Lettera a Rossana Rossanda

Lettera a Rossana Rossanda

di Maurizio Tiriticco

Cara Rossana! La tua intervista su “la Repubblica” di oggi mi ha particolarmente commosso! Anche tu ti stupisci di come in pochi anni il nostro Paese sia cambiato in peggio, ed anche per una grande responsabilità della sinistra. Anche tu, come me, attribuisci l’inizio del peggio – se si può adottare questa espressione – a quella scellerata scelta di Occhetto, quando, nel lontano 1989, con la “svolta della Bolognina”, volle cambiare il nome del Partito Comunista Italiano per dar vita al Partito Democratico della Sinistra! Cambiamento poi ratificato dagli organismi dirigenti del Partito. Lo so! C’era stato il crollo dell’URSS – ricordo come avevamo già avuto un grande scossone anni prima, in seguito ai “fatti di Ungheria” nel 1956 – ma noi comunisti italiani con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica non avevamo affatto rapporti di dipendenza, bensì di amicizia e di solidarietà! E ciò fu reso evidente fin dai tempi della guerra, e precisamente dalla cosiddetta “svolta di Salerno”.

Mi piace ricordarlo! Dopo l’armistizio con gli Alleati, settembre 1943, Salerno fu la sede provvisoria del riconosciuto Governo italiano dall’11 febbraio 1944 fino al 15 luglio, in seguito alla liberazione di Roma, avvenuta nella notte 3/4 giugno dello stesso anno. Ricorderai meglio di me. Nell’aprile del 1944, Palmiro Togliatti, tornato in Italia reduce dal lungo esilio nell’URSS, impose letteralmente al Partito comunista di abbandonare la linea dell’intransigenza antimonarchica, assolutamente sterile e improduttiva, e di avviare invece un dialogo costruttivo con gli altri partiti, i democristiani, i repubblicani, i socialisti, gli azionisti, i liberali, ritornati sul pubblico agone dopo la caduta del fascismo. Si trattò di una proposta saggia e che permise di superare lo stallo politico in cui ci eravamo cacciati. Si ebbe la cosiddetta “svolta di Salerno”.

E’ bene ricordare quella situazione. Era in atto la cosiddetta questione istituzionale: se cioè si dovesse riconoscere o meno la monarchia sabauda di Vittorio Emanuele III, colpevole di avere abbandonato Roma e l’Italia nella notte dell’8 settembre 1943, dopo aver dato l’annuncio dell’armistizio sottoscritto con gli Angloamericani. I partiti erano tutti contrari alla monarchia, nonostante il parere degli Alleati, che invece necessitavano di avere un governo interlocutore, rappresentate della rinascente Italia, libera, democratica e antifascista. Togliatti, il comunista cattivo e mangiabambini, sostenne allora che era invece necessario riconoscere lo stato di fatto e che la questione istituzionale – monarchia sì o no – era opportuno rinviarla alla fine della guerra, dando voce diretta al popolo! E il popolo, in effetti, votò, dopo la fine della guerra, il 2 giugno del 1946 e, com’è noto, optò per la Repubblica.

Allora c’era anche la questione della natura e della funzione di un partito comunista in un Paese come l’Italia, che aveva di fatto perso la guerra. E si diede vita a un partito comunista che, dopo la guerra, non condusse soltanto le lotte degli operai e dei contadini, ma volle occuparsi anche della cultura, se si può usare questa espressione. Dopo il ventennio dell’indottrinamento fascista! Così furono affiancate a “l’Unità, organo del Partito Comunista Italiano”, altre pubblicazioni, il “Calendario del Popolo”, “Vie Nuove”, “Il Pioniere” per i bambini, “Pattuglia”, di cui fui anche redattore, per i ragazzi. E poi vide la luce una rivista di alto livello, che ebbe un alto prestigio, “Rinascita”, attiva fino al 1991. Nelle sedi di partito e nelle federazioni furono costituite sezioni che si occupavano espressamente di cultura. E nella società civile furono aperte le cosiddette “Case della Cultura”. Io fui attivo in quella di Roma e tu, se non erro, dirigesti con alta professionalità quella di Milano. Ricordo le riunioni periodiche, nella sede di Via della Botteghe Oscure a Roma, dei responsabili delle attività culturali condotte nel Paese. E ricordo i tuoi interventi, sempre lucidi e, per certi versi, graffianti. E, dopo le vicende del Sessantotto, ricordo la scelta tua e di tanti compagni, Lucio Magri, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina, Valentino Parlato, di dar vita a “il Manifesto. Era l’estate del ’69! Una scelta che fu un’occasione preziosa per il dibattito della sinistra e nella sinistra.

Nell’intervista che hai rilasciata dici tra l’altro che hai avuto una “vita molto fortunata”! Potrei dire che tutti noi novantenni, militanti del PCI, abbiamo avuto una vita molto fortunata! Le lotte, quelle giuste, appagano e pagano! Condivido con te il fatto che stiamo attraversando una stagione molto difficile, con un populismo che avanza e un neofascismo strisciante. Difficile anche per la volgarità del sentire e del parlare che caratterizza certi uomini politici oggi alla ribalta! E che tu rilevi e denunci con forza!Quando dici: “L’altro giorno ho visto in TV una trasmissione dove tutti ripetevano non me ne frega un cazzo”! Mai i dirigenti del PCI avrebbero adottato un linguaggio del genere. In effetti ci stupimmo tutti quando Togliatti in un comizio elettorale, in occasione delle elezioni del 1948, ebbe a dire testualmente: ”Voglio comprarmi un paio di scarponi chiodati per dare un calcio nel sedere a De Gasperi. Comunque, disse ”sedere”!!!

Mah! In conclusione potremmo dire che oggi in Italia “mala tempora currunt”! Però non è affatto detto che “peiora parantur”! Qualcuno ci ha insegnato che al pessimismo della ragione può sempre corrispondere – anzi, deve – l’ottimismo della volontà! Auguri, carissima! Verso i cento anni! E che possa valere pure per me!

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