La vita impossibile dei presidi-trottola “Così gestiamo le scuole dall’auto”

da la Repubblica

La vita impossibile dei presidi-trottola “Così gestiamo le scuole dall’auto”

A un dirigente su quattro si chiede di coordinare più istituti, spesso lontani fra loro, con migliaia di studenti

Corrado Zunino

Vanno per calli, a Venezia, poi raggiungono isole nel resto della Laguna.

Guidano per le strade provinciali della Grande Torino. I quattrocento euro netti che trovano in busta paga li bruciano per la benzina, l’abbonamento al traghetto: li restituirebbero volentieri. «Dateci una scuola sola, da curare e far crescere». Scavallano, spesso, la provincia d’appartenenza, e tornano a casa frustrati.

Sono i dirigenti scolastici in reggenza, patologia grave della scuola italiana che dal 2011, ultimo concorso per presidi conosciuto, colpisce il cerebro dei plessi: i presidi, appunto. Affiancandosi a un altro portato della Riforma Gelmini — l’accorpamento degli istituti per numero di studenti, avviato negli stessi mesi —, ha trasformato i presidi in equilibristi dell’istruzione, tappabuchi senza quiete: «Siamo immersi nelle scartoffie e alcuni istituti, lontani chilometri e chilometri, non li vediamo mai. Ci affidiamo a segreterie di fiducia, poi ci facciamo il segno della croce».

I dirigenti di scuola in Italia sono 6.400, con un’età media avanzata.

A uno ogni quattro — erano 1.233 nell’anno chiuso, ma in questa stagione si va verso quota 1.700 — il ministero dell’Istruzione ha chiesto di gestire almeno un altro istituto. Quando Mariapia Veladiano, collaboratrice di “Repubblica” e dirigente scolastica in un liceo artistico di Vicenza, ha ricevuto la lettera del provveditorato che le chiedeva di andare a coprire una seconda scuola nelle montagne venete (altri otto plessi e seicento alunni), ha fatto ricorso al giudice del lavoro. Ora ottiene solidarietà diffusa tra i colleghi erranti.

Dal suo ufficio nell’Istituto comprensivo di Azeglio, 1.271 abitanti da censimento in provincia di Torino, Guido Gastaldo, 52 anni, preside pentito, conta le scuole che segue: «Otto d’infanzia solo nel mio paese e nei dintorni, poi sette elementari e tre medie. L’anno scorso in area Strambino si sono aggiunte cinque infanzia, tre primarie e una media inferiore». Sono ventisette strutture, oltre duemila alunni.

«Ho partecipato al concorso per presidi con un atto di incoscienza e oggi pago tutto. Mi manca il rapporto con gli studenti, ero un professore di Lettere alle medie, e vivo sommerso dalle carte da firmare. Non mi occupo di didattica, progetti. Sono continuamente al telefono, perlopiù con gli uffici dei ventisette comuni che gravitano attorno ai ventisette plessi. E sono preoccupato per il potenziale rischio degli edifici che mi sono stati assegnanti. Dicono che non hanno problemi, ma io non lo so.

Non li ho visti». Nel Torinese ogni preside ha una reggenza: «In provincia siamo pochissimi». E una scuola in reggenza non è mai come quella dove c’è un preside stanziale: «Le cose, nelle altre, o le deleghi o non le fai». Alla fine dell’anno orribile delle reggenze — mai così tante dal 2008 ad oggi, prima di allora i doppioni non esistevano — c’è la luce di un concorso per dirigenti in itinere.

È stato fissato lo scritto, il prossimo 18 ottobre, l’età media dei candidati è 49 anni e alla fine arriveranno 2.425 nuovi presidi: «Se non accorciano il procedimento, anche a settembre 2019 non vedremo nessuno».

Maurizio Driol, lui all’Istituto comprensivo di Basiliano e Sedegliano (provincia di Udine), detiene il primato conosciuto delle scuole governate in questo Paese: ventinove con 450 insegnanti e 3.200 alunni. «Sono friulano, mai fatto drammi», dice: «Da quarant’anni faccio il maestro e il preside di campagna, ma è arrivato il momento di dire che l’attuale concezione della figura del dirigente scolastico e della scuola in Italia è sconvolgente, dannosa e offensiva». Maurizio Driol passa alla scrivania diverse feste comandate: «Lavoro di nascosto, altrimenti mia moglie se ne va. Non ho alternative». Dice poi: «I presidi erano intellettuali, letterati o scienziati, la crema dell’istruzione. Oggi non abbiamo il tempo per conoscere i frequentatori delle nostre scuole.

Sono responsabile, per ventinove strutture, di didattica, privacy, trasparenza, appalti, supplenze, sicurezza». L’unico obiettivo è il risparmio pubblico: «Un preside di ruolo costa cinquemila euro lordi al mese, un reggente settecento». Nelle scuole italiane servirebbero figure intermedie, vice, vicari. In mancanza, Paola Bellini si sposta in auto tra due province, Cremona e Brescia, e spesso dimentica di pranzare.

Titolare di un istituto a Pontevico con otto plessi, le hanno dato altri tredici edifici in assegnazione provvisoria. Ventuno è la somma.

«Quello che non riesco a fare dal vivo, cerco di risolverlo al telefono: ho una scheda illimitata e un illimitato entusiasmo».

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