Disabilità, la Convenzione in Italia compie 10 anni

Redattore Sociale del 01-03-2019

Disabilità, la Convenzione in Italia compie 10 anni: tradotta in CAA

Approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite alla fine del 2006, è stata ratificata dal nostro Paese il 3 marzo del 2009 (legge n.18). Molto resta da fare per la sua piena applicazione. Intanto, per renderla comprensibile a tutti, arrivano le versioni “facili da leggere” e ora la traduzione in simboli.

ROMA. La Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità in Italia compie 10 anni: approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite alla fine del 2006, è stata ratificata dal nostro Paese il 3 marzo del 2009 (legge n.18), con lo scopo di promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed eguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro inerente dignità.

Quanto in dieci anni questa Convenzione abbia trovato effettiva applicazione nel nostro Paese è difficile dirlo: certamente molto resta ancora da fare, specialmente in materia di inclusione scolastica e lavorativa, accessibilità e mobilità, vita indipendente, sicurezza, tempo libero e cultura. Tanti gli ostacoli che ancora esistono, impedendo alle persone con disabilità in Italia pari opportunità rispetto al resto della popolazione.

Conoscere e comprendere i propri diritti può essere però il primo passo per tutelarli e rivendicarli: è questo uno dei motivi per cui ora, proprio in occasione di questo anniversario, la Convenzione è stata “tradotta” in CAA, ovvero nei simboli della Comunicazioni aumentativa ed alternativa. Gli autori, Domenico Massano e Franzino Simona Piera, si sono basati su una rielaborazione della Convenzione basata, oltre che sul testo originale, su alcune versioni in forma “facile da leggere”(Easy-read versions) della Convenzione, in particolare sulla trascrizione italiana realizzata dall’Anffas. Sono stati utilizzati simboli ARASAAC, un sistema di segni “Open Source” di proprietà della “Diputación General de Aragón” sotto licenza Creative Common, disponibile a tutti e tradotto in varie lingue tra cui l’italiano. Non è l’unico sistema di simboli, tuttavia è il solo che, ad oggi, può essere usato senza costi per una distribuzione gratuita.

“Per quanto riguarda il simbolo relativo alla disabilità – spiegano gli autori – tra le varie versioni che negli ultimi anni si stanno susseguendo, a testimonianza di un’evoluzione nel dibattito relativo anche a quest’aspetto, abbiamo scelto quella che, attualmente, ci sembrava maggiormente rappresentativa delle diverse disabilità. In occasione del decennale della legge di ratifica della Convenzione Onu – spiegano ancora gli autori della ‘traduzione’ -, con questo piccolo (e sicuramente migliorabile) lavoro, abbiamo voluto riportare l’attenzione sia sull’importanza di garantire a ogni persona la piena informazione sui propri diritti, sia sulla necessità di favorire e permettere scambi e opportunità comunicative aperti a tutti, per proseguire il cammino verso la piena accessibilità delle informazioni e la partecipazione delle persone con disabilità, e per costruire, tutti insieme, una società realmente inclusiva”. 

L’arte e la scienza sono libere

L’arte e la scienza sono libere

di Margherita Marzario

Abstract: Insegnare liberamente arte e scienza e insegnare con arte e scienza, non solo un principio costituzionale ma una regola di vita

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” (art. 33 comma 1 Costituzione).
È interessante rileggere e interpretare, nel XXI secolo, il 1° comma dell’art. 33 della Costituzione mutuando le parole di esperti in vari settori.
Il cantautore don Giosy Cento scrive: “L’educazione è mettere in movimento il cielo che ogni persona ha dentro”. Perché educare è condividere e trasmettere un’ispirazione e aspirazione di vita. Educare è far alzare lo sguardo degli educandi al cielo, è far dipingere il loro cielo con i colori che hanno a disposizione esprimendo le nuance delle loro emozioni, far scorgere un arcobaleno ancor prima che spunti. Arte e vita, arte è vita: passione da trasmettere ai giovani e da promuovere nei giovani per innalzarli dal limbo in cui si adagiano o sono lasciati adagiare. Bisogna trasmettere che la vita è fatta di arte, dall’arte del comunicare all’arte del ricominciare.
Lo scrittore e saggista Pier Luigi Celli scrive: “Per ridare speranza ai giovani l’insegnante deve essere un maestro. Un nuovo mondo è possibile sulla base di una realtà antica: il maestro”. Il maestro è quell’insegnante che possiede e condivide l’arte, la scienza e la libertà. “Maestro”, composto da “magis”, più e il suffisso “-tero”, che indicava opposizione fra due (e, pertanto, “il più grande, il maggiore”): il maestro, pertanto, dovrebbe essere colui che fra due possibilità dovrebbe fornirne un’altra, tra due vie dovrebbe indicare l’alternativa, la libertà. In questo, però, dovrebbero crederci tutti, dal Ministero preposto al singolo genitore.
Un’altra bella definizione di maestro è quella del teologo e scrittore Valentino Salvoldi: “Ecco l’identikit del maestro di vita: uno che ti conosce personalmente. Ti ama. Ti crea spazi in cui tu possa realizzarti. Ti parla da entusiasta ad un punto tale da operare miracoli per sé e per te”. Arte, scienza e libertà, in altre parole principi, mezzi e obiettivi di vita, la vita stessa: e questo è il vero insegnamento di vita e per tutta la vita. Come l’esempio dato da grandi maestri in passato, tra cui il “maestro di montagna” Gianni Faè che, negli anni Cinquanta nella minuscola frazione di montagna Sant’Andrea di Badia Calavena, notando le incisioni che gli alunni della pluriclasse facevano sui banchi si rivolse al poeta e ingegnere Leonardo Sinisgalli a Roma, il quale mandò loro un piccolo torchio per la stampa e una cassetta di caratteri mobili e così gli scolari divennero i più piccoli giornalisti d’Italia.
Sulle peculiarità del maestro anche la scrittrice Michela Murgia precisa: “È impossibile sterilizzare il fascino di chi è maestro: fuori dai ruoli ufficiali che regolamentano le relazioni tra adulti e giovani, è il solo che può insegnare quello che sa attraverso quello che è”. “Fascino” dovrebbe significare etimologicamente “parlare” (dalla stessa radice di “fama”): ogni insegnante, pertanto, col suo parlare, col suo manifestare dovrebbe incarnare il binomio di arte e scienza.
Michela Murgia aggiunge: “Il lavoro misterioso dei docenti, quello che nessun contratto remunera, vale più di mille riforme intitolate alla buona scuola”. Insegnare è mettere in circolo qualcosa che rimane e ritorna. Uno dei risultati attuali del connubio “arte, scienza e libertà” è stata, nel 2015, l’ideazione dello spettacolo contro il bullismo “La Bulla di Sapone”, scritto e musicato dalla Scuola di Musica del Garda (provincia di Brescia).
“Un vero insegnante sa cambiarti la vita – così il giornalista Francesco Giorgino –. Sa aiutarti a capire ciò che è meglio per te. Sa valorizzare il tuo talento. Se io sono diventato un giornalista, se mi sono appassionato alle scienze sociali, in modo particolare alla sociologia, lo devo in gran parte agli insegnanti […]. Mi hanno abituato a leggere in modo critico i quotidiani, a guardare i telegiornali, ad ascoltare i giornali radio e mi hanno abituato a studiare la filosofia sociale. Sosteneva William Arthur Ward [scrittore statunitense]: «L’insegnante mediocre parla, il buon insegnante spiega, l’insegnante superiore spiega e dimostra, il grande insegnante ispira». Io sono stato ispirato!”. Insegnare non è implementare ma instillare, non è inserire dati ma inculcare.
“È sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri” (da “Diario di scuola” di Daniel Pennac). L’insegnamento sia veramente professare (“dichiarare pubblicamente”, “riconoscere solennemente”) l’arte e la scienza e soprattutto la libertà.
Don Antonio Mazzi, in qualità di esperto di problematiche giovanili, lancia un monito: “[…] la scuola dovrebbe divenire un luogo creatore di tensioni al mutamento. La vita è l’opposto della noia e la cultura è matrice di curiosità, di capacità di apprendimento e di rinnovamento. Ce lo dice Zagrebelsky [giurista]: «Il divenire è la generazione del nuovo, la continua rigenerazione, cioè il costante nuovo inizio a partire dallo stadio precedente al quale si mette fine, per iniziare l’esplorazione attraverso affiancamenti e distanze che prendiamo nei confronti di chi ci ha generato. Questa è la legge della vita e arriva prima della trigonometria, delle guerre puniche e di Leopardi»”. Gli insegnanti: coloro che lasciano segni emozionali e che, nella vita, contribuiscono a tracciare disegni esistenziali.
La storica e saggista Lucetta Scaraffia chiarisce: “Letteratura, poesia, arte, sono nutrimenti a una facoltà in via di estinzione: l’immaginazione. Gli insegnanti non dovrebbero limitarsi a insegnare nozioni prefabbricate, oppure i tanto conclamati «metodi» di ricerca, ma hanno un compito più importante, generante, cioè devono educare, ovvero portar fuori l’allievo, indirizzarlo verso la libertà di pensare e creare, portarlo a capire che il futuro è una potenzialità deposta anche in lui, da immaginare e costruire da ciascuno. Del resto, non è detto che i frutti dell’immaginazione debbano essere solo arte e poesia: anche le iniziative produttive più nuove sono nate da essa, cioè dal saper pensare al futuro, dal generare idee originali. Ma coltivare l’immaginazione significa avere del tempo vuoto davanti, provare desideri per un tempo lungo, desideri importanti, per realizzare i quali è necessario sforzo e riflessione”. Gli insegnanti hanno una grossa responsabilità: non a caso gli articoli della Costituzione relativi all’insegnamento, articoli 33 e 34, sono posti tra la disciplina della salute (art. 32) e quella del lavoro (artt. 35 e ss.), ovvero gli insegnanti concorrono al benessere dei ragazzi e al loro futuro professionale.
La scuola: volendo fare un gioco di parole la scuola è la “suola” su cui si poggia il cammino di ogni uomo e di ogni società (familiare, civile, politica), è il “suolo” sul quale si edificano le persone, i cittadini, il futuro. Purché non rimanga “sola”! La scuola, più che un’agenzia educativa che offre servizi, è (o dovrebbe essere) soprattutto un soggetto educativo che costruisce e contribuisce a relazioni di crescita e in crescita. La scuola è un ambiente di lavoro che dovrebbe distinguersi dagli altri perché si mettono le mani nell’impasto della vita altrui.
Già Plutarco sosteneva: “La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come legna da ardere, ha bisogno solo di una scintilla, che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità”. Da un combinato disposto dell’art. 9 comma 1 Costituzione, “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, e dell’art. 33 comma 1 Costituzione si ricava che un buon insegnante deve trasmettere lo spirito della ricerca e della libertà: vita e vitalità.
“Arte” è contenuta nella parola “partecipazione” (“partecipare” trae origine dalla stessa radice del verbo latino “parere”, che significa “produrre”), perché è un modo per “prendere parte” alla vita, mentre “scienza” evoca “conoscenza” e “coscienza”, concetti che richiamano quelli espressi nell’art. 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia ove al par. 1 si legge: “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo, allo svago, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età, ed a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica”. L’effettiva partecipazione che rende cittadini, come si evince dall’art. 3 comma 2 della Costituzione.
Non solo, si noti pure che il Costituente ha inserito questo assunto nell’art. 33 immediatamente successivo all’art. 32 relativo alla salute, giacché arte, scienza e libertà sono strumenti di prevenzione e promozione della salute più piena. Arte e scienza che non sono materie scolastiche ma discipline di vita, diritti ad una vita piena come espressi nella Carta dei diritti dei bambini all’arte e alla cultura (testo rilevante ma non prescrittivo, presentato a Bologna il 3 marzo 2011). Etimologicamente “arte”, dalla radice “ar”, è “andare, mettere in moto, muoversi verso qualcosa”, “scienza”, dalla radice “ska” o “ski”, “tagliare, separare le cose”, “libertà”, dalla radice “lib”, “piacere, gradimento”: ciò che caratterizza l’uomo, insieme alla famiglia e al lavoro. L’arte e la scienza hanno fatto progredire l’uomo, sono propensione al futuro, sono il futuro stesso: basti pensare ai graffiti dell’uomo primitivo e alle sue scoperte arrivate all’uomo contemporaneo e ancora studiate o al grande esempio del genio artista e scienziato Leonardo da Vinci.
Gianni Rodari dissertava sul binomio arte e scienza e sulla sua polivalenza nel 1973, ancor prima della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e dello sviluppo di una nuova cultura dell’infanzia: “Se una società basata sul mito della produttività (e sulla realtà del profitto) ha bisogno di uomini a metà – fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti senza volontà – vuol dire che è fatta male e che bisogna cambiarla. Per cambiarla, occorrono uomini creativi, che sappiano usare la loro immaginazione. […] «Creatività» è sinonimo di «pensiero divergente», cioè capace di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È «creativa» una mente sempre al lavoro sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal Professore e dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel processo creativo. […] Nessuna gerarchia di materie. E, al fondo, una materia unica: la realtà, affrontata da tutti i punti di vista, a cominciare dalla realtà prima, la comunità scolastica, lo stare insieme, il modo di stare e di lavorare insieme. In una scuola del genere il ragazzo non sta più come un «consumatore» di cultura e di valori, ma come un creatore e produttore, di valori e di cultura”. L’immaginazione genera quell’iniziativa imprenditoriale di cui all’art. 41 della Costituzione, quelle start up giovanili che dimostrano che la scuola è e può essere ancora un luogo vivo di idee, come l’Istituto Galilei – Costa di Lecce.
Operando e adoperandosi in tal senso la scuola contrasta la povertà educativa minorile ed esplica il suo significato etimologico di “quiete, aver tempo di occuparsi di una cosa per divertimento, tempo libero (quindi piacevole, propizio per coltivare idee)”, e realizza gli adempimenti per il futuro quali il trinomio “scienza, tecnologia e innovazione” (che ricorre nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (risoluzione adottata dall’Assemblea Generale il 25 settembre 2015) e “un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” (dal n. 2 del Preambolo del Pilastro europeo dei diritti sociali del 17 novembre 2017).
Insegnare è seminare senza clamori per raccogliere primizie di emozioni nel tempo seppure lontano.


M’Illumino di Meno

M’Illumino di Meno, tra i banchi gli stili di vita sostenibili
Il MIUR aderisce alla Giornata per il risparmio energetico

È dedicata al tema “Ri-Generare” la 15esima edizione di M’Illumino di Meno, la giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili che si terrà oggi, venerdì 1 marzo. L’iniziativa è promossa da Caterpillar Rai Radio2 e anche quest’anno è sostenuta dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Nelle scorse settimane il MIUR ha diffuso una circolare (https://www.miur.gov.it/-/xv-giornata-nazionale-del-risparmio-energetico-e-degli-stili-di-vita-sostenibili-m-illumino-di-meno-campagna-di-sensibilizzazione-sul-risparmi-energet) a tutti gli istituti scolastici per promuovere, in occasione di questa Giornata, progetti didattici sul tema dell’efficienza energetica, della salvaguardia dell’ambiente, degli stili di vita sostenibili. Incontri, lezioni con esperti, pedibus o “biciclettate” per andare a scuola, ma anche laboratori e spettacoli dedicati: ciascuna scuola potrà organizzare la propria iniziativa per gli alunni, le famiglie, il quartiere. A vincere sarà la fantasia.

Sempre nella giornata di oggi le luci del Palazzo dell’Istruzione, in Viale Trastevere, saranno spente dalle 19.00 alle 19.15. Un segno simbolico e concreto per questa Giornata.


Dati adesione Sciopero 22 febbraio 2019

Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca
Ufficio di Gabinetto

COMPARTO ISTRUZIONE E RICERCA

22 febbraio 2019

Sciopero  nazionale del personale DSGA FF indetto da FEDER.ATA

Dati di adesione

Sul sito del Dipartimento Funzione Pubblica sono stati pubblicati i dati di adesione allo sciopero  che hanno riguardato tutte le istituzioni scolastiche/educative interessate (es. quelle all’estero, e/o di Trento, e/o di Bolzano, e/o comunali, etc..)  oltre le scuole statali.

http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/dipartimento/27-02-2019/dati-di-adesione-allo-sciopero-del-22-febbraio-2019-del-personale

Per quanto concerne le sole istituzioni scolastiche statali, sulla base dei dati di adesione inseriti dalle istituzioni scolastiche mediante il programma di acquisizione presente sul portale SIDI, si evidenzia che:

  • le scuole che hanno comunicato i dati di adesione sono state 3.922 su un totale di 8.292 (47,3%);
  • 258 sono statigli aderenti allo sciopero, cioè l’ 0,1%  delle 267.481 unità di personale tenute al servizio. Questo numero non comprende le 22.815 unità di personale assente per altri motivi (es: giorno libero, malattia, ferie, permesso, etc…).
  • per quanto attiene il personale ATA gli aderenti allo sciopero sono stati 250,  cioè lo 0,42%  delle 59.687 unità di personale tenuto al servizio.

DOCENTI AGGREDITI

DOCENTI AGGREDITI, DI MEGLIO: SERVE ATTO AMMINISTRATIVO DEL MIUR

“Troppo spesso assistiamo a episodi di violenza contro i docenti che, oltre a subire l’offesa da parte di alunni e genitori, vengono abbandonati a loro stessi da un’amministrazione in molti casi vergognosamente ignave, se non addirittura nemica. Di fronte a fatti così drammaticamente gravi, torniamo a ribadire con forza la necessità che il Miur intervenga in maniera chiara in difesa delle vittime di aggressioni. Esprimiamo, dunque, apprezzamento per le parole del ministro Bussetti che questa mattina, partecipando ad una trasmissione televisiva, ha dichiarato che il ministero dell’Istruzione si costituirà sempre come parte civile nei processi”. Così Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, commenta le affermazioni rese dal titolare di viale Trastevere a Mattino Cinque.
“Per dare ai docenti la certezza di essere difesi dall’Amministrazione, però, – sottolinea Di Meglio – occorre che il Miur tramuti queste buone intenzioni in un atto amministrativo concreto al quale tutti i dirigenti scolastici e tutti gli uffici scolastici periferici si debbano attenere quando si verificano casi di violenza ai danni degli insegnanti. Su questo punto – conclude il coordinatore nazionale della Gilda – continueremo a pungolare il ministero fino a ottenere ciò che chiediamo”.

Formazione-Professionalizzazione-Territorio-Lavoro

Formazione-Professionalizzazione-Territorio-Lavoro:
al “Morvillo Falcone” di Brindisi un esempio del futuro,

di Maurizio Tiriticco

Com’è noto, stiamo attraversando un periodo per certi versi difficili, per altri interessante, per quanto riguarda sia il nostro Paese che la nostra scuola.
L’ingresso in Europa ci costa numerosi sacrifici, ma la prospettiva di una società più equilibrata e più giusta in cui i nostri giovani possano ritrovare quella sicurezza del domani che oggi manca loro, ci conforta anche se gli obiettivi ci appaiono ancora lontani e non sempre chiaramente definiti.
La nostra scuola è attraversata da un processo riformatore che mette in discussione strutture, assetti organizzativi, contenuti culturali e gli stessi percorsi formativi. Anche in questo campo si possono individuare elementi di incoraggiamento e di certezza, però all’interno di un contesto ancora instabile e confuso.
Certamente, quello che conta è l’ottimismo della volontà e la consapevolezza che, se ciascuno di noi si adopera per il cambiamento, il futuro è allora saldamente nelle nostre mani.
Ed è questa la lezione che ci viene dalla lettura attenta delle pagine che seguono, che sono una testimonianza preziosa del nostro assunto. Dallo studio e dal lavoro di questi giovani emergono chiaramente due cose: che la nostra società sempre più dovrà aprirsi allo “Stato sociale”, in quanto sempre più necessita di servizi adeguati per far fronte alle difficoltà che una società complessa propone ai suoi cittadini; che, pertanto, gli studenti che operano in un istituto professionale per i servizi sociali si trovano al centro di uno di quei cambiamenti che caratterizzerà la società del futuro.
Nel lavoro di questi giovani si coniugano così due fattori trainanti che caratterizzano il divenire delle società ad alto sviluppo: da un lato l’incremento delle attività imposte dal Welfare State, in gran parte assolutamente nuove rispetto a ciò che il mondo del lavoro tradizionalmente offre; dall’altro l’evoluzione e l’incremento di nuovi profili professionali.
Ne consegue che in una scuola lavorare in una dimensione di questo tipo significa mobilitare risorse all’interno dell’istituto, ma soprattutto sul territorio. Nello specifico, gli studenti e i docenti dell’Istituto Professionale “F.L.Morvillo Falcone” hanno costruito e percorso itinerari formativi nei quali sono stati coinvolti enti locali, università, ASL, i servizi presenti sul territorio, e ciò perché solo una scuola a tempo pieno e a spazio aperto può arricchire ed esaltare le discipline di studio e renderle significative ai fini di un apprendimento concreto e dell’acquisizione di competenze professionali del tutto nuove.
Dalla lettura attenta dei documenti della presente pubblicazione emerge come diversi elementi di studio come gli aspetti medico-sanitari, le problematiche psico-sociali, le didattiche della comunicazione verbale e non verbale, il gioco e l’animazione siano stati opportunamente curvati alle esigenze della formazione degli allievi e dell’intervento sul territorio in una integrazione di studio, sperimentazione, cambiamento, che ha interessato e coinvolto scuola, operatori, cittadini destinatari dei servizi.
Da un quadro di questo tipo e dalle attività che si conducono nell’Istituto Professionale di Brindisi emerge un elemento di grande importanza che occorre sottolineare con forza: quando un curriculo formativo riesce a coniugare con metodologie corrette il peso e l’autorevolezza delle singole discipline con l’impegno nel mondo del lavoro, i giovani acquisiscono una preparazione completa e complessiva in ordine alle conoscenze e alla maturità personale congiunta con competenze professionali immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.
E ciò dimostra che l’Istituto “Morvillo” può degnamente testimoniare che la sfida lanciata negli ultimi anni dalla Direzione Generale dell’Istruzione Professionale per cambiare radicalmente le sue finalità e proporre ai suoi studenti ambiziosi obiettivi formativi, quali richiesti dalla società contemporanea, può considerarsi vincente.
Non solo; va anche sottolineato che non ci sarà una riforma complessiva della scuola italiana che non tenga conto di quanto l’Istruzione professionale ha fatto e sta facendo. L’area di approfondimento, l’aria delle equivalenze, l’area di indirizzo, la terza area, l’apprendimento modulare per nuclei fondanti, il debito e il credito formativo, per citare alcuni fattori caratterizzanti che per l’Istruzione Professionale sono innovazione e quotidianità nel contempo, costituiscono, com’è noto, gran parte delle innovazioni attualmente in discussione nel Parlamento e nel Paese.
Tutto ciò conforta il nostro impegno di operatori scolastici, ma conforta soprattutto l’impegno degli studenti e dei docenti del “Morvillo” e di tutti coloro che hanno lavorato e lavorano con loro!

12 novembre 2014

Aveva sedici anni

Aveva sedici anni

di Vincenzo Andraous

Un colpo di pistola e il mondo con tutti i suoi colori svanisce d’improvviso. Quei colori che già erano in fuga, lasciandoti sola con i detriti ritenuti insormontabili.
Una ragazzina di sedici anni impugna la pistola del padre e fa fuoco su di se.
I colori anche quelli che “stavano” scappando, adesso sono ritornati lì, inginocchiati a quel corpo scomposto.
Quando accadimenti come questo ci attraversano la strada mettendoci con le spalle al muro, per noi adulti è un preciso dovere, obbligo, fin’anche necessità, domandarci: come può una adolescente esser talmente disperata da non intravedere più alcuna speranza, più alcuna uscita di emergenza.
Sedici anni dentro un mondo capovolto, che non ha più un senso, non consegna più risposte, sedici anni pervasi da una sensazione di inadeguatezza, fino a giungere in prossimità di un silenzio drammatico quanto il bisogno di dare un taglio alla sofferenza più ostinata, un dolore profondo che scava, scava, scava, nella solitudine più colpevole.
Una ragazza muore per una scelta libera? Assolutamente no, come qualcuno invece molto semplicisticamente potrebbe male interpretare. Muore perché quella dignità che ognuno e ciascuno di noi porta ben allacciata in vita, subisce scossoni, torsioni, ripiegamenti tali da non ritenere più prioritario il rispetto per se stessi, dunque il venir meno di quella manutenzione irrinunciabile ad alimentare la consapevolezza del nostro valore umano.
Non sono le formulette disegnate alla lavagna, a insegnarci il valore del rispetto, per noi stessi e gli altri, infatti ciò lo si apprende solo e unicamente attraverso la pedagogia della nonna, cioè del buon l’esempio.
Una brava ragazza dicono tutti, a significare una adolescente che faceva diligentemente il suo, una giovane che non dava problemi, non moltiplicava i mal di testa, non disturbava ne rubava tempo ad alcuno. Forse allora, assai meglio che ne consegnasse brevi mano qualcuno di questi grattacapi, di questo disagio sottopelle, di queste rese mal addomesticate.
Quando penso a questa ragazzina, mi ritorna in mente, un altro ragazzino, sopravissuto miracolosamente alla tragedia, rammento come era tronfio nel dire che lui non aveva bisogno di nessuno, non si fidava di nessuno, perché tutti erano lì per darti una fregatura.
Entrambi per vie differenti, sordità diverse, non ce l’hanno fatta a rimanere fermi sul posto, hanno preferito il salto in avanti, manco fosse quel buio bucato a dare sollievo alla propria sofferenza.
Quel dolore dapprima sconosciuto allo stato della mente, rende ogni cosa priva di importanza, di fascino, spogliata di qualunque passione. Ma nonostante tutto rimane inalterata la non-scelta di fidarsi di qualcuno, di chiedere aiuto a qualcuno. So bene che non sempre è facile o scontato farlo, ma chi riesce ad alzare la mano, a chiedere un ascolto, a toccare la spalla di una persona autorevole, ebbene quel ragazzo non è un debole, uno sfigato, bensì una persona veramente forte.

Ipotesi (concrete) di Regionalismo per l’Istruzione

Ipotesi (concrete) di Regionalismo per l’Istruzione

di Gian Carlo Sacchi

Il regionalismo nelle politiche formative filtra fin dalla Costituzione del 1948, che da un lato riconosceva le autonomie territoriali e dall’altro lasciava allo Stato le “norme generali sull’istruzione”. L’ingresso della nuova repubblica fu visto soprattutto nei diritti dei cittadini ad usufruire di un servizio, poco o nulla dalla parte del sistema – basti vedere la querelle ancora in atto sulle scuole paritarie- dove l’ordinamento Casati-Gentile venne considerato norma generale e quindi rimase sotto il controllo dello stato centrale.
Con l’istituzione delle regioni a statuto ordinario furono delegate solamente le norme relative al diritto allo studio e portata sotto un unico dominio pubblico la miriade di enti che si occupavano di formazione professionale. In quel periodo diverse componenti della società fecero il loro ingresso nella vita delle scuole ed il “distretto” voleva essere il segnale di un diverso rapporto tra sistema scolastico statale e realtà territoriali; fu il primo vero momento di scontro tra il potere nazionale e la gestione sociale.
Gli organi collegiali però non ebbero la capacità di spostare l’asse delle decisioni; all’interno degli istituti studenti e genitori vennero ben presto limitati nell’intervento da un funzionario statale, il preside, custode delle disposizioni ministeriali e all’esterno i predetti distretti furono ricondotti ad un consiglio scolastico provinciale nelle mani del provveditore agli studi. Ma anche il mondo degli enti locali non vide di buon occhio la riforma della gestione della pubblica istruzione, da un lato per il timore dell’introduzione di altri organismi territoriali che potevano occupare il potere locale, e, dall’altro, per la possibilità che lo stato arretrasse dall’impegno finanziario scaricando sulla periferia i relativi oneri, come già avvenne per la formazione professionale regionale e per i servizi all’infanzia, facenti capo al settore del welfare comunale e sempre più richiesti dalla popolazione.
Nell’ultimo decennio del secolo scorso una serie di provvedimenti investì l’organizzazione dello Stato: dalla riforma degli enti locali con la quale prese consistenza il settore formativo all’interno di comuni e province, a quella della pubblica amministrazione che decentrò competenze dell’istruzione anche alle scuole, divenute per effetto di questi ultimi interventi legislativi autonome con tanto di personalità giuridica.
All’alba del terzo millennio venne realizzata la revisione del titolo quinto della Costituzione, con referendum confermativo, che ripropose la stessa formulazione sulle norme generali di competenza statale alle quali furono aggiunti i principi fondamentali, ma introdusse un governo misto in cui dovevano agire in modo “concorrente” stato e regioni, fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche. Con l’art. 116 fu data a queste ultime la possibilità, a richiesta, di avere maggiori gradi di autonomia, da concordare con il governo centrale e da concretizzarsi con legge nazionale. Esse avevano facoltà di entrare sia nelle competenze concorrenti sia in quelle esclusive dello Stato, come appunto le norme generali sull’istruzione.
La legge costituzionale del 2003 però non fu applicata, molto contenzioso suscitarono le suddette competenze concorrenti, l’autonomia scolastica da salvaguardare è rimasta largamente incompiuta ed i livelli essenziali delle prestazioni, che dovevano garantire parità dei diritti su tutto il territorio nazionale, elaborati nella sanità, abbozzati nel welfare, mancano del tutto nel settore formativo, se si eccettua il DPR 226/2005 che guardava più ai rapporti tra stato e regioni che ai diritti dei cittadini nei confronti del servizio.
Dopo il secondo scontro tra centro e periferia prodottosi in relazione alle più volte citate competenze concorrenti ,a difesa delle autonomie regionali, eccoci al terzo, al contrario, paventando che le tre regioni che hanno fatto richiesta di più autonomia: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, cerchino di minare l’unità nazionale.
Per giungere a quel traguardo esse devono dimostrare di possedere un bilancio in equilibrio ed osservare i vincoli economici e finanziari dell’UE, ma il numero potrebbe allargarsi come già annunciato da: Campania, Lazio, Piemonte, Liguria, Toscana, Marche- Umbria: queste ultime hanno avviato insieme la pratica, occasione per riconsiderare anche i confini territoriali ? Guardando alla realtà tutt’ora fortemente statalista si fa notare (CENSIS 2018) che è la situazione attuale quella già differenziata, e non si fa fatica a riconoscerlo in base a tutte le ricerche nazionali ed internazionali di cui disponiamo; intanto cresce un forte bisogno di rappresentanza dei territori, che potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica, nonché la necessità evidente di ridefinire i rapporti tra le regioni e lo stato centrale.
Un sistema di autonomie potrebbe riguardare tutte le regioni e in futuro ritornare sull’idea di una camera nazionale delle stesse. Le leggi regionali che saranno di supporto alle intese con il governo nazionale potranno essere l’occasione per completare il decentramento amministrativo nel settore e la stessa autonomia scolastica che ha bisogno di migliori condizioni per potersi esplicare compiutamente; la sua elevazione a dignità costituzionale la mette al riparo da nuovi centralismi regionali.
Il “contratto di governo” su cui si basa l’attuale maggioranza riconosce le ulteriori competenze che conferiranno maggiore responsabilità al territorio in termini di equo soddisfacimento dei servizi e di efficienza-efficacia dell’azione svolta. “Il governo è teso a rafforzare la logica delle geometrie variabili che tenga conto delle peculiarità e delle specificità delle diverse realtà territoriali e della solidarietà nazionale”. Dall’altra parte la conferenza delle regioni afferma il ruolo propulsivo delle medesime nel processo di definizione dei nuovi assetti istituzionali volto alla definizione dell’autonomia differenziata, nel rispetto dei principi di adeguatezza, sussidiarietà, unità giuridica ed economica dello Stato: coniugare il principio di differenziazione con quello di leale collaborazione. Dunque la secessione è scongiurata.
Le funzioni fondamentali di regioni ed enti locali già individuate dalla legge sul federalismo fiscale e dai suoi decreti applicativi saranno finanziate attraverso la compartecipazione o riserva di aliquota nel gettito di uno o più tributi erariali maturati a livello regionale, iniziando dalla “spesa storica” e procedendo verso il calcolo del fabbisogno/costo standard misurati sulla base della popolazione residente ed alla capacità fiscale dei territori. Su questa base si terrà conto in futuro della ricchezza prodotta in sede regionale, ma la Costituzione prevede un contributo perequativo nazionale per i minori introiti.
Un’intesa governo-regioni sfocia in un disegno di legge da approvare a maggioranza assoluta. Qui c’è un dibattito giuridico aperto relativo alla possibilità del Parlamento di emendare un testo oggetto di un accordo bilaterale. A questo si potrebbe aggiungere l’ipotesi di un progetto costituzionale qualora fossero tutte le regioni ad aderire.
Dal momento che l’iniziativa è delle singole realtà regionali c’è da spettarsi una diversa impostazione anche per quanto riguarda le materie: le politiche formative infatti non sembrano indicate da Liguria, Campania e Lazio, anche se non avendo depositato per ora un preciso documento al riguardo, ci potrebbero essere delle variazioni in seguito. Quest’ultima vorrebbe far precedere le proprie richieste dalla definizione dei predetti livelli di prestazioni sul piano nazionale. Emilia-Romagna, Marche-Umbria, Toscana e Piemonte intendono agire soltanto sull’istruzione tecnica e professionale, superiore, universitaria e non, al fine di collegare meglio la formazione, statale e regionale, con il mondo delle imprese e del lavoro. Solo Lombardia e Veneto chiedono di intervenire oltre che sulle competenze concorrenti anche sulle norme generali, spostando tutto sulla regione, compreso l’apparato amministrativo del ministero, così da assomigliare alle regioni a statuto speciale.
Oltre a ribadire le funzioni di programmazione della rete scolastica, degli organici e la loro attribuzione alle scuole autonome, l’Emilia Romagna insiste sulla realizzazione in ambito regionale di un sistema integrato di istruzione e formazione professionale che permetta di sviluppare le professionalità in coerenza con le opportunità occupazionali del territorio, assicurando ai giovani la possibilità di scegliere se assolvere il diritto-dovere all’istruzione nel sistema statale o in quello regionale. Qualificare l’offerta di istruzione e formazione tecnica e professionale a partire dalla piena valorizzazione dell’autonomia scolastica, che in questo settore viene così potenziata, mentre per il resto rimane sotto il governo centrale, nonché garantire un’offerta di formazione terziaria, gli ITS, anche attraverso la definizione delle relative fondazioni, per corrispondere alla domanda di alte competenze tecniche e tecnologiche del sistema produttivo. Saranno previsti percorsi universitari integrativi, con fondi per la didattica, la ricerca e la terza missione. Rendere effettivo il diritto allo studio scolastico e universitario con appositi incentivi e servizi dedicati.
Un piano pluriennale, concordato con l’USR, dovrà definire la dotazione organica del personale, per soddisfare l’offerta formativa regionale, fermo restando l’ordinamento statale, nonché la costituzione di un fondo pluriennale per l’edilizia scolastica. La regione vuole entrare nella programmazione universitaria del territorio, nel rispetto però dell’autonomia degli atenei.
Per Lombardia e Veneto la richiesta è di subentrare allo Stato in tutte le materie indicate dalla Costituzione, con trasferimento di beni, risorse, personale, in modo da ridimensionare l’amministrazione statale periferica. E’ attribuita alle regioni la potestà legislativa in materia di norme generali sull’istruzione, in particolare per quanto riguarda l’organizzazione del sistema educativo regionale e la modalità di valutazione, l’alternanza scuola-lavoro, l’apprendistato, contratti integrativi al personale, programmazione dell’offerta formativa integrata tra istruzione e formazione professionale, della rete scolastica, incluso il fabbisogno di personale e la sua distribuzione; ulteriori criteri per il riconoscimento della parità scolastica ed i contributi alle scuole paritarie, disciplina degli organi collegiali territoriali; sistema dell’istruzione degli adulti e la programmazione dei CPIA. Anche qui come in Emilia Romagna si provvede all’organizzazione delle fondazioni ITS ed alla costituzione di fondi per il diritto allo studio.
In questi due territori sarà costituito un ruolo regionale per i dirigenti scolastici con la facoltà di nomina da parte della regione stessa, come avviene in Trentino, e del personale docente e ATA, i quali beneficeranno di contratti integrativi regionali. I concorsi verranno banditi sempre dalla regione sulla base del fabbisogno. Una quota di posti andrà alla mobilità in relazione alla normativa nazionale. Non c’è invece mobilità volontaria per i dirigenti.
Esse hanno potestà legislativa in materia di edilizia scolastica; concorrono alla programmazione universitaria, alla sua valutazione e costituiscono un fondo integrativo per la didattica. Definiscono i requisiti ed i riconoscimenti per i ricercatori di impresa, valorizzando il lavoro di ricerca nel settore privato. Si interessano di tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici.
Il Veneto poi intende istituire un’agenzia digitale di supporto agli enti locali ed alle imprese, promuovendo la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie anche nella pubblica amministrazione, in relazione all’agenda digitale nazionale ed europea.
Le prerogative regionali vengono tuttavia esercitate nel quadro generale dell’ordinamento nazionale, dei livelli essenziali delle prestazioni, con riferimento alle competenze dell’INVALSI e alle direttive sulla valutazione; si dovrà tener conto della contrattazione per il personale e delle disposizioni sugli organici, fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche.
Le intese sono in via di definizione; ci sarà da aspettarsi qualche imboscata in Parlamento? In Italia il percorso politico non è mai lineare, ma un dato nuovo questa avventura lo porta ed è quello di vedere maggioranza ed opposizioni agire in maniera incrociata tra centro e periferia, dichiarando con trasparenza le motivazioni delle rispettive posizioni e quale può essere il punto di convergenza nell’interesse del Paese, senza condizionamenti burocratici o di altre organizzazioni.
Sarebbe la prima volta, con la modalità differenziata, che si arriva ad applicare la Costituzione, conferendo fino in fondo il ruolo che era stato assegnato alle Regioni fin dalla loro istituzione, uscendo almeno sul piano politico dall’idea dello statuto speciale di alcune di esse. Il dibattito si snoda tra le materie e le risorse: c’è chi è più interessato ai nuovi compiti e chi è più preoccupato dei finanziamenti. E’ compito del governo nazionale rassicurare su entrambi i fronti.
Di questo percorso trarrà beneficio anche l’autonomia scolastica, che potrà vedere valorizzata la propria progettualità solo se sarà in grado di misurarsi con il proprio territorio in termini di libertà e responsabilità, uscendo dalla tutela e da un regime di concessioni, senza ovviamente rinunciare al perseguimento delle finalità formative da valutare nell’ambito del sistema nazionale.

Referenti regionali Integrazione scolastica DSA

REFERENTI REGIONALI DISABILITA’/DSA

REGIONE REFERENTE DISABILITÀ /DSA TELEFONO E-MAIL
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AngelaMaria.Rapicavoli@istruzione.it

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    CALABRIA SICLARI Maria Carmela Tel. Uff.: 0961-734480 mcarmela.siclari@istruzione.it

mcarmela.siclari@istruzione.it

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    CAMPANIA LANDFOLFO Maria Tel. Uff.: 081-5576600 m.landolfo@istruzione.it
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FRIULI VENEZIA GIULIA Isp. FLOREANCIG Paola Tel. Uff.: 040- 4194158 floreancigpaola@gmail.com
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