Grande successo dello sciopero e della manifestazione nazionale delle diplomate/i magistrali

Grande successo dello sciopero e della manifestazione nazionale delle diplomate/i magistrali, almeno 5000 maestre/i protestano al MIUR durante tutta la giornata

Ora il movimento di lotta deve riunirsi in assemblee provinciali/regionali, verso una Assemblea nazionale che produca una piattaforma unitaria e le prossime iniziative di lotta

E’ terminata poco fa, dopo otto ore, l’eccellente manifestazione di protesta delle maestre/i diplomate/i magistrali contro l’inaccettabile sentenza del Consiglio di Stato che vorrebbe annullare i diritti acquisiti di questa importante parte della categoria, sentenza che va contro tutte le precedenti che in questi anni avevano dato ragione a decine di migliaia di docenti che adesso si vedono negare persino il diritto all’inserimento nelle Graduatorie a Esaurimento (GAE), e che vengono retrocessi a docenti di serie C. I manifestanti, sostenuti da uno sciopero plebiscitario che ha coinvolto circa il 90% del settore (il conto non va fatto su tutti i docenti delle primarie e dell’infanzia, ma solo sulla parte delle maestre/i alle quali era rivolto), hanno ribadito l’insopportabilità di una sentenza che intenderebbe cancellare il fatto che migliaia di docenti sono stati utilizzati, e spremuti come limoni, in questi anni, venendo considerati perfettamente abili a svolgere il loro lavoro (in Italia nessuno/a ha insegnato a insegnare al 99% degli attuali docenti in tutti gli ordini di scuola: l’apprendimento è avvenuto sempre “sul campo”), peraltro con stipendi miserabili rapportati al resto d’Europa (una maestra con 10 anni di lavoro guadagna circa 11 euro l’ora netti, per integrare in una stessa classe alunni normodotati, disabili, migranti con scarsa conoscenza della lingua, nomadi ecc.). Le maestre/i hanno sottolineato i drammatici problemi che la sentenza impone ai diplomati magistrali, molti/e dei quali con nomine annuali dalle GAE, in diversi/e già immessi in ruolo, e che ora, oltre alla perdita del lavoro, rischiano di ritrovarsi inseriti in seconda fascia o addirittura in terza.

La delegazione dei COBAS, Anief e maestre autorganizzate, ricevuta dalla ministra, ha ribadito che la scuola italiana di questi docenti non può assolutamente fare a meno. Guai, dunque, se ci fossero da parte del MIUR decisioni sciagurate che dovessero far saltare, nell’anno in corso, la continuità didattica per migliaia di alunni e i posti di lavoro per migliaia di docenti. Ma hanno anche detto che ora il problema  è strettamente politico: il governo attuale è perfettamente abilitato ad emanare un decreto che sani la situazione, garantendo i diritti dei lavoratori/trici: o almeno può preparare il terreno perché tale decreto venga emanato dal prossimo governo in carica, una volta insediatosi, trovando un accordo anche con le attuali opposizioni. Nel frattempo chi è stato immesso in ruolo dovrà mantenere il proprio posto: per chi ha già fatto l’anno di prova, esso vale molto di più di un concorso abilitante. Contemporaneamente, chi è inserito con riserva nelle GAE (graduatorie ad esaurimento) deve poter mantenere la propria posizione, così come chi ha avuto un incarico annuale. Resta da stabilire la posizione del MIUR e del governo (questo o il prossimo) nei confronti delle restanti altre maestre/i diplomate/i. Su questo punto si sono espresse varie posizioni nel corso della manifestazione, da chi ritiene che debbano essere riaperte le GAE per tutti/e, a chi pensa che possa essere accettabile anche un concorso riservato e non selettivo a cui ammettere tutti/e quelli/e non ancora inseriti nelle GAE. Per arrivare ad una piattaforma condivisa che consenta al movimento di lotta di presentarsi compatto ad una trattativa, riteniamo che vadano convocate con urgenza Assemblee provinciali e regionali che decidano delegati/e e piattaforme da portare ad una Assemblea nazionale, da tenersi entro il mese di gennaio, che elabori una piattaforma unitaria e che decida le prossime forme di lotta. I COBAS si impegnano a rispettare e a sostenere quanto verrà deciso in tale Assemblea ed in ogni caso saranno al fianco delle maestre/i in lotta fino al raggiungimento dei loro obiettivi.

Piero Bernocchi  portavoce nazionale COBAS

Un regalo di Natale tossico quello per i diplomati magistrali

Scuola =
on. Stefano Fassina e Claudia Pratelli (Liberi e Uguali SI):
Una vicenda surreale, un regalo di Natale tossico quello per i diplomati magistrali.
Occorre intervento governo per superare di fatto gli effetti della sentenza e garantire un piano di stabilizzazioni 
“Sono decine di migliaia i diplomati magistrali nelle Gae che dopo la recente sentenza del Consiglio di Stato – che contraddice sette sentenze precedenti- sono stati risucchiati nella precarietà o addirittura rischiano di vedersi licenziati. Insegnanti che tengono in piedi le nostre scuole dell’infanzia e primarie da anni, persone di cui i nostri bambini non possono fare a meno. Si tratta di una vicenda surreale.”
Lo affermano Stefano Fassina e la responsabile nazionale scuola di Sinistra Italiana Claudia Pratelli oggi presenti alla manifestazione davanti al Miur.
“Una vicenda surreale – proseguono gli esponenti di Liberi e Uguali – un regalo di Natale tossico, precipitato addosso a 50000 persone il 20 Dicembre scorso. É evidente che occorra una soluzione politica da troppi anno rimandata, in ultimo da questo Governo nonostante più volte sollecitato da sindacati e movimenti oltre che dagli interventi di Sinistra Italiana sul tema. “
“Occorre intervenire subito per superare di fatto gli effetti della sentenza – concludono Fassina e Pratelli – e garantire un piano pluriennale di stabilizzazioni e assunzioni che dia certezze a questi docenti e alla scuola tutta.”

Nel 2018 la Disability Card dovra’ passare da progetto a realta’

Superando.it del 08-01-2018

Nel 2018 la Disability Card dovra’ passare da progetto a realta’

di Stefania Leone*

Una card unica per le persone con disabilità, utile ad accedere a benefìci e agevolazioni al sistema dei trasporti e alle proposte di carattere culturale, sportivo e ricreativo, in tutti i Paesi dell’Unione Europea che vi aderiranno. Ma anche un incentivo morale ed economico, un fattore di attrazione turistica e, non ultimo, un “facilitatore burocratico”: questo sarà la Disability Card Europea, frutto di un progetto seguito nel nostro Paese dalle Federazioni FISH e FAND, che ci si augura possa diventare realtà in questo 2018, come hanno auspicato in tanti, durante la presentazione di Roma.

Nel corso di un evento interamente sottotitolato, moderato da Pietro Barbieri, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Disabilità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali [se ne legga già sulle nostre pagine, N.d.R.], è stato presentato il 22 dicembre scorso a Roma, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, il progetto europeo EU Disability Card, alla presenza di numerosi rappresentanti delle Associazioni aderenti a FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), tra i quali Antonio e Valeria Cotura per la FIADDA (Famiglie Italiane Associate per la Difesa dei Diritti degli Audiolesi), Salvatore Nocera per la stessa FISH, Roberto Romeo per l’ANGLAT (Associazione Nazionale Guida Legislazione Andicappati Trasporti), oltre ad esponenti dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) e di chi scrive, per conto dell’ADV (Associazione Disabili Visivi).

Come ampiamente spiegato da Vincenzo Falabella e Franco Bettoni, presidenti rispettivamente di FISH e FAND, il progetto è risultato dal partenariato tra le due Federazioni più rappresentative a livello nazionale delle persone con disabilità, con un lavoro molto complesso durato oltre due anni, che ha coinvolto e messo in rete i diversi Ministeri ed Enti, per garantire snellezza nel riconoscimento dei diritti, recependo ovviamente la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, già ratificata nel 2009 dall’Italia [Legge 18/09, N.d.R.] e da altri 26 Stati Membri dell’Unione Europea.
Si è pensato in sostanza di realizzare a livello europeo una unica card per le persone con disabilità, per accedere a benefìci e agevolazioni al sistema dei trasporti e alle proposte di carattere culturale, sportivo e ricreativo. Una card, insomma, che possa consentire l’accesso alle persone con disabilità a tutti i servizi nei Paesi aderenti, con l’unificazione dei criteri e delle modalità di fruizione a musei, cinema, attrattive culturali e trasporti, in modo da semplificare la vita ai cittadini europei con disabilità, che oggi viaggiano molto di più sia per motivi di lavoro che di turismo.
La card stessa potrà diventare un incentivo sia morale che economico per le amministrazioni pubbliche e private dei servizi coinvolti, e potrà rappresentare un fattore di attrazione turistica in tutti i Paesi Membri dell’Unione Europea che vi aderiranno; per ora sono otto, ovvero, oltre all’Italia, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Malta, Slovenia e Romania; in tal senso, è da ritenere emblematico il fatto che i Paesi che per primi hanno aderito alla card abbiano delegato alla realizzazione del progetto le organizzazioni delle persone con disabilità.

EU Disability Card nasce dall’esigenza di concretizzare il Regolamento Europeo n. 1381/2013, che pone particolare attenzione riguardo all’accessibilità e al diritto di cittadinanza per i cittadini del Vecchio Continente, puntando quindi a unificare le regole e a semplificare la burocrazia dei diversi Stati.
Prendere un treno dall’Italia all’estero, ad esempio, non prevede gli stessi trattamenti da una nazione all’altra, sia in termini economici che di servizi di assistenza. C’è una molteplicità di comportamenti tra scontistiche e trattamenti economici da uno Stato all’altro.
In Italia si nota che il sistema dei trasporti andrebbe unificato, perché attualmente è normato a livello locale e regionale, e pertanto è molto disomogeneo. Sarebbe inoltre importante unificare anche i trasporti tra treno e gomma, in particolare per il servizio di assistenza alle persone con disabilità.
Marco Mancini, responsabile dei rapporti con le Associazioni del Gruppo Ferrovie dello Stato, ha confermato che «nel nostro Paese, grazie al servizio di assistenza ferroviaria operato a cura delle Sale Blu di Rete Ferroviaria Italiana, siamo a un buon livello, ciò che vale anche per i servizi alle persone con ridotta mobilità a cura degli aeroporti italiani». «Si potrebbe quindi pensare – ha aggiunto – di intervenire nel trasporto nazionale su gomma che le ferrovie stanno ampliando». «Possiamo osservare – ha concluso – che l’Italia può considerarsi pioniera per una serie di servizi: perché dunque, non estenderli ad altri Paesi, e/o ad altri tipi di servizi nei trasporti?».

La Disability Card, va puntualizzato, non è pensata come una semplice tessera analoga a quelle di fedeltà del supermercato, o come quelle utili ad accedere a sconti al cinema o ai teatri, bensì come un vero e proprio facilitatore per l’accesso ai servizi cittadini.
In altre parole, ci si propone di arrivare a un cambiamento sostanziale, passando da una condizione di modello medico-assistenziale della disabilità a un modello sociale, basato sul rispetto della persona, che invece del “bisogno di prendere un pullman”, passi al “diritto di prendere un pullman”.
Inoltre, pensando al fatto che ogniqualvolta viene promossa una normativa a favore delle persone con disabilità, accade che si generi una gran mole di burocrazia per accedere alle agevolazioni, tra le applicazioni pratiche della Disability Card potrebbe esserci anche quella di “facilitatore burocratico”.

Tra i diversi interventi da segnalare durante la presentazione, vi sono stati quelli di Andrea Venuto, disability manager del Comune di Roma e di Emiliano Monteverde, assessore alle Politiche Sociali del Municipio I di Roma Capitale, i quali hanno espresso il proprio parere favorevole alla Disability Card, sottolineando i problemi della Capitale in materia di accessibilità dei trasporti e dei servizi. Hanno inoltre offerto la propria disponibilità a fare in modo che si possa realizzare in via governativa il modello iniziale, partendo proprio da Roma Capitale, e cercando di capire insieme come e dove possa essere concretizzato. Roma, infatti, è una città che potrebbe vivere di turismo, ma che dovrebbe offrire servizi accessibili per tutti, ciò che allo stato attuale non accade, come ha verificato Venuto tramite una recente operazione di raccolta dati. «È necessario quindi modificare l’approccio – hanno sottolineato sia Venuto che Monteverde -, mettendo a sistema tutti gli Assessorati (Cultura, Spettacolo, Mobilità ecc.) che devono occuparsi di accessibilità a 360 gradi, e quindi anche di disabilità, non demandando il problema al solo Dipartimento delle Politiche Sociali».

Dopo un’ampia illustrazione del quadro generale della situazione europea di riferimento, a cura di Giampiero Griffo, componente del Direttivo dell’EDF (European Disability Forum), a entrare nel merito del progetto è stato Giovanni Merlo, direttore della LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH.
«Attualmente – ha spiegato – a fungere da “Disability Card” è il certificato di invalidità, ma i benefìci sono molto dissimili da caso a caso (riduzione, gratuità e combinazioni varie, alcune anche fantasiose), sulla base di un favore, di una concessione; pertanto ogni istituzione, ente o esercente decide autonomamente a che livello consentire l’accessibilità e l’usabilità, a seconda delle proprie possibilità e risorse. Questa proposta, invece, parte dal presupposto che non vorremmo uno sconto, ma dei servizi accessibili, cosa attualmente ancora lontana, e quindi serve appunto uno strumento che non discrimini, ma vincoli la società a permettere la partecipazione alla vita pubblica e culturale a tutti i cittadini, al di là della riduzione economica del biglietto».

Ora saranno sia le amministrazioni pubbliche che il mondo privato a dover costruire, insieme alle organizzazioni delle persone con disabilità, l’impalcatura della Disability Card, della quale al momento è stato realizzato un prototipo, in seguito a uno studio di fattibilità.
Per questo sarà fondamentale convincere le varie realtà ad adottarla, affinché sia conveniente non solo economicamente alle istituzioni, ma lo sia soprattutto a livello morale, sulla base di un’adesione volontaria. L’accesso alle migliori condizioni economiche sarà forse non il primo, ma il secondo passo: il primo, infatti, sarà quello di poter fruire del servizio, in maniera accessibile, come in Italia oggi sta avvenendo, ma “a macchia di leopardo”.

Secondo Carlo Giacobini, responsabile del Servizio HandyLex.org e direttore editoriale di «Superando.it», e Roberto Romeo, presidente dell’ANGLAT, la realizzazione della Disability Card produrrà due sfide, una legata alla pre-realizzazione, di tipo logico, l’altra alla post-realizzazione, di tipo organizzativo.
La prima è: a quali documentazioni si farà riferimento per l’erogazione della Disability Card? Ovvero quali saranno i criteri per il rilascio?
La seconda sfida, invece, è quella di sviluppare una nuova logica dell’accoglienza da parte dei servizi (dei trasporti, museali, cinematografici e culturali), mettendo in condizione chi eroga i servizi stessi di fare interventi sui mezzi pubblici, sugli apparati mobili, sulla rete, sulle applicazioni web accessibili, sulle fermate fisiche accessibili, senza barriere e con percorsi tattilo-vocali ecc.

Dal canto suo, Falabella ha tenuto a precisare che si è conclusa la fase progettuale e che attualmente la Card non esiste. Ha però ricordato che la Segreteria Nazionale della FISH è stata letteralmente assalita da messaggi e telefonate per chiedere le modalità per ottenerla, ciò che ben dimostra come da parte dei cittadini ultimi fruitori ci sia già un forte interesse.
Ora andranno quindi avviate le procedure per l’emanazione e la produzione concreta della card, nonché per la sua commercializzazione.
Per questa nuova fase, il Dicastero di cui Giuliano Poletti è ministro, quello del Lavoro e delle Politiche Sociali, sarà parte fondamentale. Purtroppo il Ministro non è potuto intervenire alla presentazione per ragioni istituzionali, ma lo ha ben rappresentato Raffaele Tangorra, direttore generale per l’Inclusione Sociale e per le Politiche Sociali del Ministero, attualmente punto di riferimento (Focal Point) dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, che monitora l’applicazione della Convenzione ONU.
Tangorra ha sottolineato le potenzialità di questo strumento, che a suo parere è possibile realizzare da parte del Governo. E sebbene non si sia purtroppo riusciti ad inserirlo nell’ultima Legge di Bilancio, si è dichiarato «fiducioso di trovare nelle forme legislative di competenza la modalità per andare oltre lo studio di fattibilità, compreso il finanziamento alla produzione fisica, convincendo le amministrazioni del suo potenziale futuro utilizzo, come ad esempio munendo la Card di un chip e applicandola sulle autovetture per passare i varchi elettronici ZTL (Zone a Traffico Limitato) sia in tutta Italia, cosa che costituirebbe già una notevole unificazione, sia a livello europeo».
L’ente erogatore della Card potrebbe essere l’INPS, una volta stabilito il criterio di scelta per gli aventi diritto. A tal proposito è intervenuto Rocco Lauria, direttore centrale per le Invalidità Civili dell’Istituto, che ha confermato questa possibilità, essendo l’INPS l’Ente che effettua le pratiche di riconoscimento delle invalidità e che dal 2010 in poi possiede i database unificati. Per questo potrebbe essere utilizzato come agenzia unica per censire le persone con disabilità.
Lauria ha sottolineato inoltre che il potenziale da poter sfruttare con la tecnologia è notevole, dal momento che tutte le informazioni (anche sanitarie) possono essere contenute in un chip nella Card. Pertanto, come accennato, questa potrebbe diventare un facilitatore per una serie di servizi, anche se già erogati.

Devo ammettere, in conclusione, di essere partita piuttosto scettica sull’idea della Disability Card. Alla luce però di quanto ho potuto ascoltare alla presentazione di Roma, ho cambiato idea, cogliendo l’importanza e l’utilità di questo nuovo strumento.
La speranza, quindi, è che i buoni propositi espressi siano seguiti da concreti provvedimenti attuativi, auspicio espresso durante le sue conclusioni anche da Falabella, che si è augurato appunto di vedere in questo 2018 il passaggio della Disability Card da progetto a realtà.

sTEFANIA lEONE,
Esperta di accessibilità del web dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), con delega per le problematiche ICT (Information and Communications Technology).

Alunni con disabilita’: costruire quella banca dati nel miglior modo possibile

Superando.it del 08-01-2018

Alunni con disabilita’: costruire quella banca dati nel miglior modo possibile

di Carlo Hanau*

Come riferito dal Ministero dell’Istruzione, i dati singoli sugli allievi con disabilità e sui PEI (Piani Educativi Individualizzati) verranno presto raccolti dal Ministero stesso. «Tutti ci auguriamo – scrive Carlo Hanau – che il nuovo Osservatorio per l’Inclusione Scolastica sia in grado di pilotare al meglio la costruzione di quella banca dati, perché questa grande innovazione possa esprimere tutte le sue potenzialità, ai fini di razionalizzare questo caotico settore, dove si impiegano più risorse umane e materiali di qualunque altro Paese, ma manca la verifica dei risultati».

Si invoca da più parti la programmazione della politica scolastica per l’inclusione, alla base della quale deve stare la conoscenza dei numeri dei bisogni, dell’efficacia e dell’efficienza. Ebbene, vi è ora un’importante realizzazione proposta dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che può dare tali risposte: i dati singoli sugli allievi con disabilità e sui PEI (Piani Educativi Individualizzati), presi uno per uno, saranno infatti presto raccolti dal Ministero stesso.

È dai tempi in cui ero presente come tecnico nominato dal ministro dell’Istruzione Berlinguer nell’Osservatorio sull’Integrazione Scolastica, che chiedevo questa innovazione e sono molto contento di avere vissuto abbastanza per vederne l’attuazione.
Questa sarà la banca dati dalla quale attingere i numeri della disabilità, che finora mancava in Italia. Come dimostra l’esperienza sull’autismo dei CDC di Atlanta (USA) [Centers for Disease Control and Prevention, ovvero “Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie”, N.d.R.], l’impegno della scuola accanto a quello della sanità fa la differenza per trovare i numeri reali dell’autismo e di altre condizioni di disabilità che spesso si tende a nascondere. Nel 2010, va ricordato a tal proposito, si era raggiunto il livello dell’1,5% dei casi di disturbi dello spettro autistico su tutti i bambini di 8 anni, che era dello 0,7 nel 2000, e poi si è stabilizzato nel 2012 sempre intorno all’1,5%.
Da noi in futuro sarà poi sufficiente travasare questi dati riferiti all’età scolare nella banca dati sanitaria per tutte le età, via via che le coorti di età usciranno dalla scuola, per avere i dati di tutte le età.

Nel nuovo Osservatorio Permanente per l’Inclusione Scolastica costituito a fine anno, non c’è più il nostro gruppo degli esperti nominati dal Ministro, che non prendevano alcun compenso per la loro funzione, ma che erano forse troppo liberi di esprimere il loro parere, come dimostra il fatto che il Ministro precedente ci ha convocati molto raramente e mai prima di prendere provvedimenti importanti.
Restano nel nuovo Osservatorio i Funzionari del Ministero stesso e i Presidenti delle nostre Associazioni, ai quali si aggiungono i Presidenti delle Società Scientifiche dei Pedagogisti, dei Medici e Neuropsichiatri dell’Infanzia e dell’Adolescenza.
Tutti ci auguriamo che il nuovo Osservatorio sia in grado di pilotare la costruzione della banca dati nel migliore dei modi possibile, perché questa grande innovazione possa esprimere tutte le sue potenzialità, ai fini di programmare gli interventi e razionalizzare questo caotico settore, dove si impiegano più risorse umane e materiali di qualunque altro Paese, ma manca la verifica dei risultati.

Carlo Hanau,
Già docente di Programmazione e Organizzazione dei Servizi Sociali e Sanitari nell’Università di Modena e Reggio Emilia e nell’Università di Bologna.

In 100 prime classi si sperimenta il diploma quadriennale

da Il Sole 24 Ore

In 100 prime classi si sperimenta il diploma quadriennale

di Cl. T.

Dopo anni di tentativi e annunci, parte la prima sperimentazione nazionale delle superiori a quattro anni, anziché cinque. Si partirà in 100 prime classi degli istituti scolastici del secondo ciclo, licei, tecnici, professionali, statali e paritari. Le classi si potranno costituire con 25-30 alunni, e il percorso “abbreviato” dovrà potenziare lingue (metodologia Clil), attività laboratoriali e tecnologie digitali.

Le scuole “sperimentali”
Le 100 scuole ammesse sono così distribuite: 44 al Nord, 23 al Centro, 33 al Sud. Si tratta di 75 indirizzi liceali e 25 indirizzi tecnici. Sono 73 le scuole statali, 27 quelle paritarie. Ogni scuola potrà attivare una sola classe sperimentale. I percorsi, come detto, partiranno con l’anno scolastico 2018/2019. Le iscrizioni saranno possibili a partire dal prossimo 16 gennaio, la stessa data prevista per le iscrizioni ai percorsi ordinari. In Italia già 12 istituti stanno sperimentando il diploma in 4 anni sulla base di singole richieste presentate negli anni scorsi al ministero dell’Istruzione. Con il bando emanato a ottobre si è deciso di superare questa logica, aprendo a una sperimentazione con criteri comuni di selezione, che hanno messo al centro la qualità dei percorsi e l’innovazione didattica, e con obiettivi nazionali di valutazione che, alla fine del percorso sperimentale, consentiranno di fare scelte basate su dati e informazioni approfonditi.

Nessuno “sconto” sugli obiettivi formativi: le scuole partecipanti assicureranno, come previsto dall’Avviso pubblico di ottobre, il raggiungimento delle competenze e degli obiettivi specifici di apprendimento previsti per il quinto anno di corso, nel rispetto delle Indicazioni Nazionali e delle Linee guida.

Debutta il nuovo sistema integrato per i bambini da zero a sei anni

da Il Sole 24 Ore

Debutta il nuovo sistema integrato per i bambini da zero a sei anni

Parte il sistema integrato di istruzione per i bambini 0-6 anni, previsto dalla Buona Scuola. Si parte con una dotazione iniziale di 209 milioni di euro (saranno 239 milioni, a regime).

Le misure
Si tratta di risorse specifiche per il potenziamento dei servizi offerti alle famiglie, per l’abbassamento dei costi sostenuti dai genitori, per garantire alle bambine e ai bambini pari opportunità di educazione, istruzione e cura, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche e culturali.

Gli obiettivi sono piuttosto ambiziosi: il 33% di copertura della popolazione sotto i tre anni, la presenza di nidi in almeno il 75% dei comuni, la qualificazione universitaria per le insegnanti dei nidi, la formazione in servizio per tutto il personale, il coordinamento pedagogico fra nidi e scuole dell’infanzia, la riduzione delle rette.

 

Nuovi istituti professionali, più laboratori e alternanza

da Il Sole 24 Ore

Nuovi istituti professionali, più laboratori e alternanza

di Claudio Tucci

Undici indirizzi di studio (rispetto agli attuali sei) che spaziano dal Made in Italy ai servizi commerciali; dall’enogastronomia e ospitalità alberghiera all’odontotecnico. Alternanza scuola-lavoro già a partire dal secondo anno. Più ore di laboratorio. Offerta didattica che potrà essere personalizzata e “modellata” in base alle esigenze produttive e del territorio. Possibilità di ricorrere ad esperti provenienti dal mondo del lavoro e delle professioni.

La ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, dopo l’ok delle Regioni, è pronta a far partire il restyling degli istituti professionali, a una manciata di giorni dall’avvio, il 16 gennaio, delle iscrizioni online al nuovo anno.

Il regolamento interministeriale (Miur-Lavoro-Mef-Salute), nove articoli in totale, è in via di pubblicazione; le novità scatteranno nelle prime classi attivate dal 1° settembre. Oggi i percorsi professionali del secondo ciclo sono costituiti da due segmenti distinti: da un lato ci sono gli istituti statali (Ip) della durata di cinque anni; dall’altro c’è l’istruzione e formazione professionale (Iefp) con percorsi di tre o quattro anni (tre per la qualifica più uno per il diploma) sotto la cabina di regia delle Regioni. La Iefp interessa circa 320mila studenti, e ottiene ottimi risultati occupazionali, specie in Lombardia e Veneto; l’Ip coinvolge invece circa 550mila alunni e 60mila docenti, e a causa di un approccio “molto teorico” è in grave affanno, con elevatissimi tassi di abbandono (38% nei primi due anni). Con il nuovo regolamento, gli istituti professionali cambiano pelle. I percorsi restano di cinque anni, ma vengono così strutturati: biennio più triennio. Gli indirizzi, come detto, passano da 6 a 11: trovano spazio anche agricoltura e sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; pesca commerciale, servizi culturali e dello spettacolo, gestione delle acque e risanamento ambientale, manutenzione e assistenza tecnica. «Per l a definizione dei profili di ciascun indirizzo abbiamo coinvolto anche soggetti del mondo del lavoro», evidenzia Fabrizio Proietti, dirigente del Miur per l’istruzione professionale.

Ogni scuola potrà “personalizzare” questi 11 indirizzi, anche in coerenza con le priorità indicate dalle Regioni. Nell’arco del quinquennio vengono inseriti gli “assi culturali”, vale a dire aggregazioni di insegnamenti omogenei. Nel biennio si fissa un quota di autonomia del 20% dell’orario per “potenziare” determinati insegnamenti o attività di laboratorio. Nelle classi del triennio gli spazi di flessibilità salgono al 40 per cento.

La sfida, spiega la ministra Fedeli, è trasformare gli istituti professionali «in vere e proprie scuole territoriali dell’innovazione in grado di spingere i l rilancio economico del Paese». La strada, però, è ancora lunga e non mancano ombre: i percorsi di studio restano di cinque anni; il collegamento con i territori (e la Iefp) deve decollare; e l’apertura agli esperti esterni è al momento facoltativa.

Le imprese osservano con attenzione le novità in arrivo: «Il nuovo regolamento va nella giusta direzione: maggior collegamento degli istituti professionali con le aziende, più laboratori, più alternanza – sottolinea Giovanni Brugnoli, vice presidente di Confindustria per il Capitale umano -. Occorre lavorare per un’offerta formativa di qualità, articolata e ben integrata sul territorio. In questo senso, il provvedimento aiuta le imprese, che già collaborano con gli istituti professionali, ad accrescere il loro impegno a favore della formazione specialistica dei giovani».

Scuola, tutti contro tutti Fi punta sull’alternanza, Pd su precari e concorsi

da Il Sole 24 Ore

Scuola, tutti contro tutti Fi punta sull’alternanza, Pd su precari e concorsi

di Claudio Tucci

Il Pd è attento a ricucire il rapporto con i docenti, e rilancia su più fondi per valorizzare la professione insegnante e sul nuovo sistema di formazione iniziale e reclutamento per portare anche i giovani in cattedra (nel 2016/2017 l’età media dei professori italiani è salita a 51,2 anni). Forza Italia guarda invece con priorità al collegamento con il mondo del lavoro, preme per rafforzare la cultura dell’alternanza e l’istruzione tecnica; e plaude alle novità didattiche in arrivo, vale a dire le superiori in quattro anni (anziché cinque – a settembre partirà la prima sperimentazione nazionale su un centinaio di prime classi).

Il M5S insiste su una vera formazione professionalizzante, secondaria e terziaria; annuncia di voler cancellare la chiamata diretta («una forzatura nel nostro sistema scolastico»), ma difende l’alternanza, purché sia di maggiore qualità e con fondi e strutture di supporto a presidi e imprenditori. La Lega Nord rispolvera il suo “cavallo di battaglia”: concorsi su base regionale, per evitare trasferimenti più o meno forzosi di docenti da una parte all’altra del Belpaese (e garantire agli studenti continuità didattica). Per Liberi e Uguali la nuova scuola italiana passa per l’abrogazione della riforma Renzi-Giannini, accompagnata da un piano pluriennale di stabilizzazioni per risolvere, definitivamente, il tema del precariato.

L’education si conferma un argomento da campagna elettorale divisivo (non da oggi) nelle ricette delle forze politiche. Per Simona Malpezzi, renziana e responsabile scuola dei dem, la priorità è «valorizzare, anche con nuove risorse, la figura professionale e le attività degli insegnanti»; ricorda, poi, l’attenzione del Pd anche ai precari di terza fascia con almeno tre anni di servizio alle spalle «per i quali – dice – arriverà un percorso di graduale immissione in ruolo prima di far partire i nuovi concorsi». Sì anche «a migliorare l’istruzione tecnica e la chiamata diretta – prosegue Malpezzi -. E ancora: Alternanza e didattica laboratoriale sono due strumenti che devono sempre più diffondersi negli istituti».

Valentina Aprea, ex sottosegretario al Miur, esperta di scuola di Forza Italia da lungo corso, concorda sul giudizio positivo all’alternanza «si recupera un principio già introdotto con la legge 53 del 2003 dal governo Berlusconi – ricorda -. E sono favorevolissima a espandere la sperimentazione delle superiori a quattro anni consentendo agli alunni anche l’adesione in via volontaria. La chiamata diretta dei docenti va rilanciata; gli Its devono decollare, e diventare smart academy».

Per Gianluca Vacca, M5S, membro della commissione Cultura della Camera, accanto ad alternanza e continuità didattica, è fondamentale inoltre «ridare dignità all’istruzione tecnica, anche a livello terziario. Una nostra idea è anche aprire una discussione con esperti e mondo dell’istruzione per ragionare su una possibile riforma dei cicli scolastici». «È giusto premiare i professori migliori – incalza Mario Pittoni, responsabile istruzione della Lega Nord -. Ma prima bisogna fissare criteri adeguati e omogenei di valutazione. Bisogna lavorare a un reclutamento su base regionale. Innescheremo un meccanismo virtuoso ispirato ai principi del federalismo».

Per Annalisa Pannarale, Liberi e Uguali, componente della commissione Cultura di Montecitorio, la sfida è invece puntare «su una scuola più inclusiva, che riconosca i diritti degli insegnanti e le esigenze degli studenti. Per questo, diciamo No alla legge 107, alla chiamata diretta e al merito inteso come mera competizione. L’alternanza può andare, ma va corretta: deve essere volontaria, svolta in aziende serie e coerente con il percorso di studio del ragazzo».

“Addio al vecchio tema nell’esame di terza media”

da la Repubblica

“Addio al vecchio tema nell’esame di terza media”

Il presidente della commissione Luca Serianni

Racconti da completare, dialoghi da costruire, approfondimenti scientifici, ma di carattere divulgativo e adatti all’età, da comprendere. E per farlo vanno bene testi di Italo Calvino e Marco Lodoli, ma anche un articolo sui draghi animali immaginari. Tema libero addio. Così cambierà a prova d’esame di italiano della terza media, che coinvolgerà a giugno circa 560mila alunni.

Luca Serianni, tra i più autorevoli linguisti italiani, ha guidato la task force di esperti voluta a luglio scorso dal ministero all’Istruzione, composta dal collega Massimo Palermo, da un rappresentante Invalsi, dalla dirigente del Miur Carmela Palumbo e da una docente di liceo, per definire le linee guida del nuovo esame.

L’obiettivo è più alto: rispondere all’emergenza sulle carenze linguistiche degli studenti. Serianni, socio dell’Accademia della Crusca e dei Lincei, non grida al declino dell’italiano, ma ha ben presente il problema dell’analfabetismo che resiste nel nostro Paese.

Professore, quali orientamenti avete definito per la prova di italiano di terza media?

«Abbiamo lavorato sulla base dei decreti cercando di avanzare delle proposte concrete per orientare gli insegnanti. Il tema puramente libero tenderemmo a sconsigliarlo a vantaggio di più prove, a scelta: un testo narrativo – noi proponiamo come esempio un brano di Lodoli sul traffico che offra lo spunto per proseguire un racconto; uno scritto che induca gli alunni ad argomentare, magari chiedendo di costruire un dialogo tra due interlocutori con opinioni diverse su un tema definito. Ma anche prove di comprensione e di sintesi di un testo anche di carattere scientifico. Noi diamo come esempio in questo caso un articolo sui draghi tratto da Focus Junior».

Qual è l’obiettivo?

«La commissione d’esame avrà sempre grande libertà nel modellare le prove a seconda del tipo di classe; quello che si vuole introdurre sono dei modelli, che ora non ci sono, per verificare le capacità di comprensione e di sintesi di un testo. Non siamo nemici della creatività, crediamo però che la prova conclusiva di italiano nella scuola media debba saggiare più capacità.

L’idea è di puntare su una visione più ampia».

Quando accettò l’incarico ministeriale lei parlò dell’importanza del riassunto, ora trascurato a scuola: rimane come indicazione?

«Certo, indipendentemente dalle prove, richiamiamo anche l’attenzione dei docenti sull’importanza dell’esercizio del riassunto nei tre anni delle medie: serve ad allenare i ragazzi a strutturare un testo».

Vi occuperete anche dell’esame di Stato, che sarà rivisto dal 2019: avete già un orientamento per la prova di italiano?

«Manterremo l’impalcatura, non sarebbe serio cambiare il modello perché dietro c’è una didattica già impostata e consolidata. Daremo consigli, per esempio, di inserire testi non solo del Novecento, ma dall’Unità d’Italia ad oggi.

Resterà il testo argomentativo, ma liberato da accumuli di documenti, riferimenti e citazioni che rischiano di indurre lo studente a fare un collage e impediscono una produzione autonoma. Infine, si proporrà una verifica sulla comprensione di testi più complessi anche in ambito scientifico».

Cambiare la prova di italiano alle medie è anche un modo per dare risposta all’emergenza linguistica: mesi fa si scatenò il dibattito con l’appello dei 600 accademici sul declino dell’italiano.

«L’ortografia, per carità, è una competenza importante. Ma la vera competenza in italiano si misura sulla capacità di organizzare e di comprendere un testo. Tullio De Mauro parlava di analfabetismo degli adulti che viene dalla scuola, direi a partire dalle medie in avanti perché la primaria funziona abbastanza bene».

De Mauro, appunto. Al ministero è stata appena intitolata una sala nel primo anniversario della sua scomparsa. “Un gesto simbolico per ricordare il suo amore per l’educazione”, ha detto la ministra della Pubblica istruzione Valeria Fedeli.

«De Mauro ha dato concreta applicazione all’articolo 3 della Costituzione, là dove si parla di uguaglianza dei cittadini senza distinzione di lingua. Avvertiva il problema di un analfabetismo funzionale».

Un problema che resiste?

«Temo di sì, i dati sulla scarsa capacità nella lettura sono ricorrenti e non riguardano solo l’Italia. E poi c’è il problema di una scrittura irragionevole e irriflessiva utilizzata nei social che non dà nessuna garanzia di una lettura consapevole e dialettica. Inoltre c’è un analfabetismo diffuso sulla matematica: la lettura di un testo discontinuo, con tabelle e grafici, mette in difficoltà più di una persona. Lo sa cosa c’è dietro?».

Lo dica…

«In gioco c’è la nostra coscienza civile, la nostra consapevolezza di elettori. La capacità cioè di potersi formare ed esprimere un pensiero critico. Non basterà cambiare le prove d’italiano per risolverlo, ma almeno è un passo».

«In classe alle 10, così gli studenti imparano di più»

da Corriere della sera

«In classe alle 10, così gli studenti imparano di più»

Brindisi, la sperimentazione nella scuola superiore Majorana. «Migliorare il sonno e l’apprendimento»

Valentina Santarpia

Bando a corse trafelate e sguardi assonnati: la campanella di scuola suonerà alle 10, almeno in alcune prime classi dell’istituto Majorana di Brindisi. Parte da una delle scuole superiori più innovative d’Italia la prima sperimentazione di orario posticipato: l’appuntamento per mettere a punto la novità è per il 23-24 gennaio, quando il professor Luigi De Gennaro, ordinario della Sapienza, sarà ospite della scuola per parlare a studenti e professori dei vantaggi del posticipo dell’orario scolastico. Una data non casuale, visto che studenti e famiglie dovranno entro il 6 febbraio scegliere la scuola secondaria a cui iscriversi, e l’orario di ingresso potrebbe essere una variabile interessante.

«Coinvolgeremo tutti, enti locali e famiglie — spiega il preside del Majorana, Salvatore Giuliano — ma sicuramente da settembre avremo le prime classi con orario di entrata spostato in avanti. Dopo anni di sperimentazione di metodologie didattiche che puntano ad andare incontro alle esigenze degli studenti, il nostro non è un punto di partenza, ma di arrivo».

Lo sguardo è rivolto a molti Paesi, dall’Inghilterra ad alcuni Stati Usa, all’Australia, dove gli adolescenti possono entrare alle 9. E il campus che dovrebbe sorgere intorno al Majorana potrebbe superare anche le difficoltà di tipo logistico e organizzativo, come la necessità di mense o lezioni al pomeriggio. Ma quali sono i benefici? «Qualità e quantità del sonno modificano la capacità di imparare — spiega De Gennaro, studioso del sonno —. C’è una stretta relazione tra le poche ore di sonno dei ragazzi e il minor livello di prestazioni per la memoria. Ci sono già numerose sperimentazioni nel mondo, che dimostrano come spostare in avanti l’orario migliora il rendimento degli studenti».

E la fucina di Brindisi sarà un ulteriore test per dimostrare come entrare alle 9.30 o alle 10, rispettando gli orari dei ragazzi e delle ragazze che difficilmente vanno a dormire prima delle undici di sera, possa migliorare le performance: saranno gli stessi studenti a condurre una ricerca, nell’ambito della scuola lavoro, per capire gli effetti della sperimentazione su se stessi e i compagni.

«Finalmente — gioisce Raffaele Mantegazza, della Bicocca —. Cominciamo ad assestare i tempi della scuola su quelli delle persone. Ricordo quando insegnavo a Como, questi poveri ragazzi costretti ad alzarsi alle 5 per arrivare dai paesi vicini ed entrare in tempo a scuola. Gli studenti hanno bisogno di essere svegli e motivati per imparare, iniziare la scuola alle 8 non è scritto sulle tavole di Mosè».

Bandi in inglese, Fedeli difende la scelta: «Non cancelliamo l’italiano»

da Corriere della sera

Bandi in inglese, Fedeli difende la scelta: «Non cancelliamo l’italiano»

La ministra dell’Istruzione, dopo le polemiche suscitate dalla decisione di abolire l’italiano nella domanda per la partecipazione al finanziamento dei progetti universitari di interesse nazionale, replica all’Accademia della Crusca: «È la lingua più funzionale»

Valentina Santarpia

«Non ci trovo nulla di scandaloso, non stiamo chiedendo di scrivere un componimento su Dante in inglese. Stiamo chiedendo al mondo della ricerca di utilizzare per un bando con ampi `sconfinamenti´ internazionali, la lingua funzionalmente più idonea. Che è l’inglese». Così la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, difende la scelta dell’impiego dell’inglese nel bando per i progetti di ricerca di interesse nazionale. E definisce «semplicemente falsa» l’accusa di «cancellare» l’italiano. «Il bando prevede comunque che `a scelta del proponente, può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana´», spiega Fedeli, che respinge anche l’immagine del suo ministero come una «sorta di nemico giurato della lingua italiana»: «Sottolineo con forza che non è assolutamente così. Anzi: è proprio il contrario», aggiunge citando tutte le iniziative assunte per «promuovere convintamente l’italiano».

Bandi in inglese, il prof della Cattolica: «L’italiano muore se si decide che non è lingua della ricerca»

La polemica

Il bando pubblicato il 27 dicembre dal Miur, il ministero dell’Università e Ricerca, per il nuovo Prin, cioè il finanziamento dei progetti universitari di interesse nazionale, ha suscitato molte polemiche. Motivo del contendere: la domanda per partecipare al bando deve essere compilata in inglese. Tra le voci contrarie, quella del prof. Frare, della Cattolica di Milano, e quella del professor Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, che ha definito la scelta del ministero di «abolire l’italiano in una domanda rivolta alla pubblica amministrazione è autolesionista e suicida». Marazzini ha sottolineato che nessuno Stato europeo fa scelte che penalizzano la lingua nazionale. Tanto più che per l’identico bando nel 2012 la richiesta fu di compilare la domanda sia in inglese che in italiano, mentre nel 2015 si lasciò ai partecipanti la possibilità di scegliere tra una delle due lingue. A fine 2017, invece, l’imposizione: inglese obbligatorio. E se è vero che in molte discipline scientifiche, scrivere il progetto in inglese si adatta meglio alle necessità della disciplina, è vero anche che per i progetti della branca umanistica (e in special modo linguistica) il ricorso a una lingua straniera appare perlomeno bizzarro. Marazzini sostiene di essere intervenuto sull’argomento sollecitato da molti colleghi, e chiede al Miur di modificare il bando. Oggi la risposta di Valeria Fedeli, Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

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