Autonomia e welfare degli studenti

Autonomia e welfare degli studenti

di Gian Carlo Sacchi

L’ art. 117 della Costituzione attribuiva alle regioni il compito di emanare norme legislative in merito all’assistenza scolastica, nell’ambito dei principi fondamentali stabiliti dallo stato. Dovranno passare parecchi anni prima che se ne veda l’applicazione, con l’entrata in vigore delle regioni a statuto ordinario, senza che a livello nazionale siano mai state elaborate disposizioni di riferimento. Nel frattempo patronati e casse scolastiche si prendevano cura delle famiglie bisognose per favorire l’accesso alle scuole, specialmente dell’obbligo.

Nel 1977 (DPR 616) tutta la materia venne trasferita alle regioni ed iniziò in modo spontaneo una legislazione regionale che definiva provvidenze individuali legate all’accesso agli studi, per arrivare al finanziamento di azioni finalizzate al successo formativo e al merito degli studenti, nonché a progetti per il miglioramento dell’offerta didattica, il contrasto al disagio ed all’emarginazione sociale.

Sull’onda dell’art. 34 della carta costituzionale che parla di diritto ai più alti gradi di istruzione, dell’art.3 che prevede la rimozione delle cause che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e dell’innalzamento dell’obbligo scolastico, le Regioni hanno cercato di uscire dall’ottica assistenzialistica abbracciando quella dei diritti soggettivi, proponendo una visione completa che comprendeva  interventi sia su singoli alunni e famiglie, sia sul sistema.

Una tale prospettiva prevedeva che regioni ed enti locali integrassero le risorse statali, che si limitavano alle provvidenze individuali (borse di studio, libri di testo, ecc.), mentre quelle collettive (mense e trasporti) che erano messe più in relazione alla differenziazione dei servizi (tempi scuola, situazioni orografiche, ecc.) si ritenevano in gran parte appannaggio dei territori. All’inizio si trattava di benefici gratuiti per l’utenza, ma dal 1983 un decreto definiva tali servizi a “domanda individuale”, il che richiedeva un contributo finanziario da parte delle famiglie. Per definire l’ammontare del contributo i Comuni fanno in genere riferimento all’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) a meno che le regioni volessero prevedere altri indicatori, come nel caso della Lombardia per quanto riguarda la “dote scuola”, per quelle famiglie che volevano iscrivere i figli alle scuole paritarie.

Una visione “multilivello” in cui lo Stato deve garantire il diritto allo studio per ogni alunno, mentre Regioni ed EELL dovevano sostenere gli obiettivi di sviluppo del servizio sul territorio, chiamando a contribuire l’utenza sulla base di scelte condivise tra le amministrazioni locali e le autonomie scolastiche. La governance sembrava indicata in modo efficace e la dove si dovessero riscontrare interventi inadeguati, a seguito di monitoraggi nazionali, scatterebbe il principio di sussidiarietà introdotto dalla riforma del titolo quinto della Costituzione stessa. Garanzie per i diritti, spazi di autonomia, responsabilizzazione degli amministratori.

La buona scuola anche su questo tema, posto fin dall’inizio accanto ai bisogni più periferici, non ha mancato di esprimere la sua ispirazione centralistica pensando di assicurare la “effettività del diritto allo studio”, con il D.Leg.vo 63/2017 si indica la necessità di un processo di riorganizzazione che dopo cinquant’anni dalla definizione dell’attuale quadro normativo vuole verificarne e rilanciarne l’applicazione su tutto il territorio nazionale.

La gran parte delle azioni tuttavia è rimasta inalterata e quelle nuove, come ad esempio forme di mobilità sostenibile finanziate dal ministero dell’ambiente, comunque non sono risultate praticabili in tutte le regioni in modo omogeneo. Si parla di servizi di trasporto, di mensa; fornitura dei libri di testo, voucher personali. Per la prima volta vengono inserite attività per gli alunni ricoverati in luoghi di cura o  all’istruzione domiciliare, dando così un fondamento istituzionale ad iniziative attuate sulla base di provvedimenti temporanei.

Per le primarie vengono forniti gratuitamente i libri di testo e gli altri strumenti didattici, mentre per la scuola secondaria di primo e secondo grado si possono realizzare comodati d’uso o leasing. Il diffondersi delle TIC avrebbe dovuto prevedere la graduale introduzione dei libri digitali accompagnati alla possibilità di una loro produzione autonoma da parte delle scuole, cose che come tutte le innovazioni nella scuola italiana si diffondono a macchia di leopardo e con il tempo vanno perdendosi  lasciando spazio alla consolidata tradizione delle case editrici.

Obiettivo raggiunto dunque a livello nazionale ? Non si direbbe ed il tentativo di far passare tutto sotto l’egida degli uffici scolastici regionali non ha migliorato il servizio. L’occasione poteva essere utile per definire il predetto quadro nazionale, applicando così finalmente la Costituzione pur nelle diverse fasi di attualizzazione, che avrebbe dovuto tracciare la strada ai governi regionali ed ai rapporti con gli EELL e le autonomie scolastiche. Il decreto è comunque servito a definire in modo stabile la base finanziaria statale, implementata con i fondi europei, quella appunto dei diritti, anziché erogare contributi soggetti alle diverse temperie delle leggi finanziarie e che in questi anni si sono riverberati come tagli sulle economie locali.

I territori risentono infatti delle diverse condizioni di sviluppo e delle modalità di organizzazione dei servizi alla persona: dai trasporti integrati, dalle azioni dei Comuni al trasporto pubblico locale, alle iniziative on demande diffuse soprattutto nelle zone di montagna, alle mense, per le quali è in atto un braccio di ferro tra i costi per le famiglie e il pasto portato da casa, sulla cui legittimità si sono già espressi alcuni tribunali. Un disegno di legge presentato al Senato nella precedente legislatura voleva ripristinare la ristorazione collettiva obbligatoria e un tempo gratuita perché collegata alle esigenze didattiche e di una corretta alimentazione.

Un capitolo è dedicato alle tasse scolastiche, per le quali è previsto l’esonero fino alla terza superiore, mentre per le quarte e le quinte si tratta di esaminare la condizione economica del richiedente. Un tema che ci vede ancora fermi agli anni venti del secolo scorso e che andrebbe riordinato in tutti suoi aspetti: dai contributi richiesti alle famiglie, definiti schools bonus e detraibili dalle tasse, nonché dalle modalità di calcolo degli stessi sulla base del reddito familiare. Un dibattito che ritroviamo nei programmi di alcune forze politiche nel recente confronto elettorale, quello sui “costi standard”, ci riporta ad una forma più ampia di diritto allo studio e quindi di finanziamento pubblico per quegli alunni che frequentano le scuole paritarie.

La novità è costituita dal sostegno al welfare dello studente che amplia il concetto di borsa di studio, offerta fin qui per sostenere l’accesso al curricolo scolastico. Anche al fine di contrastare il fenomeno della dispersione verranno erogati voucher collegati alla “carta dello studente”, comprensiva di  un “borsellino elettronico” messo a disposizione da Poste Italiane che la fa diventare una carta a debito  per l’acquisto di libri, sussidi digitali e multimediali, per la mobilità e i trasporti, l’accesso ai beni e servizi culturali. Un decreto del MIUR stabilirà il valore ISEE per la fruizione delle borse di studio.

E’ prevista una conferenza nazionale sul diritto allo studio ed agli USR compete il monitoraggio dell’attuazione del decreto e la possibilità di instaurare forme di collaborazione con le Regioni e gli EELL. I fondi disponibili sono quelli indicati nella legge 107, che seppur in grado di offrire, come si è detto, una certa stabilità nel bilancio dello stato, sono difficili da quantificare per la materia specifica, in quanto si tratta di una continua compensazione fra materie diverse contenute nella stessa legge. Solo per i portatori di handicap è previsto un finanziamento ad hoc di 10 milioni.

Come si vede lo Stato entra a gamba tesa negli oggetti specifici del welfare anziché sarebbe stato più opportuno che il decreto descrivesse il percorso di finanziamento multilivello. Eventuali altre risorse, che non solo saranno necessarie, ma pertinenti rispetto alle competenze relative al sistema scolastico dei livelli di governo decentrati, potranno intervenire solo attraverso accordi con l’USR, il che sottrare la scuola autonoma al suo territorio, facendola rientrare solo attraverso un atto dell’amministrazione scolastica statale.

La legge 107 va superata soprattutto per quanto riguarda la governance, l’unica cosa di cui peraltro non si occupa, una volta che la controriforma del titolo quinto è sfumata.

Una mensa di qualità si realizza anche con la partecipazione delle famiglie

Una mensa di qualità si realizza anche con la partecipazione delle famiglie

di Cinzia Olivieri

 

L’8 giugno u.s. si è tenuta a Palazzo Madama la conferenza stampa dal titolo ‘la mensa migliore nell’era del junk food’, durante la quale Foodinsider ha presentato i risultati del 3° Rating dei menù scolastici.

L’evento ha costituito occasione per portare in maniera propositiva l’attenzione sulla mensa scolastica di qualità, in grado di superare i pasti omologati come pizza, bastoncini e hamburger per servire cibi sani e variegati, educando al gusto.

Così si scopre possibile che, puntando sull’appetibilità dei piatti piuttosto che al mero contenimento della spesa, un bambino affermi di gradire e preferire l’hummus di ceci e gli gnocchi di zucca.

I casi virtuosi si caratterizzano per una “cabina di regia” determinata e coinvolgente, “capace di creare alleanze”.

Imprescindibile quella con le famiglie.

Si rivela decisivo nella promozione del cambiamento, sia nell’ipotesi di conflitto che nel coinvolgimento attivo, il ruolo dei genitori. Infatti, si afferma, “i menu migliorano grazie alla partecipazione dei genitori commissari mensa”, per cui la loro formazione è ritenuta una fondamentale esigenza per aumentare la consapevolezza e divulgare un corretto stile alimentare.

Del resto ciò è in linea con l’auspicata interazione prevista dalle Linee guida per l’educazione alimentare per le quali “è indispensabile il coinvolgimento delle famiglie in tutte le fasi delle attività, anche alla luce del patto di corresponsabilità educativa” (pag. 25) e pertanto è individuato quale impegno prioritario “stabilire alleanze positive con le famiglie e con la propria comunità, per favorire senso di appartenenza alla vita della Scuola, condividendo le strategie educative alimentari” (pag. 29), determinando invece l’esclusione dal percorso educativo scolastico inevitabili quanto improduttivi contrasti, sfocianti anche in azioni giudiziarie.

La partecipazione dei genitori nel processo decisionale e di controllo della mensa scolastica contribuisce a creare invece un clima meno conflittuale.

Anche la mensa costituisce quindi ragione di un rilancio partecipativo, allorquando, in attesa delle commissioni parlamentari della XVIII^ legislatura, si evince che il 7 luglio u.s. è stato annunziato alla Camera il progetto di leggeAPREA: Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti (697)” ed in Senato è stato comunicato alla presidenza il 23 marzo 2018 il DDL n. 155 dal titolo “Disposizioni concernenti l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché la riforma dello stato giuridico dei docenti“, che prevede il “servizio pubblico di istruzione” (art. 12) e la scomparsa dei consigli di classe insieme alla rappresentanza territoriale, affidata al “Consiglio superiore della docenza” (art. 18), rimette ai regolamenti interni delle singole istituzioni la disciplina della “Partecipazione alle attività dell’istituzione scolastica da parte delle famiglie e degli studenti” (art. 11), mentre il consiglio d’istituto, rivisto nelle sue competenze, è composto da un numero massimo di undici componenti: il dirigente scolastico, tre rappresentanti del corpo docente, tre rappresentanti delle famiglie e due rappresentanti degli studenti (ovvero quattro docenti e quattro genitori), due rappresentanti del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) ed è altresì integrato da un membro della fondazione (art. 8) che può essere costituita “Al fine di raggiungere gli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa e aumentare il livello di competenza dei singoli studenti e la qualità complessiva dell’istituto “.

Pertanto pure la qualità della mensa passa attraverso una condivisa riflessione sul sistema partecipativo.

“Così prof precari e inesperti incidono sulla preparazione degli studenti”

da La Stampa

“Così prof precari e inesperti incidono sulla preparazione degli studenti”

Uno studio realizzato dall’Ocse su 69 Paesi tra cui l’Italia: il livello socioeconomico dei ragazzi influisce sulla preparazione. Ma un buon insegnante può cambiare la vita in meglio
lorenzo pastuglia
Le scuole con studenti socio-economicamente più svantaggiati hanno insegnanti con qualifiche minori (spesso precari), rispetto a quelle “migliori”. Insomma, la tipologia di una scuola e l’estrazione degli studenti spesso si rivelano un indicatore per capire il livello d’istruzione dell’istituto. Questo è quanto emerge dal nuovo studio dall’Ocse – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – che ha analizzato la situazione dell’insegnamento in 69 Paesi, tra cui anche l’Italia, evidenziando quelli più efficienti e quelli meno.

Infatti, nella Penisola, come in Francia, Olanda e in alcune scuole pubbliche degli Stati Uniti, la differenza del rendimento degli studenti legato allo status socio-economico tende a essere molto più ampio rispetto a Paesi come Canada, Finlandia, Giappone o Corea, dove le qualifiche e l’esperienza degli insegnanti sono più equilibriate. In Italia, l’83% delle scuole superiori con una concentrazione alta di studenti svantaggiati ha una percentuale minore di docenti in possesso di abilitazione rispetto alle scuole più avvantaggiate (97%).

E non finisce qui. Perché gli istituti e i licei superiori più “difficili” non stimolano appieno gli insegnanti in cerca di una cattedra, che preferiscono puntare ad altre sedi. La carenza quindi è più ampia per quanto riguarda i primi (24%) rispetto alle scuole più avvantaggiate (17%). Quest’ultime, poi, hanno un numero maggiore di insegnanti più anziani con almeno 5 anni di esperienza e con contratti stabili. In uno studio del 2015, infatti, gli istituti e i licei più svantaggiati avevano più docenti precari (con contratti di durata inferiore all’anno): 26% per gli insegnanti di scienze e 21% per quelli di altre materie contro il 12% e l’8% delle altre scuole.

Con i corsi d’aggiornamento, studenti e insegnanti più preparati

In alcuni Paesi mondiali gli insegnanti sono veramente visti come veri professionisti per i quali l’aggiornamento professionale è una necessità. Ad esempio l’Australia e Singapore, che aiutano i docenti a passare dalla teoria alla pratica con un periodo obbligatorio e prolungato di formazione in aula all’inizio della loro carriera. Lo scopo è puntare sulla valutazione e sulla formazione continua, che sono due delle chiavi per la valorizzazione della professione.

Sono solo due dei Paesi che hanno decentrato le politiche di gestione dei docenti introducendo misure che rendono le scuole più svantaggiate attraenti ai docenti maggiormente qualificati. Incentivi che vanno creati, secondo l’Ocse, in quei Paesi dove gli istituti e licei sono visti come un qualcosa di meno stimolante.

In Italia i giovani non vogliono fare gli insegnanti

Con un insegnamento migliore, il giovane apprende di più e potrebbe voler fare l’insegante in futuro. È l’obiettivo di molti Paesi dove l’insegnamento è più sviluppato. In Italia i dati non sono incoraggianti. Solo il 3% dei ragazzi di 15 anni, che hanno partecipato all’ultima indagine Ocse-Pisa, ha risposto di voler fare il docente contro il quasi 50% che si vede con un lavoro di altro tipo. Soprattutto tra i giovani, quella del’insegnante è una carriera impopolare che attira solo l’1% contro il 5% delle ragazze.

Il vivaio dei potenziali professori, poi, non solo è ridotto ma anche non preparato nella lettura e in matematica rispetto agli altri studenti che si proiettano verso lavori che richiedono una qualifica universitaria (479 punti in matematica contro i 514 degli “aspiranti” ingegneri o manager). In Paesi come la Corea, la Germania, il Giappone, la Nuova Zelanda o la Svizzera, al contrario, il vivaio dei futuri docenti è composto dai migliori studenti del Paese.

Problema salari

Una parte del problema viene infine dai salari bassi. L’Italia è infatti in coda tra i Paesi industrializzati: 20esima su 33 per gli stipendi dei maestri (quasi 29 mila euro con 15 anni di esperienza) e dei professori di scuola secondaria (32.000 euro) contro – ad esempio – i quasi 58 mila euro di un insegnante della primaria in Germania e i 67 mila di un prof tedesco.

Ma la busta paga «non spiega tutto: a fare la differenza – sottolinea Francesco Avvisati, analista dell’Ocse – è anche il livello di professionalità richiesto agli insegnanti, che contribuisce al loro prestigio nella società. In base ai dati dello studio, solo il 12% degli insegnanti italiani ritiene che il loro lavoro sia valutato dalla società, una delle percentuali più basse tra i Paesi industrializzati. Il 29,9% riferisce di avere avuto apprezzamenti formali per il proprio operato e l’1,8% indica che questo potrebbe tradursi in avanzamenti di carriera, dati in assoluto di gran lunga i più bassi dell’intera Ocse».

Ocse: in Italia solo tre studenti su cento vogliono insegnare

da Il Sole 24 Ore

Ocse: in Italia solo tre studenti su cento vogliono insegnare

di Pierangelo Soldavini

Se domandate a uno studente 15enne italiano quale lavoro pensa di fare “da grande”, solo il 3% – il 5% tra le ragazze e l’1% tra i ragazzi – dice di voler diventare insegnante. In molti altri paesi, come Corea, Svizzera, Giappone e Germania, il vivaio dei “futuri docenti” è composto dei migliori studenti del paese. E in media nei paesi Ocse la quota sale al 4,2%, una quota superiore alla fetta di adulti che fa il docente di professione.

Come si spiega questa divaricazione? L’Ocse lo giustifica non solo in termini di salari più elevati, ma anche per il livello di esigenza e professionalità richiesto ai docenti, che contribuisce al loro prestigio nella società. D’altra parte gli stipendi e la formazione degli insegnanti rappresentano la quota maggiore della spesa per l’istruzione in ogni paese.

La scuola fa la differenza
In effetti la qualità dell’insegnamento può fare la differenza per il futuro di ogni paese, anche del nostro. Il nuovo rapporto”Politiche efficaci per gli insegnanti”, pubblicato dall’Ocse sulla base della rilevazione Pisa sull’efficacia dei sistemi scolastici nazionali, parte infatti da questo presupposto: gli insegnanti sono la risorsa più importante nelle scuole di oggi dal momento che gli studenti che ricevono un insegnamento dai migliori insegnanti hanno maggiori possibilità di riuscire nell’apprendimento e nella vita. Non deve quindi sorprendere che i responsabili politici di tutto il mondo abbiano dedicato negli ultimi anni sempre maggiore attenzione a riformare la professione docente, in uno sforzo di miglioramento dell’apprendimento degli studenti e per rendere l’istruzione più equa e inclusiva.

Ma il rapporto mostra chiaramente che non tutti gli studenti hanno pari accesso a un insegnamento di alta qualità e che questa disuguaglianza può spiegare gran parte dei divari di apprendimento osservati tra gli studenti più favoriti e quelli svantaggiati. In paesi come l’Italia, la Francia e gli Stati Uniti per quanto riguarda il sistema pubblico il divario tra le qualifiche degli insegnanti delle scuole ad alta concentrazione di studenti svantaggiati e delle scuole più avvantaggiate va di pari passo con la forbice sempre più ampia che si registra con il rendimento degli studenti, che tende ad essere più elevato in sistemo scolastici come Canada, Finlandia, Giappone o Corea, dove qualifiche ed esperienza degli insegnanti sono più equilibrate tra le scuole.

In Italia divario crescente
L’Italia registra un divario crescente su questo fronte tra scuole più o meno svantaggiate, con una pericolosa polarizzazione tra singole scuole: entrambe le categorie di istituti rappresentano una fascia di circa il 25% degli studenti, ma quelle più avvantaggiate rappresentano livelli medi di status socio-economico tra i più alti del paese.

Il dato di fatto registrato dall’Ocse è che le scuole superiori con una maggior concentrazione di studenti svantaggiati sono meno attrezzate dal punto di vista dei docenti. Tendono infatti ad avere una percentuale minore (83%) di insegnanti in possesso di abilitazione, rispetto alle scuole superiori più avvantaggiate da un punto di vista socio-economico (97%). Ma non solo: gli insegnanti lamentano più spesso una carenza di docenti e le scuole più svantaggiate avevano, nel 2015, una maggiore presenza di insegnanti precari, 26% tra gli insegnanti di scienze e 21% tra gli insegnanti restanti (contro il 12% e l’8%, rispettivamente). In generale, l’anzianità in servizio per gli insegnanti delle scuole più svantaggiate è minore: concentrano un numero maggiore di insegnanti con meno di cinque anni di esperienza – l’8% tra gli insegnanti di scienze, contro il 3% nelle scuole più svantaggate.

Le possibili risposte
Il rapporto dell’Ocse «sottolinea come l’autonomia delle scuole, per quanto riguarda la scelta dei docenti, non rappresenti un ostacolo all’equità nell’accesso a un insegnamento di qualità, contrariamente a quello che si potrebbe temere; al contrario, la maggior parte dei paesi che hanno decentrato le politiche di gestione dei docenti sono stati in grado di mettere in atto dei correttivi, in termini di allocazione delle risorse, che permettono alle scuole più svantaggiate di essere attrattive per i docenti più esperti e qualificati», commenta Francesco Avvisati, analista dell’Ocse che ha curato il rapporto Pisa.

La soluzione sta quindi nel mettere in atto politiche che permettano di attrarre insegnanti qualificati ed efficaci nelle scuole più “difficili” e di aumentare, in parallelo, le responsabilità dei capi di istituto, che possono svolgere, se preparati per questo compito, un ruolo importante per attrarre, accompagnare, e formare docenti che rispondono alle esigenze della realtà educativa locale.

Ma in generale è necessario per qualsiasi sistema scolastico avviare politiche per migliorare l’autorevolezza e e la considerazione dei docenti all’interno della società per attrarre i talenti migliori come insegnati per trasmettere competenze e pasioni ai ragazzi. L’Ocse rileva che in alcuni paesi gli insegnanti sono veramente visti come professionisti per i quali l’apprendimento permanente e l’aggiornamento professionale rappresentano una necessità. Non c’è dubbio che la formazione continua sia una delle chiavi della valorizzazione della professione del docente.

Il ministro Bussetti prepara il «tagliando» alla Buona Scuola

da Il Sole 24 Ore

Il ministro Bussetti prepara il «tagliando» alla Buona Scuola

di Eu. B.

Che la scelta di Marco Bussetti alla guida dell’Istruzione potesse significare un semplice tagliando alla Buona Scuola piuttosto che la riscrittura promessa in campagna elettorale da Lega e M5S lo abbiamo scritto per tempo .E adesso arriva la conferma del diretto interessato che ha scelto la Banca d’Italia e le celebrazioni per il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis come palcoscenico della sua prima uscita pubblica. «Miglioreremo la riforma», ha risposto ai cronisti che lo hanno intercettato a margine dell’iniziativa. Come non lo ha specificato ma è possibile che si partirà da diplomate magistrali e precari con 36 mesi e si arriverà all’alternanza scuola lavoro.

Buona Scuola da migliorare
«Agiremo di conseguenza: ci stiamo organizzando per verificare gli aspetti che consentiranno di migliorare la scuola. Questo è un periodo di stasi dal punto di vista didattico, ne approfittiamo per essere pronti a settembre». Questa la risposta del neoministro Marco Bussetti a chi gli chiedeva che fine farà la Buona Scuola. Lo stesso responsabile del Miur ha confermato poi di aver avviato il dossier sulle sorti delle 55mila diplomate magistrali che, per effetto di una sentenza del Consiglio di Stato, non potranno più essere stabilizzate. A meno che non intervenga – ed è quello che accadrà a breve – una soluzione normativa. Altro ambito di intervento le paritarie «È uno dei punti che affronteremo, faremo un’analisi completa, totale. Siamo appena arrivati. Stiamo riordinando tante cose. Conto di trasmettere una parola che da tempo non si usa: amore per la scuola, per l’impegno, per rimotivare tutti a far meglio; a poco a poco interverremo per soddisfare i bisogni che la scuola ha».

Il ricordo di De Sanctis
L’occasione per la sua prima uscita pubblica gliel’ha offerta la Cerimonia di “Opus et labor, letteratura ed economia nel Rinascimento”, presso la Banca d’Italia in occasione delle celebrazioni per il bicentenario della nascita del primo ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis. Nel ricordare gli insegnamenti del suo illustre predecessore, Bussetti ha commentato: «Tutti noi dobbiamo quindi guardare alle esigenze degli studenti e delle studentesse, alle istanze di cambiamento della scuola e del mondo della formazione nel suo complesso, con spirito di servizio e responsabilità». Nel ricordare i corsi di legislazione scolastica da lui tenuti negli atenei di Milano e Pavia il ministro ha definito De Sanctis «un punto di riferimento ancora di più oggi, nel momento in cui mi trovo a ricoprire una carica che fu sua. Una carica che vorrei assumere con lo stesso spirito di servizio e con la stessa passione che hanno contraddistinto la sua azione governativa. In questi giorni – ha aggiunto – mi accingo ad affrontare una sfida importante in un Ministero fondamentale per la vita del nostro Paese. Consapevole dell’importanza dei miei compiti, lavorerò per rendere sempre più efficienti e innovative l’Istruzione, l’Università e la Ricerca affinché siano capaci di rispondere ai bisogni di una Nazione che ha intrapreso il cammino del cambiamento».

Regole nuove e finanziamenti certi per rilanciare lo sviluppo degli Istituti tecnici superiori

da Il Sole 24 Ore

Regole nuove e finanziamenti certi per rilanciare lo sviluppo degli Istituti tecnici superiori

di Claudio Tucci

Regole semplici, a partire dalla governance. Finanziamenti stabili sulla base di piani triennali di sviluppo (offerta didattica, compresa). Percorsi di internazionalizzazione per gli studenti. Utilizzo generalizzato dell’alto apprendistato. Un raccordo più stretto con imprese e territori. Assieme al coinvolgimento diretto del ministero dello Sviluppo economico, al fianco di Miur e regioni, per spingere su innovazione e Industria 4.0.

Per gli Its, gli istituti tecnici superiori, l’unico segmento formativo terziario professionalizzante, non accademico, oggi esistente in Italia, è «indispensabile una legge quadro» che li faccia definitivamente decollare. La richiesta al Parlamento e al nuovo governo “giallo-verde” arriva da Confindustria, che ieri a Venezia Marghera, dopo un lavorio di approfondimento in tavoli tematici, durato diversi mesi, con aziende, territori e tutte le 96 Fondazioni (che gestiscono queste super scuole), ha presentato un pacchetto di proposte concrete per “invertire rotta”.

Gli Its contano appena 8/9mila studenti iscritti (in Germania, nelle Fachouchulen, analoghi istituti di istruzione terziaria non universitari, si sale a quasi 770mila). Eppure queste “super scuole di professionalizzazione tecnica e tecnologica” funzionano: l’82% dei neodiplomati è occupato; in quasi la metà dei casi con contratto a tempo indeterminato, e il 90% degli impieghi è coerente con il percorso di studio e lavoro svolto dal ragazzo. La ragione del successo il legame degli Its con il mondo del lavoro, il 30% della formazione è infatti “on the job” e almeno il 50% dei docenti proviene dal tessuto produttivo.

Il punto è che a una decina d’anni dal Dpcm che ha disciplinato le Fondazioni Its «è tempo di cambiamento – ha detto il vice presidente di Confindustria per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli -. Intanto vanno potenziati orientamento e comunicazione nei confronti di studenti, famiglie e docenti. Va sviluppata, poi, anche attraverso la formula dell’Academy Its, la collaborazione con aziende, centri di ricerca, realtà locali e pubbliche». In quest’ottica, gli istituti tecnici superiori potrebbero, anche, consolidare il proprio raggio d’azione, promuovendo corsi per riqualificare lavoratori e disoccupati (nella gestione delle crisi aziendali); o , perché no, offrendo servizi alle imprese in collegamento con cluster, digital innovation hub, distretti.

Il salto in avanti è favorire una “autonomia compiuta” degli Its, e dare il “la”, ha aggiunto Brugnoli, a un vero sistema terziario professionalizzante, distinto dagli atenei. In tal senso, si potrebbe pensare a “leve fiscali” per incentivare la realizzazione e il trasferimento di progetti di studio e di sviluppo tecnologico; fino ad arrivare a una completa equiparazione studenti Its/studenti università nell’accesso ai benefici economici (quali, per esempio, school bonus, deducibilità delle rette e dei contributi a favore degli istituti tecnici superiori, riscatto titolo di studio).

Per rilanciare gli Its «serve un’azione di sistema, e la proposta di legge quadro avanzata dagli industriali è una ottima notizia»,- è il commento di Monica Poggio, presidente dell’Its Lombardia Meccatronica, e ad di Bayer. D’accordo anche Lucia Scattarelli, presidente dell’Its Cuccovillo Puglia (legato a un altro colosso, la Bosch), e Maria Raffaella Caprioglio, a capo di Umana (la prima agenzia per il lavoro privata che collabora con gli Its).

Disco verde alla proposta di Confindustria è giunto, inoltre, da Giovanni Biondi, presidente di Indire, e dagli assessori regionali, Elena Donazzan (Veneto), Melania Rizzoli (Lombardia) e Antonio Bartolini (Umbria), che rilanciano, molto, sul piano di comunicazione: «Gli Its sono un brand – chiosano -. Vanno fatti conoscere, soprattutto nelle scuole».

Partito il nuovo esame conclusivo della secondaria di primo grado

da Il Sole 24 Ore

Partito il nuovo esame conclusivo della secondaria di primo grado

Al via, a partire da ieri, gli esami conclusivi del I ciclo d’Istruzione, secondo il calendario definito da ciascuna scuola. Oltre 560.000 ragazzi agli esami, per un totale di 27.270 classi.

Molte le novità per le studentesse e gli studenti: debutta infatti quest’anno il nuovo esame, riformato secondo le indicazioni contenute in uno degli otto decreti attuativi della legge 107 del 2015 approvati ad aprile del 2017.

Tre prove, più il colloquio: questo il percorso che dovranno affrontare candidati e candidate. Dopo le prove di italiano, matematica e lingue straniere, il colloquio sarà finalizzato a valutare il livello di acquisizione delle conoscenze, abilità e competenze previsto dalla Indicazioni nazionali, con particolare attenzione alle capacità di argomentazione, di risoluzione di problemi, di pensiero critico e riflessivo, di collegamento fra discipline.

Terrà conto anche dei livelli di padronanza delle competenze connesse alle attività svolte nell’ambito di Cittadinanza e Costituzione.

Non fa più parte delle prove finali, invece, la prova nazionale Invalsi che, a partire da quest’anno, si svolge in primavera. La partecipazione all’Invalsi è requisito per l’accesso all’esame, ma non incide sul voto finale.

Quasi tutti gli studenti ammessi e promossi. Le ragazze più studiose dei loro colleghi

da Il Sole 24 Ore

Quasi tutti gli studenti ammessi e promossi. Le ragazze più studiose dei loro colleghi

Pubblicato ieri, sul sito del Miur il Focus sugli “Esiti degli esami di Stato e scrutini nella scuola secondaria di I grado, relativo all’anno scolastico 2016/2017”.
Il primo dato che emerge dall’indagine è che la percentuale delle studentesse e degli studenti del terzo anno della scuola secondaria di I grado ammessi all’esame si attesta al 98%. Un dato in crescita dello 0,4% rispetto al precedente anno scolastico, il 2015/2016. Resta stabile la percentuale dei promossi all’esame: pari al 99,8%. A livello regionale, Basilicata e Calabria risultato le Regioni con il più elevato tasso di ammissione all’esame, 98,7%. Segue il Trentino Alto Adige, 98,5%. I tassi di ammissione più bassi si registrano invece in Sicilia (97,2%) e in Sardegna (96,8%).

Crescono anche i promossi con voto pari o superiore a 8: sono stati il 50,6% nel 2016/2017 contro il 48,8% del 2015/2016. In aumento soprattutto i 10 e 10 e lode (+0,9%). Contemporaneamente, scendono i voti sufficienti: -1,9% per i 6 e i 7.

Le studentesse ottengono risultati migliori dei loro colleghi maschi: il 59,3% delle ragazze ha superato l’esame con una votazione finale superiore al 7. Di queste, il 13,5% ha ottenuto un voto pari a 10 e 10 e lode. Gli studenti si concentrano invece nel 57,6% dei casi nelle fasce di voto tra il 6 e il 7; solo il 7% raggiunge il 10 e di questi solo il 2,6% ottiene la lode.

Al termine della scuola secondaria di I grado, il 94,7% sceglie una scuola secondaria di II grado. Il 5,3% sceglie invece un percorso di istruzione e formazione.

Il voto finale influisce sulla tipologia di scuola che si sceglie per proseguire gli studi: il 94,2% dei promossi con 10 e lode, il 90,9% dei promossi con 10 e l’81% dei promossi con 9 sceglie il liceo. Di contro, il 45% dei promossi con 6 e il 43,2% dei promossi con 7 sceglie un istituto tecnico. In coda i professionali, scelti dal 32,8% dei licenziati con 6 e dal 16,3% di quanti hanno ottenuto 7 come voto finale.

Graduatorie di Istituto, modello B entro il 27 giugno: quali e quante scuole è possibile scegliere o sostituire

da Orizzontescuola

Graduatorie di Istituto, modello B entro il 27 giugno: quali e quante scuole è possibile scegliere o sostituire

di redazione

Dal 7 al 27 giugno, come riferito, è possibile compilare il modello B di scelta delle sedi da parte degli aspiranti che hanno presentato istanza di inserimento negli elenchi aggiuntivi alla seconda fascia delle graduatorie di Istituto 2017-2020.

Graduatorie di Istituto, modello B per scelta scuole dal 7 al 27 giugno. Indicazioni Miur

Docenti interessati

L’apertura delle graduatorie di istituto riguarda coloro i quali hanno conseguito il titolo di abilitazione o la specializzazione su sostegno dopo il 24 giugno 2017 (termine ultimo di presentazione delle istanze di aggiornamento delle graduatorie di istituto per il triennio 2017/20) ed entro il 1° febbraio 2018. Si tratta della cosiddetta prima finestra semestrale.

Scelta sedi

La scelta delle sedi è differente a seconda che si tratti di: docenti già inseriti in graduatoria; docenti non inseriti.

Docenti non inseriti in graduatoria

Gli aspiranti non precedentemente inseriti  scelgono le scuole della provincia cui appartiene l’istituzione scolastica  alla quale hanno inviato il modello di domanda (modello A3).

E’ possibile inserire sino a 20 scuole con il limite di 10 per la scuola dell’infanzia e primaria, di cui massimo due circoli didattici (gli istituti comprensivi si considerano entro il limite di 10).

Docenti già  inseriti  in graduatoria

Gli insegnanti, già presenti per altri insegnamenti nelle graduatorie di I, II, e III fascia, possono sostituire, nella stessa provincia di iscrizione, una o più scuole già espresse all’atto della domanda di inserimento/aggiornamento.

Le nuove scuole si possono richiedere soltanto per gli insegnamenti, per i quali si chiede l’inserimento nell’elenco aggiuntivo relativo alla finestra del 1° febbraio 2018, mentre non è consentito cambiare sedi qualora nelle stesse tali insegnamenti risultino già impartiti .

In caso di sostituzione di sedi, l’aspirante sarà presente nella nuova scuola prescelta solo relativamente agli insegnamenti per i quali si chiede l’inserimento in II fascia aggiuntiva e per i quali ha presentato il modello A3. Di conseguenza l’interessato non sarà presente anche per gli eventuali altri insegnamenti per i quali era precedentemente iscritto nelle sedi sostituite o per i quali risulta iscritto in altra fascia delle graduatorie di istituto di diverse scuole.

Scuola capofila

La scuola capofila scelta precedentemente può eventualmente essere sostituita, fermo restando che rimarrà il referente per il trattamento della posizione dell’interessato per tutto il triennio di validità delle graduatorie.

Maturità 2018: pubblicazione dei risultati, regole da rispettare. Albo nazionale delle eccellenze

da Orizzontescuola

Maturità 2018: pubblicazione dei risultati, regole da rispettare. Albo nazionale delle eccellenze

di Giovanna Onnis

L’esito dell’esame di Stato, come indicato nell’art.28 dell’OM n.350/2018, deve essere pubblicato, contestualmente, per tutti i candidati delle due classi costituenti la commissione, nell’albo dell’istituto sede della commissione, in sintonia con quanto prevede l’art. 6, comma 4, D.P.R. n. 122/2009.

Accanto all’esito dell’esame deve essere pubblicata l’indicazione del punteggio finale conseguito, inclusa la menzione della lode qualora attribuita dalla Commissione.

Solo nel caso di mancato superamento dell’esame stesso, all’albo della scuola deve essere pubblicata la sola indicazione della dizione “esito negativo”.

Il punteggio finale, inoltre, deve essere riportato, a cura della Commissione, sulla scheda di ciascun candidato e sui registri d’esame.

Albo Nazionale delle Eccellenze

Nel caso degli studenti che conseguono agli esami la votazione di 100 con l’attribuzione della lode, la scuola deve provvedere all’acquisizione del consenso dei medesimi, ai fini della pubblicazione dei relativi nominativi nell’Albo Nazionale delle Eccellenze, come stabilisce l’art. 7 comma 2 del Decreto legislativo n.262/2007, dove viene esplicitato quanto segue:

Gli elenchi degli studenti che conseguono eccellenze certificate, previo consenso degli interessati, saranno disponibili per le università, le accademie, le istituzioni di ricerca e le imprese

Nell’Albo Nazionale delle Eccellenze sono elencati,quindi, tutti gli studenti, di scuola statale e paritaria, che hanno conseguito una votazione di 100 e lode all’esame di Stato conclusivo dei corsi di istruzione secondaria superiore e che hanno dato il consenso per la pubblicazione dei loro dati personali.

L’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa  (Indire) pubblica e aggiorna ogni anno sul proprio sito web i nominativi degli studenti meritevoli nell’Albo nazionale delle eccellenze. Gli ultimi dati pubblicati riguardano, quindi lo scorso anno scolastico 2016/17

Tutto su esame maturità

Miur, Giuseppe Chiné è il nuovo Capo di Gabinetto

da Orizzontescuola

Miur, Giuseppe Chiné è il nuovo Capo di Gabinetto

di redazione

MIUR – Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, ha nominato il nuovo Capo di Gabinetto del MIUR. Si tratta del Consigliere Giuseppe Chiné.

Già Capo di Gabinetto del Ministero della Salute, Chiné è Consigliere di Stato ed è stato, per oltre quindici anni, magistrato amministrativo e, ancor prima, magistrato ordinario. Dal 2011 al 2013, ha guidato l’Ufficio legislativo del Ministero dell’Economia e delle Finanze e, dal 2009 al 2010, quello del Ministero per la Semplificazione Normativa. Cinquant’anni il prossimo agosto, Chiné si è laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti.

“La sua ampia esperienza e la sua preparazione – sottolinea il Ministro Bussetti – saranno essenziali per affrontare con rapidità e competenza i temi e le urgenze del nostro Ministero. Al nuovo Capo di Gabinetto vanno i migliori auguri di buon lavoro”.

Stipendio arriva in anticipo, il 22 giugno e con aumento. Le tabelle

da Orizzontescuola

Stipendio arriva in anticipo, il 22 giugno e con aumento. Le tabelle

di redazione

L’emissione ordinaria dello stipendio di giugno, riservata ai dipendenti scuola con contratto a tempo indeterminato o con supplenza al 30 giugno o 31 agosto, arriverà in anticipo e porterà anche gli aumenti derivanti dal nuovo Contratto 2016/18 stipulato definitivamente il 20 aprile 2018.

Esigibilità stipendio venerdì 22 giugno

L’emissione ordinaria dello stipendio porta sempre come data il 23 del mese. Poichè a giugno 2018 il 23 cade di sabato, l’esigibilità sarà il giorno precedente, venerdì 22. Come al solito il caricamento delle spettanze potrà verificarsi nel corso dell’intera giornata, dipende dalle modalità della banca alla quale ci si appoggia.

Il messaggio di NoiPA sull’emissione ordinaria

“Il giorno 23 di ogni mese. Per il comparto Sanità, invece, l’esigibilità è prevista per il 27 di ogni mese. Se il giorno di esigibilità coincide con il sabato o la domenica, l’esigibilità viene anticipata al venerdì, se coincide con un giorno festivo infrasettimanale, l’esigibilità viene anticipata al giorno precedente. ” Stipendio, il giorno di pagamento per l’emissione ordinaria e quella speciale. Le differenze

Aumenti stipendiali

Il cedolino di giugno sarà più ricco grazie all’aumento stipendiale derivante dall’applicazione del nuovo contratto 2016/18. Una cifra media di 50 euro netti,in quanto chi ha una minore anzianità di servizio avrà un minore importo della contribuzione previdenziale e un’aliquota Irpef inferiore.

Tabella con incrementi per ATA e docenti dall’infanzia alle superiori

Sicurezza, misure per le scuole in caso di irregolarità in materia di normativa antincendio

da Orizzontescuola

Sicurezza, misure per le scuole in caso di irregolarità in materia di normativa antincendio

di redazione

Il 18 aprile u.s., il Ministero dell’Interno ha diramato una nota volta a fornire indicazioni sui controlli da effettuare nelle strutture scolastiche e negli asili nido eventualmente privi del certificato di prevenzione incendi e della certificazione attestante l’avvio della relativa pratica.

DM 21 marzo 2018

Nella nota si ricorda, innanzitutto, che il DM 21 marzo 2018 ha fornito indicazioni programmatiche in merito all’adeguamento alla normativa antincendio degli edifici e dei locali adibiti a scuole e asili nido.

Misure da prescrivere in caso di violazioni

La nota fornisce delle indicazioni al CNVVF o meglio delle misure che possono essere prescritte nei casi in cui si riscontrino delle irregolarità in materia di antincendio.

Di seguito le misure riportate a titolo esemplificativo:

a) Il numero di lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione del piano di emergenza deve essere potenziato coerentemente alla valutazione del rischio connessa al mancato adeguamento antincendio dell’attività;

b) Il datore di lavoro deve provvedere all’attuazione dell’informazione di lavoratori sui rischi specifici derivanti dal mancato adeguamento antincendio dell’attività;

c) Tutti i lavatori incaricati dell’’attuazione delle misure di prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione del piano di emergenza devono aver frequentato i1 corso di tipo C di cui all’allegato IX del D.M. 10 marzo 1998 e avere conseguito l’attestato di idoneità tecnica previsto dall’art. 3 della legge 28 dicembre 1996, n. 609;

d) Devono essere svolte almeno due esercitazioni antincendio all’anno in linea con gli scenari individuati nel documento di valutazione dei rischi, in aggiunta alle prove di evacuazione previste al punto 12.0 del D.M. 26 agosto 1992;

e) Deve essere pianificata ed attuata una costante attività di sorveglianza volta ad accertare, visivamente, la permanenza delle normali condizioni operative, della facile accessibilità e dell’assenza di danni materiali, con cadenza giornaliera sui dispositivi di apertura delle porte poste lungo le vie d’esodo e sul sistema di vie d’esodo, e con cadenza settimanale su estintori, apparecchi d’illuminazione e impianti diffusione sonora e/o impianti di allarme.

nota

Diplomati magistrale, Bussetti: oggi prima riunione operativa. Le ipotesi di soluzione avanzate

da Orizzontescuola

Diplomati magistrale, Bussetti: oggi prima riunione operativa. Le ipotesi di soluzione avanzate

di redazione

Ministro al lavoro sui diplomati magistrale che, con l’arrivo delle sentenze, saranno licenziate ed estromesse dalle graduatorie ad esaurimento, in seguito alla sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato.

Le parole del Ministro

Bussetti, presente al convegno in Banca d’Italia per celebrare il bicentenario della nascita di De Sanctis, ha affermato che quella dei diplomati magistrale è una priorità alla quale si sta lavorando. Oggi, infatti, si svolge la prima riunione operativa.

Queste, come riferite dall’Ansa, le parole del Ministro:

“Mi sono messo al lavoro, già oggi partiamo con la prima riunione operativa. Le priorità le stiamo definendo, poi le presenteremo”.

Nessuna anticipazione, dunque, sebbene in queste giorni, come riferito, sono circolate diverse ipotesi, definite “premature” dallo stesso Ministro.

Ricordiamo, comunque, cosa è stato ipotizzato la settimana scorsa, in attesa delle decisioni ministeriali.

Inserimento nelle GM 2016

Secondo Corrado Zunino,i diplomati magistrale Diplomati magistrale e i laureati in Scienze della formazione primaria verrebbero inseriti nella graduatoria del concorso 2016, dopo i vincitori naturali”. Soluzione questa su cui abbiamo espresso le nostre perplessità.

La “terza gamba” delle graduatorie

“I sindacati coinvolti – scrive Lorena Loiacono – potrebbero chiedere di creare una terza gradatoria (dopo GaE e concorso 2016, ndr) dove verrebbero considerati sia gli anni di servizio delle diplomate sia il titolo di studio delle laureate in Scienze della formazione”

L’idea della “terza gamba” è della Lega, che però in tempo elettorale diceva di estendere quanto stabilito dall’art. 17 commi 2 e 3 del decreto legislativo 59/2017 anche a scuola primaria e dell’infanzia, pertanto concorso con prova selettiva. Nel contratto di Governo la formulazione aleatoria della problema non permette di sciogliere il dubbio.

Disegno di legge PD

Il 13 giugno il PD presenterà un proprio disegno di legge, che prevede un concorso riservato con prova orale selettiva e inserimento in graduatoria di merito regionale, da cui attingere per il ruolo dopo l’esaurimento delle GaE e solo per il 50% dei posti disponibili, in quanto l’altro 50% è destinato alle graduatorie di merito del concorso.

In attesa della decisione del Miur

Quelle sopra riportate (eccetto il disegno di legge del PD) sono soltanto delle ipotesi  avanzate su Repubblica e sul Messaggero. Vedremo quale sarà la decisione del Ministro.

Esame scuola media: 99% i promossi, in aumento i voti 8 e 10, più brave le studentesse

da Orizzontescuola

Esame scuola media: 99% i promossi, in aumento i voti 8 e 10, più brave le studentesse

di redazione

E’ stato pubblicato oggi, sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca il Focus sugli Esiti degli Esami di Stato e scrutini nella scuola secondaria di I grado, relativo all’anno scolastico 2016/2017.

Percentuali studenti ammessi e promossi esame terza media

Il primo dato che emerge dall’indagine è che la percentuale delle studentesse e degli studenti del terzo anno della scuola secondaria di I grado ammessi all’esame si attesta al 98%. Un dato in crescita dello 0,4% rispetto al precedente anno scolastico, il 2015/2016.

Resta stabile la percentuale dei promossi all’Esame: pari al 99,8%.

Dati regionali

A livello regionale, Basilicata e Calabria risultato le Regioni con il più elevato tasso di ammissione all’Esame, 98,7%. Segue il Trentino Alto Adige, 98,5%. I tassi di ammissione più bassi si registrano invece in Sicilia (97,2%) e in Sardegna (96,8%).

I voti

Crescono anche i promossi con voto pari o superiore a 8: sono stati il 50,6% nel 2016/2017 contro il 48,8% del 2015/2016. In aumento soprattutto i 10 e 10 e lode (+0,9%). Contemporaneamente, scendono i voti sufficienti: -1,9% per i 6 e i 7.

Le studentesse ottengono risultati migliori dei loro colleghi maschi: il 59,3% delle ragazze ha superato l’Esame con una votazione finale superiore al 7. Di queste, il 13,5% ha ottenuto un voto pari a 10 e 10 e lode. Gli studenti si concentrano invece nel 57,6% dei casi nelle fasce di voto tra il 6 e il 7; solo il 7% raggiunge il 10 e di questi solo il 2,6% ottiene la lode.

Al termine della scuola secondaria di I grado, il 94,7% sceglie una scuola secondaria di II grado. Il 5,3% sceglie invece un percorso di istruzione e formazione.

Il voto finale influisce sulla tipologia di scuola che si sceglie per proseguire gli studi: il 94,2% dei promossi con 10 e lode, il 90,9% dei promossi con 10 e l’81% dei promossi con 9 sceglie il Liceo. Di contro, il 45% dei promossi con 6 e il 43,2% dei promossi con 7 sceglie un Istituto tecnico. In coda i Professionali, scelti dal 32,8% dei licenziati con 6 e dal 16,3% di quanti hanno ottenuto 7 come voto finale.

Scarica il dossier completo