R. Russo, Paesaggi dell’anima

Nei luoghi di un’anima

di Nicola De Nitti

Attraverso letture scelte, interiorizzate e rielaborate con lo sguardo critico di un lettore acculturato e attento, Russo ha proposto al pubblico dei «comuni lettori senza ostentata pretenziosità» non solo una raccolta di poesie, non una semplice presentazione  dei poeti più rappresentativi del ‘900, ma un vero e proprio itinerario, munito di mappa, esemplificato attraverso una galleria di ritratti disegnati con intenti divulgativi, nel labirinto della poesia, per sfuggire all’arido vero d’oggi, al mal di vivere montaliano o alla semplice ignoranza, che  priva di conoscenza ma soprattutto di coscienza.

“Paesaggi dell’anima” mette a nudo l’interiorità dell’autore, mostrando il compiersi di uno scavo sentito e coinvolgente alla ricerca del significato della poesia stessa, poesia che vuol essere anche tributo ai grandi poeti del ‘900, tanto attuali, tanto vicini, tanto capaci di disegnare col verso le immagini e i dipinti a cui sono accompagnati tra le pagine del libro di Renato Russo. «Egli, coinvolgendosi  nell’impresa come artista, registra, nei suoi, i versi dei poeti che egli ha amato, scoprendoli  testimoni del suo e del nostro tempo, interpreti delle sue e delle nostre inquietudini»[1]. Si parla di poesia, infatti, anche come insieme di schegge poetiche: autori posti insieme, ma chiusi ognuno nel microcosmo della propria pagina, frammenti del nucleo narrativo del libro, così come frammenti  di se stessi, divisi all’interno come l’uomo novecentesco che ritraggono. Questi poeti ci parlano a turno, custodi dei segreti dell’arte, come anime dal cimitero di Spoon River la cui missione è rivelarci i misteri  della nostra anima e della nostra vita, finché siamo in tempo: tutti trovano il  loro posto, il loro epitaffio poetico, nelle poesie, per lasciarci qualcosa d’indelebile, scritto nelle colline, nei boulevard, nelle stanze buie, nelle distese marine o nei prati verdi che abbiamo nascosti nell’anima. «La storia della poesia, infatti, si enuclea in individualità le cui ispirazioni realizzano un passaggio della loro vicenda letteraria e al tempo stesso un momento della storia della cultura e del costume dell’epoca al quale ciascuno di essi appartiene»[2]. Per questo motivo nella raccolta manca l’opera dei grandi poeti di un passato più lontano di quello novecentesco distinti ed estranei ad una più aggiornata sensibilità poetica emarginati da una lirica fuori dal nostro tempo, «sospesi fra attitudine retorica, patriottismo celebrativo e dolente dimensione memoriale. Diversità ispirativa che annuncia la presenza di un grande crinale divisorio tra poesia estetica e poesia interiorizzata, la prima incidente sul nostro gusto estetizzante, la seconda sui nostri sentimenti e quindi sulla nostra sensibilità del vissuto quotidiano»[3].

Presentando un saggio “poetico”  sull’effetto poetico, ovvero raccolta  di poesie capaci di suggerire biografie ed alimentare atmosfere legate ai grandi poeti nel cui nome si è sviluppata la sua educazione letteraria, Russo ha come obiettivo un’educazione alla lettura poetica che non si basi su saggi critici ma su versi critici: in ogni ritratto poetico egli focalizza il nucleo fondamentale della poetica espressa  da ciascun autore nell’opera o nelle opere citate, ma espone al tempo stesso tale ricerca in forma poetica, dimostrando come anche attraverso la poesia si possa conoscere e amare la poesia stessa e la grande storia di cui essa è piccola ma preziosa parte.

Acuto e profondo critico si se stesso, nell’introduzione al libro e nelle prime due poesie, Russo inquadra perfettamente l’arte poetica, la sua stessa poetica e riesce a dare una difficile definizione della sua opera, facendo di sé il primo dei quadri della sua galleria ritrattistica. «Versi senza dirompenti pretese/ dentro un contesto lapidario/ per liberare dall’inespresso il detto e il non detto/ d’un poeta inquieto/ nel suo presente astorico,/ un’esistenza senza risonanze,/ nel microcosmo locale, senza proiezioni future,/ alla ricerca di una dimensione/ entro uno spazio scenico delimitato/ dai libri e dai suoi personaggi/ che mi fanno compagnia,/ fantasmi che abitano un tempo annebbiato,/ paesaggi dell’anima»[4] (Paesaggi dell’anima).

Il mal di vivere e le difficoltà di un “presente astorico”, delineate attraverso pochi cenni di lucida analisi della propria vita, producono un’eco in tutta l’opera: il primo verso rimbomba costantemente, donando ritmo e tono a tutta la raccolta che rappresenta più che di uno strappo con le prescrizioni metriche standardizzate in prevedibili schemi, «una scelta alternativa sulla soglia di una intuizione libera da condizionamenti strutturali. E più che una rottura con la tradizione, un adeguamento, un ripiegamento, una scelta emendata da subordinazioni a regole rigidamente stratificate dal tempo, per rompere la consuetudine di una scrittura convenzionale e riacquistare libertà di espressione»[5]. La concezione di poesia come rifugio dal male del tempo, come «reminiscenza della memoria fra le immagini di un fragile presente» pervade l’intera opera, aggiungendo una venatura malinconica ad una lucida analisi introspettiva, che culmina nei lapidari versi «gli uomini sono migliori/ quando sono morti» e nelle tristi considerazioni sulla figura del poeta, «oppresso dalla trascolorazione del tempo», di un tempo «senza futuro», «alla deriva del tempo perduto». Il poeta, infatti, come spiega Russo nel componimento che funge da prefazione all’opera, costantemente lavora sul limitare della visione onirica, disperso in un labirintico viaggio esistenziale, inquieto testimone di una ricerca che investe il tempo e il senso dell’esistenza. Il tempo della poesia, che dovrebbe essere, secondo l’incisiva definizione di Unamuno, «eternizzazione di ciò che è momentaneo», diviene, nell’opera di Russo ciò che, con i suoi fantasmi “affioranti dalla polvere degli anni”, dà valore ad un “presente metastorico” e contemporaneamente condanna l’inadeguatezza del mondo nel capire i movimenti d’avanguardia. In quest’ottica persino la figura del poeta non può che diventare l’ombra di «un evocatore immaginifico/ con l’istinto del romantico/ disincantato e oppresso/ dalla trascolorazione del tempo, rassegnato al fato/ inquieto e smarrito/ fra l’etica del comportamento/ e l’estetica del componimento… sospinto dalla creatività del linguaggio primordiale/ alla ricerca dell’estremo lembo del destino profetato,/ già polvere, già ricordo,/ passato ineludibile», che può arrestarsi rassegnato per ritrovare se stesso nella memoria dell’infanzia con l’illusione di un’improbabile risalita dal pozzo profondo del tempo, per poi in un lungo sonno obliarsi,  sulla soglia socchiusa ma invalicabile, di una vita inaridita, al suo declino estremo rassegnarsi.

Questo libro vuol essere qualcosa meno della poesia e più della prosa, meno di un saggio critico e più di una galleria ritrattistica. È la rassegna antologica dei poeti che hanno attraversato la  vita dell’Autore, lasciando una durevole impronta sul suo percorso formativo e che egli ha cercato di capire e interpretare oltre l’apparenza delle parole. Una lettura alla ricerca di una cognizione più introspettiva che letteraria, trasfigurando in versi gli stati d’animo di ciascuno e cercando di cogliere il lato più interiorizzato del loro carattere poetico, attraverso un adeguamento introspettivo a ciascun autore, velato di malinconica disillusione, ed una misurata ricerca sospesa fra lessico poetico e linguaggio prosastico.

«Una fusione di figurativo e di astratto, entro una intelaiatura vagamente biografica degli autori, con la finalità di suscitare le emozioni che possono dare i poeti, per spingere alla lettura delle loro composizioni, in un tempo di grandi incertezze dove si legge poco in generale, figurarsi poesie»[6].



[1] Ettore Catalano, Paesaggi dell’anima, Editrice Rotas, Barletta, 2010, Prefazione, p. 15.

[2] Renato Russo, Paesaggi dell’anima, Introduzione, p. 19.

[3] Renato Russo, Paesaggi dell’anima, Introduzione, p. 20.

[4] Renato Russo, Paesaggi dell’anima, p. 9.

[5] Renato Russo, Paesaggi dell’anima, Introduzione, p. 21.

[6] Ibidem.

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