La funzione sociogiuridica della scuola dell’infanzia

La funzione sociogiuridica della scuola dell’infanzia

di Margherita Marzario

Abstract: L’Autrice illustra le caratteristiche specifiche e il ruolo della scuola dell’infanzia per e nella crescita del bambino

Attualmente la scuola è attaccata da più fronti ma quella più trascurata o ignorata, non solo nell’immaginario collettivo ma anche dai gradi scolastici successivi, è la scuola dell’infanzia tanto che è ancora impropriamente chiamata asilo o scuola materna.

La scuola dell’infanzia non è né asilo né scuola materna, né ludoteca né babysitting. Non è un servizio per i genitori, ma per i bambini, “tutte le bambine e i bambini dai tre ai sei anni di età” (dalla premessa relativa alla scuola dell’infanzia nelle “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione” del 2012). Non è il luogo del girotondo e dei lavoretti (o non solo). È una scuola “speciale” in cui il bambino (e non il lattante o quasi, come nel caso di molti dei cosiddetti “anticipatari”) è tale, deve essere tale e lasciato essere tale, tra sensi e sensazioni, segni e simboli, scoperta e sperimentazione di sé, socializzazione sino alla scolarizzazione in funzione della scuola primaria. Spesso i genitori, però, e il resto della società (che non fa comunità) hanno scarso o nessun rispetto di tutto ciò e conseguentemente dei bambini, della specificità della loro età e di quello che comporta.

Quella specificità dell’infanzia decantata da Ada Fonzi, professore emerito di psicologia dello sviluppo: “Il linguaggio è una mescolanza tra suoni, immagini, emozioni e rappresentazioni, è un tutto globale, per cui le prime parole di un bambino non sono solo parole, ma incantamenti magici. Il bambino arriva così, nell’età della scuola dell’infanzia, alla creazione inconsapevole di vere e proprie metafore, di invenzioni poetiche per cui un cielo nuvoloso diventa per il piccolo Matteo di 5 anni un «cielo rattoppato di grigio». Perché tutto questo possa avvenire è però necessario il sostegno e la discreta stimolazione dell’ambiente, che inviti il bambino a sviluppare i suoi sensi, a giocare con le parole, a relazionarsi con gli altri”.

Dialogo, ascolto, affetto e rispetto: quello che si vive (o si dovrebbe vivere) nella relazione e quello di cui hanno veramente bisogno i bambini per crescere e per sviluppare quello che è in loro, invece i genitori “corrono” perdendo il “genio” dell’infanzia che hanno davanti a loro e facendolo perdere irreversibilmente ai figli. “Genialità infantile” valorizzata e plasmata, invece, dalla scuola dell’infanzia dove, per esempio, col “circle time” si coniugano dialogo, ascolto, affetto e rispetto. “Il bambino possiede in lui importanti risorse. Esse si rivelano se egli può dialogare, essere ascoltato con affetto e rispetto, essere difeso” (dalla Charte du Bureau International Catholique de l’Enfance, sottoscritta a Parigi nel giugno 2007).

La scuola dell’infanzia non è la scuola dei “lavoretti” (termine datato che li sminuisce, per cui sarebbe il caso di chiamarli manufatti) e del girotondo, ma è la scuola della scolarizzazione e della valorizzazione dell’infanzia. Anche se fosse ancora la scuola dei lavoretti e del girotondo, attraverso i “lavoretti” e il “girotondo” si educa alla laboriosità e al tenersi per mano anche nella vita. “Lavoretti” che, comunque, hanno una polivalenza: dalla “catarsi” all’educazione al lavoro. La scuola dell’infanzia contribuisce all’esercizio fattivo e quotidiano dei diritti dei bambini enucleati nell’art. 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, nel cui par. 1 si stabilisce: “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo, allo svago, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età, ed a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica”.

“Bambino” significa etimologicamente “colui che balbetta, che parla inarticolatamente”. Con i bambini non bisogna usare né un linguaggio difficile e distaccato né edulcorato, ma bisogna fornire loro ogni linguaggio e dare di ogni parola il significato appropriato, per consentire loro di partecipare liberamente e pienamente alla vita culturale ed artistica “in condizioni di uguaglianza” (di cui al par. 2 art. 31 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). In questo ha un ruolo fondamentale la scuola dell’infanzia dove anziché dire, per esempio, “braccia a fiocchetto” o “verde brillante” si può dire tranquillamente “braccia conserte” e “verde chiaro” evidenziando le differenze rispetto al verde scuro (riferendosi alle cose, alla realtà) e aggiungendo l’esemplificazione e la spiegazione delle varie tonalità del verde, come verde salvia, sottobosco, bottiglia, acido, pistacchio o altro, perché così sono le nuances della vita e l’ambiente circostante. Le differenze tra i colori, tra l’altro, corrispondono anche ai differenti coloriti di pelle e ai differenti stati d’animo. In tal modo si contribuisce pure a educare alle differenze: educare i bambini alla realtà e alla verità. Non solo, si pensi anche al valore emozionale ed estetico delle sfumature, come il celeste, l’azzurro e il turchese, o i colori malva, lilla e glicine, alla sorpresa che suscitano nei bambini che sentono per la prima volta la terminologia corretta e successivamente cominciano a riconoscere i colori corrispondenti e ad esprimere i loro gusti. Si realizza così anche il “diritto alle sfumature”, enunciato nel decalogo dei cosiddetti diritti naturali dei bambini (formulato da Gianfranco Zavalloni).

L’obiettivo precipuo della scuola dell’infanzia dovrebbe essere custodire e coltivare i sogni dei bambini e educare questi ultimi a sognare ancora e di più: “I sogni sono come fiocchi di neve, a volte si sciolgono ancor prima di cominciare a pensare che essi possano essere realizzati; altre volte, invece, congelano il passato per far spazio al presente, che sembra essere incantevole come un paesaggio innevato” (Riccardo Messina, aforista).

Tra le tante definizioni, esplicativa quella del musicoterapeuta Luigi Mattiello: “L’infanzia, è l’unico periodo della vita in cui, si ha tutto senza possedere assolutamente nulla, l’unico periodo in cui, le lacrime non hanno il sapore della sconfitta o della delusione ma della ribellione. L’infanzia, è l’unico periodo della vita in cui, si ama senza provare alcun disprezzo e si odia senza alcuna ragione, l’unico periodo in cui, l’amore lo si insegna senza mai averlo appreso. L’infanzia, è l’unico periodo della vita in cui, si sa tutto senza conoscere assolutamente nulla… Poi si cresce e si dimentica ogni cosa”. I genitori e gli adulti in generale non devono dimenticare l’arte dell’infanzia, l’arte nell’infanzia. “Perché possa svolgere le sue attività di gioco e di lavoro, il fanciullo ha bisogno di convenienti rapporti umani; nonché di spazi, di tempi, di mezzi, di materiali e strumenti idonei alla sua età ed adatti alle sue condizioni fisiche e psichiche” (art. 2 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro, Roma 1967). Da qui la rilevanza e anche la necessità della scuola dell’infanzia purché sia considerata tale e le si consenta di essere funzionale, a cominciare dalla disponibilità di spazi ove si possano allestire anche i cosiddetti “angoli” (o laboratori), per la pittura, per la lettura o altre attività affini.

Sui convenienti rapporti umani Ada Fonzi spiega: “Ben vengano dunque tutte le provvidenze messe in atto per combattere la violenza contro le donne: incoraggiare la denuncia, potenziare l’assistenza sia psicologica che pratica, dare protezione economica e un rifugio sicuro alle vittime. Ma ricordiamoci che l’origine del fenomeno viene da lontano, affonda negli abissi di una cultura che ha considerato, per secoli, il potere e la dominanza diritti della mascolinità. L’unica profilassi possibile resta quella di fare della cultura della non violenza una piattaforma di studio, di riflessione, di azione, a partire dalle scuole per l’infanzia”. La scuola dell’infanzia promuove e deve promuovere il processo di socializzazione e non continuare quello di maternalizzazione (predominanza della figura materna e del codice materno), che può ingenerare alterazioni nelle competenze relazionali e conseguentemente nei rapporti interpersonali e intrapersonali, sociali e intimi. In questo riveste un ruolo determinante il padre. Lo psicologo e psicoterapeuta Osvaldo Poli precisa: “Il padre è colui che espone il figlio all’esperienza del dolore, ed il suo segno è la ferita. Egli impone al figlio un sacrificio, lo sottopone alla prova. La natura della prova consiste nel chiedergli di affrontare la fatica delle rinunce necessarie per crescere bene, riuscire, avere buoni rapporti con gli altri ed essere davvero contento di sé”. “Padre” etimologicamente deriverebbe dalla radice “pa”, la stessa di “pane” e “pastore”, che comportano fatica, la fatica della quotidianità. Essere padre è anche faticare e educare alla fatica, la fatica del vivere, cominciando con piccoli gesti come accompagnare figlio/a alla scuola dell’infanzia affinché si distacchi dalla mamma o insegnando ad andare in bicicletta.

La scuola dell’infanzia fa sperimentare al bambino i cosiddetti “diritti naturali” e soprattutto l’appropriazione dello spazio e del tempo. A tale proposito nelle “Indicazioni nazionali”, nel paragrafo intitolato “L’ambiente di apprendimento” relativo alla scuola dell’infanzia è previsto:

“L’organizzazione degli spazi e dei tempi diventa elemento di qualità pedagogica dell’ambiente educativo e pertanto deve essere oggetto di esplicita progettazione e verifica. In particolare:

– lo spazio dovrà essere accogliente, caldo, ben curato, orientato dal gusto estetico, espressione della pedagogia e delle scelte educative di ciascuna scuola. Lo spazio parla dei bambini, del loro valore, dei loro bisogni di gioco, di movimento, di espressione, di intimità e di socialità, attraverso l’ambientazione fisica, la scelta di arredamenti e oggetti volti a creare un luogo funzionale e invitante;

– il tempo disteso consente al bambino di vivere con serenità la  propria  giornata,  di  giocare,  esplorare, parlare, capire, sentirsi padrone di sé e delle attività che sperimenta e nelle quali si esercita”.

Gli spazi della scuola dell’infanzia consentono la ritualità quotidiana importante anche per lo sviluppo psicologico armonico “riconosciuto che il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione”. Quell’importanza dei riti sottolineata nel capolavoro valido per tutte le età, “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry:

«Il piccolo principe ritornò l’indomani. “Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”. “Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe. “Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore […]”».

L’insegnamento non è una semplice professione: è passione, è relazione. La scuola sta diventando (o è diventata?) progettificio, carrierificio e altro, ma chi ci crede deve continuare a farlo, pur lavorando nel silenzio e talvolta nella solitudine. Nella scuola dell’infanzia, in taluni casi, si fa un abuso di “schede” fotocopiate passivizzando il bambino e rendendo sterile l’insegnamento. Bisogna ricordare, invece, quanto prescritto nell’art. 3, par. 1 della Convenzione: “In tutte le decisioni riguardanti i fanciulli che scaturiscano da istituzioni di assistenza sociale private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve costituire oggetto di primaria considerazione”.

Si tenga sempre a mente che “cultura” significa etimologicamente “coltivare”, e “scuola”, “avere tempo di occuparsi di una cosa per divertimento”: ai bambini sia garantito questo per il loro presente, alla base del loro futuro, e nella scuola dell’infanzia si lavora (e si lavori) per garantire questo.

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