La maturità controvento

da la Repubblica

La maturità controvento

Concita De Gregorio

Arrivano sui banchi come fossero reperti di una civiltà estinta, le tracce del tema di maturità. Le leggiamo — noi, il mondo adulto — con una nota di sorpresa ( ma guarda, la pari dignità sociale, ti ricordi?), con una punta pudica di nostalgia per i tempi giovani e belli dei grandi ideali (rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed eguaglianza, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione: ma certo, questo bisogna fare. Andiamo!). Con un poco di spavento (le leggi razziali. Gli ebrei non potevano più studiare in biblioteca, già…). Con smarrimento, perché arrivano in tempi in cui dilaga il sentimento di resa e di sopraffazione di fronte alla tempesta perfetta del neo- populismo. È un momento così, per chi dovrebbe e potrebbe opporsi alla deriva: un momento di risacca. Come se non ci fossero più le forze, né le parole per una proposta alternativa, per un’opposizione di parola, diciamo pure. Gli studenti picchiano gli insegnanti e i genitori pure, ci raccontano le cronache. I governanti democraticamente eletti promettono la fine della pacchia per i disperati e la schedatura degli zingari, per cominciare. Sbeffeggiano i cardinali che citano il Vangelo e non si parli delle persone di legge e di cultura, per le quali il dileggio negli anni ha lasciato posto all’ingiuria, all’insulto, alla minaccia. Negli anni, non ieri. E se voltiamo le spalle a chi governa e osserviamo i cittadini elettori: il consenso per chi strilla cresce, mostrano i sondaggi. Presto saranno la maggioranza, annunciano. La povertà economica, la povertà culturale sapientemente perseguita da chi aveva il compito di sconfiggerle, perché così è più facile governare. L’orgoglio di non sapere senza la consapevolezza di non sapere, in chi finalmente ha ottenuto il comando. La disastrosa prova di chi poteva far bene per tutti e ha fatto male persino per sé, nell’altra metà campo: ecco, la tempesta perfetta. Però invece, i ragazzi. I ragazzi hanno scelto in maggior numero il tema sulla solitudine. Soli nelle loro chat, nelle loro storie di Instagram. Orfani della possibilità di avere fiducia. E poi hanno scritto dell’articolo 3 della Costituzione, quel manifesto sull’uguaglianza che impedisce ai nostri Trump di schedare chi è diverso per sesso, razza o religione e che anzi li inchioderebbe al compito di “ rimuovere gli ostacoli”, compito veramente arduo se sei tu stesso l’ostacolo. Hanno scritto infine, nei compiti, di quel ragazzo di Ferrara raccontato da Giorgio Bassani che un giorno come gli altri, davanti a tutti i suoi coetanei, ha visto un funzionario comunale dirgli che lui, ebreo, in biblioteca non poteva più stare. Era così, il funzionario: «Il tal Poledrelli (…) sui sessanta, grosso, gioviale, celebre mangiatore di pastasciutta incapace di mettere insieme due parole che non fossero in dialetto». Una figura letteraria, per carità: con il massimo rispetto per i dialetti e per la pastasciutta, e anche per la giovialità di chi fa rispettare le leggi razziali con bonomia. La storia mentre accade non sempre la riconosci. Il giovane studente di Lettere del Giardino dei Finzi- Contini, ebreo, era iscritto ai Guf, i gruppi fascisti universitari. La storia mentre accade a volte sembra una fase, un momento da niente, non c’è da preoccuparsi. Tra le lettere che ricevo ogni giorno ce ne sono moltissime di studenti che scrivono ai loro insegnanti: hanno bisogno di adulti-maestri, lo dicono benissimo a 15 anni. Ce ne sono di bibliotecari che vengono trasferiti per non aver eseguito l’ordine di segnalare i libri “ indecenti”. Lo dicono con pudore: ho consegnato la lista di tutti i libri, non sapevo e non potevo fare quell’elenco.

I ragazzi. Sarebbe bello poter leggere i temi che hanno scritto. Le tracce di maturità erano un presidio strenuo di umanità. E l’umanità — al bisogno si può cercare sulla Treccani, in Google — è la condizione che definisce il genere umano. Anche il nuovo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, leghista, che non ha commentato le tracce perché « non sono mie, le ho ereditate » , ha detto. L’umanità definisce anche lui, e l’eredità — che lo sappia o meno, che lo voglia o meno — gli tocca in dote. È sua, in quanto uomo.

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