Il lavoro dopo il diploma premia solo gli studenti dei professionali

da Il Sole 24 Ore

Il lavoro dopo il diploma premia solo gli studenti dei professionali

di Claudio Tucci

Il primo contratto arriva in genere dopo 12 mesi dal diploma; in un caso su due è a tempo determinato (in media tre mesi – ma poi tende a stabilizzarsi). I periti trovano lavoro principalmente nell’industria. Gli studenti che escono dagli istituti professionali sono assunti in gran parte nel settore dei servizi, ma qui si annidano anche alcuni comparti industriali. A seguire l’agricoltura.

I diplomati dei licei scientifici segnano un “piccolo record”: sono i più veloci a entrare in contatto con impiego – entro un mese risulta infatti “contrattualizzato” il 4,2% del campione (contro ad esempio il 3,6% dei tecnici) -. Il Nord Italia si conferma “maggiormente ricettivo” nei confronti dei neo-diplomati: a parte il Trentino Alto Adige, con il 40,9%, superano il 30% di inserimenti Veneto, Emilia Romagna, Piemonte. La Lombardia, lo sfiora. Un po’ a sorpresa, quasi tutte le regioni del Sud si attestano su un tasso di occupabilità di chi esce dalla scuola secondaria intorno al 20 per cento.

A scattare la prima, inedita, fotografia sull’inserimento nel mondo del lavoro dei diplomati è l’ufficio Statistica e Studi del ministero dell’Istruzione, coordinato dal dg Gianna Barbieri, che, per la prima volta, ha incrociato i propri archivi (sfogliando i dati contenuti pure nei Rapporti di autovalutazione) con le comunicazioni obbligatorie del dicastero del Lavoro. In totale sono stati “osservati” 1.686.573 studenti diplomati, di tutti gli indirizzi, negli anni dal 2010 al 2013, andando, poi, ad analizzare i contratti attivati (e confermati) entro i due anni successivi dal conseguimento del titolo.

Ebbene, a livello assoluto, a due anni dal titolo le “performance” sono piuttosto diversificate: si oscilla dall’11% di occupati tra chi esce dal liceo classico (si prosegue all’università) al 44,5% per i professionali (i tecnici si attestano in una posizione intermedia, al 35,4 per cento).

Certo, i dati non sono gli “ultimissimi”. Nel 2015 l’Italia ha iniziato a uscire dalla crisi, con un Pil in ripresa; l’alternanza era appena divenuta obbligatoria. Ma ora il neo ministro Marco Bussetti potrebbe rivederla, rimodulando le ore in funzione dei singoli indirizzi, come previsto dal «contratto per il governo» (l’auspicio è che comunque la formazione “on the job” resti una fetta importante della didattica – così come lo è in tutti i principali paesi nostri competitor, Germania in primis).

Rispetto al 2013-2015, poi, l’apprendistato per “studenti” oggi sta riprendendo quota, con maggiori attivazioni. «E va pertanto rilanciato – evidenzia il vice presidente di Confindustria per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli -. La nostra proposta l’abbiamo presentata lo scorso giugno. Va disegnata una nuova filiera educativa che leghi, a doppio filo, alternanza e apprendistato a vantaggio di studenti e imprese. E facendo evolvere, entrambi gli strumenti, in chiave Industria 4.0».

Anche l’istruzione professionale, a settembre cambierà pelle, puntando su più indirizzi, da 6 si sale a 11, e un link più stretto con territori e mondo del lavoro. Per l’istruzione tecnica, riordinata nel 2010 da Mariastella Gelmini, al momento il nuovo esecutivo “giallo-verde” non prevede stravolgimenti (anche perché non sembrano necessari, ndr). Meglio, perciò, qualche “ritocco”: «Certamente questo canale formativo “pratico” va collegato di più e meglio con la cultura e l’economia dei territori e con le aziende», risponde il responsabile Scuola della Lega, Mario Pittoni.

Insomma, i dati qui pubblicati, al prossimo aggiornamento, potrebbero riservare diverse novità. E, perché no, anche qualche sorpresa. Per esempio, in base alla fotografia scattata dal Miur, il mondo del lavoro dopo il titolo premia ancora (troppo) i “maschi” e i diplomati con voti di maturità più bassi. Nel corso degli anni osservati, inoltre, emerge pure la “tendenza” a un utilizzo crescente del “tirocinio”, in chiave di periodo di prova: dall’11,6% nel 2010, si passa al 20% del 2013. Che potrebbe, in prospettiva, ridursi con nuovi (e robusti) sgravi su apprendistato e tutele crescenti.

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