P. Di Paolo, Vite che sono la tua

Di Paolo o di un rinnovato umanesimo

di Antonio Stanca

Col libro Vite che sono la tua, edito l’anno scorso da Laterza, Bari-Roma, Paolo Di Paolo è tornato a mostrarsi impegnato in un’altra operazione di carattere culturale e sociale. Non sono mai risultati distinti questi due ambiti nella sua produzione sia narrativa sia teatrale o saggistica, siano raccolte di interviste a noti personaggi, articoli per giornali e riviste, programmi per la televisione, libri per bambini e ragazzi.

Di Paolo ha trentacinque anni, è nato a Roma nel 1983, si è laureato in Lettere presso “La Sapienza” ed ha svolto un Dottorato di ricerca in Storia letteraria e linguistica italiana presso l’Università di Roma III. Nel 2004, a ventunanni, ha esordito come scrittore con la raccolta di racconti Nuovi cieli, nuove carte, che è stata finalista nel “Premio Italo Calvino per l’inedito”. Avrebbe continuato nella narrativa, altri riconoscimenti avrebbe ottenuto ma anche altre direzioni avrebbe assunto la sua attività e sempre sarebbe stato possibile notare come Di Paolo tenda a recuperare, a difendere i valori della cultura, intesa come storia, letteratura, filosofia, scienza, religione, lingua, di fronte ai pericoli che i tempi moderni rappresentano per essi, di fronte alla massificazione, alla volgarizzazione, alla confusione culturale e linguistica che ormai sono divenute dilaganti.

Specificamente rivolto in questo senso è stato il libro-saggio del 2016 Tempo senza scelte, dove l’autore mette in evidenza come non solo la cultura tradizionale ma anche quella dei tempi a noi più vicini, dei secoli da poco trascorsi, sia stata importante, abbia agito tanto da determinare, definire il pensiero, il costume, la vita che attualmente avviene, si svolge. Una funzione civile, sociale, morale ha avuto quella cultura, è diventata argomento di studio, programma scolastico, è servita a far maturare migliaia di ragazzi, di giovani, li ha trasformati nei suoi eredi, nei suoi continuatori, divulgatori.

Rammaricato, però, si mostra l’autore nella parte finale dell’opera poiché costretto si vede a riconoscere il pericolo che la sopraggiunta cultura di massa rappresenta per quel patrimonio. Essa, infatti, potrebbe livellare, spianare ogni forma di conoscenza, annullare ogni distanza, ogni differenza, conformare, adeguare tutto a modelli prestabiliti impedendo di “scegliere”, di essere diversi dal contesto pena l’esclusione da esso. Ad un impegno maggiore, pertanto, invita Di Paolo affinché questo non succeda. E in tale direzione si muove quando, nel 2017, con Vite che sono la tua riprende a dire della possibilità di riscattarsi dalla situazione corrente, a proporre dei modi per contrastarla, per non rimanerne vittima.

In questo libro Di Paolo presenta parti, brani delle opere narrative più importanti di ventisette scrittori dei tempi moderni. Sono tra i maggiori, tra i più famosi, i loro nomi vanno da Twain a Salinger, da Calvino a Mann, da Roth a Dostoevskij, da Balzac a Truman Capote, Proust, Camus e tanti altri. Le loro nazionalità sono diverse, anche le opere presentate lo sono per i contenuti e i modi espressivi ma uguale è il trattamento che ad ogni brano di esse presentato riserva Di Paolo. Egli non si limita a riportarlo ma lo commenta inserendosi tra le sue righe, frammentandolo, piegandolo ad un discorso da lui creato. Un racconto sembra venirne fuori ogni volta, un racconto nel quale Di Paolo si adopera per mostrare come anche in autori così celebri, anche in opere così alte, si possano scoprire momenti, motivi, ragioni, modi di pensare, di fare che sono di tutti, come tutti possano riconoscersi, ritrovarsi nella scrittura, nel linguaggio di un grande scrittore, come vicino a chi ha scritto possa sentirsi chi legge. E’ un invito quello che Di Paolo vuole formulare con quest’opera affinché ci si impegni a leggere, ci si convinca a superare quella distanza che soprattutto adesso si è creata tra autori e lettori, ci si abitui all’idea che in un libro più che altrove è possibile trovare quanto serve, ricavare indicazioni, suggerimenti. Vicini vuole mostrare gli scrittori, familiari, utili le loro opere.

Di nuovo Di Paolo sostiene il valore, la funzione civile, sociale, morale della cultura, di nuovo vuole salvarla dalle contaminazioni che i tempi moderni vanno diffondendo, di nuovo vede in essa la possibilità di migliorarsi, di resistere alle minacce che incombono.

Una missione sembra ormai diventata quella che Di Paolo svolge, un’opera di mediazione tra quanto è avvenuto e avviene in ambito intellettuale e quanto nella vita quotidiana, un’azione che vorrebbe portare alla comunicazione, allo scambio tra le due dimensioni. Un esempio, tra i più convinti, di un rinnovato umanesimo va considerato il suo.

L’inesperienza comunicativa delle scuole

L’inesperienza comunicativa delle scuole

di Stefano Stefanel

La comunicazione sia verso l’interno, sia verso l’esterno è un elemento essenziale di qualunque pratica aziendale. Tutte le organizzazioni gestiscono la comunicazione come un elemento strategico, legato non solo a potenziali aumenti di fatturato e di attenzione, ma anche alla costituzione di strutture solide che veicolino – nel limite del possibile – solo messaggi positivi. Così avviene che quando un’azienda viene messa sotto attacco mediatico di solito è immediatamente pronta a reagire. Troppo forti sono i media e i social per poter essere presi sottogamba. La scuola, invece, fa finta che tutto questo non esista: sia i progetti nati dai Fondi PON, sia i primi due anni di Piano Nazionale di Formazione docenti, sia tutta l’attività progettuale e formativa del Miur mostrano pochissimo interesse (uso un eufemismo per non dire “nessun interesse”) per la comunicazione e le sue pratiche scientifiche. Avviene così che la scuola è sempre presa in contropiede, sia nel bene sia nel male, quando diventa elemento di comunicazione mediatica diffusa. Cade sempre dalle nuvole e non ha mai risposte pronte, soprattutto laddove se ne parla male.

MESSAGGI SUPERFICIALI O DI PARTE

Chi parla di scuola al grande pubblico lo fa per scopi diversi da quelli relativi al sistema scolastico e alle sue esigenze. Di solito lo fa o per stigmatizzare qualche comportamento o qualche dato, oppure per evidenziare il proprio stupore per qualcosa di altamente positivo avvenuto a scuola, dando per scontato che a scuola oltre al piattume quotidiano poco altro possa avvenire. In campo locale poi si va da un eccesso all’altro: o la comunicazione è agiografica sui grandi successi, sui grandi progetti, sui grandi risultati delle scuole letti quasi da nessuno; o la comunicazione è scandalistica per avvenimenti traumatici avvenuti nel mondo scolastico. Prima di affrontare un’analisi dal punto di vista comunicativo relativamente a due fatti recenti accaduti a scuola sposterei l’attenzione su alcuni passaggi mediatici di questo ultimo periodo, che mostrano come la comunicazione non abbia alcun tipo di rapporto con la scuola reale.

Il 23 gennaio Angelo Panebianco sul Corriere della sera è intervenuto come è solito fare sulla scuola dal suo punto di vista di cattedratico, scambiando come sempre la platea degli studenti universitari con quelli della scuola dell’obbligo. C’è una frase molto interessante nel suo articolo titolato in modo significativo: “I danni da incuria della nostra scuola”: “Nella scuola italiana ci sono due categorie di insegnanti. La prima è composta da persone di qualità, che si dedicano con passione e sacrifici all’insegnamento (e fortunati gli studenti che li incontrano) . Sono insegnanti che remano contro, refrattari allo spirito del tempo, che cercano , fra mille difficoltà, di dare davvero istruzione ai ragazzi di cui sono responsabili. Ma ci sono purtroppo anche gli altri, ci sono presidi (non tutti , naturalmente) che non vogliono bocciature per timore dei ricorsi ai Tar, e insegnanti rassegnati (o anche semplicemente incapaci) che seguono la corrente: la tacita e generale richiesta è che si promuovano gli impreparati? Che problema c’è? Li promuoviamo e basta.” Da tempo Panebianco ha sposato la tesi per cui la scuola seria e di qualità è quella che boccia. Cosa facciamo dei bocciati non è un problema di nessuno, soprattutto non lo è per Panebianco. Il 20 aprile 2017 sempre sul Corriere della sera Ernesto Galli della Loggia era stato ancora più lapidario (“La scuola italiana e il tabù delle bocciature”): “Le cose in effetti stanno così: nelle scuole italiane la bocciatura è di fatto bandita, così come è bandito ogni autentico criterio di selezione e quindi di reale accertamento del merito.

Ognuno ha le sue idee, ma certamente è molto difficile avere una tribuna dello stesso tipo di Panebianco e Galli della Loggia (docenti universitari con nessuna competenza del sistema scolastico italiano) per esprimere le proprie e per contrastare le loro tesi. Incredibilmente però il contraddittorio lo fa lo stesso Corriere della sera con un articolo di Gian Antonio Stella che non lascia alcun equivoco, vista la rilevanza che il quotidiano milanese gli ha dato. Il 29 gennaio è comparso, infatti, un lungo servizio a firma di Stella dal titolo inequivocabile: “I costi dell’abbandono scolastico: buttati 27 miliardi in dieci anni – Hanno lasciato più di 1,7 milioni di studenti. Il record degli istituti professionali”. Scrive Stella: “Ventisette miliardi e mezzo di euro: ecco quanto ci è costato negli ultimi anni l’abbandono di studenti nella scuola pubblica. Sono tantissimi, 27,5 miliardi. Due volte e mezzo il costo del tunnel della Manica. Eppure il tema, che dovrebbe far tremar le vene a ogni uomo di governo, è quasi assente in campagna elettorale. Un milione e ottocentomila ragazzi hanno mollato? Vabbè…”. Il ragionamento di Stella è chiaro e documentato: bocciare e disperdere non ci fa del bene, non abbiamo alcun piano, stiamo distruggendo vite e risorse.

La questione potrebbe essere derubricata a “schizofrenia” del Corriere della sera, ma invece è molto più profonda perché tocca il problema della comunicazione sulla scuola. Se il maggior quotidiano nazionale si disinteressa di essere coerente nel suo messaggio (i tre articoli sono editoriali o servizi del giornale, non “opinioni”) e nessuno glielo fa notare vuol dire che può passare un messaggio di questo tipo: ”la scuola deve bocciare di più perché solo così fornisce un vero servizio ai cittadini e quindi deve bocciare di meno perché bocciando spreca risorse umane e finanziare dei cittadini”. Il messaggio contraddice il principio di non contraddizione, ma in fondo che problema c’è: questo principio (come dimostrano i politici in campagna elettorale) è soltanto una seccatura.

Non meno incredibile è la comunicazione, totalmente politica, di chi si oppone a qualsiasi modifica della scuola italiana e quindi vuole riportare indietro di almeno quindici anni le lancette della storia. La base di questa comunicazione è sostenuta da concetti e preconcetti affermati in forma apodittica e quindi trattati come delle verità incontrovertibili, su cui poi viene costruita l’informazione. Cito solo due articoli apparsi su il manifesto a firma di due interlocutori molto competenti, informati ed estremisti, che usano però competenza e informazione per sostenere tesi totalmente politiche e prive di ogni oggettività. Piero Bevilacqua (“La debole, timida battaglia contro la ‘buona scuola’”, 16 febbraio 2018) asserisce qualcosa che solo una parte molto minima di personale della scuola sostiene (quella che ruota attorno ai sindacati più estremi come sono i Cobas e Unicobas o ai Comitati che si dichiarano difensori unici della Costituzione): “Occorre dire con forza quello che è ignorato da gran parte degli italiani: la scuola così come l’abbiamo conosciuta, luogo di formazione culturale, civile, spirituale è quasi andata distrutta. Essa è stata trasformata e diventa sempre di più, una unica, indistinta scuola professionale”. Questa tesi – legittima come tante altre – è molto di parte e molto di nicchia, ma Bevilacqua la sostiene come un dato di fatto su cui poi innesta i commenti. Mentre il suo è solo un commento che attende dei fatti per essere suffragato.  Sulla stessa linea e con ancora maggiore dispregio per qualsiasi interlocuzione è Marina Boscaino (“L’alternativa alla ‘Buona scuola’ si chiama Lip”, 18 febbraio 2018) in cui si mettono sul piatto alcuni miliardi sulla scuola (fino a far salire a 6 punti di PIL l’investimento dello Stato) attraverso un ritorno al passato in cui l’azione di abrogazione produce una “riforma” che riporta tutto indietro agli Anni Sessanta e Settanta del Secolo scorso. Scrive la Boscaino: la Lip è formata da “37 articoli che abrogano gran parte della normativa degli ultimi 15 anni, dalla riforma Moratti, alla Gelmini, alla ‘Buona scuola’ (…). Non solo abrogare, dunque, ma anche ri-costruire e ri-portare la scuola all’altissimo rango di organo costituzionale, quale fu pensata – non a caso – nell’Italia che risorgeva sui principi dell’antifascismo”. In questo secondo caso la vena abrogazioni sta diventa essa stessa una metodologia riformista, intendendo per riformismo solo un ritorno al passato. Ovviamente ritengo che la parte della “Buona scuola” che ha permesso 300.000 assunzioni in tre anni con la creazione dell’organico dell’autonomia, non verrà abrogata, ma insomma tutto questo è un dettaglio. Come un dettaglio è che l’abrogazione della “Riforma Gelmini” metterebbe a soqquadro l’istruzione secondaria superiore ritornando alle sperimentazioni eterne. Dettagli che costerebbero un sacco di soldi e che soggetti politici di nicchia vogliono di fatto imporre a maggioranze che guardano altrove, dentro un sistema comunicativo che affastella tutto dentro una confusione comunicativa priva di coerenza, in una sorta di “abroghiamo la storia” quando questa non va dove pensiamo debba andare.

E POI IL DISASTRO

Con questo tipo di comunicazione pubblica e pubblicistica non ci si può dunque lamentare se tutti i media e i social non vanno tanto per il sottile quando si trovano a commentare questioni di scuola. Un Liceo di Roma e una Scuola dell’infanzia dell’Emilia sono “salite” alle cronache nazionali senza averlo voluto e soprattutto senza aver governato la comunicazione. Un passaggio nel RAV di un Liceo classico romano e la questione delle brandine da spostare in una Scuola dell’infanzia emiliana sono diventate lo strumento per dimostrare che nella scuola italiana succedono cose assurde.

La contro comunicazione delle due scuole è stata peggiore dell’informazione scandalistica dei giornali, perché non è riuscita ad entrare nel merito del problema. E questo perché nelle scuole la comunicazione avviene per strutture emergenziali, senza la predisposizione di strumenti di analisi preventiva, senza la competenza nella redazione di comunicati stampa, senza aver analizzato in precedenza i temi che possono diventare un problema mediatico. In entrambi i casi i dirigenti scolastici non avevano previsto che a semplici azioni quotidiane (un RAV di due anni che finora forse nessuno aveva letto, un conflitto di competenze su chi deve spostare delle brandine) sarebbe seguita una campagna mediatica nazionale.

Le scuole non sono in grado di isolare problemi comunicativi e non si occupano di prevedere dove è necessario prevedere la possibilità di attacchi mediatici. A scuola non ci forma sulla comunicazione, non si studia come comunicare, non si comprende che la comunicazione non può essere fatta “da dilettanti”. Nelle scuole si ritiene che una comunicazione agiografica e unilaterale sia sufficiente per raggiungere lo scopo di farsi rispettare. Avviene invece il contrario laddove la comunicazione mediatica sulla scuola è sempre e solo sbagliata. Contraddizioni (“bisogna bocciare di più perciò bisogna bocciare di meno”), pareri assunti a dati (“la scuola è distrutta”), proposte impossibili da realizzare (Lip): tutto questo mostra che il mondo della comunicazione va per la sua strada senza occuparsi necessariamente della realtà quotidiana. Invece la comunicazione va studiata con attenzione, soprattutto per conoscerne le sue patologie. Questo operò non interessa nessuno: i Piani di Formazione parlano di molte cose interessanti, che saranno travolte però dal primo topolino che fa capolino in una mensa o in una classe.

Nomenclatore tariffario, riforma in stand-by

Italia Oggi del 24-02-2018

Nomenclatore tariffario, riforma in stand-by

Per i LEA (Livelli essenziali di assistenza) e il nomenclatore tariffario una riforma a metà. Il nuovo nomenclatore tariffario (elenco delle prestazioni rimborsate dal servizio sanitario) è stato approvato nove mesi fa ma ancora il decreto non è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Tra le nuove voci figurano anche i processori cocleari che sono delle protesi uditive, il cui impianto è ora interamente a carico del servizio sanitario. Una buona notizia? Si ma la riforma lascia fuori campo l’eventuale riparazione di queste protesi. Creando una vera e propria Babele normativa e di gestione. In particolare la riparazione della protesi diventa un’odissea burocratica affidata all’interpretazione del singolo dipendente dell’azienda sanitaria che dovrà approvare la pratica e dei tempi di riparazione. «Dai 30 ai 60 giorni che nel caso di bambini molto piccoli sono un tempo eterno che può vanificare anni di logopedia», spiega a ItaliaOggi Carlo Martinelli, amministratore delegato di Cochlear Italia, multinazionale australiana leader per le soluzioni acustiche impiantabili. Il nuovo nomenclatore dell’assistenza protesica (dpcm 12 gennaio 2017) aggiorna il precedente nomenclatore dopo 16 anni. Ma fintanto che le tariffe non sono pubblicate saranno ancora erogate le prestazioni e gli ausili elencati dal precedente nomenclatore del 1999. La conseguenza è un allungamento dell’iter, nel caso di riparazione, dei tempi di erogazione del servizio, poiché le regioni non utilizzano gli stessi codici per la riparazione. «Dal contatto con pazienti e operatori del settore», sottolinea Carlo Martinelli, amministratore delegato di Cochlear Italia, «ogni giorno verifichiamo come questa situazione di incertezza generi caos. Questo va spesso ad acuire situazioni di disagio dovute alla mobilità inter-regionale e impatta negativamente sulla salute e sulla qualità di vita dei portatori o dei candidati all’impianto cocleare per via dei ritardi e dei disservizi che provoca». Le protesi cocleari sono ausili, finora non accessibili agli utenti, che possono facilitare la vita a chi ha una disabilità permanente o temporanea e ora, con i Lea in vigore dallo scorso marzo, sono stati introdotti nell’elenco degli ausili a carico del Servizio Sanitario Nazionale dietro prescrizione del medico specialista. Nel caso della protesi fornite da Cochlear ad esempio è possibile fare logopedia in podcast attraverso la protesi o individuarla (nel caso in cui il bambino perda il supporto esterno) con il cellulare con il bluetooth.

Iscrizioni a.s. 2018/2019, le prossime operazioni per le scuole

da La Tecnica della Scuola

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Permessi legge 104/92: per il part-time verticale non devono essere riproporzionati

da La Tecnica della Scuola

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Dominio .gov.it, Feder ATA: garantire la totale gratuità delle operazioni

da La Tecnica della Scuola

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Concorso 2018 abilitati, il 13 aprile le sedi della prova orale delle classi di concorso con pochi candidati

da La Tecnica della Scuola

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Cittadinanza e rafforzamento del patto educativo: ecco le Indicazioni Nazionali per scuola dell’Infanzia e I ciclo

da Tuttoscuola

Cittadinanza e rafforzamento del patto educativo: ecco le Indicazioni Nazionali per scuola dell’Infanzia e I ciclo

Non è una nuova edizione delle Indicazioni Nazionali per il Curricolo per la scuola del primo ciclo e dell’infanzia, quella presentata ieri, al salone della comunicazione del MIUR. L’intenzione non è di aggiungere o togliere, quanto quella di aggiornare un documento, che per sua stessa natura, ha bisogno di periodici tagliandi per attualizzare il proprio messaggio educativo e formativo.

Ad essere nuovi sono dunque gli scenari, diversi rispetto al 2012, quando le Indicazioni Nazionali vennero presentate alla scuola italiana.

Un programma molto denso e caratterizzato dalla presenza di esponenti autorevoli dell’amministrazione centrale e del mondo pedagogico italiano. Presenti i due capi dipartimenti, le Dott.sse Rosa De Pasquale e Carmela Palumbo che hanno, rispettivamente, aperto i lavori con un saluto istituzionale e presentato la ratio delle Indicazioni Nazionali.

Per il mondo pedagogico sono intervenuti Italo Fiorin, coordinatore del Comitato Scientifico Nazionale per le Indicazioni, e Giancarlo Cerini, membro dello stesso comitato. Nei due interventi, gli esperti hanno presentato il documento e mostrato le azioni di accompagnamento per le scuole italiane.

In particolare, Italo Fiorin, ha tenuto a spiegare che lo sviluppo delle competenze, introdotto di fatto proprio con il testo delle Indicazioni Nazionali, promuove una dimensione di scuola che non si caratterizza per la mera trasmissione di contenuti standardizzati, ma per la costruzione attiva di competenze, indispensabili per la comprensione della realtà di oggi. La logica, prosegue il coordinatore, è quella di riuscire a passare da una conoscenza statica, a un impegno solidale e responsabile.

Il tema della cittadinanza è stato il filo rosso che ha legato tutti gli interventi, e che è culminato nelle riflessioni della ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, che ha sottolineato l’importanza di ricostruire il patto educativo e, contemporaneamente, ha ribadito l’importanza di un lavoro didattico per competenze. «Parlare di competenze di cittadinanza vuol dire anche rinnovata attenzione all’educazione linguistica, artistica, storica, geografica, al pensiero computazionale. Vuol dire offrire strumenti per affrontare il mondo globale», ha concluso la Ministra.

Chiunque creda che la proposta della promozione delle competenze, ostacoli con l’acquisizione delle conoscenze, probabilmente non ha ancora chiaro il quadro di riferimento. L’incontro di presentazione del documento, oltre ad aprire a nuove proposte, quali il Coding, ed affermare l’importanza della cittadinanza, ha anche spazzato via ogni dubbio sulla necessità, e sull’urgenza, di promuovere una scuola attenta ai bisogni egli alunni e, come sostiene Fedeli «capace di dare gli strumenti per affrontare i cambiamenti del presente e proiettarsi al meglio nel futuro».

Violenza a scuola, Mattarella: ‘Se un genitore aggredisce un docente va contro l’interesse dei figli’

da Tuttoscuola

Violenza a scuola, Mattarella: ‘Se un genitore aggredisce un docente va contro l’interesse dei figli’

«Si tratta di episodi incivili e inammissibili». Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha etichettato gli ultimi fatti di violenza a scuola rispondendo alle domande di un gruppo di studenti ricevuti al Quirinale lo scorso 22 febbraio. La Ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ha ringraziato Mattarella: «Dal Presidente parole importanti sulla scuola».

L’intervento del Presidente della Repubblica infatti è stato molto chiaro e deciso: «Quando i genitori si permettono un atteggiamento di contrapposizione alla scuola – ha detto – vanno anche contro l’interesse dei propri figli, perché sono la collaborazione, il dialogo, lo scambio di opinioni tra famiglia e scuola che consentono a ciascun ragazzo e ragazza di esprimersi con pienezza. La scuola – ha continuato il Presidente – è lo strumento più importante per combattere le diseguaglianze perché è la cultura che consente di rimuovere l’ingessatura sociale. In passato, le nuove generazioni facevano sempre il lavoro delle precedenti; e c’erano talenti di grandi qualità che restavano inespressi perché non potevano accedere alla cultura, allo studio, alla preparazione».

«Quelle pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sono parole importanti – ha detto quindi la ministra Fedeli -. Sono parole che rilanciano il lavoro che stiamo facendo per rendere la scuola capace di combattere ogni disuguaglianza e per rilanciare il patto di corresponsabilità educativa fra scuola e famiglia. Ringrazio il Presidente Mattarella in particolare per aver sottolineato l’importanza di un rinnovato rapporto di fiducia fra la scuola e le famiglie, che è la base fondamentale per garantire a ciascuna ragazza e ciascun ragazzo di formarsi in un contesto di collaborazione in cui possano esprimere se stessi e sviluppare la loro personalità in modo completo».

«Compito della scuola è rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena crescita di ogni individuo – ha concluso la Ministra-. E la scuola può assolvere a questo compito solo se ha il supporto e la collaborazione di tutta la comunità educante, di cui anche le famiglie fanno parte. Le aggressioni di cui si è occupata la cronaca in questi giorni vanno in tutt’altra direzione e sono per questo inaccettabili. La scuola non si aggredisce, la scuola si sostiene».

Un’altra grande giornata di lotta delle maestre/i

Un’altra grande giornata di lotta delle maestre/i Diplomate Magistrali nel quadro dello sciopero generale contro il contratto miserabile e per l’assunzione stabile di tutti i precari/e

Nel corteo nazionale a Roma 10 mila docenti ed ATA lanciano un forte monito al prossimo governo: cancellare l’inqualificabile sentenza del Consiglio di Stato e restituire a tutti i lavoratori/trici quanto perso in 10 anni di blocco contrattuale. Corteo anche a Cagliari

Un’altra grande giornata di lotta, dopo quella dell’8 gennaio, delle maestre Diplomate Magistrali (DM) contro l’ignobile sentenza del Consiglio di Stato che ne ha messo a forte rischio il posto di lavoro e i diritti acquisiti, nel quadro più generale dello sciopero e della mobilitazione dei docenti ed ATA di tutti gli ordini di scuola contro un contratto miserabile, che, dopo 10 anni di blocco e di perdita salariale che ha superato il 20%, offre una insultante “mancetta” di 45-50 euro mensili nette e introduce negli obblighi contrattuali una parte delle schifezze della legge 107, con il sostegno e il consenso unanime di Cgil, Cisl e Uil. Le maestre/i DM hanno scioperato in massa e sono arrivate a Roma da ogni regione d’Italia; buona anche la partecipazione delle altre maestre/i della scuola primaria e dell’infanzia, e soddisfacente anche quella dei docenti ed ATA delle medie inferiori e superiori.

Il corteo ha attraversato il centro di Roma, su un itinerario di solito interdetto, ottenuto grazie alla presenza combattiva di tanti lavoratori/trici della scuola, purtroppo sotto una pioggia battente che non ha risparmiato neanche per un minuto i manifestanti, così come la neve aveva intralciato l’arrivo a Roma di vari pullman, ostacolati nell’ingresso in città anche dal traffico caotico delle giornate di forte pioggia. Nei comizi conclusivi a Piazza del Pantheon, oltre ai COBAS e agli altri sindacati conflittuali promotori dello sciopero, hanno preso la parola decine di maestre DM, oltre a docenti ed ATA indignati/e per il contratto miserabile. Nei vari interventi sono stati ribaditi con forza gli obiettivi della mobilitazione, inviando un forte monito al governo post-elezioni: rifiuto di un contratto indegno e richiesta del pieno recupero salariale almeno di quanto perso nel decennio di blocco contrattuale; conservazione del posto in “ruolo” o nelle GAE per le maestre/i DM che vi si trovano; riapertura delle GAE per tutti/e i precari/e abilitati; immissione “in ruolo” per chi ha 3 anni di servizio. Vari interventi hanno riaffermato il NO allo strapotere dei presidi, ai ridicoli quiz Invalsi, all’obbligo di una Alternanza scuola-lavoro inutile e dannosa e al mancato rientro dei “dispersi” in tutta Italia dall’algoritmo MIUR. Forte anche la richiesta del ripristino della democrazia sindacale nelle scuole e la restituzione a tutti/e del diritto di assemblea in orario di servizio, nonché la denuncia delle regole antidemocratiche nelle elezioni RSU e nella misurazione della rappresentatività nazionale, che penalizzano brutalmente i sindacati alternativi, per riaffermare il monopolio dei sindacati di Palazzo.

Infine, dagli interventi è venuta fortissima la proposta di un’Assemblea nazionale delle maestre/i DM per decidere i prossimi appuntamenti di lotta. Un corteo molto partecipato di maestre DM, precari/e, docenti ed ATA “stabili” si è svolto anche a Cagliari.

Piero Bernocchi    portavoce nazionale COBAS

Il nuovo contratto penalizza i dirigenti scolastici di alcune regioni

SCUOLA – Il nuovo contratto penalizza i dirigenti scolastici di alcune regioni: andranno a percepire stipendi più bassi degli attuali

Nel goffo tentativo di riparare all’assurda disparità che si è creata, negli ultimi anni, tra le diverse regioni italiane sempre riguardo alla retribuzione di posizione/quota variabile e della retribuzione di risultato, nel 2020 chi dirige un istituto in Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Liguria si ritroverà con compensi annui inferiori a quelli di oggi. La colpa è tutta delle scelte sbagliate dei sindacati che hanno sottoscritto quello scellerato contratto, che poi sono gli stessi che stanno conducendo l’attuale trattativa.

Marcello Pacifico (presidente Udir): L’assurdo è che questo avverrà nonostante i 96 milioni stanziati dalla Legge di Bilancio a regime, come confermato dalla Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. I tagli degli anni passati, pertanto, annulleranno gli aumenti futuri. Questa è l’eredità negativa che grava sul prossimo contratto. L’Udir sta seguendo con puntualità la situazione delle diverse regioni, specialmente quelle dove i comportamenti dell’Amministrazione vanno a peggiorare la situazione: in Sicilia ben cinque Ragionerie territoriali dello Stato non hanno aggiornato gli stipendi, per cui i dirigenti della regione vengono pagati in base al Contratto integrativo regionale del 2011. In Calabria, i capi d’istituto stanno subendo pesanti recuperi erariali, in attesa che vengano pagati gli aumenti degli ultimi due CIR. Mentre in Lazio ed Abruzzo ci sono stati tagli aggiuntivi nel 2015/16, in Campania la decurtazione è stata fatta già nel 2010. Di tutte queste situazioni, Udir terrà conto nei ricorsi al giudice del lavoro, chiedendogli di fare giustizia, anche sugli errori sindacali prodotti.

Udir ritiene che, assieme alla protesta ad oltranza, l’unica via percorribile sia oggi quella di ricorrere in tribunale: a tale scopo chiede ai dirigenti scolastici che non vogliono soccombere agli aumenti farsa di aderire al ricorso gratuito al giudice del lavoro per il recupero del FUN, contro il taglio della retribuzione di posizione e di risultato dal 2011 al 2015. Ma il ricorso Udir serve anche per il recupero erariale imputabile agli effetti dei Contratti integrativi regionali.

Agid: chiesto incontro e accesso agli atti

Agid: ANP chiede incontro e presenta accesso agli atti

ANP ha chiesto all’Agenzia per l’Italia digitale (Agid) di rivalutare con urgenza la decisione di escludere le Istituzioni scolastiche dall’utilizzo del dominio di terzo livello “.gov.it”, così come previsto dalla determinazione n. 36 del 2018.

Come noto, in tale determinazione si dispone che “lassegnazione dei domini di terzo livello nel dominio ‘gov.it’ è riservata alle sole amministrazioni centrali dello Stato indicate all’elenco delle amministrazioni pubbliche individuate ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196 e successive modificazioni e pubblicate annualmente in G.U.”.

Per ANP, invece, è evidente che le Istituzioni scolastiche statali sono Amministrazioni dello Stato. Basta leggere il c. 2 dell’art. 1 del D.lgs 30 marzo 2001, n. 165, che cosi dispone: “Per amministrazioni pubbliche si intendono tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, etc.”.

Che le scuole siano amministrazioni dello Stato potrà essere sfuggito all’Agid, non certo ai dirigenti delle scuole stesse. Sono loro, infatti, che soprattutto negli ultimi anni hanno dato applicazione nelle scuole una serie di disposizioni normative pensate più per uffici amministrativi centrali, che per uffici ‘periferici’ privi di adeguati strumenti e idonee risorse.

Del resto, se il dominio “gov.it” identifica non solo e non tanto le funzioni esercitate dall’ente quanto la “statalità” di questo, le Istituzioni scolastiche non possono essere equiparate agli enti locali o alle aziende sanitarie locali: escludere le Istituzioni scolastiche statali da tale dominio renderebbe un  informazione assolutamente scorretta e fuorviante agli utenti della rete.

ANP denuncia che l’applicazione della determinazione n. 36/2018 comporterà un ulteriore e insensato aggravio di lavoro per le scuole che, come noto, hanno strutture spesso ridotte a poche unità, devono far fronte alla continua riduzione del personale di segreteria, non hanno competenze adeguate al loro interno, hanno bilanci che non permettono agevolmente di ricorrere a professionalità esterne. Il tempo complessivamente dedicato alla modifica del dominio non sarà insignificante e graverà, ancora una volta, solo sulle scuole: si pensi solo a tutte le implicazioni che le scuole, che avevano personalizzato gli indirizzi e-mail con il “.gov”, dovranno fronteggiare in riferimento alla gestione della sezione Amministrazione Trasparente e dell’Albo on line.

ANP, pertanto, ha chiesto all’Agid un incontro urgente per affrontare la questione, proprio in considerazione della necessità di non aggravare la già difficile situazione dei dirigenti scolastici e delle istituzioni scolastiche da loro dirette.

ANP, inoltre, ha formulato, ai sensi dell’art. 22 della legge 241/1990,  formale istanza di accesso a tutti gli atti del procedimento che ha portato alla assunzione della Delibera n. 36 del 2018, con la motivazione che la decisione in esame, vista la mancanza di competenze interne delle Istituzioni scolastiche, aggrava indebitamente il lavoro dei dirigenti scolastici, in quanto  dovranno cimentarsi in attività complesse e non previste dalle leggi.

Contratto di lavoro: consultazione

Contratto di lavoro:
la FLC CGIL avvia la consultazione

Il 9 febbraio è stata sottoscritta tra Aran e organizzazioni sindacali l’Ipotesi di Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2016-2018 del comparto “Istruzione e Ricerca”. Il testo dell’Ipotesi di CCNL è ora al vaglio degli organi competenti previsti dalla legge (Corte dei Conti, Ministero dell’Economia e Funzione Pubblica) per i controlli di rito prima della sottoscrizione definitiva.

Nel frattempo, il nostro sindacato ha avviato la consultazione delle iscritte e degli iscritti, come previsto dallo Statuto: “Per la FLC CGIL – si legge all’articolo 7 comma 1 lettera d) – in assenza di accordo con le altre organizzazioni confederali di categoria sulle modalità di verifica del mandato delle lavoratrici e dei lavoratori, è vincolante il pronunciamento formalizzato degli iscritti”.

La consultazione si concluderà il 20 marzo 2018.

Per la FLC CGIL sarà quindi vincolante ai fini della firma definitiva del CCNL il pronunciamento delle iscritte e degli iscritti. Inoltre, nelle nostre assemblee verranno comunque registrati anche il voto e le valutazioni dei partecipanti non iscritti.

La macchina organizzativa è già in moto a pieno regime.
Le lavoratrici e i lavoratori della scuola statale, degli atenei, degli enti di ricerca e delle istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica avranno dunque a disposizione uno strumento di democrazia e di partecipazione attiva alle scelte del proprio sindacato.

Aggressioni ai docenti

Aggressioni ai docenti, le istituzioni intervengano con fermezza

L’AND pronta a sostenere i colleghi nei modi e nelle forme che la legge prevede

 

“Il continuo ripetersi di gravi atti di violenza nei confronti dei docenti, espressione di un diffuso malessere sociale che appare trovare nella scuola il luogo privilegiato di sfogo, denota una situazione preoccupante e allarmante”, ha dichiarato il Prof. Francesco Greco, Presidente dell’Associazione Nazionale Docenti, nel corso del Consiglio Nazionale tenutosi a Napoli lo scorso 18 febbraio 2018. “Occorre – ha proseguito Greco- da parte delle istituzioni una forte ed autorevole presa di posizione a difesa di una categoria sempre più debole ed isolata. La violenza da qualunque parte provenga va respinta con fermezza.”

L’AND -per come deliberato dal Consiglio Nazionale- depreca ogni atto intimidatorio, oltraggioso, di aggressione fisica e psicologica di cui sono incolpevoli vittime i docenti e si schiera, nel silenzio generale, al loro fianco pronta a sostenerli nei modi e nelle forme che la legge prevede. A tal fine, intende costituirsi parte civile nei procedimenti penali di prossima instaurazione, a difesa degli interessi dell’intera categoria, per affermarne e reintegrarne la dignità professionale e avvierà azioni legali autonome contro ogni forma di attacco che possa riguardare anche singoli docenti e i cui effetti si riverberino su tutta la categoria.