottarsi sempre! Purtroppo, oggi sembra che accada il contrario! Non so da che cosa dipenda. I mezzi di comunicazione si sono moltiplicati! Sono lontanissimi i tempi del telefono e della radio, strumenti considerati allora pressoché miracolistici! Ormai i mezzi della comunicazione interpersonale sono largamente diffusi, e nelle mani – anzi nelle dita sempre mobilissime – di tutti, anche dei nostri bambini, abilissimi ad impadronirsene e ad utilizzarli meglio di noi! E non passa giorno che non nasca uno strumento nuovo! Ed io temo veramente, invecchiando ogni giorno di più, di esserne prima o poi tagliato fuori! Ed oggi, se sei tagliato fuori da questo gigantesco “campo di comunicazione” è come se non esistessi!

Le sei funzioni della comunicazione interpersonali – penso a Roman Jakobson, il grande formalista russo – o quelle del linguista americano Charles W. Morris, per non tirare in ballo la filosofia analitica inglese, con la teoria degli spech acts di John Searle, costituiscono l’esito fortunato di tutta una serie di ricerche sulla funzione della parola, detta o scritta, soprattutto quando agiscono due interlocutori. Quando poi l’interlocuzione si svolge in un’aula, con un certo numero di soggetti della stessa classe d’età, guidata, controllata, orientata dalla funzione leader svolta dall’insegnante, le “cose” si complicano, e come! La questione, quindi non è tanto “meno temi e più riassunti”, pur tenendo conto che il titolo di un giornale non è mai rappresentativo od esaustivo del pensiero dell’intervistato, bensì di tutto l’insieme del come si parla, si ascolta, si legge e si scrive in un’aula scolastica, dove l’esito di un apprendimento efficace dipende in larga misura dal “campo di comunicazione” che si crea tra tutti i soggetti coinvolti, del quale il responsabile, conduttore e animatore, è pur sempre l’insegnante! Ed il controllo attivo delle interlocuzioni comunicative verbali e non verbali in un’aula in cui apprendono soggetti in età evolutiva è enorme. Ma oltre il controllo c’è soprattutto la sollecitazione!

Un controllo, comunque, che non è affatto facile, perché non si esercita solo sulle codifiche linguistiche” – il parlare e lo scrivere – dei singoli alunni, ma anche e soprattutto sulle transcodifiche! Ma che cos’è la transcodifica? Ciò che comunemente avviene quando, ad esempio, si trasferisce in una operazione scritta ciò che si “codifica” con il sentire, con il pensare e con il dire! Ovviamente il termine transcodificare indica anche operazioni più nobili, se si può dir così! L’Infinito leopardiano è una transcodifica di tutta quella ricca serie di emozioni e di pensieri che una semplice siepe può suscitare in un animo così ricco e complesso come quello del giovane Giacomo, poco più che ventenne. La transcodifica, quindi, sta ad indicare il passaggio da un codice a un altro! Una canzone d’amore o un inno di battaglia o un salmo religioso sono transcodifiche di altrettanti sentimenti, per altro così diversi l’uno dall’altro.

In conclusione, in presenza della “carica dei Seicento”, o meglio della lettera dei 600 professori universitari che lamentano un “Italia in declino”, in forza di tesi di laura sgrammaticate, e della puntualizzazione che ne è seguita da parte di Maria Lo Duca, penso che forse sarebbe il caso di prestare anche una doverosa attenzione alle modifiche che sono in atto nella lingua parlata e scritta, e non solo del nostro Paese, indotte da una vera e propria diffusione di massa di strumenti che solo fino a qualche anno fa erano impensabili! Ricordo solo la mia grande emozione quando per la Prima Comunione – ed ero già grandicello – mi regalarono la “penna stilograficaaa”!!!

La lingua è una “cosa viva” ed è soggetta a continui cambiamenti. E non c’è una lingua “migliore” di un’altra! Del resto, non occorre meravigliarsi! La stessa Divina Commedia – quella scritta da un certo Dante Alighieri, considerato oggi tra i padri della nostra lingua – non fu sempre considerata per quella che è! Piacque un po’ nell’epoca barocca, quando “è del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia” E allora indubbiamente la Commedia faceva stupore! Solo nell’Età romantica la si poté recuperare e considerare in tutta la sua grandezza!

Per concludere, penso che oggi stiamo assistendo a fenomeni veramente dirompenti in materia di comunicazione linguistica. Tout casse, tout passe, tout lasse! Applichiamo questo pensiero a ciò che avviene in materia di comunicazione, e non solo linguistica. Si viaggia sempre più e sempre più lontano e le coordinate spazio/temporali in cui ciascuno di noi in genere “si ritrova” sono messe in seria discussione. Chi si occupa di linguaggio e chi insegna ad apprenderlo deve tenere ben ferma la barra del timone, ma considerare anche che la nave corre sempre più veloce. E fare i conti ogni giorno con questa realtà in progressivo cambiamento non è affatto facile! Soprattutto per chi insegna.

La svolta di Mister italiano: “Dalle medie alla maturità meno temi e più riassunti”

da Repubblica

La svolta di Mister italiano: “Dalle medie alla maturità meno temi e più riassunti”

Parla Luca Serianni, il linguista che guiderà la task force istituita del ministero per arginare le carenze degli studenti

di ILARIA VENTURI

MENO TEMI e più riassunti in classe. Per “allenare i ragazzi a strutturare un testo”. E dare loro più parole a disposizione per “aumentare il loro lessico” ora compresso in un tweet e nel linguaggio abbreviato dei social e degli smartphone. Luca Serianni, tra i maggiori linguisti italiani, lancia la sfida nel suo nuovo incarico ministeriale come consulente per l’apprendimento della lingua italiana. “Per me sono queste le carenze più gravi a cui porre rimedio”. Il docente di storia della lingua italiana a La Sapienza guiderà una task force del Miur, composta anche da esperti di Invalsi e insegnanti di liceo, per arginare le carenze linguistiche degli studenti alle medie e superiori, dopo l’allarme dei 600 intellettuali e universitari lanciato lo scorso febbraio: “Scrivono male in italiano, servono interventi urgenti”.

Quali obiettivi vi siete dati professore?
“Partiremo dalla fine e cioè lavoreremo sulla rivisitazione delle prove d’esame: prima lo scritto di italiano di terza media, poi quello della Maturità. L’idea è quella di introdurre la tipologia testuale del riassunto”.

Che senso ha riformare gli esami e non prima i programmi di italiano?
“Partiremo dalle prove d’esame perché è la condizione per orientare il percorso formativo degli insegnanti. Non posso fare l’elogio del riassunto se poi all’esame non c’è, indebolirebbe la sua introduzione nel programma scolastico”.

Perché il riassunto secondo lei è la chiave da cui partire?
“Il riassunto non è un esercizio banale, ma ha un peso importante. Si tratta di rendere in modo efficace un testo di partenza senza sbrodolare, gerarchizzando le informazioni. Gli studenti hanno l’ingenua convinzione, quando fanno un tema, che più si scrive e meglio è. La sintesi invece è una dote importante, anche perché in genere il risultato di quanto scriviamo non è “Guerra e pace” di Tolstoj”.

Dunque allenare i ragazzi alla sintesi di un testo per alzare il loro livello di scrittura?
“Voglio essere chiaro: non è che tutti i ragazzi devono diventare scrittori o usare la scrittura per professione. Saranno piuttosto chiamati a interpretare ciò che li circonda nel mondo, a comprendere un testo, sia esso un modulo, una circolare, un documento. La capacità di strutturare un discorso e di riconoscere se è ben fatto è fondamentale, ci sottrae dall’essere in preda del primo imbonitore. Per me un’urgenza è questa: daremo indicazioni su come sviluppare le capacità di argomentazione e cioè su come dominare i connettivi del discorso, l’uso dei quindi, degli infatti e dei perché “.
Come si può fare?
“Intanto occorre evitare di caricare i testi letterari di un compito che non hanno: non si fa il riassunto dell’Infinito di Leopardi. Semmai vanno introdotti testi differenti, anche articoli di giornali “.

I ragazzi mediamente leggono poco, è anche questa una causa della loro in capacità di scrittura?
“Non solo. È ingenuo pensare che leggendo molto si impari a scrivere e a riflettere sulla lingua, questo vale per adulti colti non per i ragazzi”.

Lei parla anche di un’altra urgenza: il lessico.
“I ragazzi hanno un bagaglio limitato di parole. Conoscono forse il significato di evincere o di tergere? Non credo. Su questo occorre lavorare, ci sono esercizi specifici per abituarli a un lessico più centrato e ricco. Senza per questo demonizzare i nuovi linguaggi. Ma la scuola deve essere il luogo dove gli studenti vengono allenati a riflettere su quello che scrivono, cosa che nemmeno gli adulti fanno quando scrivono in Facebook. E gli effetti sono sotto gli occhi di tutti”.

E l’ortografia non è un’urgenza?
“L’errore ortografico ti espone alla presa in giro, fa scattare una sorta di sanzione sociale. Non interverremo su questo nello specifico, daremo piuttosto qualche indicazione per fissare con nettezza quali regole, da apprendere alla primaria, sono irrinunciabili: penso all’uso degli accenti e dell’acca non fonetica, all’eliminazione di alcune forme dialettali. Da Roma in giù, per esempio, può capitare di scrivere legittimo con due “g”. Ma è un lavoro da fare alla scuola primaria “.

Nel parlare di declino dell’italiano si è arrivati, a cascata, a dare la colpa proprio ai maestri di primaria.
“Trovo poco divertente il gioco dello scaricabarile. Ci sono più fattori che chiamano in causa un po’ tutti. La giornata tipo di un adolescente è più ricca di impegni e attività, dobbiamo accettare che il tempo tradizionale di scuola si è ridotto. E si è allargata la platea di chi frequenta le superiori: questo ha qualche costo in termini di preparazione. Ma non parlerei di sfascio o declino, piuttosto di elementi di criticità che possono essere corretti. Per farlo ci siamo dati il tempo di un anno di lavoro”.

Scuola, i supplenti annuali scendono a 82.500

da Il Sole 24 Ore

Scuola, i supplenti annuali scendono a 82.500

di Claudio Tucci

La “supplentite” nella scuola italiana – il nuovo anno si aperto ufficialmente, da Milano a Palermo, la scorsa settimana – non è stata ancora debellata; resta su livelli piuttosto elevati, ma per la prima volta, da cinque anni a questa parte, si riuscirà a scendere sotto quota 100mila. Secondo le prime stime che arrivano dal ministero dell’Istruzione gli insegnanti precari, che firmeranno un contratto “annuale”, saranno circa 82.500, in forte calo rispetto ai 125.211 conteggiati nel 2016/2017 (nel 2013/2014 si veleggiava a 116.719 unità). Una riduzione su cui ha inciso, anche, la stabilizzazione di cattedre, autorizzata nei scorsi mesi dal Mef (i posti di “adeguamento” dell’organico dell’autonomia sono stati, alla fine, 18.762); e che sarebbe potuta essere più consistente se delle 51.773 cattedre disponibili per le immissioni in ruolo 2017/2018 ne sono state coperte appena 29.686, lasciandone, quindi, libere oltre 22mila, che ora, pertanto, andranno a un supplente.

Gli Uffici scolastici regionali stanno ultimando le chiamate dei docenti precari dalle prime fasce (le “Gae”, le Graduatorie a esaurimento); dopo di che toccherà alle singole scuole coprire i posti ancora scoperti attingendo dalle seconde (docenti abilitati) e terze fasce (non abilitati) delle graduatorie d’istituto. Il crono programma definito quest’estate dalla ministra, Valeria Fedeli, che ha anticipato almeno di un mese tutte le operazioni, sta tutto sommato funzionando: entro settembre le 82.500 supplenze “lunghe” dovrebbero essere coperte. E si sono riusciti a limitare (per quanto possibile) anche i disagi causati agli studenti dagli spostamenti dei prof a inizio delle lezioni. Il tema, si ricorderà, esplose lo scorso anno, soprattutto al primo ciclo, con una serie di insegnanti in cattedra per alcuni giorni, e poi trasferiti altrove con le operazioni di assegnazione provvisoria. Un “valzer” che andò avanti, in alcune regioni, fino a dicembre. Ebbene, su questo fronte, quest’anno la situazione sembra essere migliorata, complice anche il ritorno a regole più rigide. Gli spostamenti “vicino casa” hanno interessato 12.100 docenti, in discesa rispetto ai circa 30mila del 2016/2017.

Quasi la metà delle 82mila supplenze “lunghe” sono “deroghe sul sostegno”, legate cioè all’incremento degli alunni con disabilità, passati da 224.509 studenti del 2016/2017 agli attuali 234.658 (ciò – inevitabilmente – ha fatto salire pure i posti di sostegno, che adesso sfiorano i 139mila). Qui la situazione è piuttosto complicata. Quest’anno le cattedre disponibili per le assunzioni stabili erano 13.393. Ebbene, sapete quante assunzioni ci sono state? Appena 3.382. Lasciando, così, libere 10.011 cattedre che ora andranno coperte con assegnazioni e utilizzazioni provvisorie o, appunto, con supplenti.

Il punto è che molti insegnanti specializzati (su posto di sostegno) preferiscono salire in cattedra su posto comune e, dunque, appena possibile vi si spostano. Ciò determina una carenza cronica di personale: non a caso il Miur, ad aprile, aveva fatto partire un nuovo corso di specializzazione sul sostegno per 9.949 posti. L’assenza di insegnanti specializzati è un tema da affrontare al più presto: in diversi istituti infatti si stanno chiamando supplenti di sostegno provenienti da altre materie (senza specializzazione, quindi). Una criticità, seria, per gli alunni.

Come cambiano le prove Invalsi nel primo e secondo ciclo

da Il Sole 24 Ore

Come cambiano le prove Invalsi nel primo e secondo ciclo

di Laura Virli

L’anno scolastico parte con l’Invalsi protagonista e pronto a rivestire un ruolo determinante per il miglioramento del sistema di istruzione in Italia. Varie le novità introdotte con il Dlgs n. 62/2017, attuativo della legge 107 sul tema della valutazione e degli esami di Stato. Cosa cambierà?

Test d’inglese nel primo ciclo
Per la prima volta in Italia, già da quest’anno scolastico, a fianco della prova di italiano e di matematica, nelle classi V della scuola primaria e III della scuola secondaria di primo grado, saranno introdotte, prove sulle abilità di comprensione e uso della lingua inglese, coerenti con il quadro comune di riferimento Europeo per le lingue, eventualmente in convenzione con gli enti certificatori.

Via le prove Invalsi dall’esame di Stato conclusivo del primo ciclo
Nell scuola media, i test Invalsi non faranno più parte dell’esame e quindi il voto non farà media. Le prove saranno effettuate in un altro momento dell’anno scolastico, presumibilmente ad aprile, e con la sola funzione di requisito obbligatorio di ammissione all’esame.

Test invalsi al quinto anno delle superiori
Dal 2018-2019 i test Invalsi sbarcheranno anche in quinta superiore, in aggiunta alle normali prove somministrate al secondo anno. Tali verifiche si svolgeranno durante l’anno.
In aggiunta alle prove di italiano e di matematica, sarà introdotto l’accertamento dei livelli di apprendimento nella lingua inglese.
I risultati saranno indicati, in forma descrittiva, in una specifica sezione del curriculum dello studente allegato al diploma finale.

Casi particolari
Per gli alunni risultati assenti alle prove per gravi motivi documentati, valutati dal consiglio di classe, sarà prevista una sessione suppletiva
Gli studenti con disabilità e DSA non saranno esclusi dall’obbligo di partecipare ai test.
I candidati privatisti, per essere ammessi all’esame di Stato di primo e secondo ciclo, dovranno partecipare alle prove Invalsi.

Il coinvolgimento dei docenti
Nella norma previgente si leggeva «le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria d´istituto, alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti degli studenti». Ora il Dlgs è molto più chiaro – «le azioni relative allo svolgimento delle rilevazioni nazionali costituiscono per le istituzioni scolastiche attività ordinaria d’istituto». Non ci sono dubbi: i docenti avranno l’obbligo di occuparsi dei test Invalsi. Questo basterà per smorzare le polemiche di questi ultimi anni? E’ anche vero che, grazie alla sperimentazione compiuta in questi anni dall’Invalsi, le prove saranno computer based, modalità che solleverà i docenti da compiti meramente adempitivi.

Mattarella e Fedeli a Taranto per “Tutti a scuola 2017”. Diretta Rai1

da La Tecnica della Scuola

Mattarella e Fedeli a Taranto per “Tutti a scuola 2017”. Diretta Rai1

 

Domani, lunedì 18 settembre, alle ore 11, inaugurazione ufficiale dell’anno scolastico da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La  cerimonia «Tutti a scuola 2017» si svolgerà all’interno del plesso Falcone dell’istituto comprensivo Pirandello, teatro di una decina di raid vandalici negli ultimi mesi. Due scuole che si trovano nel rione Paolo VI, considerato un po’ il quartiere satellite dell’Ilva, in cui risiede l’ultima generazione operaia.
Alla cerimonia, che sarà trasmessa in diretta su Rai Uno, condotta da Teresa Mannino parteciperanno il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli e una rappresentanza di studenti di scuole provenienti da tutta Italia.
Accanto ad esponenti di spicco del mondo dello spettacolo, della cultura e dello sport , si esibiranno studenti di alcune scuole d’Italia. Ci piace segnalare fra queste scuole, in quanto conterraneo della nostra testata, il I Circolo Didattico De Amicis di Avola (Siracusa) selezionato dal MIUR, dalla Rai e dagli organizzatori della Cerimonia che fanno capo alla Presidenza della Repubblica fra più di mille scuole primarie

Riforma contestata, Fedeli: abbiamo sbagliato a non coinvolgere i docenti

da La Tecnica della Scuola

Riforma contestata, Fedeli: abbiamo sbagliato a non coinvolgere i docenti

 

“Non si può avere investito risorse e assunto 100mila persone e avere tutto il mondo della scuola contro: evidentemente qualcosa dobbiamo avere sbagliato”.
La ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ripercorre un concetto espresso più volte dall’ex premiere Matteo Renzi. La responsabile del Miur lo fa alla Festa del Pd di Reggio Emilia rispondendo alla domanda se il Governo avesse sbagliato nel metodo con cui è stata approcciata la riforma della scuola.

“Io penso – ha tenuto a dire la ministra – che una delle ragioni è che quando si vogliono fare dei cambiamenti, bisogna coinvolgere gli interlocutori con un confronto vero sugli obiettivi e sulla qualità della proposta. Nel momento in cui tu condividi l’obiettivo è molto più facile trovare i punti di sintesi”.
Nessun riferimento è stato fatto, come nel caso di Renzi, ai contenuti della riforma. Per entrambi, quindi, si è tratto più di un problema di comunicazione che di provvedimenti sbagliati.