FUORI DALLE GAE I DIPLOMATI MAGISTRALE

ADUNANZA PLENARIA: LA GIUSTIZIA CHE TRIONFA, OBBLIGANDO IL MIUR A PORRE FUORI DALLE GAE I DIPLOMATI MAGISTRALE

Riferiamo in ordine all’epocale vittoria conseguita in Adunanza Plenaria dai precari storici delle graduatorie ad esaurimento contro i cd. “Diplomati Magistrale”.

Tale Alto Consesso ha, infatti, sentenziato l’indiscutibile sconfitta giudiziaria dei c.d. DM, cioè la loro doverosa esclusione dalle graduatorie ad esaurimento.

In dette graduatorie, pertanto, hanno diritto di rimanere – sino all’ottenimento dell’immissione in ruolo – esclusivamente i precari storici, ovvero quei docenti che da diversi anni, e in diversi casi da alcuni decenni, hanno dedicato la loro vita all’insegnamento, hanno studiato ulteriormente rispetto al semplice conseguimento della maturità magistrale, hanno quindi superato un concorso, un corso o un percorso universitario.

La vittoria conseguita in Adunanza Plenaria, se è sicuramente il frutto dello studio e della rappresentanza processuale posta a sostegno dei tanti docenti precari storici intervenuti ad opponendum nel procedimento amministrativo incardinato presso il Consiglio di Stato, costituisce certamente l’unico giusto epilogo giudiziario che potesse ripristinare la Giustizia, precedentemente violata con tante ordinanze cautelari e  sentenze di merito di dubbia portata giuridica.

Detto in altri termini, il Supremo Collegio della Giustizia amministrativa, nel condividere le tesi studiate ed elaborate dagli scriventi Avv. Antonio Gabrieli e Avv. Giada Ficarelli, col pregiato ausilio del collega Avv. Mariano Alteri che le ha rappresentate giudizialmente, ha sancito ciò che prepotentemente emergeva dal diritto stesso: le graduatorie ad esaurimento non sono create per permettere l’accesso a chi vorrebbe insegnare col semplice titolo del diploma. L’insegnamento è una delle professioni più importanti per l’intera collettività; agli insegnanti della nostra scuola pubblica affidiamo l’educazione e l’istruzione dei nostri figli, di conseguenza, servono specifiche competenze, acquisibili attraverso lunghi e impegnativi percorsi di studio che non possono essere surrogati attraverso la sola maturità magistrale, nella maggior parte dei casi conseguita anche un ventennio/trentennio prima, senza esser mai riusciti a superare un’ulteriore valutazione da parte dello Stato.

I precari storici inseriti nelle GaE, da noi assistiti, piaccia o non piaccia ai c.d. DM, sono tutti professionisti che hanno dedicato la propria vita all’insegnamento. Essi hanno superato un concorso, conseguito un’abilitazione a seguito di un corso ovvero che si sono laureati con profitto  in Scienze della Formazione Primaria.

In altre parole, la vittoria epocale conseguita in Adunanza Plenaria rappresenta il trionfo delle tesi difensive da noi portate avanti, ma è altresì la constatazione che per fare l’insegnante nella scuola pubblica e meritarsi un contratto a tempo indeterminato non è sufficiente il possesso di un semplice diploma di maturità magistrale.

Per i nostri figli ci vuole una più alta qualifica e un maggior merito. Ci vuole dunque più attenzione e controllo da parte dello Stato.

Non sfugga, infatti, che tra i tanti sconfitti DM c’è chi non ha mai lavorato nella scuola, ma che dopo anni e anni passati come casalinga o svolgendo altra attività lavorativa, ha ben pensato di svoltare la propria esistenza, pretendendo di andare a insegnare in virtù del possesso di un mero diploma di maturità conseguito trent’anni prima, spodestando immeritatamente chi aveva invece dedicato la propria vita all’insegnamento e alla propria formazione professionale.

L’Adunanza Plenaria ha, di fatto, evitato anche questo.

Non sfugga al Ministero, ai politici in cerca di voti e desiderosi di speculare sulla scuola, i quali offrono in campagna elettorale inappropriate e illegittime sanatorie, che tra i c.d. Diplomati Magistrale ci sono anche queste desolanti situazioni.

Tra i cd. D.M. si celano anche persone che non hanno mai insegnato, ma che di fatto stanno sottraendo il lavoro a chi si è addirittura laureato in Scienze della Formazione Primaria.

Insomma, diversi meri diplomati magistrale che per trent’anni hanno fatto altro nella vita, infischiandosene della pedagogia e della didattica, si trovano a sottrarre il lavoro a chi si è laureato e ha per giunta superato severe procedure concorsuali o corsi abilitanti per poter garantire ai discenti una più alta professionalità.

L’istruzione è una cosa seria. Se lo ricordino i politici tutti. Ogni ipotesi di sanatoria, infatti, rappresenterebbe l’antitesi della legalità, l’opposta sensata scelta che farebbe il vero buon padre di famiglia!

Ad ogni modo, oltre a tali considerazioni in punto di fatto, non si può sottacere la correttezza, in punto di diritto, della ricostruzione storico-giuridica svolta dall’Adunanza Plenaria e la piena condivisibilità delle statuizioni affermate dal Supremo Collegio della Giustizia Amministrativa nella storica sentenza n. 11/2017.

L’Adunanza Plenaria, infatti, ha riconosciuto punto per punto l’infondatezza delle tesi dei c.d. Diplomati Magistrale e l’impossibilità per questi di ambire all’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento.

La vittoria conseguita in Adunanza Plenaria già ha prodotto evidenti risultati per i nostri assistiti, evitando che 100.000 diplomati magistrali potessero senza alcuna ulteriore valutazione e/o preparazione arrogarsi il diritto di insegnare ai bambini dell’infanzia e della scuola primaria.

Nulla possono valere, a sommesso avviso degli scriventi, i pretestuosi ricorsi in Cassazione ovvero alla Corte di Giustizia Europea, al fine di inficiare l’operato dell’Adunanza Plenaria.

Tutti i DM sappiano che i precari storici già inseriti nelle GaE ci hanno già richiesto di resistere giudizialmente alle eventuali avverse azioni ideate a soli scopi dilatori.

Contro le dilatorie avverse azioni, sono allo studio iniziative per chiedere la condanna per lite temeraria personale di ogni singolo DM che vorrà pretestuosamente dilatare i tempi dell’esecuzione della sentenza n. 11/2017 A.P..

Nei precari storici delle GaE oramai vi è consapevolezza della propria forza e del proprio buon diritto, pertanto essi sanno bene che non devono più lasciar agire i DM indisturbati nelle aule dei Tribunali, perché la verità emerge anche grazie agli interventi ad opponendum.

Per quanto attiene agli sbandierati ricorsi in sede europea, si osserva che il lamentato abuso dei contratti a termine dei DM in sede comunitaria, non può trovare riscontro contro i precari storici per una molteplicità di argomentazioni giuridiche avvallate dai più grandi esperti del diritto.

Anche in punto di fatto, si badi, le pretese europee dei DM non potrebbero mai trovare accoglimento, atteso che prima di ogni loro ipotesi di sfruttamento bisogna garantire la tutela del diritto dei precari storici già inseriti a pieno titolo nelle GaE.

Sicuramente la lamentela europea di un DM, non può danneggiare chi è indubbiamente da stabilizzare prima di ogni altra categoria: i precari storici delle GaE.

Infine, sia concesso di fare un’osservazione sui numeri delle parti coinvolte.

Se il fronte dei DM può contare su oltre circa 43.000 persone, dalla nostra parte vi sono oltre 100.000 persone interessate dalla vicenda.

Oltre ai 26.000 precari storici inseriti nelle GaE vi sono oltre 70.000 tra laureati in Scienze della Formazione primaria e vincitori di concorso che meritano di ricevere doverosa attenzione e protezione dal parte del Ministero e da parte di tutti i politici.

I laureati in Scienze della Formazione Primaria si sono formati attraverso studi universitari, nei quali la pedagogia e la didattica continua a rappresentare il fulcro dell’insegnamento. Costoro insegnano da diversi anni, con passione e alta professionalità, attraverso le graduatorie d’istituto, e oggi sono ormai stanchi di dover sopportare ancora le assurde pretese provenienti dai dei meri diplomati magistrale.

In sintonia con la più importante Giurisprudenza Europea, dopo la stabilizzazione dei precari storici, lo stato dovrà stabilizzare i docenti attraverso appositi concorsi, ma che non potranno mai essere riservati ai DM. Il merito ha la sua importanza.

La laurea la si consegue con serio studio e dedizione, e vale più di un diploma conseguito più di vent’anni prima!

D’altro canto, se i Diplomati Magistrale ante 2001/2002 avessero voluto realmente insegnare si sarebbero dovuti dotare di un  giusto merito e un’adeguata giusta preparazione, in altri termini, in un ventennio avrebbero potuto anche studiare e superare un concorso o laurearsi. In venti e più anni chi invece ha creduto nell’insegnamento come professione si è dato da fare. E’ ora che lo Stato garantisca e salvaguardi il vero merito!

Ogni differente scelta del Governo comporterebbe un sicuro danno erariale derivante dal colossale contenzioso che i precari storici, uniti ai laureati in SFP e ai vincitori di concorso, avanzerebbero immediatamente contro lo Stato Italiano per salvaguardare il loro buon diritto.

Il dado è tratto: per i meri DM non c’è posto nelle GaE, così come non vi è possibilità per loro  auspicare  sanatorie o  concorsi riservati.

In ogni caso, per accelerare la fuoriuscita dei DM dalle GaE, i primi di febbraio si avvieranno delle procedure ad hoc, che di certo richiameranno al dovere tutte le parti coinvolte, probabilmente facendo perdere il sonno a diversi Diplomati Magistrale.

Avv. Antonio Gabrieli

Avv. Giada Ficarelli

Cellulari e tablet in classe, via libera della ministra Fedeli. Ecco i 10 comandamenti

da Il Fatto Quotidiano

Cellulari e tablet in classe, via libera della ministra Fedeli. Ecco i 10 comandamenti

Dieci punti destinati a far discutere il pianeta istruzione diviso tra chi vorrebbe il divieto assoluto dell’uso come in Francia e chi pensa che possano essere un’opportunità se cambia il modo di fare lezione. In cantiere anche altre due novità: il curriculum di educazione digitale e il coding

Sì al telefonino in classe il decalogo del ministero

da la Repubblica

Sì al telefonino in classe il decalogo del ministero

In Francia, Macron ne ha appena vietato l’uso, l’Italia lo sdogana Fedeli: “Il futuro siamo noi. I modelli educativi cambiano”

Ilaria Venturi

Si potranno usare per documentare, con video e foto, una gita, per tracciare percorsi col Gps durante una visita, per conoscere, grazie alle mappe, una città. Saranno utili per riassunti via twitter, per risolvere problemi matematici a colpi di touch: invece di alzare la mano, si preme il tasto sullo schermo dal banco. Potrà anche capitare nel bel mezzo di una lezione di sentirsi dire dal prof: “Prendete il cellulare, accendetelo, andate su Minecraft (il videogioco per costruire mondi, ndr): ora realizziamo insieme un museo e una biblioteca». Ecco come smartphone e tablet portati da casa saranno permessi in classe.

La svolta, annunciata a settembre dalla ministra Valeria Fedeli, ora fa un passo avanti. Il gruppo di esperti nominato dal ministero ha chiuso i lavori e definito una sorta di decalogo su come usare a scuola i dispositivi mobili degli alunni, lasciati sino ad oggi spenti negli zaini.

Il presidente Macron ha appena bandito, al rientro dalle vacanze natalizie, i telefonini dalle scuole francesi. Noi li sdoganiamo per fare lezione, dopo che una circolare a firma del ministro Fioroni nel 2007 li aveva vietati sull’onda dei primi casi di cyberbullismo. «Il primo segnale che la scuola italiana è al centro del futuro», dichiara la ministra che oggi a Bologna, alla tre giorni dedicata alla scuola digitale, annuncerà le linee guida che si tradurranno («spero prima del nuovo governo») in una nuova circolare. Fuor di retorica, Valeria Fedeli precisa: «La proibizione all’uso personale dei cellulari a scuola rimane, stiamo regolando il loro uso didattico, sotto il controllo del docente».

La ministra parte da un presupposto: «La natura del digitale cambia i comportamenti di una società e i modelli educativi. Di qui la necessità di assumerci questa responsabilità: dare contenuti certificati alla didattica digitale e governare fenomeni che comunque coinvolgono i nostri ragazzi fuori dalla scuola. Per fare questo sarà importante dare ai docenti una formazione adeguata, chiamare in causa anche università e case editrici. La scuola deve diventare anticorpo della società nei confronti di verità confuse, dibattiti superficiali, fake news, informazioni prive di fondamento scientifico». È l’assunto degli esperti: «Il telefonino è nelle mani di tutti, rifiutare che entri a scuola non è la soluzione. Meglio negoziare un uso responsabile». Per questo l’indicazione agli istituti è di adottare una “politica di uso accettabile”: un regolamento condiviso, e non calato dall’alto, che dica chiaramente cosa si può fare e cosa rimane proibito, quando accenderli, come evitare i furti, come non discriminare chi non ce l’ha o non scatenare la corsa all’ultimo modello. Il tutto coinvolgendo i consigli di classe e, soprattutto, spiegando bene agli studenti e alle famiglie regole e motivazioni. Vale per tutti gli ordini di scuola, in particolare per le medie e superiori. Ma anche alla primaria si potrà chiedere di portare un tablet da casa — spiegano gli autori del documento — e di condividerlo coi compagni per imparare grazie a piattaforme digitali dedicate. Anche i videogiochi, quelli educativi, sono ammessi. Aule che così si trasformano all’istante in laboratori informatici. Purché s’insegni, insistono le linee guida, a usare questi strumenti in modo critico. E se arrivano messaggi e i ragazzi si distraggono? «Insegnate loro a disattivare le notifiche, a non rispondere perché non è il momento: sono loro i padroni del mezzo. Dobbiamo regolamentare ed educare all’uso: vale anche per i docenti nel rapporto con le studentesse », avverte la ministra riferendosi al caso degli abusi sessuali al liceo Massimo di Roma.

Per fare tutto questo, viene detto agli istituti di dotarsi di connessioni in grado di reggere. Il piano nazionale per la scuola digitale ha messo sul piatto un miliardo e 200mila euro, ne sono stati spesi la metà.

«Avrei voluto fare più in fretta — ammette Fedeli — ma è un investimento che deve andare avanti». Per arrivare a una vera e propria educazione civica digitale. Anche su questo gli esperti hanno già scritto un sillabo per le scuole.

Scuola, contratto ancora in alto mare

da la Repubblica

Scuola, contratto ancora in alto mare

Forse la firma arriverà dopo le elezioni del 4 marzo. Mancherebbero 12 degli 85 euro di aumento, a fronte della trasformazione in obbligatorie di attività che finora erano volontarie. In discussione anche le sanzioni disciplinari, diventate più stringenti dopo gli ultimi casi di molestie

Salvo Intravaia

Si allungano i tempi per il rinnovo del contratto della scuola. Il lungo braccio di ferro tra governo (che contratta per il tramite dell’Aran: l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni) e sindacati riprenderà la prossima settimana. L’ultimo incontro si è svolto ieri, 17 gennaio, e, stando alle dichiarazioni dei rappresentanti dei lavoratori, nella vertenza è stato fatto solo un piccolo passo avanti. Così, la firma del contratto si allontana e non è detto che arriverà, come spera l’esecutivo, entro il 4 marzo: quando gli italiani verranno chiamati alle urne. Al centro dell’attenzione il documento top secret, ma su cui trapelano diverse indiscrezioni e fake news sui social, che l’Aran ha consegnato martedì scorso alla controparte per la discussione del giorno successivo. Un articolato che contiene le proposte del governo alle parti sociali. Ma i motivi che dividono i due fronti sono ancora troppe. Ecco quali.

• I SOLDI NEL PIATTO
È forse la parte meno impegnativa di tutta la trattativa: il governo aveva promesso, in media, 85 euro lordi al mese di aumento ma all’appello ne mancherebbero 12 circa. Si potrebbe chiudere a 73 da spalmare in un triennio: 13 nel primo anno, 20 nel secondo e 40 nel terzo anno. Cifre lorde che si dimezzerebbero in tasca ai docenti. I sindacati premono perché le cifre vengano incrementate includendo nell’aumento i 200 milioni di euro previsti dalla Buona scuola per premiare i docenti migliori e i 383 milioni che finanziano i 500 euro a docente per la formazione professionale. In questo caso gli aumenti medi potrebbero toccare quota 130 euro, sempre lordi. Ma due delle più importanti novità della riforma varata dal governo Renzi verrebbero sterilizzate e la stessa ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ha fatto capire che siamo lontani da questa ipotesi.

• NUOVI ONERI IN VISTA
Quella dei nuovi carichi di lavoro dei docenti dopo il rinnovo del contratto sta alimentano una serie di indiscrezioni incontrollate. Ecco come stanno le cose. Per i docenti, secondo il volere dell’Aran, gli obblighi aumenterebbero. E non di poco. Oltre alle ore frontali di cattedra (18 per la scuola media e superiore, 24 per la scuola elementare (22+2) e 25 per la scuola dell’infanzia) e a tutte le attività funzionali all’insegnamento (preparazione delle lezioni e correzione dei compiti, per citarne alcune), cui si aggiungerebbero il tutoraggio per le attività di Alternanza scuola-lavoro e la formazione in servizio, diventano obbligatori altri due gruppi di attività: quelle per il Potenziamento dell’offerta formativa e quelle Organizzative e amministrative. Per tradurre dal sindacalese, se il preside chiama un docente a collaborare per fare parte dello staff di presidenza, per la somministrazione dei test Invalsi, per l’orientamento degli alunni o per le ore di recupero, a prescindere dalla remunerazione delle stesse, il docente non potrà rifiutarsi. In altre parole, la miriade di attività che i docenti svolgono oltre quelle istituzionali, al momento volontarie, diventerebbero obbligatorie. Un aspetto su cui i sindacati contano di fare battaglia e, eventualmente, di fare naufragare la trattativa.

• LE SANZIONI DISCIPLINARI
Sarà l’argomento della discussione per il prossimo incontro. Reso ancora più stringente dallo scandalo che ha coinvolto un docente di 53 anni del liceo scientifico paritario Massimiliano Massimo di Roma e un’alunna di 15 anni dello stesso istituto tra i quali c’è stata una relazione sentimentale con tanto di sms compromettenti. È proprio il tema dei social che il nuovo contratto potrebbe regolamentare: gruppi whatsapp di classi con i docenti e “amicizie” sui social. L’Aran vorrebbe calare sul mondo della scuola le stesse regole previste per tutti gli altri dipendenti dello Stato. Ma i rappresentanti sindacali spiegano che la scuola ha le sue specificità e occorre declinare apposta le sanzioni a carico di maestre e prof.

• LE RELAZIONI SINDACALI
Nell’incontro di ieri è stato fatto solo “qualche passo in avanti, ma resta ancora molto da fare”, hanno dichiarato a fine seduta Flc Cgil, Cisl scuola, Uil scuola e Snals. La posta in gioco, per il sindacato, è alta: recuperare alla contrattazione tutta una serie di materie – come l’assegnazione dei docenti alle sedi – che la norma Brunetta del 2009 ha sottratto al confronto assegnandole ai presidi. Per i rappresentanti dei lavoratori si tratta di uno degli aspetti più importanti di tutta la partita, anche perché a breve (dal 17 al 19 aprile) nelle scuole ci sarà la verifica elettorale: il rinnovo della Rappresentanza sindacale unitaria. Ma anche su questo tema le distanze sono ancora enormi.

Personale ATA, i posti disponibili dopo le domande di pensionamento

da La Tecnica della Scuola

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Comportamenti scorretti dei docenti, le sanzioni esistono già

da La Tecnica della Scuola

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Contributi, è importante controllare che siano stati correttamente versati

da La Tecnica della Scuola

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da La Tecnica della Scuola

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da La Tecnica della Scuola

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Stipendi docenti, l’Italia è l’unico paese in Europa con il blocco. Tutti i dati

da La Tecnica della Scuola

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Smartphone a scuola: sì all’utilizzo in classe, ecco il decalogo

da Tuttoscuola

Smartphone a scuola: sì all’utilizzo in classe, ecco il decalogo

La svolta è stata annunciata lo scorso settembre dalla ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli. Ora si fa un’ulteriore passo avanti. E mentre in Francia il presidente Macron li vieta, qui in Italia il gruppo di lavoro istituto dal Miur stila un decalogo sull’utilizzo degli smartphone a scuola. Ma la Ministra precisa: «Resta la proibizione all’utilizzo personale dello smartphone in classe. Stiamo regolando l’uso didattico sotto il controllo del docente». Oggi, 19 gennaio, Fedeli ne parlerà a Bologna, nel corso di “Futura, l’iniziativa dedicata all’innovazione digitale nelle scuole, realizzata dal Ministero dell’Istruzione in collaborazione con il Comune di Bologna. Intanto Repubblica fornisce un’anticipazione della relazione.

Secondo quanto riporta il quotidiano nazionale, gli esperti sono chiari: lo smartphone oggi è nelle mani di tutti e vietarne l’utilizzo non è la soluzione. Meglio, invece, insegnare ai ragazzi a utilizzarlo nel modo più corretto e responsabile.

Che gli adolescenti infatti vivano di pane e smartphone non è certo una novità, e sicuramente è un fatto che non può essere ignorato. Sono i numeri a parlare: secondo i più recenti dati Ipsos raccolti per Save The Children, il 97% degli intervistati tra gli 11 e i 17 anni – in pratica la quasi totalità – ha un cellulare (il 26% in più rispetto a 4 anni fa). In prima media quasi tutti ne hanno già uno, considerando che l’età media per il possesso di uno smartphone è stimata intorno agli 11 anni e mezzo. A questo aggiungiamo pure che il 47% degli intervistati racconta di essere connesso alla rete 24 ore su 24.

Chiudere gli occhi di fronte a questi dati vorrebbe dire lasciare tutti questi ragazzi in balia di uno strumento potentissimo di cui ignorano potenzialità i rischi. Ed ecco che il Miur decide di correre ai ripari: «La natura del digitale cambia i comportamenti di una società e i modelli educativi – dichiara la Ministra -. Di qui la necessità di assumerci questa responsabilità: dare contenuti certificati alla didattica digitale e governare fenomeni che comunque coinvolgono i nostri ragazzi fuori dalla scuola. Per fare questo – aggiunge Fedeli dalle pagine di Repubblicasarà importante dare ai docenti una formazione adeguata, chiamare in causa anche università e case editrici. La scuola deve diventare anticorpo della società nei confronti di verità confuse, dibattiti superficiali, fake news, informazioni prive di fondamento scientifico».

L’indicazione per le scuole, intanto, è quella di adottare un regolamento condiviso che dica chiaramente cosa sì può fare con lo smartphone a scuola e cosa resta invece proibito: quando accenderlo, come evitare i furti e le discriminazioni verso chi non ne possiede uno. Tutto ciò coinvolgendo consigli di classe e famiglie degli studenti. Per ora gli esperti hanno quindi stilato un decalogo valido per tutti i gradi di istruzione, in particolare per le scuole medie e superiori, anche se pure alla scuola primaria si potrà chiedere agli alunni di portare un tablet e di condividerlo con i compagni. Ammessi anche i videogames, a patto che siano educativi. Le notifiche dovranno esser disattivate in modo che i ragazzi non vengano distratti, in orario scolastico, dai messaggi ricevuti. E comunque dovranno essere educati a non rispondere a questi nell’immediato.

Ovviamente le scuole dovranno dotarsi di connessioni che funzionino correttamente, in grado di reggere. Di seguito il decalogo riportato da Repubblica per l’utilizzo degli smartphone a scuola.

Smartphone a scuola, il decalogo

1. Accettare il cambiamento tecnologico;
2. dotarsi di un regolamento;
3. utilizzare il wi-fi;
4. condividere la sperimentazione;
5. chiarire cosa si può fare e cosa no;
6. disabilitare le notifiche;
7. è il docente che decide come utilizzare lo smartphone;
8. solo uso didattico;
9. spiegare alle famiglie i motivi;
10. educare all’utilizzo etico.

Scuola digitale: scrivere, leggere e far di coding

da Tuttoscuola

Scuola digitale: scrivere, leggere e far di coding

Quattro regioni, 4 città, 23 scuole coinvolte, 4 università interessate, 700 studentesse in gara, 175 team in competizione, 50 docenti referenti, 23 dirigenti scolastici, 276 ore di formazione erogate, 4 HACKATHON, 32 ore di maratona digitale, 3177 km percorsi, 12 giorni di tour, 1 super coach americana, 4 coach senior italiane, 9 tutor d’aula, oltre 1000 volte cliccato il tasto salva, 22 coding girls club attivati.
Il tour nazionale CodingGirls, promosso dalla MISSIONE DIPLOMATICA USA in Italia, e da Fondazione Mondo Digitale in collaborazione con Microsoft è  partito il 6 novembre scorso  da Napoli alla presenza di ShawnBaxter, Console per la stampa e la cultura, del Consolato degli Stati Uniti d’America a Napoli, per poi giungere in altre tre città Roma, Catania e Milano. Ne abbiamo parlato nel numero di gennaio di Tuttoscuola.

Clicca qui e sfoglia il numero di gennaio di Tuttoscuola

Il 6 e 7 novembre, in quattro scuole napoletane le ragazze hanno programmato, si sono sfidate in un Hackathon ed hanno dato vita ai primi “Club di Coding” al femminile, dove, successivamente, le neo-formate studentesse-mentor organizzeranno incontri di CODING e creatività per le loro compagne e per le giovanissime alunne degli istituti comprensivi del territorio.

Le ragazze sono state “allenate al pensiero computazionale con esercizi di CODING” per sostenere la Maratona di Programmazione in programma per  il 7 novembre  a Napoli all’IISS Francesco Saverio NITTI.

Gli allenamenti intensivi – in sole 24 ore sono state preparate per affrontare la competizione dell’HACKATHON – sono stati gli strumenti a disposizione della squadra di coach, guidata dall’americana Emily Thomforde, Code Educator and Science Technology Engineering Art and Mathematics(STEAM) Specialist. per proiettare 120 studentesse provenienti da quattro scuole napoletane, l’ITI Giordani-Striano, il Liceo Cuoco, il Liceo Vico ed il Liceo Nitti.

Il coding utilizzato come strumento strategico per combattere l’analfabetismo digitale, e non solo, ma anche in una visione prospettica di prevenzione dell’abbandono scolastico e di prevenzione della disoccupazione femminile.

Le ragazze campane che abbandonano gli studi sono sempre di meno, ma non basta: nonostante la Regione Campania in 10 anni abbia abbassato i valori della dispersione scolastica di oltre 11 punti, scendendo dal 28,4% al 17,3%, è ancora lontana dall’obiettivo del 10% fissato dall’Unione europea per il 2020. In Campania sebbene crescano le giovani donne laureate (una su quattro), purtroppo non diminuiscono le ragazze al di fuori del circuito formativo e lavorativo, oltre il 36 per cento ed una ragazza campana su due è disoccupata.

Dunque, la scommessa è utilizzare il coding per superare gli stereotipi di genere, appassionare le donne alla programmazione, permettere alle studentesse di sperimentare in prima persona l’uso attivo delle nuove tecnologie, per entrare in un mercato lavorativo in grandissima espansione.

“Leggere, scrivere e far di CODING”, sono fattori fondamentali per il futuro delle giovani donne, perché programmare ti allena alla logica, perché la logica ti fa diventare una “problem solver efficace”, perché chi risolve i problemi scopre che lavorare in squadra è essenziale, perché il team è più forte del singolo, ha più risorse.

Così, linea di codice dopo linea di codice, blocco dopo blocco, trascinamento dopo trascinamento, script dopo script, con CodingGirls, le ragazze si sono allenate alle STEM, hanno visto il dietro le quinte dell’informatica, dei videogiochi e smitizzato l’idea che l’informatica sia una roba per soli uomini, noiosa, e troppo difficile.

L’evoluzione inarrestabile delle competenze richieste dal mondo del lavoro spinge sempre più i giovani a imparare a muoversi con competenze trasversali che sappiano fornire l’interpretazione necessaria per risolvere i problemi. Trasferire la logica sottostante alla programmazione sviluppando il pensiero computazionale significa mettere in condizione le studentesse di comprenderne le potenziali applicazioni e sviluppare capacità di affrontare problemi complessi

Il digitale “mette in tasca strumenti potenti”, che conosciamo poco a fondo, e che usiamo più passivamente che attivamente, CodingGirls ha l’ambizione di portare le ragazze attraverso il mondo delle STEM rendendole protagoniste, in contatto con le loro passioni, emozioni per arrivare a plasmare la materia fluida del digitale ai loro bisogni, per costruire, in qualsiasi contesto lavorativo, le loro future carriere.

Se è vero che le esperienze personali sono quelle che cambiano e formano le nostre menti, idee e modi di pensare, e sono sempre le nostre esperienze che ci danno una prima percezione del mondo che ci circonda, allora è anche vero che l’approccio educativo all’apprendimento delle STEM, che utilizza la Scienza, la Tecnologia, l’Ingegneria e la Matematica come punti di accesso per guidare  gli studenti nella ricerca e nel pensiero critico, unitamente al coding, consente la scoperta delle tante giovani menti appassionate, capaci, determinate, ambiziose, le tante intelligenze ed eccellenze scolastiche pronte a cogliere le opportunità che la società mette loro a disposizione. Abbiamo approfondito questa tematica nel numero di gennaio di Tuttoscuola in un articolo firmato da Annunziata Campolattano, Dirigente scolastico IISS Francesco Saverio Nitti di Napoli.

Più Autonomia alle Regioni

PER LA PROSSIMA LEGISALTURA PIU’ AUTONOMIA ALLE REGIONI

di Gian Carlo Sacchi

La legislatura termina con un impegno trasversale a diverse amministrazioni e parti politiche: il riconoscimento di maggiore autonomia alle Regioni.

E’ noto che Lombardia e Veneto hanno celebrato un referendum in tal senso, ottenendo il conforto dei cittadini, mentre l’Emilia Romagna ha espresso un preciso indirizzo da parte dell’Assemblea Legislativa. Tre regioni che chiedono l’applicazione dell’art. 116 della Costituzione ed avviano una fase interlocutoria con il governo nazionale. Due le novità: la prima è che dalla periferia si torna a sentire il bisogno di contare di più e di valorizzare il ruolo delle istituzioni locali; dopo più di dieci anni dall’approvazione della riforma costituzionale, rimasta lettera morta per paura della competizione tra le forze politiche, qualcosa si muove. E la seconda è che il governo ha risposto positivamente, come mai era avvenuto per tutto questo tempo.

L’iter però è ancora lungo, perché si tratta di approvare da parte del nuovo Parlamento una legge per ogni regione richiedente con le materie per le quali si vuole operare con maggiore autonomia, prese tra quelle che oggi la Costituzione considera “concorrenti” tra Stato e Regioni. Si tratta di una svolta, che dato il numero di queste ultime che si aggiungono, potrebbe riproporre l’esigenza di una nuova riforma costituzionale più mirata ai diversi livelli di governo ed alle questioni fiscali.

I settori sui quali intervenire sono numerosi ma piuttosto affini tra le varie richieste, in modo da far pensare ad una nuova legge costituzionale che possa rimettere in relazione più autonomia da parte delle regioni ordinarie con le competenze esclusive di quelle a statuto speciale. Ma se non si vuole volare troppo alto ci si può accontentare di proseguire il lavoro, già avanzato nei rapporti bilaterali, auspicando che la campagna elettorale non distolga lo sguardo.

Di solito le riforme istituzionali non infiammano gli animi nel periodo preelettorale, ma costituiscono pur sempre il modo di organizzare dei contenitori nei quali sia possibile valorizzare le peculiarità dei territori, offrendo loro maggiore capacità di gestione anche a livello internazionale, prima di tutto per una visione più efficiente di Europa, per creare così maggiore ricchezza che può servire a tutto il Paese, in una prospettiva di solidarietà, ma in primis ai cittadini di quelle località per il miglioramento dei loro servizi. Ciò imporrà una diversa modalità di calcolo delle risorse che lo stato impegna per le regioni ed una compartecipazione alla fiscalità generale, in considerazione anche di un diverso e migliore uso delle stesse, così da rendere più stabile la programmazione al riparo da esigenze di finanzia pubblica.

Da altre regioni arriva la richiesta di voler partecipare alla trattativa e la cosa più interessante è che viene ad arricchirsi ulteriormente il quadro delle forze politiche in campo per quanto riguarda l’applicazione del suddetto art. 116, che pur con motivazioni diverse era stato in questi anni tralasciato. Dal Piemonte e dalla Campania, due amministrazioni di centro-sinistra, insieme a Lombardia, Emilia e Veneto emerge anche un impegno alla stabilità dei bilanci, requisito necessario per giungere alla maggiore autonomia, il che stimola in generale comportamenti virtuosi. Ma anche la Liguria, con una maggioranza di centro-destra, scende in campo e notizie in tal senso giungono dalla Puglia e dall’Umbria: l’Italia delle autonomie si mobilita di nuovo, forse con un po’ di ritardo, ristabilendo il filo conduttore della riforma del titolo quinto della Costituzione e ricercando sul territorio quelle alleanze che mettono al primo posto gli interessi dei cittadini rispetto a quelli della politica; oltre ai referendum che hanno chiamato direttamente la popolazione, questo obiettivo viene condiviso da maggioranze e minoranze dei consigli regionali.  Piemonte e Umbria riportano inoltre alla luce l’antico dibattito sulla revisione dei confini amministrativi; per essi può valere la definizione di “area vasta” già introdotta dalla legge sulla revisione delle province.

Tra le materie che ciascuna regione propone ci sono ricerca, istruzione e formazione professionale, a supporto dello sviluppo economico delle diverse realtà e della loro capacità competitiva: un “sistema” delle autonomie locali che va a rinforzare il livello nazionale e sa confrontarsi in modo più dinamico e flessibile con un’Europa delle Regioni.

Tessuto produttivo, governo e formazione devono trovare sempre più occasioni di integrazione a partire dai territori, allo stato nazionale gli elementi di regolazione e valutazione. Nell’ambito del sistema formativo occorre superare il parallelismo tra le istituzioni valorizzando la dimensione locale, a partire dalla scolarità di base, con il nuovo ciclo 0-6 anni recentemente introdotto dal D. Leg.vo 65/2017, la formazione professionale già di competenza regionale, ma in rapporto stretto con l’istruzione che si esplica attraverso l’autonomia delle scuole e delle università.

Dentro le autonomie scolastiche occorrerà scavare molto di più di quanto non si sia fatto finora, in modo da rendere efficace la loro presenza in relazione alla domanda sociale, assicurando obiettivi e standard precisi, un efficiente valutazione e una governance di carattere pubblico/partecipativo. La legge 107 ha messo in evidenza ancora di più la domanda di autonomia, ma non l’ha soddisfatta, rimanendo legata al centralismo burocratico per molte attività anche di carattere didattico.

Tra le materie indicate si nota che le diverse esigenze regionali hanno molti punti in comune, il che rende possibile da un lato individuare un quadro unitario nazionale, e, dall’altro, riconoscere le peculiarità dei territori. Solo il Veneto esprime la volontà di intervenire a definire le norme generali sull’istruzione che la Costituzione attribuisce alla competenza esclusiva dello Stato, per il resto tutte vogliono occuparsi di:

– Programmazione della rete scolastica e universitaria e dell’offerta formativa regionale, per aderire alle esigenze del tessuto produttivo

– Modalità di valutazione del sistema,

– Determinazione della consistenza organica del personale

– Rapporti tra istruzione, formazione e lavoro, anche nella recente previsione delle attività di alternanza, orientamento e tirocini aziendali; sistema unico di istruzione tecnica e professionale

– Regionalizzazione delle politiche attive del lavoro

– Disciplina dei rapporti con il personale nel rispetto di uno status giuridico ed economico statale; reclutamento regionale e territorializzazione della contrattazione

– Finanziamento alle scuole non statali

– Organi collegiali territoriali e assunzione da parte delle regioni delle funzioni dell’ufficio scolastico regionale

– Educazione degli adulti

– Edilizia scolastica

– Potestà legislativa nei confronti dell’UE e gestione dei relativi fondi

– Attuazione del federalismo fiscale

– Diritto allo studio e ristorazione collettiva nelle scuole

Sono fatti salvi i limiti derivanti dal rispetto dei “livelli essenziali delle prestazioni” da garantire su tutto il territorio nazionale e la piena valorizzazione delle autonomie scolastiche come indicato dalla stessa Costituzione.

Il trasferimento di tali competenze non sembra una rivoluzione alla catalana, ma una richiesta del tutto plausibile se si vuol veramente far aderire le strutture formative alle esigenze del territorio e migliorarne l’efficienza; anzi per alcune di esse sono già in atto processi di decentramento che sarebbe bene completare.

Iniziamo dall’autonomia delle scuole e dalla loro rappresentanza istituzionale, affinchè l’offerta formativa sia davvero capace di interpretare la domanda sociale e del mondo del lavoro, nell’ambito delle norme generali sull’istruzione, integrandosi con gli altri servizi educativi, la formazione professionale e permanente, e non sia semplicemente un adempimento burocratico vincolato dalle risorse economiche dello stato e dalla rigidità dei curricoli.

Nell’ottica dell’autonomia sarà possibile riconsiderare i rapporti con le scuole non statali e tutta la questione della parità; si aspettavano norme sull’autogoverno delle scuole stesse (statuti, regolamenti, organi collegiali, piani formativi territoriali, ecc.), nemmeno sfiorate dalla buona scuola. Una programmazione regionale-locale era già prevista dal 1988, ma mai realmente attuata. Anche il passaggio delle competenze degli UUSSRR era indicata dai decreti Bassanini; le funzioni fondamentali degli enti locali sono state ribadite dal D.Leg.vo 261/2010 in corrispondenza con l’attuazione del federalismo fiscale.

Che vi sia bisogno di una maggiore autonomia nella definizione degli organici e nell’assunzione del personale lo dimostra l’inefficienza che ogni anno condiziona l’avvio delle lezioni: un timido tentativo fu fatto in passato da parte del coordinamento delle regioni, e la cosa non avrebbe contrastato i rapporti sindacali con l’introduzione di una contrattazione regionale, così come si voleva che l’assegnazione dei contributi statali alle scuole avvenisse su un unico capitolo per agevolare l’autonomia di spesa.

Sull’educazione degli adulti un documento stato-regioni del 2014 attribuiva a queste ultime il compito di realizzare una rete di strutture che oltre ai CPIA coinvolgesse anche le realtà del privato-sociale. Stato e regioni potrebbero lavorare insieme nei rapporti con l’INVAlSI per la valutazione di sistema; riprendere la questione  del canale unico tra istruzione tecnica, professionale e formazione, fino all’istruzione terziaria sarebbe stato importante, mentre il recente decreto ha limitato il riordino agli istituti professionali quinquennali, per finire con le politiche attive del lavoro che devono tornare alle regioni eleminando quella sovrastruttura che è l’ANPAL.

E si potrebbe continuare per dimostrare che il sistema è maturo per una maggiore autonomia da affidare, come avviene in quasi tutta Europa, alla gestione di “regioni virtuose”, quelle cioè con “i conti a posto”, sotto la vigile attenzione del predetto art. 116 e di una legislazione ordinaria chiara ed efficace.

Cosa aspettarci dunque dalla prossima legislatura ? Innanzitutto che non venga mortificato il lavoro fin qui svolto dai tavoli tecnici tra governo e regioni su questi temi, ma anzi che venga sviluppato fino al necessario compimento parlamentare, facendolo uscire dall’angolo degli specifici e spesso marginali rapporti multilaterali per coinvolgere i diversi dicasteri nazionali, tra i quali il Miur che in materia ha sempre assunto un comportamento frenante.

La politica scolastica in questo momento esprime una contraddizione portata dalla buona scuola: il tentativo di liberalizzare alcune procedure per rientrare in una gestione centralistica complessiva del sistema. Forse l’autonomia potrebbe far toccare con mano la necessità di certe aperture se si vogliono offrire convincenti risposte al territorio senza perdere di vista ovviamente il valore unitario del Paese.

La scuola pubblica sia al centro dei programmi elettorali

SNALS-CONFSAL LANCIA PETIZIONE ALLE FORZE POLITICHE ITALIANE

La scuola pubblica sia al centro dei programmi elettorali

“I partiti indichino misure e risorse. Di questo impegno risponderanno agli elettori”

 

 

Roma, 19 gennaio. Viene lanciata oggi la petizione dello Snals-Confsal che coinvolge il mondo della scuola, le famiglie e tutti i cittadini al di là di ogni appartenenza partitica o associativa.

Con questa petizione lo Snals impegna i partiti a indicare chiaramente nei propri programmi elettorali misure e risorse per la scuola. Il sindacato fornirà una costante informazione sulle risposte, invitando a votare chi si impegnerà più chiaramente. Saranno i cittadini, negli anni seguenti, a decidere nel segreto dell’urna se i politici eletti e i loro partiti abbiano onorato o no la promessa.

Numerose le motivazioni dell’iniziativa, perché da più di due anni la scuola sta vivendo sulla propria pelle le conseguenze della L. 107 (la cosiddetta Buona Scuola) che l’ha portata a trasformarsi da palestra di istruzione e di intelligenza a luogo di trasmissione di direttive governative e gestione di potere arbitrario. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: la funzione docente umiliata, la collegialità retrocessa, il diritto alla titolarità eliminato con compromissione della continuità didattica, mentre permangono le classi pollaio e i problemi della sicurezza, cui non ha certo giovato il progressivo taglio degli organici ATA.

Ancora più grave è la totale rimozione di ciò che costituisce il cuore della scuola: la centralità del processo d’insegnamento e la sua libertà, la qualità didattica, la serietà degli studi, perché l’istruzione è un diritto ma studiare è un dovere, il giusto riconoscimento, economico e sociale, dei lavoratori del settore. In realtà, oggi la scuola è meno libera, più farraginosa e anche più classista.

Questi i 7 obiettivi programmatici della petizione promossa dallo Snals:

1)       La quantificazione di risorse economiche certificate ai fini del finanziamento di un Piano quinquennale di investimenti che porti nel giro di 5 anni a un progressivo innalzamento della quota di Pil destinata alla scuola così da posizionarla ai livelli degli altri paese Ue.

2)       La messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici.

3)       La persona al centro delle politiche e il riconoscimento del diritto alle pari opportunità formative.

4)       L’abrogazione della L. 107/2015 e la rielaborazione di una riforma condivisa.

5)       Lo stop alle classi pollaio.

6)       Lo stop definitivo all’innalzamento dell’età pensionabile.

7)       La valorizzazione del personale scolastico, il recupero del suo ruolo sociale, la tutela della libertà d’insegnamento.

Dialogando

Dialogando con Salvo

di Maurizio Tiriticco

 

Ormai abbiamo raggiunto il top con questa mania ossessiva dello scrivere su documenti ufficiali del Miur sostantivi maschili e femminili! Come se si dovesse liquidare una sorta di guerra di genere che nello scrivere e nel parlare dura ormai da più secoli! L’amico Salvo scrive su FB: “E che ne dite degli ultimi decreti della 107, appesantiti nella lettura dalla continua ripetizione anche a distanza di due tre righe del tipo… delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti,… e addirittura in un decreto che abbraccia tutti gli ordini di scuola infanzia compresa, alla litania aggiungono in coda anche le bambine e i bambini, rubando così quattro righe nella colonna standard della gazzetta ufficiale dove potevano uscirsene semplicemente con la parolina allievi che ne non offendeva nessuno”.

E no, caro Salvo! Se dici/scrivi solo allievi, le allieve dove le mettiamo? Lo stesso vale per gli alunni! Ma non per gli insegnanti perché, se dovessimo scrivere “insegnante” come femminile plurale, gli alunni e le alunne ci riderebbero dietro! Mah! Di questo passo diremo che un’aula è di genere femminile solo se ospita alunne!!! Ma, se ospita alunni, dovremo chiamarla aulo! Per non dire della scheda di valutazione!!! Solo per le alunne dichiaratamente femmine! Per gli alunni maschi avremo lo schedo di valutaziono! E poi il registro di classe vale solo per gli alunni maschi! Per le femmine avremo la registra di classe! Non se ne può più di questa distinzione ossessiva dei due generi! Il nostro Paese… e la nostra Paesa… hanno bisogno di ben altra cosa… e di ben altro coso!

Eppure abbiamo origini nobili in materia di lingua! Sappiamo tutti che nel lontano 960 alcuni contadini a Capua testimoniarono: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Nacque così, con molta umiltà, la nostra bella lingua! E un tale fiorentino, indubbiamente colto e un po’ saccente, volle scrivere una commedia, che osò definire divina, in volgare, perché tutti potessero leggerla! Ma indubbiamente il nostro Alighieri sapeva dove andava a parare, avendo a che fare con tanti parrucconi che scrivevano solo in latino, anche se in casa, quando picchiavano le mogli, le rimproveravano in un volgare che… più volgare non si può! E il nostro Alighieri ebbe comunque un gran coraggio! Esaltò il volgare sia in volgare che in latino, per non essere accusato di essere un incolto ignorante! E fu così che scrisse il Convivio in volgare e il De vulgari eloquentia in latino, volendo raggiungere così sia i dotti cosiddetti che il popolino che di latino non masticava nulla!

E nei secoli successivi vennero opere grandi! Il dialogo sui massimi sistemi! Il principe! Gli asolani! La scienza nuova! I promessi sposi! Insomma, ormai si affermava una lingua che non aveva più bisogno di essere difesa perché da sola poteva anche imporsi e parlare al mondo. Mah! Un MAH! GROSSO COSI’! In effetti, mi sembra che oggi l’ignoranza al potere, a poco a poco, sta pure distruggendo la nostra bella lingua! Politici, cosiddetti… giovanotti politicanti, imberbi ma chiacchieroni imperversano sulle piazze e sui piccoli schermi delle nostre case! I poderosi “vaffanculo” di un comico da strapazzo hanno avuto la meglio! Per me e per te, caro Salvo, dovremmo dire “la peggio”! Lo sdoganamento del volgare, non quello dell’epoca di Dante, ma quello delle nostre odierne periferie, purtroppo ha fatto breccia e l’ignoranza al potere sembra che sia diventata la parola d’ordine! Ti ricordi il linguaggio dei Moro, dei Forlani e degli Andreotti? Addirittura forbiti, ma sempre colti e spesso ironici! “A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. “Il potere logora chi non ce l’ha”. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”! Per non dire dei discorsi fiume dei Togliatti e dei Nenni ai congressi di partito! Puntualmente pubblicati su “l’Unità” e sull’”Avanti”! Discorsi che nelle sezioni di partito venivano letti e commentati! “Politique d’abord”! Non era solo uno slogan lanciato da Nenni! Era una divisa che connotava, se non tutti, una gran parte degli italiani impegnati nella politica, o in quella attiva o in quella partecipata!

Ora non so! Questa seconda repubblica mi sembra assai povera! Politicanti che passano da una tv ad un’altra, che concionano su tutto e di tutto, con una cultura di base, non solo politica, abbastanza discutibile! Parlano tanto, ma non scrivono nulla! Chissà in quanti strafalcioni cadrebbero! E noi, professori di lettere, sempre un po’ maniacali, giù a sottolineare gli errori con la matita rosso/blu! Insomma, non è un periodo esaltante per il nostro Bel Paese dove il sì suona! O suonava? Altro dirti non vo; ma la tua festa ch’anco tardi a venir non ti sia grave.