Educazione Civica in aula…

Educazione Civica in aula…

di Maurizio Tiriticco

…costantemente e sempre, perché?

Cerco di rispondere. Ho sempre guardato con sospetto, anche quando insegnavo, all’insegnamento, tout court, dell’Educazione Civica. Infatti, non c’è nulla di peggio di un insegnante cattedratico e direttivo che dice agli alunni: “Ora vi insegno l’Educazione Civica”! In realtà, invece, non c’è nulla di meglio quando un insegnante con i suoi alunni legge e commenta la nostra bella Carta Costituzionale. Tullio De Mauro a suo tempo constatò che la Costituzione è comprensibile da tutti. Ha affermato infatti che, anche se il testo è costituito di 9369 parole (circa 30 cartelle), le singole frasi non superano in media le 20 parole e i lemmi utilizzati sono 1357, di cui 1002, cioè il 92,13 per cento del testo, appartengono al vocabolario di base della lingua italiana. In altre parole, i Padri e le Madri Costituenti si preoccuparono del fatto che gli Italiani tutti – nell’immediato dopoguerra l’analfabetismo era ancora presente – potessero leggere e far proprio quel Patto costituzionale del tutto nuovo rispetto a quello Statuto Albertino, risalente al lontano 1848, di cui il fascismo per altro aveva fatto strame!
Scrivo questo perché non vorrei che, stante il futuro obbligo dell’insegnamento dell’Educazione Civica, o meglio all’esercizio concreto, in aula per la vita, di una Cittadinanza Attiva, questa diventasse un’ulteriore noiosa materia di studio, eventualmente resa ancora più noiosa da un insegnante demotivato e che ritiene che il “nuovo insegnamento” toglie tempi e spazi preziosi – come spesso si suol dire – alla “propria disciplina”. Ho sempre pensato e scritto – ed anche attuato, quando insegnavo, almeno penso – che il miglior modo di insegnare qualcosa a qualcuno è quello di coinvolgere questo qualcuno e, se si vuole, renderlo addirittura complice dell’operazione! In realtà, a monte di tutto c’è sempre la concreta metodologia che un insegnante adotta quando entra in aula e sa di avere a che fare con soggetti che a tutto pensano, fuorché al prestare attenzione a ciò che dirà! Ed è proprio in questo verbo “dire” la chiave di tutto! Perché in realtà per un insegnante il dire è il “fare lezione”, dire cose a lui note, ma assolutamente nuove per la platea che è tenuta ad ascoltarlo.
E non c’è nulla di peggio di un rapporto tra umani fondato solo sul dire. Perché gli umani intessono i loro rapporti essenzialmente sul fare. Pertanto, ho sempre tentato di sostituire al “dire” il “fare”, o meglio al fare insieme. E ciò valeva non solo per le mie discipline di insegnamento – le cinque materie cosiddette di base, italiano, latino, greco, storia e geografia! Ahimè! Il ginnasio di un tempo! – ma anche per l’educazione civica! O cosiddetta tale! In effetti non è un’espressione che susciti un immediato entusiasmo! Ma, se la leghiamo alla concreta realtà dell’imparare a “stare insieme” in quelle lunghe ore di aula, allora le cose cambiano. Occorre cercare di “stare insieme”, insegnanti ed alunni, nel modo più produttivo possibile, quindi in primo luogo cercare di attenuare, se non di rompere, quel disframma che da sempre vede da un lato una persona che sa e parla e dall’altro altre persone, nel nostro caso adolescenti, che non sanno e devono ascoltare e apprendere. Ovviamente il diaframma concettualmente resta, ma fattivamente può e deve essere superato. Il segreto per far ciò è quello di rendere protagonisti attivi i soggetti che sono tenuti ad apprendere.
La questione è quindi di metodo! Ed il metodo migliore è quello di avviare, condurre e realizzare una didattica attiva, coinvolgente: una didattica laboratoriale. Chi legge può trovare sul web tutte le definizioni che si possono dare di questa tipologia didattica, la quale per altro è anche suggerita e consigliata sia dalle Indicazioni Nazionali (istruzione obbligatoria e licei) che dalle Linee Guida (istruzione tecnica ed istruzione professionale) recentemente pubblicate dal Ministero dell’Istruzione.
Sostanzialmente si tratta di cancellare, e non solo visivamente, quel diaframma che da sempre divide chi insegna da chi apprende, cioè la cattedra, che in genere è anche sostenuta da una pedana, la quale da sempre intende sottolineare l’autorità di chi sa nei confronti di coloro che non sanno e che sono disposti su dei banchi, spesso scomodi, o disadorni tavolini. Dove sono disposti gli alunni, che devono essere “alimentati”, in genere disposti in modo tale che uno debba per un intero anno scolastico vedere la nuca del compagno davanti. Già a questo proposito ci sovviene la prossemica, quella disciplina che studia come e perché le posizioni spaziali condizionino i rapporti interpersonali. Maestro ed alunni, cattedre e banchi! Disposizione spaziale studiata da sempre per giustificare la lezione cattedratica.
Rompere uno schema spaziale per costruirne un altro è essenziale per rompere una tipologia di rapporti interpersonali in favore di un’altra. E va aggiunto che si tratta di uno schema che deve essere rotto! E proprio oggi perché l’insegnante e il libro di testo non sono più i depositari unici del sapere. Oggi è sufficiente un click sul cellulare per accedere ad ogni tipologia di informazioni e di conoscenze. L’importante è sapere come, quando e perché usare quel click. A fronte di tale fenomenologia, il sapere stesso dell’insegnante viene messo a dura prova. Il sapere certamente, ma anche la metodologia. In altri termini siamo passati dall’insegnante inteso come fonte del sapere all’insegnante inteso, invece, come mediatore dei saperi. Pertanto, sotto il profilo spaziale, nulla di meglio che gli alunni possano essere posti in cerchio, o comunque in modo tale che possano vedersi vicendevolmente negli occhi.
Si tratta di un contesto/scenario non solo fisico! Perché oggi l’insegnante è più un metodologo, amministratore dei saperi – se mi è concessa questa espressione – che un incontestabile depositario di conoscenze. Ovviamente, la cultura disciplinare deve sempre essere forte, nonché quella pluri- ed interdisciplinare. Ma è soprattutto il metodo a farla da padrone! Ed oggi una corretta gestione della dinamica di gruppo, o meglio la già ricordata didattica laboratoriale è quella necessaria e vincente. E’ una didattica con cui si apprende a stare insieme, a lavorare insieme, a studiare insieme, a produrre insieme. Ed è sotto questo profilo che va letta e, quindi correttamente realizzata quell’Educazione alla Cittadinanza attiva a cui ci richiama una recente normativa. Alludo al fatto che la norma relativa all’insegnamento dell’Educazione Civica deve essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e, quando lo sarà, occorreranno 15 giorni perché entri in vigore. Pertanto non è dato sapere se tale disciplina entrerà in vigore con il prossimo anno scolastico. Comunque resta sempre il fatto che ciascun insegnante, qualunque materia insegni, è pur sempre anche un educatore civico! Per cui non è tenuto ad aspettare una legge perché… civicamente non educhi!

Educazione Civica: e se fosse un anno di preparazione?

Educazione Civica: e se fosse un anno di preparazione?

di Giancarlo Cerini

E’ di questi giorni la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Legge 92 del 20-8-2019 che introduce (o meglio, reintroduce) l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado. Si tratta di un provvedimento che risponde ad una esigenza assai sentita nell’opinione pubblica, anche se si carica di attese e significati diversi. Ne è duplice testimonianza l’approvazione, quasi all’unanimità, della legge da parte del Parlamento (con l’astensione del PD nell’ultima lettura al Senato), ma anche la sua “bulimia” progettuale. Essa infatti raccoglie e propone uno svariato insieme di contenuti possibili (dalla conoscenza della Costituzione alla valorizzazione del made in Italy, passando per le competenze digitali e l’educazione a n)

Ora, risulta che – per un provvidenziale incidente di percorso – la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale solo il 21 agosto u.s. e la sua entrata in vigore (dopo 15 giorni) ad anno scolastico avviato, rendono necessario uno spostamento tecnico dell’introduzione dell’innovazione legislativa a partire dall’anno scolastico successivo, il 2020-21. Sembra quasi uno scherzo del destino: tanta fretta nel legislatore (con testimonianza, comunque, di buona volontà bipartisan) e poi un ritardo di pochi giorni fa slittare il tutto di un anno! Questo, ovviamente, in punta di diritto! Se il nuovo insegnamento rappresenta un risultato fortemente voluto da tutte le forze politiche, si troverà certamente un escamotage amministrativo per correre ai ripari e far decollare l’educazione civica fin dall’imminente nuovo anno scolastico 2019-20!

L’invito, però, è a soppesare bene la tecnica di introduzione di una novità legislativa nel corpo della scuola ad anno scolastico avviato. Molto spesso le riforme della scuola sono state bruciate da avvii intempestivi (ad anno scolastico inoltrato) senza dare il tempo alla scuola di prepararsi adeguatamente. Quasi come se la fragilità dei provvedimenti dovesse essere oltrepassata e metabolizzata dagli inderogabili impegni attuativi (dove le novità si applicano e non si discutono più: sono già decise). Occorre anche mettere nel conto una certa freddezza del mondo della scuola circa gli aspetti tecnici del provvedimento:
– La vastità dei contenuti proposti e la non risolta questione del rapporto tra insegnamento disciplinare e aspetti trasversali;
– Il tempo dedicato all’educazione civica (33 ore settimanali, non aggiuntive, da “ritagliare” all’interno del curricolo);
– L’affidamento dell’insegnamento ai docenti “interni” al consiglio di classe e la responsabilità del consiglio di classe;
– La delicata questione della valutazione e dei suoi effetti sulla carriera scolastica degli allievi.

Di fronte a queste condizioni, un anno di tempo in più è come una “manna” caduta dal cielo. Per preparare dignitosamente l’avvio dell’insegnamento e predisporre tutte le condizioni necessarie: culturali, organizzative, didattiche, di formazione.

Per introdurre una riforma di tale portata, che coinvolge tutta la scuola, serve una strategia diversa: quella della condivisione del senso dei cambiamenti proposti (e non c’è chi non veda come la discussione di cosa debba essere l’educazione civica nella scuola sia stata assai carente); quella della preparazione che eviti improvvisazioni (in questo caso, ancora mancano i programmi di studio); quella della formazione degli insegnanti (tutta da avviare) e, soprattutto, quella della valorizzazione di quanto di interessante già le scuole hanno realizzato sull’argomento (non si dimentichi che “Cittadinanza e Costituzione” era elemento da accertare in sede di esami di Stato).

Conosco le reazioni e i rischi. Si dirà: il solito modo della scuola italiana di non prendere sul serio le riforme approvate dal Parlamento, di tirarsi indietro in una “comfort zone” per non mettersi mai in discussione, di procrastinare le innovazioni di fronte a “ben altri” problemi della scuola…

E se invece, una volta tanto, si facesse sul serio? Con un anno di tempo per prepararsi ad una innovazione “reale” nella scuola e dedicato a prepararsi seriamente. Ma per fare cosa?

– Elaborare una proposta di curricolo “verticale”, dalla scuola dell’infanzia alle scuole superiori, per identificare i contenuti prioritari, il repertorio delle conoscenze e delle competenze, le connessioni con le diverse discipline. Questo compito spetta al MIUR e a commissioni di esperti in dialogo con la scuola;

– Raccogliere le migliori pratiche di educazione civica e alla cittadinanza, già realizzate nelle scuole, per farle diventare il “materiale didattico” ottimale per un avvio sperimentale dell’insegnamento. Il metodo della ricerca-azione è tra i più efficaci per promuovere una innovazione partecipata;

– Condividere nei consigli di classe un lavoro preparatorio d’equipe, con la supervisione di un coordinatore (da scegliere e formare): la nuova disciplina ha un quid di “disciplinare” (quello riferito alla conoscenza della Costituzione e delle leggi fondamentali, in una ottica storico-giuridica), ma anche molti addentellati con le discipline esistenti (che possono portare un contributo importante all’educazione ad una cittadinanza attiva, comprensiva dei tanti temi previsti dalla nuova legge);

– Preparare studenti e genitori al significato delle novità, rinnovare i patti di corresponsabilità educativa (da introdurre nella scuola primaria ex-novo) chiarire il rapporto tra la nuova disciplina e i comportamenti sociali e civici (anche alla luce delle nuove competenze chiave europee del 22 maggio 2018);

– Realizzare adeguate iniziative di formazione, utilizzando parte delle risorse da postare sul nuovo piano nazionale di formazione 2019-2022, che però diventerà operativo solo nel corso dell’a.s. 2019-2020.

– Studiare le modalità di valutazione del nuovo insegnamento, anche nelle sue connessioni con gli strumenti attualmente esistenti, con la certificazione delle competenze, con il sistema degli esami. Qui servirebbe, evidentemente un colpo d’ala, perché procedere con i voti in decimi e con le solite “medie” negli scrutini lascia il tempo che trova e immiserisce il tutto.

Si tratta di questioni importanti, che richiedono ben più di un anno di tempo per essere affrontate seriamente. Intanto, però, si potrebbe cominciare con il piede giusto. Non un anno “perso”, ma un anno guadagnato per un avvio graduale ma significativo di una innovazione da cui la società si aspetta molto.

L’educazione civica a scuola è salva: pubblicato in extremis il decreto

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

Arriva in Gazzetta ufficiale la legge, la n. 92 del 20 agosto 2019, che reintroduce nelle scuole italiane l’educazione civica. Il provvedimento, pubblicato il 21 agosto in Gazzetta, entra in vigore i primi di settembre. Ora è corsa contro il tempo da parte del Miur per far scattare le novità già a partire dall’anno scolastico che inizia a settembre (il 2019/2020). Da quanto fanno sapere dal ministero dell’Istruzione, ora con la legge pubblicata, sarebbe sufficiente un provvedimento ministeriale per avviare subito le nuove disposizioni, e non farle rinviare quindi al 2020/2021.

Questione tempi
A tenere in bilico la questione è il fatto che la scuola, ufficialmente, inizia il 1° settembre, ma le lezioni dal 5 settembre, è apripista Bolzano, e poi a seguire in base ai vari calendari regionali. La legge sull’educazione civica, in base al dettato normativo, doveva essere pubblicata 15 giorni prima l’avvio del nuovo anno (quindi entro il 16 agosto). Tuttavia, considerato che le lezioni iniziano dopo il 1° settembre, ci sarebbe spazio per un intervento ministeriale, che infatti si starebbe già studiando.

I tentativi dal 1958 al 2008
Nel merito, il provvedimento importa un restyling all’educazione civica, di fatto reintroducendola. Fu Aldo Moro, nel lontano 1958, quando sedeva in sella al ministero di viale Trastevere, a introdurre l’insegnamento dell’educazione civica; poi la “materia” nel 1990 uscì dai programmi scolastici, e solo nel 2008, con Mariastella Gelmini, si reintroduce “Cittadinanza e costituzione”, ma lasciandola, nei fatti, all’iniziativa dei singoli docenti.

Le novità: 33 ore di educazione civica
La nuova legge, adesso, cambia tutto: nel primo e secondo ciclo di istruzione si prevede l’istituzione, appunto, dell’insegnamento trasversale dell’educazione civica, che sviluppa la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società. Iniziative di sensibilizzazione alla cittadinanza responsabile sono avviate dalla scuola dell’infanzia. Tocca ora alle scuole prevedere nel curricolo di istituto l’insegnamento trasversale dell’educazione civica, specificandone anche, per ciascun anno di corso, l’orario, che non può essere inferiore a 33 ore annue, da svolgersi nell’ambito del monte orario obbligatorio previsto dagli ordinamenti vigenti. Per raggiungere il predetto orario gli istituti scolastici possono avvalersi della quota di autonomia utile per modificare il curricolo.

La corsa contro il tempo nelle scuole
Ora le scuole, se si riuscirà a partire a settembre, dovranno correre per rispettare gli adempimenti previsti dalla nuova legge. Nelle scuole del primo ciclo, prosegue la legge, l’insegnamento trasversale dell’educazione civica è affidato, in contitolarità, a docenti sulla base del curricolo. Le istituzioni scolastiche utilizzano le risorse dell’organico dell’autonomia. Nelle scuole del secondo ciclo, invece l’insegnamento è affidato ai docenti abilitati all’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche, ove disponibili nell’ambito dell’organico dell’autonomia. Per ciascuna classe è individuato, tra i docenti a cui è affidato l’insegnamento dell’educazione civica, un docente con compiti di coordinamento. L’insegnamento trasversale dell’educazione civica è oggetto delle valutazioni periodiche e finali. Il docente coordinatore formula la proposta di voto espresso in decimi, acquisendo elementi conoscitivi dai docenti a cui è affidato l’insegnamento dell’educazione civica. Il dirigente scolastico verifica la piena attuazione e la coerenza con il Piano triennale dell’offerta formativa.


Il collasso pentaleghista ha travolto i precari della scuola

da il manifesto

Roberto Ciccarelli

In prospettiva di un futuribile esecutivo a maggioranza Pd e Cinque Stelle potrebbero di attualità anche gli scontri sulla «Buona scuola» di Renzi, e ciò che ne rimane. Pur tra mille incertezze, i pentaleghisti del governo precedente avevano continuato il depotenziamento della contestatissima riforma. In attesa di comprendere gli attuali orientamenti del Pd di Zingaretti, e considerato il notevole peso politico che i renziani rivendicheranno sul nuovo esecutivo, è probabile lo scontro con i Cinque Stelle che hanno calvalcato le ragioni del movimento anti-buona scuola, senza però metterla seriamente in discussione, diversamente da quanto avevano promesso nella campagna elettorale. Avere affidato Vaile Trastevere a un leghista come Marco Bussetti fu la prova dell’abbandono di quelle promesse.

La fine clamorosa del governo Conte ha lasciato in mezzo al guado la cancellazione della chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi, uno dei pilastri della riforma. Il Ddl voluto dal precedente governo non ha concluso il percorso legislativo.
Enormi problemi li creeranno anche le pensioni «quota 100». Il provvedimento ha accelerato la carenza dei docenti. Le richieste dei pensionamenti arrivate sono state 17.807 che si sono aggiunte ai 15.371 pensionamenti ordinari. I posti liberati dai pensionati Quota 100 non saranno coperti dal personale di ruolo: le domande dovevano arrivare all’Inps entro febbraio e i numeri non sono stati elaborati nei tempi utili.

Questa situazione si è abbattuta su un’altra emergenza strutturale della scuola italiana: le cattedre vacanti. I supplenti necessari per occuparle oscillano oggi tra i 120 mila secondo la Flc Cgil e i 180 mila calcolati dalla Uil, fino ai 200 mila per l’Anief. In totale i docenti nella scuola italiana sono 800 mila docenti. Dunque la scuola funziona grazie a un supplente su cinque docenti assunti in cattedra. Questa è la proporzione, utile per dare un’idea dei numeri dell’emergenza. A queste persone si dovrà fare ricorso per permettere l’apertura delle scuola il primo settembre, con l’aggravante che le graduatorie, sia per le supplenze che per i ruoli sono, in alcuni casi, esaurite e di dovrà fare riferimento alle cosiddette «messe a disposizione», cioè a docenti che si mettono a disposizione pur non essendo della classe di concorso. «Se il prossimo anno Quota 100 sarà confermata, questo trend continuerà a salire – sostiene Manuela Pascarella, sindacalista della Flc Cgil – anche perché l’età media dei docenti è alta».

Il crollo del governo nazional-populista ha lasciato sul tavolo un altro disastro: i concorsi per i precari annunciati dall’ex ministro Bussetti sono a rischio. «È sbagliato far pagare a loro questa crisi – sostiene Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil – La caduta del governo Conte rischia di travolgere definitivamente il decreto per la stabilizzazione dei precari della scuola approvato il 6 agosto scorso, ma questo è inaccettabile». I sindacati maggiori della scuola si erano impegnati in una trattativa con Conte e Bussetti anche su questo capitolo, rinunciando a convocare uno sciopero generale. Il totale dei posti disponibili per i docenti è di 58.627 mentre la richiesta di insegnanti autorizzata da Bussetti è pari a 53.637 unità. Sono molti i posti da docente che non verranno coperti con nomine in ruolo per mancanza di aspiranti in graduatoria: per la Cisl Scuola, sono 23 mila.

A inizio agosto il decreto era stato approvato dal Consiglio dei Ministri con la formula «salvo intese», cioè con la clausola che il provvedimento venisse successivamente sottoscritto da tutti i Ministri. I Cinque Stelle erano contrari. Per loro è una «sanatoria». Favorevole era invece la Lega. Risultato: non se ne farà niente fino alla composizione del prossimo governo. Sempre che ce ne sia uno. Per il momento: nessun concorso riservato, né i Pas, fino a nuovo ordine. Ci saranno enormi problemi anche sul fronte del sostegno. Quasi tutte le circa 14 mila cattedre destinate al ruolo andranno in supplenza a precari non specializzati. A questi numeri, sostiene Marcello Pacifico dell’Anief, si aggiungono anche i contratti per le supplenze brevi e saltuarie. Per coprire queste esigenze il Miur ha speso circa 900 milioni. Per quanto riguarda gli Ata, il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, infine, la disponibilità di posti è di 17 mila posti ma le nomine sono solo 7.646.

La mancata presa di servizio a scuola può portare al licenziamento. Sentenza

da Orizzontescuola

di Avv. Marco Barone

La Cass. civ. Sez. lavoro, Ord., (ud. 14-03-2019) 06-06-2019, n. 15365 tratta un caso che purtroppo si è concluso con il licenziamento di un docente. Il caso trattato riguarda in particolar modo la mancata presa di servizio presso la nuova scuola in cui si è stati assegnati in utilizzo a cui sono seguite altre assenze ritenute ingiustificate

Fatto

Un  docente a tempo indeterminato di scuola secondaria superiore con contratto  part time,  veniva assegnato in utilizzo presso una scuola. In esito a contestazione, l’Ufficio Scolastico di riferimento  dopo avere ascoltato il docente a difesa, intimava nei suoi confronti licenziamento disciplinare con preavviso per assenza ingiustificata dal servizio nei quattro giorni contestati. La Corte territoriale riteneva che la mancata presentazione del docente presso l’Istituto di assegnazione, per svolgere le attività prodromiche all’inizio dell’insegnamento, quali la presa di contatto con il dirigente e la verifica degli orari di lavoro e dei consigli di classe fissati, integrasse l’assenza contestata in via disciplinare, mentre era irrilevante che egli avesse già prima assunto servizio, per il medesimo anno scolastico, presso l’Istituto di precedente assegnazione.

Il lavoratore faceva presente tra i vari aspetti che  la Corte avrebbe avallato l’assunto del Tribunale secondo cui la sanzione deriverebbe dalla mancata presa di contatto con la scuola di destinazione, più che per un’assenza ingiustificata, ma ciò senza considerare come allo stesso non fosse stato mai comunicato quali sarebbero stati i giorni in cui avrebbe dovuto prestare servizio in quella settimana;da altra angolazione il ricorrente sostiene che, dovendosi valutare la concreta portata dell’illecito disciplinare anche quando per esso sia la legge a fissare una data sanzione, nel caso di specie avrebbe dovuto considerarsi il fatto che fosse mancata ogni previa diffida o indicazione dei giorni in cui svolgere la prestazione da parte della scuola.

La mancata presa di servizio determina assenza ingiustificata

“premesso che il ricorrente era già in servizio come docente  presso l’Amministrazione Scolastica fin dall’anno scolastico precedente, è evidente che la mancata presentazione presso l’Istituto scolastico ove egli era stato assegnato per il successivo anno, per quanto anch’essa indicata dalle parti come presa di servizio, abbia la consistenza propria dell’assenza, in esito al disposto trasferimento di sede di lavoro, come in effetti infine affermato nell’atto di licenziamento quale riportato nello stesso ricorso per cassazione; è poi immune da censure di diritto, oltre che di assoluta evidenza, l’affermazione della Corte territoriale secondo cui il docente  era tenuto a presentarsi presso la nuova scuola alla quale era stato destinato, senza necessità che fosse quest’ultima a dovergli previamente comunicare i giorni di insegnamento”.

Deve essere il lavoratore a mettersi a disposizione della scuola

“è infatti palese che spetta al lavoratore mettersi a disposizione sul luogo di lavoro fin dal primo giorno in cui egli risulti ivi destinato e che non sia il datore di lavoro, dopo che già vi fosse stata formale fissazione della data di trasferimento, come non risulta controverso che fosse, a dover previamente comunicare all’insegnante i giorni di insegnamento stabiliti dall’orario scolastico;

da quanto precede discende pianamente l’infondatezza anche dell’assunto secondo cui il regime part time impedirebbe di imputare ad assenza tutti i quattro giorni successivi al primo in cui il ricorrente avrebbe dovuto presentarsi alla scuola; infatti, la mancata presentazione alla scuola, impedendo per fatto del dipendente lo svolgimento delle attività di ingresso nel nuovo istituto scolastico, si traduce in assenza, che si protrae poi per tutti i giorni successivi fino a quando non sia posta in essere la condotta precedentemente inadempiuta e dunque vi sia presentazione al servizio presso la scuola, sicchè è corretto che quei giorni siano stati tutti computati a carico del lavoratore”.

Assunzione neo dirigenti scolastici, sindacati chiedono incontro al Miur su gestione rinunce

da Orizzontescuola

di redazione

Rinunce concorso dirigenti scolastici: sindacati chiedono incontro al Miur.

Gestione rinunce

Come indicato nella nota Miur dell’08 agosto 2019, la rinuncia ha come conseguenza il depennamento dalla graduatoria nazionale, in ottemperanza a quanto previsto dall’art. 15 del D.D.G. 1259/2017.

Gli USR dovranno comunicare al Miur i nominativi dei Dirigenti rinunciatari entro il 26 agosto. 

Ad oggi non si sa come avverrà la gestione delle rinunce. I posti lasciati liberi andranno in reggenza? Si scorrerà la graduatoria?

Richiesta sindacati

Le organizzazioni sindacali Flc Cgil, Cisl, Uil e Snals hanno chiesto un incontro al Miur per la quantificazione delle rinunce all’assunzione e per sapere quali decisione prenderà l’amministrazione in merito.

Il testo della richiesta:

Oggetto: Richiesta informativa

Le scriventi OO.SS. chiedonola convocazione urgente di un incontro di informativa circa la quantificazione delle rinunce all’assunzione, prodotte dai vincitori del Concorso finalizzato al reclutamento di dirigenti scolastici. Chiedono inoltre di essere informate sulle conseguenti determinazioni che l’Amministrazione intende assumere.In attesa di un cortese riscontro, inviano distinti saluti

Il testo della richiesta in PDF

Elenco sedi assegnate

Concorso DSGA, prova scritta: come e quando si svolgerà, valutazione e durata. Tutte le info

da Orizzontescuola

di redazione

Concorso DSGA: quando si conoscerà data prova scritta; articolazione, durata, contenuti e valutazione della stessa.

Prova scritta: comunicazione data

Secondo quanto indicato nell’art. 13 del Decreto Dipartimentale prot. n. 2015 del 20 dicembre 2018, con Avviso da pubblicarsi sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 4ª Serie Speciale, Concorsi ed Esami, sul sito internet del Ministero, e sul sito degli USR, saranno resi noti la modalità, il luogo, la data e l’ora di svolgimento delle prove scritte.

Le prove dovrebbe svolgersi non prima del mese di ottobre.

Quanto all’elenco delle sedi delle prove scritte, individuate dagli USR, l’esatta ubicazione, l’indicazione della destinazione dei candidati distribuiti in ordine alfabetico e le ulteriori istruzioni operative, saranno comunicate almeno 15 giorni prima della data di svolgimento delle prove tramite avviso pubblicato sul sito internet del Ministero e dell’USR competente.

Prove scritte

I candidati dovranno svolgere due prove scritte:

  • una prova costituita da sei domande a risposta aperta, volta a verificare la preparazione dei candidati sugli argomenti di cui all’Allegato B del DM 863/2018;
  • una prova teorico-pratica, consistente nella risoluzione di un caso concreto attraverso la redazione di un atto su un argomento di cui all’Allegato B del DM 863/2018.

La prova scritta si svolge nella stessa data in ogni regione nelle sedi individuate dagli USR.

Durata

Ciascuna delle due prove ha una durata pari a 180 minuti, incrementabili per i candidati disabili, per i quali sono previsti tempi aggiuntivi di svolgimento, secondo quanto previsto dall’articolo 20 della legge n. 104/92.

Valutazione

La commissione assegna a tutte e due le prove scritte un punteggio massimo di 30 punti.

Per la prova consistente nelle 6 domande a risposta aperta, la commissione assegna un punteggio da 0 a 5 punti per ciascuna risposta esatta.

Per la prova di carattere  teorico-pratico, la commissione assegna un punteggio da 0 a 30 punti.

La commissione procede prima alla correzione delle sei domande a risposta aperta; nel caso in cui il candidato non raggiunga il punteggio minimo di 21 punti, non procede alla correzione della prova di carattere teorico-pratico.

La prova è superata se si consegue un punteggio di almeno 21/30 in ciascuna delle due prove.

Voto finale

Il voto finale delle due prove:

– è unico

– può essere di 30 punti al massimo

– deriva della media aritmetica dei risultati conseguiti nelle due prove

La prova sarà corretta sulla base di una griglia elaborata dal comitato tecnico-scientifico che predisporrà le prove. La griglia sarà pubblicata sul sito del Miur prima dell’espletamento della prova medesima.

Nodi da sciogliere

Tra i nodi da sciogliere le modalità di svolgimento delle prove: cartacee o al computer? L’Anquap, in merito, aveva avanzato un’apposita richiesta al Miur, riguardante anche il fatto se le due prove si svolgono in uno o due giorni.

L’orientamento del Ministero, come ha riferito la citata Associazione, è quello di optare per la modalità cartacea.

Valutazione scuole, rendicontazione sociale entro dicembre. Tutte le info

da Orizzontescuola

di redazione

Valutazione scuole: rendicontazione sociale entro dicembre.

Riallineamento PTOF-rendicontazione sociale

Con la  nota n. 17832 del 16 ottobre 2018, con la quale sono state fornite indicazioni in merito all’elaborazione del PTOF 2019/22,  il Miur ha inoltre comunicato che, al fine di armonizzare la tempistica del RAV con quella del Piano triennale dell’Offerta Formativa (PTOF), la rendicontazione sociale andava iniziata al termine dell’anno scolastico 2018/19 con l’analisi dei risultati raggiunti in riferimento alle azioni realizzate per il miglioramento degli esiti.

Quanto all’effettivo procedimento di rendicontazione, da realizzare attraverso la “pubblicazione e diffusione dei risultati raggiunti”, lo stesso (procedimento) sarà poi effettuato entro dicembre 2019 secondo le indicazioni che il MIUR fornirà.

Rendicontazione sociale

Le scuole diffondono i risultati ottenuti tramite indicatori e dati comparabili, al fine di mettere in relazione  risultati e obiettivi di miglioramento presenti nel RAV.

La scuole, dal 30 maggio al 31 dicembre 2019, tramite una piattaforma online all’interno del portale del SNV, potranno mettere in evidenza i risultati conseguiti nel triennio, utilizzando indicatori e dati precaricati nelle aree del RAV.

Questa la struttura della rendicontazione:

  1. contesto e risorse
  2. risultati raggiunti
  3. prospettive di sviluppo
  4. altri documenti di rendicontazione

Si tratta di 4 macro-aree, ove le istituzioni scolastiche ritroveranno la descrizione degli elementi inseriti nel RAV, tra i quali individuare quelli da rendicontare.

Il procedimento di rendicontazione sociale, come detto sopra, si concluderà con la “pubblicazione e diffusione dei risultati raggiunti”.

nota del 16 ottobre 2018

Educazione Civica, cos’è previsto per la scuola dell’infanzia

da Orizzontescuola

di redazione

Educazione Civica: materia con voto autonomo nella scuola primaria e secondaria; nella scuola dell’infanzia attività di sensibilizzazione.

L’iter della legge

La legge, che introduce l’educazione civica come materia con voto autonomo, è stata approvata definitivamente dai due rami del Parlamento ed è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

La legge entrerà in vigore il 5 settembre, oltre il termine previsto per l’applicazione della riforma dal 1° settembre 2019, tuttavia si lavora per un’eventuale applicazione già dalla predetta data.

Ed. Civica: scuola primaria e secondaria

L’insegnamento trasversale dell’educazione civica:

  • è attivato nella scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, a partire dal primo settembre successivo all’approvazione della legge;
  • prevede 33 ore annuali (un’ora a settimana) da ricavare nell’ambito dell’attuale monte ore obbligatorio previsto dagli ordinamenti vigenti;
  • è impartito, anche in contitolarità, da docenti della classe nella scuola secondaria di primo grado; da docenti abilitati nell’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche nella scuola secondaria di secondaria grado, se disponibili nell’organico dell’autonomia ;
  • sarà valutata in decimi, in seguito alla proposta della nuova figura del coordinatore, che la formulerà acquisendo elementi conoscitivi dagli altri docenti interessati dall’insegnamento.

Ed. civica: scuola dell’infanzia

Nella scuola dell’infanzia saranno avviate iniziative di sensibilizzazione al tema della cittadinanza responsabile.

L’articolo 4 del testo di legge, inoltre, prevede che gli studenti devono avvicinarsi ai contenuti della Carta costituzionale già a partire dalla scuola dell’infanzia.

Lunedì 2 settembre, anno nuovo ed è subito sciopero

da La Tecnica della Scuola

Inizia l’anno scolastico ed è subito sciopero: a proclamarlo, per l’intera giornata di lunedì 2 settembre, è stato il sindacato Anquap, Associazione Nazionale Quadri delle Amministrazioni Pubbliche, che ha volutamente chiedere ad una parte dei lavoratori del personale Ata di astenersi dal servizio in occasione del primo giorno effettivo di lavoro dell’a.s. 2019/2020.

È solo l’inizio

Nella stessa giornata, è stata anche fissata una manifestazione pubblica in Viale Trastevere, nei pressi del ministero dell’Istruzione.

Lo sciopero, ha annunciato l’Anquap, è solo l’inizio della protesta: è stata infatti indetta anche la sospensione di qualsiasi prestazione eccedente l’orario d’obbligo per tutto il mese di settembre.

Lo sciopero, riporta il Miur, è un’azione a cui il sindacato è ricorso dopo l’esito negativo della procedura di raffreddamento e conciliazione che si è svolta presso il ministero del Lavoro, non riguarda tutto il personale della scuola: sono coinvolti i Direttori dei servizi generali e amministrativi, anche facenti funzione, e tutti gli assistenti amministrativi delle istituzioni scolastiche ed Educative

I motivi dello sciopero

Come già annunciato dalla Tecnica della Scuola, la proclamazione dello sciopero avviene per una serie di motivazioni, qui di seguito esposte, riconducibili a problemi sul fronte degli organici, degli stipendi, dei profili professionali e dello stanziamento di fondi:

  1. l’urgenza di provvedere alla copertura, dal 1° settembre 2019 di 2.907 posti di Direttore SGA vacanti e disponibili. È indispensabile un intervento immediato per stabilizzare i DSGA facenti funzioni: quegli Assistenti Amministrativi che nel corso di quasi un ventennio hanno lodevolmente coperto i posti già vacanti e disponibili. È, altresì, doveroso accelerare al massimo la procedura del concorso per reclutare 2.004 DSGA, con l’esigenza di chiarire quanto prima alcuni aspetti operativi riguardanti lo svolgimento delle prove scritte. È, infine, necessario assumere in ruolo dal 1° settembre 2019 gli Assistenti Amministrativi ancora presenti nelle graduatorie provinciali definitive della procedura selettiva per il passaggio dall’area B all’area D, svoltasi nel 2010 (CCNI 3/12/2009, D.D. n. 979 del 28/1/2010 e D.M. 17/2012), nonché quanti risultano ancora presenti nelle graduatorie degli ex Coordinatori e Responsabili Amministrativi ancora vigenti. La scelta compiuta con il D.M. 725 del 7/8/2019 di accantonare tutti i posti dei Direttori SGA (760 unità) derivanti da cessazioni dal servizio, con decorrenza 1° settembre 2019, è assurda e incomprensibile;
  2. la necessità di una corretta definizione dell’organico dei Direttori SGA, superando la vigente regola sulle scuole sottodimensionate (quelle sotto i 600 alunni o sino a 400 in particolari situazioni) ove non è possibile applicare in via esclusiva un Direttore SGA (ed anche un Dirigente scolastico). Tutte le istituzioni scolastiche sono dotate di personalità giuridica e autonomia funzionale e tutte, indistintamente, esercitano le funzioni attribuite dall’art. 14 DPR 275/99. Ne consegue che il gravame lavorativo è sostanzialmente identico e non è certo il numero degli alunni a determinarne la differenza;
  3. la mancata corresponsione dell’indennità mensile ai Direttori SGA che lavorano in due scuole. Il CCNL del 10/11/2014, che ha stabilito l’indennità mensile per gli aa.ss. 2012/2013, 2013/2014 e 2014/2015, è stato prorogato dall’art. 39 del CCNL 19/4/2018, ma a tutt’oggi l’indennità in questione non è stata corrisposta agli aventi titolo (diverse centinaia di persone) relativamente agli aa.ss. 2015/2016, 2016/2017, 2017/2018 ed anche a quello corrente (a.s. 2018/2019). In alcuni casi le RTS (dipendenti dal MEF) si sono rifiutate di corrispondere anche l’indennità relativa all’a.s. 2014/2015, ancorché coperto dal CCNL del novembre 2014. Sull’argomento l’Anquap ha depositato tre ricorsi presso i Tribunali di Milano, Napoli e Roma;
  4. l’esigenza di rivedere l’organico complessivo del personale ATA sulla base dei fabbisogni effettivi, con recupero (anche parziale) delle riduzioni operate dal 2009 e dal 2015: 44.500 unità ridotte nel triennio 2009/2011 (D.L. 112/2008) ed altre 2.020 unità ridotte dal 1° settembre 2015 (Legge di stabilità 2015), per un totale di 46.520 unità. Nel contesto della revisione vale quanto già esposto al punto 2 e vanno prese in considerazione le ipotesi di aumentare il numero degli Assistenti Amministrativi, nonché quella di introdurre il profilo professionale degli Assistenti Tecnici anche nelle scuole del primo ciclo (la didattica laboratoriale si svolge in ogni ordine e grado di scuole e la presenza di profili tecnici è diventata indispensabile in ogni istituzione scolastica);
  5. l’urgenza di rivedere l’intera procedura di reclutamento a tempo indeterminato e determinato di tutto il personale ATA, poiché la vigente disciplina presenta vuoti preoccupanti ed è sostanzialmente ancora quella “arcaica” del DPR 420/74. Addirittura emergenziale si sta rilevando la vicenda della sostituzione dei Direttori SGA, a causa di un incomprensibile vuoto legislativo e regolamentare, nonché di una inadeguata normazione contrattuale;
  6. la necessità urgente di portare a compimento la reinternalizzazione dei servizi di pulizia e sorveglianza, prevista dalla Legge di Bilancio 2019, con decorrenza 1° gennaio 2020. Di questo passo, con la procedura non ancora attivata, sarà impossibile rispettare la data indicata;
  7. la rivisitazione del sistema di classificazione e di tutti i profili professionali del personale ATA, con particolare riferimento a quelli del Direttore SGA, degli Assistenti Amministrativi e Tecnici. Una rivisitazione resa inevitabile dai nuovi e più complessi compiti e dai maggiori carichi di lavoro anche derivanti dalla L. 107/2015. Nel rivisitare il sistema di classificazione e i profili professionali sarebbe doveroso istituire la categoria dei quadri per i Direttori SGA, o introdurre quella (già presente in alcuni settori) delle alte/elevate professionalità;
  8. lo stanziamento di apposite risorse finanziarie per il corretto riconoscimento economico delle funzioni effettivamente svolte dai Direttori SGA e dagli Assistenti Amministrativi. Si può agire sul trattamento economico fondamentale, ma anche su quello accessorio o attraverso dei bonus formativi e premiali (come già avvenuto per i docenti). Il recente CCNL del 19/4/2018 non ha determinato adeguati riconoscimenti economici per nessun profilo professionale del personale ATA, definendo per i Direttori SGA un aumento della quota base dell’indennità di direzione (€ 6,50 mensili) assolutamente mortificante e addirittura inferiore a quanto riconosciuto con il compenso individuale accessorio a profili professionali di aree inferiori (€ 9,20 per gli Assistenti Amministrativi e Tecnici ed € 8,40 per i collaboratori scolastici). La recente costituzione del Comparto Istruzione e Ricerca – che vede insieme i settori della Scuola, di Accademie e Conservatori, di Università e degli Enti Pubblici di Ricerca – ha reso evidente le disparità di trattamento economico fra categorie che svolgono sostanzialmente un identico lavoro (vedi, ad esempio, il rapporto tra Direttori SGA delle scuole e Direttori Amministrativi di Accademie e Conservatori). La perequazione retributiva sarebbe un atto di elementare giustizia. Peraltro, la sottoscrizione definitiva del CCNL dell’Area Istruzione e Ricerca (avvenuta l’8/7/2019) aumenta il divario tra il trattamento economico dei Dirigenti e quello dei Direttori SGA: non è troppo quello dei Dirigenti ma troppo poco quello dei Direttori;
  9. il ritardo assolutamente ingiustificato nell’erogazione alle scuole dei fondi per il miglioramento dell’offerta formativa, che a tutt’oggi non consente il pagamento delle prestazioni aggiuntive del personale docente e ATA e dell’indennità di direzione ai Direttori SGA e loro sostituti.

Rendicontazione sociale delle scuole, tutte quello che c’è da sapere

da La Tecnica della Scuola

Una volta concluso il ciclo di autovalutazione, tutte le scuole sono chiamate a rendere conto al territorio dei risultati che hanno raggiunto in rapporto alle priorità e ai relativi traguardi di miglioramento individuati e rispetto alle risorse su cui hanno potuto contare.

Il DPR 80 del 28/03/2013 prevede una regolamentazione del Sistema Nazionale di Valutazione che, al fine di migliorare la qualità dell’offerta formativa e degli apprendimenti, che ha il compito di valutare l’efficienza e l’efficacia del sistema educativo di istruzione e formazione.

Le istituzioni scolastiche (statali e paritarie) sono state chiamate dal 2015 a sviluppare un’attività di analisi e di valutazione interna partendo da dati ed informazioni secondo il percorso delineato dal Rapporto di autovalutazione (RAV), elaborato on line attraverso una piattaforma operativa unitaria.

Il RAV è quindi strutturato in quattro grandi aree:

Area Descrittiva: viene descritto il contesto territoriale in cui la scuola è inserita e le risorse in esso presenti;
Area Valutativa: con riguardo sia agli esiti riportati dagli studenti che alle pratiche educativo-didattiche ed organizzativo-gestionali;
Area Riflessiva: con oggetto il processo stesso di autovalutazione;
Area Proattiva: orientata alla definizione delle priorità per migliorare gli esiti

La piattaforma per la rendicontazione sociale rimarrà aperta fino al 31 dicembre 2019 e ciò darà alle scuole il tempo per familiarizzarsi con la struttura, intraprendere eventualmente percorsi informativo-formativi sulla predisposizione del documento e coinvolgere la comunità scolastica nel suo complesso.

Ma cosa dovrà necessariamente rendicontare una scuola? E cosa sarà invece estremamente utile che rendiconti in risposta alle quattro tipologie di voci previste nell’apposita piattaforma? E come fare della rendicontazione sociale un’opportunità effettiva di comunicazione con il territorio di riferimento e per sfruttarne al meglio il capitale sociale, coinvolgendo nel contempo la comunità scolastica nella sua elaborazione?

Senza dubbio, fra gli obiettivi, bisogna prestare attenzione a definire le linee fondamentali per una rendicontazione sociale funzionale ad alcuni importanti obiettivi della scuola, in termini di condivisione di dati, informazioni, direttrici e prospettive di crescita all’interno della comunità scolastica, disseminazione e documentazione di buone pratiche, comunicazione col territorio, consolidamento o ridefinizione dell’identità culturale della scuola all’interno del suo contesto di riferimento.

Bisogna anche individuare modalità di interpretazione e valorizzazione di aspetti importanti, ma a volte rilevabili solo sottotraccia, delle risorse contestuali e del funzionamento dell’istituzione scolastica da inserire nel RAV e da comunicare al territorio

Educazione civica, i contenuti del programma da seguire

da La Tecnica della Scuola

Abbiamo riportato la notizia della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del testo definitivo della legge n. 92 Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”.

Educazione civica: perplessità per l’entrata in vigore

Nel primo e nel secondo ciclo di istruzione, per un numero di ore annue non inferiore a 33, quindi 1 ora a settimana, da svolgersi nell’ambito del monte orario obbligatorio previsto dagli ordinamenti vigenti, e l’avvio di iniziative di sensibilizzazione alla cittadinanza responsabile nella scuola dell’infanzia.

Il provvedimento così come riporta la Gazzetta Ufficiale, entrerà formalmente in vigore il prossimo 5 settembre, data che però ha fatto storcere il naso a molti e sorgere perplessità sulla possibilità che la nuova “materia” possa entrare a far parte dei curricoli scolastici già con il 2019/2020.

Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di chiarire, è molto probabile che il Ministero riesca a individuare una soluzione amministrativa: l’ipotesi più probabile, infatti, è che per il 2019/20 le scuole vengano invitate ad aderire ad una sorta di sperimentazione nazionale. Già in passato, per situazioni analoghe, si è fatto ricorso a soluzioni di questo genere.

Educazione civica programma: quali contenuti

In questo articolo ci soffermiamo sui contenuti che dovrà avere il programma di educazione civica a scuola.

L’articolo 3 della legge elenca le tematiche che dovranno far parte dell’educazione civica:

a) Costituzione, istituzioni dello Stato italiano, dell’Unione europea e degli organismi internazionali; storia della bandiera e dell’inno nazionale;

b) Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015;

c) educazione alla cittadinanza digitale;

d) elementi fondamentali di diritto, con particolare
riguardo al diritto del lavoro;

e) educazione ambientale, sviluppo eco-sostenibile e tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari;

f) educazione alla legalità e al contrasto delle mafie;

g) educazione al rispetto e alla valorizzazione del patrimonio culturale e dei beni pubblici comuni;

h) formazione di base in materia di protezione civile.

Inoltre, lo stesso articolo 3 della legge, stabilisce che il Ministero emani apposite linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, anche se non è prevista una scadenza per tale adempimento da parte dell’Amministrazione.

L’articolo 4 ribadisce la necessità di curare in tutti gli ordini di scuola la conoscenza e lo studio della Costituzione: “Gli alunni devono essere introdotti alla conoscenza dei contenuti della Carta costituzionale sia nella scuola dell’infanzia e del primo ciclo, sia in quella del secondo ciclo, per sviluppare competenze ispirate ai valori della responsabilità, della legalità, della partecipazione e della solidarietà.

Interessante anche l’articolo 5, che introduce il “capitolo” della educazione alla cittadinanza digitale: “Nel rispetto dell’autonomia scolastica, l’offerta formativa erogata nell’ambito dell’insegnamento di cui al comma 1 prevede almeno le seguenti abilità e conoscenze digitali essenziali, da sviluppare con gradualità tenendo conto dell’età degli alunni e degli studenti:

a) analizzare, confrontare e valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità delle fonti di dati, informazioni e contenuti digitali;

b) interagire attraverso varie tecnologie digitali e individuare
i mezzi e le forme di comunicazione digitali appropriati per un
determinato contesto;

c) informarsi e partecipare al dibattito pubblico attraverso
l’utilizzo di servizi digitali pubblici e privati; ricercare opportunità di crescita personale e di cittadinanza partecipativa attraverso adeguate tecnologie digitali;

d) conoscere le norme comportamentali da osservare nell’ambito
dell’utilizzo delle tecnologie digitali e dell’interazione in ambienti digitali, adattare le strategie di comunicazione al pubblico specifico ed essere consapevoli della diversità culturale e generazionale negli ambienti digitali;

e) creare e gestire l’identità digitale, essere in grado di proteggere la propria reputazione, gestire e tutelare i dati che si
producono attraverso diversi strumenti digitali, ambienti e servizi,
rispettare i dati e le identità altrui; utilizzare e condividere informazioni personali identificabili proteggendo se stessi e gli
altri;

f) conoscere le politiche sulla tutela della riservatezza applicate dai servizi digitali relativamente all’uso dei dati personali;

g) essere in grado di evitare, usando tecnologie digitali, rischi
per la salute e minacce al proprio benessere fisico e psicologico;
essere in grado di proteggere se’ e gli altri da eventuali pericoli
in ambienti digitali; essere consapevoli di come le tecnologie digitali possono influire sul benessere psicofisico e sull’inclusione sociale, con particolare attenzione ai comportamenti riconducibili al bullismo e al cyberbullismo.

Educazione Civica: pubblicata la legge. Entrerà in vigore il 5 settembre, ma sarà troppo tardi

da Tuttoscuola

La Gazzetta Ufficiale n. 195 del 21 agosto 2019 ha pubblicato il testo della legge sulla nuova educazione civica, precisando che entrerà in vigore il 5 settembre, cioè dopo quel 1° settembre che la stessa legge ha previsto come decorrenza di entrata in vigore in tutte le scuole del suo insegnamento obbligatorio per un’ora a settimana, valutabile con voto in decimi come le altre discipline di studio.

Troppo tardi: il 1° settembre utile sarà quello dell’anno prossimo.

Ma il primo firmatario della legge, il deputato leghista Massimiliano Capitanio, non si dà per vinto e ritiene che con uno specifico decreto il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, possa consentirne l’applicazione già per quest’anno scolastico come sperimentazione.

Francamente tutto questo ci sembra improbabile, anche perché Bussetti, ministro di un Governo dimissionato e autorizzato soltanto a gestire l’ordinaria amministrazione, in attesa che si risolva la crisi, non ha certamente i poteri per firmare un decreto che per sua natura, la sperimentazione, non può essere compreso nella attività ordinaria dell’amministrazione.

Decremento popolazione quasi irreversibile: colpiti soprattutto i servizi all’Infanzia. Meno residenti al Nord

da Tuttoscuola

I dati della popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2019, pubblicati alcuni giorni fa dall’Istat, consentono interessanti considerazioni, soprattutto se confrontati con quelli dell’anno precedente, in riferimento anche alle situazioni territoriali. Complessivamente i residenti nati nel 2018 e rilevati al 1° gennaio 2019 (con esclusione di quelli della Val d’Aosta e del Trentino Alto Adige) sono stati 427.751 di cui 62.935 con cittadinanza non italiana, 1 su 7. Rispetto ai nati e residenti nel 2017 e rilevati al 1° gennaio 2018 sono stati 17.705 in meno, di cui 15.212 italiani e 2.493 stranieri. Il decremento di popolazione, in atto ormai da quasi un decennio, sembra quasi irreversibile e, ancora una volta interesserà prima di tutto i servizi dell’infanzia (nidi e scuole), poi la scuola primaria e, a seguire, la scuola secondaria di I e di II grado.

Quasi un terzo di quel decremento annuo si è registrato nelle regioni del Nord Ovest con 5.702 presenze in meno (- 32,2%). In valori assoluti il decremento maggiore si è registrato in Lombardia (- 3.351 residenti in meno), seguita dal Piemonte (- 1.716), Lazio (- 1.287), Veneto (- 1.226) e Toscana (- 1.187).

In quei territori, più che altrove, nei prossimi anni si registrerà un ulteriore calo di alunni che potrà determinare – in base alla politica finanziaria del momento – una flessione del numero di classi con risparmio di organico del personale oppure uno sfoltimento delle classi che potrebbero avere, conseguentemente, un numero inferiore di alunni.

A concorrere alla flessione del Nord Ovest sono stati anche gli stranieri con 1.254 unità in meno, pari ad oltre il 50% dei 2.493 registrati complessivamente tra il 2017 e il 2018.

La flessione della presenza dei residenti stranieri è stata una caratteristica soprattutto delle regioni settentrionali, in ragione anche del fatto che in quei territori vi è la massima concentrazione di persone con cittadinanza non italiana.

In Lombardia 867 stranieri in meno tra il 2017 e il 2018 corrispondono ad una flessione del 34,8%, nel Lazio 440 in meno valgono una flessione del 17,6%, in Piemonte del 13,2%, nel Veneto dell’11,8%.

Peraltro al Nord la flessione degli stranieri è risultata molto contenuta in Liguria (57 in meno, pari a – 2,3%) e in Emilia Romagna (64 in meno, pari a – 2,6%).

La minor presenza di alunni stranieri modificherà prossimamente la configurazione delle classi, incidendo forse sulla qualità organizzativa.

Decreto del Presidente della Repubblica 23 agosto 2019

Autorizzazione al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, per l’anno scolastico 2019/2020, sui posti effettivamente vacanti e disponibili, alla nomina in ruolo di n. 53.627 unità di personale docente, n. 2.117 dirigenti scolastici, n. 7.646 unità di personale ATA, nonchè alla trasformazione a tempo pieno di contratti a tempo parziale per n. 226 unità di medesimo personale, corrispondente a 113 posti interi, e n. 355 unità di personale educativo. (19A06136)
(GU Serie Generale n.234 del 05-10-2019)