“per seguir virtute e canoscenza” nella scuola

per seguir virtute e canoscenza” nella scuola

di Agostina Melucci*

Insegnare e studiare bene oggi è difficile ma ne vale la pena se si ha coscienza non tanto degli obiettivi quanto del fine. L’odissea post-omerica dell’Ulisse dantesco costituisce per docenti e studenti il magnifico racconto di un viaggio che ciascuno di loro è chiamato a intraprendere. Con esiti migliori, naturalmente.

Cenni per trovare la “diritta via”

Da alunna delle scuole elementari ero rimasta affascinata dalle figure del Dorè e dalla musicalità delle rime contenute in un librone, “Divina Commedia”, posto in evidenza sul bancone di una vicina biblioteca. Presi allora prestito un libro di Dino Provenzal, di cui non ricordo il nome, forse “Dante spiegato ai bambini” o qualcosa di simile e lo lessi più volte, tornando di tanto in tanto a quelle rime del librone da me non parafrasabili ma certo assai seducenti. Ritrovai la Commedia all’istituto magistrale di Rimini e poi all’università e sempre vi scoprii nuove fonti di luce per illuminare la via.

La ritrovo ora, in questo anno scolastico che si apre nel tempo in cui, a Ravenna e a Firenze come altrove, si preparano le prime importanti manifestazioni per quel settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri che verrà compiutamente celebrato nel 2021. La scuola –augurabilmente anche a livello nazionale- aderisce sin da ora al complesso e ricco itinerario previsto per la commemorazione con attività che sta preparando di ricerca, didattica e presenza pubblica, da sempre in atto ma ora ravvivate. In alcuni casi non si limita ad aderire ma promuove, in autonomia o in collaborazione, iniziative destinate anche agli studiosi e al pubblico esterno.

Cerco qui di contribuire offrendo alcune considerazioni sul celebre discorso con cui nel canto XXVI dell’Inferno l’Ulisse dantesco sprona i suoi compagni a spingersi in acque ignote, oltre i confini del mondo allora conosciuto. E’ vero che alla fine il percorso di Ulisse porta a un pur glorioso naufragio ma la barca su cui i giovani si avventureranno oggi è molto più sicura e l’oceano navigabile con GPS e sistemi di navigazione inerziale assai precisi; ora come allora occorrono comunque coraggio, potenti motivazioni interiori, una coscienza etica e una forte pulsione intenzionale nel perseguire la virtù e la conoscenza.

E’ anche il tempo in cui si avverte maggiormente il bisogno di insegnanti e dirigenti colti e dunque capaci di un potente cenno magistrale -diretto alla società e ai giovani- che indichi la “diritta via”.

Virtute

Penso che Dante, oltre che discepolo di Virgilio buon lettore di Cicerone, intenda per virtute la fortitudo, la forza d’animo, il coraggio morale e fisico di affrontare il rischio in nome di un superiore ideale, l’espressione di una dignitas naturalmente detenuta ma comunque da rinnovare ogni giorno contro la tentazione del conformistico acquietarsi entro recinti tranquilli o di uscite comunque assicurate dal commercio di valori.

E’ per noi persone di scuola il grande tema dell’educazione alla coscienza etica (sociale) e alla morale (individuale) da perseguirsi entro un piano di socratica collimazione con l’educazione alla conoscenza di cui dirò tra poco. Quel che ancor oggi serve è la difficile coscienza (un con-sentire autentico) dei doveri non meno che la (relativamente facile) coscienza dei diritti.

Credo pure che possa interessare la ricerca delle scuole un’esplorazione dei nessi tra virtù e virtualità, parola quest’ultima che ha in comune con la prima parte dell’etimo e le cui applicazioni appaiono dominanti nell’universo post-moderno. Entrambi i termini esprimono un’idea di potenzialità ma il secondo –immateriale in quanto energia ma assai incidente sulla materia del mondo- procede oggi spesso dissociato dell’idea di res-ponsabilità ovvero di rifiuto del pondus rei, dell’onere della cosa. Dobbiamo sì educare al gioco concettuale anche attraverso l’informatica; ma anche alla produttività dell’intenzione e alla coscienza delle modificazioni del campo fattuale che potrebbero derivare anche da giochi privi di cattive intenzioni. Ci sono –e la scuola deve continuare a stigmatizzarli- ampi fenomeni di virtuale non virtuoso, dissociato nella produzione e nella fruizione da ogni coscienza etica e ogni senso di responsabilità.

Coscienza e “canoscenza”

La conoscenza non è soltanto l’apprendimento del conosciuto, del conoscere al participio passato; è l’effetto e la nuova origine del conoscere, ossia di un verbo all’infinito; è dunque sete di Novum. Non ha limiti e nessuna teoria di colonne d’Ercole può porne di invalicabili. Si può dare mappe e procedure cognitive costruendo essa stessa il tipo di operazioni necessarie al procedere.

A mio avviso, occorre prestare la dovuta attenzione alla formazione della coscienza. E’ opportuno che il soggetto individuale o collettivo sappia di sé e del contesto e sia disposto alla proiettarsi e al costituirsi trascendentale del sapere; abbia cioè coscienza e in-tensione autentica alla sempre sfuggente meta cui avvicinarsi. Idealmente il Maestro è l’Ulisse che rende i compagni “sì aguti” che non vi è più bisogno di spingerli; anzi “a pena poscia” riuscirebbe poi a trattenerli. Può capitare a chi insegna con passione.

L’Ulisse dantesco non sarebbe partito per il suo viaggio nella conoscenza estrema se non avesse avuto coscienza che qualcosa doveva pur esistere oltre l’orizzonte del noto e che valeva la pena di mettersene alla ricerca. La formazione della coscienza (coscienza di) non si limita all’interiorizzazione di norme di comportamento; è il fondamento di ogni conoscenza. I Maestri insegnano da sempre che la conoscenza muove da quella coscienza che si costituisce prendendo contatto con il limite (interno? esterno? comunque sentito come tale) come con la vasta gamma del possibile. Io sono colei/colui che –a vari stadi di coscienza- non sa certe cose, che non capisce altre cose, che non riesce a configurare adeguatamente la massa di fenomeni materiali e immateriali che si prospettano alla presa di coscienza del “mondo”. Ma sono anche chi può spingersi molto oltre; non solo stare ma, per dirla con Husserl, essere-al-mondo, all’Intero del mondo, abitare con pienezza il lebenswelt, il mondo-della-vita. Allora la coscienza sente che il mondo esperito è troppo piccolo e si estende pure altrove, oltre la terra dei padri; è questa la premessa necessaria di ogni oltrepasssamento, di ogni viaggio.
La conoscenza (discipline) che si insegna nelle scuole è il sentiero, storicamente sedimentato e continuamente reinverato dalle scienze, che raccorda l’io a quel campo globale di fenomeni che si configura intorno e che il docente e il ragazzo (meglio insieme) scelgono come argomento del loro mai finito conoscere.

Così la coscienza si espande, il mondo acquista evidenza, prende forma e spessore. Se i ragazzi e alcuni docenti sono a volte demotivati, distratti, abulici verso le discipline è perché queste ultime non entrano nel loro campo di coscienza, sono avvertite come estranee alla (loro) vita. Non sentono il desiderio di guardare “di là dal sol”, oltre l’universo chiuso delle loro frequentazioni del mondo virtuale .

La coscienza che cerchiamo di formare introduce la conoscenza come “coscienza di qualcuno” “intorno a…”. La coscienza avvia alla conoscenza quando trattiene il soggetto dal non perdersi nei fatti (fondati o falsi), quando lo fa vivere e riflettere sugli atti, assumere consapevolmente nuove disposizioni, autoeducarsi attraversando le discipline ovvero quei plurali campi di esperienza che la scuola offre.

Un pensiero “virgiliano” non si limita alla superficie ma sa attingere alla solidità umanistica e scientifica; ciò impedisce la dispersione nella contingenza, ossia in quello che è evidente solo nell’immediato e spesso vela il fondo e oscura il cielo. Ci sarà sempre più necessità di un sapere che nella consapevolezza delle origini e della loro inesauribilità sappia essere generativo, trasformazionale, capace di ricreare il mondo. Occorre che i ragazzi si impadroniscano dei nuclei essenziali dei saperi, quei nuclei che consentano loro di procedere in modo autonomo; è inoltre importante che riescano a maturare un atteggiamento di disponibilità ad imparare continuamente. Come quei loro insegnanti che sanno essere Maestri.

Virtute e canoscenza, con proiezione oltre la contingenza

I fini di ogni percorso di virtù e conoscenza non vanno didatticisticamente sequenziati e somministrati ma inter-rogati, cercati attraverso un discorso sulla storia e l’attualità aperto fra i soggetti. L’essenziale -ovvero il contatto generativo tra un ragazzo e la cultura, la luce inestinguibile- va indicato con un invito che consenta al soggetto di essere autore di un proprio incontro personale con il lebenswelt e il sapere.

Occorre che il binomio virtute e canoscenza tenga presente che oggi più che mai l’ipercomplessità del mondo è solo parzialmente governabile con logiche “a cascata”, lineari e deterministiche; il mondo e le scienze sono ormai non-lineari e conoscibili solo probabilisticamente; il mondo che non solo cambia ma muta anche nella struttura genetica. Questo segnano-in i tanti Maestri che siedono in cattedra nelle nostre scuole.

Ogni autentico conoscere è il sapere di una semper nova e indeterminabile libertà; è consentire che la nostra mente trovi forme per ordinare il lasciarsi essere dei soggetti e delle cose, andando sempre alla ricerca di nostre nuove configurazioni. E’ necessaria apertura essenziale, originale, indeterminata, volta autenticamente al reale, anche oltre la realtà (la rappresentazione del reale che prevale nell’attualità). I giovani non debbono credere che tutto possa apparire con un doppio clic e sparire con un clic. Allora tutto sarebbe come niente, concrezione della credenza sottostante a questa nuova forma di nichilismo di massa.

Sono lieta di stare in una scuola ove si aiuta a trovare la diritta via, ove abita ancora l’interesse prevalente per il soggetto e la cultura, in cui si sa resistere alla pressione della non-conoscenza artificiosa e strumentale così presente nell’universo virtuale e aiutare la formazione di menti capaci di pensiero essenziale. In una scuola che naviga servendosi di tutti i moderni sussidi alla navigazione ma pensando, in cui ogni Maestro cerca di porsi come un nauta capace di spingere i soggetti ad avventurarsi sulle strade della virtù e della conoscenza evitando i gorghi in cui la navicella potrebbe affondare. Le scienze dello spirito e quelle del mondo fisico stanno aprendo il varco verso le nuove acque in cui i nostri giovani dovranno navigare; a noi che con vari status e ruoli esercitiamo la funzione magistrale spetta conferire loro la tensione, il coraggio e la forza di percorrerle con mai certa ma comunque fondata sicurezza.

* Dirigente Ufficio X (Ravenna) dell’USR Emilia-Romagna. Discorso di inaugurazione dell’anno scolastico 2018-19


Bibliografia

Dante Alighieri La Commedia secondo l’antica vulgata in G. Petrocchi (a cura di) Società Dantesca Italiana (1994)

Jorge Luis Borges, Nove saggi danteschi, in Tommaso Scarano (a cura di), Milano, Adelphi, [1982-2001].

Mario Fubini ed Ettore Bonora (a cura di ), Antologia della critica dantesca, Torino: Petrini, 1966

Martin Heidegger Segnavia (1976) ed.it Adelphi, Milano 1986

Giuseppe Semerari L’idea dell’uomo in Husserl in Pedagogia al limite a cura di P.Bertolini e M.Dallari. Scandicci. La Nuova Italia, 1988

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