Il futuro della scuola e dei dirigenti

Il complicato intreccio tra il futuro della scuola e quello dei dirigenti

di Stefano Stefanel

Nessuno possiede la sfera di cristallo per prevedere dove realmente vanno la scuola italiana e la sua dirigenza e neppure per prevedere se riusciranno ad andare nella stessa direzione. Ci sono però dei segnali che mostrano alcuni dati problematici che – messi insieme – possono far intravedere un intreccio difficile per il futuro della scuola italiana e per quello della sua dirigenza. Il futuro della scuola italiana ha un unico obiettivo possibile: migliorare le competenze, gli apprendimenti e i risultati dei propri studenti; altri obiettivi di sistema non possono esserci e nulla di legato espressamente all’efficienza può sovrastare la necessità di una scuola che formi i suoi studenti nel modo migliore. Poiché da anni ormai al vertice del sistema c’è un Ministero sempre alle prese con nuove riforme o modifiche di riforme non concluse o solo annunciate, alla fine sono i dirigenti scolastici che devono tenere le fila di una scuola ormai organizzata attraverso singoli sistemi locali non sempre connessi realmente e sostanzialmente con il sistema nazionale. Il posizionamento della dirigenza scolastica dentro questa enorme complessità è molto squilibrato, con differenze enormi sia di esiti di che di azioni nelle varie parti d’Italia. Diventa dunque essenziale cercare di valutare la complessità del presente da vari punti di vista, per comprendere se il futuro professionale della dirigenza coincida realmente con quel futuro che le scuole italiane sempre dichiarano (lo studente al centro), ma troppo spesso non riescono a realizzare.

​Ci sono alcuni elementi oggettivi che hanno spostato il lavoro del dirigente scolastico da quelli che sono gli obiettivi didattici e formativi del sistema verso elementi di pura e semplice efficienza in campi che dovrebbero spettare ad altri e che invece ricadono sulla professionalità ordinaria della professione dirigenziale. Ne cito solo tre che stanno diventando ogni giorno più complessi e di difficile governo: la sicurezza, la tutela della privacy, la gestione contabile e amministrativa. Non mi addentro in queste tre questioni molto delicate, che richiederebbero nelle scuole personale specializzato e che invece pretendono dal dirigente scolastico una specializzazione che non ha, dovendo poi appoggiarsi a supporti che spesso non sono all’altezza del compito. D’altronde sia l’RSPP (sicurezza), sia il DPO (privacy), sia il DSGA (amministrazione) alla fine non rispondono praticamente di nulla a fronte di un dirigente scolastico che invece risponde di tutto. Questa anomalia italiana non pare aver alcuna possibilità di essere a breve riassorbita e dunque la professione tende a concentrarsi soprattutto su questi problemi. Tant’è che moltissimi dirigenti scolastici (spesso di recentissima nomina) misurano la propria riuscita in rapporto a obiettivi, compiti e risultati solo ed esclusivamente in funzione dell’espletamento degli adempimenti collegati al lato amministrativo della professione. Una rapidissima ricognizione dice che tutti i dirigenti scolastici redigono piani per la tutela della sicurezza e della privacy, approvano programmi annuali e conti consuntivi, stipulano contratti con i sindacati e con i fornitori. Inoltre tutte le scuole italiane svolgono attività didattica per oltre 200 giorni, tutte le scuole italiane fanno gli esami, tutte le scuole italiane svolgono le attività burocratiche e amministrative necessarie al sistema per andare avanti e al contempo garantiscono l’erogazione del servizio scolastico. Poiché dunque tutto avviene come deve avvenire potremmo anche dire che interrogarsi sul futuro della scuola è un esercizio futile (“il futuro sarà come il passato”) e interrogarsi su quello della dirigenza ancora più futile (“il futuro sarà come il passato: le scuole apriranno e chiuderanno per tempo”). 

MA FORSE C’E’ DELL’ALTRO

​Nel dubbio che ci sia anche dell’altro andrei a vedere se effettivamente il sistema scolastico italiano risponde alle esigenze della società e raggiunge gli obiettivi cui dovrebbe tendere: leggendo quando si scrive in giro ed ascoltando quello che si sente dire, parrebbe di no, visto che si ragiona sempre più spesso su temi come la lotta alla dispersione scolastica (che pare vada maluccio visto che abbiamo una delle più alte dispersioni dell’area Ocse), la bassa competenza di comprensione di una larga fascia di studenti italiana (“scatenando” una tifoseria sempre attiva a favore di bocciature, poesie e tabelline a memoria, ironia sulle competenze, richiamo alla bella scuola di un tempo, e cose di questo genere), la difficoltà dei giovani italiani a trovare lavoro stabile (con richiami alla scuola a fare di più per un rapporto organico col mondo del lavoro e osteggiando allo stesso tempo l’alternanza scuola-lavoro), l’aumento dei NEET cioè dei giovani dai 17 ai 25 che non studiano e non lavorano e che in Italia sono quasi un milione, la difficoltà a gestire troppi studenti in grande difficoltà anche comportamentale, il problematico rapporto tra gli studenti e le dipendenze (dal web , dalle droghe, dall’alcool). Diciamo che mi fermo qui, dopo aver citato solo gli argomenti più eclatanti di cui si sta occupando l’opinione pubblica di questi tempi, spesso con debole competenza didattica ed educativa.

​Se si mettono insieme però la tendenza dirigenziale a gestire le scuole come enormi strutture amministrative, in cui la parte didattica ha una sua funzione residuale spesso non presidiata e le difficoltà a raggiungere gli obiettivi propri di qualunque sistema scolastico e cioè il miglioramento degli apprendimenti, allora forse è possibile intravedere un pericolo all’orizzonte e cioè che il dirigente scolastico abbandoni qualunque consistente intervento sulla parte didattica e si limiti ad amministrare l’efficienza che riesce a dare al suo istituto. Se manca nel progetto scolastico la funzione didattica della sua dirigenza apicale non è chiaro da dove possa provenire quel miglioramento che tutti ritengono necessario per rispondere ai problemi che sopra ho indicato.

​Chi lavora nella scuola ed ha come scopo il miglioramento degli studenti vede con chiarezza che certe pratiche del passato non hanno più presa, che un’idea enciclopedica di sapere trasmesso difetta proprio degli elementi necessari alla trasmissione, che le conoscenze scolastiche spesso non sono spendibili con successo né all’Università, né nel mondo del lavoro. Il Ministero questo pare saperlo bene in quanto ha strutturato tutto il meccanismo rendicontativo verso un’idea di miglioramento attuabile attraverso piani di istituto e non di area e non nazionali. L’impostazione fortemente didattica dell’input ministeriale non coincide con quella totalmente amministrativista e tesa agli adempimenti dello Stato (che spesso non ragiona come il suo Ministero: vedi la sicurezza, la privacy, il ruolo dei revisori dei conti). Sempre più spesso alle scuole arrivano finanziamenti ( Formazione, Pon, Piano Nazionale Scuola Digitale, Progetti, ecc.) di difficile gestione per le difficoltà che lo Stato introduce nella gestione dei fondi che ha erogato. E, infatti, il mestiere del dirigente scolastico è anche quello di riuscire a spendere fondi che la burocrazia sembra non voler far spendere e che trovano troppi ostacoli da parte di chi dovrebbe invece essere di supporto (uffici scolastici decentrati, revisori dei conti, procedure inventate dallo Stato stesso che sembrano costruite per non far raggiungere lo scopo, segreterie scolastiche, ecc.).

​Dentro questo presente che non fa presagire un grande futuro ci sta una dirigenza scolastica che deve decidere da che parte vuole andare e da che parte vuole orientare la propria scuola, al di là degli adempimenti che tutti poi alla fine riusciamo a portare fino in fondo. 

CURRICOLI E DIDATTICA PER COMPETENZE

​Poiché esiste un evidente oscurantismo didattico e culturale che si sta facendo facile strada nell’opinione pubblica, ma che conta anche molte “quinte colonne” nelle scuole, credo sia compito della dirigenza scolastica italiana osservare con attenzione uno dei problemi più gravi del sistema didattico e formativo italiano: tutti i documenti ministeriali (Indicazioni nazionali per il primo ciclo e per i licei, Linee guida per gli istituti tecnici e professionali, Esame di stato conclusivo del secondo ciclo, normativa sugli studenti H, DSA e BES, lotta alla dispersione scolastica, ecc.) individuano nel Curricolo d’Istituto, nella Didattica per competenze e nella Progettualità collegata agli esiti gli elementi portanti di un sistema scolastico che deve rispondere a dispersione scolastica, classi difficili, inserimento di soggetti problematici, inserimento di alunni stranieri, personalizzazione dei percorsi e degli apprendimenti, esisti a distanza, ecc. Su tutto questo viene fatta molta formazione, tutta la struttura della rendicontazione sociale ha fatto leva su questi elementi, i richiami ministeriali sono continui e indicano una chiara direzione da prendere, che vada oltre il tentativo, privo di possibilità di riuscita, di trasferire sapere e contenuti attraverso una didattica solo trasmissiva e frontale. 

Ma allora se le necessità sono quelle di combattere i gravi problemi della scuola e la metodologia non può essere che quella che organizza una didattica attorno ad un curricolo d’istituto come accade che la scuola italiana continui a scivolare indietro nelle rilevazioni internazionali e una parte notevole del Paese sia sotto una soglia culturale accettabile? Perché si fa tanta formazione sul curricolo e sulle competenze e poi si continua ad insegnare programmi e a valutare su conoscenze mnemoniche? Io credo che in questo passaggio cruciale si determini il rapporto tra il futuro della scuola italiana e quello della sua dirigenza. Poiché il sistema scolastico non è governabile dal centro, che ormai ha solo una “centralità” burocratica e amministrativa spesso di ostacolo, è necessario che sia governato dal basso. E dal basso lo possono governare solo i dirigenti scolastici. Il taglio didattico e formativo della scuola passa attraverso l’organizzazione della stessa e sarà comunque una decisione del dirigente scolastico se i collaboratori, i referenti, i capi dipartimento, i progettisti hanno funzioni amministrative o didattico-formative. Le figure di sistema, gli staff, i referenti di area o di progetto o di dipartimento si occupano di adempimenti e burocrazia o presidiano l’area didattica, la monitorano, verificano i meccanismi valutativi e di recupero, costruiscono un sistema di relazioni formative e professionali a favore di una didattica inclusiva e per competenze?

​La domanda dunque riguardo al futuro della scuola e della sua dirigenza è che cosa si vuole realmente presidiare, su quali processi si intende intervenire: la questione del curricolo non è banale perché il curricolo e la sua redazione “locale” hanno due grandi nemici molto potenti e cioè le case editrici, che vogliono continuare a sfornare manuali cartacei tradizionali che per loro stessa natura collidono con l’idea di curricolo, e i sindacati che hanno perfettamente compreso come dietro una gestione curricolare della didattica diventa necessaria una flessibilità oraria e gestionale che non ha nulla a che vedere con classi di concorso, orari rigidi, adempimenti formali e ripetitivi. L’idea che alla base della professione docente (e dirigenziale) vi sia una forte formazione viene costantemente ostacolata dall’idea che sia la “sanatoria”delle proprie esperienze a rendere un docente preparato. La mancanza di percorsi formativi lunghi e prodromici ha reso anche la dirigenza scolastica una pratica esperienziale, dove spesso la riflessione e la formazione si fanno solo se non di hanno altri problemi da affrontare. 

​Questo mancato presidio della didattica è molto evidente davanti ai monolitici e marmorei curricoli delle scuole, redatti con coscienziosità dopo formazioni impegnative e di alto livello, ma che poi vanno a sbattere contro la serialità del libro di testo e la prevalenza dell’adempimento sul progetto scolastico. Poiché il sistema non riesce a governarsi dal centro a questo punto bisognerebbe fare in modo che il futuro della scuola italiana e quello della dirigenza scolastica vadano nella stessa direzione per un miglioramento non solo dichiarato e progettato, ma anche realizzato

L’agenda del Dirigente scolastico

L’agenda del Dirigente scolastico

di Andrea Mesoraca

Che cos’è?

E’ un’applicazione realizzata con Web2py (Programma per costruire applicazioni Web in Python, gratuito e open source, creato da Massimo Di Pierro).

Cosa fa?

E’ responsabilità del dirigente scolastico perseguire il miglioramento scolastico attraverso linee di intervento che si traducono in azioni che compie quotidianamente. L’applicazione aiuta a riflettere e a comprendere le conseguenze che le varie azioni hanno sui processi, sulle priorità e sugli obiettivi.

Come?

Classifica le azioni delle istituzioni scolastiche sia in funzione del tempo sia in funzione delle seguenti tipologie di interventi:

  • Processi educativi didattici;
  • Processi gestionali e organizzativi;
  • Obiettivi del dirigente;
  • Priorità;
  • Obiettivi di processo

Guida all’installazione

Scaricare il file dell’applicazione al seguente link:
L’agenda del dirigente scolastico

Dopo il download decomprimere il file

Istruzioni d’avvio

Aprire la cartella “web2py.app.Dashboard”, poi la cartella “web2py”

Un doppio click sul file “Web2py.exe”:

Si apre la console di Windows

Si apre un’altra finestra

Scegliere ed inserire una password

Il fumo di Bertolt Brecht

Il fumo di Bertolt Brecht

di Adriana Rumbolo

La piccola casa sotto gli alberi sul lago.
Dal tetto sale il fumo.
Se mancasse
Quanto sarebbero desolati
La casa, gli alberi, il lago!

Bertolt Brecht

In una seconda di un Liceo Artistico i ragazzi,forse più le ragazze mi chiesero con insistenza di proporgli un test.

Non mi sforzai tanto e proposi il disegno di una casetta qualunque.

Mi guardarono sorpresi:si aspettavano qualcosa che si riferisse all’inconscio. (quasi tutto si riferisce all’inconscio soprattutto ciò che non suscita un sospetto).

Comunque si misero al lavoro e dopo circa venti minuti mi consegnarono i disegni.

Gli spiegai che da una casetta non esce fumo quando il fuoco è spento e nel test poteva signifcare che l’amore era spento.

Allora mi sorpresi io perchè poche casette avevano il comignolo e dai tetti non filava nessun fil di fumo.

Aggiunsi che i test sono indicativi, non diamogli eccessiva importanza.

Ma una grande tristezza gravò sulla classe.

Allarme scuola, in Italia 600 mila giovani non finiscono gli studi

da la Repubblica

L’allarme ‘descolarizzazione’ risuona da anni e i numeri non consentono che cessi. Se nel 2018 sono stati circa 62.000 i ‘cervelli in fuga’ che hanno lasciato l’Italia per andare all’ estero, per contro, 598.000 giovani tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato precocemente la scuola. E’ quanto rileva l’ufficio studi della Cgia di Mestre secondo la quale, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una contrazione del fenomeno, un alto numero di giovani continua a lasciare prematuramente la scuola, anche dell’obbligo, concorrendo ad aumentare la disoccupazione giovanile, il rischio povertà ed esclusione sociale. Una persona che non ha un livello minimo di istruzione è in genere destinata ad un lavoro dequalificato, spesso precario e con un livello retributivo basso.

Le cause che determinano l’abbandono scolastico – più i maschi che le femmine – sono principalmente culturali, sociali ed economiche: i ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con uno scarso livello di istruzione hanno maggiori probabilità di non finire il percorso di studi. Nonostante la fuga dalla scuola sia in calo in tutta Europa, nel 2018 l’Italia è al terzo posto tra i 19 paesi dell’Area dell’euro per abbandono scolastico (in età compresa tra 18 e 24 anni) con il 14,5% (circa 598mila giovani). Solo Malta (17,4%) e Spagna (17,9%) hanno risultati peggiori. La media Ue è all’11%. Tra il 2008 e il 2018 la contrazione del fenomeno in Italia è scesa del 5,1%, pressoché in linea con la media Ue (-5,3%).

E’ il Sud Italia ad avere i livelli più alti di abbandono. Nel 2018 in Sardegna è stato del 23%, in Sicilia del 22,1% e in Calabria del 20,3%. Preoccupa la situazione di quest’ultima regione che rispetto a quasi tutte le altre è in controtendenza rispetto al dato relativo al 2008: l’abbandono scolastico in questi ultimi 10 anni è salito dell’1,8%. Trentino A.A. e Friuli V.G. (entrambe con il 8,9%), Abruzzo (8,8%) e Umbria (8,4%) sono le regioni più virtuose. Nel complesso è il Nordest l’area che soffre meno di questo fenomeno sia per incidenza percentuale di abbandono scolastico (10,6%) che per il più basso numero di “uscite” premature.

“Premesso che perdere oltre 60 mila giovani diplomati e laureati ogni anno costituisce un grave impoverimento culturale per il nostro Paese – spiega Stefano Zabeo -, è ancor più allarmante che quasi 600 mila ragazzi decidano di lasciare gli studi anticipatamente. Un numero, quest’ultimo, 10 volte superiore al primo. Un problema, quello degli descolarizzati, che stiamo colpevolmente sottovalutando, visto che nei prossimi anni, anche a seguito della denatalità in atto, le imprese rischiano di non poter contare su nuove maestranze sufficientemente preparate professionalmente. Un problema che già oggi comincia a farsi sentire in molte aree produttive, specie del Nord”.

Stando alle indagini condotte dall’Unioncamere e dall’Anpal sarebbero stati oltre 1 milione i posti di lavoro di difficile reperimento nel 2018 a causa del disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro; sebbene in Italia la disoccupazione giovanile superi il 25% e le imprese denuncino molte difficoltà a reperire personale, soprattutto con competenze digitali.
Le cause sono molteplici ma, per la Cgia, non va dimenticato che in tutta l’Ue si sta verificando una forte polarizzazione del mercato del lavoro. Le imprese, infatti, se da un lato cercano con sempre maggiore insistenza del personale con alta specializzazione tecnica-professional, dall’altro necessitano anche di figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e di specializzazione. Tutto ciò, legato al calo demografico e alle difficoltà di far dialogare il mondo della scuola con quello del lavoro, ha reso molto difficile il reperimento da parte delle imprese di molte professionalità di alto profilo e dall’altro la copertura dei mestieri più duri e faticosi dal punto di vista fisico è stata garantita, almeno in parte, grazie alla disponibilità degli immigrati.

Ora, se il numero degli descolarizzati non è destinato a ridursi drasticamente, nei prossimi anni sarà sempre più difficile per le aziende trovare personale qualificato, anche perché si sta riducendo, a causa del calo demografico, la platea dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro. Per contro, questi giovani, che non dispongono di una adeguata preparazione professionale, saranno difficilmente collocabili nel mercato del lavoro, anche perché rischiano di perdere in partenza la competizione con gli stranieri nell’ occupare i posti di lavoro poco qualificati.