Prof, per salire in cattedra basta la laurea

da ItaliaOggi

Prof, per salire in cattedra basta la laurea

Sul reclutamento si cambia Il ministro dell’istruzione, Marco Bussetti, annuncia a ItaliaOggi la controriforma: troppi i tre anni post lauream del Fit . Si va verso l’integrazione con esami ad hoc del percorso di laurea. Manovra? Evitare la riduzione dei salari

Alessandra Ricciardi

Sul reclutamento si cambia ancora. Non ha fatto in tempo ad entrare a regime il Fit, acronimo di formazione iniziale e tirocinio, il sistema previsto dalla riforma della Buona scuola del governo Renzi, che il ministro dell’istruzione, Marco Bussetti, annuncia la controriforma: troppi i tre anni post lauream del Fit, serve un sistema più agile e veloce per sopperire al fabbisogno di nuovi docenti. Il progetto a cui Bussetti sta lavorando prevede l’integrazione con esami ad hoc del percorso di laurea e poi via, il concorso. Chi lo supera va in cattedra. Il nuovo reclutamento dovrebbe, assicura Bussetti, partire già il prossimo anno con l’obiettivo di reclutare docenti più giovani. E senza gli errori di programmazione di quest’anno, quando di 57 mila assunzioni a tempo indeterminato autorizzate dal ministero dell’economia ben 32 mila sono rimaste senza candidati.

Domanda. Ministro, lei vuole riformare il sistema di accesso alla professione docente. Su cosa pensa di intervenire?

Risposta. È mia intenzione dare una volta per tutte regole certe. In questi anni sono stati creati troppi percorsi diversi, sono state fatte innumerevoli promesse rimaste disattese a chi voleva diventare insegnante. È arrivato il momento di stabilire un’unica strada d’accesso: concorsi in base ai posti vacanti e disponibili. E vincoli di permanenza per un certo numero di anni. È così che rispettiamo le ambizioni di questa categoria professionale. E restituiamo dignità ai docenti, pilastri della nostra scuola.

D. Una riforma è stata fatta da poco, con la legge 107 del 2015, la cosiddetta Buona scuola. Cosa non va di questo sistema che gioca sul binomio formazione-selezione?

R. Attraverso la legge 107 sono stati assunti migliaia di docenti, è vero. Ma in maniera confusa e in alcuni casi lesiva dei loro diritti. Pensiamo a coloro che si sono dovuti trasferire lontano da casa a causa dei calcoli di un freddo algoritmo. Chi ha partecipato al concorso, invece, non solo ha dovuto superare una selezione, ma avrebbe dovuto intraprendere anche un percorso di formazione, un tirocinio, della durata di tre anni, prima dell’effettiva immissione in ruolo. Tutto questo non va bene. Né per gli insegnanti, né per gli studenti.

R. Dobbiamo prevedere una formazione già durante gli anni universitari. Per far sì che si possa andare in cattedra a 26 anni, non a 30 o 40. Con un concorso bandito regolarmente sarà possibile accedere all’insegnamento subito dopo la laurea, senza percorsi di studio ulteriori.

D. Lei ha ottenuto dall’Economia l’autorizzazione ad assumere oltre 57 mila insegnanti a settembre. Per 32 mila cattedre, in particolare al Nord, non avete trovati candidati. Il dato peggiore degli ultimi anni. Cosa non è andato? Dove ha toppato il sistema? Molti concorsi riservati non si sono chiusi nei tempi. Cosa pensate di fare per recuperare?

R. La mancanza di insegnanti per alcune discipline dimostra che sul reclutamento dobbiamo cambiare rotta. Immediatamente. Non abbiamo bisogno di continuare a costruire sacche di precariato. Dobbiamo avere il quadro chiaro delle necessità delle scuole di tutto il Paese e bandire concorsi sulla base di quelle. Abbiamo ereditato una situazione intricata. Ma in un anno al massimo indiremo un concorso per giovani laureati, che risponda a questi criteri e preveda tempi celeri di assunzione.

D. Non trova che sia un paradosso che ci siano migliaia di precari che fanno supplenze ma non candidati abilitati o che abbiano superato un concorso utile per diventare titolari su quelle cattedre? Errori nella programmazione delle università? E del fabbisogno della scuola? Concorsi troppo selettivi? C’è chi punta l’indice anche contro le prove di inglese e di informatica dell’ultimo concorso.

R. Trovo paradossale che in questi anni si sia agito sulla scuola così alla cieca. Che non ci sia stata una regia. Che siano mancati analisi e studio dei dati, dei bisogni effettivi. Sono state frustrate le aspettative degli insegnanti. E si è messa a rischio l’istruzione dei nostri giovani. Non sarà più così d’ora in poi. È un impegno che ho preso con il mondo della scuola già dai primi giorni del mio insediamento al Miur.

D. Lei ha rivendicato al momento del suo insediamento a Viale Trastevere l’ essere «uomo di scuola». Come pensa di venire incontro alle richieste pressanti di uffici scolastici territoriali e delle segreterie in merito alle carenze di organico e al sovraccarico di oneri?

R. Non sono solo un «uomo di scuola». Conosco perfettamente il lavoro, le richieste e le criticità degli uffici scolastici regionali: una parte del mio percorso professionale si è svolta al loro interno. Ho detto sin da subito che non si può pensare di governare il sistema di istruzione da Roma, con norme, circolari, riforme calate dall’alto. Bisogna intervenire in sinergia con i territori, valorizzando l’impegno degli uffici periferici del Miur e sostenendo la loro azione quotidiana. E questo vuol dire certamente sburocratizzare, snellire le procedure, ridurre gli oneri. E dare strumenti per fronteggiare le necessità di tutte le scuole e dei nostri studenti.

D. Un altro tema chiave è quello della responsabilità anche penale per i problemi strutturali delle scuole. Se e come pensate di intervenire? Vi sono stati dirigenti scolastici condannati alla pena detentiva per incidenti gravi occorsi nelle loro scuole per carenze strutturali non dipendenti da loro.

R. Per quanto riguarda l’edilizia scolastica in pochi mesi abbiamo già portato avanti risultati importanti. Abbiamo 7 miliardi a disposizione e faremo sì che vengano utilizzati per le certificazioni che mancano agli istituti, per le verifiche negli edifici e per la messa in sicurezza delle strutture. In Conferenza Unificata abbiamo siglato un accordo che prevede tempi più rapidi per assegnare le risorse agli Enti locali, proprietari delle scuole. Non dobbiamo leggerla puramente come una questione di responsabilità. Nessuno ha intenzione o si sognerebbe di mandare uno studente in una classe che rischia di crollare. Nessuno. Ministro, sindaco o preside che sia. Dobbiamo intervenire in maniera preventiva. Ed è esattamente quello che stiamo facendo. Rapidamente e con una visione strategica delle priorità.

D. Alternanza scuola-lavoro: si va verso una graduale cancellazione? Che dati avete sull’andamento del progetto?

R. Non ho mai parlato di graduale cancellazione. Riconosco il valore dell’Alternanza scuola-lavoro. È una forma di orientamento importante per i nostri giovani. Credo però che l’obbligatorietà ne abbia distorto in alcuni casi lo scopo e le finalità. Stiamo rivedendo le Linee guida e riconsiderando la quantità di ore da svolgere. Abbiamo ridimensionato il peso nell’Esame di stato: l’Alternanza è solo parte di un percorso formativo molto più ampio e articolato. Durante la Maturità i nostri ragazzi devono avere la possibilità di esprimere se stessi e ciò che hanno appreso. L’Alternanza deve essere uno strumento didattico di qualità. Non una perdita di tempo, né una forma di apprendistato occulto.

D. È tempo di legge di Bilancio. Una misura chiave su cui punta?

R. Le misure sono più di una. Un impegno indifferibile è stanziare le risorse necessarie affinché migliaia di dipendenti del comparto scuola possano, anche nel triennio 2019-2021, continuare a percepire il cosiddetto elemento perequativo. In assenza di tale stanziamento subirebbero una riduzione del trattamento economico già dalla mensilità di gennaio prossimo, e ciò va assolutamente evitato. E poi ci sono i provvedimenti voluti dal patto di governo come la diminuzione delle classi pollaio.

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