La Francia contemporanea (xıx-xx secolo)

La Francia contemporanea (xıx-xx secolo)

di Giovanni Ferrari*

Liberty Leading the People. 1830. Oil on canvas, 260 x 325 cm.

Un importante evento che segna il XIX secolo è l’ascesa della borghesia, che succede la “vecchia Francia”. Per comprendere il panorama generale di questa storia, che dura venti anni, bisogna tener conto il ritmo dell’azione rivoluzionaria , la curva dei successi e delle battute d’arresto.

La Rivoluzione francese scoppia nel 1789 e termina nel 1799. Secondo gli storici Georges Duby e  Robert Mandrou il 1789 è un secolo in progressione continua ; abbattuto  l’antico regime la costituente costruisce il nuovo. Dopo la primavera del 1793, nel breve spazio di un anno, la convenzione montagnarda abbozza  anche una democrazia sociale. Sino al 1815 i borghesi del nuovo regime tentano di consolidare la rivoluzione. A questo punto interviene Napoleone, che rilancia l’idea della conquista dell’Europa: Regime personale che si distacca sia dalla tradizione sia dalla rivoluzione. La seconda metà di luglio e i primi giorni di agosto non sono meno importanti: è il momento della Grande Paura, quel moto di tutto un popolo di contadini che, allarmati dagli intrighi della reazione signorile e dalla carestia, si sollevano ai rumori di Parigi; all’origine semplice panico popolare.  La Grande Paura è l’esplosione di gioia con la quale il contadino si è liberato dai pesi feudali e il decreto della Convenzione del 17 luglio 1793 dichiara aboliti tutti i diritti feudali.  Dopo il 1789, la rivoluzione è stata vissuta dai francesi con varia intensità. I parigini partecipano alla vita politica, grazie al club e alle sezioni. La popolazione delle campagne , ha seguito molto più lontano e solo la questione religiosa seguita ad appassionare. Dal giugno 1791 al 10 agosto 1792, si verde una continuità logica sentimentale: il re ha rifiutato il compromesso, ossia la monarchia costituzionale all’inglese messa in piedi della costituente e la sua condotta, induce i rivoluzionari a convertirsi alla repubblica, cui nessuno aveva pensato. Il progetto di ridistribuzione delle terre ai cittadini poveri aveva ben altra portata, ossia le trasformazioni seguite alla vendita dei beni nazionali da cui hanno tratto vantaggio solo una minoranza di borghesi e contadini. A questo sforzo per consolidare la Repubblica nelle sue norme borghesi dà il cambio Bonaparte, che con il suo compromesso salva le conquiste rivoluzionarie essenziali; quelle del 1789-1791. “Gli uomini nascono e restano liberi e uguali nei diritti”. Questa piccola frase contenuta nel primo articolo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo che da sola basta a negare ogni valore alla società dell’antico regime, i francesi hanno apprezzato l’uguaglianza. Essi sono consapevoli di lavorare per l’uomo e non soltanto per il cittadino francese. Dal 5 agosto all’11, i diritti aboliti divennero  riscattabili; vennero definite le varie forme di uguaglianze, innanzitutto l’uguaglianza fiscale, tutte le corvées spariscono e il nobile diventa un borghese di campagna, qualunque sia il prestigio che qua e là ha potuto conservare sui contadini. Il crollo del regime feudale significa anche l’uguaglianza civile: gli impieghi riservati ai nobili sono aperti a tutti e a vantaggio della nuova borghesia istruita e ricca sparisce l’eredità delle cariche. Nel 1789 in Francia la popolazione era divisa in: nobiltà che aveva il monopolio delle cariche pubbliche e numerosi privilegi economici e fiscali; il clero e  il terzo stato composto da borghesi, commercianti ed artigiani, proletariato urbano e contadini, che era lo strato più numeroso e vario della popolazione. Dopo il 1781 l’antico regime entra in crisi a causa di difficoltà finanziarie (dovute alle forti spese per la partecipazione alla guerra di indipendenza americana).

Viene proposta una riforma economica che però intaccava i privilegi dei nobili e del clero. Questi, per contrastare tali riforme, costringono il re Luigi XVI a convocare gli Stati Generali.

Gli Stati Generali erano un’assemblea in cui ogni ordine sociale (nobiltà, clero e terzo stato) doveva avere un numero eguale di deputati, ma il terzo stato chiede ed ottiene di avere un numero doppio di rappresentanti per riuscire contrastare le votazioni di nobiltà e clero che spesso andavano a coincidere (mantenendo così i propri privilegi a discapito dei ceti meno abbienti). Il Re, appoggiato dai nobili, non prendeva una decisione sulla questione del voto, così i deputati del terzo stato si riunirono nella sala della Pallacorda dove giurarono di dare una Costituzione alla Francia. Il Clero e 47 membri della nobiltà si unirono a loro formando l’Assemblea Nazionale Costituente. Luigi XVI sconfitto sul piano politico, decise di ricorrere alla forza, ma la borghesia reagì e, con l’aiuto delle classi popolari, il 14 luglio assale e conquista la Bastiglia simbolo del dispotismo del regime assoluto.

Dopo la presa della Bastiglia si succedono eventi a catena: una rivoluzione in città (guidata dalla borghesia) che portò all’abolizione delle municipalità dell’antico regime ed alla formazione della guardia municipale e una rivolta nelle campagne che portò alla distruzione della feudalità.

Il 26 agosto 1789 venne promulgata la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del cittadino che era la premessa della Costituzione del 3 settembre 1791. Il re però non approva i decreti della Assemblea Costituente ed il popolo si mobilita di nuovo marciando su Versailles e costringendo il re a trasferirsi a Parigi. A questo punti si verificò una scissione all’interno dell’Assemblea che diede inizio ad una serie di differenziazioni dei gruppi borghesi: i Giacobini, guidati da Robespierre, avevano atteggiamenti più avanzati, i Foglianti, con a capo La Fayette, erano più moderati, al centro vi erano i Cordiglieri con Danton e Marat.

L’Assemblea Costituente comincia a redigere la Costituzione che fu approvata nel 1791. Nacque così la prima monarchia costituzionale francese, fondata sulla separazione dei poteri. Il potere di fare le leggi e di dirigere la politica generale del paese passò all’Assemblea legislativa, composta di 745 deputati eletti ogni due anni. Al re spettava la nomina dei ministri e il diritto di sospendere una legge approvata dall’Assemblea, ma per non più di quattro anni. Il sovrano non poteva sciogliere l’Assemblea, né dichiarare guerra, né firmare trattati di pace. Il potere giudiziario fu affidato alla magistratura, indipendente in quanto eletta. Il diritto di voto fu riservato solo agli uomini al di sopra dei 25 anni che pagassero tasse elevate, una soluzione che accontentava la borghesia mentre lasciava insoddisfatti i ceti popolari. I beni ecclesiastici furono incamerati e venduti ed i preti dovettero giurare fedeltà alla Costituzione come dei pubblici funzionari.

Amministrativamente la Francia venne divisa in 83 dipartimenti divisi in distretti e cantoni con ampi poteri. Intanto il re aveva tentato di fuggire e Austria, Prussia e Russia si erano alleate contro la Francia che reagì alla sfida dichiarando la guerra.

Nel 1792 i sanculotti s’impadronirono del Palazzo Reale, mentre l’Assemblea ordinava di imprigionare il re con l’accusa di tradimento della patria. Dopo la vittoria francese di Valmy contro l’esercito prussiano, fu proclamata la Repubblica. Il re, processato per alto tradimento e condannato a morte, fu decapitato il 21 gennaio  1793; in ottobre la stessa sorte toccò alla regina.  

Per fronteggiare le crisi nazionali e la minaccia degli eserciti stranieri alleati contro la Francia, i poteri furono affidati a un Comitato di salute pubblica , guidato da Robespierre, che pose il calmiere sul prezzo di grano e generi alimentari, arruolò un nuovo esercito e inviò soldati in Vandea dove intanto era scoppiata una rivolta. I metodi autoritari adottati dal Comitato portarono alla repressione degli avversari politici e di diversi esponenti giacobini contrari ai metodi di Robespierre , infatti alcune migliaia di oppositori vennero ghigliottinati dopo processi sommari. Per questo motivo il periodo dall’autunno 1793 all’estate 1794 fu definito “il Terrore”. Molti deputati volevano destituire il Comitato, così il 27 luglio 1794 Robespierre e i suoi collaboratori vennero arrestati e il giorno successivo ghigliottinati senza processo, fu così istituito un nuovo corso che  prese il nome di  Termidoro e si fece prevalere una linea politica moderata. Negli anni successivi il governo di Parigi decise di abbattere le monarchie assolute in Europa, in cui si erano diffuse le idee rivoluzionarie. Il comando della campagna d’Italia fu affidato a Napoleone Bonaparte, che invase la penisola, dove furono instaurati governi repubblicani sul modello della Repubblica francese. Napoleone poi, rientrato in Francia, con un colpo di Stato militare (18-19 brumaio 1799) abolì il governo e trasferì il potere a un Consolato (in cui sedeva con due collaboratori).

L’emanazione della Costituzione dell’anno VIII (1799), con la quale gli furono attribuiti pieni poteri, sancì la fine della rivoluzione francese e aprì il periodo della diffusione in tutta Europa delle idee rivoluzionarie. Napoleone contava sulla propria popolarità’, egli credeva di poter essere nominato capo dello stato per acclamazione, ma la maggioranza dei deputati respinse le sue proposte. Per questo Napoleone fa ricorso all’esercito, e cosi fu realizzata una riforma costituzionale in cui il potere era affidato a tre consoli, di cui il primo e il più importante era Napoleone. Quando viene eletto primo console, Napoleone ha solo 30 anni. Egli costrinse alla pace l’Austria nel 1801 e l’Inghilterra nel 1802, e si dedica alla riorganizzazione interna della Francia. Nel 1804 fa il passo decisivo verso il titolo di imperatore, e viene incoronato dal Papa nella Chiesa di Notre Dame. Nel 1805 si proclama re d’Italia distruggendo così il feudalesimo. Nel 1812 Gran Bretagna, Russia e Svezia si alleano ad altre nazioni, dando vita alla quarta coalizione. Napoleone tenta l’invasione della Russia con 600.000 uomini, ma l’invasione si era  trasformata in una sconfitta che gli costò 500.000 uomini. Le nazioni della coalizione lasciano la Francia, il cui esercito era ormai distrutto, e il 7 luglio 1814 Napoleone abdicò e si reca in esilio all’isola d’Elba. Nel marzo 1815 però’. Napoleone scappa nella Francia meridionale; riorganizza un esercito ma, dopo “cento giorni”, lo aspettava la disfatta di Waterloo (18 giugno 1815). Si ha così

 la seconda e definitiva abdicazione. Confinato nell’isola di Sant’Elena muore nel 1821, e pertanto la monarchia borbonica venne definitivamente restaurata con Luigi XVIII che ascese al trono come sovrano legittimo.

Il 4 giugno 1814 il nuovo re, capendo che ormai i cambiamenti politici e sociali dei venticinque anni precedenti erano irreversibili, dà il beneplacito per una nuova carta costituzionale con la quale limitava alcuni suoi poteri. Tuttavia venne riaffermata la monarchia di diritto divino. Al re viene ancora riservata l’iniziativa di emanare le leggi, ma devono essere votate dal parlamento, il quale era diviso in due camere, la prima è la camera dei pari, i cui membri sono  nominati dal re, l’altra, la camera dei deputati, i cui membri vengono  eletti con suffragio censuario.

A Luigi XVIII succede nel 1824 il fratello Carlo X. Diversamente dal fratello maggiore, Carlo non aveva compreso i mutamenti che aveva portato il periodo rivoluzionario, tanto che prova a rinverdire i simboli dell’Antico Regime. Carlo X ,successivamente, abbandona Parigi ma la monarchia sopravvisse, con l’arrivo al regno di Luigi Filippo d’Orléans, esponente di un ramo cadetto dei Borboni e considerato di orientamento liberale. Il principale cambiamento sta nel concetto di sovranità nazionale che rimpiazza la sovranità per diritto divino. Questo cambiamento si manifesta anche sull’intitolazione del Luigi Filippo, non più “re di Francia”, bensì “re dei francesi”. La bandiera tricolore rimpiazza definitivamente la bandiera borbonica. A questo punto la borghesia acquisisce una posizione sociale di predominio perché si occupa sia della politica che dell’economia del paese .Ma con la fine delle guerre rivoluzionarie , l’attività economica subisce un rallentamento dal 1817 al 1850, quindi la borghesia non ha trovato grandi vantaggi come negli anni napoleonici. Le cause sono molteplici: la rarefazione dei metalli preziosi  nel mondo, la lentezza dei progressi tecnici soprattutto nel campo energetico e infine l’insufficienza dell’attrezzatura bancaria che non permette grandi imprese. Lo sviluppo economico del tempo dipende dal capitalismo commerciale e non dalla massiccia industrializzazione, dunque l’apertura di alcune banche , l’edificazione nel 1842 della struttura ferroviaria francese, la nascita del piccolo mercato contadino e la proprietà fondiaria rappresentano un incremento  di ricchezze per il paese dopo l’esilio.

Per quanto riguarda gli ambiti culturali della borghesia, fino alla prima metà del XIX secolo , restano gli stessi delle precedenti generazioni, e le istituzioni scolastiche della Chiesa, alla vigilia della rivoluzione, tendono a dissolversi. Nel 1815 l’università imperiale si trasforma in regia come i collegi e i licei e fino al 1848 il suo statuto non è toccato dalla Restaurazione. Il monopolio delle università non è più detenuto dalla chiesa. La facoltà che avrà più successo sarà quella di diritto e di medicina , quest’ultima avrà un enorme sviluppo nell’ambito tecnologico. La parte più viva della città resta sempre l’insegnamento secondario: le cittadine fondano un collegio; nel 1821 i titolari dei collegi possono costituire il corpo  insegnante e viene istituito un regolamento dell’istruzione che precisa programmi e la durata dei corsi di filosofia.

La monarchia di luglio infine completa l’opera nel 1833 dando la prima costituzione all’insegnamento primario: dal 1833 ogni comune è tenuto ad avere un bilancio scolastico ed è consentito a più comuni di associarsi per fondare una scuola. I maestri devono essere stipendiati in parte dalle tasse scolastiche e in parte dal comune, essi sono soggetti al controllo del clero e di un corpo di ispettori che verificano l’esecuzione dei programmi.

In conclusione , la borghesia  liberale ha trovato nell’ordinamento della monarchia costituzionale, lo strumento politico che preferisce.

Quando ero studente negli anni 70, alla prestigiosa Università degli Studi di URBINO “Carlo BO”, nel seguire e sostenere gli esami di Lingua e Letteratura francese con il Magnifico Rettore  Prof, Carlo BO, mio maestro di vita e di formazione, di Storia Medievale e Storia Moderna con il Chr.mo Prof. Don Lorenzo BEDESCHI e Storia Contemporanea con il Chr.mo Prof. Enzo SANTARELLI, ho apprezzato tantissimo la Storiografia dominante sulla Rivoluzione francese, una Rivoluzione quasi esclusivamente sociale, che andava dal rovesciamento dell’aristocrazia all’avvento di una nuova diseguaglianza di classe. E in fondo la Rivoluzione francese, in quanto rivoluzione borghese, era vista quasi soltanto come la premessa di un’altra rivoluzione borghese, destinata ad adempiere le promesse che la Rivoluzione francese non aveva mantenuto. Ho trovato affascinante e appassionante nella Rivoluzione francese la straordinaria accelerazione nella ricerca dell’universo politico moderno. Se la consideriamo nell’arco di dieci anni, tra il 1789 e l’avvento del Bonaparte, la Rivoluzione ha espresso successivamente quattro regimi: una monarchia costituzionale, una repubblica fondata sull’arbitrio e sul terrore, un tentativo di regime parlamentare, di repubblica parlamentare, che sarebbe il direttorio, ed infine il ritorno ad un regime più autoritario dell’Ancien Régime, che potrebbe essere qualificato come dittatura democratica, nel senso che Napoleone mutua la sua legittimità dalla sovranità popolare.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE

Per chi volesse approfondire la interminabile bibliografia sulla Rivoluzione Francese, si consigliano  in modo particolare alcuni testi:

  • Alexis de TOCQUEVILLE, L’antico regime e la Rivoluzione. Editore Bur Biblioteca Un. Rizzoli.

Grande rilievo hanno avuto le cause sociali ed economiche che hanno portato al crollo del vecchio regime. La Francia prerivoluzionaria esaminata con attenzione ai conflitti sociali e alla crisi dei valori collettivi. Tocqueville ha il merito di andare oltre le periodizzazioni tradizionali e di sottolineare la continuità amministrativa esistente con la Rivoluzione ed i suoi sviluppi.

  • THIERS,  Storia della Rivoluzione francese, traduzione it., Milano, Dall’Oglio, 1963.
  • Alan FORREST, La Rivoluzione francese, il Mulino, Bologna 1999.
  • Michel VOVELLE, La Francia rivoluzionaria. La caduta della monarchia. 1787-1792, Bari, Laterza 1974. E Breve storia della Rivoluzione francese, Laterza 1979.
  • Albert SOBOUL, Storia della Rivoluzione francese. Editore Bur Biblioteca univ. Rizzoli.

* DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO 2”

Il divario di genere comincia dai banchi di scuola: “Ragazze, fatevi largo nelle materie scientifiche”

da la Repubblica

di RAFFAELE RICCIARDI

MILANO – Donne sotto-rappresentate ai piani alti delle aziende (15% dei dipendenti contro il 53% degli impiegati). Donne che guadagnano meno degli uomini (Italia 126esima nella classifica del World Economic Forum sulla parità di salario). Donne che devono interrompere le loro carriere, donne che tra la famiglia e la professione vedono sempre pendere il piatto della bilancia dalla parte del focolare. Se questa situazione è ciclicamente fotografata da molti indicatori ufficiali, nonostante lenti passi di miglioramento, forse è utile ragionare sulle determinanti di queste condizioni. Una, tra le tante, ha origine sui banchi di scuola.

Il rapporto tra donne e istruzione è controverso. Le donne “performano” – per usare l’inglesismo caro agli ambienti della finanza e dell’industria – meglio dei loro colleghi maschi. Ma l’ingresso storicamente tardivo nelle aule delle Università e dell’istruzione superiore si riflette ancora nella piramide del lavoro e delle retribuzioni: le laureate si sono aperte la strada solo (relativamente) da poco tempo. Tutto bene, dunque: basterà aspettare il fisiologico ricambio generazionale. L’automatismo non è affatto scontato.

Il primo bastone nell’ingranaggio di questa dinamica è dato dalla scelta di studi delle donne, che sono sotto-rappresentate nelle facoltà scientifiche, di ingegneria e statistica; sono di contro sovra-rappresentate in quelle umanistiche. Si costruiscono così, pur eccellendo, un bagaglio di competenze che dà il via a percorsi di carriera solitamente meno remunerativi, o che comunque danno una minore spinta verso i posti di comando.

“I dati ci raccontano che la poca partecipazione delle ragazze prima alle facoltà e poi alle professioni Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr) è la conseguenza di un insieme di fattori”, spiega Barbara Falcomer, direttore generale di Valore D, associazione di imprese che promuove inclusione ed equilibrio di genere. “La famiglia condiziona ancora fortemente le ambizioni e le scelte di studio dei ragazzi, i genitori considerano ancora che ci siano materie ‘da maschi’ e altre materie ‘più da femmina’. Si tratta di stereotipi inconsapevoli, che in totale buona fede i genitori tramandano ai figli e che trovano terreno fertile anche tra insegnanti”. Per toccare con mano quanto queste dinamiche siano ancorate, Valore D ha portato delle donne-modello a incontrare 17 mila ragazze e ragazzi nelle seconde e terze medie (progetto #InspirinGirls). Tra i più grandi, questi stereotipi di genere (la distinzione appunto tra “cose da maschi e da femmine”) risultavano presenti in quasi cinque ragazzi su dieci. Percentuale che però scende significativamente quando in famiglia ci sono entrambi i genitori lavoratori. “Si tratta di supportare ragazzi, scuole e famiglie a liberarsi da questi stereotipi per consentire a ciascuno di esprimere al meglio il proprio potenziale”.

Il governatore Visco ha recentemente sottolineato che i ‘risultati’ nel campo dell’istruzione delle donne sono positivi e che le laureate in discipline scientifiche, seppure siano meno del 50 per cento, sono in linea con quel che accade in Europa. Ma il ritardo salariale e occupazionale, ha detto, “desta preoccupazione: segnala che, una volta concluso il percorso di studio, le donne non riescono a mettere a frutto le competenze acquisite”. Come ovviare a questo problema?
Oltre al percorso di studi, pesa l’elemento – squisitamente culturale – dei carichi familiari che oggi sono ancora quasi interamente sulle spalle delle donne. Perciò nel mercato del lavoro scontano una minore competitività legata al pregiudizio che non possano dedicarsi in maniera più intensa e continuativa al lavoro stesso. Per ovviare servono maggior consapevolezza di ragazzi, insegnanti e genitori e politiche aziendali a sostegno del talento femminile e dell’integrazione tra vita e lavoro.

Non temete che insistere sulla ‘specialità’ di donne-modello sia per certi versi un boomerang che le confina ancora al mondo dello ‘straordinario’?

Offrire a ragazze e ragazzi modelli reali di donne che fanno professioni tradizionalmente maschili significa ampliare il loro immaginario e potersi rispecchiare. Purtroppo sono ancora pochi, ed è quindi necessario dargli tutta la visibilità possibile: devono diventare “aspirazionali” per le ragazze.
 
Il senso comune vuole che ci siano “le maestre” nelle scuole di primo grado, mentre all’Università ci sono “i professori”. C’è un tema di genere anche in cattedra, non solo tra i banchi?
Il mondo della scuola ha forti analogie con quello aziendale: una piramide che vede alla base pochissimi maestri e una maggioranza di maestre, però nelle posizioni direttive poche dirigenti donne. Pensiamo poi alle carriere universitarie: le donne sono ancora una minoranza. C’è molto da fare prima di vedere realizzato un equilibrio di genere.
 
Quale ruolo possono avere le tecnologie e l’automazione sul futuro scenario lavorativo: sono una minaccia ulteriore per le donne?
Tutto ciò che riduce o elimina il divario di opportunità è senz’altro un fattore abilitante per l’occupazione femminile. Nella fabbrica 4.0 non ci sono più lavori fisici al punto che solo un uomo possa svolgerli. Le soft skills sono sempre più importanti, per cui: benvenuta tecnologia! E’ una opportunità, se combinata con una maggior presenza delle ragazze in ambito Stem.


On line il bando per l’adeguamento delle scuole alla normativa antincendio. Sono 98 i milioni a disposizione

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Sul sito del ministero dell’Istruzione è stato pubblicato il bando che stanzia 98 milioni di euro per l’adeguamento delle scuole alla normativa antincendio.
«Quelle stanziate sono risorse importanti per la sicurezza dei ragazzi e del personale – sottolinea la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, nel dare l’annuncio dello stanziamento -. Dobbiamo proseguire a stanziare rapidamente tutte le risorse che abbiamo a disposizione».

«Avevamo promesso che avremmo liberato queste risorse in tempi rapidi, – dichiara la vice ministra Anna Ascani – così è stato. Grazie a questi fondi, siamo impegnati, insieme agli enti locali proprietari degli edifici scolastici, a rendere sicure le nostre scuole. In questi mesi stiamo lavorando su più piani di finanziamento, ci stiamo occupando di adeguamento sismico, efficientamento energetico, verifiche preventive per evitare crolli di solai e controsoffitti. Non vogliamo tralasciare nessun aspetto. Vogliamo assicurare a ogni studente la migliore formazione possibile. E garantire edifici sicuri a giovani, famiglie e comunità scolastiche».

Gli enti locali potranno presentare le proprie candidature fino alle 15.00 del 27 febbraio 2020. I Comuni potranno avere, per le scuole del primo ciclo, un contributo massimo di 70.000 euro, mentre le Province e le Città metropolitane, per gli istituti del secondo ciclo, potranno ottenere un contributo fino a 100.000 euro.

La selezione delle candidature avverrà sulla base di criteri precisi: vetustà degli edifici; numero di studenti presenti nell’edificio scolastico; livello previsto di adeguamento alla normativa antincendio che si intende conseguire con il contributo richiesto; eventuale quota di cofinanziamento.

Ecco la tabella con il riparto regionale.

ABRUZZO 3.178.771,61 euro
BASILICATA 1.869.560,81euro
CALABRIA 5.334.524,29 euro
CAMPANIA 9.868.234,90 euro
EMILIA-ROMAGNA 6.250.008,86 euro
FRIULI-VENEZIA G. 2.428.201,75 euro
LAZIO 8.080.604,92 euro
LIGURIA 2.182.508,95 euro
LOMBARDIA 12.859.377,54 euro
MARCHE 3.065.187,27 euro
MOLISE 1.069.275,69 euro
PIEMONTE 6.619.181,33 euro
PUGLIA 6.515.433,24 euro
SARDEGNA 3.369.693,63 euro
SICILIA 9.052.675,36 euro
TOSCANA 5.976.706,36 euro
UMBRIA 2.176.248,00 euro
VALLE D’AOSTA 525.465,02 euro
VENETO 7.578.340,47 euro

TOTALE 98.000.000 euro


Colpa degli stereotipi se i maschi sono più bravi in matematica

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

La matematica è roba da maschi? Secondo uno studio della Libera università di Bolzano sembrerebbe di sì, anche se le cause non sono cognitive ma gli stereotipi. Sono stati infatti presentati a Bressanone i primi risultati del progetto di ricerca GegaMath, coordinato dal professor Giorgio Bolondi. L’obiettivo è quello di fotografare la situazione in Alto Adige e sostenere le Intendenze scolastiche nella progettazione di misure adatte a superare il gender gap nell’apprendimento della matematica nella scuola primaria e secondaria.

In tutti i sistemi di valutazione dell’efficacia dei sistemi educativi – Invalsi in Italia, Vera in Germania o Pisa per l’Oecd – un dato è uniformemente presente: gli studenti maschi ottengono risultati migliori rispetto alle colleghe di sesso femminile. Questa differenza di genere si rivela ancor più accentuata nella Provincia di Bolzano, come confermano anche le prove cui hanno partecipato diversi istituti dell’Alto Adige: 24 punti nelle prove Pisa 2015 contro un gap di 20 punti a livello nazionale e di 8 punti a livello dei paesi Oecd. La Facoltà di Scienze della Formazione di Bressanone, che ha nella sua mission la formazione del corpo insegnante della scuola primaria della provincia, si è attivata per affrontare una problematica tutt’altro che secondaria. Infatti una relazione difficile con la matematica durante gli anni della scuola dell’obbligo rischia di compromettere le future scelte universitarie e, conseguentemente, di condizionare pesantemente le prospettive di carriera.

Per approfondire il fenomeno del “gender gap” nell’apprendimento della matematica nelle scuole dell’Alto Adige, nel 2018 Giorgio Bolondi, ordinario di Didattica della matematica a Bressanone, ha avviato il progetto di ricerca GegaMath. Bolondi chiarisce che le diverse prestazioni di maschi e femmine rilevate nelle prove di apprendimento della matematica presenta cause di natura culturale: «La letteratura scientifica ci spiega che questa differenza è dovuta perlopiù al permanere di stereotipi e di convenzioni rispetto alle potenzialità di maschi e femmine e, ovviamente, non ha basi cognitive».

Quello che a Bolondi e al suo team di ricerca preme capire è quale sia la situazione a livello locale e come possano essere applicate misure di sostegno a una più efficace acquisizione delle conoscenze matematiche da parte delle studentesse. I risultati del progetto GegaMath sono stati presentati alle intendenze scolastiche italiane e tedesca. «Nel prossimo futuro, speriamo che queste indicazioni possano fungere da stimolo per l’elaborazione, anche comune se necessario, di linee-guida per migliorare le prestazioni in campo matematico delle studentesse della provincia», conclude il professore.