Il Liceo dei licei: l’Orientamento come sistema

Il Liceo dei licei: l’Orientamento come sistema

di Gabriella Maci 


Bilancio sociale. Strumento di senso per costruire consenso
Verso una cultura della Rendicontazione sociale
La scuola al centro della rete di relazioni tra stakeholders e territorio

Il Bilancio Sociale nel Sistema Nazionale di Valutazione (SNV)

Il Bilancio Sociale nel Sistema Nazionale di Valutazione (SNV)

di Serena Greco


Bilancio sociale. Strumento di senso per costruire consenso
Verso una cultura della Rendicontazione sociale
La scuola al centro della rete di relazioni tra stakeholders e territorio

Il Bilancio Sociale nella scuola dell’autonomia

Il Bilancio Sociale nella scuola dell’autonomia

di Massimo Faggioli


Bilancio sociale. Strumento di senso per costruire consenso
Verso una cultura della Rendicontazione sociale
La scuola al centro della rete di relazioni tra stakeholders e territorio

ZERO INVESTIMENTI IN SCUOLA NELLA MANOVRA DI BILANCIO

RETE STUDENTI E UDU – VERGOGNA: ZERO INVESTIMENTI IN SCUOLA NELLA MANOVRA DI BILANCIO

 

Il Governo ha varato la manovra di bilancio 2019, confermando quelle che erano le anticipazioni uscite gli scorsi giorni, e cioè che su scuola e università non c’è la minima traccia di investimenti, al di là dei proclami di alcuni membri del governo, anzi, come messo nero su bianco il 23 ottobre in occasione dell’approvazione del decreto fiscale, ci sono solo tagli.

Dichiara Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari: “Il testo della legge di bilancio conferma quelle che erano le anticipazioni: non c’è alcun tipo di investimento su istruzione e formazione universitaria. Gli annunci su ampliamento della no-tax area, sulla volontà di superare il numero chiuso e sull’ampliamento dei fondi per il diritto allo studio si sono rivelati, come avevamo preannunciato, solo vuoti slogan elettorali senza alcun tipo di progetto alle spalle. Vengono invece abolite le cosiddette cattedre Natta, inserite nella legge di bilancio 2016, operazione contro la quale ci eravamo opposti fin dall’inizio, ma a quanto pare i fondi recuperati non sono stati reinvestiti per finanziare il fondo per il diritto allo studio o il fondo per il finanziamento ordinario delle università.
Inoltre, all’art. 78, si afferma che le risorse per le Università dovranno crescere di pari passo al PIL e si legano all’equilibrio della finanza pubblica, ma dal calcolo del fabbisogno si scorporano le voci degli investimenti e della ricerca. Di fatto si limitano gli ambiti di investimento e sarà praticamente impossibile mettere dei fondi aggiuntivi che vadano a finanziare in maniera strutturale l’Università, oltre a legare i fondi all’andamento della finanza pubblica, cosa a nostro avviso molto grave.
L’articolo 32 parla dell’assunzione di 1000 nuovi ricercatori, misura assolutamente insufficiente visto che non riesce a coprire nemmeno il turnover annuale della categoria. Il Governo dimostra ancora una volta di non avere assolutamente la percezione delle cose all’interno degli atenei”


Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi: “Ancora una volta non viene nominato il diritto allo studio, in un paese che non riesce a stare al passo dei maggiori partner europei sul rapporto Pil/spesa pro capite per studente. Questo governo si inserisce a pieno titolo all’interno di una tradizione politica che non guarda agli studenti e ai giovani come motore sociale del Paese, limitando per altro quei pochi investimenti fatti in campo di accesso alla cultura con il Bonus Cultura. Proprio su questo ci sarebbe piaciuto confrontarci con il governo non solo sui fondi da destinare al Bonus, ma sul modello di questo contributo, che non condividiamo, e sulla destinazione del disavanzo degli anni precedenti.”

Continua Manfreda: “L’assenza di un piano strutturale per l’edilizia scolastica evidenzia l’incuria di questo governo nei confronti della sicurezza degli studenti. Non basta destinare questi 250 milioni per le infrastrutture provinciali, dal momento in cui non solo non sono assolutamente sufficienti a fronte di una necessità complessiva di ma rischiano di non essere utilizzati a causa dello status di inagibilità politica che colpisce molte province in Italia. Inoltre vengono tagliate di quasi il 60% le ore di alternanza scuola lavoro a partire dall’anno scolastico in corso, con conseguente taglio proporzionato delle risorse: pensiamo che tagliare i fondi per i percorsi di alternanza sia una manovra cieca che non punta a incrementare la qualità degli stessi e che sia la perfetta applicazione della logica del cosiddetto “risparmio”. Saremo comunque in prima linea per discutere le proposte del governo sulle linee guida dell’alternanza.”


Concludono Gulluni e Manfreda: “Il taglio di 29 milioni alle spese del MIUR e il bonus di 50 milioni per le aziende che assumono pescando da un ristretto bacino di giovani qualificati sono provvedimenti che seguono la stessa linea di pensiero: una misura per nulla trasversale che rischia di di trasformarsi nell’ennesima mancia alle aziende in cambio di qualche assunzione. Questa manovra di bilancio è assolutamente insufficiente, e non possiamo accettare che questo governo continui incoerentemente, in alcune sue figure, a sbandierare aperture nei confronti degli studenti: i conti parlano da soli! Giù la maschera: saremo in piazza il 16 novembre.”

La Cengia di Ball della scuola primaria

La Cengia di Ball della scuola primaria

di Stefano Stefanel

Chi si intende un po’ di montagna sa che per salire sul Pelmo, nelle Dolomiti, per la così detta “via normale (che di normale ha veramente poco) bisogna passare per la Cengia di Ball (dal nome del pioniere inglese che per primo ha scalato quella montagna). Questa Cengia è un taglio in mezzo alla montagna lungo circa un chilometro di larghezza compresa tra i 30 e i 50 centimetri che da una parte ha una parete di roccia che spesso spiove verso la Cengia e dall’altra un buco diritto di qualche centinaia di metri. Non è pericolosa perché tutti noi siamo in grado di camminare per un chilometro su un “marciapiede” anche stretto senza cadere, ma fa il suo effetto perché chi mette un piede in fallo cade giù (per sempre).

La scuola primaria sta percorrendo una cengia simile, ma non se ne sta accorgendo e continua a camminare sospesa nel vuoto come se camminasse in città. Per uscire dalla metafora io credo che la scuola primaria stia perdendo il suo specifico primario (perché complesso e faticoso) e si stia avventurando in una secondarizzazione pericolosa per sé e per gli studenti. L’idea di un sapere primario in cui non vi siano discipline strutturate, ma solo argomenti trasversali passa dall’idea che il maestro e la maestra possano e debbano insegnare di tutto. Se io apro la finestra e vedo quello che c’è fuori non sto facendo una lezione di scienze, ma sto parlando dell’ambiente dove ci sono molte materie, discipline, suggestioni, punti di vista. Invece le maestre e i maestri si stanno convincendo che sia necessario dividere tutto in discipline, con cambi d’orario e di contenuto che sempre più spesso assimilano le scuole primarie al più disgraziato dei segmenti del nostro sistema scolastico, quello della scuola secondaria di primo grado. La rigidità dei professori va a sistema nella secondaria di secondo grado, laddove i Licei italiani nel complesso vanno bene (hanno gli studenti migliori !) e gli Istituti tecnici e professionali pensano di combattere la dispersione scolastica aumentando le bocciature(non lo dicono, ma lo fanno). Ma mentre l’autismo della scuola secondaria di secondo grado è un dato di fatto di matrice gentiliana, dovrebbe preoccupare questa tendenza verso le “teste ben piene” di una scuola – come quella primaria – che ha sempre cercato di creare “teste ben fatte”. 

Anche l’oramai antica legge istitutiva dei moduli (la legge 148 del 1990) sull’argomento era molto chiara: 

3. Il direttore didattico, sulla base di quanto stabilito dalla programmazione dell’azione educativa, dispone l’assegnazione degli insegnanti alle classi di ciascuno dei moduli organizzativi di cui all’articolo 4 e l’assegnazione degli ambiti disciplinari agli insegnanti, avendo cura di garantire le condizioni per la continuità didattica, nonché la migliore utilizzazione delle competenze e delle esperienze professionali, assicurando, ove possibile, una opportuna rotazione nel tempo. “

4. Nell’ambito dello stesso modulo organizzativo, gli insegnanti operano collegialmente e sono contitolari della classe o delle classi a cui il modulo si riferisce. 

5. Nei primi due anni della scuola elementare, per favorire l’impostazione unitaria e pre-disciplinare dei programmi, la specifica articolazione del modulo organizzativo, di cui all’articolo 4, è di norma, tale da consentire una maggiore presenza temporale di un singolo insegnante in ognuna delle classi.

Come è andata a finire lo sappiamo tutti, ma quella che era una tendenza è diventata una norma, che ha secondarizzato la scuola primaria appesantendo e spesso rallentando il processo di apprendimento degli studenti. Nelle prime due classi i moduli sono stati applicati come nelle altre tre, la rotazione è diventata un elemento residuale e solo per i supplenti, visto che le maestre e i maestri si sono specializzati negli ambiti disciplinari. E le Facoltà di Scienze della Formazione, dove i maestri e le maestre vengono formati da professori universitari disciplinaristi, hanno fatto diventare la tendenza una regola. 

Tutto questo sta facendo scricchiolare un sistema che sembrava stesse tenendo nonostante le troppe riforme degli ultimi vent’anni: il tempo pieno spesso però, invece di aprire possibilità soprattutto ai bambini più in difficoltà, stanca moltissimo i suoi alunni, riempie le loro teste con aggressività pedagogica e mette sul piatto della scuola secondaria di primo grado troppi giovani studenti stanchi e demotivati. Tutto questo è stato oggettivamente confuso da impianti riformatori che non avevano bene in mente il fine da raggiungere, ma la Riforma Moratti aveva introdotto alcuni elementi molto positivi e al passo non la società che cambia(il portfolio e il docente tutor, ad esempio) che sono stati respinti solo per preconcetto ideologico. La battaglia a quella riforma haparalizzato la riflessione. 

Nella scuola primaria non si può insegnare per materie, bisogna insegnare per argomenti, per prossimità, per interessi, per empatia e per concretezza. Tutte cose che i maestri e le maestre sanno bene, ma il processo spesso diventa sterile perché gli orari dei docenti, gli orari della programmazione, gli orari della mensa, gli orari delle compresenze, gli orari dell’inglese, gli orari dellareligione, ecc. hanno preso il sopravvento sugli orari dell’apprendimento. E tutto questo ha contribuito a secondarizzareuna scuola che per sua natura presidia il processo di apprendimento primario del bambino. In tutto questo le famiglie ci hanno messo il loro, pressando spesso gli insegnanti con logiche assurde di tipo secondario e contenutistico.

Una grossa colpa però in tutto questo lo ha anche la Scuola dell’infanzia, perché di fatto continua ad accettare una subalternità rispetto alla Scuola primaria che non ha motivo di esistere. La Scuola dell’infanzia italiana è il segmento di eccellenza ed è l’unico luogo dell’apprendimento dove si apprende solo per competenze, dentro sfondi integratori, campi di esperienza, tempi di apprendimento legati al soggetto che apprende e non all’orario del docente. Dove sta allora la colpa della Scuola dell’infanzia? Fondamentalmente nel non avere il coraggio di alzare la testa e alzare la voce e chiedere con grande forza che il primo biennio della scuola primaria non sia una precoce secondarizzazione.

Dove sta la logica per cui un bambino fino al 30 giugno apprende in spazi ampi di gioco dentro ambienti aperti e dal 10 settembre dello stesso anno deve imparare stando seduto cinque ore al giorno dietro un banco come un liceale di 18 anni? La Scuola dell’infanzia tace e vede il proprio lavoro spesso denigrato, da chi chiede che ai bambini di tre anni si insegni a stare fermi e seduti dietro un banco. Follie. Paritarie a quella dei docenti della Scuola secondaria che chiedono che la Scuola primaria doti gli studenti dei prerequisiti che vogliono loro e che spesso sono tecnicismi fuori da ogni logica pedagogica e didattica. La dispersione che esplode nel primo biennio delle superiori nasce da qui, dai passaggi sbagliati, da una verticalità predicata con le parole, ma schiacciata dall’orizzontalità dei fatti. 

Torniamo dunque sulla Cengia di Ball: la scuola primaria italiana deve essere una “via veramente normale”. Non si portano milioni di bambini in cima alle montagne per vie di grado troppo elevato. Ma è diventata una via difficile, c’è la Cengia di Ball da attraversare. E per superare indenni quella Cengia bisogna avere competenze non conoscenze. Bisogna essere solidi, saper fare poche cose, ma molto bene: assenza di vertigini, piede ben fermo, capacità di concentrarsi. Per camminare sulla Cengia di Ball non serve a nulla fare allenamento sui marciapiedi cittadini, bisogna allenarsi in montagna. Non si raggiungono solide competenze di sapere primario secondarizzando gli apprendimenti e i processi. Bisogna fare scuola verticale e la verticalità è per sua natura pluri-disciplinare e trans- disciplinare. Mai disciplinare. 

Lettera a Rossana Rossanda

Lettera a Rossana Rossanda

di Maurizio Tiriticco

Cara Rossana! La tua intervista su “la Repubblica” di oggi mi ha particolarmente commosso! Anche tu ti stupisci di come in pochi anni il nostro Paese sia cambiato in peggio, ed anche per una grande responsabilità della sinistra. Anche tu, come me, attribuisci l’inizio del peggio – se si può adottare questa espressione – a quella scellerata scelta di Occhetto, quando, nel lontano 1989, con la “svolta della Bolognina”, volle cambiare il nome del Partito Comunista Italiano per dar vita al Partito Democratico della Sinistra! Cambiamento poi ratificato dagli organismi dirigenti del Partito. Lo so! C’era stato il crollo dell’URSS – ricordo come avevamo già avuto un grande scossone anni prima, in seguito ai “fatti di Ungheria” nel 1956 – ma noi comunisti italiani con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica non avevamo affatto rapporti di dipendenza, bensì di amicizia e di solidarietà! E ciò fu reso evidente fin dai tempi della guerra, e precisamente dalla cosiddetta “svolta di Salerno”.

Mi piace ricordarlo! Dopo l’armistizio con gli Alleati, settembre 1943, Salerno fu la sede provvisoria del riconosciuto Governo italiano dall’11 febbraio 1944 fino al 15 luglio, in seguito alla liberazione di Roma, avvenuta nella notte 3/4 giugno dello stesso anno. Ricorderai meglio di me. Nell’aprile del 1944, Palmiro Togliatti, tornato in Italia reduce dal lungo esilio nell’URSS, impose letteralmente al Partito comunista di abbandonare la linea dell’intransigenza antimonarchica, assolutamente sterile e improduttiva, e di avviare invece un dialogo costruttivo con gli altri partiti, i democristiani, i repubblicani, i socialisti, gli azionisti, i liberali, ritornati sul pubblico agone dopo la caduta del fascismo. Si trattò di una proposta saggia e che permise di superare lo stallo politico in cui ci eravamo cacciati. Si ebbe la cosiddetta “svolta di Salerno”.

E’ bene ricordare quella situazione. Era in atto la cosiddetta questione istituzionale: se cioè si dovesse riconoscere o meno la monarchia sabauda di Vittorio Emanuele III, colpevole di avere abbandonato Roma e l’Italia nella notte dell’8 settembre 1943, dopo aver dato l’annuncio dell’armistizio sottoscritto con gli Angloamericani. I partiti erano tutti contrari alla monarchia, nonostante il parere degli Alleati, che invece necessitavano di avere un governo interlocutore, rappresentate della rinascente Italia, libera, democratica e antifascista. Togliatti, il comunista cattivo e mangiabambini, sostenne allora che era invece necessario riconoscere lo stato di fatto e che la questione istituzionale – monarchia sì o no – era opportuno rinviarla alla fine della guerra, dando voce diretta al popolo! E il popolo, in effetti, votò, dopo la fine della guerra, il 2 giugno del 1946 e, com’è noto, optò per la Repubblica.

Allora c’era anche la questione della natura e della funzione di un partito comunista in un Paese come l’Italia, che aveva di fatto perso la guerra. E si diede vita a un partito comunista che, dopo la guerra, non condusse soltanto le lotte degli operai e dei contadini, ma volle occuparsi anche della cultura, se si può usare questa espressione. Dopo il ventennio dell’indottrinamento fascista! Così furono affiancate a “l’Unità, organo del Partito Comunista Italiano”, altre pubblicazioni, il “Calendario del Popolo”, “Vie Nuove”, “Il Pioniere” per i bambini, “Pattuglia”, di cui fui anche redattore, per i ragazzi. E poi vide la luce una rivista di alto livello, che ebbe un alto prestigio, “Rinascita”, attiva fino al 1991. Nelle sedi di partito e nelle federazioni furono costituite sezioni che si occupavano espressamente di cultura. E nella società civile furono aperte le cosiddette “Case della Cultura”. Io fui attivo in quella di Roma e tu, se non erro, dirigesti con alta professionalità quella di Milano. Ricordo le riunioni periodiche, nella sede di Via della Botteghe Oscure a Roma, dei responsabili delle attività culturali condotte nel Paese. E ricordo i tuoi interventi, sempre lucidi e, per certi versi, graffianti. E, dopo le vicende del Sessantotto, ricordo la scelta tua e di tanti compagni, Lucio Magri, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina, Valentino Parlato, di dar vita a “il Manifesto. Era l’estate del ’69! Una scelta che fu un’occasione preziosa per il dibattito della sinistra e nella sinistra.

Nell’intervista che hai rilasciata dici tra l’altro che hai avuto una “vita molto fortunata”! Potrei dire che tutti noi novantenni, militanti del PCI, abbiamo avuto una vita molto fortunata! Le lotte, quelle giuste, appagano e pagano! Condivido con te il fatto che stiamo attraversando una stagione molto difficile, con un populismo che avanza e un neofascismo strisciante. Difficile anche per la volgarità del sentire e del parlare che caratterizza certi uomini politici oggi alla ribalta! E che tu rilevi e denunci con forza!Quando dici: “L’altro giorno ho visto in TV una trasmissione dove tutti ripetevano non me ne frega un cazzo”! Mai i dirigenti del PCI avrebbero adottato un linguaggio del genere. In effetti ci stupimmo tutti quando Togliatti in un comizio elettorale, in occasione delle elezioni del 1948, ebbe a dire testualmente: ”Voglio comprarmi un paio di scarponi chiodati per dare un calcio nel sedere a De Gasperi. Comunque, disse ”sedere”!!!

Mah! In conclusione potremmo dire che oggi in Italia “mala tempora currunt”! Però non è affatto detto che “peiora parantur”! Qualcuno ci ha insegnato che al pessimismo della ragione può sempre corrispondere – anzi, deve – l’ottimismo della volontà! Auguri, carissima! Verso i cento anni! E che possa valere pure per me!