Importante sentenza sulla responsabilità degli enti locali in materia di sicurezza

Importante sentenza sulla responsabilità degli enti locali in materia di sicurezza

La Corte di Cassazione (Sez. VI penale), nella recentissima sentenza 8 gennaio 2018, n. 190, ha finalmente enunciato con assoluta chiarezza che compete agli enti Locali verificare le condizioni di sicurezza degli edifici scolastici e disporne la chiusura, quando risultino privi del certificato antisismico. In particolare, è stato condannato per omissione di atti d’ufficio il Sindaco che si era opposto alla chiusura di una scuola priva delle opportune certificazioni. Secondo la Suprema Corte, la presenza di un “basso livello di rischio”, rilevata in considerazione della ridotta sismicità del territorio, non costituisce una motivazione valida per ritenere idoneo all’uso un edificio pubblico: La inosservanza della regola tecnica di edificazione proporzionata al rischio sismico di zona, anche ove quest’ultimo si attesti su percentuali basse di verificabilità, integra pur sempre la violazione di una norma di aggravamento del pericolo e come tale va indagata e rileva ai fini dell’applicabilità del sequestro preventivo”.

Pertanto, la sentenza ribadisce che in capo agli enti locali sussiste la responsabilità di verificare le condizioni di rischio degli immobili e di fissare le misure preventive da adottare, anche in caso di eventi caratterizzati da imprevedibilità (come nel caso degli eventi simici).

L’ANP ritiene da sempre inaccettabili le responsabilità poste in carico ai Dirigenti Scolastici per quanto attiene alla delicatissima e prioritaria questione della sicurezza, in un contesto di ricorrente carenza di risorse, di misure preventive, di concreta trasparenza e di collaborazione con gli enti proprietari. Ricordiamo che, in base al recente rapporto pubblicato da Legambiente, il 65,1% degli edifici scolastici risulta precedente all’emanazione della normativa antisismica (1974) e che le scuole edificate secondo criteri di idoneità al rischio terremoto non arrivano neppure al 13%.

In sintesi: se una scuola non è sicura, va chiusa!

In coerenza con questo principio, l’ANP ha sostenuto il disegno di legge 2449/2016 che era finalizzato a riconoscere esplicitamente, nel diritto positivo, la possibilità che i dirigenti delle scuole disponessero l’evacuazione e/o l’interdizione di un plesso, o di parte di esso, qualora – applicando la diligenza del “buon padre di famiglia” – avessero ravvisato un pericolo grave ed immediato per l’incolumità delle persone.

L’ANP suggerisce a tutti i colleghi di vigilare sull’operato degli enti locali, rilevandone senza indugio le eventuali omissioni e richiedendo con la dovuta fermezza l’effettuazione dei necessari interventi di natura strutturale e/o impiantistica.

Rapporto sul contrasto del fallimento formativo

Presentato il 10 gennaio 2018 il documento finale della Cabina di regia su Dispersione scolastica e povertà educativa


Fedeli-Rossi Doria: “Serve piano nazionale, coinvolgere tutti gli attori in campo”

Cala la dispersione scolastica, con un tasso del 13,8% di coloro che abbandonano precocemente gli studi (dato 2016) contro il 20,8% di dieci anni fa. L’Italia si avvicina dunque all’obiettivo Europa 2020, al raggiungimento del livello del 10%. Ma restano forti gli squilibri territoriali, con Sicilia, Campania, Sardegna sopra la media nazionale. I maschi sono più coinvolti delle femmine, così come percentuali più alte si registrano fra studentesse e studenti di cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia e fra coloro che partono da condizioni economiche e sociali meno vantaggiose. In Italia ci sono infatti oltre 1 milione di persone in crescita (fra i 3 e i 18 anni) e in età scolare che vivono in condizione di povertà assoluta.

Sono i dati da cui è partito il lavoro della Cabina di regia sulla dispersione scolastica e la povertà educativa istituita dalla Ministra Valeria Fedeli e guidata da Marco Rossi Doria, ex Sottosegretario all’Istruzione ed esperto del tema. Il gruppo, istituito a maggio del 2017, ha lavorato in questi mesi partendo dal quadro dei dati disponibili, nazionali ed europei, dalla documentazione già prodotta in sedi istituzionali quali il Consiglio dell’Unione europea, l’Onu, il Parlamento italiano, dall’analisi delle buone pratiche già presenti nel nostro Paese, mettendo a punto un documento che offre, oltre ad una panoramica completa sul fenomeno, una serie di raccomandazioni sulle azioni da mettere in campo nel prossimo quinquennio per continuare a contrastare con forza la dispersione e le povertà educative, passando attraverso “un piano nazionale di contrasto”.

“Grazie al lavoro attento fatto dalla Cabina di regia in questi mesi, offriamo oggi al Paese una fotografia chiara del fenomeno e un piano d’azione per intervenire in maniera efficace e sistemica nella direzione del contrasto del fallimento formativo che, voglio dirlo chiaramente, non è semplicemente uno dei problemi della scuola italiana. È il problema. Della scuola, del Paese intero – sottolinea la Ministra Valeria Fedeli -. Combattere la povertà educativa deve essere la priorità nazionale, perché questa è la base per combattere le altre povertà: da qui partono le disuguaglianze, così come le opportunità. L’abbandono e la dispersione hanno conseguenze negative non solo sulle vite dei singoli, arrecano danno complessivo alla società, comportano una perdita economica per l’intero Paese in termini di Pil, minano la coesione territoriale e sociale. Si tratta di fenomeni che vanno contrastati con forza, perché dove la dispersione è alta vuol dire che non sono garantite a sufficienza pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi. E questo va contro uno dei più importanti principi costituzionali, quello che ritroviamo all’interno dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che ci ricorda che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Il documento presentato oggi offre “soluzioni di lungo termine alla questione. Soluzioni orientate al bene delle nuove generazioni e del nostro Paese. Soluzioni condivisibili, al di là di appartenenze politiche e scadenze elettorali”, sottolinea Fedeli. “Agire sulla dispersione scolastica, sull’insuccesso formativo e sulla povertà educativa è un’azione che richiede un intervento strutturato da parte di tutti gli attori in campo: Ministero, enti territoriali, realtà associative. La scuola ha un ruolo centrale, ma la scuola è società e l’impegno su questi temi è quindi responsabilità di tutte e di tutti. È molto importante agire ‘in verticale’, non solo nel periodo scolastico e non solo all’interno della scuola, investire anche sull’acquisizione di competenze lungo tutto l’arco della vita e aiutare le ragazze e i ragazzi, soprattutto chi è in condizione di svantaggio, ad affrontare al meglio la transizione dalla scuola agli studi successivi o nel mondo del lavoro”.

“La Cabina di regia per il contrasto della dispersione scolastica in questi mesi ha fatto tesoro dei dati dettagliati del Miur e ha raccolto le esperienze delle scuole, esaminato decine di buone prassi di ogni parte d’Italia e in particolare il lavoro in rete tra le scuole e le altre realtà educative: centri sportivi, terzo settore, parrocchie, volontariato – sottolinea Marco Rossi Doria -. Ha recepito indicazioni da regioni, enti locali e parti sociali. Ha tenuto conto delle tante buone pratiche che sono già in atto, dei documenti prodotti in diverse sedi istituzionali. Oggi offriamo uno strumento di lavoro che propone articolate linee di indirizzo e raccomandazioni sulle azioni da mettere in campo. La riduzione delle diseguaglianze è un diritto da garantire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi. Su questo fronte servono interventi sistemici e di lungo termine, una metodologia d’azione condivisa e partecipata con un forte coinvolgimento dal basso che metta al centro le studentesse e gli studenti, le docenti e i docenti, le famiglie. Abbiamo il dovere di contrastare la dispersione e creare opportunità per chi abbandona i percorsi di istruzione”.

Fra gli obiettivi prefissati dal documento, l’abbattimento dei tassi di abbandono al di sotto del 10% (che è il limite europeo) in tutte le aree del Paese e l’aumento degli investimenti per elevare il livello delle conoscenze e competenze di base e di cittadinanza.

Obiettivi da raggiungere mettendo in campo:

  • Una governance unitaria affidata al governo, con l’accordo di Regioni e Comuni, sotto il controllo del Parlamento per coordinare azioni e interventi, fare una ricognizione degli strumenti già in campo, concretizzare nuove proposte;
  • Un piano di azioni nazionale delle misure anti-dispersione;
  • L’individuazione di aree di educazione prioritaria su cui concentrare gli interventi (a partire dal rafforzamento del passaggio fra scuola primaria e secondaria);
  • L’allocazione di risorse sulla base dei risultati di apprendimento e dei tassi di dispersione;
  • L’estensione dei servizi per la prima infanzia;
  • Il rafforzamento delle reti territoriali per la valorizzazione delle buone pratiche;
  • L’attivazione di interventi per fare in modo che città e quartieri entrino sempre più in relazione con le comunità educanti;
  • Il rafforzamento della base di dati.

A livello scolastico, suggerisce il documento, vanno studiate modalità specifiche di composizione delle classi, va rafforzata e favorita la didattica laboratoriale con una gestione più flessibile e aperta delle classi stesse, va ricostruito il patto fra scuola e famiglie. Il contrasto alla dispersione e alla povertà educativa, prosegue il documento, va promosso, in concreto, anche attraverso un’edilizia scolastica di qualità, l’estensione del tempo pieno, la promozione di attività che vadano oltre l’orario scolastico, il sostegno all’innovazione digitale e ai laboratori, la formazione dei docenti.

“Abbiamo già cominciato ad investire su questi temi – ricorda Fedeli – a partire dagli 840 milioni di euro di fondi PON che abbiamo messo a disposizione per una scuola più aperta, inclusiva, innovativa. Un grande investimento che riguarda le competenze delle studentesse e degli studenti, pensato nel quadro degli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Stiamo investendo sull’edilizia scolastica, parliamo di oltre 9 miliardi di euro, perché siamo convinti che migliorare le infrastrutture non è solo una questione, fondamentale, di sicurezza ma un importante fattore abilitante di un’esperienza didattica moderna e al passo con i tempi. Abbiamo messo oltre 1 miliardo, con la riforma della scuola, sul Piano Nazionale Scuola Digitale per costruire una didattica nuova nelle diverse discipline, più attrattiva. Abbiamo investito sull’Alternanza Scuola-Lavoro, una scelta coraggiosa che apre alle studentesse e agli studenti l’opportunità di fare una esperienza nel mondo del lavoro, di capirne l’organizzazione, di vivere in un ambiente diverso da quello scolastico e sviluppare competenze differenti da quelle tradizionalmente scolastiche. E stiamo rafforzando i servizi per l’infanzia grazie alla creazione, per la prima volta, di un sistema nazionale integrato da 0 a 6 anni. Infine, approvando il reddito di inclusione abbiamo stabilito che l’erogazione dei sussidi alle famiglie venga vincolata alla effettiva frequenza scolastica di ragazze e ragazzi. La strada è tracciata. Questo documento è un ulteriore tassello per portare avanti un’azione di sistema che metta al centro il miglioramento della qualità dell’istruzione davvero per tutte e per tutti”.

NUOVO SEGRETARIO GENERALE

 IL CONSIGLIO NAZIONALE DELLO SNALS-CONFSAL SANCISCE IL RINNOVAMENTO DEL SINDACATO

ELVIRA SERAFINI ELETTA SEGRETARIO GENERALE

 

 

Roma, 10 gennaio.   Il Consiglio nazionale dello Snals-Confsal, in corso a Tivoli, ha sancito il rinnovamento in atto nel sindacato con l’elezione di Elvira Serafini a segretario generale.

Si tratta di una svolta importante connotata anzitutto da una forte apertura democratica, a cominciare dalla segreteria generale che passa da tre a sette membri. Irene Tempera è stata confermata segretario vicario e Teresa Montemurro segretario amministrativo. Sono stati rinnovati anche tutti gli organi statutari: le consulte, il consiglio nazionale e il direttivo nazionale.

L’elezione di Serafini rafforza il nuovo corso intrapreso da alcuni mesi dallo Snals-Confsal, caratterizzato da un maggiore confronto interno, oltre che da una maggiore attenzione alle istanze del territorio, e da una presenza ancora più incisiva e ascoltata ai tavoli negoziali.

ARTISTI PER DANTE – DANTE RISUONA

Il 14 dicembre 2017, nella SALA COLONNA del CHIOSTRO DEL CAPITOLO DELLA CATTEDRALE di Verona, a pochi passi dalla Chiesa di S. Elena, ove il 7 gennaio 1320 Dante lesse ai canonici veronesi la sua celebre “Quaestio de aqua et terra”.. è stato presentato il PROGETTO ARTISTI PER DANTE a cui è stato conferito il PATROCINIO MORALE della Presidenza Centrale  – Società Dante Alighieri, e il concorso:  DANTE RISUONA aperto ad artisti e studenti per interagire con la DIVINA COMMEDIA

ARTISTI PER DANTE – DANTE RISUONA

SI RIVOLGE

agli artisti, agli studenti dei licei, delle accademie, dei conservatori, delle università, per creare intorno all’opera di DANTE ALIGHIERI un terreno ideale di dialogo maieutico, interdisciplinare, atto a costruire sentieri di condivisione pacifica dei saperi e delle culture originarie,in reciproco dono

PROMUOVE la partecipazione a: WORKSHOP DANTE RISUONA per stimolare nei giovani artisti interazioni contemporanee con il più alto poema dell’Umanità, tramite la composizione di opere musicali, letterarie, pittoriche ispirate alla DIVINA COMMEDIA

Concorso DANTE RISUONA

info: addsarchivio@gmail.com

iscrizione: artistiperdante@gmail.com

info:

italiano

https://artistiperdante.blogspot.it/2017/11/artistiperdante.html

francese

https://artistiperdante.blogspot.it/2016/10/les-artistes-pour-dante-concours-dante.html

spagnolo

https://artistiperdante.blogspot.it/2017/12/artistas-para-dante-dante-resuena.html

inglese

https://artistiperdante.blogspot.it/2016/10/artists-for-dante-dante-resonates.html

Scuola: iscrizioni on line, al via le registrazioni per le famiglie

da Il Sole 24 Ore

Scuola: iscrizioni on line, al via le registrazioni per le famiglie

di Alessia Tripodi

Partono le iscrizioni al nuovo anno scolastico 2018/2019. Da stamattina, infatti, le famiglie possono registrarsi al portale del Miur www.iscrizioni.istruzione.it dedicato alle iscrizioni per le classi prime delle elementari, medie e superiori. Successivamente, dalle ore 8 del 16 gennaio alle 20 del 6 febbraio 2018, sarà possibile fare invece l’iscrizione vera e propria.

La procedura online è valida anche per iscriversi ai corsi dei centri di formazione professionale regionali (per le regioni che hanno aderito), mentre per la scuola dell’infanzia l’iter resta cartaceo. Per le paritarie l’adesione al sistema di iscrizioni online è facoltativa. Fra le novità per chi si affaccia alle superiori ci sono i nuovi indirizzi quadriennali sperimentali , che debutteranno a settembre.

Accesso veloce con Spid
Il sito dedicato alle iscrizioni, spiega il Miur, contiene tutte le informazioni utili per lo svolgimento della procedura e alcuni tutorial per aiutare le famiglie. Chi ha un’identità digitale Spid (Sistema Pubblico di Identità Digitale) potrà accedere con le credenziali del gestore che ha rilasciato l’identità. Altrimenti si potrà fare la normale registrazione al portale e seguire passo dopo passo la propria procedura di iscrizione.

Le novità per il 2018/2019
Sono 100 le classi che dal prossimo anno sperimenteranno le superiori in 4 anni: 44 al Nord, 23 al Centro, 33 al Sud. Si tratta di 75 indirizzi liceali e 25 indirizzi tecnici di 73 scuole statali e 27 paritarie. Per altre 92 classi il ministero chiederà al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione il parere per includerle nella sperimentazione. L’elenco completo delle cento scuole già ammesse è disponibile sul sito del Miur (clicca qui ). Novità anche per gli indirizzi professionali, riformati da uno dei decreti attuativi della legge 107/2015 sulla “Buona Scuola” e approvati ad aprile. Dal 2018/2019, i percorsi saranno di 5 anni: biennio più triennio. Gli indirizzi passeranno da 6 a 11 e ogni scuola li potrà declinare in base alle richieste e alle caretteristiche del territorio, coerentemente con le priorità indicate dalle Regioni. Le scuole potranno utilizzare le loro quote di autonomia, in relazione all’orario complessivo, per rafforzare i laboratori e qualificare la loro offerta in modo flessibile.

Spot sui social e in tv
Anche quest’anno il ministero dell’Istruzione ha realizzato uno spot di servizio per dare informazioni utili alle famiglie che sarà diffuso sui canali social del Miur e trasmesso dalla Rai. E per chi è ancora indeciso sulla scelta della scuola o dell’indirizzo c’è il portale Scuola in Chiaro (www.cercalatuascuola.istruzione.it ), con le schede sintetiche su tutti gli istituti scolastici, i principali dati, l’offerta formativa in chiaro e i Rapporti di autovalutazione delle scuole che contengono anche punti di forza e obiettivi di miglioramento.

Parte da Roma Imun 2018, maratona per “baby ambasciatori”

da Il Sole 24 Ore

Parte da Roma Imun 2018, maratona per “baby ambasciatori”

Partirà da Roma la “maratona” dei baby diplomatici di Imun 2018-Italian Model United Nations , la simulazione di processi diplomatici, organizzata da United Network, associazione italiana promotrice di progetti formativi. L’inaugurazione si è tenuta ieri nella Capitale con una “delegazione” dei ben quattromila diplomatici e ambasciatori partecipanti all’edizione del Lazio, la più numerosa di sempre.

Simulazione dei processi diplomatici
L’edizione romana vedrà fino al 13 gennaio i “delegates” al lavoro in varie sedi istituzionali in cui si terranno le simulazioni dei lavori Onu, tra cui la Camera dei Deputati. Ad Imun Roma 2018 partecipano studenti delle scuole superiori di Lazio, Toscana, Emilia-Romagna, Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Umbria, Veneto, Molise) e delegazioni di scuole straniere, tra cui Giordania, Francia, Malta.

Tour da nord a sud
Imun 2018 durerà fino al 20 gennaio: dopo Roma, dove le attività coinvolgeranno circa 6mila studenti, l’iniziativa proseguirà da nord a sud, attraverso Lombardia, Piemonte, Campania, Puglia, Sicilia, con migliaia di studenti partecipanti e centinaia di scuole coinvolte, sia italiane che estere. Gli studenti, si legge in una nota, si cimenteranno in «un’esperienza formativa unica, cioè diventare ‘ambasciatori e diplomatici per un giorno’ per avvicinarsi al mondo della diplomazia e della cooperazione internazionale, per comprendere come funzionano le assemblee dell’Onu e delle più importanti organizzazioni internazionali».

Maestri diplomati, l’alt del ministero “Nessuna scorciatoia per l’assunzione”

da la Repubblica

Maestri diplomati, l’alt del ministero “Nessuna scorciatoia per l’assunzione”

La protesta della scuola. Migliaia in piazza per le graduatorie. Il garante: astensione illegale. “Concorsi ad hoc per gli abilitati”.

Ilaria Venturi

Nessuna sanatoria. Nel giorno dello sciopero dei maestri, il ministero dell’Istruzione intende mantenere la barra dritta su questa posizione. Con la ministra Valeria Fedeli che prende tempo, in attesa della copertura legale dell’avvocatura di Stato, e si muove coi piedi di piombo a legislatura conclusa, evocando « soluzioni equilibrate » sul gran pasticcio dei diplomati magistrali che i giudici hanno prima inserito, poi estromesso dalle graduatorie che danno accesso alla cattedra in ruolo, le cosiddette “ Gae”. L’exit strategy, semmai, è una fase transitoria con concorsi dedicati, a misura di precario, come è stato deciso per le medie e superiori. Soluzione non immediata, con le elezioni di mezzo. Quel che pare certo è che la linea del “tutti dentro”, invocata dai sindacati che hanno indetto la mobilitazione, non passerà.

È questo il nodo dello scontro che si sta consumando nella scuola da settimane, culminato con lo sciopero di ieri che ha coinvolto appena il 2,94% del personale — un milione e 105mila insegnanti e bidelli — secondo i primi dati provvisori rilevati sul 64% delle scuole. Un’astensione che ha riguardato circa 18mila docenti, creato disagi in alcune scuole, primarie e materne, laddove cioè insegnano le maestre coinvolte nella vicenda, portato a blocchi del traffico a Milano, Torino e Bologna, presìdi a Cagliari, Bari e Palermo e una protesta con centinaia di insegnanti, per lo più giovani donne, in viale Trastevere. I promotori — sigle del sindacalismo di base — cantano lo stesso vittoria, nonostante i numeri. Lo fa Marcello Pacifico di Anief, che mette sul tavolo la richiesta di un decreto urgente che confermi nel ruolo i maestri già assunti e nelle graduatorie quelli immessi con riserva, annunciando nuovi ricorsi, sino alla Corte europea dei diritti umani, e altri scioperi il primo e il 23 marzo. L’Autorità garante intanto ha bocciato la proclamazione dello sciopero da parte dei Cobas come «non conforme alla legge » per mancato preavviso. Arriveranno sanzioni. Il leader Pietro Bernocchi controbatte duramente: «Sconcertante».

Al di là del braccio di ferro sullo sciopero, proprio nel giorno della ripresa della scuola dopo la pausa natalizia, la vicenda riguarda 43.600 precari con un diploma conseguito entro il 2002, anno in cui per legge è diventata obbligatoria per i maestri la laurea in Scienze della formazione primaria. Sono stati immessi nelle graduatorie ad esaurimento ( Gae) con riserva a seguito di ricorsi, e nel frattempo seimila sono stati assunti.

La sentenza del 20 dicembre del Consiglio di Stato, destinata a fare giurisprudenza, ha fatto chiarezza anche rispetto ai pronunciamenti favorevoli che finora avevano permesso ai maestri di insegnare con la prospettiva dell’assunzione a tempo indeterminato: il diploma magistrale è abilitante all’insegnamento, ma non dà diritto ad essere inseriti nelle Gae, e dunque a un posto fisso nella scuola. Esultano quelli che nella graduatoria c’erano già senza ricorso ( 26mila precari) e i laureati in Scienze della formazione primaria. Mentre in piazza è scesa la rabbia di chi ora deve tornare a fare supplenze. Tra questi anche maestri laureati, ma con titoli non abilitanti, come Valentina D’Amico, 37 anni ( « Ho superato pure l’anno di prova, e ora?»). Ci sono i precari storici diplomati, come Sabrina Biagiotti, 18 anni di supplenze nella materna. Ma anche chi ha deciso di rispolverare il vecchio diploma pur di trovare un lavoro fisso.

Come uscirne? I Confederali chiedono una soluzione politica. « Si doveva intervenire prima di tanti ricorsi » , dice Anna Maria Santoro della Flc-Cgil. Fedeli convocherà le parti dopo aver capito come muoversi legalmente per non togliere questi maestri dalle classi ad anno ormai inoltrato, ma anche per non scatenare altri ricorsi da parte di chi è stato scavalcato dai ricorrenti. Una matassa difficile da sbrogliare.

Maestri, spunta la sanatoria

da ItaliaOggi

Maestri, spunta la sanatoria

Da Zingaretti a Salvini, appoggi bipartisan allo sciopero. La Fedeli rinvia all’Avvocatura

Alessandra Ricciardi

Non basta assumere tutti i diplomati delle ex magistrali per sanare la questione. Perché per ogni diplomato che entra nella scuola dell’infanzia o elementare c’è un laureato che viene fatto fuori sullo stesso posto. Un’evidenza con la quale devono fare i conti i vertici ministeriali e gli stessi sindacati. Ieri si è tenuto lo sciopero, proclamato dai Cobas, dei maestri di scuola dell’infanzia ed elementari, dopo la sentenza del Consiglio di stato che ha giudicato non spendibile, ai fini delle immissioni in ruolo, il titolo del diploma, conseguito prima del 2001/2002, in quanto non abilitante all’esercizio della professione di docente. Circa 6 mila i docenti diplomati che, in base alle precedenti sentenze di ammissione con riserva, sono stati assunti, 40 mila quelli iscritti in Gae, le graduatorie a esaurimento.

Un cambio di indirizzo che ora costringerà i tribunali amministrativi a rivedere nel merito le proprie pronunce. «Siamo in 15 mila a manifestare», diceva ieri il segretario dei Cobas Piero Bernocchi, «serve una concorso ad hoc per i diplomati magistrali». Lo sciopero ha avuto appoggi bipartisan, dal presidente della regione Lazio, il democratico Luca Zingaretti, al leader della Lega, Matteo Salvini. Nel vertice che si è tenuto la scorsa settimana al ministero, presente il sottosegretario all’istruzione Vito De Filippo, con i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, è emersa una situazione normativa ingarbugliata, con posizioni diverse anche degli stessi maestri-ricorrenti, e non è stato possibile delineare una via di uscita che consenta di tenere insieme le ragioni di chi è stato assunto in quanto diplomato con quelle di chi ambisce, con titolo diverso, allo tesso posto.

L’ipotesi ritenuta percorribile è quella di avviare una fase transitoria, sulla falsa riga di quanto deciso per le scuole superiori, prevedendo ingressi contingentati e graduali dai dei tronconi. Ma per farlo, è la convinzione dei piani alti di viale Trastevere, serve una norma di legge. E dunque se ne riparla la prossima legislatura.

La ministra dell’istruzione Valeria Fedeli ha chiesto intanto un parere all’Avvocatura generale dello stato, dando indicazioni alle direzioni scolastiche regionali perché i contratti già sottoscritti, e che un’applicazione pedissequa della sentenza del Consiglio di stato imporrebbe di rescindere, non siano risolti. In nome della tutela anche della continuità didattica, per quest’anno ciascuno resta al proprio posto, è la linea. Poi si vedrà. Sperando che, in tempo utile per la ripresa del prossimo anno scolastico, la norma anche in via d’urgenza venga adottata. La Fedeli ieri: «Rispetto le ragioni della mobilitazione, appena l’Avvocatura darà un risposta, convocherò le parti per trovare soluzioni equilibrate».

Mobilità, ecco cosa prevede l’ordinanza alla firma della Fedeli

da ItaliaOggi

Mobilità, ecco cosa prevede l’ordinanza alla firma della Fedeli

Le domande dei docenti dal 3 al 26 aprile, per il personale ata, invece, dal 23 aprile al 14 maggio

Marco Nobilio

Docenti ed educatori, mobilità domande dal 3 al 26 aprile. È questo l’arco di tempo ipotizzato dal ministero dell’istruzione per le procedure di compilazione e presentazione delle domande di trasferimento e passaggio di cattedra o di ruolo per tutto il personale docente. Idem per gli educatori. I termini dei di presentazione delle domande del personale Ata, invece, dovrebbero essere fissati dal 23 aprile al 14 maggio. Per il momento si tratta solo di un’ipotesi, ma l’ordinanza annuale che darà il via alle operazioni è già pronta ed è stata presentata in bozza ai sindacati in vista di una riunione che si dovrebbe tenere a breve a viale Trastevere per definire gli ultimi dettagli.

Se i termini saranno confermati, le date delle ulteriori procedure dovrebbero essere le seguenti. Per i movimenti dei docenti della scuola dell’infanzia il termine ultimo comunicazione al Sidi (sistema informativo dell’istruzione) delle domande di mobilità e dei posti disponibili dovrebbe sarà l’11 maggio, mentre la pubblicazione dei movimenti è prevista per l’8 giugno.

Per la scuola primaria la comunicazione al Sidi dovrà avvenire sempre entro l’11 maggio, ma i movimenti saranno resi noti il 30 maggio. La comunicazione al Sidi delle domande di mobilità e dei posti disponibili per i docenti della secondaria di I grado è prevista entro il 5 giugno e i movimenti dovranno essere pubblicati il 25 giugno. Per la scuola secondaria di II grado. Il termine ultimo comunicazione al Sidi è stato fissato al 22 giugno e la pubblicazione dei movimenti al 10 luglio.

Per quanto riguarda la mobilità professionale verso le discipline specifiche dei licei musicali il termine di comunicazione al Sidi delle domande e dei posti disponibili è prevista per l’8 maggio. La pubblicazione dei movimenti avverrà invece in due momenti: il 28 maggio saranno resi noti gli esiti dei passaggi previsti ai sensi del comma 9 dell’art. 4 del contratto, riservati con priorità ai docenti che abbiano già insegnato in queste scuole e il 4 giugno quelli relativi al comma 10 dell’art 4 del contratto. Vale a dire, i movimenti relativi ai docenti che ne abbiano titolo, ma non vantano servizio specifico nei licei musicali.

La comunicazione a Sidi delle domande di mobilità e dei posti disponibili degli educatori dovrà avvenire il 22 maggio e la pubblicazione dei movimenti il 22 giugno. Per il personale Ata la comunicazione al Sidi sarà possibile fino al 22 giugno e i movimenti saranno pubblicati il 16 luglio. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, l’ordinanza dovrebbe essere pubblicata entro la fine del mese di gennaio. È ancora da definire la questione della costituzione delle cattedre tra ambiti diversi: una richiesta avanzata dai sindacati al tavolo negoziale che sarebbe ancora al vaglio dei tecnici dei di viale Trastevere. Attualmente, infatti, la normativa non lo prevede. E ciò preclude agli uffici periferici la possibilità di costituire cattedre tra ambiti diversi anche se si trovano all’interno della stessa città.

Quanto alla normativa contrattuale di riferimento, quest’anno le parti hanno pattuito di prorogare il contratto dell’anno scorso. L’accordo che dispone la proroga è stato firmato il 21 dicembre scorso da tutti i sindacati rappresentativi della scuola con la sola eccezione della Gilda che, non avendo firmato il contratto dell’anno scorso, per la netta contrarietà sul sistema degli ambiti e della chiamata diretta, ha ritenuto di non firmare nemmeno la proroga.

Il contratto appena prorogato, peraltro, è un compromesso tra la necessità di applicare le disposizioni contenute nella legge 107/2015, sulla scelta dei docenti da parte dei dirigenti, e la possibilità, per i docenti, di mantenere o acquisire la titolarità della sede. Beneficio, quest’ultimo, che consente loro di non essere assoggettati al sistema della chiamata diretta. Che prevede, peraltro, anche la scadenza triennale dei contratti di incarico una volta accettata la proposta del dirigente scolastico all’esito della chiamata diretta.

Fin qui la questione del contemperamento tra legge 107/2015 e contratto. L’accordo dell’anno scorso, che in assenza di proroga espressa avrebbe potuto comunque continuare a dispiegare effetti in forza della cosiddetta ultrattività dei contratti collettivi, prevede anche altre limitazioni rispetto al passato. Come per esempio la cancellazione della fase comunale. Che preclude ai titolari di una scuola del comune di godere di una sorta di precedenza di fatto rispetto a coloro che si muovono da altri comuni della provincia, in riferimento a movimenti all’interno del comune.

E riduce a 5 le preferenze esprimibili dagli interessati in ciò limitando fortemente le probabilità di ottenere il trasferimento mantenendo il diritto alla titolarità della sede. Il contratto prevede anche la cancellazione del diritto, per i docenti delle scuole secondarie, di scegliere la sede scolastica in luogo dell’istituzione scolastica nel suo complesso.

Nessun rischio per i vecchi diplomati già iscritti in graduatoria nel 2016

da ItaliaOggi

Nessun rischio per i vecchi diplomati già iscritti in graduatoria nel 2016

Cosa ha detto il consiglio di stato, sentenza n. 11/2017

La sentenza n. 11 del 2017 del Consiglio di stato riguarda i diplomati magistrali che hanno conseguito il titolo entro il 2001/2002, che non risultavano inseriti nelle Graduatorie permanenti all’atto della loro trasformazione in Graduatorie ad esaurimento nel 2007, e che recentemente hanno proposto ricorsi per ottenere comunque l’inserimento nelle citate Gae. Il Consiglio di stato ha deciso, con la sentenza pubblicata il 20 dicembre, che tale richiesta tardiva di inserimento nelle Gae non ha fondamento giuridico. La sentenza non ha invece alcun impatto, né immediato né futuro, sui diplomati magistrali, già di ruolo o ancora oggi iscritti nelle Gae, che risultavano già iscritti nelle Graduatorie permanenti nel momento in cui la legge n. 296 del 2006 le ha trasformate in Graduatorie ad esaurimento. Questi ultimi, infatti, per essere inclusi nelle Gae, avevano dovuto conseguire o l’idoneità in un concorso pubblico per titoli ed esami o frequentare e superare un corso straordinario organizzato dal Miur finalizzato al conseguimento dell’idoneità per la scuola elementare o dell’abilitazione per la scuola materna, corso destinato esclusivamente a coloro che erano in possesso del diploma magistrale o di scuola magistrale e di determinati requisiti di servizio.

La decisione assunta in Adunanza Plenaria del Consiglio di stato, come precisa in un comunicato lo stesso ministero dell’istruzione, non ha effetti immediati su tutte le situazioni giuridiche soggettive dei diplomati magistrali o dei controinteressati. La decisione ha bensì la funzione di assicurare che i giudici amministrativi interpretino in maniera uniforme la normativa, in occasione delle future sentenze e tenuto conto che in passato vi erano stati diversi orientamenti giurisprudenziali.

Scatti, la Fedeli resiste

da ItaliaOggi

Scatti, la Fedeli resiste

In ballo la progressione di carriera dei supplenti. Ma la Corte di cassazione le ha dato torto

Nicola Mondelli

Una recentissima ordinanza della Cassazione civile Sez. VI – Lavoro, la n. 29449 del 7 dicembre 2017 potrebbe avere messo la parola fine alla controversia che da alcuni anni tiene impegnati dinanzi ai giudici ordinari ed amministrativi il ministero dell’istruzione e il personale docente ed Ata in servizio con contratto a tempo determinato. Causa della controversia è stato ed è a tutt’oggi il rifiuto del ministero a riconoscere al personale del comparto scuola assunto con contratti a termine la medesima progressione stipendiale prevista per il personale con contratto a tempo indeterminato dai contratti collettivi nazionali di lavoro succedutisi nel tempo.

Il Miur continua infatti a sostenere che i contratti di lavoro a tempo determinato del settore scolastico sono assoggettati ad una normativa speciale di settore, sicché agli stessi non può trovare applicazione il principio della non discriminazione dettato dal decreto legislativo n. 368/2001 in quanto il ricorso alla supplenza e alla stipula di contratti a termine del personale scolastico trova giustificazione in ragioni oggettive e non è maliziosamente finalizzato a consentire ad datore di lavoro un risparmio di spesa.

Nel settore scolastico, sostiene ancora il ministero dell’istruzione, il servizio prestato a tempo determinato non è comparabile con quello prestato dal personale di ruolo, perché ogni singolo rapporto a tempo determinato è distinto e autonomo rispetto al precedente.

Di diverso avviso è invece il personale docente ed Ata in servizio con contratti di durata annuale o fino al termine delle attività didattiche che pertanto si riconosce nella citata ordinanza n. 29449 con cui i giudici della Corte di cassazione civile sez. VI-Lavoro hanno ribadito la validità di quanto disposto dalla Corte con le sentenze nn. 22558, 23868 e 27387/2016; 165/2017 e 290/2017 con le quali è stato statuito che «nel settore scolastico, la clausola 4 dell’Accordo quadro sul rapporto di lavoro a tempo determinato recepito dalla direttiva n. 1999/70/Ce, di diretta applicazione, impone di riconoscere la anzianità di servizio maturata al personale del comparto scuola assunto con contratti a termine, ai fini della attribuzione della medesima progressione stipendiale prevista per i dipendenti a tempo indeterminato dai contratti collettivi nazionali di lavoro succedutisi nel tempo, sicché vanno disapplicate le disposizioni di tali contratti che, prescindendo dalla anzianità maturata, commisurano in ogni caso la retribuzione degli assunti a tempo determinato al trattamento economico iniziale previsto per i dipendenti a tempo indeterminato».

L’ordinanza in esame sembra non lasciare spazio a ennesimi dinieghi da parte della ministra Valeria Fedeli dalla quale il personale docente ed Ata coinvolto nella controversia si aspetta ora una formale adesione a quanto sostenuto dai giudici della Cassazione.

Il prof è bravo ma stressato, un faro sull’organizzazione

da ItaliaOggi

Il prof è bravo ma stressato, un faro sull’organizzazione

la Cgil Toscana e la sezione fiorentina della Fcl-Cgil hanno lanciato il progetto «Fattori di rischio specifici per la salute psicofisica del personale scolastico».

Angela Iuliano

Mezza età, docente delle superiori innamorato del proprio lavoro, con una grande passione educativa. Da due anni ansia, nervosismo, irrascibilità, tensione afferrano C.M. ogni mattina, condizionando i rapporti con i ragazzi e con la vita professionale. Collaboratrice scolastica in un istituto comprensivo fiorentino, F.P. A a settembre è spostata senza preavviso in un’altra sede per esigenze di servizio. Un mese dopo compaiono malessere fisico, cefalea, problemi gastrici: stato depressivo causato dal trasferimento, le certifica lo specialista. Ma la richiesta di essere rimandata nella scuola di provenienza resta inascoltata dalla preside. Sono due dei casi che hanno spinto la Camera di lavoro metropolitana di Firenze, con la Cgil Toscana e la sezione fiorentina della Fcl-Cgil, a lanciare il progetto «Fattori di rischio specifici per la salute psicofisica del personale scolastico».

Una ricerca scientifica per indagare la presenza di significativi fattori di stressogeni nelle condizioni di lavoro all’interno delle scuole, condotta in sette istituti scolastici del comune di Firenze. Grazie all’esperienza della onlus Labcom, spin-off dell’Università degli studi di Firenze composto da un gruppo di psicologi di comunità altamente competenti in esperienze di ricerca-azione e nella formazione alla resilienza nel settore scuole, docenti e personale Ata di due licei, tre istituti tecnici e due professionali risponderanno a questionari, interviste e focus-group, «per andare in profondità rispetto agli abitudinali metodi di survay statistica», spiegano alla Fc-Cgil.

«Con questo progetto vogliamo capire che cosa non funziona, ma anche individuare specifiche strategie che permettano al personale della scuola di vivere il loro lavoro serenamente» spiega Paola Pisano, segretaria provinciale della Cgil Flc. I risultati della ricerca, che saranno presentati a fine anno scolastico, potranno suggerire linee d’azione per la tutela della salute del personale e per il miglioramento e l’efficacia dell’organizzazione scolastica.

Piano Nazionale di Formazione anno secondo: “Speriamo che me la cavo”

da ItaliaOggi

Piano Nazionale di Formazione anno secondo: “Speriamo che me la cavo”

di Antonio Valentino

Dire che il primo anno del Piano Nazionale di formazione (a.s. 2016-2017), previsto dalla Legge 107, ha fatto male – parecchio male –  alla nostra scuola, è affermazione difficilmente contestabile. Il Ministero non l’ammette apertamente, ma i risultati delle iniziative, dove si è potuto portarne a termine, e la percezione diffusa, parlano chiaro.

Indirettamente, la Circolare dell’8 novembre 2017 (DGPers del MIUR n. 47777) – sulla distribuzione dei fondi per la formazione docenti dell’anno scolastico corrente (il secondo del PNF) – ne offre una conferma, anche se molto indiretta, laddove ripropone, pari pari, le indicazioni operative che avrebbero dovuto funzionare nell’organizzazione e gestione dei corsi dell’anno scorso e che evidentemente non hanno dato i frutti sperati.

Non accenna ovviamente – la Circolare – alle disfunzioni e distorsioni che pure hanno caratterizzato in larga parte la progettazione e la realizzazione di quelle iniziative, né ai risultati complessivi deludenti a livello nazionale. Nè si danno dati (che tra l’altro nessuno, tra gli interessati, richiede; e questo è più allarmante), né elementi che pure potrebbero aiutare a capire cosa effettivamente al riguardo è avvenuto e correggere il tiro per quest’anno. Sarebbe interessante sapere ad esempio:

  • quanti corsi siano effettivamente partititi rispetto a quelli programmati e in quali periodi,
  • quale ruolo hanno avuto le Reti di Ambito nell’interpretare i bisogni formativi dei docenti del loro territorio e come abbiano interagito con le Scuole Polo per la formazione, nei casi in cui queste non abbiano conciso con la Scuola Capofila,
  • quale modello organizzativo sia prevalso nelle scelte degli ambiti e nelle indicazioni delle Task Force regionali e come sia stata ‘riempita’ la quota oraria (il tempo dell’Unità Formativa – UF – diffusamente prevista) destinata agli approfondimenti individuali o di gruppo sulle tematiche dei corsi,
  • quanto e come l’opzione dei bandi per la scelta dei formatori ha pesato sulla calendarizzazione dei lavori e sulla qualità dell’offerta,
  • se, infine, qualcosa è cambiato in meglio e dove, e quali ne sono gli indicatori. Se cioè si sono fatti dei passi in avanti rispetto all’obiettivo di “riconciliare i docenti alla formazione”, come pure si auspicava da più parti quando il Piano è partito.

I dubbi per quest’anno

In assenza di risposte a tali domande, e quindi di dati che ne permettano una analisi critica ai vari livelli (di ambito, regionale e nazionale), diventa complicato per i vari soggetti coinvolti pensare a possibili miglioramenti. Comunque è interessante rileggere, nella citata Circolare, che la progettazione e l’organizzazione delle iniziative formative devono tendere a

” favorire il ricorso ad attività di ricerca didattica e formazione sul campo incentrate sull’osservazione, la riflessione, il confronto sulle pratiche didattiche e i loro risultati nei contesti specifici (…);

“coinvolgere, in modo più incisivo, le strutture universitarie, le associazioni professionali, gli enti e i soggetti qualificati/accreditati, per arricchire la qualità culturale, scientifica, metodologica delle attività formative”;

“favorire una progettualità temporale più estesa, in un’ottica pluriennale, contribuendo a rafforzare l’attuale sistema di governance (scuole, ambiti, USR, MIUR)”.

Che le cose siano destinate a migliorare in questa seconda annualità è piuttosto dubbio; mancano infatti indicazioni concrete capaci di prospettare cambiamenti in meglio. Anzi qualche segnale sembra dirci che anche l’anno scolastico corrente avrà anch’esso il segno meno, ove si consideri che, se pure si cominciasse a pensare da subito alle nuove iniziative, sarebbe difficile partire prima di marzo. Inoltre, le risorse professionali disponibili per la formazione (che numericamente sono quelle che sono) molto difficilmente potrebbero rispondere alle molteplici richieste nel giro di poco più dei due mesi.

Migliorare si può

Alcuni aggiustamenti potrebbero essere comunque presi in considerazione da subito.

Sono proposte emerse da più parti alla fine dello scorso anno scolastico; le quali, anche se non sono tali da avviare un percorso veramente innovativo e motivante, potrebbero almeno non disamorare ulteriormente su questo fronte il mondo degli insegnanti e, più in genere, il personale della scuola.

Ne richiamo soprattutto i seguenti:

In primis, dilatare i tempi dei percorsi formativi così da includere anche i mesi di ottobre e novembre del prossimo anno scolastico, in coerenza tra l’altro con la Circolare ministeriale di novembre (laddove auspica “una progettualità temporale più estesa …”).

Una seconda proposta potrebbe riguardare la gestione delle 13 ore previste indicativamente (ma in modo diffuso) per l’Unità Formativa (il modulo formativo) più raccomandata (e quindi ‘gettonata’). “Potrebbe risultare utile – suggerisce ad esempio la DS Clara Alemani dell’ANDIS Lombardia – che questo tempo fosse utilizzato per condividere/ lavorare  /ricercare/sperimentare/  dentro le singole scuole, spingendo e favorendo, la partecipazione di gruppi di docenti agli stessi corsi dell’ambito, soprattutto se inerenti a problematiche formative già previste nel PTOF di scuola. Ne potrebbe conseguire una forma di autoformazione interna su alcune aree specifiche, scandita su input offerti da specifiche iniziative dell’ambito e strutturata così da prevedere cambiamenti sensati nelle pratiche professionali. Ci vorrebbe però – aggiunge – dentro le scuole, clima motivante che possa far maturare intese di questo tipo”. Pensiamoci.

Una terza: evitare scontri sulla obbligatorietà della formazione, essendo ancora vigente la norma contrattuale che non la prevede.  E sollecitando, in alternativa ai percorsi proposti a livello di ambito, iniziative di scuola o di articolazioni del Collegio (Consigli di classe o interclasse, dipartimenti, gruppi di progetto …), opportunamente progettate, legate ai PdM o a progetti di scuola inserite nel PTOF.

Una quarta proposta: riservare alle scuole che la richiedano una quota parte delle risorse stanziate; ciò allo scopo di favorire la realizzazione di progetti interni di formazione.

Un’ultima proposta: garantire un ruolo incisivo di coordinamento delle Conferenza di Servizio (Reti di Ambito) dell’offerta formativa e delle modalità di conduzione delle iniziative.

La prospettiva. Superare ambiguità e criticità dell’impianto del PNF

Andrebbero sciolte però, in un discorso di prospettiva ravvicinata (a.s. 2018-2019), alcune ambiguità di fondo del PNF che riguardano il profilo docente a cui tendere nei percorsi di formazione e quindi il modello organizzativo interno delle Istituzioni autonome. E, in modo particolare, il tipo di intreccio tra dimensione soggettiva (storicamente declinata nella Secondaria in termini di autorefenzialità e individualismo) e dimensione collettiva (il team, il gruppo di lavoro, la collegialità).

Si tratta, detta in altri termini, di riconsiderare – dandole eventualmente gambe – una idea (non nuova e approfondita in ricerche e studi) di Collegio docenti come comunità professionale, le cui articolazioni (i Cdc, i Dipartimenti, ecc.) si organizzino come comunità di intenti condivisi e di pratiche comuni.

D’altra parte, di Comunità professionale e di Comunità di Pratiche si parla anche nella L. 107 e nel PNF e non credo (non amo credere) come di “specchietti per le allodole”[1].

Le ambiguità e le criticità dell’impianto generale delineato nel PNF rinviano, d’altra parte, alle ambiguità e le criticità del sistema previsto per la formazione. E spiegano – anche se in termini contradditori – il senso delle scelte fatte nel Piano nazionale per quanto riguarda soprattutto i soggetti protagonisti e i luoghi, ma anche le risorse professionali, gli strumenti e le responsabilità[2].

Formazione sul campo. Ma non solo

Le domande che andrebbero ora soprattutto riproposte sono a mio avviso riconducibili al seguente interrogativose e come la formazione sul campo (‘situata’) possa svilupparsi a partire da una diversa collocazione – posizione degli insegnanti nelle scuole che li faccia sentire professionisti responsabili dentro “comunità di pratiche” da promuovere e costruire; e in che termini”.

Bisogna però riconoscere onestamente che, allo stato attuale, mancano, alle nostre scuole, in genere, esperienze forti di riferimento al riguardo e quindi una cultura all’altezza di tale ipotesi.

Autoformazione e formazione sul campo in particolare non sono pratiche frequentate. E la lezione di Shon – sul valore della riflessività, individuale e condivisa, come caratteristica del buon insegnante e come condizione per garantire spessore formativoalle esperienze professionali – tra noi non ha mai avuto molti fan. Anche perché di formazione, soprattutto nella secondaria, se n’è fatta poca e quel poco, non sempre bene.

Riconosciuto questo, occorre richiedersi, conseguentemente: con quali leve e nuovi modelli organizzativi, lavorare ad una prospettiva di questo tipo. E come superare diffidenze diffuse al riguardo.

Le risposte possono essere ovviamente diverse.

Per chi pensa però che l’autonomia scolastica, sia ancora – nonostante i fallimenti di questi anni – la chiave di volta per il miglioramento delle nostre scuole, la direzione di marcia più promettente appare essere in primo luogo quella di rafforzare i luoghi in cui la formazione può svilupparsi più facilmente e proficuamente.

Dove rafforzare significhi, almeno in prima approssimazione:

  • organizzare ambienti di apprendimento professionale integrati con tecnologie digitali, che permettano incontri mirati e collaborazioni esterne,
  • valorizzare risorse professionali interne o delle reti a cui si è collegati e apprezzarne i meriti,
  • sviluppare le competenze giuste per condividere, mettere insieme, discutere, cooperare …
  • prevedere da subito meccanismi contrattuali facilitanti e motivanti …

Questi luoghi – vale la pena insistere sul punto – non possono essere che le nostre scuole (o spazi consimili). Perché in esse soprattutto – se opportunamente organizzate, attrezzate e motivate – si offrono ordinariamente agli insegnanti materia e occasioni da cui partire per ripensare il proprio vissuto professionale, da soli o soprattutto coi propri colleghi di classe o di materia o di progetto.

Ovviamente, nessuno può credere però che si possa costruire un sistema permanente ed efficace con un impianto che si limiti solo a rafforzare i luoghi prossimi della formazione.

Ci sono rischi forti di autoreferenzialità e sviluppo professionale autocentrato e asfittico.

Perché la proposta sia credibile e promettente, il sistema ha bisogno necessariamente, per funzionare al meglio, anche di una pluralità di luoghi di formazione (che facciano sistema),per permettere ai docenti di aprirsi ad altre esperienze e opportunità e sintonizzarsi con le attese più generali del Paese.

Va comunque ancora una volta richiamato – fino a quando non viene messo all’odg dell’Agenda prioritaria del MIUR- che un modello di questo tipo, o che si muova nella stessa direzione, difficilmente potrà produrre risultati soddisfacenti, se non si rende motivante la formazione attraverso dispositivi contrattuali che la colleghino al riconoscimento e alla la valorizzazione delle professionalità. O no?


[1] Un’altra ambiguità va sciolta: riguarda il senso e il ruolo e quindi la collocazione delle associazioni professionali e degli enti accreditati in generale. Ambiguità che va sciolta rafforzando l’idea di sistema formativo di cui essi siano parte attiva e quindi chiamandoli a un impegno organico e coerente e a responsabilità precise (in primo luogo rispetto alla qualità delle figure esperte che li rappresentano nel lavoro – con e nelle scuole – e dei loro contributi formativi).

[2] Di tali ambiguità e criticità si comincia ad avere consapevolezza, più che nelle indicazioni della Circolare MIUR citata, in Tavoli di lavoro come quello promosso dall’USR della Lombardia di lunedì 11 dicembre: dove si è cominciato, per un verso, a mettere in discussione, ad esempio, lo strumento operativo dei Cataloghi, l’impianto organizzativo “piramidale” (risultato prevalente in aree importanti della Regione), o il ricorso ai bandi per la scelta dei formatori; per un altro, a enfatizzare la formazione sul campo e il valore dell’autonomia organizzativa e didattica, oltre che di ricerca.

Nuovi professionali ok, si parte

da ItaliaOggi

Nuovi professionali ok, si parte

Via libera della Conferenza stato-regioni al regolamento, 11 indirizzi e più laboratori

Emanuela Micucci

Ai nastri di partenza un nuovo indirizzo per gli istituti professionali: Gestione delle acque e risanamento ambientale. Ogni usr prenderà accordi con la propria regione per attivare l’indirizzo in una o più scuole. Lo prevede l’intesa sancita in Conferenza Stato-regioni, il 21 dicembre, sul regolamento attuativo per il riordino dell’istruzione professionale. Prendono così sempre più corpo i nuovi istituti professionali targati Buona Scuola, il cui debutto «è previsto a settembre 2018» con le classi prime, conferma il sottosegretario all’istruzione Vito De Filippo sottolineando che «dopo l’intesa lavoreremo rapidamente per fare in modo che tutto sia pronto per il prossimo anno scolastico».

Nonostante i tempi strettissimi e la richiesta dei sindacati di rinviarli di un anno, il Miur insomma tira via dritto. Inviando alle scuole una circolare con i punti principali della regolamento appena approvato, avviando incontri con gli usr e stanziando 1 milione di euro per l’accompagnamento dello riforma. Gli studenti, infatti, potranno iscriversi online, le iscrizioni partono il 16 gennaio, a ciascuno degli 11 indirizzi previsti dal nuovo ordinamento e il sistema informativo riconoscerà in automatico la corrispondenza rispetto ai codici delle istituzioni scolastiche già esistenti.

I percorsi di studio dureranno cinque anni (biennio e un triennio) con più ore di laboratorio e più compresenze grazie al potenziamento dell’organico, maggiore flessibilità didattica e organizzativa, più strumenti per gestire l’autonomia scolastica e gli organici. Gli indirizzi passeranno dagli attuali 5 a 11: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche; Industria e artigianato per il made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale; Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo; Servizi per la sanità e l’assistenza sociale. Infine, due indirizzi, di Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico e ottico.

La riforma prevede anche la possibilità di attivare percorsi in sussidiarietà per il conseguimento della qualifica triennale e del diploma quadriennale nei percorsi di IeFp (istruzione e formazione professionale). Ma i criteri e le modalità saranno definiti in un decreto di prossima pubblicazione, previa intesa in Conferenza permanente. «In ogni caso», precisa il Miur, «il sistema delle iscrizioni online permette, nella fase di iscrizione alla prima classe, di indicare tale opzione». Nella personalizzazione del modello di iscrizione, quindi, la scuola potrà inserire il percorso in regime di sussidiarietà.

Il regolamento fornisce i profili di uscita degli indirizzi, che le scuole possono poi declinare in percorsi formativi richiesti dal territorio, nei limiti degli spazi di flessibilità del 40% per le classi del triennio. Questo modello permetterà di caratterizzare i percorsi grazie alle scelte delle scuole nel rispetto delle priorità contenute nelle linee guida regionali, senza perdere l’identità maturata in molti settori economici di grande successo ed attrattività.

Il lavoro delle scuole sarà, poi, supportato da apposite linee guida che forniranno strumenti, modelli e riferimenti per la declinazione dei profili in percorsi. E prevede un «programma nazionale per l’informazione e l’orientamento dei giovani e delle loro famiglie sulle opportunità offerte dal nuovo ordinamento, anche in relazione alle scelte degli indirizzi di studio». Difficilmente realizzabile alla vigilia dell’avvio delle iscrizioni.

Permessi disabili, si possono fruire anche se il verbale è in fase di revisione

da La Tecnica della Scuola

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