Il rispetto nella relazione uomo/donna

Il rispetto nella relazione uomo/donna:
una priorità nell’educare all’umano 

di Carlo De Nitti[1]

 

“Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica,
è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa,
ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia”
Matteo 7, 24-25

Il mondo sarebbe imperfetto senza la presenza della donna.
Tommaso d’Aquino

“La coppia felice che si riconosce nell’amore sfida l’universo e il tempo;
è sufficiente a se stessa, realizza l’assoluto”
Simone de Beauvoir

 

PREMESSA

Ogni ricerca pedagogica che voglia essere legittimamente fondata non sulla sabbia dell’autoreferenziale, ma sulla roccia del socialmente riconoscibile ed efficace non può che partire dall’empiria, da situazioni problematiche che vuole studiare per affrontarle e risolverle.

La ricerca pedagogica deve essere e non può non essere – come a chi scrive piace ripetere con le parole di un grande pedagogista pugliese del Novecento, Gaetano Santomauro – ‘in situazione’, ovvero una pedagogia che, forte dei suoi principi fondanti, vuole interagire con il mondo per rinnovarlo, rinnovandosi[2].

Con questo spirito, il Lions Club Bari San Nicola, nell’ambito del Progetto Donna 2016/17, coordinato dalla prof.ssa Concetta De Flammineis, ha voluto affrontare la problematica dell’educare al rispetto della persona, della donna e dei ruoli “portare l’attenzione alle continue violenze che vengono denunciate nei confronti delle donne, alle offese della dignità professionale di ciascuno, alla violenza che nella relazione uomo donna viene attuata in qualunque età”[3].

Da questa finalità è disceso il progetto che ha messo capo alla ricerca qui presentata da Cristiana Simonetti, docente dell’Università degli studi di Foggia, cofondatrice del CREADA ed attualmente Vice Presidente del CREADA Puglia, nel volume Educare al rispetto dei ruoli nella relazione uomo donna. Una prospettiva pedagogica attraverso una ricerca empirica, che ha recentissimamente visto la luce per i tipi di Adda Editore: tale ricerca è stata realizzata In collaborazione con il Centro di Ricerca Educativa ADulti Adolescenti (CREADA) PUGLIA Onlus, filiazione del CREADA, fondato nel 2011 e presieduto dalla prof.ssa Maria Luisa De Natale, pedagogista di preclara fama internazionale e Pro-Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano negli anni 2002-2010.

 

LE COORDINATE CULTURALI

L’educazione al rispetto dei ruoli e delle differenze nella relazione uomo donna è un tema cruciale in questo secondo decennio del XXI secolo: Esso è la cifra di quell’educare all’umano che non può non caratterizzare una società che si configura, suo malgrado, come sempre più abbisognevole di tempi e di luoghi educativi per tutte le età della vita. “L’educazione, in quanto dimensione della vita, si colloca proprio in una prospettiva lifelong per la rapidità delle trasformazioni sociali e culturali che rendono sempre più precario l’equilibrio della persona e mettono in crisi le scelte originarie del soggetto, il quale deve essere costantemente sollecitato ad interrogarsi sul senso del proprio esistere e del proprio essere, per restare ‘protagonista’ della propria vita”[4].

E’ questa dimensione ‘protagorea’[5] della pedagogia che la rende scienza al servizio dell’uomo per realizzare – come afferma Maria Luisa De Natale – “il superamento di quell’eclisse dell’educativo che sembra aver caratterizzato il periodo che ci ha preceduto, ove è […] si è sollecitata l’esaltazione di mentalità di tipo tecnocratico, manageriale, edonistico, si sono promosse innovazioni sulla base dell’utilizzazione dei prodotti più che sull’attivazione di processi, sottovalutando il rischio di imporre una formazione incapace di favorire la partecipazione della persona al percorso educativo e rendendola quindi più facilmente esposta a strumentalizzazioni di ogni genere”[6] .

Solo un rinnovato impegno educativo e pedagogico, teoreticamente e paticamente fondato ma anche normativamente sostenuto, che parta dalle situazioni critiche della fenomenologia dell’umano può sviluppare responsabilmente processi intimamente efficaci e relazioni prima che realizzare prodotti solo esteriormente efficienti che realizzino soltanto operazioni di marketing di facciata.

A parere di chi scrive, l’effettiva relazionalità dell’essere umano è , e deve essere, sostanziata di un’originaria responsabilità / libertà per … che lo contraddistingue, come scriveva, già molti decenni or sono, Giuseppe Semerari: “noi non siamo responsabili perché siamo socialmente impegnati, ma ci impegniamo socialmente perché siamo originariamente responsabili[7].

 

LA RICERCA EMPIRICA

L’indagine conoscitiva, che ha dato origine alla pubblicazione qui presentata, prende le mosse da una ricerca empirica svolta nell’anno scolastico 2016/17 tra circa cinquecento adolescenti, tutti studenti di quattro scuole superiori baresi [8] quale base materiale per delineare una possibile prospettiva pedagogica.

Oggi, il tema dell’educazione al rispetto dei ruoli nella relazione uomo – donna è, e deve essere, come quant’altri mai, al centro dell’azione educativa sinergica delle famiglie e della scuola, per formare persone competenti nell’umano, che imparino a riconoscere la dignità di ogni persona, e per elaborare percorsi personalizzati di riconoscimento e comprensione del mondo e dell’humanitas. L’educazione al rispetto dei ruoli nella relazione uomo / donna è una delle forme di educazione all’umano, così come concepita da Edgar Morin[9] .

In un mondo in cui, anche nel sé-dicente ‘civile’ Occidente, spesso le relazioni uomo donna sono drammaticamente traumatiche e sfociano in maltrattamenti ed uccisioni di donne (chiamate, con un neologismo in voga, femminicidio, peraltro, entrato per via legislativa nel vocabolario della nostra lingua[10]) interrogarsi su di esse e come educare a relazioni di genere positive è un imperativo categorico per chi svolge professioni educative con e per le bambine ed i bambini, le/gli adolescenti, le/i giovani, gli adulti, le famiglie in ogni contesto.

L’essere umano è costituito di relazioni, a partire da quella originaria generata dalla differenza sessuale, perché l’umano esiste in forma sessuata. Non è stata casuale la scelta dell’indagine svolta di iniziare le domande ai giovani a partire dall’esperienza dei loro genitori, quindi di figli e, nella maggioranza dei casi, membri di una società fraterna. “Tra i legami familiari quello della società fraterna è quello di più lunga durata che esprime la condivisione […] di un senso originario di appartenenza familiare”[11] . Il con-crescere di fratelli e sorelle è per ogni persona la prima esperienza dell’altro da sé ed, in particolare, dell’altro sesso.

Con un approccio ermeneutico di stampo rigorosamente e coerentemente personalistico, Cristiana Simonetti enuclea i temi fondanti dell’educazione di genere a partire dalle famiglie che gli adolescenti che vivono, in questi anni di inizio millennio, la loro ‘età difficile’. Lo spaccato del mondo giovanile che emerge dal campione dell’inchiesta, sapientemente investigato dall’Autrice del volume, è quello di adolescenti “che pare abbiano una grande capacità di autocoscienza e di lettura della realtà che li circonda e dei modelli comunicativi […] in cui sono immersi”[12]. E’ una vera e propria competenza relazionale che si concretizza “in un bisogno reale di comunicazione e di condivisione vera, che vada al di là dello schermo e delle esperienze virtuali”[13].

Il fondamento della comunicazione educativa a tutte le età è il dialogo, quello vero, “che coinvolge l’essere dei dialoganti, ne condiziona la formazione, ne definisce e modifica la costituzione […] un atto di compromissione ontologica”[14] .

Ciò che agli educatori (genitori, docenti e tutti gli adulti significativi) compete evitare è che “valori quali la fiducia, la speranza, la memoria, il futuro, tutti fondamentali per vivere e costruire relazioni tra ragazzo e ragazza hanno bisogno di ritrovare uno spazio nuovo”[15] senza essere schiacciati in una dimensione acronica che “non contempla né la memoria del passato né la prospettiva di futuro […] indispensabili “per il percorso della costruzione della nostra identità vera e propria di persone”[16]. L’appiattimento dell’uomo, monade tecnologica, alla mera dimensione temporale del presente, che atomizza i rapporti, non favorisce che l’altro da sé sia “una sorgente di senso e al tempo stesso uno spazio di libertà che richiede volontà, rispetto, impegno, progettualità”[17] .

Le identità sessuate non possono non coerire in una relazione che valorizzi le loro peculiari differenze e che si configuri come una vera e propria competenza affettiva, la quale consenta a ragazze e ragazzi di conseguire quella “consapevolezza di sé come individualità portatrice di peculiari emozioni e sentimenti, capace di compiere scelte autonome e responsabili a livello affettivo, sociale e morale, capace di leggere criticamente le seduttive immagini e i modelli che vengono presentati dal contesto culturale”[18] . In una parola, vivere la relazione tra i sessi sia all’interno di un gruppo di pari che in una situazione di coppia, sia improntata al rispetto reciproco ed alla parità: “si impone un rinnovato impegno da parte degli educatori nei confronti dei temi della libertà e della responsabilità umane, della necessità di vivere secondo una prospettiva consapevolmente scelta [… ] l’adolescenza termina quando queste relazioni sono assunte in termini significativi e responsabili”[19] .

La maturità acquisita non è certo un passaggio alla stabilità dei sentimenti e delle relazioni. “L’adolescente che vien fuori da questa ricerca, attraverso il questionario analizzato, è un giovane ben orientato, che desidera diventare autonomo e migliorarsi seguendo un cammino educativo, ma che non ha prospettive lontane né a livello affettivo, né professionale. Le cause di questo atteggiamento sono certamente da ritrovarsi nelle trasformazioni sociali, nei trend di modificazione sociale ai quali i nostri giovani assistono e di cui rimangono purtroppo vittime”[20]. Ciò li rende ancor più potenziali destinatari di interventi educativi in tutte le età.

 

LA PROSPETTIVA PEDAGOGICA

A parere di chi scrive queste righe, il pregio migliore del volume – uno tra i molti – è la delineazione sicura, proprio perché teoreticamente legittimata, di una prospettiva per il domani: quella del futuro è l’unica dimensione concreta che invera la ricerca pedagogica, perché essa non può non “scommettere”[21] sulla sua capacità di educare ed educarsi in un moto infinito che si interfaccia sempre con la vita, costituendone parte integrante.

La prospettiva pedagogica che Cristiana Simonetti avanza è rivolta fondamentalmente agli adulti, in primis nel senso etimologico della parola: insegnanti, ma anche genitori, adulti significativi, educatori, operatori del sociale, catechisti: essa si fonda “sulla metodologia della ricerca intervento propria del CREADA”[22] che si è posto, fin dalla sua nascita, l’obiettivo della promozione di una cultura dell’educazione ancorata alla fondazione antropologica del personalismo cristiano, che intende rispondere alle richieste più specifiche provenienti dalle diverse realtà territoriali, caratterizzandosi come realtà di servizio educativo nei confronti degli adulti, protagonisti responsabili della relazione educativa.

Il CREADA opera secondo la metodologia della ricerca-intervento, arricchita dai contributi di studio e di produzione scientifica che il gruppo di ricerca ha elaborato nel corso di questi ultimi anni attraverso percorsi innovativi.

Presupposto di questa modalità di ricerca è il “conoscere cambiando”, attraverso lo studio empirico e sperimentale – in situazione, appunto – del fenomeno da studiare sul campo, provocando modifiche negli eventi, osservandone gli effetti e procedendo con confronti di gruppo e con interventi di tipo formativo-educativo.

Attraverso il metodo della ricerca-intervento ogni educatore si responsabilizza nel suo impegno quotidiano e sente di poter contare sui suggerimenti e gli orientamenti che provengono dalla teoria, ma che sono declinati secondo le esigenze e i bisogni educativi dei suoi diretti ‘casi’. “Essere un educatore o un adulto che si educa e per esserlo responsabilmente, significa oggi essere capace di svolgere un ruolo attivo nelle dimensioni della ricerca, della creatività, della critica costruttiva, significa, in altri termini, essere capace di autoapprendimento e di autodirezionalità”[23].

Educatori e ricercatori cooperano – con funzioni diverse – ad una ricerca-azione riflessiva che parte dalle motivazioni concrete dei problemi da risolvere e procede in modo che agendo ci sia formi e formando si agisca in un coinvolgimento reciproco e totale dei soggetti della ricerca: “il livello di responsabilizzazione è molto elevato […] L’impegno educativo esige che ciascuno sia così totalmente appassionato da non sentirsi mai deresponsabilizzato di fronte al dovere che il proprio ruolo esige” [24].

Fondamentale è il ruolo – lo si è visto precedentemente – della comunicazione dialogica tra tutti i soggetti coinvolti nell’educazione: “ il dialogare è l’aspetto più appropriato e determinante della relazione della relazione interpersonale intesa non come rapporto avventizio sena ripercussioni ontologiche ma come instaurazione delle persone stesse nelle loro modalità concrete di essere e di fare” [25].

 

CONCLUSIONE

Palmare appare l’efficacia di una metodologia fondata sulla riflessione sulle prassi al fine di modificarle: un metodo per il quale la teoria non è aliena dalla prassi. In pedagogia il loro rapporto, ci si permette sommessamente di rilevare, è consustanziale: parafrasando Immanuel Kant, la teoria senza la prassi è vuota, la prassi senza la teoria è cieca. Proprio questa condizione evita tanto un agire non teoreticamente legittimato quanto un teorizzare vaniloquente, come sovente accade quando si cerca di raccogliere un tangibile prodotto, spesso effimero, piuttosto che implementare un processo che può essere impervio, ma non certo impossibile, quando l’educatore investa tutto se stesso nell’impresa dell’educare, identificandosi con essa.

A chi scrive piace sempre pensare che gli insegnanti, nel senso etimologico di in-segnare, gli educatori – come i filosofi ‘protagorei’ – siano dei ‘viaggiatori senza biglietto’[26], ovvero non possano avere una meta fissata aprioristicamente e la garanzia del successo che potrebbe non arridere loro per ragioni sovente indipendenti da loro: ma non per questo possono ridurre la loro opera alla ricezione di uno stantio formulario ereditato dalla tradizione, appreso malamente e spesso peggio applicato, condannandosi ad essere soltanto dei meri epigoni.

La prospettiva assiologica delineata da Cristiana Simonetti, fondamento dell’attività del CREADA, rappresenta un importante ‘spazio’ per la crescita delle giovani generazioni nel futuro che ogni giorno tutti sperimentiamo, sotto la guida di educatori competenti ed appassionati.

 


BIBLIOGRAFIA / SITIGRAFIA

  • MORIN, EDGAR, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Milano 2001, Cortina;
  • MORIN EDGAR, Tesi sulla scienza e l’etica, in AA. VV., Trattato di bioetica, a cura di F. BELLINO, Bari 1992, Levante;
  • SANTOMAURO, GAETANO, Il senso di una pedagogia impegnata, Lecce 1964, Milella;
  • SANTOMAURO, GAETANO, Per una pedagogia in situazione, Brescia 1967, La Scuola;
  • SEMERARI, GIUSEPPE, Responsabilità e comunità umana, Manduria 1966, II ed., Lacaita;
  • SEMERARI, GIUSEPPE, Filosofia e potere, Bari 1973, Dedalo.
  • creadaitalia.it

 


[1] CARLO DE NITTI (Bari, 1960) opera da circa trenta anni nel mondo della scuola, di cui da oltre dieci in qualità di dirigente scolastico; dal primo settembre 2015 è preposto all’I.I.S.S. “Elena di Savoia – Piero Calamandrei” di Bari.

[2] Non appare eccentrico a chi scrive, rispetto al tema di cui si discuterà nelle righe seguenti, accennare, nel secondo decennio di questo secolo, sulla ‘pedagogia in situazione’, così come teorizzata da Santomauro negli anni ’60 del secolo scorso, in quanto gli pare che essa costituisca l’indispensabile substrato culturale, pedagogico e no, della Weltanschauung personalista espressa nella ricerca e nel volume di cui qui si discuterà. Si vedano, nella prospettiva qui assunta GAETANO SANTOMAURO, Il senso di una pedagogia impegnata, Lecce 1963, Milella e IDEM, Per una pedagogia in situazione, Brescia 1967, La Scuola.
La ‘pedagogia in situazione’ è, a parere di chi scrive, la scommessa pedagogica che vive ogni giorno chi voglia operare con consapevolezza ed efficacia nella scuola del XXI secolo per formare persone, uomini e donne, competenti nell’umano, educando alla responsabilità, alla cittadinanza attiva, alla solidarietà, alla differenza, ma soprattutto al rispetto di tutt* e di ciascun*.
Sul pensiero di Santomauro (Minervino Murge, BA, 1923 – Bari, 1976), si veda il volume di RICCARDO PAGANO, Il pensiero pedagogico di Gaetano Santomauro, Brescia 2008, La Scuola.
In questa sede, a chi scrive è gradito anche ricordare il Seminario di studi Il pensiero di Gaetano Santomauro nella scuola pugliese e meridionale del XXI secolo, tenuto, il 10/12/2010, presso il Liceo “Giordano Bianchi-Dottula” di Bari i cui risultati sono nell’omonimo fascicolo pubblicato nel febbraio 2012 in “Educazione & Scuola” al link http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=9066.

[3] CONCETTA DE FLAMMINEIS, Presentazione, in CRISTIANA SIMONETTI, Educare al rispetto dei ruoli nella relazione uomo-donna. Una prospettiva pedagogica attraverso una ricerca empirica, Bari 2018, Adda Editore, p. 9.

[4] MARIA LUISA DE NATALE, Introduzione alla ricerca, in CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p. 12.

[5] Chi scrive pensa che esista un modello ‘protagoreo’ della pedagogia – al pari di quello della filosofia, come magistralmente teorizzato da GIUSEPPE SEMERARI. Si veda al riguardo IDEM, Filosofia. Lezioni preliminari, Milano 1991, Guerini e Associati, pp. 61 – 68.
Tale modello è, di certo, invenibile in quel personalismo realistico che trova nella persona il giusto equilibrio tra l’ ‘hic et nunc’ e l’ansia del trascendente: esso legittima e sostiene la ‘pedagogia in situazione’ che è ermeneutica allorchè sollecita a trovare i principi categoriali con i quali ‘comprendere’ le situazioni.

[6] MARIA LUISA DE NATALE, Op. cit., p. 13.

[7] GIUSEPPE SEMERARI, Responsabilità e comunità umana, Manduria 1966, II ed., Lacaita, p. 84

[8] L’équipe di ricerca ha coinvolto quattro istituti di diverso indirizzo: l’Istituto Istruzione Secondaria Superiore “Elena di Savoia – Piero Calamandrei”, il Liceo Scientifico “Gaetano Salvemini”, l’Istituto Tecnico Economico “Vito Vittorio Lenoci”, l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato “Luigi Santarella”. Una ricerca come quella condotta ha consentito – alle scuole che lo abbiano voluto – di riflettere sui vissuti extrascolastici dei fruitori dei loro servizio di istruzione che, ovviamente, non possono non interagire con quelli scolastici stricto sensu, essendo essi l’humus della crescita dei discenti.

[9] EDGAR MORIN, I sette saperi necessari al futuro, Milano 2001, Cortina. Ancorché in una prospettiva tutt’affatto diversa da quella personalista, Morin sostiene l’educazione all’umano ed alla cittadinanza planetaria come uno dei saperi indispensabili per essere persone e cittadini consapevoli del XXI secolo.
Si può vedere anche il breve ma significativo testo del medesimo Autore, Tesi sulla scienza e l’etica, in FRANCESCO BELLINO (a cura di), Trattato di bioetica, Bari 1992, Levante, pp. 13 – 18.

[10] L. n° 119 del 15.10.2013 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province” (Governo Letta).
E’ appena il caso di notare, in questa sede, che la nascita del neologismo misura i cambiamenti nel mondo sociale intorno al ruolo della donna: in precedenza il reato era rubricato nel codice penale come “uxoricidio” (art. 577) e collegato (art. 587) al delitto d’onore, abolito soltanto circa trentacinque anni fa con la Legge n° 442 del 10 agosto 1981 (Governo Spadolini I).

[11] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p. 205.

[12] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p. 199.

[13] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit.., p. 200. Per un’efficace riflessione sui new media ed i social network ed il loro uso consapevole e critico, si veda il recente breve testo di FRANCESCO CACUCCI, I social network e la convinzione di interpretare la realtà, Bari 2018, Ecumenica editrice, pp. 16.

[14] GIUSEPPE SEMERARI, Filosofia e potere, Bari 1973, Dedalo, p. 78.

[15] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p. 197.

[16] CRISTIANA SIMONETTI, Ibidem.

[17] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p. 198.

[18] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p.215.

[19] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., pp. 212 – 213.

[20] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p. 227

[21] Non è casuale l’uso di un verbo che, a chi legge, rammemora sicuramente Blaise Pascal e la sua “scommessa”. Educare all’uso consapevole dei new media è – nel tempo che ci tocca di vivere, spesso caratterizzato da “miseria educativa” – è certamente un’urgenza per gli educatori ed, in primis, per il mondo della scuola.

[22] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., p. 231.

[23] CRISTIANA SIMONETTI, Ibidem.

[24] CRISTIANA SIMONETTI, Op. cit., pp. 233 – 234.

[25] GIUSEPPE SEMERARI, Op. cit., pp. 78 – 79.

[26] Cfr. “Aut aut”, nn° 214 – 215, 1986. Così Pier Aldo Rovatti definiva Enzo Paci e Jean-Paul Sartre nel numero monografico della Rivista dedicata al decennale della scomparsa di Enzo Paci (1911 – 1976), fondatore della medesima.

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