Danza

Danza: educazione culturale e artistica nella formazione della persona

di Mariacristina Grazioli* ed Elisa Caprari**

“La danza in tutte le sue forme, non può essere esclusa da una nobile educazione: danzare con i piedi, con le idee, con le parole, e devo aggiungere che bisogna saper danzare con la penna?”

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Il nostro patrimonio culturale: dove il passato incontra il futuro 1.)

Nell’anno europeo dedicato alla Cultura, salutiamo con entusiasmo le idee e le ispirazioni che il 2018 ci mette a disposizione, al fine di collocare al centro dell’interesse comune quel processo di conoscenza che porta ad apprezzare tutti gli oggetti culturali umani. Occorre cogliere l’occasione che ci offre l’anno in corso per creare le premesse di un’azione sinergica, come base di quella cittadinanza proattiva sempre più composta d’identità e saperi complessi; enti, associazioni, istituzioni, gruppi dovrebbero, infatti, cooperare fattivamente per rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo. Il patrimonio culturale in tal senso ci impone la scoperta della nostra identità attraverso le diversità, attivando quel dialogo interculturale da cui non si può prescindere nell’attuale situazione contemporanea. E‘ così che, nel futuro della cittadinanza europea, la valorizzazione dell’arte porterà certamente a esiti positivi. La capacità dei settori culturali e creativi europei di operare a livello transnazionale e internazionale comporterà la promozione di azioni fattive di circolazione delle opere.  La finalità ultima è di contribuire allo sviluppo del pubblico, coinvolgendo gli spettatori in maniera nuova e innovativa per migliorare l’accesso ai prodotti culturali e creativi, con particolare attenzione ai bambini, ai giovani, alle persone con disabilità e ai gruppi sottorappresentati. Il focus sull’educazione culturale e artistica mirerà inevitabilmente a un traguardo virtuoso, ossia quello di contribuire all’innovazione e alla creatività nel settore della cultura, per esempio sperimentando nuovi modelli di business e promuovendo effetti rigenerativi in altri campi. Non da ultimo, l’effetto educativo attivato dalla riflessione sulla cultura artistica si connette pienamente alle visioni innovative destinate ad accompagnare il cambiamento della società e accelera, di fatto, la capacità creativa di cogliere soluzioni in funzione del benessere proprio e altrui.

Tra i tanti oggetti culturali, la danza rappresenta un patrimonio pienamente intangibile – composto di pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze, competenze – cui le persone attribuiscono valore attingendo prevalentemente dalle proprie sensazioni. Ma avvicinarsi alla danza con la prospettiva della scoperta culturale può rappresentare una ricerca che porta lontano, perché si entra nelle radici profonde dell’espressività, intesa come codice eminentemente umano. L’evanescenza della danza – che scompare nel lampo di un movimento – a maggior ragione, attiva le corde più profonde dell’immaginazione.  E’ assai differente dalla scoperta culturale della lingua e delle tradizioni orali, dalle pratiche sociali o dall’artigianato tradizionale: la scoperta culturale nella danza richiede lo spostamento, il movimento, il passaggio verso “l’altro da sé”. Il lavoro cognitivo sulla danza ha bisogno dell’esplorazione nell’immaginazione e dell’incertezza dell’esito; inevitabilmente si attivano le connessioni di empatia con il danzatore che produce arte e, per osmosi, si raggiunge la creatività collettiva tra palco e spettatore.

E’ giunto, dunque, il momento di elevare la danza a simbolo educativo della cultura artistica che esprime l’essenza della persona e, attraverso la danza, entrare con fiducia nella generosa visione che l’Europa ci sta consigliando di cogliere.

Lo sguardo europeo

L’attenzione dell’ Europa per l’anno in corso parte da lontano. Il Programma Cultura, dal 2007 al 2013, è stato lo strumento principale della cooperazione culturale europea. Dotato di un budget di 400 milioni di euro, ha promosso la cooperazione transnazionale tra creatori, artisti e istituzioni culturali. Ha contribuito, inoltre, alla valorizzazione del patrimonio culturale comune condiviso dagli europei e, dunque, alla creazione di una cittadinanza europea attiva. Il Programma Cultura è stato istituito dalla Decisione 1855/2006/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006; fa un chiaro riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare agli articoli 11, 21 e 22, i settori culturali e creativi che “apportano un contributo importante alla lotta contro ogni forma di discriminazione, compresi il razzismo e la xenofobia, e costituiscono un’importante piattaforma per la libertà di espressione e per la promozione del rispetto della diversità culturale e linguistica” 2.) Va fatto un richiamo al Trattato di Lisbona che trae l’ispirazione dalle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto. All’art 167 è chiarito che l’Unione contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nello stesso tempo il retaggio culturale comune. La procedura che si deve pertanto sviluppare è chiaramente di matrice cooperativa e tesa a incoraggiare l’incontro tra gli stati membri; in particolare si punta al “miglioramento della conoscenza e della diffusione della cultura e della storia dei popoli europei, conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea, scambi culturali non commerciali, creazione artistica e letteraria, compreso il settore audiovisivo” .

Ora, con “Europa 2020”, i focus sono quelli dell’innovazione, della crescita e dell’occupazione. La cultura (e l’educazione al suo patrimonio) propone un approccio inclusivo: piena e uguale partecipazione nella cultura, sviluppo sostenibile del settore, sperimentazione artistica e culturale in campo economico, sociale e interculturale 3). In questo particolare periodo storico si evidenza la necessità di un momento di approfondimento e confronto tra Istituzioni e operatori circa il ruolo e le funzioni della cultura e dell’arte: da più parti si sostiene che le recenti scelte di riassetto del settore sembrano soffrire di una crisi e di una tendenza al ridimensionamento, tanto che il panorama attuale è in ricerca di risposte a interrogativi che riguardano il depauperamento delle risorse e l’impoverimento delle proposte artistiche. Dunque le linee culturali e programmatiche devono essere sostenute da politiche mirate all’impegno economico e, in tale senso, il 2018 sembra l’anno delle grandi azioni di richiamo agli sforzi collettivi 4).

Interventi educativi, a passo di Danza.

Sensibilizzare gli studenti nei confronti di un mondo sempre più grande, interdipendente, interconnesso, è il compito sfidante della nuova scuola. L’istruzione formale, dunque, punta alla cura dello sviluppo delle persone come soggetti attivi, capaci di agire nel contesto in cui sono immersi; sta qui, infatti, il concetto di “patrimonio culturale”, inteso come laboratorio di scambio, utile alla progressione dell’idea positiva del valore della convivenza comune e di un nuovo modello di cittadinanza. Per fare questo occorre intercettare la formazione e gli interventi non formali e informali, tessendo un filo rosso di continuità che consente una scoperta delle risorse degli ambienti di vita. Nell’educazione culturale e artistica, le migliori proposte progettuali tenderanno a utilizzare tecnologie avanzate, metodologie di didattica interdisciplinare e innovativa quali il Learning by doing, l’out door training, l’e-learning, unitamente  a contaminazioni espressive e artistiche.  

Le arti sceniche – e tra tutte la danza – creano quell’alchimia dialogata tra persone che voglio scoprirsi, conoscersi e possedere il mondo. Attraverso i laboratori di danza attiva si disputano incontri e “scontri”; lì va in scena tutta l’umanità del corpo con le sue bellissime fragilità e si è costretti a fare i conti con ciò che è più profondo e arcaico. La danza, dunque, funge da incubatore per piccoli passi esili ma curiosi, che sanno essere di potente ispirazione nell’atto di dar luce alla visione sul mondo con tutte le sue evidenti contraddizioni. La prospettiva dell’azione educativa è quella dell’inclusività attraverso forme di contaminazione educativa step by step. Attraverso una metodologia didattica laboratoriale ( che si può già definire “inclusiva”, poiché l’obiettivo è di fare partecipare gli studenti a gruppi di attività non strettamente curricolari ma trasversali, superando le difficoltà cognitive, culturali o sociali che possano sussistere o i rapporti interpersonali conflittuali e difficoltà relazionali) si può trarre giovamento dal lavoro cooperativo e dai luoghi informali di attuazione dei percorsi educativi. La danza è certamente per tutti: i percorsi per alunni disabili, con bisogni educativi speciali e non italofoni saranno tali da produrre l’accrescimento della propria autonomia personale attraverso lo sviluppo delle lifeskills, di nuove competenze digitali, l’uso di linguaggi non verbali (video, fotografia, ecc.) e artistici, con un approccio sincero con la realtà culturale e la tradizione orale del territorio di provenienza e di accoglienza.

In ogni contesto educativo che si va a comporre, la figura esperta del danzatore ha il compito didattico di coordinare il setting di apprendimento per scoperta ed è responsabile del proprio supporto di “facilitatore”. Le arti sceniche rappresentano certamente un approccio al “bello”, inteso come processo di educazione e avvicinamento a elementi non completamente conosciuti. E’ così che la bellezza diventa un’esperienza neurobiologica e attraverso essa la persona conosce. L’arte, e la cultura artistica in genere, produce consapevolezza dei saperi di ciascuno: in varia misura l’Ars è la competenza a fabbricare, a fare.  Non è poi tanto effimero un laboratorio di danza e teatro, dove adolescenti o adulti sperimentano lo “spostamento” e la propria perizia nel movimento immaginifico. E’ un ambiente didattico ad alto impatto, dove le conoscenze esistenti si mescolano a quelle nuove: lì, nessuno è inerte, e cresce la consapevolezza del dialogo (dia- logos) con se stessi e con gli altri, delle pulsioni, dell’ignoto, dell’imprecisato. Le attività didattiche traghetteranno i gruppi di lavoro verso l’uso del linguaggio specifico, dove sarà, in effetti, possibile entrare in contatto con il “fiume in piena” dell’espressione artistica vera e propria.

L’esperienza di apprendimento “situata”, ossia dimensionata in un ambiente amplificato dall’atto artistico, attiva approcci cognitivi profondi e significativi, e ciò avviene a qualunque età. I processi cognitivi necessari al pieno sviluppo dell’individuo sono dipendenti dalla situazione, dalle risorse disponibili, dagli strumenti scelti ed anche dai limiti culturali impliciti; è chiaro quindi che sia possibile attribuire all’educazione artistica in generale, e alla danza in particolare, piena dignità nella formazione della persona.  Non è un caso se nell’educazione culturale e artistica è spendibile pienamente il criterio di sviluppo eco sistemico 6) dove, a livello di macrosistema – caratterizzato da storia e cultura sociale – e di mesosistema – caratterizzato dai contesti d’influenza – si assiste a una progressiva partecipazione del soggetto in apprendimento all’ambiente socio culturale, con una conseguente ristrutturazione dei saperi ingenui personali.

Data le considerazioni, è fuori di dubbio che s’inaugura un anno ricco e appassionante, dove è evidente il prezioso contributo dell’arte e della cultura 7) come risorse specifiche per le sfide del nuovo millennio. Ci auguriamo, inoltre, che proprio la danza possa portare quel contributo fattivo e quel valore aggiunto alle pratiche d’istruzione formale, di formazione permanente e di eccellenza educativa non formale e informale, tale da determinare “un universo che si rinnova senza posa” 8).

**studentessa presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma (AND MIUR Roma)- Rappresentante in Consiglio Accademico

*Ambasciatrice EPALE INDIRE 2017/2018

1) http://europa.eu/cultural-heritage/node/2_it

2) REGOLAMENTO (UE) N. 1295/2013 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO dell’11 dicembre 2013che istituisce il programma Europa creativa (2014-2020) e che abroga le decisioni n. 1718/2006/CE, n. 1855/2006/CE e n. 1041/2009/CE

3) http://cultura.cedesk.beniculturali.it/

4) Contributo di Marzia Santone http://www.ufficiostudi.beniculturali.it/mibac/export/UfficioStudi/sito-UfficioStudi/Contenuti/Archivio-Newsletter/Archivio/2011/Newsletter-6/visualizza_asset.html_1406111935.html

5) Finanziamenti alternativi http://cultura.cedesk.beniculturali.it/link-europa-creativa.aspx?finanziamenti_alternativi

HORIZON 2020 .Banner promozionale di HORIZON 2020 Il Challenge 6 di Horizon (Europa in un mondo che cambia: società inclusive, innovative e riflessive) con la possibilità di svolgere ricerca socio-economica e umanistica, con particolare attenzione ai beni culturali.

ERASMUSPULS .Il nuovo programma dell’Unione europea a favore dell’istruzione, della formazione, dei giovani e dello sport. http://www.erasmusplus.it/

6) U. Bronfenbrenner, Ecologia dello sviluppo umano, Il Mulino, 2002

7) REGOLAMENTO (UE) N. 1295/2013 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO dell’11 dicembre 2013, comma 27 “È necessario garantire il valore aggiunto europeo di tutte le azioni e attività svolte nel quadro del programma, la loro complementarità con le attività degli Stati membri e il loro rispetto dell’articolo 167, paragrafo 4, TFUE, nonché la loro coerenza con le altre attività dell’Unione, in particolare nel campo dell’istruzione, dell’occupazione, del mercato interno, delle imprese, della gioventù, della salute, della cittadinanza e della giustizia, della ricerca e dell’innovazione, della politica industriale e di coesione, del turismo e delle relazioni esterne, del commercio e dello sviluppo nonché dell’agenda digitale”.

8) Lucrezio, De rerum natrurae

Assembea Sindacale sui DM

Si è tenuta nel pomeriggio di oggi 15.01.2018, in un gremitissimo auditorium dell’Istituto Superiore Magistri Cumacini,a Como l’assemblea indetta dalla Uil Scuola per fare il punto della situazione sulla delicata vicenda dei docenti di Scuola Primaria e Infanzia che hanno un contenzioso con il Miur con il Giudice del Lavoro.

Il Giudice del Lavoro di Como,con ben 3 sentenze promosse dall’Avv.Latino della nostra O.S.,ha dato parere positivo,all’inserimento dei DM in Gae,ed ora si attendono i verdetti dell’appello,previsti per la fine di gennaio e maggio 2018.

In attesa dell’incontro che si terrà a Roma nella giornata di domani con le OO.SS.,da Como,la voce unanime che emerge dall’assemblea è il riconoscimento dei diritti dei lavoratori,e nello specifico dignità del profilo professionale e stabilizzazione da GAE.

La Uil Scuola di Como,da sempre vicina ai lavoratori,e attenta alle vicende del personale precario della scuola,promuoverà una petizione,con una raccolta firme che interesserà e coinvolgerà i docenti per portare all’attenzione del Prefetto di Como,dell’Ufficio Scolastico Regionale  e Provinciale,nonchè del Ministro Pro-Tempore le richieste emerse nella giornata di oggi dal Personale docente.

Sciopero dal 29/1 al 12/2/2018

Sciopero del personale docente ed Ata, a tempo indeterminato e determinato, delle istituzioni scolastiche ed educative dal 29/1/2018 al 12/2/2018, per i primi due giorni stabiliti dai singoli Istituti per l’effettuazione degli scrutini intermedi
(Prot. n. 1597 del 15-1-2018)
(Prot. n. 1599 del 15-1-2018)

Con 15 addetti scatta il posto riservato

Il Sole 24 Ore del 15-01-2018

Con 15 addetti scatta il posto riservato

Dal 1° gennaio 2018 i datori di lavoro che occupano un numero di dipendenti compreso tra 15 e 35 devono coprire la quota di riserva riferita al collocamento obbligatorio. La modifica introdotta con il Jobs Act (tramite il Dlgs 151/2015, articolo 3, comma 1) fa scattare l’obbligo di assumere una persona con disabilità contestualmente al raggiungimento della quindicesima unità computabile, non più nel caso di una nuova assunzione (la sedicesima) come avveniva fino al 31 dicembre 2017.
I datori interessati devono presentare agli uffici competenti nel territorio, entro il 2 marzo 2018, la richiesta di assunzione: nell’eventualità che la quota di riserva non sia coperta, scatta la sanzione di 153,20 euro per ogni giorno lavorativo di scopertura, per ciascuna persona disabile non occupata nella giornata.
Con le nuove regole, anche i datori di lavoro che si troveranno a superare la soglia dei 14 dipendenti, dovranno adoperarsi per coprire la quota di riserva, entro 60 giorni dall’insorgenza dell’obbligo.
I datori che dovessero avere in organico persone con disabilità già presenti prima della costituzione del rapporto di lavoro, anche se non assunte tramite il collocamento obbligatorio, potranno computare questi lavoratori nella quota di riserva, a patto che abbiano una riduzione della capacità lavorativa pari o superiore al 60 per cento.
Le aziende in particolari condizioni possono, invece, presentare una richiesta di esonero parziale dalla copertura. La possibilità di non occupare l’intera percentuale di posti riservati alle categorie protette è concessa per un periodo massimo di 12 mesi, con scadenza al 31 dicembre di ogni anno e costa all’azienda un contributo di 30,64 euro per ogni giorno lavorativo e per ciascuna persona disabile non assunta.
Sono sospese dall’obbligo di assunzione le aziende che hanno attivato interventi straordinari di integrazione salariale o procedure di licenziamento collettivo o di incentivo all’esodo, o che hanno dichiarato fallimento o che sono in liquidazione.
I datori che hanno almeno 15 dipendenti, per i quali sono intervenuti cambiamenti nella situazione occupazionale tali da modificare l’obbligo o da incidere sul computo della quota di riserva, devono presentare entro il 31 gennaio il prospetto informativo relativo al 2017: per la mancata presentazione del modello è prevista una sanzione di 635,11 euro, aumentata di 30,76 euro per ogni giorno di ritardo.

di Manuela Lombardo

Posso scegliere da grande?

“Scegli l’ora alternativa”. Al via la seconda fase della campagna Uaar “Posso scegliere da grande?”

«Per farli scegliere da grandi, scegli l’ora alternativa». È questo lo slogan che da oggi e per le prossime tre settimane campeggerà su volantini, manifesti, autobus e giornali locali su iniziativa dei circoli dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) sparsi su tutto il territorio nazionale.

«L’idea è quella di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul diritto dei più piccini a crescere senza imposizioni, senza dogmi di alcun tipo», spiega Roberto Grendene, responsabile campagne dell’associazione. «In particolare abbiamo scelto la data di oggi per far partire questo battage in quanto da domani, 16 gennaio, fino al 6 febbraio sono aperte le iscrizioni per l’anno scolastico 2018/19 e i genitori dei piccoli studenti che frequenteranno una prima classe dovranno dunque scegliere se far subire ai propri figli l’insegnamento della religione cattolica oppure offrire loro una educazione laica. Chi passerà a una classe successiva della stessa scuola può semplicemente comunicare la propria decisione alla segreteria: meglio farlo entro il termine previsto per le iscrizioni, ma è possibile anche nei mesi successivi. Il nostro invito – prosegue Grendene – è a scegliere l’ora alternativa, ossia le attività didattiche e formative che i dirigenti scolastici sono obbligati per legge a garantire, anche per un solo bambino. Riteniamo infatti che un’ora in cui tutti si possano a sentire a loro agio senza discriminazioni sia la scelta educativa migliore: non è forse più appropriato che i bambini possano, autonomamente e nel tempo necessario, sviluppare proprie convinzioni invece di essere indottrinati tra le mura scolastiche?».

Quella partita oggi è la seconda fase della campagna “Posso scegliere da grande?” – che prende spunto dall’inglese Please Don’t Label Me – lanciata dall’Uaar in novembre in concomitanza con la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia.

«Due mesi fa ci siamo concentrati sui social network e abbiamo messo a disposizione l’immagine di Sara, una bimba di due anni, che ci interrogava sulla libertà dei bambini di essere educati allo spirito critico e non indottrinati. È stato un successo che è andato al di là delle aspettative, raggiungendo oltre 735mila utenti facebook. A dimostrazione che la questione è sentita. Ora che per Sara è arrivato il momento di iscriversi alla scuola dell’infanzia partiamo con la seconda fase, uscendo dal mondo virtuale per entrare in quello reale. Grazie all’impegno profuso dai vari circoli dell’associazione infatti da oggi le immagini della campagna saranno su bus e manifesti su strada, cui si aggiungeranno volantinaggi e inserzioni su giornali locali. Da Palermo a Udine, da Bari a Genova. Nei piccoli centri come Ispica (RG) alle metropoli come Milano. Siamo certi che la campagna riceverà una buona accoglienza dai nostri concittadini, anche dai credenti, e che i tempi siano un po’ cambiati rispetto alla vicenda “ateo-bus” di qualche anno fa contro cui ci fu persino chi fece obiezione di coscienza, rifiutandosi di guidare».

Maggiori informazioni:

https://www.uaar.it/sceglieredagrande
Volantino
http://www.oraalternativa.it
https://www.facebook.com/oradireligioneorabasta

Elenco provvisorio delle città in cui la campagna verrà diffusa: Ancona, Avezzano (AQ), Bari, Bergamo, Bologna, Camponogara (VE), Casalecchio di Reno (BO), Catania, Chioggia (VE), Comiso (RG), Cosenza, Genova, Imola (BO), Ispica (RG), L’Aquila, La Spezia, Livorno, Mestre (VE), Milano, Modica (RG), Novara, Padova, Palermo, Parma, Perugia, Pordenone, Ragusa, Ravenna, Rimini, San Lazzaro di Savena (BO), Siena, Sulmona (AQ), Udine, Venezia, Verbania, Vittoria (RG).

Contatto:
uffstampa@uaar.it – 320.02.23.130

Obbligo lungo sì, ma di istruzione!

Obbligo lungo sì, ma di istruzione!

di Maurizio Tiriticco

Francesco Boccia, Presidente della Commissione Bilancio della Camera, e Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, entrambi del Partito Democratico, in un articolo pubblicato domenica 11 gennaio su “il Sole 24 Ore”, propongono di innalzare l’obbligo di istruzione (non chiamiamolo scolastico: in effetti esiste anche l’istruzione parentale, della quale, com’è noto, si fa carico la famiglia) fino ai 18 anni di età. Da quel dì che penso e scrivo che un obbligo di istruzione lungo è più che necessario in una società in cui la conoscenza – e lo diciamo da anni – è ormai un valore fondante di qualsiasi attività lavorativa! Il tempo dei tre settori produttivi, l’agricoltura, l’industria e i servizi, nettamente separati, è ormai sul viale del tramonto, ovviamente nei Paesi ad alto sviluppo. L’incremento e l’utilizzo sempre più diffuso e impetuoso delle Tecnologie dell’Informazione e della Conoscenza, TIC, rende sempre più vacua la differenza che da sempre corre non solo tra i tre settori produttivi, ma tra gli atteggiamenti stessi e i concreti comportamenti degli addetti.

Obbligo lungo, sì, ma, come? Penso di essere intervenuto più volte su tale questione, ma penso anche che repetita iuvant! L’obbligo lungo certamente, ma soprattutto come occasione per ripensare un intero percorso obbligatorio dodecennale! O meglio, non si può pensare a un semplice incollaggio di quattro segmenti di percorso, anni 6/11, 11/14, 14/16 e 16/18, che comunque hanno il loro fondamento nella nostra stessa storia, e non solo di storia della scuola; ma occorre ripensare e ricostruire un curricolo di studi e di vita di un soggetto in età evolutiva, e non astratto, ma operante qui ed ora in una società che non è quella di ieri, e che domani non sarà quella di oggi.

E’ più che ovvio che in un’Italia postunitaria, quella del 1861, il problema di un’istruzione obbligatoria minima si poneva in modi e criteri assolutamente diversi da oggi! La pluralità di culture e di linguaggi (e di dialetti anche) era tutt’altra cosa rispetto all’Italia attuale! Oggi la dominanza, se non la preponderanza, dei linguaggi digitali incide non poco nella lingua letto/scritta e in quella detto/ascoltata. E gli studi che si conducono su tale complesso fenomeno rischiano di giungere sempre in ritardo rispetto alla velocità con cui i nuovi strumenti del comunicare si diffondono e, soprattutto, si rinnovano… e in primo luogo tra i giovani che, com’è noto, sono vere e proprie carte assorbenti di fronte ad ogni cosa che sia nuova, bella o brutta, utile o dannosa!

Per non dire, poi, della incidenza, a volte anche pesante, sui significanti e sui significati nonché sui valori e sui disvalori dei messaggi inviati e ricevuti. Per non dire, infine, delle manipolazioni che TIC sempre più sofisticate e invadenti suggeriscono, propongono e, spesso, rendono vero il falso e viceversa! Sembra che ormai le cosiddette fake news siano molto più numerose delle notizie vere! In effetti si tratta di virus che potremmo definire concettuali, contenutistici, in effetti molto più tendenziosi e pericolosi delle bugie di sempre, delle quali per altro la stampa è sempre stata sovrabbondante! Anche se occorre considerare che la stampa, quella che nacque dalla lontana invenzione dei caratteri mobili di Gutenberg, fu ai suoi primordi fonte primaria di innovazioni importanti, nel campo soprattutto della ricerca scientifica, anche se la Chiesa temeva che i suoi insegnamenti di sempre potessero essere messi in discussione. In effetti, criteri e mezzi nuovi di diffusione della parola e del sapere sono sempre anche preziose fonti con cui il sapere stesso è messo costantemente in discussione.

Per concludere, in una realtà così complessa della comunicazione (il campo), di cellulari sempre più sofisticati (il mezzo) e delle informazioni (messaggi sempre più frequenti e numerosi), pensare a un’istruzione dei nuovi nati lunga e articolata è estremamente necessario, se non doveroso. Ma un’innovazione di questo tipo non può ridursi ad un dispositivo di legge che sancisca una sommatoria di percorsi di studi che – com’è noto – vengono da lontano, a volte ciascuno con una sua “logica” innovatrice, ma sempre legata a quell’hic et nunc! Pertanto, guai ad un provvedimento legislativo che con un solo rigo unifichi quattro “spezzoni” di studio e di scuola. Sì, invece, ad un ripensamento complessivo di un curricolo continuo, verticale e progressivo, ma anche articolato al suo interno. Insomma, dodici anni di studio, dai sei ai diciotto anni di età, sono tanti e lunghi. E un’amministrazione, se è seria e responsabile, non può non lanciare su tale questione un dibattito che coinvolga tutti gli addetti ai lavori e l’intero Paese!

Penso anche al fatto che ormai l’istruzione, quella vera, è quotidiana e dura tutta la vita! Si tratta di un tema che non va affatto sottovalutato! E mi piace infine ricordare che su tale tematica sono intervento tempo fa, anche se con argomentazioni e accenti diversi. Si veda al proposito “Obbligo di istruzione fino a 18 anni: sì, ma, però… lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli”, dello scorso 23 agosto.

Combo, il laboratorio didattico dove il professore è un robot

da La Stampa

Combo, il laboratorio didattico dove il professore è un robot

Torino, la Fondazione Agnelli scommette sull’innovazione
miriam massone
torino

Ad «e.Do» manca solo la parola. Per ora. Il robot-professore è la ciliegina sulla torta del nuovo laboratorio didattico della Fondazione Agnelli, avveniristico centro con finestroni, open space, lavagne interattive, prato artificiale e cuscini per il relax, che si chiama «Combo», come la combinazione di tasti per «saltare» con la Play Station. «Studiare con e.Do è intuitivo, divertente e stimolante» dice Roberto Bellavia, 17 anni, al quarto anno del liceo scientifico Galileo Ferraris di Torino, mentre «pinza» con il robot una serie di mini pneumatici da misurare poi nel piano cartesiano.

Il lavoro del futuro

Combo (realizzato con Comau robotica e automazione, con l’Istituto italiano di tecnologia e a breve anche con Google) non vuole studiare i robot, ma studiare con i robot. Lo spiega bene Fabrizio Manca, direttore generale dell’ufficio scolastico del Piemonte: «Dobbiamo adeguare, aggiornare, modernizzare la formazione: tra il 2020 e il 2050 il 50% dei profili professionali non saranno più quelli di oggi, la scuola dev’essere pronta per gestire cambiamenti e flessibilità». La teoria non basta più, il «modello gentiliano», basato su un insegnamento di tipo trasmissivo – il professore in cattedra che spiega agli studenti – è tra i più tradizionali d’Europa e va superato, o almeno supportato: «Il rapporto con il robot non è di esclusione o sostituzione, ma di collaborazione» precisa Elkann.

Le materie sono quelle previste dal Miur, ma studiate in modo nuovo, più vicino alle aspettative del mondo del lavoro. L’obiettivo è creare «teste ben fatte», per dirla con il filosofo francese Edgar Morin. «In effetti, i ragazzi hanno difficoltà con la pratica, basta vedere quando montano il robot, mentre con carta e penna sono più a loro agio, con il tablet poi hanno assoluta dimestichezza», dice Giuseppe Daqua, uno dei divulgatori. Combo combina, appunto, tutti questi ingredienti. In più, ci mette un po’ di «sale»: il meccanismo della gara. I ragazzi, divisi in gruppi, si sfidano tra loro, con tanto di verifica finale e, naturalmente, incoronazione del team vincitore, il che incoraggia lo spirito di collaborazione: «Lavorare in squadra è divertente e utile» dice Stefania Barberis, 17 anni, alle prese con la matematica.

Per i più piccoli, invece, c’è Robo-Abaco, che li aiuta a comporre un cesto di frutta addizionando e sottraendo pesche e mele. Fanno parte della famiglia anche Robo-Coop e Robo-Cartesio, per l’approfondimento di fisica ed economia. E al pomeriggio, Combo, apre anche agli insegnanti: ci sono due moduli per loro, uno di robotica e uno di nanotecnologie, perché per cambiare il modo di imparare bisogna cambiare anche il modo di insegnare.

Studenti in alternanza, spetta al dirigente garantire la sicurezza dei percorsi

da Il Sole 24 Ore

Studenti in alternanza, spetta al dirigente garantire la sicurezza dei percorsi

di Franco Portelli

I disposti normativi sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, oltre che in ambito scolastico, trovano applicazione anche per gli studenti che realizzano il percorso di alternanza scuola lavoro in contesti esterni all’istituzione scolastica. Ai sensi dell’articolo 2 del decreto legislativo 81/2008, gli stessi sono equiparati allo status dei lavoratori e, quindi, sono soggetti agli adempimenti previsti, nonostante la specifica finalità didattica e formativa e la limitata presenza ed esposizione ai rischi.

Le conseguenze
L’istituzione scolastica è tenuta, pertanto, a verificare le condizioni di sicurezza connesse all’organizzazione dell’alternanza scuola lavoro, e ad assicurare le relative misure di prevenzione e di gestione, garantendo i presupposti perché gli studenti siano il più possibile tutelati, sul versante oggettivo, attraverso la selezione di strutture ospitanti “sicure”, e sul versante “soggettivo”, tramite l’informazione degli allievi. Il dirigente scolastico, avrà cura di verificare che l’ambiente di apprendimento sia consono al numero degli alunni ammessi in una struttura e adeguato alle effettive capacità tecnologiche, organizzative e didattiche della stessa. Fondamentali per lo sgravio degli impegni a carico delle istituzioni scolastiche risulteranno le collaborazioni che le stesse riusciranno ad attivare, congiuntamente agli Uffici Scolastici Regionali, con accordi territoriali presso gli enti preposti per competenza, in modo tale da garantire la sorveglianza sanitaria, qualora necessaria, di cui all’articolo 41 del decreto legislativo 81/2008; assicurare presso l’INAIL contro gli infortuni sul lavoro e malattie professionali gli studenti impegnati in alcune attività particolari (artt. 1 e 4 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1124/65); stipulare un’assicurazione per la responsabilità civile verso terzi; le coperture assicurative devono riguardare anche attività eventualmente svolte dagli studenti al di fuori della sede operativa della struttura ospitante, purché ricomprese nel progetto formativo dell’alternanza; ricevere preventivamente dall’istituzione scolastica o formativa un’adeguata formazione generale in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e, ove necessario, sul controllo sanitario.

Le “scrivanie” per gestire (al meglio) l’alternanza
Per gestire tutte le attività previste dai percorsi di alternanza nonché le relazioni tra coloro che sono coinvolti nel processo, nella specifica piattaforma di gestione dell’alternanza scuola-lavoro, sono rese disponibili delle “scrivanie” con operatività diversificate a seconda del ruolo rivestito dai vari soggetti che vi accedono (Dirigenti scolastici, Referente ASL, Docente Tutor, Rappresentante legale della Struttura Ospitante, Tutor aziendale, Studenti e Famiglie). La scrivania dello studente permette di usufruire gratuitamente del percorso formativo obbligatorio sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro da svolgere in modalità e-learning, realizzato insieme a INAIL. Dopo il superamento del test di valutazione viene rilasciato allo studente l’attestato direttamente on line prodotto dalla piattaforma. Inoltre gli studenti, tramite una specifica funzione presente sulla propria scrivania, possono segnalare le criticità riscontrate durante l’esperienza di alternanza.

La nuova scuola apre le prenotazioni

da Il Sole 24 Ore

La nuova scuola apre le prenotazioni

di Francesca Barbieri

Al via le iscrizioni online per la scuola dei figli. Dalle 8 di domani sarà infatti possibile compilare la domanda per le classi prime di elementari, medie e superiori per l’anno scolastico 2018/19, collegandosi al sito web www.iscrizioni.istruzione.it. Il milione e mezzo di famiglie interessate avrà tempo fino alle 20 del 6 febbraio per trasmettere il modello.

Le principali novità

Le novità di rilievo che debutteranno a settembre sono due, entrambe concentrate sulle scuole secondarie di secondo grado.

Da un lato, entra in vigore il piano nazionale di innovazione degli ordinamenti, con l’avvio di cento classi prime di liceo e di istituto tecnico (si veda Il Sole 24 Ore del 9 gennaio) che avranno una durata di 4 anni al posto di cinque. Si tratta di 75 indirizzi liceali e 25 percorsi tecnici di 73 scuole statali e 27 paritarie. Per altre 92 classi il ministero chiederà al Consiglio superiore della pubblica istruzione il parere per includerle nella sperimentazione(l’elenco è disponibile sul sito del ministero www.miur.it).

Dall’altro lato, gli aspiranti studenti degli istituti professionali – riformati da uno dei decreti attuativi della Buona scuola (legge 107 del 2015) – potrà scegliere su un ventaglio più ampio di indirizzi, che passano da sei a undici.

I nuovi percorsi sono:

agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane;

pesca commerciale e produzioni ittiche;

servizi culturali e dello spettacolo;

gestione delle acque e risanamento ambientale;

manutenzione e assistenza tecnica
che si affiancheranno a:

industria e artigianato per il Made in Italy;

servizi commerciali;

enogastronomia e ospitalità alberghiera;

servizi per la sanità e l’assistenza sociale;

odontotecnico;

ottico.

Tra le altre novità in arrivo per gli studenti degli istituti professionali ci sono più ore di laboratorio, alternanza scuola-lavoro già dal secondo anno (e non dal terzo) e una didattica ritagliata sulle esigenze produttive del territorio.

L’abc delle domande

Tornando alle domande di iscrizione, l’invio telematico è obbligatorio, in generale, per tutte le scuole statali (di ogni ordine e grado), mentre è facoltativo per quelle paritarie. La modalità via web riguarda anche i corsi dei centri di formazione professionale delle Regioni che hanno aderito al sistema (Lazio, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, Sicilia, Toscana e Veneto).

Si può presentare una sola domanda per ciascun alunno, ma è possibile indicare anche una seconda o terza scuola o centro di formazione professionale cui indirizzare l’istanza nel caso in cui la prima scelta non andasse a segno. Per gli anni successivi al primo, invece, le iscrizioni vengono disposte d’ufficio dalle segreterie scolastiche, a meno che non si decida di cambiare istituto.

Rimane invece valida la procedura cartacea per le scuole dell’infanzia: la domanda va presentata alla segreteria dell’istituto prescelto nelle stesse date previste per gli altri ordini di scuola.

Come per gli anni passati dal ministero dell’Istruzione si sottolinea che non c’è necessità di affrettarsi nei primi giorni, visto che non si tratta di un click day: le domande arrivate per prime infatti non hanno alcun diritto di precedenza.

Lavoro e successo negli studi: i numeri per orientare le scelte

da Il Sole 24 Ore

Lavoro e successo negli studi: i numeri per orientare le scelte

di Claudio Tucci

Ci sono altre informazioni che famiglie e studenti, alle prese da domani con le iscrizioni, è bene che conoscano: sono quelle legate agli sbocchi occupazionali dei percorsi offerti dalla nostra istruzione superiore.

Le fonti a disposizione sono diverse: Almadiploma, Eduscopio della fondazione Agnelli, Scuola in chiaro del Miur. Recentemente, anche l’Istat ha acceso un faro sul tema, confermando (in una pubblicazione del 2016) una maggiore propensione “all’impiego” dei diplomati degli istituti tecnici e professionali; meno dei liceali. A un anno dal titolo, evidenzia l’ultimo rapporto di Almadiploma, ha un contratto in mano il 42% dei ragazzi che esce dai professionali, soprattutto nell’industria metalmeccanica. Lo stesso fenomeno interessa il 31% dei periti (un ulteriore 13% circa studia e lavoro contemporaneamente): anche qui lo sbocco principale è nell’industria (quasi il 30%), in particolare metalmeccanica. Il rapporto è in diversi casi stabile, o in apprendistato; la retribuzione, sempre a 12 mesi dal titolo, oscilla tra gli 800 e i mille euro (a una maggiore specializzazione però corrispondono retribuzioni più elevate).

La cifra degli istituti tecnici «è l’apprendimento in concreto – evidenza Maurizio Chiappa, preside del Marconi di Dalmine (Bg) -. È un percorso di istruzione in cui accanto a una solida preparazione linguistica, matematica e scientifica, gli studenti sviluppano competenze pratiche creando oggetti e dispositivi utilizzando in modo critico le tecnologie, specie quelle digitali».

Dal 2014 famiglie e ragazzi possono passare dal generale al particolare e addentrarsi nei tassi di occupazione offerti dalle singole scuole. Grazie al portale Eduscopio della Fondazione Agnelli che ha di recente esteso all’intero territorio nazionale le sue rilevazioni. Utilizzandolo, ad esempio, posso scoprire che se abito a Milano e sono disposto a iscrivere mio figlio in un raggio di 10 chilometri il tecnico-economico “Falcone-Righi di Corsico” vede occupato il 68% dei suoi diplomati a un anno.

Diversi, per forza di cose, sono i numeri che interessano i liceali: a un anno dal titolo, infatti, il 70% si iscrive all’università e solo il 5% risulta occupato; i contratti sono spesso precari e il settore economico di impiego prevalente è quello dei servizi (in particolare, commercio, servizi sociali e personali, servizi ricreativi e culturali). Vista la propensione molto più alta a proseguire gli studi in questo caso Eduscopio può aiutare a capire quale istituto prepara meglio i ragazzi all’avventura da matricole. Valga un caso per tutti: a Roma l’indice più alto di voti e crediti per gli iscritti a un corso di laurea scientifico lo si registra al Virgilio.

Altro tema degno di nota in questa sede è infine la coerenza tra studi fatti e lavoro svolto: ebbene il 41% degli occupati (diplomati) si dice insoddisfatto della preparazione scolastica e dichiara di non sfruttare le conoscenze apprese sui banchi. Mentre uno su tre ritiene di aver sbagliato indirizzo. Quando si dice il “disorientamento”.

Quei «tecnici» gloriosi di scienziati e Nobel

da Il Sole 24 Ore

Quei «tecnici» gloriosi di scienziati e Nobel

di Eugenio Bruno

A dieci anni dal sorpasso subito nelle scelte degli studenti gli istituti tecnici fanno fatica a scrollarsi di dosso l’immagine di istruzione di serie B rispetto ai licei. Con un’emorragia di iscritti che è peggiorata di anno in anno fino al minimo storico di 821.078 alunni del 2016/2017. Un paradosso economico e anche culturale per un paese che ha la terza disoccupazione giovanile d’Europa e un gap di 60mila tecnici sul mercato del lavoro. E che in passato ha visto degli ex “periti” diventare poi scienziati, matematici e premi Nobel.

Come quello per la letteratura assegnato nel 1975 al poeta Eugenio Montale che nel 1915 ottiene il titolo di ragionere e dieci anni dopo pubblica la celebre raccolta “Ossi di seppia”.

Emblematica è anche la storia del “padre” del primo microchip(l’Intel 4004), oltre che della tecnologia touch screen così presente nella nostra quotidianità: il vicentino Federico Faggin. Che è stato definito da Bill Gates come l’inventore della Silicon Valley («Prima di lui era semplicemente una valle», le parole del fondatore di Microsoft) e che, nonostante un padre insegnante di storia e filosofia al classico, nel 1960 si diploma perito industriale a Vicenza. Prima di laurearsi in fisica e porre le basi per la sua gloriosa esperienza americana.

Sempre da un istituto tecnico sono usciti, tra gli altri, due celebri matematici. Innanzitutto Alfio Quarteroni che dopo una lunga parentesi in Svizzera – dove ha diretto il team di ricercatori che hanno realizzato il modello matematico di Alinghi (l’imbarcazione che nel 2003 e 2007 si è aggiudicata per due volte consecutive la prestigiosa America’s Cup di vela) – è rientrato di recente al Politecnico di Milano grazie a un grant da 2,35 milioni con cui realizzare il progetto “iHearth” che punta a tradurre il funzionamento del cuore in equazioni matematiche. E c’è poi Piergiorgio Odifreddi che, diplomatosi geometra, si è laureato in matematica e iniziato la sua lunga carriera di docente unviersitario, divulgatore e scrittore con svariati titoli alle spalle che si sono spinti anche alla storia della scienza e alla religione. Uno dei quali (“Caro papa ti scrivo”) gli è valso nel 2011 la risposta scritta del pontefice emerito Benedetto XVI. A conferma di come le vie dell’istruzione e della vita professionale, quelle sì, siano spesso infinite.

Summer school, è già tempo di iscrizioni

da Il Sole 24 Ore

Summer school, è già tempo di iscrizioni

di Francesca Barbieri

Scadono il 20 gennaio le nuove 187 borse di studio offerte da aziende ed enti per partecipare a programmi estivi di Intercultura.

Si tratta di borse di studio riservate agli studenti delle scuole superiori dai 14 ai 18 anni che desiderano trascorrere un’estate come cittadini del mondo, a contatto con nuove culture in molti Paesi sparsi per il mondo. Gli incentivi, a copertura totale o parziale della quota di iscrizione, sono offerte da enti, fondazioni e aziende che permettono a studenti meritevoli, ma in condizioni economiche disagiate , di trascorrere un periodo all’estero.

Ci sono poi borse di studio proposte da grosse aziende – come Intesa Sanpaolo, Telecom Italia, Esselunga – per i figli dei propri dipendenti.

Ecco una panoramica di destinazioni e costi. Per chi è più propenso a conoscere luoghi lontani, i programmi di 4 settimane in Argentina (quota di 4.800 euro), Cina (3.900 euro), Giappone (4.900 euro), India (4.600 euro), Russia (4.000) combinano l’incontro con culture diverse alla possibilità di imparare una nuova lingua.

Se invece si è più interessati a rafforzare l’inglese, è possibile esplorare i programmi di Intercultura nel Regno Unito (Inghilterra e Galles, costi: 2.700 euro per due settimane, 4.500 per 4), Irlanda (4mila euro), Canada (anglofono a 5mila euro e francofono a 5.400 euro) e Usa (Washington D.C. a 5.700 euro e San Diego a 6mila euro). I programmi in Danimarca, Finlandia e Spagna (costi da 4mila a 4.500 euro) sono a disposizione per chi vuole un’esperienza di carattere europeo. Infine, per chi ama la cultura araba, riapre quest’anno il programma di 4 settimane in Tunisia (3.600 euro).

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