D. Robasto, Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola

Daniela Robasto, Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola. Metodi e indicazioni operative, Roma, Carocci, 2017, 143pp.

Più grande è il senso di appartenenza, maggiori sono le possibilità di successo (p. 25)

Daniela Robasto, ricercatrice in Pedagogia Sperimentale dell’Università degli Studi di Parma e vincitrice del Premio Italiano di Pedagogia nel 2017, nel libro Autovalutazione e piani di miglioramento a scuola. Metodi e indicazioni operative (Roma, Carocci, 2017, 143pp.) indaga la spinta innovativa introdotta dal D.P.R. 80/2013, ne coglie aspetti concreti ricavati da un’analisi di 150 Rapporti di Autovalutazione (estratti casualmente dal portale “Scuola in chiaro”) e di 100 Piani di Miglioramento (di cui 71 correlati ai RAV esaminati nella prima ricerca e 26 tratti liberamente dal siti web delle scuole), propone la strada per la stesura di un RAV e di un PdM di qualità. Com’è noto, il fine ultimo dell’intero processo coincide con il miglioramento dei risultati di apprendimento e, più in generale, con il successo formativo di alunni e studenti.

Il lettore di riferimento è il docente comune che deve formarsi in relazione all’impegno verso l’autovalutazione e il miglioramento dell’istituzione scolastica. Concetti chiave, che vengono chiariti ed esemplificati, sono tra l’altro quelli di ‘obiettivo di processo’, di ‘piano di formazione’, di ‘bisogno formativo’, di ‘coerenza tra obiettivi e azioni’, di ‘esito atteso’ e di ‘finalità’.

L’autrice passa in rassegna le caratteristiche di una serie di strumenti di rilevazione dei dati per il monitoraggio del PdM che vanno da questionari molto strutturati a tecniche con basso grado di strutturazione (interviste, brainstorming, focus group, analisi swot, scala delle priorità obbligate). Invita poi a non abbandonare i dati alla carta ma ad analizzarli (in questo consiglia di utilizzare fogli di calcolo o questionari online – costruiti, per esempio, con Google Moduli – che consentono di filtrare le informazioni).

Il suggerimento che viene dato nel capitolo conclusivo è quello di raccordare il senso del cambiamento con quello dell’apprendimento, questo per permettere agli insegnanti di non perdere mai di vista il processo: “il cambiamento di un’organizzazione non può che passare per l’apprendimento delle persone che nell’organizzazione vi operano” (pp. 113-114) consolidando e supportando il nesso – anche provocatorio, ma di certo fondante del sistema-scuola – tra obiettivo di processo e obiettivo di apprendimento. Lo sforzo dell’apprendimento deve essere accettato da tutti, fuggendo dalla tentazione di rifugiarsi nel ‘basso continuo’ (indagine talis 2013 citata a p.38) di una professione docente che tende rigenerarsi più in contesti informali e legati al quotidiano che in contesti formativi che permettano di cogliere feedback sulla propria azione didattica, oltre che a calibrare la formazione rispetto alle necessità dell’istituzione scolastica di appartenenza. Palese appare la spinta ad abbandonare l’idea di affidare l’autovalutazione e la redazione del PdM a personale esterno delegando all’esterno il compito invece di sviluppare valore aggiunto all’interno dell’organizzazione.
Dopo un’analisi attenta del modello di Kirkpatrick in relazione alla formazione del personale, la studiosa consiglia, infine, di raccordare formazione continua e miglioramento scolastico e fornisce una serie di quesiti metodologici che rappresentano una traccia propedeutica alla rilettura del RAV e alla pianificazione del cambiamento visto come parte integrante del ciclo “autovalutazione-formazione- cambiamento-miglioramento”.

Il percorso, per gradi e attraverso domande-stimolo, conduce il lettore a pensare a “cosa le persone che operano nella scuola dovrebbero apprendere per poter migliorare l’organizzazione scolastica” (pp. 18-19) e consente pure di prefigurare le strade in cui quando “il piano si sposta nella concretezza dei comportamenti (e quindi anche sull’eventuale cambiamento del comportamento) allora emergono tutte le resistenze al cambiamento che fino ad allora erano rimaste latenti” (p. 69); stimola così a riflettere e, ad un tempo, ad apprendere come agire in modo differente.

Emerge, in controluce, la necessità della diffusione di una cultura dell’evidenza (sulla scorta dell’Evidence Based Education diffusa in Italia, tra l’altro, da Calvani e Vivanet e dalla società scientifica SAPIE – Società per l’Apprendimento e l’Istruzione informati da Evidenza) che possa guidare le scuole verso un miglioramento consapevole e mosso dall’autoriflessione dei singoli attori coinvolti e aiutare il personale a individuare, passo dopo passo, i propri obiettivi sia sul piano formativo, sia sul fronte della didattica che su quello del cambiamento organizzativo. Gli spunti offerti possono essere utili in un momento che vede le scuole orientarsi verso la Rendicontazione sociale del ciclo 2014-2019 e, ad un tempo, preparare la redazione del PTOF 2019-2022.

Laura Nascimben

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