Il 10 novembre scioperano la Scuola, i Trasporti, la Sanità, il Pubblico Impiego e il Lavoro Privato

Il 10 novembre scioperano la Scuola, i Trasporti, la Sanità, il Pubblico Impiego e il Lavoro Privato contro le politiche economiche e sociali del governo e la sua Finanziaria

Manifestazioni in molte città, a Roma al MIUR (ore 9.30) e al Parlamento (ore 11.30), al Ministero della Salute (ore 9)

Il 10 novembre, indetto dai COBAS e da altre strutture del sindacalismo alternativo, si svolgerà lo sciopero di tutto il lavoro dipendente,dalla Scuola ai Trasporti, dalla Sanità alle Telecomunicazioni, nel Pubblico Impiego e nel Lavoro privato. Si svolgeranno manifestazioni in molte città e in particolare a Roma al MIUR (ore 9.30) con i lavoratori/trici della Scuola e Università e gli studenti; al Ministero Salute (ore 9); e alle ore 11.30 a Montecitorio, davanti al Parlamento, per tutti i lavoratori/trici, studenti e alcuni Centri sociali.

Nella Scuola, lo sciopero si oppone alle intollerabili proposte governative che prevedono per docenti ed ATA, dopo 10 anni di blocco contrattuale, un’elemosina di 50 euro mensili, mentre per i presidi un aumento di 500 euro, sancendo così il loro ruolo “padronale” che dà luogo a soprusi continui verso chi non si piega alle logiche aziendalistiche. Inoltre, i lavoratori/trici sciopereranno contro l’obbligo assurdo di 400/200 ore di Alternanza scuola-lavoro, grottesca forma di addestramento al lavoro gratuito; contro i quiz Invalsi e la chiamata diretta e i “bonus” decisi dai dirigenti per formare una “corte” di succubi; per aumenti che recuperino almeno il 20% di salario  perso nell’ultimo decennio; per l’immediata assunzione dei vincitori del concorso, degli abilitati e dei precari con tre anni di servizio su tutti i posti disponibili in organico; per il potenziamento degli organici ATA, le immissioni in ruolo sui posti vacanti e il ripristino delle supplenze temporanee.

In generale, i lavoratori/trici di tutte le categorie sciopereranno contro le politiche fiscali e previdenziali del governo e l’innalzamento dell’età pensionabile; per dire basta con la distruttiva “austerità”, con la precarietà dilagante del lavoro, i sotto-salari e la piaga delle “esternalizzazioni”, dei tagli e degli appalti nella Sanità, Autonomie locali e servizi pubblici, basta con le privatizzazioni delle strutture pubbliche e dei Beni comuni; per contratti nel Pubblico Impiego che facciano recuperare ai lavoratori/trici almeno quanto perso (il 20%) per il lunghissimo blocco e difendano i diritti dei lavoratori (ferie, malattie, congedi, riposi); per la copertura delle carenze di organico nelle strutture e nei servizi pubblici; per il ripristino della tutela contro i licenziamenti illegittimi  cancellata dal Jobs Act; contro il monopolio della rappresentanza assegnato da tutti i governi ai sindacati concertativi, per il diritto di assemblea per tutti i lavoratori/trici e sindacati e una scheda nazionale alle elezioni RSU per misurare la rappresentatività sindacale nei vari comparti pubblici e privati; per difendere il diritto di sciopero contro tutti i tentativi di annullarlo o ridurlo ulteriormente.

Piero Bernocchi  portavoce nazionale COBAS

La categorizzazione sociale della conoscenza

La categorizzazione sociale della conoscenza: contro ogni fenomenologia del razzismo nella scuola pubblica

di Mariacristina Grazioli

La domanda è per certi versi drammatica, se non fosse così attuale e pertanto connotata dai caratteri della preoccupazione istituzionale. Esiste una categorizzazione della conoscenza che nella scuola pubblica – implicitamente – propende per una cultura della diseguaglianza, a sostegno di gruppi di apprendimento “chiusi” e a discapito delle politiche di lotta alla discriminazione?

Non esiste una vera risposta alla domanda, ma una serie di riflessioni forse non del tutto capaci di esprimere con verità e sincerità la necessità della scuola pubblica di agire, oggi più che mai, nei limiti e nelle “virtù” dettate dal principio di uguaglianza formale dell’articolo 3 della Costituzione. D’altra parte tra i diversi scenari di “differenziazione per difetto” elencati nella carta costituzionale, la “razza” è spesso attaccata come concetto non più in linea con i più moderni orientamenti. 1)

Il razzismo è una parola desueta perché la società attuale ha agito una sterilizzazione del problema azionando una rimozione; oggi la scuola volge maggiore attenzione all’idea di non discriminazione connessa al comma 16 dell’art 1 delle legge di Riforma 107/2015. 2)

Ormai è indiscutibile che tutti gli Istituti scolastici agiscono con consapevole volontà nell’arginare quell’invalicabile confine che è la paura del diverso, il timore del pregiudizio, l’argine della distanza culturale che allontana dall’altro da sé.

Nella consapevolezza dell’attenzione attivata con la presentazione delle linee guida del Piano nazionale per l’Educazione al Rispetto non  rimane che chiedersi quali possono essere le premesse culturali su cui le scuole devono interrogarsi, prima ancora di implementare le azioni educative volte ad assicurare la promozione e lo sviluppo delle competenze trasversali, sociali e civiche che delimitano le competenze connesse all’educazione alla cittadinanza globale e attiva.

Chi siamo e che Paese abitiamo?

Come si confronta la scuola italiana con il tema della “razza – etnia” e come possiamo intendere il concetto di diversità, in termini di elementi costitutivi morfologici piuttosto di differenze altre?

Il senso dell’identità – propria ed altrui- è al centro del dialogo che gli insegnanti attivano ogni giorno nella difficile impresa del confronto e del “passaggio” con realtà personali e provenienze molteplici. E’ un dialogo quotidiano che si attiva con l’uso della lingua e della letteratura, per dare voce ai pensieri e ritmo alle idee. E dunque la scelta dell’impeccabilità nella ricerca dei termini e lo sforzo di sviluppare linguaggi educanti e sensibili al pluralismo delle classi di appartenenza rappresenta il primo quid, elemento essenziale  “ del fare scuola”. Le etichette lessicali, seppure idiomatiche, hanno una connotazione discriminatoria: sono termini che la comunità di riferimento – tra cui la scuola – adotta consapevolmente o inconsapevolmente e con tale scelta si  autodetermina.

In un contesto sociale dato produciamo una costruzione sociale della conoscenza. E’ indubbio perciò che nell’aula scolastica ci sia l’incontro/scontro tra la cultura specifica della famiglia di provenienza commisurata alla cultura delle istituzioni. Il mondo scolastico è sostanzialmente allineato alla matrice aristotelica: ciò che è vero è collegato all’enunciato. In effetti non esiste conoscenza senza generalizzazione e se questa è la considerazione pacifica a cui si può giungere, è altrettanto indiscutibile asserire che alcuni gruppi sociali hanno un accesso privilegiato alla conoscenza perché detengono l’abilità linguistica dell’enunciazione.

Vi è la possibilità concreta che la scelta dei termini del dialogo educativo, possono essere oggetto di difficoltà di comprensione nel contesto asimmetrico tra docente ed alunno?

La prospettiva dell’incomprensione tra appartenenza ad una gruppo sociale ed entico ed un altro può generare incomprensioni razziali?

La scuola legittima per definizione la teoria dell’insider. Quindi la conoscenza di prima mano, intuitiva o empatica tende ad escludere la comprensione profonda; si diffonde anche nel contrasto sociale educativo il tema che la mancata comprensione è generata necessariamente dal fatto che chi non ha fatto una determinata esperienza non può permettersi di capire.

Le argomentazioni a favore della prospettiva dell’insider hanno a che fare con l’antropologia interpretativa che dà un senso soggettivo alla conoscenza. L’esperienza personale – il vivere singolarità etniche dall’interno –  consente di generare in prima persona la conoscenze tacite, i background culturali e gli schemi simbolici tipici dell’appartenenza culturale.

Se vogliamo attingere da una situazione storica riconosciuta, è possibile risalire alla cultura storica americana  dove la scienza sociale “nera” e la scienza sociale “bianca” erano come visioni estreme della teoria dell’insider. Gli assunti teorici riconoscono che l’outsider ha una incapacità  strutturale di conoscere il gruppo a cui non appartiene. Qualunque sguardo dall’esterno è deformato e stereotipato; dunque chi ha il diritto di ricostruire è solo il soggetto e il gruppo sociale che vive l’esperienza dall’interno dell’esplorazione personale. La teorizzazione della cultura dell’insider è molto pervasiva, tanto che ognuno ha un accesso alla conoscenza (o ne è escluso) in virtù delle sua appartenenza al gruppo, in funzione della sua posizione sociale all’interno. L’insider “conosce” perché dotato di un particolare intuito rispetto a questioni difficilmente comprensibili da fuori.

Alla fine la conoscenza della realtà è dunque una questione di autorizzazione: non è una questione di cultura, ma di autorità  epistemica. Nella nostra società si rimarca talvolta una prevalenza sociale verso l’insiderismo, come reazione alla cultura opposta dello sguardo dall’esterno 3).

E’ una questione di punti di vista.

La comunità scolastica, al netto delle azioni concrete di intercultura che sa sviluppare, deve – per coerenza epistemica – porsi un domanda culturale di fondo: da quale punto di vista stiamo attivando la lettura della domanda dell’utenza?

E’ una sorta di negoziazione che tende a cedere territorio epistemico, per cui per capire e per avere conoscenza si procede alla cessione del punto di vista  all’altro che definisce i bisogni della costruzione sociale della conoscenza: ciò produce una corrosione dei modelli educativi. La teoria per cui per capire qualcuno devi essere quel qualcuno semplifica troppo la conoscenza. La totale coincidenza tra punto di vista e posizione sociale è fallace: ciascuno è tutto secondo una posizione variabile.

Nella storia del razzismo, così come ricostruita dal pensiero occidentale, la scuola può permettersi oggi di dire qualcosa? E se sì, che cosa? La complessità politico-istituzionale si affida alla Linee guida, piuttosto che ai Piani di sviluppo sui temi più scottanti, che stanno peraltro scuotendo il complesso della società civile. E’ sentore comune che il giudizio culturale della scuola in generale e dei docenti in particolare, sia stato delegittimato perché di questo la società ha paura. Si è verificata una procedura di depotenziamento del giudizio culturale, perché si tarda a “prendere posizione”. Il problema vero è tessere la conoscenza scolastica con i fili dell’incontro tra culture ed appartenenze differenti, nella prospettiva della visione multiculturale e nella consapevolezza che l’azione di fondo deve essere l’interazione, prima ancora che l’integrazione.

Occorre riaggiornare il valore della cultura esperta rispetto alla cultura spontanea. L’idea del conflitto come episodio corrosivo (e perciò da contrastare) fa credere che l’asimmetria sia  inadeguata  rispetto all’idea di co-creazione della conoscenza della comunità. Ma se  intendiamo la scuola come microcosmo sociale, i docenti hanno l’asimmetria giusta per attingere dalla cultura storica, per dialogare con gli studenti e per offrirsi alle visoni plurali e ai tanti dubbi che albergano le giovani generazioni. Ecco perché occorre posizionarsi. Occorre posizionarsi con pacatezza e chiarezza per dare evidenza al sapere esperto e all’asimmetria.

Ai docenti spetta il confronto con la modernità liquida individualizzata, privatizzata; a loro spetta l’onere di tessere l’ordito, ben sapendo che la responsabilità del fallimento ricade principalmente sulle spalle dell’individuo 4).

I giovani non devono essere lasciati soli, neppure quando pongono quesiti graffanti o domande lontane dall’agire “politicamente corretto” della comunità scolastica. Al di là delle azioni di lotta alla dimensione discriminatoria, occorre sapere confrontarsi in territorio libero su domande anche semplici, ma indiscutibilmente attuali.

1)“A partire da una tale diversa sensibilità, oltre al concetto ottocentesco di razza, è quindi l’idea stessa di una

classificazione razziale sistematica a rivelarsi insostenibile. Se, come tutte le tipologie, anche quelle razziali

consentono indubbiamente una schematizzazione ordinata e, almeno in apparenza, arbitraria di un continuum (nel

nostro caso quello umano), l’antropologia si interroga sulle logiche simboliche che soggiacciono alla scelta di

determinati criteri razziali come criteri definenti una determinata classe; indaga le motivazioni ideologiche che hanno

guidato la nascita e l’imporsi di un’esigenza di classificazione schematica e ordinata della diversità umana e

l’ascrizione di un simile ordine al piano naturale. Riflette, da un punto di vista sociale e culturale, sulle implicazioni

politiche, economiche ed esistenziali dei discorsi razziali e razzisti comuni nel mondo contemporaneo, e sull’uso

(spesso inconsapevole) che di tali discorsi viene fatto nel senso comune e nelle pratiche quotidiane”

http://www.treccani.it/enciclopedia/razzismo/

2) Il comma 1 dell’art 16 legge 107/2015 dà applicazione a diversi dettati normativi tra cui

a)articolo 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (2000/C 364/01)

b) articolo 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

c) art 14  legge 27 giugno 2013, n. 77 di ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta

alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul)

Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di

Discriminazione- PIANO NAZIONALE MIUR

3) Robert K. Merton , “Insiders and Outsiders: A Chapter in the Sociology of Knowledge,” American Journal of

Sociology 78, no. 1 (Jul., 1972) www.d.umn.edu/cla/faculty/jhamlin/…/MertonKnowledge.pdf

4) Z.Bauman, Vite di corsa. Le sfide all’educazione della modernità liquida. Lezione magistrale . IL SAPERE

NECESSARIO 2007/2008. Regione Emilia Romagna

Insegnamento come campo di comunicazione

Insegnamento come campo di comunicazione

di Maurizio Tiriticco

Com’è noto, insegnare non è affatto un’attività facile! Sono troppi coloro che pensano che basta sapere per andare in un’aula e parlare parlare parlare, perché è sempre piacevole, da parte di chi sa, mostrare a una classe di alunni che non sanno quanto sia bello il sapere!!! Ricordo ancora i miei anni di liceo, quando il mio professore di lettere tirava fuori dalla cartella i suoi appunti e… appunto, parlava parlava parlava! Se noi studenti fossimo attenti o giocassimo alla battaglia navale per lui non aveva grande importanza. L’essenziale era che… lui parlasse e noi tacessimo! Insomma,una materia – pardon, disciplina – così bella, come la letteratura italiana, o meglio, la nostra storia linguistica e letteraria, di fatto veniva da lui avvilita e offesa! Lui parlava e noi lì sui banchi, un po’ annoiati, un po’ a prendere appunti o a far finta! Lui, comunque, ci teneva che ascoltassimo in un silenzio tombale! E poi… finalmente… il suono della campanella era la campana a festa della libertà!

Solo in seguito, quando mi iscrissi all’università – Roma, Facoltà di Lettere, tra le più prestigiose – e mi sono imbattuto con Salinari, sì, quel Carlo Salinari, autore di quella storia della letteratura italiana che negli anni del liceo mi aveva tediato, cominciai a capire qualcosa! Mi ero iscritto a lettere perché mi piaceva leggere e scrivere, non perché la scuola mi avesse dato una particolare motivazione! Anzi, i miei avrebbero preferito che mi iscrivessi alla facoltà di ingegneria perché la matematica per me non era mai stata quel flagello che in genere è per molti. In verità, se fosse stato per il mio insegnante di lettere, non mi sarei mai dovuto iscrivere a quella facoltà!

Comunque, come si suol dire, è andata! Mi laureai, non a pieni voti – oggi pare che il 110 e la lode siano d’obbligo! – con una tesi sui rapporti – e non solo d’amore – tra Madame de Staël, o meglio, Madame de Staël Albertine Baroness Staël Von Holstein (in fatto di nomi, c’era poco da scherzare tra i nobili di allora!) e Benjamin Constant. Lei era figlia di Jacques Necker, ministro delle finanze di Luigi XVI: colta e raffinata, animava uno dei salotti più prestigiosi del tempo. Fu nel 1794 che incontrò Benjamin Constant, un intellettuale di origine svizzera. Ebbero un rapporto e una corrispondenza che costituirono una delle origini di quel modernismo che più tardi interessò la cultura francese del tempo, e non solo. E per me scavare in quell’epoca fu un grande apprendimento! Mettere su una tesi di laurea su un periodo così pieno di “cose”!

Dopo la laurea, il giornalismo, da buon militante comunista… mai pagato, ovviamente! E quindi, l’insegnamento! L’unica porta aperta per un “dottore in lettere”! E non fu una cosa facile insegnare! Dovetti imparare! Imparare ad insegnare! Ciò che all’Università non mi avevano mai insegnato! Ed imparare in primo luogo a “comunicare”! Sì, con tanto di virgolette, perché devi assolutamente sapere che cos’è un “campo di comunicazione” e come gestirlo, soprattutto se hai a che fare con un gruppo di alunni che, ovviamente, sono in partenza demotivati. Com’è noto, la scuola per molti di loro è una pena che occorre sopportare fino alla maggiore età! Ma io non avrei mai voluto replicare ciò che faceva il mio insegnante di lettere al liceo.

E cominciai a chiedermi: che cos’è un gruppo, non una squadra di calcio, estremamente coesa e che vuole “vincere”! Ma un gruppo di adolescenti annoiati, demotivati, desiderosi solo di suoni di campanelle e di vacanze liberatorie! No! Non avrei mai voluto annoiare i miei alunni! Ma come? Studiando: studiando cose nuove. Così Kurt Lewin e Jacob Levy Moreno furono i miei primi maestri… ovviamente a distanza di tempo e di luogo! E poi la pratica, il mettersi in gioco sempre! Motivando! E gratificando, anche! E poi Roman Jakobson, il formalista russo poco noto ai più, autore di quelle funzioni del linguaggio, che non è fatto solo di parole, ma anche e soprattutto di “corporeità”: la deambulazione, la seduta, il gesto, lo sguardo, la mimica! Insomma, l’insegnante anche e soprattutto come “attore”, con tanto di virgolette! Che mi veniva dagli insegnamenti di Dario Fo, su cui ho scritto tanto e che sul web è sempre reperibile.

Ed ecco che cosa scoprii! La comunicazione è un campo in cui e su cui operano alternativamente emittente/i e ricevente/i. E’ un campo attivo, quindi, che in molti hanno studiato. Un campo in cui occorre operare conoscendo quali sono le sue opportunità e le sue regole. Secondo la teoria della comunicazione elaborata da Roman Jakobson (Mosca, 1896 Boston, 1982) il noto formalista russo, il linguaggio ha precise funzioni. Jakobson ne individua sei. Eccole: a) referenziale, centrata sul referente (sarebbe meglio dire “riferito”): ad esempio, quando il parlante/scrivente fa una bella e dotta orazione su un dato oggetto che a lui piace tanto, la quale, però, a volte fa annoiare tutti! Es: una “tradizionale conferenza”, una “bella lezione cattedratica”; ovviamente, il “parlate/scrivente”, se è padrone delle “regole del comunicare”, non annoia, ma interessa, motiva, avvince, b)metalinguistica, centrata sul codice: quando il p/s si preoccupa soprattutto della correttezza grammaticale (fonologia, morfologia, sintassi) del testo/messaggio; c)fàtica, centrata sul “canale”: quando il parlante/scrivente si preoccupa del mezzo, affinché ciò che dice o scrive giunga al destinatario. Es: Porca miseria! Questa penna non scrive!!! Oppure: Sentite tutti? Funziona questo maledetto microfono?; d)poetica, quando il p/s si preoccupa del contenuto concettuale di ciò che scrive/dice. Es: quando rileggo ciò che ho scritto e correggo, correggo, correggo; oppure, quando presto attenzione a ciò che dico, magari aiutandomi con delle slide; e)emotiva, quando il p/s è attento a come gestisce l’atto comunicativo verbale (tono, timbro, volume), curando anche la comunicazione non verbale, la gestualità, l’espressione del volto. Mai stare fermi dietro un tavolo e comunicare solo con il mezzobusto!!! f) conativa, quando il p/s si preoccupa che il destinatario accetti e comprenda il contenuto del messaggio (la conta dei sorrisi, oppure degli sbadigli!) – indipendentemente dalla sua condivisione.

Comunque, sui processi che avvengono all’interno di un capo di comunicazione tra due o più interlocutori intervengono altri studiosi, come Roland Barthes, il de Saussure, Charles Morris, con la sua analisi tridimensionale sul linguaggio. E tanti altri! Per non ricordare poi la teoria degli atti linguistici, proposta da John Langshaw Austin. E non vorrei dimenticare quella “Pragmatica della comunicazione umana”, di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D, Jackson, edita da Astrolabio in Roma nel lontano 1971, ma pur sempre valida.

Insomma, ce n’è da studiare, se vuoi diventare veramente un “maestro”, un professionista che sa insegnare!

Consiglio nazionale a Matera

Il Consiglio nazionale di DiSAL a Matera, capitale europea della Cultura 2019

La situazione professionale di chi dirige scuole oggi in Italia è tra le più confuse e problematiche nell’ambito dei servizi pubblici e della dirigenza in particolare.

Tanti sono gli episodi recenti o meno a questa conferma. Persino gli annunci sullo stipendio si sono rivelati alla realtà dei fatti ben diversi dai proclami.

Mai come in questi anni la scuola è balzata agli onori della cronaca, ma di solito solo per danni, crimini o disgrazie, mettendo in sordina l’urgenza di risposte al rinnovamento culturale ed alle emergenze educative, senza saper valorizzare il grande bene e l’impegno profuso da molti nell’aprire ogni giorno le porte delle scuole per la formazione dei ragazzi.

Il tutto avviene in una situazione fortemente contraddittoria: mentre tanti invocano maggiore e migliore formazione, la situazione normativa, sociale, strutturale, organizzativa ed economica della scuola resta tra le più trascurate. Ed in questa è cresciuta anche la conflittualità.

“C’è il rischio – ha dichiarato il presidente nazionale DiSAL Ezio Delfino  –  che il grande bene dell’istruzione consegnatoci dalla tradizione nazionale, già poco apprezzato oggi nella nostra vita sociale, sia sempre meno considerato per il nostro futuro”.

A questa urgenza si dedicherà ad Altamura e Matera dal prossimo giovedì 9 a sabato 11 novembre il Consiglio nazionale di DISAL.

Attraverso un Seminario di studio sul tema “Aprire al futuro. Dirigere oggi la scuola di domani”, oltre 50 responsabili nazionali dell’Associazione di presidi statali e non statali cercheranno di guardare lontano ed impegnarsi per le generazioni future.

Le sessioni di lavoro del Consiglio vedranno il contributo dei messaggi di mons. Mariano Crociata, nella Chiesa Cattolica vescovo responsabile per la scuola e di Vito De Filippo, Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione con delega al personale. Gli approfondimenti vedranno il contributo degli esperti Anna Maria Poggi, Marcello Tempesta e Marco Campione.

Si cercheranno linee di azione e prospettive, partendo dalla realtà di molte esperienze positive e aperture rintracciabili nell’oggi della vita delle nostre scuole, per mettere in comune nuovi progetti per un modello di scuola “culturalmente ed economicamente sostenibile”.

Adolescenti solitudinarizzati

Adolescenti solitudinarizzati

di Vincenzo Andraous

A sedici anni in coma etilico ai bordi di una strada. La ragazza versa in fin di vita, mentre famiglia, scuola, oratorio, paese e fin’anche la città, dormono un sonno pesante: se non colpevole, quanto meno corresponsabile. Ma cosa spinge un giovanissimo a farsi del male in questa maniera, quale la molla a diventare protagonista del dolore. Un adolescente non diventa “grande” rielaborando solamente il carico delle informazioni o di esperienze sociali, ma attraverso uno scambio relazionale ripetuto e interagendo con l’ambiente che lo accoglie e lo circonda. Forse occorre chiederci quali sono i messaggi e le notizie, l’incoraggiamento che va dritto sparato al cuore di un ragazzo tutto impettito e pronto allo sbarco immediato.

Un razzo, un tracciante, le orme da seguire per accorciare le distanze da quanto mi serve, da quanto non ho, da tutto ciò che invece mi toglie il respiro. Il beverone in una mano, la canna tra le labbra, è una battaglia alla vita, una dimensione che non consente di venire a patti con la propria coscienza. Esercitare una strategia di contrasto, significa evitare prevenzioni a basso costo, sottolineando il degrado della comunicazione, come inno bacato a qualsiasi supremazia. Allora domandiamooci quale effetto possono avere certe declinazioni in chi esorcizza la paura di vivere con l’adrenalina dei rischi estremi, in chi sfida la vita con la morte, in chi combatte la vita per sopravviverle. C’è necessità di una costante prossimità, di stare spalla a spalla con le nuove generazioni e con le loro idee e passioni, c’è urgenza di responsabilizzare le persone più giovani, è questo il terreno fertile per formare individui maturi e consapevoli. La famiglia e la scuola sono binomio inscindibile per il consolidamento dei valori più importanti, ma lo sono finchè non inciampano nelle superficialità con cui centelliniamo il tempo che non abbiamo e quindi non possiamo dedicare ai nostri figli, ma in questo modo la vita diventa una somma algebrica di desideri irrealizzabili, di insuccessi, di fallimenti, una tragedia di cui siamo tutti corresponsabili.

#ScuoleInnovative, proclamati i vincitori del concorso. Progetti per 51 nuove scuole

da Il Sole 24 Ore

#ScuoleInnovative, proclamati i vincitori del concorso. Progetti per 51 nuove scuole

Sono stati proclamati ieri mattina al Miur i 51 progetti vincitori del bando internazionale #ScuoleInnovative per la costruzione di scuole sostenibili, all’avanguardia, a misura di studente, grazie a un finanziamento di 350 milioni di euro previsto dalla legge 107 del 2015, la ‘Buona scuola’.

Il concorso di idee – la cui procedura si è svolta on line – era aperto a ingegneri, architetti, singoli o associati, società di ingegneria e società professionali. Ai partecipanti è stato chiesto di immaginare istituti dotati di spazi didattici innovativi, ad alta prestazione energetica, con aree verdi fruibili. Le nuove scuole saranno veri e propri civic center, punti di riferimento per il quartiere e la città in cui sorgeranno: si tratta di istituti aperti al territorio, i cui ambienti favoriranno la didattica migliore e l’utilizzo di spazi per la cittadinanza.
Soddisfatta la commissione giudicatrice, formata da un team di esperti interdisciplinare, che ha valutato 1.238 progetti: tutti, infatti, rispondevano ai criteri di innovazione espressamente richiesti dal bando, per favorire una nuova idea di edilizia scolastica. Partire da 51 esempi per replicare un nuovo modello di scuola sicura ed innovativa anche grazie alla collaborazione delle amministrazioni locali più lungimiranti e attraverso lo strumento del concorso di idee, modalità innovativa per la Pubblica amministrazione: coinvolgere i talenti migliori, sia a livello nazionale che internazionale.

I progetti vincitori sono disponibili sul sito del ministero all’indirizzo:
www.istruzione.it/allegati/2017/vincitori.zip

Aumenti, Giuliani: 400 euro arretrati e 85 euro non per tutti, c’è poco da ridere

da La Tecnica della Scuola

Aumenti, Giuliani: 400 euro arretrati e 85 euro non per tutti, c’è poco da ridere