Il nuovo umanesimo che ci salverà

“Il nuovo umanesimo che ci salverà”

di Maurizio Tiriticco

E’ il titolo della prolusione che tiene oggi all’Università di Macerata il Prof. Ivano Dionigi per l’inaugurazione dell’anno accademico alla presenza di tutti i rettori d’Italia. Il testo che segue è l’esordio: “L’umanesimo ci deve soccorrere non perché sia l’altra metà del pensiero, dei suoi interrogativi e delle sue soluzioni, non perché rappresenti l’altro punto di vista, ma perché tiene insieme i diversi punti di vista e li spiega. I tempi spiegano le tecnologie, ma l’umanesimo spiega i tempi. Il sapere tecnologico capta il novum del presente; ha lo sguardo rivolto in avanti; adotta il paradigma sostitutivo della dimenticanza; rincorre l’urgenza dell’ars respondendi; abita lo spazio; ha familiarità con la vita intesa come zoè, “principio vitale”; semplifica la complessità. Il sapere umanistico conosce il notum della storia; guarda avanti e indietro (il simul ante retroque prospiciens di Petrarca); adotta il paradigma cumulativo della memoria; conosce l’urgenza dell’ars interrogandi; abita il tempo; ha familiarità con la vita intesa come bios ‘esistenza individuale’; interpreta la complessità”.

Esigenza di umanesimo, quindi, in una società – almeno quella in cui vivo e viviamo tutti, quotidianamente – in cui però purtroppo è assente l’educazione, non certo quella con la E maiuscola, ma quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti tra persone e persone e tra persone e cose, che ci permettono una convivenza che potremmo definire “normale”, comunque senza nessun riferimento a chissà quali norme di matrice giuridica! Alludo all’esigenza di quel minimo di educazione civica – e non voglio tirare in ballo chissà quale disciplina scolastica – che consiste nel rispetto delle “persone altre” da sé e del cosiddetto bene pubblico. Vivo a Roma e quotidianamente assisto all’oltraggio dei nostri monumenti. Ora tocca alla zanna dell’elefantino della Minerva; ora alla Fontana di Trevi; ora alla Barcaccia di Piazza di Spagna; ora al Fontanone del Gianicolo; ora ai busti degli eroi del Risorgimento al Pincio. L’altra sera tre ragazzini in Piazza della Chiesa Nuova hanno lanciato una bicicletta contro la Fontana seicentesca, un’opera d’arte – come si suol dire – firmata da Giacomo della Porta.

Fatti che non sono mai accaduti nella nostra città! I sudditi del Papa dei secoli scorsi hanno sempre rispettato le “cose” pubbliche! Tutt’al più si limitavano a gettare la “monnezza” nel vicoli! E non a caso sono ancora presenti – chissà fino a quando!!! E sono ancora necessari, purtroppo! – in molti palazzi del centro scritte su lapidi che minacciavano frustate, ammonizioni e multe a chi avesse insozzato la pubblica via. Nel Vicolo della Torretta, in Campo Marzio, in una lapide leggiamo: “Mons. Presidente delle strade proibisce a qualsiasi persona di gettare immondezze e di farvi il mondezzaio in questo sito sotto le pene contenute nell’editto pubblicato li 17 giug 1764”. E non solo! Nello stesso lungo periodo bellico (in particolare nei nove mesi dell’occupazione nazista, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944), mai un monumento od una qualsiasi “cosa” pubblica hanno subito sfregi di sorta!

L’esigenza di umanesimo – e senza iniziali maiuscole – è quindi molto forte. E si tratta di un’esigenza avvertita già da qualche tempo. Ricordo che nel marzo del 2011 ho recensito un interessante volume: Martha Nussbaum, Non per profitto, perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, con l’introduzione di Tullio De Mauro, edito da Il Mulino, Bologna, 2011. Ed ho esordito riportando la seguente citazione: “I cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale. La terza competenza del cittadino, strettamente correlata alle prime due, è ciò che chiamiamo immaginazione narrativa! Vale a dire la capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desideri. La ricerca di tale empatia è parte essenziale delle migliori concezioni di educazione alla democrazia, sia nei paesi occidentali sia in quelli orientali. Buona parte di essa deve avvenire all’interno della famiglia, ma anche la scuola e addirittura il college e l’università svolgono una funzione importante. Per assolvere a questo compito, le scuole devono assegnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, coltivando una partecipazione di tipo partecipativo che attivi e perfezioni la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona” (pag. 111).

Esigenza di umanesimo, quindi, come necessità di senso civico, per non dire di civiltà, forse una parola troppo impegnativa!

Formazione terziaria, università e futuro 4.0

Formazione terziaria, università e futuro 4.0

di Antonio Maffei*

L’ultimo monitoraggio sugli Istituti Tecnici Superiori, presentato ieri in conferenza stampa dal Ministero dell’Istruzione, fornisce una nota positiva nel panorama, non sempre roseo, del sistema formativo italiano: l’82,5% dei diplomati negli Istituti Tecnici Superiori nel corso del 2016 ha trovato lavoro entro un anno dal diploma.

Una nota positiva, anche se una goccia in termini numerici, parliamo di 2.193 diplomati nel 2016, quella fornita dagli Istituti Tecnici Superiori, la prima esperienza italiana di formazione terziaria professionalizzante, cioè formazione post-diploma. Gli ITS sono organizzazioni territoriali, basate su un accordo tra filiere produttive e filiere formative, che hanno la mission di produrre tecnici specializzati in linea con le esigenze del mercato del lavoro e che proprio per queste caratteristiche ci avvicinano ai modelli virtuosi della Germania e di altri paesi europei.

Ma a raffreddare gli animi ci pensa EUROSTAT, l’ufficio statistico della Commissione Europea, che ha appena pubblicato i dati di abbandono (drop-out) dell’università da parte dei giovani europei: oltre 3 mln di giovani iscritti ad un percorso universitario nel 2016 non sono mai arrivati all’agognata laurea.

Per quanto riguarda l’Italia sono stati 524 mila, nello stesso anno, i giovani che hanno deciso di non conseguire la laurea seppur iscritti ad una facoltà, dato che pone il nostro paese al secondo posto per abbandoni dopo la Francia. Naturalmente performance ben diverse le troviamo altrove: Germania (165 mila), Spagna (174 mila), Olanda (78 mila) Finlandia (42 mila) Svezia (62 mila) Danimarca (0).

Questo quadro – se già allarmante per l’Europa, che si poneva l’obiettivo di raggiungere il 40% della popolazione con livelli di studi terziari avanzati per il 2020, per realizzare la cosiddetta “società della conoscenza”, mentre, dall’altra parte del globo, allargando un po’ il nostro orizzonte, si rileva, quest’anno per la prima volta, il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti per numero di pubblicazioni scientifiche prodotte – rende in prospettiva la situazione italiana ancora più debole.

Svariati i motivi del ritiro per i nostri ragazzi: desiderio di lavorare, disinteresse per le materie insegnate, difficoltà negli studi, i più ricorrenti.

Questi dati vanno ad aggravare la già bassa percentuale di laureati in Italia, tra le più basse del continente! Qualche considerazione si può/deve fare: quel 37% desideroso di accorciare i tempi di ingresso nel mondo del lavoro, ce lo dice la stessa ricerca Eurostat, mal si concilia con uno dei più alti indici di disoccupazione giovanile (è di qualche giorno fa il dato ISTAT fermo al 32,8%, più del doppio della media UE). Al contrario purtroppo potrebbe essere in linea con l’esercito dei nostri NEET, nel senso che, buona parte di questi ragazzi una volta usciti dal percorso universitario, rischiano di “perdersi” ed entrare nella schiera di coloro che “non studiano e non lavorano” (ormai 2 mln nella fascia d’età 15-24 anni).

In un contesto internazionale dove la componente e la qualità della risorsa umana è cruciale per lo sviluppo sociale ed economico dei paesi, basti considerare che quest’anno, per la prima volta, la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti per numero di pubblicazioni scientifiche prodotte, dove solo lo sviluppo di competenze avanzate ed adeguate alla 4° rivoluzione industriale può ammortizzare gli sconvolgimenti in atto o che sono di qui ad arrivare con la loro grande imprevedibilità soprattutto per le ripercussioni sul mercato del lavoro e quindi sulla vita delle persone e dei lavoratori, il dato del drop-out dagli studi universitari, e più in generale dalla formazione terziaria, rappresenta un grandissimo elemento di debolezza, specie per un Paese la cui economia si basa sull’esportazione di prodotti a valore aggiunto e sul manifatturiero.

Il danno provocato In termini di dispersione di potenziale umano è enorme, soprattutto se si considera la fascia d’età interessata dal fenomeno, cioè quella fascia che maggiormente, specie in una società sempre più digitale, ci si aspetta dovrebbe produrre il massimo contributo in termini di innovazione e creatività. Tutto questo avviene in piena quarta rivoluzione industriale e mentre, come ci dice Unioncamere, mancano all’appello numerosi profili professionali che le imprese non trovano nel mercato del lavoro, naturalmente tale fenomeno non aiuta certo l’accesso a lavori qualificanti e ben retribuiti per i giovani.

Torniamo un attimo all’ultimo rapporto di monitoraggio dell’INDIRE sugli ITS, il quarto realizzato per il MIUR, e cerchiamo di capire se può darci qualche indicazione. I dati presentati sono piuttosto chiari: ci dicono che gli ITS creano poca dispersione, molta occupazione e sono in continuo miglioramento. Quali le ragioni di questo successo?

Tre i principali motivi individuati:

1. si collegano ad un bisogno reale delle aziende

2. uso di docenti provenienti dal mondo del lavoro ed uso di metodologie didattiche innovative

3. alte competenze sviluppate dagli studenti.

La formazione terziaria professionalizzante offerta dagli ITS può rappresentare una vera e propria svolta per un paese ad economia manifatturiera. Ma è ancora poco conosciuta e quindi poco utilizzata dai giovani, anche da quelli che abbandonano l’università oltre che da coloro che vogliono formarsi per introdursi subito nel mondo del lavoro.

Con 95 fondazioni, la struttura organizzativa che eroga i corsi, 429 corsi attivi, diffusi in tutta Italia, 10.447 studenti frequentanti, 2.153 partner, di cui 826 imprese e ben 6.267 imprese coinvolte in attività di stage (obbligatoria nei corsi per almeno il 30% delle ore previste), gli ITS rappresentano la realtà di formazione/educazione più dinamica, economica ed in linea con le nuove esigenze del mondo del lavoro operante in Italia in questo momento.

Inoltre, vera innovazione per il sistema formativo italiano, gli ITS sono oggetto di monitoraggio continuo ed annualmente sono sottoposte ad una valutazione, da parte di un organismo indipendente, appunto l’INDIRE, che ne determina la ripartizione dei fondi su base premiale.

Forse proprio il monitoraggio e la valutazione continua potrebbero essere il 4° motivo di successo di questa iniziativa: una complessa griglia di indicatori fisici, che rappresenta la base per muoversi nella vera “cultura della valutazione” che non serve a dare voti, ma ad individuare criticità per porre in essere aggiustamenti e miglioramenti.

Tutto questo manca completamente, almeno in una forma così organizzata e sistematica, al mondo dell’università, che invece, alla luce dei dati attuali, ne potrebbe trarre un sicuro giovamento per migliorare la sua attrattività e per mantenere motivati i giovani studenti durante il percorso per evitare drop-out e percorsi di studi protratti oltre i tempi previsti (anche questo è un male tutto italiano). La buona prassi messa in campo con gli ITS, può fornire qualche indicazione di miglioramento a quel mondo, che forse, più che percorrere la strada delle lauree “professionalizzanti”, ritenendo in questo modo di imboccare l’accorciatoia per emulare il successo degli ITS, dovrebbe invece puntare sempre più sulla qualità e l’eccellenza della formazione erogata servendosi di un monitoraggio continuo e di verifica dell’efficacia di ciò che produce.

E’ questo di cui ha bisogno il Paese.


* Segreteria Tecnica Fondazione di Partecipazione Istituto Tecnico Superiore Nuove Tecnologie per il Made in Italy Sistema Meccanica c/o Consorzio Universitario di Lanciano Corso Trento e Trieste

Disturbi dell’apprendimento per quasi il 3% degli alunni, dislessia record

da Il Sole 24 Ore

Disturbi dell’apprendimento per quasi il 3% degli alunni, dislessia record

di Alessia Tripodi

Nelle scuole italiane sono 254.614 gli studenti con Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), cioè il 2,9% del totale degli iscritti allo scorso anno scolastico. La dislessia, ovvero la difficoltà legata alla lettura, è il disturbo più diffuso (oltre il 40% dei casi), seguito da disortografia e discalculia, che riguardano invece le capacità di scrittura e calcolo. Sono i dati che emergono dal focus sugli alunni con Dsa nell’anno scolastico 2016/2017 pubblicato sul sito del ministero dell’Istruzione .

Maggiore incidenza alle scuole medie e nelle regioni del Nord
La percentuale più alta di alunni con Dsa, dice il Miur, si trova nella scuola secondaria di primo grado: sono il 5,4% degli iscritti, contro il 4,03% della secondaria di secondo grado e l’1,95% della primaria. Molto meno numerosi i casi di sospetti disturbi dell’apprendimento segnalati dalle scuole dell’infanzia: 774 bambini nel 2016/2017, pari allo 0,05% del totale. A livello territoriale, l’incidenza dei Dsa è maggiore nelle regioni del Nord-Ovest (4,5% di alunni) , seguite dalle quelle del Centro (3,5%), del Nord-Est (3,3%) e del Sud (1,4%). I valori più elevati – sottolinea il ministero – si rintracciano in Liguria (4,9%), Valle d’Aosta (4,8%), Piemonte e Lombardia (entrambe 4,5%). Le percentuali più basse, invece, si rilevano in Sicilia (1,1%), Campania (0,9%) e Calabria (0,7%).

Nella maggior parte dei casi si tratta di dislessia
Secondo i dati il disturbo mediamente più diffuso è la dislessia (42,5% delle certificazioni), anche se – sottolinea il ministero – più disturbi possono coesistere in una stessa persona. Seguono le certificazioni per la disortografia (20,8%), quelle per la discalculia (19,3%) e quelle per la disgrafia (17,4%). Lo studio fa notare, infine, che dal 2010 al 2017 si è verificata una «notevole crescita» delle certificazioni di Dsa, dovuta all’introduzione della legge 170 del 2010 grazie alla quale la scuola ha assunto un ruolo di maggiore responsabilità nei confronti degli alunni con questi disturbi, con più formazione per il corpo docente e una sempre maggiore individuazione dei casi sospetti.

L’Accademia della Crusca bacchetta il Miur: abbandona l’italiano

da Il Sole 24 Ore

L’Accademia della Crusca bacchetta il Miur: abbandona l’italiano

L’Accademia della Crusca striglia il ministero dell’Istruzione. Nel mirino dei linguisti c’è un
documento in particolare: il Sillabo programmatico, pubblicato a marzo e dedicato alla promozione dell’imprenditorialità nelle scuole statali secondarie di secondo grado.

Secondo i professori del team dell’Accademia Incipit, specializzato nella “lotta” al dilagare dell’anglicismo facile nell’uso della lingua, sostanzialmente, il documento testimonia l’«abbandono dell’italiano», da parte del Miur, in favore di un «sovrabbondante e non di rado inutile» ricorso all’inglese.

«Concretamente – è scritto in un testo del team Incipit – questo pare il messaggio del “Sillabo”: per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del “team building”, non serve progettare, ma occorre conoscere il “design thinking”, essere esperti in “business model canvas” e adottare un approccio che sappia sfruttare la “open innovation”, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati “pitch deck” e “pitch day”».

La crisi frena i nuovi concorsi

da ItaliaOggi

La crisi frena i nuovi concorsi

Il regolamento è pronto, ma congelato a causa dell’assenza di un governo a pieni poteri. Selezione ordinaria e riservata salteranno un anno

Alessandra Ricciardi

Il testo, molto articolato a causa della concomitante disciplina di due concorsi, quello riservato e quello pubblico, alias ordinario, è pronto da un po’. Nei prossimi giorni dovrebbe essere diramato al Cspi, il parlamentino della scuola, per il prescritto parere. Ma, anche a voler fare in fretta, almeno un mese passerà. Un mese nel quale dovrebbe, probabilmente, trovare la quadra anche la formazione del governo ad oggi frenata dai veti incrociati dei vincitori delle urne del 4 marzo. Sta di fatto che rispetto ai tempi annunciati dalla ministra uscente dell’istruzione, Valeria Fedeli, che parlava di marzo per la pubblicazione delle nuove regole prescritte dalla Buona scuola, anche se a maggio il dpr dovesse acquisire il via libera del Cspi, il successivo iter, a partire da quello parlamentare che prevede l’acquisizione del parere da parte delle commissioni cultura di camera e senato, per finire ai controlli del Consiglio di stato, richiederà almeno altri due mesi. Insomma, di concorsi quest’anno non se ne parla. La selezione, che doveva decollare in tempo utile per agganciare i percorsi formativi del prossimo anno accademico, rischia dunque di saltare un anno.

Il ritardo con cui vedrà la luce il dpr è un obolo che si paga alla crisi post elettorale. Un obolo necessario, dicono fonti parlamentari, visto il diverso quadro politico della XVIII legislatura rispetto alla precedente, che impone un supplemento di attenzione per far sì che chi sarà maggioranza di governo, Lega e M5s in prima fila, possano dire la loro. Se è vero che smontare punto punto la riforma della Buona scuola richiederebbe un lavoro altrettanto lungo di quello che ha portato alla nascita della legge 107, è altrettanto vero che correttivi, sia di primo livello, e dunque parlamentari, che di secondo, e dunque ministeriali, sono già allo studio dei pontenziali candidati alla poltrona di ministro di viale Trastevere. Un lavoro di «cacciavite», per utilizzare un termine caro all’ex ministro dell’istruzione Beppe Fioroni, che lo utilizzò in riferimento alla riforma di Letizia Moratti, che consentirebbe di incidere su passaggi decisivi della riforma in tempi consoni rispetto all’appuntamento elettorale delle Europee del 2019.

Il dpr che sta per essere formalizzato riguarda la selezione dei docenti non abilitati con tre anni di servizio alle spalle maturati negli ultimi otto anni, e che faranno un percorso di formazione di due anni una volta superato il concorso, e quelli senza servizio ma laureati, con 24 cfu nelle materie inerenti alla disciplina per la quale si concorre. Per loro invece percorso triennale.

Intanto, sul fronte sindacale sta prendendo corpo la richiesta, che potrebbe trovare anche un approdo unitario per quanto riguarda le sigle confederali, perché il prossimo esecutivo e la relativa maggioranza parlamentare si facciano carico di una norma ponte che riguardi la stabilizzazione del precariato che resta fuori dai concorsi riservati previsti dalla Buona scuola: ci sono i docenti in possesso del solo titolo delle magistrali, ma anche i docenti di religione, gli Itp, i precari che superano i 36 mesi di servizio e che sono fuori dalle selezioni riservate e poi gli amministrativi che svolgono da anni le funzioni di sostituto dei dsga. Una platea vasta e trasverale alle categorie che le sigle vorrebbero portare alla ribalta per chiedere una fase di cambiamento.

Rsu, sindacati al test del voto

da ItaliaOggi

Rsu, sindacati al test del voto

Urne aperte fino a giovedì, in ballo delegazioni di istituto e rappresentatività nazionale

Scuole alle prese con le elezioni per il rinnovo delle rappresentanze sindacali unitarie. Si vota in tutte le istituzioni scolastiche da oggi a giovedì 19 incluso. Lo scrutinio si svolgerà venerdì 20. Hanno diritto a votare tutti i lavoratori dipendenti con rapporto di lavoro a tempo indeterminato in forza nell’istituzione scolastica, alla data delle elezioni, compresi quelli provenienti da altre amministrazioni che vi prestano servizio in posizione di comando e fuori ruolo. Il diritto di voto vale anche per i supplenti purché siano titolari di un contratto a tempo determinato almeno fino al 30 giugno.

I dirigenti scolastici non hanno diritto di voto anche se non sono di ruolo (dirigenti incaricati). Nelle scuole il cui organico comprende fino a un massimo di 200 dipendenti si può esprimere una preferenza per un solo candidato della lista prescelta. Nelle scuole con più di 200 dipendenti si possono esprimere due preferenze nei confronti di candidati della stessa lista.

Si può votare anche solo la lista, ma non è consentito il cosiddetto voto disgiunto: un voto a una lista e un voto a un candidato di altra lista oppure una preferenza a un candidato di una lista e una preferenza a un candidato di una lista diversa. I voti sono esprimibili solo nei confronti di candidati e liste effettivamente presentate nell’istituzione scolastica dove ha sede la votazione. Ma il numero dei voti riportati dai candidati e dalle liste presentate serviranno anche e determinare il tasso di rappresentatività dei sindacati che le hanno presentate.

L’assegnazione dei seggi avviene secondo il metodo proporzionale. Pertanto qualora più liste non raggiungano il quorum, i rimanenti seggi vengono assegnati a chi ha ottenuto i maggiori resti. Possono partecipare alla competizione elettorale tutti i sindacati che abbiano aderito all’accordo quadro per la costituzione delle Rsu. L’adesione all’accordo comporta la perdita del diritto a costituire Rsa (rappresentanze sindacali aziendali). E cioè del diritto dei sindacati di designare per cooptazione rappresentanti sindacali presso le istituzioni scolastiche. Che però non hanno titolo a far parte della delegazione sindacale abilitata a partecipare alla contrattazione di istituto.

La delegazione sindacale di scuola, peraltro, oltre ad essere costituita dai rappresentanti sindacali eletti nella Rsu, è integrata con i rappresentanti territoriali delle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl). Non basta, dunque, che il sindacato sia rappresentativo. Per avere titolo ad accedere alla delegazione è necessario che il sindacato rappresentativo abbia anche firmato il contratto di lavoro nazionale.

Allo stato attuale, non essendo ancora stato sottoscritto in via definitiva il ccnl, ha ancora efficacia il vecchio contratto. Pertanto, nelle more della sottoscrizione definitiva, i sindacati che hanno titolo a partecipare alla contrattazione di istituto con i propri rappresentanti territoriali, sono quelli che hanno sottoscritto il contratto del 2007: Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda-Unams.

La posta in palio per elezioni delle Rsu, oltre ai posti nella delegazione Rsu, è anche e soprattutto la rappresentatività sindacale. Che si raggiunge quando il sindacato di riferimento sia in grado di vantare un tasso di rappresentatività pari almeno al 5%. La percentuale si calcola per metà facendo riferimento al numero degli iscritti e, per l’altra metà, avuto riguardo al numero dei voti ottenuti alle elezioni delle Rsu.

Alle Rsu elette spettano specifici permessi per partecipare alla contrattazione di istituto e per lo svolgimento del proprio mandato. Ma alle Rsu di scuola non si applica l’inamovibilità d’ufficio, senza il previo assenso dell’organizzazione sindacale di appartenenza, prevista dallo Stato dei lavoratori (legge 300/70). Tanto prevede l’articolo 18, comma 4 bis del contratto collettivo nazionale quadro del 7 agosto 1998. Tale disposizione, però è stata recentemente disapplicata dal giudice del lavoro di Lagonegro, il quale ha ritenuto che lo Statuto dei lavoratori non possa essere derogato contrattualmente (si veda il decreto n. 7652 del 2 novembre 2017).

Gli attuali tassi di rappresentatività dei sindacati sono i seguenti: la Flc Cgil è al 26,81%, la Cisl al 24.02%; la Uil al 15,19%, lo Snals al 14,72% e la Gilda all’8,60%. I dati vengono aggiornati ogni tre anni secondo la frequenza con la quale vengono indette le elezioni delle Rsu. I dati attuali, peraltro, sono stati resi noti con forte ritardo perché, nel frattempo, le regole del gioco sono in gran parte mutate.

Il legislatore, infatti, ha disposto la riduzione del numero dei comparti di contrattazione. E ciò ha determinato l’accorpamento dei comparti scuola, Afam (conservatori, accademie e istituti superiori delle industrie artistiche), università e ricerca in un comparto unico. L’accorpamento ha determinato la necessità di adeguare il contratto quadro sulle prerogative sindacali alla nuova situazione. E le trattative sono durate più di due anni.

Test standard, l’eccesso fa male

da ItaliaOggi

Test standard, l’eccesso fa male

Focus Pisa. Retromarcia in Usa: meno del 30% degli alunni fa le prove tre volte l’anno

Emanuela Micucci

Mentre in III media le prove Invalsi al pc viaggiano a una media di 188 mila al giorno, superando un milione e mezzo (il 67,5%), un Focus Pisa mostra che nei Paesi Ocse i test standardizzati, obbligatori o meno, non sono usati così frequentemente come si pensa. Anzi, lo sono meno dei test prodotti dagli insegnati. L’abitudine a svolgere questi tipi di prove, poi, non incide sui risultati di un Paese nella rivelazione Ocse Pisa sugli apprendimenti. In media, infatti, il 70% degli alunni quindicenni dell’area Ocse frequenta scuole in cui i test standardizzati non vengono mai utilizzati o lo sono una sola volta o due l’anno. Circa 25% va in scuole in cui non sono mai stati usati. In 11 paesi, tra cui Belgio, Costa Rica, Germania, Slovenia e Spagna, più del 50% degli alunni non è mai valutato con test standardizzati. Mentre nel Regno Unito e in Svezia tutti hanno partecipato a questi test almeno una volta nel 2015. Al tempo stesso, però, oltre il 60% degli alunni viene valutato da test sviluppati dagli insegnanti.

In media nei Paesi Ocse circa il 30% degli studenti è sottoposto una volta al mese a un test realizzato da un docente, il 38% più una volta al mese. Percentuale quest’ultima che riguarda oltre la metà dei ragazzi in Belgio, Canada, Francia, Paesi Bassi, Singapore, Spagna e Taipei (Cina). «È interessante notare», sottolinea il Focus, «come negli Stati Uniti, dove ha avuto origine il dibattito critico sui test standardizzati, meno del 30% degli studenti frequenta scuole che somministrano test obbligatori almeno tre volte all’anno, una porzione minore rispetto a 19 altri sistemi di istruzione». Dal Focus, poi, emerge che i risultati di un Paese in Pisa non sono in relazione con l’uso di test standardizzati.

Tra i Paesi che hanno i migliori risultati in scienze, cioè Regno Unito, Cina e Singapore, l’uso di test standardizzati è diffuso, mentre è poco comune in Corea, Germania e Svizzera. «I test standardizzati aiutano a misurare i progressi scolastici e possono dare informazioni alla politica educativa sugli aspetti critici dei sistemi di istruzione», commenta Tarek Mostafa dell’Oecd, «ma l’eccesso di test può ingenerare troppa pressione su studenti e insegnanti che tendono a imparare e insegnare in funzione dei test».

Tuttavia è debole la relazione tra i risultati in scienze e la frequenza con cui le scuole valutano gli studenti. In media gli alunni che frequentano scuole con test obbligatori almeno una volta all’anno hanno punteggi leggermente inferiori (6 punti) di quelli valutati con maggiore frequenza. Studenti che sono valutati con test preparati dagli insegnanti almeno una volta al mese hanno punteggi un po’ più alti (5 punti) di quelli valutati con minore frequenza. Inoltre, contrariamente alle convinzioni comuni, la frequenza dei test non è in relazione con il livello di ansia degli studenti. Gli alunni di scuole con test almeno una volta al mese hanno livelli di ansia simili a quelli con valutazioni meno frequenti.

La spiegazione può risiedere nel fatto che l’ansia è indotta da aspetti del test che sono diversi dalla frequenza, come tipo di compito, clima o modalità in cui viene condotto il test, vincoli di tempo, caratteristiche dell’esaminatore. Dall’ansia correlata ai test però non si sfugge: ben il 59% degli studenti si preoccupa di fare un test e il 66% di prendere un brutto voto. Preoccupati anche il 55% dei ragazzi ben preparati per affrontare il test. C’è poi un 52% dei alunni che si sente nervoso quando non sa rispondere a un compito scolastico e un 37% teso mentre studia per un test. Vero antidoto all’ansia il supporto di insegnati e i genitori.

Istituti professionali, ipotesi nuovi quadri orario e organici dall’a.s. 2018/19

da Orizzontescuola

Istituti professionali, ipotesi nuovi quadri orario e organici dall’a.s. 2018/19

di redazione

L’USR Veneto ha organizzato un incontro tecnico sul riordino degli Istituti Professionali disciplinato dal D.lgs. 61/’17, allo scopo di discutere con i Dirigenti Scolastici le modificazioni introdotte e le previsioni future.

L’incontro si è svolto il 13 aprile, e l’USR ha fornito i materiali presentati.

QUADRI ORARIO

GLI ORGANICI

La Nota miur 29 marzo 2018 per la costituzione degli organici per l’a.s. 2018/19 prevede che le istituzioni scolastiche avranno la facoltà, mediante apposita funzione del sistema informativo, di variare in aumento o in diminuzione (in tale ultimo caso nel limite del 20% del monte ore totale calcolato per ciascuna classe di concorso relativamente all’insegnamento correlato); in questa operazione il sistema informativo garantisce che sia rispettato il monte ore complessivo per classe previsto dagli ordinamenti.

Per gli insegnamenti dell’area di indirizzo per i quali è previsto un range di variazione (min/max) nei quadri orari, il sistema informativo “caricherà” il monte orario minimo, lasciando alle istituzioni scolastiche la possibilità di distribuire i residui sulle altre classi di concorso e pertanto sugli altri insegnamenti. In particolare, per due aree (la disciplina Scienze Integrate e l’area laboratoriale con compresenze di 6 ore) il sistema informativo non sviluppa un monte ore per ciascuna classe di concorso, lasciando alle istituzioni scolastiche l’autonomia di inserire le classi di concorso opzionabili ed il relativo fabbisogno in ore complessive, fatto salvo il limite del quadro orario generale.

Si precisa che le discipline di scienze motorie e religione cattolica non sono variabili a sistema

Scarica Quadri orario Servizi per la Sanità e l’assistenza sociale

Scarica Quadri orario per Servizi Commerciali

Scarica Quadri orario per Servizi commerciali: Design per la comunicazione visiva e pubblicitaria

Tutto sugli organici 2018/19

Esami Maturità 2018, ammissione esterni non è subordinata allo svolgimento delle attività di alternanza

da Orizzontescuola

Esami Maturità 2018, ammissione esterni non è subordinata allo svolgimento delle attività di alternanza

di redazione

Il decreto legislativo n. 62/2017 prevede che l’ammissione dei candidati esterni all’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione sia subordinata alla verifica dello svolgimento di attività assimilabili all’alternanza scuola lavoro.

Così leggiamo all’articolo 14, comma 3, del succitato decreto:

“L’ammissione all’esame di Stato e’ altresì subordinata … nonché allo svolgimento di attività assimilabili all’alternanza scuola-lavoro.

La nuova disposizione entrerà in vigore dal 1° settembre 2018, per cui riguarderà l’esame di Maturità 2018/19.

Per il corrente anno scolastico, come indicato anche dall’USR Campania, la verifica delle attività sopra indicate non è richiesta, salvo nuove disposizioni del Miur.

nota USR Campania

Organici 2018/19, acquisizioni dati scuole secondarie di II grado sino al 21 aprile

da Orizzontescuola

Organici 2018/19, acquisizioni dati scuole secondarie di II grado sino al 21 aprile

di redazione

Il Miur, com’è noto, ha pubblicato la nota n. 16041 del 29 marzo 2018, che reca indicazioni in merito alla dotazione organica del personale docente per l’a.s. 2018/19.

L’Amministrazione ha comunicato, tramite SIDI, l’apertura delle funzioni riguardanti l’inserimento dell’organico dell’autonomia delle scuole secondarie di secondo grado.

Queste le azioni disponibili in SIDI, al fine succitato:

A. alunni/classi;
B. classi su classi di concorso atipiche;
C. classi articolate su più indirizzi;
D. alunni/ classi di educazione fisica;
E. Alunni disabili;
F. Gestione delle discordanze tra anagrafe alunni e organico di diritto.

nota Miur organici

Contratto: sì della Corte dei Conti ad aumenti e arretrati, le tabelle. Sindacati convocati all’Aran il 19 aprile

da Orizzontescuola

Contratto: sì della Corte dei Conti ad aumenti e arretrati, le tabelle. Sindacati convocati all’Aran il 19 aprile

di redazione

La Corte dei Conti ha dato il via libera al contratto del comparto Istruzione e Ricerca. Potrà così giungere al traguardo il contratto con le novità dal punto di vista normativo ma anche gli aumenti e gli arretrati per il biennio 2016/18.

AUMENTI E ARRETRATI NON SARANNO POSSIBILI NEL CEDOLINO DI APRILE

Aumenti e arretrati non saranno possibili nel cedolino di aprile, la cui esigibilità è confermata per il 23 aprile per il personale a tempo indeterminato e il personale con supplenza al 31 agosto o 30 giugno. Potrebbe esserci però una emissione speciale per gli arretrati, come accaduto per gli statali.

SINDACATI CONVOCATI ALL’ARAN

I sindacati sono stati convocati all’Aran per la sottoscrizione definitiva del contratto il 19 aprile. Ricordiamo che l’intesa del 9 febbraio è stata firmata da Uil, Cisl, FLCGIL, e non da Gilda degli Insegnanti e Snals.

LE TABELLE CON AUMENTI E ARRETRATI

Tutto sugli aumenti e gli arretrati di docenti ed ATA al netto

I COMMENTI

Grande soddisfazione esprime Maddalena Gissi , segretaria generale della Cisl Scuola, ricordando come questo contratto sia importantissimo ” non solo per i benefici che immediatamente rende disponibili dopo anni di sostanziale blocco delle retribuzioni, ma anche perché da questo contratto, che scadrà il 31 dicembre, siamo pronti a ripartire riprendendo il percorso verso una valorizzazione adeguata di tutte le professionalità “.

Pino Turi, segretario generale della Uil, evidenzia i tempi lunghi dell’iter di approvazione, sostenendo che si dovrebbe attuare una riforma volta a ridurre i tempi della burocrazia:  “inaccettabili i tempi di attesa (70 giorni) per arrivare alla conclusione dell’iter di approvazione.  Vera riforma di struttura dovrebbe essere riduzione dei tempi della burocrazia non più vicini a tempi società reale.”

Commenta così la FLC CGIL: ” Si colma così un vuoto di cui hanno sofferto per lunghissimi anni i lavoratori dei settori Scuola, Università, Ricerca e AFAM. Su mandato dei propri iscritti, attraverso un referendum, e dei lavoratori del Comparto, che si sono espressi favorevolmente in media all’80%, dopo una capillare consultazione nei posti di lavoro, la FLC CGIL apporrà la firma definitiva al Contratto del Comparto Istruzione e Ricerca 2016-2018.

Si ripristina la normale dialettica nelle relazioni sindacali attraverso lo svuotamento delle parti più negative sul piano dei rapporti di lavoro della legge 150 e della legge 107, inizia un recupero salariale, sia pur parziale e da completare con il prossimo rinnovo, si ampliano gli spazi di partecipazione e di negoziato. 

Questo Contratto non è un punto di approdo per la FLC CGIL, ma una ripartenza, visto che andrà in scadenza il 31 dicembre 2018 e che il prossimo governo dovrà stanziare nella legge di bilancio le risorse per il triennio 2019-2021.

Ritornare alla normale dialettica sindacale infatti, significa dar seguito alle sequenze contrattuali, stanziare le risorse necessarie per completare il recupero del potere d’acquisto perduto in questi dieci anni e avviare le trattative del nuovo Contratto 2019- 2021. La FLC CGIL è già impegnata nella preparazione della piattaforma per il prossimo rinnovo attraverso la più ampia partecipazione dei propri iscritti e dei lavoratori. Questo sarà il nostro piano di lavoro e di battaglia a partire da giovedì 19 aprile.

Elvira Serafini, segretario generale dello Snals, in vista della firma del contratto del comparto istruzione il prossimo 19 aprile, ha detto all’Ansa:

“Non è intendimento della nostra organizzazione sindacale sottoscrivere il contratto in ragione dei suoi contenuti”.
Lo Snals non ha firmato la pre-intesa del 9 febbraio scorso e ha in più occasioni ribadito la propria posizione di contrarietà.

Rino Di Meglio della Gilda ha affermato all’Ansa: “Ho convocato il nostro esecutivo per giovedì 19 mattina per prendere la decisione finale”. Il sindacato non aveva firmato in febbraio l’ipotesi di rinnovo del contratto del comparto istruzione, per una serie di riserve in particolare attinenti la parte economica.

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