L. Tricarico Amendolara, Respiri nel buio

Le cupe cortine del buio si stanno diradando…

di Nicola De Nitti

«Sono una donna che racchiude in sé tante donne, come una sorta di matrioska», così Luisa Tricarico Amendolara si autodefinisce nell’atto di tratteggiare il suo percorso esistenziale, la sua strada «che inizia in modo tortuoso, fatto di ciottoli non levigati, di “inceppi” dell’animo, impigliato nelle maglie di una rete fittissima, di un Male “Oscuro”, che divora la psiche, trascinandola, o meglio portandola nel Buio totale»[1],  in cui manca la percezione della luce. Da questa condizione di intimo disagio e di profonda sofferenza  nasce la poesia della silloge dal suggestivo titolo «Respiri nel buio. Le cupe cortine del buio si stanno diradando».    L’Autrice riesce a dare voce alla propria opera attraverso una stretta unione fra parola ed immagine: ad ogni lirica si affianca un dipinto che ne offre una chiave interpretativa e concretizza in forme le intime emozioni da cui scaturisce. Se nel quadro in copertina ciò che domina è l’assenza di una «finestra sull’anima», l’oscuramento degli occhi, luogo in cui si concentra l’identità, in queste palpitanti poesie è encomiabile l’incessante e febbrile tentativo della poetessa  di immergersi «in un sistema di vita delicato». Lei viveva «nei respiri del buio», nel momento in cui le cose possono trasformarsi e la natura, misteriosamente, può emanare aliti umani, nell’ora dell’incerto e dell’indefinito, ed è stata la scrittura delle liriche a consentire alla Tricarico di approfondire la conoscenza e consapevolezza di “Sé” attraverso un percorso di crescita personale, facilitando il contatto con le sue emozioni. Le ferite hanno forgiato la forma della sua poesia: la ricerca di espressioni dal forte potere immaginifico per dar viva voce ai suoi sentimenti emerge costantemente («cerco nei pensieri, mescolo le parole»), come vero e proprio studio sulla genesi poetica. Il viaggio introspettivo continua fra una lirica ed un’altra, percorrendo un denso sentiero di liberazione e di annebbiamento, perché l’animo ferito a volte non riesce a superare la cortina del buio che lo avvolge ed oscilla incessantemente fra luce ed ombra.

Il compagno di  viaggio della Tricarico, il suo buio, tuttavia, inizia pian piano a diradarsi, permettendole il recupero della propria dignità con dei germogli di rinascita interiore e presa di consapevolezza del proprio sé. Il flusso e riflusso dei pensieri alla ricerca dell’ispirazione poetica confluisce nel primo verso della lirica che dà il nome alla silloge, speculare a quello che la chiude «rimani buio pensiero». L’eco di quel verso si ripercuote  su tutte le liriche della Tricarico, dando impulso alla ricerca incessante di una luce nel buio. In questo viaggio l’autrice sente il bisogno di un compagno, che di lirica in lirica assume nuovi nomi: «Meravigliosa Aurora» (Aurora Boreale), «Mamma!» (Intensità), che possa seguirla nel suo «percorso di crescita, legge armoniosa di natura» (Intensità). In particolare l’invocazione «Mamma!» conclude l’avvicendarsi delle sensazioni suggerite da una lirica generata da potenti percezioni sensoriali appartenenti ad un tempo passato: «Rimangono impronte del tuo profumo per me» (Intensità). Con «occhio interiore», l’Autrice attinge versi evocando esperienze vissute da bambina, «culli positive emozioni / preservate nella memoria, ricordi più distanti, / più potenti, più antichi, / più profondi, essenze universali nell’onda», rifugiandosi in un passato atemporale dal quale spera di riemergere con qualcuno al proprio fianco, qualcuno che abbia «occhi intinti in impeto d’amore», benché «trascini dolore lontano» (Manto d’amore). L’anafora «“Tu” meravigliosa creatura» che percorre l’intera lirica Manto d’amore con un sentito grido di ringraziamento dedica alle persone care all’autrice una commossa rievocazione da cui filtrano germogli di speranza: «Tu meravigliosa creatura / che ti nutri di poco, che aspetti / levità nelle carezze / invii stille devote in attesa di giochi d’amore / di luce, nocchiero solare».

A vibranti momenti di commozione si alternano liriche dense di significato «circa il chiedersi perché tanto accanimento da parte di un essere umano nei confronti di un altro, che non trascurano temi sociali, fino a far sentire il sangue che scorre, a rivoli, sul candore»[2]: «vendo all’asta una pagina di diario fatta di parole rumorose…spazi ridondanti. Non c’è spazio per te nella pagina della memoria». Si vende all’asta una bambina di dodici anni, e l’acquirente sarà un losco individuo: una denuncia atavica, ma sempre attuale, che si carica di grande forza attraverso l’uso ardito del linguaggio. L’interno travaglio diventa occasione di audace denuncia sociale di tragedie che troppo spesso scivolano nella banalità dell’orrore quotidiano.

Nel percorso tracciato dalle liriche la  «notte divina di misteri / terra di segreti, seducente, pericolosa» (Mistero), «realtà ambivalente e inafferrabile / tra musica surreale  e memoria ancestrale», scivola lentamente nell’oblio di una «grigia giornata», dei «seppelliti sensi di un non vedente sole» (Manto d’amore), in cui è il ricordo della madre a creare una «Scia di luce»: «l’amore trafigge il grido di dolore. / Ora sono qui nella tua scia / sia la luce e la luce fu» (Scia di luce).

L’attraversamento di questa fase di ricostruzione dell’io  porta alla ricerca di un  «universo vita» aperto dall’amore, in cui vivono le utopie («Mi allontano dalla terra. Ho in pugno una stella … i sogni sono come le ali di Icaro»). In moneta in flip il momento di ascesa si carica di vibrante emozione: in un voler tirare la sorte, risulta vincente la speranza di amore, l’ augurio di pace, la vita si colora così di nuove sfumature e la poesia di nuove possibilità espressive: «tra siepi…tra gioie di bimbi… tra coppie in amore… tra amici di sempre… lancio monete tra testa e croce».

Pronta al volo, scritta nel periodo pasquale, assume un doppio significato, diventa quasi metafora di un volersi librare come colomba in volo per portare pace al mondo intero ma soprattutto al proprio tormentato sé: «Tu, esile rinascita, / brilli di luce… irrompi in Babele / diffondi una nuova era / d’amore». L’«amore», che occupa l’intero verso, emerge come sentimento totalizzante, pronto a conquistare una torre di confusione. Una forte elaborazione retorica dà forza al pensiero, reso ampio da un vivificante confronto con immagini naturalistiche.

Presa consapevolezza della luce, il percorso verso la riaffermazione della propria identità si fa più sereno, con oscillazioni meno violente ed una più libera possibilità di riflettere senza tormenti sul passato, la cui memoria diventa ancora rifugio nella notte da incubo nella lirica un errore giudiziario.

Diventano chiare le riaffermazioni di identità («Rivoglio la mia anima», Mefistofele) e la poesia si trasforma in mezzo privilegiato per esprimere il proprio travaglio, ormai superato: «Insieme ai miei amici poeti / festosi cherubini in canto / voleremo tra venti astri di luce / non vendo la mia anima». La scrittura rappresenta ormai un porto sicuro, un riparo dal feroce scorrere del tempo: non più «nel bacco nefasto» la poetessa consuma i fuggevoli istanti, ma «scrive, e lascia che il tempo scorra su di sé», serena nella coscienza della sua identità.

È tuttavia soltanto in Incantesimo nell’anima che, attraverso l’anafora amo, si giunge alla completa enunciazione della libertà di pensiero della rinnovata Lucia Tricarico, libera di vivere nella sua individualità («amo ascoltare l’uomo che non si fa plagiare»). La notte, il buio non fanno più paura, il contrasto tenebra/luce non è più così esasperato («la notte può attendere a far nascere le stelle», Lulù) e Lulù è lì, riflessa nello specchio, per sentirsi e per ricordarsi chi è lei. La più forte presa di coscienza del termine del processo di ricomposizione dei frammenti dispersi della propria anima diventa un grido di liberazione accompagnato da immagini di luce dalla grande forza evocativa: «T’ho incontrata / identità chiara limpidanima/ Sei Tu donna!». Sembra che la luce stessa si effonda in grido limpido della donna che ritrova se stessa oltre le cortine del buio.

L’acrostico, studio poetico congiunto al compimento della ricerca della propria identità, diventa momento fondamentale di riflessione sulla rinnovata consapevolezza di sé a cui l’Autrice giunge attraverso il cammino strutturato dalle sue liriche. Nella poesia vitalità culmina il percorso esistenziale della Tricarico, che, dedicandola a sé, riesce a riunire corpo ed anima insieme, e, ritornata un’unità determinata, può rivolgere parole anche ad altri «… perché ognuno di voi ritrovi la propria strada». Da questo stato d’animo nascono le liriche Ore e Marylin, in cui la piena consapevolezza di sé si riflette nella possibilità di accostarsi ad un pubblico di lettori («il mio omaggio a chi è se stesso»).

È straordinario il modo in cui l’Autrice, come Marylin «donna bambina», con la sua raffinata arte poetica penetri nella mente del lettore, portando il suo messaggio nuovo di una possibilità di rinascita. Forme e temi diversi si adattano abilmente al fluire e rifluire dei pensieri e delle riflessioni, oscillando – così come oscilla l’animo della poetessa – fra luci ed ombre per ricomporsi infine in una silloge organica da cui traspare un’armonia d’insieme da vivere accostandosi alla sua autrice. Come avvenne per Pablo Neruda è la poesia a cercare Lucia, “Lulù” Tricarico, e lei tenta di avvicinarla al suo lettore insieme ad un messaggio di speranza, nella ricerca di un contatto: «Come sempre grazie anche a Te, Lettore! Se avverti ciò che ho provato… avvicinati a me. Si può uscire dal Buio, basta volerlo! »

Si rinnova nella raffinata quanto squisitamente enigmatica esperienza poetica della silloge la frase con cui l’Autrice ha voluto suggellare il suo libro: «Scrivere poesie non è difficile, è difficile viverle» (Charles Bukowski).



[1] Luisa Tricarico Amendolara, Respiri nel buio. Le cupe cortine del buio si stanno diradando, CSA Editrice, Castellana Grotte, Prefazione, p.7.

[2] Ibidem.

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