Per l’apprendimento permanente

Per l’apprendimento permanente

di Gian Carlo Sacchi

Il novecento è stato il secolo nel quale il nostro Paese si è impegnato sul fronte dell’alfabetizzazione in modo diffuso su tutto il territorio, per i giovani, per garantire  sviluppo personale e promozione sociale e per gli adulti, per recuperare conoscenze e abilità che le condizioni economiche e culturali non avevano favorito. Il compito era stato affidato, dopo la promulgazione della Costituzione, alle scuole della Repubblica. Si trattava di accompagnare le nuove generazioni verso una preparazione generale e professionale e di offrire ai lavoratori, anche mediante dispositivi contrattuali, un potenziamento continuo della formazione sul versante dell’occupazione o della ricerca di un nuovo lavoro e per la crescita degli individui e delle collettività.

Il terzo millennio con il progresso tecnologico ed il rapido evolversi delle professionalità impone da un lato un approccio anticipato con le realtà lavorative e dall’altro pensare che con il progredire dell’età non bisogna mai smettere di imparare per far fronte ad un ritmo frenetico della vita moderna che impone un frequente analfabetismo di ritorno e la necessità di mantenere attive il più possibile le proprie capacità anche nella fase dell’invecchiamento. La scuola fatica ad entrare in questo nuovo ruolo dell’apprendimento permanente, collegando tra di loro anche le generazioni, e sicuramente per poterlo fare ha bisogno di più autonomia e di un corpo docente in grado di affrontare tale nuova prospettiva.

Le politiche dell’UE e la ricerca internazionale incalzano l’Italia, a cominciare dall’introduzione di una didattica per competenze che guarda all’interazione tra acquisizione e applicazione, ad un risultato che sottintende un progresso continuo che viene certificato ed accreditato lungo tutto il corso della vita. E’ una pedagogia che potremmo definire multiprospettica, che deve guardare contemporaneamente alla cultura generale, ma anche professionale, al ruolo delle strutture formative ed all’alternanza con le aziende,  alla formazione sul lavoro ed al recupero dei titoli, alla valorizzazione delle competenze non formali ed informali acquisite dall’esperienza, a quelle residue da conservare ed affinare per una vita autonoma nella vecchiaia.

L’Europa ha espresso una sintesi di tutto questo con le “competenze chiave di cittadinanza”, che anche il nostro governo ha recepito, ma l’adeguamento del sistema è molto lento e frammentato. Le competenze, anche se ormai sono entrate a far parte degli ordinamenti, sollevano ancora un notevole dibattito culturale e tra gli insegnanti; sul tema degli adulti da un lato c’è un timido accenno nella direzione indicata all’interno del decreto sull’autonomia scolastica, che ne parla in termini di ampliamento dell’offerta formativa, ma dall’altro arrivano i CPIA ad occupare tutto lo spazio nel modo più tradizionale, quello del conseguimento seppur tardivo dei titoli di studio.

L’apprendimento permanente dunque non è una prospettiva complessiva entro la quale rileggere il sistema stesso, ma si cerca di saldare tra di loro pezzi che poi creano disfunzioni nel processo. Il più recente degli esempi è il nuovo ordinamento degli istituti professionali, propone una strategia compensativa senza che venga toccata la normativa sulla valutazione, e sappiamo quanto sia critica la situazione di questi istituti per quanto riguarda la dispersione e l’insuccesso formativo. Le indagini PIAAC inoltre  mettono in evidenza che il nostro Paese ha un basso livello di competenze degli adulti, ma solo il 14% di essi partecipa ad attività di formazione.

Nel rapporto intergenerazionale siamo a forte rischio regressi nelle conoscenze acquisite diversi anni prima e si registra una stretta correlazione tra qualità culturale dell’ambiente familiare e andamento scolastico dei giovani: per la scuola è sempre più difficile colmare il divario. Il Capitale Umano tende a deprezzarsi se non è utilizzato e quindi ha bisogno di continua manutenzione.

Per gli adulti non siamo in presenza di rilevazioni sistematiche dei bisogni formativi e di indicatori condivisi a livello istituzionale e territoriale; l’offerta è rigida, autoreferenziale, non è calibrata sui diversi tipi di domande; manca la valutazione dei risultati e vige uno scarso coordinamento tra i vari soggetti che propongono attività, pubblici e privati. Alla formazione partecipano coloro che sono già provvisti di titoli, perlopiù a fine carriera o lavoratori dipendenti, donne attorno ai 65 anni che tornano nel tempo a frequentare  anche le stesse iniziative.

La fiaccola dell’apprendimento permanente torna ad accendersi con la legge 92/2012 che ne parla come di “qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale nelle varie fasi della vita al fine di migliorare conoscenze, capacità e competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale…a partire dall’individuazione e riconoscimento del patrimonio culturale e professionale comunque acquisito dai cittadini e dai lavoratori nella loro storia personale e professionale”.

Con questa legge non si propone l’espansione della scuola per adulti, ma un nuovo sistema terzo, per cercare di fare sintesi  tra le diverse forme di competenze integrate nei territori. La modalità organizzativa è quella delle “reti territoriali” che comprendono l’insieme dei servizi di istruzione (scuole e CPIA, Università), formazione e lavoro collegati alla strategia della crescita economica, alla riforma del welfare, all’invecchiamento attivo, all’esercizio della cittadinanza, anche da parte degli immigrati. Il baricentro si sposta: un apprendimento permanente che deve essere ridisegnato in senso diacronico, per quanto riguarda le strategie didattiche per le diverse età e sincronico con i soggetti che vanno a comporre le suddette reti.

Mentre per le competenze formali sono sufficienti le certificazioni già esistenti, nei vari ambiti della scuola, università, formazione professionale, ecc., per quelle non formali si tratterà di identificarle e certificarle mediante un’analisi documentata delle esperienze di apprendimento. Per questo il D.Leg.vo 13/2013 detta le norme generali per la costituzione di un sistema nazionale delle certificazioni. Il decreto sottolinea che l’apprendimento permanente è un dritto della persona e non solo una performance del lavoratore, è questo che contiene la formazione continua e non viceversa come tentano di identificare alcune regioni. Si tratta dunque di riconoscere e valorizzare le competenze comunque acquisite.

Si parla di enti  titolati a questa pratica per i quali sarà emanato un bando nazionale e di criteri di referenziazione ai codici statistici ADECO delle categorie economiche, delle unità professionali CP ISTAT, del quadro europeo delle qualificazioni EQF. Saranno costruiti repertori nazionali delle competenze dai quali deriveranno quelle certificabili, riferite al lavoro ma non solo. La provincia autonoma di Trento che com’è noto ha competenza esclusiva per l’applicazione della predetta legislazione si è dotata di un “sistema provinciale di certificazione delle competenze” finalizzato alla valorizzazione e al riconoscimento delle capacità e delle conoscenze acquisite dalla persona nel corso della sua esperienza lavorativa, formativa e di vita. Viene preparato un dossier di colui che richiede l’attestazione, si fa una valutazione e si rilascia un documento. L’accertamento può essere effettuato da soggetti pubblici o privati, riconosciuti dalla provincia stessa, che siano esperti in valutazione o in bilanci di competenze. Tra questi ci sono anche le scuole e l’università.

Oltre agli enti di formazione professionale già riconosciuti dalle Regioni la legge ammette le associazioni no-profit che siano comprese in appositi albi regionali ed un’intesa Stato-Regioni (2014) assegna a queste ultime il compito di definire le suddette reti a livello territoriale. Sono le strutture portanti dell’apprendimento permanente e sono quindi inserite nel quadro istituzionale degli assetti di competenza definiti dalla Costituzione. Si tratta di una governance multilivello: nazionale con la collaborazione interistituzionale tra stato, regioni e enti locali, realizzata attraverso un tavolo permanente di raccordo e monitoraggio per gli indirizzi relativi all’offerta formativa e la promozione di un piattaforma comune delle competenze trasversali in rapporto a quelle chiave europee; regionale, dove avviene la programmazione e lo sviluppo delle reti, l’analisi dei bisogni formativi e la valutazione condivisa dei programmi territoriali; locale dove i soggetti che compongono la rete stessa definiscono le proprie modalità di gestione e funzionamento. Una volta messe in atto le strutture si passerà ad individuare gli indirizzi di policy prioritari. Tale  modello organizzativo, precisa l’intesa, dovrà includere e valorizzare i servizi di orientamento permanente e di individuazione e validazione delle competenze come servizi trasversali ai sistemi dell’istruzione, formazione e lavoro e gli ambiti di apprendimento formale, non formale e informale, cosa che per ora è fatta solo all’interno del sistema scolastico.

Ciascuna regione nell’organizzare la rete dovrà esplicitare: la dimensione territoriale, la vocazione specifica qualora esistente ed i soggetti che la compongono; essa dovrà avere un governo democratico e partecipato, per permettere alle comunità locali nelle diverse componenti istituzionali ed associative di essere protagoniste della propria crescita, anche attraverso  la valorizzazione e promozione del potenziale di conoscenza espresso dai saperi collettivi e del capitale umano delle divere aree territoriali.

Le associazioni del privato-sociale, iscritte in un apposito registro regionale, sono portatrici di progetti intenzionali (Università Popolari) capaci di formare competenze non formali mettendo in relazione le attività culturali con quelle sociali ed in particolare con il volontariato, che a sua volta costituisce l’interfaccia fra la crescita degli operatori e la ricerca della domanda debole, cioè di un bisogno di conoscenza necessario ma talvolta inespresso di cui la persona stessa non è pienamente consapevole. Nel non formale è possibile superare le distanze generazionali offrendo occasioni di reciproca comprensione ed anche far crescere una popolazione di diverse nazionalità, lingue e culture, oggi per forza sempre più conviventi, nell’espressione della cittadinanza, anche al fine di favorire l’interscambio e la solidarietà.

Il cerchio si chiuderà con l’approvazione del progetto di legge sull’invecchiamento attivo che si rivolge alle persone anziane, che sono in aumento, ma che mantengono il desiderio e la possibilità di progettare nuove esperienze, superando così la separatezza che caratterizza il modo di concepire le diverse stagioni della vita.  Un articolo di quella proposta mette in evidenza l’importanza della formazione permanente degli anziani, sostenendo le Università della terza età e valorizzando i loro saperi e le competenze mediante progetti in collaborazione con le scuole di ogni ordine e grado.

L’invecchiamento attivo, spiega il disegno di legge, è un processo che promuove la continua capacità del soggetto di ridefinire e riaggiornare il proprio progetto di vita attraverso azioni volte ad ottimizzare il benessere, la salute, la sicurezza e la partecipazione alle attività sociali allo scopo di migliorare la qualità della vita stessa e di affermare la dignità della persona nel corso dell’invecchiamento. L’offerta formativa non può riguardare il recupero di discipline tralasciate in gioventù, ma educare a guardare avanti, alla realtà in continuo cambiamento e sostenere la motivazione all’apprendere, affrontando i fenomeni nel tempo, in un’ottica interdisciplinare: sostenere la persona nella prospettiva della cittadinanza attiva.

Per fare promozione sociale attraverso la cultura e la formazione c’è bisogno di: motivare costantemente le persone, sia attraverso un’offerta qualificata, desumibile dai questionari di gradimento, sia con occasioni di socializzazione, consolidare i rapporti tra le persone, utilizzando i corsi che consentono una frequentazione assidua, almeno per un certo periodo di tempo, favorire la partecipazione attiva dei frequentanti; diminuire le lezioni frontali, organizzare piccoli gruppi che aiutino l’operatività e la relazione, la peer-education, anche al fine di lasciare spazio all’aggregazione spontanea ed alla creazione di circoli culturali, noti nella pedagogia degli adulti del nord Europa; sollecitare la produzione di materiali e/o attività culturali per far cogliere l’importanza di lasciar qualcosa agli altri, a cui il corsista ha contribuito, come esito del lavoro svolto, per porre in relazione quanto fatto a scuola con la vita attiva.

La formazione è entrata anche nel welfare aziendale per i lavoratori, che per loro stessi e per i loro familiari possono incrociare competenze professionali e generali con esperienze lavorative e con persone che magari quel lavoro lo hanno lasciato per termine della carriera. Strategia utile, come si è detto, anche per rimotivare i disoccupati.

L’apprendimento permanente usa la nuova conoscenza per intervenire sulla realtà, risolvere problemi o utilizzare le competenze residue e gli spazi di partecipazione. Si possono utilizzare le TIC sia per dare notizie delle attività, sia per realizzare formazione a distanza, sia per comunicare in diretta video e costituire banche dati. La collaborazione con i media locali consentirà di raggiungere le persone nelle loro case, luoghi di lavoro e di aggregazione.

Le reti territoriali devono costruire la modalità con cui l’insieme di servizi viene ripensato in funzione della risposta che essa deve dare alla persona e al suo diritto di apprendimento permanente. Validare e riconoscere il patrimonio culturale e professionale accumulato nella propria storia personale in qualsiasi contesto di apprendimento e renderlo spendibile.

Si attendeva un segnale politico di avvio del nuovo impianto, anche se il dibattito all’interno delle regioni sulle finalità di detto intervento non porta per ora a conclusioni univoche, ma alcune di loro avevano iniziato ad indicare gli invitati ai tavoli di programmazione. In mancanza di un’azione più incisiva da parte del variegato mondo degli enti locali e di fronte ad un timido riavvio del suddetto tavolo interistituzionale è sceso in campo il MIUR con un’apposita struttura di consultazione e al termine della legislatura ha chiamato a sé i vari protagonisti in un convegno su un argomento quello delle reti di cui, come abbiamo visto, non ha competenza, ma che in assenza di altre proposte potrebbe mettere in campo un’altra rete quella dei CPIA, che godendo di una normativa elastica arriverebbero ad interessarsi di entrambi gli aspetti, con maggiori garanzie di stabilità sul territorio nazionale anche per quanto riguarda la certificazione delle competenze non formali. E’ previsto che i CPIA facciano parte della rete territoriale, ma, dice la più volte citata intesa, essi sono deputati all’attività di istruzione (formale) della popolazione adulta. Possono ampliare l’offerta formativa stipulando accordi con altre strutture formative accreditate dalle regioni per iniziative “coerenti” con le proprie finalità.  Si sa che il privato sociale è un’entità instabile, meglio affidarsi alla consolidata burocrazia per i “documenti”, peccato che per il loro riconoscimento valga di più l’incontro diretto tra domanda e offerta piuttosto che la mediazione del classico pezzo di carta.

La strada è tracciata, conclude il convegno la Ministra, occorre continuare in questa direzione…

Una società dunque che vuole avere consapevolezza delle proprie esigenze sul piano economico, tecnologico, organizzativo, deve passare attraverso le domande culturali che ne sono l’interpretazione nella vita personale  e sociale, oltre che per dare senso a progetti di lavoro e di vita.

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