L. Genova, Perdersi

Una malattia, un romanzo

di Antonio Stanca

Nella serie “Numeri Primi” della casa editrice Piemme di Milano è comparsa, a Settembre del 2011, la ristampa del romanzo Perdersi (pp. 293, € 13,00) della scrittrice italo-americana Lisa Genova. La traduzione dall’inglese è di Laura Prandino e l’edizione originale risale al 2007. Allora rappresentò un caso editoriale e la sua diffusione superò i confini degli Stati Uniti.

Genova è nata nel Massachusetts e qui vive insieme alla famiglia. E’ laureata in Neuropsichiatria ed è impegnata a studiare malattie quali la depressione, il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer. Dopo Perdersi, sua prima opera narrativa, ha scritto Ancora io ed anche questa ha avuto successo. Anche questa, come Perdersi, tratta di una  giovane donna che vede troncata la sua splendida carriera, la sua vita fatta di affermazioni in ambito pubblico e privato. Per la Sarah di Ancora io sarà un incidente stradale a limitare le sue capacità, per l’Alice di Perdersi sarà il morbo di Alzheimer a farle perdere quanto conquistato, a farla finire di valere.

Alice è una bella donna, ha cinquantuno anni, è docente di Psicologia cognitiva presso la Harvard University, le sue ricerche nell’ambito della Linguistica le hanno procurato molta notorietà, scrive su giornali e riviste, viaggia e spesso è invitata a tenere conferenze in altre università americane e straniere. Pur carica d’impegni ha curato i figli, ha seguito la loro formazione. Anche il marito è un noto studioso e molto apprezzati sono i traguardi da lui raggiunti in campo biologico. Dei loro tre figli tutti sono riusciti nella professione senza trascurare la vita di famiglia. Alice è contenta, è entusiasta del suo e del successo dei suoi. Da un po’ di tempo, però, si è accorta di non ricordare alcune cose, alcune parole, di dimenticare orari e impegni, di sentirsi smarrita pur in luoghi conosciuti. Le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer e da quel momento tutto cambia. La sua vita senza soste subisce rallentamenti, lei è spaventata dall’idea di una malattia che la porterà a non sapere di sé né degli altri, che annullerà tanto suo lavoro e tanto merito. L’allarme è vissuto pure dai famigliari, dal marito, dai figli che, insieme a lei, all’inizio credono in un errore della diagnosi e che, anche quando dovranno convincersi della certezza di questa, spereranno nell’aiuto di farmaci nuovi e di cure sperimentali. Niente, però, potrà salvare Alice e il suo stato peggiorerà sempre più, dimenticherà, non riconoscerà, confonderà, lascerà l’insegnamento universitario, inseguirà pensieri ossessivi, cercherà oggetti inesistenti, senza motivo riderà, piangerà, si metterà a correre, pur stando con gli altri si crederà sola, abbandonata, avrà paura, griderà, urlerà, avrà bisogno di essere assistita, insieme alle cellule del suo cervello si sgretolerà la sua vita di scienziata, moglie, madre, donna esemplare.

Abilissima si mostra la Genova nel rappresentare il percorso lento e inesorabile dell’Alzheimer di Alice, nel renderlo così vero, così autentico nei pensieri, nelle azioni, nelle parole della donna, nei suoi rapporti con i famigliari, con i medici che la curano, nelle circostanze che le occorrono. Chiaro riesce sempre il linguaggio della scrittrice pur nelle situazioni più complicate, sempre narrata risulta la storia di Alice pur contenendo tanta scienza, sempre un romanzo rimane questo della Genova pur potendo costituire una guida per chi è affetto da Alzheimer o vive a contatto con la malattia. A queste qualità è da attribuire il successo dell’opera e all’alto significato morale che nella parte finale raggiunge.

Prima di essere completamente finita, prima di “perdersi”, riuscirà Alice a comporre un discorso ed a leggerlo di fronte ad un folto pubblico che la applaudirà perché capace si era rivelata, nonostante le sue cagionevoli condizioni mentali, di parlare, di leggere senza mai fermarsi né confondersi e di richiamare l’attenzione sull’importanza, sul valore dello scambio, della comunicazione, della partecipazione, dell’aiuto tra persone. Questi principi, dirà, sono sempre stati dell’uomo, gli hanno permesso di procedere, avanzare, svilupparsi nella storia, nella cultura, nella società, nella vita e ancor più devono essere sentiti e praticati verso persone ammalate perché hanno più bisogno. Non sole, non escluse devono queste vedersi , sentirsi per la loro malattia ma comprese, inserite nella vita di tutti, partecipi di questa. In tal modo esse faticheranno di meno a sopportare i loro problemi e gli altri assolveranno ad un dovere che è loro.

Questo il messaggio che proviene dall’opera della Genova e che accresce la sua dimensione  letteraria. Un invito vuole essere quello della scrittrice a collaborare con chi è “diverso”, in questo caso per malattia, a non abbandonarlo a se stesso. Dall’altro romanzo, Ancora io, perverrà un altro messaggio. Tramite Sarah, rimasta handicappata in seguito ad un incidente stradale, la scrittrice inviterà a ridurre l’eccesso d’impegni al quale ha portato la vita moderna, a non correre in continuazione dietro di essi, a costruirsi degli spazi solo per se stessi.

Di umanesimo si può parlare a proposito della Genova, di moderno umanesimo, di richiamo a recuperare quanto i tempi moderni hanno fatto smarrire, a riscoprire quella misura umana dell’esistenza che le macchine sembrano aver cancellato. E’ ancora possibile, lascia intendere la scrittrice, che l’uomo ritrovi se stesso, che, pur progredito, cambiato nei tempi, nei modi, negli ambienti, riprenda quanto sempre è stato suo e mostri di saperlo fare.

 

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